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Sì che questa canzone è ormai solo un ricordo perchè effettivamente Piero Pelù e Ghigo Renzulli il grande passo poi l’hanno fatto veramente, il verso in questione però è ormai il leit motif per quei gruppi che hanno deciso di separarsi e che magari hanno deciso di continuare ognuno per conto suo ma che per noi ascoltatori evidentemente proprio la stessa cosa non è.
Mi vengono in mente i Pavement e gli Arab Strap per dirne due.
Ma soprattutto gli Oasis. Io Oasisss tornate insiemee ho iniziato a cantarlo dal giorno dopo lo scioglimento perchè pur avendo una fortissima sensazione che Noel Gallagher da solo valga quasi quanto il gruppo intero mancherebbe sempre e comunque qualcosa.
Se Liam, con Gem Archer e Andy Bell ha già annunciato che per ottobre dovrebbe uscire un nuovo singolo (non si sa ancora a che nome e che progetto) di Noel si aspetta un doppio concerto live il 25 e il 26 marzo; la situazione per ora non sembra portare a spiragli di nessun tipo. Purtroppo.
Tranne per Noel chiamato dall’Adidas nell’ennesimo spot ammucchiata (con Snoop, Beckham e frattaglie varie) assieme a Ian Brown. Una di quelle cose che più guardo e più non capisco se sia una cosa buona o no.
Ecco, il fatto di vederlo suonare acustico, per strada, un certo effetto lo fa. Sperando che non sia tristemente premonitore.
we put this festival on you bastards
with a lot of love
we worked for one year for you pigs
and you want to break our walls down?
you want to fuckin’ destroy us?
well you go to hell
Immaginavo che succedesse, non ora magari ma che prima o poi succedesse.
O lo speravo, lo speravo in fondo al cuore che gli Oasis non sarebbero mai finiti come i Rolling Stones. Quello che è successo se non lo sapete già (cosa che potrebbe essere semmai la vostra residenza sia Marte) è che gli Oasis non ci sono più. O meglio che Noel Gallagher ha preferito fare armi e bagagli e lasciare il gruppo.
A conti fatti ad oggi della formazione di Definitely Maybe rimane solo il fratello di Noel, Liam. Certo che poi la formazione attuale sia eoni anni luce migliore della precedente (vuoi solo per la presenza di Gem Archer) è un altro discorso ma la dice un po’ tutta sull’importanza di un marchio. E sulle canzoni scritte dai due, in effetti, proprietari del gruppo.
E’ tutto comunque documentato perfettamente qui, a me non va di parlare dei perchè e per come di tutto questo. Me ne fotte un cazzo.
Due fratelli litigano e litigheranno sempre, due Gallagher è un miracolo se sono arrivati a 40 anni senza ammazzarsi. Questa è l’unica verità.
Quello che volevo scrivere riguarda le canzoni, un po’ quel tipo di post con cui si dicono quelle dieci canzoni che non ti dice mai nessuno degli Oasis e che quindi a occhio e croce non sono qui (perchè vuoi o non vuoi, amali o odiali quelle canzoni lì ce ne hanno forse 4-5 gruppi in circolazione, questi sono i fatti, questa è la realtà).
1) Columbia
E questa è la versione di Knebworth, 1994, e Noel che strilla “this is history, this is history, right now, this is history” è quasi un marchio storico e personale, una special i.d. E’ “essere Noel”. E la canzone in sè è per me il simbolo dell’era brit-pop, con I wanna be adored degli Stone Roses
2) Whatever
Canzone che fu inclusa nella ristampa di Definitely Maybe e con quel giro di chitarra che è un po’ marchio Oasis. Noel che mangia le patatine e i cori da stadio nel finale “o-a-sis o-a-sis”. Hooligan pop.
3) Hello
La canzone di apertura che ogni gruppo potrebbe avere, ma non ha. It’s good to be back. Scommettiamo che sarà il nome del tour della reunion?
4) D’y know what I mean
Conosciuta anche “manie di grandezza”. Il mio primo viaggio a Londra è costellato di ricordi di pubblicità ovunque, OVUNQUE, che annunciavano l’uscita di Be here now, la canzone è sostanzialmente Wonderwall rallentata. Mai capito perchè Noel odi questo disco.
