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E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.

Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.

Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.

Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.

Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.

Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.

A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.

Se siete di Roma o vorreste fare un salto da queste parti stasera, all’Init Club, suona uno dei gruppi più dirty rock ‘n roll del momento.

A Place To Bury Strangers. Noise, wave, shoegaze e volumi elevatissimi. La solita roba insomma. Ma fighissima.

Questo post è dedicato alla Prugna Ciemme.

Ho cominciato a scrivere su un blog alle medie e ascolto indie con un vago radicamento ideologico. La mia condizione socioculturale prescriveva che prima o poi tentassi di mettere i dischi da qualche parte.

Tutto ebbe inizio quando il Collega ed io realizzammo che non saremmo mai riusciti a trovare un posto dove ballare quello che ci piaceva a meno che non fossimo stati i diretti responsabili della selezione musicale.
Decidendo di puntare in basso ci rivolgemmo al defunto Capannone, un surrogato di centro sociale che entrambi avevamo frequentato sporadicamente nel corso della nostra giovinezza.
L’unico ricordo estatico che conservo di quel luogo, situato nella gaudente zona industriale di Vicenza, fu il mio primo concerto degli Offlaga Disco Pax. Per il resto emergono soltanto piedi ghiacciati, birra smarza* e l’imperitura sensazione di non essere nel mio habitat.
Il Collega ed io cercammo a lungo un nome simpatico con cui presentarci alle masse, un nome che fosse autoevidente e idiota al punto giusto. Fu così che, vantando un’età complessiva di soli 44 anni, divenimmo Teenage Lobotomy, i deprecatori della gioventù decerebrata.
Nonostante questo durante le due serate passate all’impianto di sottomarca del Capannone fummo soltanto “Baldra e la Maggie” oppure “quei due là che mettono musica mai udita prima all’interno di queste mura e che sono arrivati con i dischi nelle scatole da scarpe”.
La seconda ed ultima volta, prima della nostra opera di selezione, suonarono i Settlefish. Non c’era un cane. Anzi, forse un cane c’era; il “cane del Capannone”, quello che spesso si vede nei centri sociali veneti o in Presidio Permanente mentre corre istericamente senza una meta.
Ad ogni modo ricordo che io ero in piedi vicino al mixer e che mi stavo gelando i piedi. I Settlefish suonarono di fronte ad un folto gruppo di cinque o sei persone. Il dj set che seguì fu un’agonia che tutt’ora fatico a descrivere a parole.
Poi il Capannone chiuse e i giovani berici in bomber confluirono nel No Dal Molin, aprendo così una nuova fase della vita pseudoalternativa vicentina.

Qualche mese dopo il Collega ed io ci recammo al temuto Sabotage Bar per assistere ad un concerto dei København Store.
Il Sabotage è un luogo frequentato principalmente da metallari in cui avevo evitato di mettere piedi per circa due anni dopo che, nel corso della stessa serata, un tizio strafatto mi aveva spaccato a mani nude un finestrino della friabile Subaru M80 e un metallaro in età avanzata mi aveva fatto delle avances esplicite chiamandomi “rossa”.
Dopo il concerto il Collega ed io prendemmo accordi con il boss del locale  e divenimmo “i dj anomali del Sabotage”, nonostante fosse stato messo in chiaro che i København Store erano un’eccezione rispetto alle serate usuali.
Da allora ho cominciato ad amare varie caratteristiche del Sabotage, come l’ottima selezione di bevande alcoliche e la moquette nel gabbiotto del mixer, che mi permette di accasciarmi a terra quando non è il mio turno di manovrare gli attrezzi. Un altro aspetto positivo di questo lavoro retribuito in alcol è che mi induce a riascoltare i dischi che hanno martoriato la mia adolescenza. Quand’ero Margherita F sognavo di incontrare un giovane traumatizzato dal grunge proprio come me. Dato che il Collega si è rivelato essere questo giovane, sfruttiamo spesso le serate al Sabotage come momenti terapeutici, durante i quali rasentiamo l’ubriachezza e ci facciamo fare i complimenti dal boss per aver messo i Pond.
Il fatto che nessuno balli ha cessato di essere un problema dopo che una sera il Collega mise un pezzo degli A Place to Bury Strangers che comincia con una base elettronica e nel giro di un secondo si udì una bestemmia così forte da sovrastare la musica.
A questo si aggiungono plurimi dialoghi simili a questo, avvenuto tra la sottoscritta e un amico.
Io: “Sai che metto i dischi al Sabotage con Baldra?”
Amico: “Ah, allora siete voi quelli di cui mi ha detto Tal Dei Tali”
Io: “Cosa ha detto Tal Dei Tali?”
Amico: “Che ci sono questi due che mettono musica raccapricciante”
Io: “Ah. Grazie”

