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Voi che amate i film horror fino al midollo. Voi che Fulci è Dio e Romero di più, che Argento s’è rincoglionito e che i remake hanno rotto il cazzo, ma se c’è tanto sangue vanno bene lo stesso. Voi che non fate altro che leggere I 400 calci e comunque non riuscite a stare dietro a tutte le uscite di questo magnifico genere, potete pure smetterla di preoccuparvi perchè questa rubrica salverà le vostre adorate chiappe. L’idea è del capo ed il punto è facile: fare una lista dei DVD horror in uscita in italia e dei dvdrip torrent più recenti. Spesso i DVD sono pochi ma i torrent un po’ di più e alcuni fanno veramente cagare. Il mio compito è consigliarvi quelli belli, quelli meritevoli e quelli che si, ok, si vedono un paio di tette. Non prometto di vederli tutti, ma la maggior parte sì, anche se hanno 2.2 su IMDb. Farò un post ogni primo del mese con i DVD del mese in corso e torrent del mese passato (oggi quindi DVD di Settembre e torrent d’Agosto). I siti di approvvigionamento principale saranno dvd.it per i DVD, Release Log (quando non lo chiudono, cioè una volta al mese) e One Click Moviez per i torrent. Ovviamente altri siti sono ben accetti nei commenti. Spero sia utile e sennò che Twilight vi prenda, ovviamente. (se, per caso, non sapete come diavolo far funzionare i torrent chiedete pure nei commenti)
DVD in uscita: Settembre
La città verrà distrutta all’alba, Breck Eisner (2010)
La città ecc. è il remake del famoso The Crazies (1973) di Romero ed è il più clamoroso caso di spoiler nel titolo di sempre. Come se Il sesto senso di chiamasse Vedo la gente morta. Non l’ho visto ma quelli che ne sanno lo hanno promosso a remake quasi fico (Nanni Cobretti e Matteo “Weltall” Soi, tipo) che ne prende l’idea e va da un’altra parte, quindi prima o poi lo guarderò. Comprarlo non lo so, però intanto esce.
Giorno: 22 Edizione: MEDUSA VIDEO Prezzo: 12,99 dvd, 19,99 blu-ray
Purtroppo questo è l’unico DVD di Settembre. Per i torrent non metto le locandine o diventa il post più ingombrante di tutti, ma se vi lamentate a dovere le metterò.
Torrent usciti: Agosto
Bikini Girls on Ice, Geoff Klein (2009)
Un film con un titolo del genere va visto e basta. Una banda di tipe in bikini decidono di metter su un autolavaggio nei pressi di un abbandonato distributore dove un killer con il fetish per l’intimo uccide tutti e li mette sotto ghiaccio. E’ abbastanza divertente, intrattiene quanto basta in una serata tra amici (è proprio na roba da maschietti brufolosi), il sangue c’è e i bikini recitano persino bene! Poi è un progetto indipendete e qua l’indie si sostiene più che si può. Un po’ di amarezza per la svolta lesbo mancata, ma ce ne faremo una ragione.
IMDb – Torrent
A Serbian Film, Srdjan Spasojevic (2010)
La vera definizione di Torture Porn. C’è la violenza, c’è il porno, c’è un gran Hostel puppami la fava. Milos è un pornoattore in riposo che per soldi si immischia nell’assurdo sogno del regista Vukmir di creare il più grande snuff porno violento di sempre. Una roba che nel messaggio mi ha ricordato Videodrome in versione hardcore. Avvertimenti: si vede parecchie volte la gigante verga del protagonista anche se il sesso non è mai documentato nel dettaglio (ma c’è e a bizzeffe), ci sono tanta violenza e delle scene MOLTO forti, visivamente e concettualmente, che secondo me non sono proprio per tutti. Però è un capolavoro e tra 20 anni verrà studiato e proiettato ovunque, quindi è ora di consapevolizzare un’avanguardia. Be fuckin’ Serbian. Eli Roth quando lo vedrà piangerà come un bambino.
IMDb – Torrent
Nightmares in Red, White and Blue, Andrew Monument (2009)
Questo non è un film ma un bellissimo documentario sulla storia del cinema horror. Ma proprio tutta. Da Lon Chaney a Saw, un bel viaggio tra le pellicole che hanno cambiato il cinema e il suo pubblico raccontato, tra gli altri, da John Carpenter, Brian Yuzna, George A. Romero e Joe Dante. Consigliatissimo.