5) Fuckin’ in the bushes
Strumentale, usato anche da Guy Ritchie su the Snatch, semplicemente il miglior intro da concerto mai pensato e creato. Poi dice che uno diventa coatto o si crede un Gallagher. Cazzo, io con una canzone così già tanto se non mostro il culo a centomila persone
6) Half the world away
Certe canzoni non le scrivono tutti, questa ne è l’esempio principe
7) Little by little
Il difetto dichiarato da molti in questa ballatona quasi power pop è un po’ il cantato da pub di Noel. Per me qualsiasi variazione sul tema non l’avrebbe mai e poi mai resa incisiva quanto è così.
8) Hindu Times
E’ la Columbia presa, smantellata e rivista col triplo della coattaggine degli esordi. La canzone in cui gli Oasis sono tali per definizione (God give me soul in your rock and roll band)
9) Waiting for the rapture
Ok è Five to one dei Doors in maniera abbastanza palese. Però vedi il discorso sopra del gruppo che ha deciso di esporsi nel proprio coattismo
10) Gas panic
Gli Oasis hanno avuto a tratti un lato psychedelico che molto probabilmente rimpiangeranno di non avere approfondito abbastanza ed avere abbandonato troppo presto. Canzone gemma. Anzi, canzone capolavoro
- Bag it up: è la canzone che ti frega da subito, la voce non sembra di nessuno dei Gallagher e dici “cavoli ho beccato il fake che magari leggo recensito tra un mese da qualche parte” e invece dopo i primi minuti è svelato l’arcano sono tutte e due le voci dei fratelli incrociate. Traccia guidate da un loop di chitarra che viene dritto dritto dai T Rex (nuovo punto di riferimento per la costruzione dei pezzi a quanto pare) e che nel finale chiude con orchestra. L’effetto è memorabile nella sua compostezza e per la misura. Diciamo che questa è probabilmente la canzone con cui apriranno i live. Non ce n’è.
-The turning: è il ritorno al passato e neanche al proprio di passato, canzone venata da arie di memoria Stone Roses, e più indietro ovviamente Beatles praticamente è solo ritornello. Gli arrangiamenti sono ricchissimi, la guida e l’idea è sempre quella di un disco di chitarre anche se qui e lì organi moog pitturano la scena con scritte 70′s. La chiusura finale con la citazione di Dear Prudence è pura commozione, è forse il primo omaggio dichiarato ai fab four
-Waiting for the rapture: e qui tornano i T Rex (che vi giuro a scriverlo fa più strano che a sentirlo, l’effetto è godibilissimo). Canta Noel che stavolta si effetta la voce come ai tempi di Force of Nature, l’incedere è in battere traccia finta lenta, una delle migliori del disco (e per questo credo la canti lui) concisa e molto diretta, diventa un’orgia di chitarre e chiude senza tanti fronzoli.
-The shock of the lightning: il singolo, che si è sentito e risentito. Lontano però dal resto del disco nel suo essere “Oasis” è comunque una delle loro migliori da anni. Prevedibilissimo l’effetto ola dal vivo.
-I’m outta time: è un incrocio tra un brano di quelli belli lentoni di Paul Weller e uno di qualsiasi disco solista di Lennon, cadenzato, cantato per l’appunto molto Lennon assoletto di chitarra melò. Bello l’effetto, soprattutto nell’economia del disco (più che per il valore in sè)
-(Get off your) High horse lady: e due, che il secondo brano migliore del disco (e il più fuori produzione) lo prenda Noel alla voce. Quasi stomp è una pseudo ballatona su cui l’effetto estraniante è dato dal filtro radiolina sulla voce. Sembra un pezzo dei primissimi dischi dei Gomez.
-Falling Down: ancora Noel alla voce, brano psych rock su cui sarebbe stato bello sentire elettronica (e infatti già ci hanno messo le mani su i Chemical Brothers) la resa però probabilmente voleva essere data con mezzi analogici. Del resto c’è chi dice che gli antenati degli Air siano i Pink Floyd no?