Se ignorassimo una serie di questioni chiave, tutto ciò potrebbe sembrare molto deprimente. Eppure non è così.
In primo luogo ho combattuto per anni nel vano tentativo di dimostrare ai miei coetanei berici che la musica di mio gradimento non è pallosa, “da donne”, ma soprattutto un qualcosa di radicamente altro rispetto al trash metal o alle schifezze che si sentono alla radio. O meglio, per certi versi lo è, ma questo non significa che sia sensato essere massimalisti e rifiutare tutto ciò che ad un primo ascolto sembra diverso dalle nostre usuali frequentazioni musicali. O sbaglio?
È proprio in virtù di ragionamenti di questo tipo che mi ostino a mettere i Battles al Sabotage. Tra l’altro sarebbero già filologicamente adeguati al luogo in questione (vedi alla voce Helmet), ma questo non è noto agli avventori.
Un’altra questione centrale è quella della legittimazione. Avendo subìto ogni genere di insulto e denigrazione da parte di soggetti di genere maschile convinti che dovessi necessariamente essere più ignorante di loro solo in quanto ragazza, ora mi diletto nel selezionare brani brutali e spigolosi e a dire che la mia conoscenza della “musica da uomini” copre aree più vaste di quella dei miei detrattori senza cervello.
Ad esempio mi piace molto mettere “Shiner” dei Rodan, perché non ho l’aspetto di una a cui potrebbe piacere e al contempo mi diverte l’idea che il mio pubblico stia gustando transitivamente anche una frazione dei Rachel’s.

In ultima analisi il senso del duo Teenage Lobotomy va ricondotto ad anni di isolazionismo autoimposto durante i quali l’unica consolazione parevano essere tutti quei dischi di gente morta da un pezzo.
Ora, quando indosso le mie cuffie giganti e contemplo la gente che si ubriaca, penso: “Ah, stronzi! Mi avete rovinato la vita e ancora lo fate, ma se vi serve un bel dj set a tema non andate mica dalla gente granitica che mette solo reggae o solo elettronica…”
A muovermi è dunque il risentimento e la prospettiva di far sculettare qualcuno bevendo gratis.
Sorprendentemente questa tattica ha funzionato, forse perché la gente ha notato la versalitità quasi maniacale che contraddistingue la sottoscritta e il Collega.
È stato così che il 7 dicembre ci siamo ritrovati a mettere i dischi durante un party nell’unico locale gay friendly della città. Il party in questione originariamente doveva chiamarsi Prega la Madonna. Poi è diventato Immaculate Conception. In ogni caso si è trattato di una festa anticlericale durante la quale ho bevuto un sacco di grappa e vagato con una foto di Ratzinger vestito da Babbo Natale appesa alla maglietta.
L’esperienza si è rivelata moderatamente catartica, considerando la città in cui ha avuto luogo e i miei precedenti presso istituti cattolici.

Poco importa che nel 90% dei casi i miei amici berici non si presentino ai miei dj set millantando giustificazioni ridicole. Sono abituata ad essere piantata in asso.
Ciò che conta veramente è che questa esperienza non fa altro che confermare la mia teoria secondo la quale Vicenza è un luogo infernale in cui tutto ti induce ad ubriacarti ancor prima del tramonto (in estate).
Se non altro ho trovato un modo divertente per farlo gratis.

