La fine del tempo
23 giovedì feb 2012
Posted in britpop
23 giovedì feb 2012
Posted in britpop
06 martedì dic 2011
Posted in artcore, britpop, comics, electro, emo, folk, hardcore, life's a mess, metal, milestones, mixtape, post rock, punk, shoegaze, support your local record store
Tag
acquisti indiscriminati, Cattaruzza, comportamenti ossessivi compulsivi pericolosi per la propria sussistenza economica, Cure, Gorilla Biscuits, Growing Concern, hoarders, incapacità momentanea d'intendere e di volere, ossessioni da bava alla bocca, Pianos become the Teeth, Radiohead, Sottopressione, Therapy?, Vinili colorati, Zabriskie Point
Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.
Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa. Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.
21 lunedì feb 2011
I wanna be adored è una delle canzoni anthem della mia generazioni, in parte anche di quella dopo per cui gli Stone Roses erano di quel mucchio lì “quelli che non c’erano più e non ci sarebbero mai più stati” e per cui rimangono battute come su Shaun of the dead (scena del tentato omicidio dei primi zombie con lancio dei vinili “Second Coming?” “I like it” sciogliendo uno dei dubbi più grandi del brit pop o quello che era ovvero “se era veramente una merda o una roba bellissima”.
Io accendo sempre la seconda in tal caso.
Fatto sta che I wanna be adored te la vedevi spuntare ovunque anche in Green Street Hooligans (qui arrivato solo come Hooligans) una roba per cui ci stava tranquillamente che su una canzone così fosse legittimo dare e prendere cartoni ed esserne soprattutto felice. Soprattutto se poi te la dai con tua sorella e con un suv e lasci gli altri a scannarsi.
Che succede a questo punto che un gruppo svedese di quelli da me al tempo molto amato, ma che ad oggi non ne imbrocca neanche una, leggi Raveonettes, prende e mette su una cover di suddetto anthem.
Copia carbone in piena regola per cui ci si interroga sulla necessità il significato o quello che è. Noi prendiamo e scritto play. Chi vuole un cartone in bocca?
25 giovedì mar 2010
Sì che questa canzone è ormai solo un ricordo perchè effettivamente Piero Pelù e Ghigo Renzulli il grande passo poi l’hanno fatto veramente, il verso in questione però è ormai il leit motif per quei gruppi che hanno deciso di separarsi e che magari hanno deciso di continuare ognuno per conto suo ma che per noi ascoltatori evidentemente proprio la stessa cosa non è.
Mi vengono in mente i Pavement e gli Arab Strap per dirne due.
Ma soprattutto gli Oasis. Io Oasisss tornate insiemee ho iniziato a cantarlo dal giorno dopo lo scioglimento perchè pur avendo una fortissima sensazione che Noel Gallagher da solo valga quasi quanto il gruppo intero mancherebbe sempre e comunque qualcosa.
Se Liam, con Gem Archer e Andy Bell ha già annunciato che per ottobre dovrebbe uscire un nuovo singolo (non si sa ancora a che nome e che progetto) di Noel si aspetta un doppio concerto live il 25 e il 26 marzo; la situazione per ora non sembra portare a spiragli di nessun tipo. Purtroppo.
Tranne per Noel chiamato dall’Adidas nell’ennesimo spot ammucchiata (con Snoop, Beckham e frattaglie varie) assieme a Ian Brown. Una di quelle cose che più guardo e più non capisco se sia una cosa buona o no.
Ecco, il fatto di vederlo suonare acustico, per strada, un certo effetto lo fa. Sperando che non sia tristemente premonitore.
02 mercoledì set 2009
Posted in britpop
we put this festival on you bastards
with a lot of love
we worked for one year for you pigs
and you want to break our walls down?
you want to fuckin’ destroy us?
well you go to hell
Immaginavo che succedesse, non ora magari ma che prima o poi succedesse.
O lo speravo, lo speravo in fondo al cuore che gli Oasis non sarebbero mai finiti come i Rolling Stones. Quello che è successo se non lo sapete già (cosa che potrebbe essere semmai la vostra residenza sia Marte) è che gli Oasis non ci sono più. O meglio che Noel Gallagher ha preferito fare armi e bagagli e lasciare il gruppo.