-To be where there’s life: Sitar. E dovrei chiudere così. Diciamo che è la più chiara ed evidente dimostrazione che gli Oasis volevano lasciare il segno intangibilli delle registrazioni ad Abbey Road. Così capite anche che tipo di brano è.
-Ain’t got nothing: due minuti e tutta chitarra, gli Oasis sono anni che provano a scrivere la propria My Generation, non ci siamo ancora ma è giusto continuare a provare. Del resto fare brani rock di due minuti scarsi con il riffone e renderle per l’appunto rock è l’impresa più complicata che ricordi dal far vincere la juve due partite di fila senza Trezeguet.
-The Nature of reality: ancora T Rex soprattutto nel riffone che tiene su tutta la canzone, cadenzato da una batteria tribale, semicitazione anche di Helter Skelter, una di quelle nate da una jam e si sente soprattutto per il fatto che una struttora vera e propria non ce l’abbia. Il brano inutile del disco, senza cui nessun disco sarebbe un buon disco ovviamente.
-Soldier on: sembra che da un momento all’altro parta Paul Weller a cantare (e non sarebbe una cosa brutta, anzi) brano che sembra uscito dai fine settanta a metà tra la ballata tutta basso e batteria con tamburelli. Immaginatela un po’ come una chiusura in quiete, la canzone fatta dagli amici prima di levarsi dalle balle da casa tua. Superba, almeno in questo effetto.
Io lo dico e stavolta senza un minimo di piaggeria nei confronti dei Manchesterini, l’approccio al disco è stato disilluso, per giunta condizionato dal fatto che il singolo nel suo essere troppo Oasis un po’ mi aveva portato via la voglia di affrontare un lavoro che aveva tutto per sembrare compiacente e auto-referenziale. Invece è probabilmente il disco migliore del gruppo, escluso l’uno due iniziale, proprio perchè è veramente poco Oasis, il suono è cambiato definitivamente da due dischi a questa parte e forse tra anni, nei libri del rock si capirà quanto sia stato importante l’ingresso di Gem Archer nel gruppo che con la sua scrittura ha letteralmente stravolte.
Grazie Gem, di cuore.
Leggete i riferimenti nelle tracce, Beatles, Gomez, Pink Floyd, T Rex, Stone Roses, difficile pensare a qualcosa di brutto che possa uscire da un minestrone così, ok. Difficile anche fare un disco di questa portata qui e non sbracare in nessuno dei sensi proposti. Facciamo così, da Abbey Road è uscito il loro quasi capolavoro. Il loro Abbey Road, appunto.
Maffaro. Chiedetelo a chi mi ci chiama ancora dopo anni.
E’ lo slogan che nasconde un fan Oasis (e nasce da un’esclamazione di Liam Gallagher ad un live), cosa che da sempre (e senza vergognarmi di nulla) sono.
E rimango.
Non ci posso fare nulla, a me il grido O-A-SIS O-A-SIS, fa venire la pelle d’oca, la stronzaggine di Noel Gallagher è un modello (ed è un purissimo caso che io suoni le due chitarre che suona Noel, una Les Paul e una 305) c’è affetto devo dire che professo in maniera non umana. Degli Oasis in fondo non mi sento un fan musicale ma un vero tifoso. Quanto la Roma, mi scatta la stessa cosa dentro.
Viene quasi da dire che è una fede, più che altro. Molti (tristemente-per loro) non capiscono e scimmiottano. Non è facile capire.
Me ne rendo conto.
Fate un conto che questo sia uno di quei post scritti come ne avete letti tanti, da fan assoluti dei R.E.M., di Springsteen, dei Built to Spill.
Ma degli Oasis.
So che è una battaglia persa ma la maggior parte delle volte cerco di indorare la pillola consigliando, tutti indistintamente (o quasi) i dischi dei fratelli Gallagher, lo faccio come gioco, essere convincente dico. Il fatto è che è fuori il nuovo ottimo (inaspettatamente) singolo e colgo l’occasione della mini-guida pretenziosa e scostumatamente di parte (ma le penso veramente queste cose) per la discografia.
Definitely Maybe
Anche il più partigiano e anti Madchester non può non riconoscere il valore enorme di un disco come questo.