* poco gradevole e di scarsa qualità

Si chiamano Surfing Machos ed è molto probabilmente una delle cose più complicate di cui si è scritto da queste parti. Progetto nato da Alessio Budetta (Orange) e d.m. (Eveline) propone una rilettura di testi di A.Blok e V. Majakovski’j attraverso un glitch pop a metà tra Brian Eno e concezioni psichedeliche quasi post come i mai tanto rimpianti Goodspeed you! Black Emperorche più che un ruolo accompagnatorio assumono una rilevanza pari alle parole recitate (quasi declamate) da Natalia Teplysheva (attrice).
Effettivamente potrebbe suonare il tutto più ostico di quello che effettivamente è, e in pratica un enorme trip letterario-musicale dai contorni scurissimi e che portano il fresco solo dalle prime note, tanto richiamano paesaggi spettrali e venti freddi.
Roba da mettere giù per chi ha il coraggio (ripagato) di ascoltarla, e soprattutto di farla.
Chapeau.

Surfing Machos - Myspace

Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.

Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

THE HORRORS

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.

Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!

Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

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L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.

Screen Vinyl ImageFever (Mp3)
Screen Vinyl ImageUntil the End of Time (Mp3)

Regina Il’ova Spektor è un po’ lo spauracchio della scena indie pop dei giorni nostri.
Mettiamo le carte sul tavolo, chiunque è spaventato da una pianista cantautrice russa con uno stile che è tanto confortevole per ragazzini in fase puberale quanto per trent’enni alienati dalla schiacciante ripetitività quotidiana.
Mentre ho scritto quest’ultima riga ero col braccio sinistro alzato.
E’ spaventato, dicevo perchè lo stile della Spektor affonda le dita nel sentimentalismo e nel art-pop, quello ai limiti del burlesque tutto singulti e aritmie melodiche.
Un esempio della portata di questo spauracchio è quel Begin to hope di 3 anni fa, un disco che sfornò una quantità di singoli e di canzoni ribatutte da pubblicità, serie tv, film che neanche gli U2 di The Joshua Tree.
Potere della vocina, dicevano molti, non rendendosi conto che Regina Spektor era qui per restare, anche perchè altrimenti non saremmo al suo sesto (il prossimo – in uscita a giugno) lavoro. Evidentemente qualcosa c’è.
Di silenzioso fino a tre anni fa e di stordente con quel disco lì che ne ha fatto una cosa enorme (forse anche più del dovuto) e che risulta ancora fresco e longevo.
Ora Far, in uscita a giugno e un singolo Laughing with che stende dal primo ascolto, uno di quelli che vi fa vivere il proprio serial a lieto fine preferito.
Insomma, aspettiamo porgendo la guancia all’ennesimo gancio di Regina. Sapendo che sarà kappaòtecnico

Regina Spektor - Laughing with (Mp3)

A volte, con il peso che va più su quasi mai che su non sempre, è il sendo di incompiutezza delle cose ad innalzarne il valore.
Ed è questo il caso che può riguardare il quinto lavoro di Tara Jane O’Neil A ways away, primo per la K Records di Calvin Johnson (per cui subito la pronuncia del nome da molti parte un “sia lode e gloria a Cristo”) per cui il vero punto di forza è il senso di incompiutezza e di tensione. Di nervosismo, a suo modo, stretto fa passaggi rarefatti di post rock e cantautorato a là Joni Mitchell (sembra un lavoro scritto in una delle tante incarnazioni di David Pajo, Papa M su tutti) senza la fretta, o meglio senza la volontà di portare a risoluzione con un ritornello facile o una chiosa prevedibile la cosa.
Ci si perde in A ways away, ci si perde (prendetelo come un punto di forza eh) quasi dal non rendersi conto del fatto che è un disco che sta suonando, quasi accompagnando le azioni rimanendo lì, nella sua discrezione. Presente la ragazzina che alla festa delle medie che stava in un angolo e per cui solo voi avevate quel debole che non vi sapevate spiegare. Ecco, quella era Tara Jane O’Neil. Senza tanti clamori, senza tanti strilli.
E con quel grande senso di incompiutezza che da quella festa lì non vi è mai andato nè su nè giù.