IMDb – Torrent
Hunger, Steven Hentges (2009)
Lo dico subito, mi ha massacrato i coglioni. Colpa di 100 minuti che potevano benissimo essere 80 e di una storia già vista: cinque sconosciuti si risvegliano rinchiusi sottoterra in una specie di caverna con solo acqua e niente cibo. Lo studio è: fino a dove si può spingere un uomo per sopravvivere? Ecco, praticamente l’esperimento di un pazzo furioso con notevoli mommy issues (se vedrete capirete) che sadisticamente osserva sti disgraziati mentre tentano di non diventare il pranzo del vicino. Allora, è una noia, ma ha dei grandiosi momenti che valgono la pena di essere visti. Il problema è che i primi 50 minuti almeno sono insostenibili e non succede un cazzo, poi degenera e diventa molto carino. Se siete dei fan dei dove cazzo mi sono svegliato questo film è vostro, se invece credete di reggerlo perchè a voi Haneke va giù come l’acqua, auguri.
IMDb – Torrent
Sutures, Tammi Sutton (2009)
Sutures è un film molto piccolo, molto indipendente e molto convincente. Inizia, come tanti altri film horror, con un gruppo di ragazzi che vanno in vacanza al lago e si imbattono in qualche casino. In questo caso uno strano mercato nero di organi con particolari metodi d’estrazione. Le cose buone sono tante, non sa di già visto anche se la storia non è delle più nuove, il ritmo è alto, il gore notevole e la recitazione, a parte un paio di personaggi, ottima. In più è girato molto bene e con mano esperta. Una vera sorpresa.
IMDb - Torrent
Road Kill, Dean Francis (2010)
Ero indeciso se metterlo o no ma poi ho pensato che se ho messo Hunger questo andava per forza. E’ che nel complesso m’è sembrato una cagata, ma è un film australiano e gli australiani sono PAZZI. L’idea che sta alla base di tutto, e che non vi dico o spoilero, è veramente assurda. Tutto parte con sti ragazzi in macchina che fanno i deficienti con un autotreno nelle strade deserte dell’Australia. Questo li fa andare fuori strada, si ferma e inizia l’assurdo. La sceneggiatura fa cacare (no, ma dico, la tipa disperata ad un certo punto vede un aereo DI LINEA e pretende di attirare la sua attenzione con un falò. Ma che ca.) e le performance sono ancora peggio. Ma c’è sta storia dell’autotreno che non può non essere vista, e quindi ve lo consiglio alla grande (male che vada vi vedete un po’ di gnocca e un po’ di fisicati).
IMDb – Torrent
E bon, ci si vede (con la rubrica) il primo Ottobre.
EDIT: A causa di malavitose storie la rubrica si sposterà su I 400 Calci dal primo ottobre, ma JunkiePop resta nei nostri cuori.
Kick-Ass kicks ass, dicono molti e in parte, quei molti hanno ragione. Kick-ass è un film in cui “riesce tutto” e quasi col minore sforzo possibile e soprattutto riesce bene a tratti molto, a tratti poco, ma comunque “bene”. Premessa volante è che chi scrive non sia fan della graphic novel (stile troppo tondo per i miei gusti) il film però si affranca dalla maggior parte dei film di genere (eroi underage e non, padri da centro di igiene mentale, scopate tra ragazzini e soprattutto conniventi con la mala) nel suo essere profondamente “scorretto” al limite della sostenibilità.
Per questo basta la scena finale di Hit-girl (tra quelle che dici “oh questa è tra le migliori viste mai” finchè non realizzi l’età della ragazzina) del sesso tra adolescenti e di Nicolas Cage che urla. Ecco, Nicolas Cage che urla e dà le dritte alla figlia è un qualcosa che non vorrei ricordare ed è una di quelle che se ti viene in mente al momento sbagliato ti spegne e poi devi dire “sai non mi è mai successo etc etc.” le robe così insomma. Kick-ass ha un paio di difetti, ma marginali (forse eccessiva la durata, forse troppo ridondanti un paio di personaggi) ma sono tutti difetti comuni anche alla stesura stessa degli ottimi personaggi da fumetto, quindi, a suo modo, è un film “ideale” per quello che vuole dire e come lo dice. Magari cerca con troppa insistenza di imporre Chloe Moretz come un alter ego della Leonina Portman e magari a tratti indugia troppo su sequenze alla Bakmambetov, però il suo porco dovere di intrattenimento lo fa.
Fermiamoci qui però perchè dal secondo in poi diventa Shrek.
Insomma, martedì scorso ho visto Inception al cinema IMAX guadagnandomi l’odio del mio adorato figlio-vampiro Tob Waylan, ma spero che non mi lancerete le pietre se per caso quello che vado a raccontarvi non vi piace. Lo so che sono fortunata a vivere in una città con lo schermo IMAX più grande d’Europa in cui ho visto The Dark Knight e Watchmen, e a quel cinema sono affezionata anche se puzza di popcorn, di teenagers mal deodorati e di lezione di Computer Science. Ve lo dico perché il realismo è importante. E comunque ricordatevi che in questo paese non c’è il bidet e a volte mettono la moquette nei bagni, e vedrete come passa in fretta l’invidia. Ma veniamo al sodo. Ecco dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler).