Voglio dire, ci sono gli snob che sono sempre stati coi Blur, la gente de core è sempre stata con gli Oasis. Questo qui è un disco tutto cuore, pochi calcoli.
Se poi si aggiunge che nella seconda versione uscì con l’aggiunta di Whatever (una delle loro canzoni migliori di sempre) se non è perfezione poco ci manca.
Cazzo, ma l’avete mai sentita Columbia?
(What’s the story) Morning glory?
Ha poco, pochissimo di sbagliato, e sì non è puro e sanguigno come l’esordio ma è evidente che contenga perle assolute (tolti i singoli strappamutande) ma anche qui, la title track o Cast no shadow sono anthem veri e propri
Cazzo, ma avete mai sentito dal vivo Don’t look back in anger?
(Caso mai non aveste presente l’impatto live di alcune canzoni del gruppo di cui stiamo parlando)
Be Here Now
Fu ed è considerato (direi a torto) il passo falso degli Oasis, la classica montagna che ha partorito il topolino, eppure oh, non ci trovo nulla di sbagliato, anzi, Magic Pie e My big mouth, sono canzoni che si nascondono bene; il fatto è che il disco sia per lo più da considerarsi pop rock tiratissimo che fa cagare anche a chi l’ha scritto (vedi Noel) ma che forse è stato il vero esperimento degli Oasis. Un po’ come se fossero diventati i Metallica del pop.
Louder faster.
The Masterplan
Chiunque ami particolarmente gli Oasis sa che le migliori canzoni molto spesso sono tra le loro b-sides. The Masterplan (che è una raccolta ed è un po’ fuori categoria) mi spingo a dire che è senza ombra di dubbio il loro miglior disco.
Ehhhhh! direte voi.
Talk tonight dico io, e vi accompagno alla porta.
Ascoltatelo dico io, anche se è lungo, e probabilmente vi renderete conto che la cosa migliore che potesse uscire da Manchester ce l’avete nello stereo.
Mimo il gesto della sega a chi parla di Stone Roses (e via su nei commenti a dire “gne gne gne se non c’erano gli Stone Roses non c’erano gli Oasis” – il gesto della sega continua alla stessa maniera)
Standing on the shoulders of giants
Il classico quarto disco del gruppo che cerca di cambiare aria. L’hanno fatto peraltro anche in maniera molto convinta, i brani sono buoni (certo non tutti, una metà ad essere faziosi). Gas Panic e Who feels love come manifesto di una sonorità virata verso la psichedelia anni 70 (che era un po’ un migliorare il discorso aperto con Champagne Supernova), quindi se vi fanno schifo quello lasciate perdere.
Ha il pregio di avere Fuckin’ in the bushes, strumentale che apre tutti i live degli Oasis. Roba da veramente uscire di testa al terzo secondo.
Heathen Chemistry
E’ l’inizio dell’evoluzione del suono Oasis, che iniziano a scrivere in modalità democratica (leggi anche Gem Archer e Liam Gallagher oltre a Noel) e i frutti si iniziano a vedere.
Certo è forse il disco con meno canzoni “belle” e “Oasis” stampato però ci sono prove confortanti, tipo la Songbird scritta da Liam e la pub song cantata ovviamente da Noel, Little by little, strano che le migliori siano due ballad, il che è indicativo.
Al primo singolo sembrava fosse un disco che dovesse piegare in due il mondo, The Hindu Times in effetti è un altro pezzo superiore. Rock però. Gruppi camperebbero vite intere per scrivere un pezzo solo così.
Uno ma così.
Don’t believe the truth
Il disco del gol al novantesimo della squadra del cuore, perfetto, come non ne facevano da anni.
Semplicemente gli Oasis ora hanno un suono, sono un gruppo e non più un monopolio e scrivono grandissime canzoni che suonano senza difficoltà anche sentita alla radiolina del bar.
Lyla era il dribbling sulla fascia che ti fa già immaginare quello che succede poi Mucky Fingers (uno dei più bei omaggi ai Velvet Underground che io ricordi) e Part of the queue il cross e il gol.
E urlo. Ancora.
O-A-SIS O-A-SIS
Oasis – The shock of lighting (Mp3)
