(I survived) The New Moon Experience

I discorsi che mi preme fare sull’argomento The Twilight Saga: New Moon sono tre.

Il primo sfaterà un mito e ne confermerà un altro.
Pensate al personaggio di Jacob. Un indiano seminudo. Che gira assieme a un branco di altri indiani seminudi. Nulla a che vedere con i look emo che vanno di moda adesso, ma qualcosa di piu’ esoticamente classico.
La saga di Twilight non è famosa per particolari raffinatezze, e non esiste il concetto di dialogo casuale: fa quindi riflettere che Bella e Jacob passino i primi 20 minuti a ripetersi “io ho 18 anni, tu solo 16″ e viceversa. Chissenefrega? Nonè un po’ poco per emozionarsi? Non sono un po’ giovani le 14enni per eccitarsi al pensiero di scopar coccolarsi con uno più piccolo? Che se proprio al massimo hanno pulsioni opposte?
È a quel punto che guardandomi intorno al cinema ho notato che il pubblico era composto al 70% da signore. Zitte e attentissime. Alcune di loro persino con figlio pre-teen al seguito, palesemente disinteressato.
Avete fatto in tempo a chiedervi come mai, tra i fenomeni considerati esclusivamente per ragazzine, Twilight ha incassato dieci volte più dei vari High School Musical e Hannah Montana? Ebbene, è questa la vera demografica che fa volume. La maggioranza silenziosa.
Signore e signori, vi presento le Twilight Moms.
Taylor Lautner nuovo Eduardo Palomo.
Sex & The City Puppami La Fava.

Il secondo discorso riguarda un altro fatto che, nonostante Hollywood ci abbia abituato alle stranezze più inspiegabili, non ha (credo) precedenti.
Quiz: hai appena prodotto un film che ti ha incassato sei volte più del previsto scatenando contemporaneamente uno dei più grossi fenomeni di fanatismo del decennio. Che cosa fai?
La Summit, casa di produzione a capo del franchising Twilight, si è fatta trovare con la risposta pronta: neanche 24 ore dall’uscita dei dati, e ha licenziato la regista. Là dove chiunque altro si sarebbe prostrato ai suoi piedi con un assegno in bianco, o per lo meno avrebbe intavolato una serie di attente trattative.
Macché. E sapete una cosa? Hanno fatto bene, ed è stato un segno di insolita lungimiranza.
Catherine Hardwicke aveva ampiamente dimostrato di essere la persona sbagliata per questo lavoro: un background indipendente troppo marcato che aveva portato a un tono del racconto sommesso il quale più volte strideva con la monodimensionalità (eufemismo) dei personaggi, nonché al disagio totale nelle orribili scene con gli effetti speciali. L’idea è che, nonostante le vada riconosciuto l’input decisivo in fase casting, il primo film abbia avuto successo malgrado e non grazie a lei.
Entra quindi in scena Chris Weitz, solidissimo professionista buono per tutte le stagioni, e la faccenda cambia completamente. Target puntato con la sicurezza di un treno in corsa, mano solida, ritmo alto, scene d’azione più che decorose, effetti speciali che finalmente incantano invece di far storcere il naso. E le scene chiave (su tutte quella in cui Jacob si sfila per la prima volta la maglietta) sono perfette, da vera volpe.
Certo, l’effetto immediato è che tutto sembra infinitamente più scemo, ma è pura coerenza con il materiale di base, ed è affrontata con spettacolare spavalderia. Questi sono i binari giusti, e non mi stupirebbe affatto se in futuro il primo capitolo fosse considerato il più debole della saga.
Il risultato più importante ovviamente è che io ho riso forte per due ore filate, invece che per 10 minuti a sprazzi tra uno sbadiglio e l’altro come in quell’altro.