1) Inception è un gran bel film ma non è il film migliore/più bello/più geniale che abbia mai visto. Io non sono una che c’è solo il cinema classico, per carità, quando ho visto There Will Be Blood l’ho capito e l’ho detto subito che quello era il film più importante e sconvolgente degli ultimi vent’anni; ai posteri l’ardua sentenza.
2) Sempre per la rubrica “Cassandra al Cinema,” scrivo qui che secondo me Inception non cambierà il modo di fare cinema nel ventunesimo secolo. Ci ha già pensato The Matrix. Ma Matrix l’aveva già pensato Jean Baudrillard, quello di Simulacres et Simulation. E anche Kant e Hegel se proprio vogliamo, eh. In effetti anche Platone, l’inventore della proiezione. (Avete presente il mito della caverna, no? Non sta forse parlando del cinema?) Il contributo di Christopher Nolan (tanto ammòre) alla rivoluzione del cinema è iniziato altrove, e Inception non fa altro che seguirne il film logico. Ma d’altronde io penso che neanche Vaffatar in realtà porterà a una rivoluzione in senso lato, particolarmente se si parla di una rivoluzione stilistica o tecnica; una rivoluzione economica probabilmente sì, nel senso che mettere la sbarra per il limbo dei produttori così in alto significa che d’ora in poi si dovranno spendere sempre più soldi per realizzare un film affinché si possa guadagnare sempre di più – molto spesso inutilmente e solo per sopperire a una sempre più paurosa mancanza non di originalità ma di autenticità dei contenuti. Stamattina su twitter Roger Ebert citava Stephanie Zacharek: “We’ve entered an era in which movies can no longer be great, only awesome.” Inception è molto awesome, ma per me non è necessariamente un bene.
3) La domanda che fa Inception è profondamente interessante: “è possibile manipolare ciò che non è conscio”? Quello che Inception non si chiede, e che è per me un po’ il fallimento dell’operazione è: “a che pro manipolare l’inconscio”? I pubblicitari lo fanno in continuazione, i registi pure. Lo fanno per farci desiderare cose, luoghi e persone che non dovremmo, perché il genere umano è profondamente limitato dalla presenza ostruttiva del corpo e della realtà concreta e dai costrutti sociali che si mettono tra noi e le nostre fantasie, e le idee e i sogni sono tutto quello che abbiamo per trascendere questi limiti. Sono anche l’unica cosa che ci mantiene savi, la valvola di sfogo che ci permette di amare chi non possiamo, di odiare apertamente e totalmente chi ci fa del male, di difenderci dagli attacchi e di soddisfare noi stessi senza arrivare all’autodistruzione effettiva. Questo Nolan lo sa e qui si ferma, non va oltre, non ci prova neanche ad affrontare il vero paradosso morale della possibilità di infiltrare i sogni e le idee altrui.
4) Ci sarebbe una serie di cose che ho imparato studiando teoria del cinema e psicoanalisi: Freud, Jung, Lacan, Deleuze, Žižek, e Baudrillard è sempre lui (dai, su, concedetemi la citazione adesso che persino Ligabue è stato ampiamente sdoganato su queste pagine), ma non voglio stare qui a farvi l’Interpretazione dei Sogni for Dummies. Per questo vi avevo già parlato di The Pervert’s Guide to Cinema, che la spiega la fa molto meglio di me. Nel film questa roba appare così chiaramente che sembra che sia stato sceneggiato con a fianco il Bignami di teoria psicanalitica. Con un’infarinatura generale di questi concetti e una conoscenza base di Lynch e Hitchcock, Inception non è un film difficile da seguire né un rompicapo come The Prestige. Peccato, a me i rompicapi piacciono da impazzire, e sono felicissima di accettare la possibilità che non si risolvano. In Inception c’è una spiega ogni tre minuti, per essere sicuri che stiano tutti seguendo. Almeno non c’è lo spiegone finale tipo Shutter Island, e meno male.
5) Sono profondamente convinta che ogni volta che sogniamo giriamo nella nostra mente dei film anche più spettacolari di Inception. Purtroppo non abbiamo i mezzi tecnici per ricreare questi sogni in modo da condividerli con altri. E sarebbe bellissimo se si potesse, non credete? Per esempio io ci sono un paio di persone che porterei nei miei sogni di un giorno in cui mi sono innamorata e ho fatto una passeggiata in una foresta di bluebells come quella in cui si addormenta e sogna Leonard Bast in Howards End. Il profumo era talmente intenso che si sentiva persino nel sogno. Non ho mai sognato città che si ripiegano su se stesse, né inseguimenti alla James Bond in paesaggi innevati, ma ho sognato Ottavia la città invisibile di Calvino, quella sospesa su una ragnatela. Dopo anni di studio del cinema post-9/11 ho sognato di cadere da grattacieli in fiamme; ho sognato che Christopher Eccleston mi portava a fare un giro in moto dopo aver scambiato due parole con lui; ho sognato uno solo dei miei ex, ma ripetutamente, in film che passavano dal porno alla tragedia, dallo slasher alla commedia romantica; ho sognato assassini che mi inseguono in corridoi di vetro con coltelli affilatissimi; colori e numeri; bestie e mostri inesistenti assemblati con pezzi di altri animali – anche il coyote dei Simpson con la voce di Johnny Cash; ho sognato di essere Gregor Samsa e ritrovarmi tramutata in un orribile serpente, io che sono così ofidiofobica che figuratevi; ho sognato di cadere dal ponte della ferrovia tra Porto e Vila Nova de Gaia, di mangiare quintali di gelati variopinti e gustosi, e di tenere la mano a Bruce Springsteen. Un film meglio dell’altro.