A conti fatti ad oggi della formazione di Definitely Maybe rimane solo il fratello di Noel, Liam. Certo che poi la formazione attuale sia eoni anni luce migliore della precedente (vuoi solo per la presenza di Gem Archer) è un altro discorso ma la dice un po’ tutta sull’importanza di un marchio. E sulle canzoni scritte dai due, in effetti, proprietari del gruppo.
E’ tutto comunque documentato perfettamente qui, a me non va di parlare dei perchè e per come di tutto questo. Me ne fotte un cazzo.
Due fratelli litigano e litigheranno sempre, due Gallagher è un miracolo se sono arrivati a 40 anni senza ammazzarsi. Questa è l’unica verità.
Quello che volevo scrivere riguarda le canzoni, un po’ quel tipo di post con cui si dicono quelle dieci canzoni che non ti dice mai nessuno degli Oasis e che quindi a occhio e croce non sono qui (perchè vuoi o non vuoi, amali o odiali quelle canzoni lì ce ne hanno forse 4-5 gruppi in circolazione, questi sono i fatti, questa è la realtà).
1) Columbia
E questa è la versione di Knebworth, 1994, e Noel che strilla “this is history, this is history, right now, this is history” è quasi un marchio storico e personale, una special i.d. E’ “essere Noel”. E la canzone in sè è per me il simbolo dell’era brit-pop, con I wanna be adored degli Stone Roses
2) Whatever
Canzone che fu inclusa nella ristampa di Definitely Maybe e con quel giro di chitarra che è un po’ marchio Oasis. Noel che mangia le patatine e i cori da stadio nel finale “o-a-sis o-a-sis”. Hooligan pop.
3) Hello
La canzone di apertura che ogni gruppo potrebbe avere, ma non ha. It’s good to be back. Scommettiamo che sarà il nome del tour della reunion?
4) D’y know what I mean
Conosciuta anche “manie di grandezza”. Il mio primo viaggio a Londra è costellato di ricordi di pubblicità ovunque, OVUNQUE, che annunciavano l’uscita di Be here now, la canzone è sostanzialmente Wonderwall rallentata. Mai capito perchè Noel odi questo disco.
5) Fuckin’ in the bushes
Strumentale, usato anche da Guy Ritchie su the Snatch, semplicemente il miglior intro da concerto mai pensato e creato. Poi dice che uno diventa coatto o si crede un Gallagher. Cazzo, io con una canzone così già tanto se non mostro il culo a centomila persone
6) Half the world away
Certe canzoni non le scrivono tutti, questa ne è l’esempio principe
7) Little by little
Il difetto dichiarato da molti in questa ballatona quasi power pop è un po’ il cantato da pub di Noel. Per me qualsiasi variazione sul tema non l’avrebbe mai e poi mai resa incisiva quanto è così.
8) Hindu Times
E’ la Columbia presa, smantellata e rivista col triplo della coattaggine degli esordi. La canzone in cui gli Oasis sono tali per definizione (God give me soul in your rock and roll band)
9) Waiting for the rapture
Ok è Five to one dei Doors in maniera abbastanza palese. Però vedi il discorso sopra del gruppo che ha deciso di esporsi nel proprio coattismo
10) Gas panic
Gli Oasis hanno avuto a tratti un lato psychedelico che molto probabilmente rimpiangeranno di non avere approfondito abbastanza ed avere abbandonato troppo presto. Canzone gemma. Anzi, canzone capolavoro
28 domenica set 2008
Posted in britpop
- Bag it up: è la canzone che ti frega da subito, la voce non sembra di nessuno dei Gallagher e dici “cavoli ho beccato il fake che magari leggo recensito tra un mese da qualche parte” e invece dopo i primi minuti è svelato l’arcano sono tutte e due le voci dei fratelli incrociate. Traccia guidate da un loop di chitarra che viene dritto dritto dai T Rex (nuovo punto di riferimento per la costruzione dei pezzi a quanto pare) e che nel finale chiude con orchestra. L’effetto è memorabile nella sua compostezza e per la misura. Diciamo che questa è probabilmente la canzone con cui apriranno i live. Non ce n’è.