Il terzo è la colonna sonora.
Le canzoni indie suonavano fuori posto nel primo film, e in questo – seppur vengano usate solo lo stretto indispensabile (non è Nick e Norah) – lo sono ancora di più. Non c’entrano proprio un cazzo.
Ma pensateci: alle ragazzine/mamme frega qualcosa? No. Le fanatiche sono allegramente acritiche, e alle altre va tutto giù con indifferenza.
Ma qual è l’unico target di pubblico a cui frega ancora qualcosa di spendere soldi in musica? Su supporto digitale e persino fisico? L’unico target che, se nutrito dei nomi giusti, è tranquillamente capace di fottersene del contorno e andare a fare massa con i feticisti della saga?
Bravi.
Potete mettervi su i Death Cab for Cutie e vergognarvi un po’, se volete.
Il sistema ha vinto, e si merita pure una rispettosa stretta di mano.

P.S.: perché nessuno mi ha mai detto che Eduardo Palomo è morto???

The Passion of AWK

Andrew WK

Un post lungo. Ma anche la Bibbia è lunga.
Questo post non è lungo come la Bibbia.

Dal Vangelo secondo Valido.

LE OPERE

Andrew WK - 55 Cadillac55 Cadillac
Il prototipo del disco inutile e vigliacco.
Nel momento in cui non ti chiami Glenn Gould, e non hai nemmeno mai giocato lo stesso campionato, checcazzo me ne faccio delle tue improvvisazioni al pianoforte? Perché mi dovrebbe interessare cosa ti esce dal pianoforte al volo spontaneamente quando non so nemmeno cosa ti esce dal pianoforte quando ti dai tutto il tempo necessario per ragionare su quello che fai? È o non è una paraculata clamorosa poter dire “se vi piace sono troppo figo, se non vi piace tanto stavo solo cazzeggiando”? La buona fede di Andrew WK non si mette in discussione, ma questa roba qua l’unica cosa che dimostra è che è tecnicamente bravo e mentalmente schizzato, e i numerosi fraseggi ripetuti ad nauseam dimostrano che pure l’ispirazione tutto sommato latitava.
Solo per completisti feticisti.
Io l’ho comprato.

Andrew WK - Gundam RockGundam Rock
In Giappone sono usciti pazzi per il trentennale di Gundam, e chiunque abbia pensato di chiedere a Andrew WK di rifarne la colonna sonora in inglese è un fottutissimo genio che merita il Nobel per la genialità. Il matrimonio tra Andrew WK e il pop epico giapponese è il più indovinato della storia del mondo dopo quello tra il pomodoro e la mozzarella e tra gli skinny jeans e le Converse. È come assistere a Michael Jordan che molla la mazza da baseball e, per cambiare, prova a schiacciare un pallone a canestro. È il tipo di roba che già dal minuto 2 fa venire voglia di lanciarti dal balcone e attendere che tua madre ti lanci i componenti. Per ora, disco dell’anno: appena ho un secondo rivaluto con calma il decennio intero e lo sistemo anche lì.

IL MARTIRIO

Capitolo 1
Sabato 12 settembre, ore 12. Andrew WK, profeta dei profeti, messia dei messii (?), si presenta alla Rough Trade di Brick Lane, odierno monte Sinai, per quello che è il suo primo ufficiale in-store in terra inglese della sua carriera. È un avvenimento che rimarrà impressi nei libri di storia, nei libri di religione, e nei libri da colorare. È l’annunciata alba di una nuova era, un momento di quelli che ti cambiano la vita, un evento assolutamente imprescindibile, ma all’ultimo mi tira un po’ il culo e non ci vado.