6) Nel romanzo I Mari del Sud di Manuel Vázquez Montalbán, il detective Pepe Carvalho si chiedeva : “Come ameremmo se non avessimo imparato dai libri come si ama? Come soffriremmo? Senza dubbio soffriremmo meno.” Quando i personaggi di Inception sognano, i loro sogni non sono altro che film di diversi generi, cosa che mi fa pensare che il virtuosismo cinematografico di Nolan si traduca in una domanda simile a quella di Montalban: come sogneremmo se non avessimo imparato dai film come si sogna? Un compendio di grandi film sui sogni: Un Cane Andaluso di Luis Buñuel, Sogni di Kurosawa Akira, Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life dei fratelli Quay, Blue Velvet di David Lynch, Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Max Reinhardt, Otto e Mezzo di Federico Fellini. Ce ne sono pure altri, eh, ma a me piacciono soprattutto questi. Hanno in commune l’avere un budget molto più ridotto di quello di Inception e molte meno sparatorie e inseguimenti, ma di essere molto più simili ai sogni che faccio io. Per questo mi sembrano molto più riusciti come esperimenti che traducono un mondo interiore inconscio e misterioso davvero. (Quello dei fratelli Quay ci scommetto che non l’avete visto – fatelo al più presto adesso che è anche uscito in dvd e blu-ray non avete scuse.)
7) Ma non è sbagliata una domanda del genere? Perché sogniamo tutti da sempre, da prima della pittura rupestre, dell’invenzione della prospettiva, della rivoluzione industriale, della lanterna magica e del dagherrotipo, della camera oscura e del cinema, dell’odorama e del 3-D. La love story tra il cinema e i sogni è piena di esempi e di vie infinite – il cinema come metafora del processo onirico, i sogni come proiezioni rivedute e corrette delle visioni e delle esperienze quotidiane, allargate o rimpicciolite a seconda del caso come un primo piano o un campo lunghissimo. C’è chi sogna a colori e chi in bianco e nero, chi sogna immagini e chi scene, chi ha la colonna sonora e chi gli effetti speciali, chi usa il jump cut e chi i movimenti di macchina più fluidi. E allora, è l’arte che viene dai sogni o i sogni che vengono dall’arte? Se sognare è come andare al cinema sogniamo perchè andiamo al cinema o andiamo al cinema perchè sogniamo?
8) Senza scomodare Marzullo la cosa della vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio l’aveva già detta Pedro Calderón de la Barca, uno che sognava nel Siglo de Oro Spagnolo. Più o meno in quel periodo sognava in Inghilterra William Shakespeare. Siccome mi risulta impossibile parlare di Inception senza fare spoiler – e credo veramente che il film abbia un suo imaptto solo se lo si vede senza saperne nulla – adesso vi parlerò di varie idee di sogni e del sonno in Shakespeare. Quando poi avete visto il film ne riparliamo. Shakespeare viveva in un mondo in cui la psicanalisi non esisteva ma i sogni erano reputati potenti, pericolosi, profetici. Non è un caso che tutti i personaggi di Shakespeare più introspettivi abbiano dei grossi problemi col sonno: Amleto dice che potrebbe ritrovarsi imprigionato dentro un guscio di noce e considerarsi il re di uno spazio infito se solo non facesse brutti sogni, e che il problema non è essere o non essere ma dormire e forse sognare; Riccardo III è perseguitato nei sogni da quelli che ha ucciso, e le maledizioni che gli lanciano poi si avverano nella battaglia finale; Enrico V non dorme la notte prima della battaglia perché la corona che ha ereditato con l’usurpazione di suo padre gli dà il cerchio alla testa (sic). E poi Macbeth. La storia la sapete, no: tre streghe dicono a Macbeth che diventerà Barone di Cawdor e poi Re di Scozia. Lui dice sticazzi, e invece il Barone di Cawdor viene giustiziato per tradimento e il suo titolo passa a Macbeth. E qui ti voglio, scatta l’idea, “l’idea che lo possederà e lo distruggerà”: voglio diventare Re. Dice aspetto, ma no, ma che aspetto, voglio diventare Re adesso perché fare il Re è er mejo, ma non si può, il Re sta benissimo non c’è neanche da sperare in un coccolone improvviso, che palle. La moglie gli dice dai su, ammazziamo il Re così io divento First Lady di Scozia e sai che figata. Lui dice no, lei dice non c’hai le palle, lui dice così non vale, ok, si fa. E mentre accoltella nel sonno il Re di Scozia in una notte buia e tempestosa, Macbeth sente un grido:
MACBETH
Methought I heard a voice cry ‘Sleep no more!