-The turning: è il ritorno al passato e neanche al proprio di passato, canzone venata da arie di memoria Stone Roses, e più indietro ovviamente Beatles praticamente è solo ritornello. Gli arrangiamenti sono ricchissimi, la guida e l’idea è sempre quella di un disco di chitarre anche se qui e lì organi moog pitturano la scena con scritte 70′s. La chiusura finale con la citazione di Dear Prudence è pura commozione, è forse il primo omaggio dichiarato ai fab four
-Waiting for the rapture: e qui tornano i T Rex (che vi giuro a scriverlo fa più strano che a sentirlo, l’effetto è godibilissimo). Canta Noel che stavolta si effetta la voce come ai tempi di Force of Nature, l’incedere è in battere traccia finta lenta, una delle migliori del disco (e per questo credo la canti lui) concisa e molto diretta, diventa un’orgia di chitarre e chiude senza tanti fronzoli.
-The shock of the lightning: il singolo, che si è sentito e risentito. Lontano però dal resto del disco nel suo essere “Oasis” è comunque una delle loro migliori da anni. Prevedibilissimo l’effetto ola dal vivo.
-I’m outta time: è un incrocio tra un brano di quelli belli lentoni di Paul Weller e uno di qualsiasi disco solista di Lennon, cadenzato, cantato per l’appunto molto Lennon assoletto di chitarra melò. Bello l’effetto, soprattutto nell’economia del disco (più che per il valore in sè)
-(Get off your) High horse lady: e due, che il secondo brano migliore del disco (e il più fuori produzione) lo prenda Noel alla voce. Quasi stomp è una pseudo ballatona su cui l’effetto estraniante è dato dal filtro radiolina sulla voce. Sembra un pezzo dei primissimi dischi dei Gomez.
-Falling Down: ancora Noel alla voce, brano psych rock su cui sarebbe stato bello sentire elettronica (e infatti già ci hanno messo le mani su i Chemical Brothers) la resa però probabilmente voleva essere data con mezzi analogici. Del resto c’è chi dice che gli antenati degli Air siano i Pink Floyd no?
-To be where there’s life: Sitar. E dovrei chiudere così. Diciamo che è la più chiara ed evidente dimostrazione che gli Oasis volevano lasciare il segno intangibilli delle registrazioni ad Abbey Road. Così capite anche che tipo di brano è.
-Ain’t got nothing: due minuti e tutta chitarra, gli Oasis sono anni che provano a scrivere la propria My Generation, non ci siamo ancora ma è giusto continuare a provare. Del resto fare brani rock di due minuti scarsi con il riffone e renderle per l’appunto rock è l’impresa più complicata che ricordi dal far vincere la juve due partite di fila senza Trezeguet.
-The Nature of reality: ancora T Rex soprattutto nel riffone che tiene su tutta la canzone, cadenzato da una batteria tribale, semicitazione anche di Helter Skelter, una di quelle nate da una jam e si sente soprattutto per il fatto che una struttora vera e propria non ce l’abbia. Il brano inutile del disco, senza cui nessun disco sarebbe un buon disco ovviamente.
-Soldier on: sembra che da un momento all’altro parta Paul Weller a cantare (e non sarebbe una cosa brutta, anzi) brano che sembra uscito dai fine settanta a metà tra la ballata tutta basso e batteria con tamburelli. Immaginatela un po’ come una chiusura in quiete, la canzone fatta dagli amici prima di levarsi dalle balle da casa tua. Superba, almeno in questo effetto.
Io lo dico e stavolta senza un minimo di piaggeria nei confronti dei Manchesterini, l’approccio al disco è stato disilluso, per giunta condizionato dal fatto che il singolo nel suo essere troppo Oasis un po’ mi aveva portato via la voglia di affrontare un lavoro che aveva tutto per sembrare compiacente e auto-referenziale. Invece è probabilmente il disco migliore del gruppo, escluso l’uno due iniziale, proprio perchè è veramente poco Oasis, il suono è cambiato definitivamente da due dischi a questa parte e forse tra anni, nei libri del rock si capirà quanto sia stato importante l’ingresso di Gem Archer nel gruppo che con la sua scrittura ha letteralmente stravolte.
Grazie Gem, di cuore.
Leggete i riferimenti nelle tracce, Beatles, Gomez, Pink Floyd, T Rex, Stone Roses, difficile pensare a qualcosa di brutto che possa uscire da un minestrone così, ok. Difficile anche fare un disco di questa portata qui e non sbracare in nessuno dei sensi proposti. Facciamo così, da Abbey Road è uscito il loro quasi capolavoro. Il loro Abbey Road, appunto.
03 mercoledì set 2008
Maffaro. Chiedetelo a chi mi ci chiama ancora dopo anni.