Capitolo 2
Stesso giorno, ore 18.30. Andrew WK continua la sua maratona presentandosi per un incredibile secondo in-store a poche ore di distanza dal primo, stavolta da PureGroove. È un fatto senza precedenti. Mai essere vivente aveva osato tanto a memoria d’uomo (= la mia). È l’equivalente di finire in copertina contemporaneamente su Rumore e Rockerilla.
Stavolta ci sono e sono in prima fila. Non so cosa aspettarmi.
Andy arriva e parte con improvvisazioni al piano simili a quelle presenti in 55 Cadillac, che è appunto l’album che sta promuovendo. Ma subito qualcosa cambia. Andy improvvisa anche un cantato, con testi demenziali, e a differenza delle pallose note ripetitive del disco si lancia in assoli swing, virtuosismi groove, power ballads surreali, e presto lo show diventa qualcosa di extra-musicale e puramente fisico, con gag slapstick alla Jerry Lewis. È una roba assolutamente schizzata e dai ritmi elevatissimi. Pare un incrocio live tra Shine e Crank 2. I venti minuti di spettacolo volano come se fossero due e mezzo.

Andrew WKCapitolo 3
Lunedì 14 settembre, ore 21.30. Siamo al King’s College, per lo show regolare vero e proprio.
Il dj in apertura infila una scaletta talmente clamorosa che ve la devo elencare tutta: You’re the Best – Joe “Bean” Esposito (da Karate Kid), Since You’ve Been Gone – Rainbow, Any Way You Want It – Journey, Eye of the Tiger – Survivor, Poison – Alice Cooper, Rollin’ – Limp Bizkit (che a quel punto vi giuro che ci stava anche).
Poi entra lui. Andrew WK. Il Salvatore. Il Re dei Re. Il Newyorcheno (non so se questa si capisce… invece che il Nazareno… no? fa lo stesso).
Ogni mistero sul tipo di show che intende propinarci viene immediatamente spazzato via. Parte Ready to Die, Andy procede ad aizzare la folla come solo lui sa fare, e scatena il pandemonio. È una cosa assolutamente furibonda. Ci saranno 500 persone, ma in prima fila mi sento schiacciato come se fossero 50.000. È la solita storia: parte con l’intensità con cui molti sognano soltanto di poter finire, e prosegue in crescendo. Non è neanche più un concerto: Andy si sgola e cede il microfono a chiunque tiri fuori la faccia tosta per prenderlo, la gente si sente sempre più incoraggiata a fare qualsiasi cosa gli passi per la testa (volano scarpe, per dire), e la faccenda diventa un misto tra gli animatori alle giostre e i motivatori ai meeting di Herbalife. È la stessa magia occulta che mi ha ipnotizzato e convinto a comprare 55 Cadillac – non ero cosciente di quello che facevo, so solo che la mattina dopo mi sono svegliato con una copia sul cuscino…