Macbeth does murder sleep’, the innocent sleep,
Sleep that knits up the ravell’d sleeve of care,
The death of each day’s life, sore labour’s bath,
Balm of hurt minds, great nature’s second course,
Chief nourisher in life’s feast-LADY MACBETH
What do you mean?MACBETH
Still it cried ‘Sleep no more!’ to all the house:
‘Glamis hath murder’d sleep, and therefore Cawdor
Shall sleep no more; Macbeth shall sleep no more.’
E’ un’allucinazione uditiva, è la maledizione di Caino, dell’assassino che trapassa la sottile linea rossa che divide l’umanità: da una parte l’uomo, il corso naturale della vita, il giorno e la notte e il sonno a dividerli; dall’altra il criminale, la perversione della natura, la distruzione delle differenze tra il sonno e la veglia, l’eclissi totale del bene. Uccidendo il Re Macbeth condanna sé stesso e sua moglie ad un incubo continuo di insonnia e di colpa. La moglie si suicida in preda alle allucinazioni, e quel poco che resta di umano in Macbeth viene fatto a pezzi dagli altri, quelli che dormono il sonno dei giusti, quelli che dagli incubi si svegliano.
(Il Macbeth di Orson Welles è il mio preferito, ma vi consiglio sopratutto quello di Polanski che l’incubo lo gestisce molto bene – è il primo film che ha diretto dopo che la Manson Family massacrò sua moglie Sharon Tate, e il trauma si vede tutto – oppure Il Trono di Sangue di Kurosawa se siete ben disposti verso il cinema Orientale. Se invece avete finalmente scoperto chi è James Frain da True Blood, qui c’è per intero Macbeth on the Estate, che è un progetto della BBC interessantissimo di cui vi posso raccontare cose in altre sedi. Nel frattempo mi ripulisco la bavetta, sai com’è quando dici James Frain…)
9) Ma tornando a noi, un’altra domanda che sta al centro di Macbeth è la missione stessa di Inception: si può piantare il seme di un’idea nella mente di una persona senza che ci sia a priori un terreno fertile? Sono le streghe (o sua moglie) a convincere Macbeth che deve uccidere il Re? O è lui stesso a nascondere questo desiderio da qualche parte nel suo inconscio, e poi a realizzarlo una volta che viene violentemente esposto? E’ la stessa cosa in Othello: è Iago a convincere Othello che Desdemona si tromba Cassio a sua insaputa, o è Othello fin dall’inizio a non fidarsi e a lasciarsi convincere? (Anche Iago lancia una maledizione a Othello dicendogli che né l’oppio né la mandragora potranno aiutarlo a dormire, ora che il mostro dagli occhi verdi della gelosia ha preso possesso dei suoi occhi, facendogli vedere quello che non c’è, sognare quello che teme.) Ciò che è nascosto nel profondo della mente è sempre e comunque più forte di qualsiasi input esterno. Oppure no, è vero il contrario. Shakespeare mise in bocca a uno dei suoi personaggi più potenti e manipolatori le splendide parole
We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.
Prospero, come Oberon, è un mago potente che lavora attraverso la manipolazione della visione e del sonno. Non ci vuole un set rotante montato su un marchingegno idraulico per far credere a Bottom (o al pubblico) che gli è cresciuta una testa d’asino, o a Ferdinand che suo padre sia annegato. Allora indipendentemente dal suolo fertile o meno, basta che la storia sia abbastanza convincente e il seme è piantato, l’immaginazione la disseta, la pianta cresce. Voi vedetelo Inception, poi mi dite quale delle due opzioni preferite.
10) Quando l’avrete visto converrete anche con me che Marion Cotillard è una gran gnocca, ma non venitemi a dire che sa recitare. Tutto qui.
Dovete sapere una cosa, la nostra amata Byron ha visto Inception prima di tutti noi italioti sfigati. Non sapete cos’è Inception? Vi perdono solo in caso di coma profondo fino a 5 minuti fa. Nel caso, trailer. Non solo lo ha visto, ma lo ha visto pure in Imax. Non sapete cos’è l’Imax? E’ un sistema di proiezione su uno schermo tipo GIGANTE con una peliccola non di 35mm ma 70mm e a scorrimento orizzontale (esempi 1 e 2). Quindi? Quindi è così grande che potrebbe coprire uno spazio di 1km quadrato senza perdere qualità. No kidding.