Definitely Maybe
Anche il più partigiano e anti Madchester non può non riconoscere il valore enorme di un disco come questo.
Voglio dire, ci sono gli snob che sono sempre stati coi Blur, la gente de core è sempre stata con gli Oasis. Questo qui è un disco tutto cuore, pochi calcoli.
Se poi si aggiunge che nella seconda versione uscì con l’aggiunta di Whatever (una delle loro canzoni migliori di sempre) se non è perfezione poco ci manca.
Cazzo, ma l’avete mai sentita Columbia?
(What’s the story) Morning glory?
Ha poco, pochissimo di sbagliato, e sì non è puro e sanguigno come l’esordio ma è evidente che contenga perle assolute (tolti i singoli strappamutande) ma anche qui, la title track o Cast no shadow sono anthem veri e propri
Cazzo, ma avete mai sentito dal vivo Don’t look back in anger?
(Caso mai non aveste presente l’impatto live di alcune canzoni del gruppo di cui stiamo parlando)
Be Here Now
Fu ed è considerato (direi a torto) il passo falso degli Oasis, la classica montagna che ha partorito il topolino, eppure oh, non ci trovo nulla di sbagliato, anzi, Magic Pie e My big mouth, sono canzoni che si nascondono bene; il fatto è che il disco sia per lo più da considerarsi pop rock tiratissimo che fa cagare anche a chi l’ha scritto (vedi Noel) ma che forse è stato il vero esperimento degli Oasis. Un po’ come se fossero diventati i Metallica del pop.
Louder faster.
The Masterplan
Chiunque ami particolarmente gli Oasis sa che le migliori canzoni molto spesso sono tra le loro b-sides. The Masterplan (che è una raccolta ed è un po’ fuori categoria) mi spingo a dire che è senza ombra di dubbio il loro miglior disco.
Ehhhhh! direte voi.
Talk tonight dico io, e vi accompagno alla porta.
Ascoltatelo dico io, anche se è lungo, e probabilmente vi renderete conto che la cosa migliore che potesse uscire da Manchester ce l’avete nello stereo.
Mimo il gesto della sega a chi parla di Stone Roses (e via su nei commenti a dire “gne gne gne se non c’erano gli Stone Roses non c’erano gli Oasis” – il gesto della sega continua alla stessa maniera)
Standing on the shoulders of giants
Il classico quarto disco del gruppo che cerca di cambiare aria. L’hanno fatto peraltro anche in maniera molto convinta, i brani sono buoni (certo non tutti, una metà ad essere faziosi). Gas Panic e Who feels love come manifesto di una sonorità virata verso la psichedelia anni 70 (che era un po’ un migliorare il discorso aperto con Champagne Supernova), quindi se vi fanno schifo quello lasciate perdere.
Ha il pregio di avere Fuckin’ in the bushes, strumentale che apre tutti i live degli Oasis. Roba da veramente uscire di testa al terzo secondo.
Heathen Chemistry
E’ l’inizio dell’evoluzione del suono Oasis, che iniziano a scrivere in modalità democratica (leggi anche Gem Archer e Liam Gallagher oltre a Noel) e i frutti si iniziano a vedere.
Certo è forse il disco con meno canzoni “belle” e “Oasis” stampato però ci sono prove confortanti, tipo la Songbird scritta da Liam e la pub song cantata ovviamente da Noel, Little by little, strano che le migliori siano due ballad, il che è indicativo.
Al primo singolo sembrava fosse un disco che dovesse piegare in due il mondo, The Hindu Times in effetti è un altro pezzo superiore. Rock però. Gruppi camperebbero vite intere per scrivere un pezzo solo così.
Uno ma così.
Don’t believe the truth
Il disco del gol al novantesimo della squadra del cuore, perfetto, come non ne facevano da anni.
Semplicemente gli Oasis ora hanno un suono, sono un gruppo e non più un monopolio e scrivono grandissime canzoni che suonano senza difficoltà anche sentita alla radiolina del bar.
Lyla era il dribbling sulla fascia che ti fa già immaginare quello che succede poi Mucky Fingers (uno dei più bei omaggi ai Velvet Underground che io ricordi) e Part of the queue il cross e il gol.
E urlo. Ancora.
O-A-SIS O-A-SIS
Oasis – The shock of lighting (Mp3)