Ma a metà show, la svolta: scatta l’ormai inevitabile invasione massiccia di palco, e dopo un paio di minuti di caos Andy riemerge improvvisamente col grugno insanguinato: gli hanno spaccato il naso! Per davvero! Sul serio! Non ci posso credere: sto assistendo alla copertina di I Get Wet in diretta!!!
Andy barcolla per un buon 5 minuti, mentre le gocce di sangue vero gli imbrattano la sua caratteristica maglietta bianca su cui sono disegnate chiazze di sangue finte. Gli fanno spazio e, dopo un paio di passi di danza di puro nervoso, scende dal palco. Il concerto è platealmente finito, o almeno così sembra.
E invece AWK torna su, tra il delirio della folla. Non si è nemmeno pulito. Attacca I Love NYC e la festa ricomincia.
Ma a metà pezzo si ferma di nuovo.
Si caccia due dita in gola.
E straccia sul palco.
È un misto di alcol, budella e sangue.
È un momento sacro.
Prendete e godetene tutti: questo è il mio vomito, offerto in sacrificio per voi.
È la cosa più mondiale che io abbia mai visto.
Andy muore di nuovo giù dal palco, ma ancora una volta la resurrezione e’ rapida.
Quando torna, è il turno di Party Hard. I dieci comandamenti. L’unico comandamento.
Parte la base, l’entusiasmo è incontenibile e c’è di nuovo un’invasione di palco, in cui stavolta ci rimette l’impianto audio. Salta tutto tranne la tastiera, ma questo non frena nessuno: tutti cantano in coro, come se nulla fosse, e nessuno si interessa ai tecnici che tentano di riparare il danno. Anche i tecnici, vista l’atmosfera, si disinteressano dopo mezzo tentativo abbozzato. E nel disinteresse generale, il guasto viene riparato giusto per gli ultimi secondi.
E allora Andy tenta l’ultimo miracolo.
Parte con il conto alla rovescia.
Parte da CENTO.
Passa il microfono in giro, e ognuno a turno scandisce il numero che gli spetta.
L’intensità non cala di un solo [in cosa cazzo si misura l'intensità???] centesimo di puffo.
Allo zero non solo mi confondo e credo di essere nel futuro, ma parte la title track di I Get Wet, ed è il massacro finale. La gente sale sul palco, si scatta una foto con Andrew e poi si tuffa indietro. Andrew posa con tutti quanti senza battere ciglio.
E stavolta è davvero l’ultimo pezzo. Ma la gente non lo accetta.
Non credete al fatto che qualcuno possa far partire un conto alla rovescia da cento senza risultare noioso e, anzi, guadagnando in coinvolgimento? E come reagite allora se vi dico che, con Andrew definitivamente giù dal palco, la gente è spontaneamente ripartita con il conto alla rovescia da cento, arrivando di nuovo fino in fondo senza cedimenti?
Stavolta allo zero parte il deejay con Don’t Stop Believin’. Metà della gente rimane e se la canta tutta lo stesso prendendola come un accettabile piano B. Gli altri si riversano in strada a urlare “I Love New York City” anche se siamo a Londra.
La messa è finita.
Festeggiate in pace.

APPENDICE
Sabato 26 settembre. Assisto a un concerto di Justice Yeldham, un tizio che suona una lastra di vetro amplificata finché non gli esplode in faccia. E va beh.

Un giorno incontrai Michael

Con Soundgarden ed Alice In Chains ormai sciolti, non c’era molto da fare nel 1997.
Per cui insomma, se ne esce fuori il mio amico e vicino di casa a invitarmi a vedere Michael Jackson a S.Siro, e io penso “beh, è l’occasione per vedere se è davvero una persona vera” e accetto con piacere.
Penso anche: “ma arriverà davvero sul palco in astronave, come dicono?”.
Vi risparmio le avventure che ci capitarono durante la giornata, roba da farne un post a parte, e arrivo al dunque. La prima cosa che faccio una volta sul prato del Meazza comunque è sputare sul dischetto del rigore da dove qualche mercoledì sera prima Aron Winter era riuscito a centrare i cartelloni pubblicitari.

michael jackson

Ad aprire lo show, l’organizzazione aveva ingaggiato i B-NARIO.
Ve li ricordate? Io, se non fosse stato per quell’occasione, e per un’amica a cui piacevano, no. Per nulla. Comunque erano quelli che cantavano Battisti dove sei. Mentre la proponevano a un Meazza già mezzo pieno, la gente era tutta voltata dall’altra parte a guardare chi entrava nella tribuna VIP (nell’ordine Pavarotti, Zucchero, Ramazzotti, Valeria Marini). Chissà come dev’essere cantare davanti a 30.000 persone che ti danno le spalle.
Poi è il turno di… dai, indovinate. Sparatene una. Una bella trash nazional-popolare. Ok ve lo dico: PAOLA E CHIARA.
Vi ricordo che era il 1997: tempi del primo album, pochi mesi dopo Sanremo, Amici come prima e immagine ancora folk-rock. Il loro ingresso non me lo scorderò mai: entra prima la band, iniziando un ritmo in crescendo, e al culmine ecco che arrivano loro, contemporaneamente, correndo, chitarra in mano, inchiodano fianco a fianco sul bordo del palco schitarrando pesante e facendo headbanging sincronizzate come manco le figlie di Angus Young. E-pi-co. L’altra cosa che non dimenticherò mai è l’intero stadio che, dopo averle fischiate ininterrottamente per tutto lo show, durante Amici come prima si esibisce in una compattissima ola col dito medio.