Tutto questo per dire che lei lo ha visto meglio di come lo vedrà la maggior parte di noi e che spero ne parlerà presto qua sopra per farsi odiare un po’ di più.
Mentre si aspetta la fatidica data d’uscita (24 Settembre) sarebbe bene farsi una ripassatina di Nolan giusto per ricordarsi (come se si potesse dimenticare) con quale cazzo di genio si ha a che fare. Io, ad esempio, devo rivedere Insomnia perchè quando l’ho visto ero in un’età priva di acume e mi annoiò parecchio. Dubito comunque che qualcuno non abbia visto film come The Prestige, Memento e The Dark Knight (che se non avete visto vedeteveli tutti e rivoluzionate la vostra idea di fare cinema) ma sono un po’ meno sicuro che molti abbiano visto il suo film d’esordio, Following (1998).
(Ora voi direte, sto qua arriva scrive un primo post pieno di divagazioni e ci fa il pippone su che film dobbiamo vedere. Sì, ma perchè vi voglio un sacco di bene e voglio darvi argomenti per fare i fighi con gli amici. Ricordatevelo, ifighicongliamici. Es. a: “Troppo bello The Prestige” b: “Tks, io ho visto Following” a: “MECOJONI” o c: “TELADO’!”)
Ciancio alla bande, Following è stato ri-ridistribuito in questi giorni non so dove in occasione dell’evento Inception e un nuovo trailer è stato montato. Vediamocelo.
Allora, geni non si diventa e neanche ci si nasce. Geni si è già da piccoli spermatozoi indifesi. Io mi posso solo immaginare quali astute strategie abbia usato il Nolanzoo per riuscire a fecondare, ma sicuramente deve aver steso tutti gli altri con qualche storia totalmente mindfucking. Comunque, l’esordio alla regia di Nolan tende a confermare tutto ciò. In quell’ora scarsa di film si trovano, infatti, quasi tutte le caratteristiche che andranno poi a rendere i suoi film successivi dei grandi capolavori. Cose come la scrittura, i dialoghi precisi e calibrati dai ritmi molto alti, i personaggi ossessivi e sempre un po’ misteriosi, il montaggio non del tutto lineare (poi reso perfetto in Memento), la femme fatale e i twist finali che vanno a incastrarsi con piccoli particolari buttati lì durante il film (The Prestige, ovviamente) sono qui riuniti, a volte accennati, in una veste decisamente sperimentativa ma non per questo banale o imprecisa. Un po’, anche se può sembrare un paragone azzardato, come è accaduto in Reservoir Dogs, solo che Tarantino ha avuto la fortuna di avere un budget infinitamente superiore, un cast e dei tecnici, non degli amici e se stesso (la fotografia, bellissima, è dello stesso Nolan). Non mi piace molto raccontare la trama dei film di cui scrivo, a meno che non sia necessario, ma la condenserei in “un uomo scopre il voyeurismo senza dover ringraziare Hitchcock”.
Come se non bastasse vi faccio pure vedere il suo primo e unico corto, Doodlebug. E se non lo trovate geniale, che Twilight vi prenda.
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L’autore: Tob Waylan, per gli amici Mattia, nato nell’anno di Ritorno al Futuro II e nella città di De Andrè, vanta dei capelli più lunghi di tutto Junkiepop. Ha all’attivo un blog, dei Tumblr (1 – 2 – 3) e qualche segretissima collaborazione. Sogna di girare slasher come farebbe Jim Jarmusch e di scrivere un libro sulla fase anale di Cronenberg, nel frattempo ascolta tantissima musica, guarda uno sfracelo di film e sopravvive precariamente nel mondo dei non diplomati.
Sapevo già che avrei aspettato la fine di Lost per scrivere la seconda parte della guida galattica. A mio modo mi sono sentito come Lindelof, o Cuse chi pare a voi pubblicando un post e programmando mentalmente il secondo per più di un anno dopo.
Il fatto è che attendevo la fine, per immaginare i film a cui per parti potesse essere ispirato il serial, perchè la fine, nei film se non è la cosa più importante poco ci manca. La struttura invece era nota,e quando scrissi la prima guida galattica per Losties quella dedicata ai libri ero più tranquillo di centrare le “ispirazioni”.