Tara Jane O’Neil sarà in concerto il 16 maggio alla Casa 139 con Mirah. Beato chi ci andrà

Edit: (grazie a Colas) saranno entrambe anche a Roma il 31 maggio all’Init

Tara Jane O’Neil - The Drowning (Mp3)

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Sentivate la mancanza? Ho ottenuto il permesso di oziare un poco da queste parti
ma sono stato richiamato all’ordine. Scherzo ovviamente…
Nel frattempo fra mille situazioni e impegni ho continuato ad ascoltare e consumare suoni. Da che parte ri-cominciare è stato difficile. Ho deciso per il caro vecchio ordine cronologico.
Questo è un disco che oramai è nei negozi da più di due mesi.
Trattasi di Running With the Beast del duo olandese zZz, nome alquanto bizzarro e fuorviante. Ed è un lavoro, lo dico subito, totalmente riuscito per chi si
abbevera alla fonte wave eighties e che purtroppo deve sorbirsi dischi e dischi
di tentativi di riattualizzare quel periodo con risultati spesso imbarazzanti.
Questi due orange invece fanno centro pieno, sia quando c’è da far ballare, valga
come esempio la traccia di apertura Lover, favolosa in tutti i suoi tre minuti con
intro lanciato ed esplosioni varie al suo interno, oppure la più eclettica Sign of
Love giocata quasi tutta sull’organo, per non parlare della title-track puro
Suicide-sound come un treno lanciato nella notte.
Il tutto gira attorno ad una batteria essenzialissima ed una serie di tasti più o
meno sintetici. Il batterista si occupa anche di dar voce alle composizioni e il suo
timbro aiuta a non perdersi totalmente nel deja-vu anni ’80.
L’accoppiata Amanda-Majeur fa intendere cosa sarebbe potuto venir fuori se Elvis
avesse salvato la pellaccia e avesse attraversato quel decennio.
La resa finale avviene con Angel, pura devozione alle ballad dark-gothic stile
Sisters of Mercy.
Visti dal vivo poco tempo fa a Roma davanti una cinquantina di persone (me ne
aspettavo qualcosa in più visto che un loro pezzo – Grip – è finito per essere
utilizzato in uno spot di una nota casa automobilistica torinese che ne ha ripreso
anche l’idea video
) hanno superato la prova live in maniera molto soddisfacente.
L’impressione è che in fondo siano due vecchi freak olandesi con la sola voglia di
intrattenere l’audience. E ci riescono benissimo.
zZz… chi dorme corre con la bestia…

zZz - Lover (mp3)
zZz - Amanda (mp3)

L’avevo promesso che non avrei parlato di PJ Harvey per un mese, quindi parlerò del nuovo bellissimo disco di John Parish, che casualmente vede coprotagonista PJ Harvey.
Passatemela su, siate buoni, è da un po’ che state assistendo al declino infantile di un uomo perchè fermare questa discesa agli inferi.
Per un disco così, A woman a man walked by il titolo, non ci sono scelte se non il traccia per traccia, perchè farne un tema unico, almeno per me, è impossibile

Black Hearted Love – è una di quelle tracce che ha la capacità di costituire il tema ideale di PJ Harvey, ad ascoltarla potrebbe essere incluso in uno qualsiasi dei suoi dischi “centrali”, da Is this Desire, a Stories a Uh Uh Her, guida una chitarra a tratti sinuosa e ruvida, un’esplosione centrale. Sembra una delle produzioni di Albini di In Utero.

Sixteen, Fifteen, Fourteen – quando la voce di PJ diventa quasi mantrica, una preghiera quasi da rock art cabaret, testo guidato da nomi di donna, si conclude in un qualcosa che sembra una delle zingarate alla Stones fine anni 70. Ipnotica e ossessiva

Leaving California – Voce in falsetto e un piano filtrato, una di quelle tracce che entrano di diritto tra le outtake di White Chalke, almeno come spirito. Evocativa, lancinante.

The Chair – Qui invece le atmosfere scendono ai tempi di Is This Desire, blu e diafane nella loro leggerezza e nel loro senso di incompiutezza, con break drammatici e sospesi.