michael jackson

Comunque sia, dopo il rituale cambio palco si spengono le luci e si accende il megaschermo. Inquadra Michael Jackson, a casa sua, che entra nell’astronave parcheggiata nel giardino. Poi parte. Attraversa il mondo velocissimo. Fumana esagerata sul palco. Il fumo si disperde, e l’astronave è lì. Dopo una suspance infinita Michael scende, e attacca Scream.
È una persona vera? Non lo so.
È una cosa a sè. È effettivamente di un altro mondo.
Quello che fa, come si muove.
E comunque tutto lo show è fuori dal mondo.
Ogni tanto Michael apre bocca per dirci che ci ama, in italiano, e lo fa con la voce che immagino abbiano gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Noi tutti ci crediamo come se ce l’avesse detto la nostra anima gemella.
Michael ha il tipo di repertorio galattico che non gli basterebbe un solo spettacolo per fare tutto, per cui la soluzione che trova lui è di far partire dei filmati con medley di cose che non suonerà, nell’intervallo tra un cambio di scenografia e l’altro.
Uno degli highlight naturalmente è l’inno dell’Inter Non mollare mai, per la quale l’alieno Michael fa salire dalla prima fila una ragazza brutta che ha l’onore di toccarlo/avvinghiarcisi stile edera. Niente panico: Michael schiocca le dita e parte il playback, che gli consente di ballare teneramente con la sanguisuga senza interruzioni. Ma tanto quasi tutto lo spettacolo era in playback, per dargli la libertà di ballare senza freni, e a tutti andava bene così. La vera chicca però è un medley del periodo Motown che parte da I Want You Back e finisce con I’ll Be There: S.Siro crolla di schianto.
Poi c’è Thriller: a metà pezzo Michael si trasforma in lupo mannaro, viene chiuso in un sarcofago, perforato con degli spuntoni e dato fuoco. Gesù resuscitò in tre giorni: Jacko ci impiega 30 secondi, riappare magicamente sulle nostre teste sospeso da un braccio meccanico a cantare Beat It e, mentre durante l’assolo io urlo TI AMO a Jennifer Batten, 60.000 persone cambiano religione.
E poi il Capolavoro. Earth Song. Dedicata/ispirata alla guerra in Bosnia. A metà pezzo, sul palco entra un CARROARMATO. Ne esce un soldato pazzo, assatanato, che punta il fucile a Michael. Michael lo guarda come per dire “ma sei cretino?” (in senso compassionevole), abbassa la canna, e fa un cenno. Si avvicina una bambina zingara con un fiore. La bambina dà il fiore al soldato. Il soldato butta il fucile e si getta in ginocchio piangendo. In questo momento, per quanto ci voglio pure a lui un bene dell’anima, se si fosse avvicinato Jarvis Cocker gli avrei abbaiato dietro e azzannato un polpaccio a morsi. “Vattene, miscredente! Tu non salverai mai il mondo!”.
Michael invece sì.
Bianchi, neri, soldati, zingare, licantropi, ragazze brutte.
I concerti più belli della mia vita sono stati altri.
Ma quello non fu un concerto.
Mi piace pensare che Michael non sia morto, ma solo partito in astronave verso mondi più bisognosi.

In ogni caso oggi siamo nel 2009, e qualcuno ha messo su Youtube tutto lo show.