E’ un post che potrebbe spoilerare qui e lì, fate voi se ne vale la pena andare avanti, semmai ve lo tenete da parte se vi interessa
Il pianeta delle scimmie per mille motivi è uno dei film che sicuramente sono un’influenza importante per il serial. Il piede con 4 dita ricorda troppo da vicino la statua della liberta distrutta sulla spiaggia e scoperta da Charlton Heston, come tutto il paradosso temporale che ne consegue a suo modo lo è. Le origini che coincidono con la fine sono un elemento fondamentale

Apocalypse Now La ricerca di Jacob e la sua “uccisione” ricorda tanto da vicino l’odissea del capitano Willard alla ricerca di Kurtz. Benjamin Linus nei panni di Martin Sheen è abbastanza suggestivo e tutta la situazione è facilmente riconducibile a vari tratti del film di Coppola. Spiegone finale di Kurtz compreso.

Il sesto senso e qui subentra il finale e quel “Bruce Willis è morto e non lo sa” (autocit.) che potrebbe tranquillamente essere trasportato nel finalone della sesta serie

Il labirinto del fauno Come di fronte ad un iter narrativo se ne crei un altro parallelo di fantasia (o meno che vogliano pensare i razionali e i poco poetici) è un escamotage non nuovo, il Jack Shepard chirurgo mentre è sull’isola ricorda a suo modo la piccola figlia del franchista che durante la guerra scegliendo a suo modo (e per motivi differenti dalla politica) una parte da cui stare parallelamente vive nel suo mondo fantastico fatto di Fauni e re che l’attendono a casa.

Il signore delle mosche, qui poco da dire, come lo era il libro tanto lo è il film. Almeno per le prime due stagioni. Lost era essenzialmente un serial che per poco tempo ha parlato di sopravvivenza. Da lì è diventato riscoperta e redenzione.

Dark City, premesso che sono un fan assoluto del film di Proyas ma l’idea del mondo a sè col tempo che si ferma e le vite delle persone che cambiano al risveglio per occupazione, sentimenti e identità beh è una palesissima fonte di ispirazione per tutto il serial di Lost

Face Off E non solo per il concetto di azione ma per il concetto del bene che cambia faccia e mette dubbi sulla sua natura. Quante volte Lost ci ha fatto cambiare idea su personaggi, Sawyer dal male al bene, Ben dal male al bene, Fumo nero bene/male/bene/male, Juliet Male bene, Sayid bene/male/bene sono solo degli esempi. Certo non al livello di John Travolta che diventa Nicolas Cage e che ritorna John Travolta ma siamo lì

Star Wars che per tutti e sei gli episodi è stato una fonte continua non solo di citazioni ma anche di dinamiche. Il figlio che rifiuta il padre (carnalmente il male), il dilemma di una sorella mai saputa (Claire) i fidi compagni guasconi (Sawyer nuovo Han Solo e Hugo Chewbacca) un rapporto con l’amore mai identificato, la sfida con l’oscuro, l’impero che una volta aveva il volto del padre. Insomma Lucas, su Lost ha una firma più che determinante
impero_colpisce_ancora_3.jpg)
Ritorno al futuro Vale un po’ il concetto espresso per Star Wars più per le dinamiche di sviluppo dell’iter narrativo (tutta la 5a serie) che per le dinamiche interne tra personaggi. Le citazioni anche qui a profusione (Hugo che si guarda la mano se scompare e inizia ad imbastire discorsi su paradossi temporali ne è solo l’esempio più eclatante)

Highlander anche se non è una questione di immortalità ma “di non invecchiare mai” (almeno a come la vedo io) la sorte dei candidati è univoca, può esserci solo un protettore dell’isola e ovviamente la lotta (almeno nel finale di stagione della 6a serie) e le scelte vertono sulla sua eliminazione. Certo qui sono tutti un pochino meglio di Christopher Lambert ma siamo lì

Guida Galattica per Losties (uno di due)

A-ha, sporcaccioni! Vi ho beccati a cercare zozzerie sull’internet, eh? Mi dispiace deludervi ma questo post contiene poche tette.
Contiene invece un intellettuale Slavo, che risponde al nome di Slavoj Žižek e si pronuncia ‘Slavoy Sgisgeck’ – è facilissimo se provate a leggere con l’accento Bolognese. (Tutti insieme al 3: 1-2-3- Žižek! Sòrbole, mo che brèv voialtri.) Nato a Ljubljana, di professione filosofo psicanalista e teorista critico, stabilitosi a Londra e poi un po’ dovunque, dal momento che si tratta di una superstar del mondo accademico con il dono dell’ubiquità, Žižek lo trovate spesso sulle pagine di Internazionale e della London Review of Books, o su giornali specializzati tipo Lacan e Marxist (nel senso di Karl, non di Groucho). I suoi libri sono pubblicati da Verso (casa editrice che traduce in Ingelse anche Baudrillard, Rancière, Agamben, quella gente lì), e sono in buona parte tradotti in Italiano (qui ne hanno parecchi).