April - PJ miagola (presente quando prenderesti a cazzotti in bocca le CocoRosie? Ecco), organo e batteria e basso a riempire. Sono convintissimo che a suo modo è una ballata tipica dello jazz club che può avere in mente una come lei. Distorta, scarsamente rassicurante e nera nella sua acidità

A woman a man walked by – dall’ascolto del cd era evidente alla terza traccia che PJ stesse ripercorrendo tutta la sua carriera, aspettavamo tutti il ritorno a Rid Of Me, furiosa, con batteria sincopata e un cantato tra la macchietta interpretativa, strilli e sospiri languidi. Fa molto discutere il suo strillo “I want your fuckin ass”. Forse non ci si rende conto che la Harvey fino a poco tempo fa (e tutt’ora vestita da signora della morte) canti “lick my legs I’m on fire”.

The Soldiers – E’ PJ Harvey che diventa un po’ Woodie Guthrie un po’ la mamma che sul bordo del letto canta la buonanotte. Minimale, rassicurante, bellissima. Un’altra che è collocabile per stile dalle parti di White Chalk, con un pianoforte spettrale e un organetto a fare i dueling banjos della situazione

Pig Will Not - Quando arrivate a questo punto fate una cosa. Spingete pausa, alzate al massimo e spaccatevici le orecchie. Questo è perchè per molti quella lì di Rid Of Me o di Dry non c’era più, era andata e affogata negli occhiali da sole e da una messa in piega. Auguri

Passionless, Pointless – Mi viene da dire atmosfere shoegaze, chitarre filtrate e in linea con un suono molto Slowdive, PJ sintonizza la sua voce che scalda e riempie i vuoti.

Cracks in the canvas – Il saluto del disco, recitato come guida per la voce mentre un’altra PJ lontanissima dietro interpreta il fantasma di sè stessa. Non so perchè ma mi fa venire in mente la Sweet Jane rifatta dai Cowboy Junkies. Brevissima eppure così completa.

Volevamo tutti il disco della definitiva (e non ce ne era bisogno, dopo White Chalk) consacrazione di quella che a conti fatti è l’artista femminile più importante e influente degli ultimi vent’anni. Eccocelo servito, su un piatto d’argento. Roba che bisognerebbe inventarsi un premio Nobel, per robe così.

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Ha senso scrivere di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective dopo la pioggia di consensi piovuta loro sul capo in queste prime settimane del nuovo anno?
Da Pitchfork a Wire e giù in cascata è tutto uno sbrodolarsi addosso con frasi che vanno dal disco dell’anno al disco del mese, tranne rarissime eccezioni.
Avrebbe senso se partissi con una stroncatura coi fiocchi ma obiettivamente non è questo l’intento del post.
Proprio non posso parlare male di un disco simile.
Psichedelia magistrale scorre nella quasi ora che si spende per tale ascolto, suoni perfetti amalgamati ad intrecci vocali ultraterreni.
Intrecci che in alcune tracce mi riportano alla mente il periodo d’oro shoegaze ma forse questa è una deformazione mia.
Insisto sull’uso delle voci non a caso. Riescono a dare quel qualcosa in più che rendono questo lavoro importante, lo portano in un mondo originale e inesplorato. Gospel e blues.
Evitano che l’ascolto non si trasformi “solo” in un viaggio psichedelico alterato.
E lo fanno svettare alto. Si, è il disco del momento.
Ma allora perchè queste poche righe? Fondamentalmente per porre un quesito piccolo piccolo, che sarebbe la giustificazione di tutto il post.
Ma dove erano tutti quando solo quattro mesi fa usciva Snowflake Midnight dei Mercury Rev?