Forgotten Rock Movies of the 80s #5

Uè! Eccoci al gran finale della mini-rubrica in cinque numeri su “i film degli anni ’80 che hanno a che fare col rock e che Valido non aveva mai visto o non riguardava da secoli e sentiva il bisogno impellente di scriverne qualcosa”! Come tutti i gran finali ci hanno eccezionalmente spostato al mercoledì, giorno di maggior audience, in diretta concorrenza con… non lo so. Stasera mi risulta solo un’amichevole Lazio-Sampdoria.
Comunque è stato bellissimo e vi ringrazio per averci seguiti.
Il film di oggi si chiama

NICK LO SCATENATO (Rhinestone, 1984)

Tu sei il male, io sono il peggio

Tu sei il male, io sono il molto peggio

Yep, quello è Sylvester Stallone. Quello vero.
Il film di oggi non ha a che fare col rock ma col country, però ammetterete anche voi che la foto qui sopra è più che sufficiente per concedere la lieve eccezione.
Trattasi del primo tentativo di Stallone, dopo tre Rocky e un Rambo, di alleggerire la sua immagine da duro e dimostrare di essere un attore a 360 gradi con un ruolo comico/romantico, di quelli che oggi daresti a un Matthew McConaughey se non addirittura a un Vince Vaughn.
Trama: Dolly Parton – quella vera – scommette col suo manager di essere in grado di trasformare il primo che passa in una star del country capace di conquistare l’esigente pubblico del Rhinestone di New York. Il primo che passa è nella fattispecie il tassista americanapoletano Nick Martinelli (Stallone) (il cognome Martinelli mi fa particolarmente ridere perché è anche tipico di Carpi/Modena, la mia zona nativa). E insomma, avete capito bene. Segue un’ora e mezzo di Dolly che canta e Stallone che… diciamo che prova a starle dietro.
Il progettaccio in questione, scritto da Sly con quel Phil Alden Robinson che poi farà L’uomo dei sogni, passò tra le mani di quattro registi prima di finire in quelle del Bob Clark di Porky’s, e che ci crediate o meno questo aneddoto l’ho ricevuto di primissima mano dal tizio che, nella scena migliore del film, fa il Johnny Cash sfigato che canta una ballata tragico-splatter e viene malamente deriso dal pubblico. Lo stesso tizio mi ha anche detto che Phil Alden Robinson fu a un passo dal rifiutarsi di mettere il suo nome nei credits.
Detto questo, volevo farvi vedere le scene migliori (quella appunto del Johnny Cash sfigato, ma soprattutto Stallone che fa una Tutti Frutti al cui confronto My Way di Sid Vicious era fedele e raffinata), ma Youtube le ha rimosse tipo ieri l’altro – vi giuro che le avevo viste. Per cui come assaggio vi rimane soltanto la leggendaria Drinkenstein (vedi foto sopra) che all’epoca vinse il Razzie come peggior canzone dell’anno. Oppure potete ovviamente recuperarvi tutto il malloppo nei modi che preferite e godervi un Sylvester più grintoso e volenteroso che mai, e una pellicola tutto sommato mediocre ma simpatica e a suo modo difficile da dimenticare.
Il film ovviamente all’epoca fu un fiascazzo pauroso, e Stallone si curò dalla depressione interpretando solo cloni di Rocky e Rambo per quasi 10 anni.
Poi fece Fermati, o mamma spara.
Ed è ancora vivo!

Arretrati:
#1: LA LUCE DEL GIORNO
#2: ROADIE
#3: LADIES & GENTLEMEN, THE FABULOUS STAINS
#4: LA BANDA DI EDDIE

Forgotten Rock Movies of the 80s #4

È martedì! Vi tocca un pezzo di Valido sui film degli anni ’80 che infangano il buon nome del rock’n’roll con mediocrità da far cascare le braccia. Ma tanto dalle mie parti basta che prometti un po’ di chitarra e va bene pure Hannah Montana. No scherzo, Hannah Montana no. Non abbastanza chitarre.
Ma torniamo a noi.
Il film di oggi si chiama

LA BANDA DI EDDIE (Eddie & the Cruisers, 1983)

Michael Paré and the Fake E Street Band

Michael Paré and the Fake E Street Band

“Nell’estate del ’63, On the Dark Side era la canzone n.1 del Paese”

Questa la prima riga di dialogo del film, dopo che nei titoli di testa ci hanno fatto assaggiare il suddetto brano, cantato dai fantomatici Eddie & the Cruisers.
E io dico: grazie al cazzo, On the Dark Side suona in tutto e per tutto come uno Springsteen dell’81.
E così pure Wild Summer Nights, altro mega-hit della band, il cui frontman (ladies & gentlemen, Michael Paré) sparì all’improvviso in puro stile Richey Edwards lasciando alle spalle un capolavoro incompiuto talmente avanti che la casa discografica si era rifiutata di pubblicarlo (non per caso Eddie fa Wilson di cognome). Il ’63 comunque dev’essere stato un anno di bei cortocircuiti temporali, considerando che poco distanti Baby Houseman e Johnny Castle ballavano sulle note del primo precocissimo synth dell’Universo in un pezzone intitolato (I’ve Had) The Time of My Life.
Ad ogni modo: il film, anticipando Velvet Goldmine, parte dall’indagine di una giornalista (Ellen Barkin) convinta di avere in mano indizi che provano che Eddie è ancora vivo, ed è narrato in flashback dal punto di vista del sensibile ex-tastierista Tom Berenger che all’epoca fu complice dell’aver stimolato quelle urgenze artistiche che portarono il nostro alla pazzia e poi alla fuga (fatto rappresentato da un’inquadratura in cui Tom legge Rimbaud).
Detto questo, il film esattamente dimenticatissimo non è, anzi, negli USA fu un certo successo, ma i meriti vanno soprattutto a John Cafferty & the Beaver Brown Band, autori dei clamorosi ma competenti plagi di Springsteen che compongono la colonna sonora, che all’epoca arrivarono davvero nella top ten USA regalando loro una carriera di riflesso dal nulla. John Cafferty seguì questo exploit con un rapidissimo secondo album da top 40, Tough All Over, recante la tristarella fascetta “the voice of Eddie & the Cruisers” su una copertina raffigurante senza motivo la silhouette di Michael Paré, e contenente quella Voice of America’s Sons che poi finì nella soundtrack di Cobra, per poi ri-sparire velocemente nell’anonimato e tentare svariati disperati comeback con live e b-sides di “Eddie” (l’unica altra chicca a suo nome è la mitica Heart’s on Fire tratta da Rocky IV).
Musiche a parte, la pellicola è composta da una solida sequenza di cliché dell’artista maledetto infilati uno dietro l’altro in modo tutto sommato avvincente, con un Michael Paré in forma spettacolare, ma a parte lui l’unica cosa che tiene davvero svegli è il fatto che da un momento all’altro ti aspetti che parta che so, Backstreets o Hungry Heart.
Nel finale, Ellen Barkin descrive l’album di Eddie come qualcosa di musicalmente troppo avanti per chiunque, un incrocio fra rock’n’roll e poesia francese (ecco il perché di quel maledetto Rimbaud). Ho riso per un’ora e mezzo, poi ho capito che in effetti Eddie aveva anticipato i Marlene Kuntz. Aveva ragione la casa discografica.
Il regista Martin Davidson lo si ricorda per La banda dei fiori di pesco, titolo noto per essere uno dei primissimi ruoli da protagonista per Sylvester Stallone, nonché quello in cui Henry Winkler fece le prove generali per il personaggio di Fonzie.
Sei anni dopo, i più disperati della banda (Paré e John Cafferty, entrambi a futuro già svanito) buttarono su un disperato sequel che non ho proprio avuto cuore di recuperare.
Abbiate pietà.

Arretrati:
#1: LA LUCE DEL GIORNO
#2: ROADIE
#3: LADIES & GENTLEMEN, THE FABULOUS STAINS