Che ha di diverso Jessica Lea Mayfield da qualsiasi altra chanteuse con una chitarra in mano?
Innanzitutto è stata la prima ragazza ad apparire come guesti in un disco dei Black Keys.
‘Aspita – direte voi – siamo frastornati dalla notizia.
Ok. Jessica Lea Mayfield è una di cui sentiremo parlare e per tanto tempo, perchè con da quei Black Keys (ok non loro, Dan Auerbach) si è fatta produrre il suo disco With Blasphemy, So Heartfelt un disco che non esito a definire spettacolare.
La diciannovenne di Akron (cribbio quel paese lì sarà una merda ma tira fuori gente di diciotto anni come lei, Conor Oberst e una sfilza infinita, qui i Dari, perdio) infatti mette in fila una collana di canzoni oscure e malinconiche, scarne nella costruzione che vagano tra lo slow core e l’alt folk.
Non vi aspettate una cosa dal sapore agrodolce perchè qui di dolce c’è pressochè nulla, un disco da chiudersi in un lettore e consumarlo fino all’ultima nota, anche se fa male anche se di speranza ne lascia poche.
Un disco che ha richiami diretti i Low e Cat Power per il mood per il timbro inequivocabilmnte Beth Orton, non quella rivista e corretta dal Mississippi di questi due anni ma quella di Moon Pix.
E’ un paragone grosso lo so, eppure lo merita.
Poi oh magari sbaglio io che non so sentire alto, ma non trovo altri aggettivi per questo disco se non meravigliosamente stordente.

Jessica Lea Mayfield – The one that I love best (Mp3)

Tra le cose mai troppo curate di questi anni sicuramente i Dresden Dolls occupano una posizione alta. Non ne ho mai capito il motivo principale, eccessiva radiofonicità (mica vero), talento ingombrante (può darsi), una qualche valutazione nel merito che è “troppo comodo ora suonare in due” (obiezione per lo più idiota), troppo elevati da non essere considerati pop (questa è la peggiore, pardon).
I Dresden Dolls forse hanno pagato l’essere totalmente fuori da schemi preconfezionati tanto da nom potere essere inseriti in nessun campo musicale, uno di quei gruppi che nei negozi di dischi, nelle librerie fa “scaffale a sè”. Art rock, punk cabaret, brechtian punk cabaret, ci hanno provato in tutte le maniere a definire un genere fatto di interpretazione, fondamentalmente, un pilastro enorme posato nelle e sulle spalle di Amanda Palmer, splendida 32enne che con un trucco eccessivo fa di canzoni delle vere e proprie performance di livello teatrale (e basta per questo vedere qualche video su youtube) che cambiano un po’ il concetto di live e in un certo senso di canzone.
Amanda Palmer, alla fine, si è buttata e dopo una serie di cover (che hanno passato in rassegna di tutto, dalla Umbrella Rihann-ica ai Death Cab for Cutie) si è messa nelle mani di Ben Folds respirando a pieni polmoni nel suo lavoro solista Who killed Amanda Palmer? (di chiara ispirazione Lynchiana). Un lavoro diverso come struttura, scrittura e anche perchè no, impatto, dai dischi e dai lavori targati Dresden Dolls.
Più semplice, meno sincopato e giocato sui nervi; più sostanzialmente (e inevitabilmente) egocentrico.
Un disco che comunque è rock, nel profondo e vive anch’esso (ma è inevitabile visto il personaggio) della sua enorme dote interpretativa. Ecco, un disco in cui sembra che le sue mani escano dalle cuffie e ti sbattano la testa su tutti gli spigoli disponibili, potente nelle melodie libero dalle dinamiche piano batteria (ed è evidente che Viglione – batterista dei Dresden Dolls – abbia un ruolo fondamentale nella stesura dei brani del gruppo soprattutto dopo avere ascoltato Who killed), quasi una respirata a pieni polmoni dopo due settimane d’afa. Se possibile Amanda Palmer dopo la sua versione di rock si trova ora di fronte alla sua versione di pop, o di alt pop coinvolgendo Ben Folds in primis ma anche St.Vincent e il chitarrista dei Dead Kennedys, senza lasciare punti di riferimento se non l’utilità alla causa.
Roba da non capirci niente ma roba che lascia il segno. Si stampa come il suo timbro inconfondibile ti prende e ti porta definitely via.

Amanda Palmer – Astronaut (A Short History Of Nearly Nothing) (Mp3)

Heavy Rotation

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