Contiene anche una documentarista Inglese, che risponde al nome di Sophie Fiennes, e si pronuncia ‘Fains’ come il clan Fiennes – che oltre a quello stragnocco con la faccia da pervertito Ralph (che si pronuncia ‘Reif’, nel caso non vi abbia ancora mangiato la faccia perché una volta a cena avete fatto l’errore che fanno tutti gli Americani di pensare che le parole si scrivano come si leggono – loro scrivono ‘thru’ ma qui si dice ‘through’; ‘color’, ‘colour’; ‘potéto, potàto, let’s call the whole thing off’) e di suo fratello Joseph (quello con lo sguardo tipico della mucca che vede passare il treno) conta anche il fotografo Mark, la regista Martha, il compositore Magnus, l’esploratore Ranulph, l’archeologo Michael e il guardiacaccia Jacob. (E anche James il Famoso Bastardo, decapitato dalla pazza folla nel 1450. E’ tutto vero, lo dice il Daily Mail.)
Insieme Slavoj Žižek e Sophie Fiennes hanno prodotto questo fantastico film chiamato The Pervert’s Guide to Cinema che più che un film è una specie di saggio cinematografico, ovvero quella cosa che è tanto trendy chiamare video-essay. Se il connubio vi sembra strano, sappiate che praticamente tutti i membri del clan Fiennes, che come tutte le famiglie di genii superdotati sono parecchio disturbati, sono stati in analisi a un certo punto della loro vita.
Per esempio io Ralph l’ho conosciuto a una cena di beneficienza per i poveri psichiatri Junghiani russi, in un momento in cui a teatro lui interpretava la parte di Carl Gustav Jung nella pièce teatrale The Talking Cure di Christopher Hampton. Che cosa ci facevo io a quella cena è meglio che non me lo chiediate.
[Parentesi di scarso interesse pubblico: David Cronenberg sta girando or ora la versione cinematografica di quel testo, con Michael Fassbender nei panni di Jung e Viggo Mortensen nel ruolo di Sigmund Freud, originariamente assegnato a Christoph Waltz, che poi ha deciso che di fare un film con Keira Knightley (che interpreta la prima paziente di Jung, nonchè una delle prime psichiatre donne nella storia, Sabina Spielrein) non ne voleva sapere e ha mollato. Uno direbbe daje torto: quella è talmente de legno che qui la chiamano 'Ikea Knightley' (“a purveyor of teakily flat-packed performances”)! E invece guarda un po' che ti combina il karma: Christoph Waltz sta girando un film con Robert Pattinson. Famoso interfaccia padella-brace 1.0. D'altronde se tu mi interpreti il successo come andare a vedere i Lakers in compagnia di David Beckham sono cazzi tuoi, dice il karma. (Di questo passo mi tiferà Inghilterra ai mondiali. Sigh.)]
Tornando alla Guida al Cinema per Pervertiti, la tesi parte del seguente presupposto:
The problem for us is not: are our desires satisfied or not? The problem is: how do we know what we desire? There is nothing spontaneous, nothing natural about human desire. Our desires are artificial. We have to be taught how to desire. Cinema is the ultimate pervert art: it doesn’t give you what you desire, it tells you how to desire.*
E via così, in poco più di un’ora e mezzo Žižek e Fiennes mettono su una gag dietro l’altra per spiegarvi come la teoria della psicanalisi si possa applicare a una serie di film presi come case-studies, o a vari generi cinematografici (horror e science-fiction in primis), per rivelare come attraverso il subtext le immagini cinematografiche conversino direttamente con l’inconscio. “Sembra una lezione di Scienza delle Comunicazioni”, vi sento commentare, e invece no, perchè a differenza del professore medio di Filosofia/Critical Theory, Žižek non è uno studioso con dei problemi di integrazione sociale e un autismo impellente. E’ più una specie di agitatore politico combinato con un direttore di circo, rinchiuso dentro il corpo di un Babbo Natale sporcaccione, con una voce che ogni volta che la sento mi viene in mente il famoso “barbarico yawp” di Walt Whitman.
E quindi si diverte lui e ci si diverte a guardarlo: c’è Žižek dentro Matrix, Žižek su una barchetta che rema verso l’isola de Gli Uccelli, Žižek davanti alle tende rosse di Mulholland Drive. I film includono i soliti noti: oltre a questa abbondanza di Lynch, Bergman e Hitchcock (che con Freud, Jung e Lacan un giorno si troveranno a fare i tornei di Scopone Scientifico in paradiso), ci sono i fratelli Marx (non Karl questa volta, ma Groucho, Harpo, Chico, Gummo, Zeppo), Solaris, Children of Men, The Parallax View, L’Esorcista, etc.
I sottotitoli sono utili (anche perché Žižek ha una zeppola che la dizione di Silvio Muccino al confronto veniva dall’Accademia della Crusca), però l’argomento è spiegato con una certa chiarezza. Punto per punto ed esempio dopo esempio, ecco che Žižek va a scoperchiare i vasi di Pandora del voyeurismo, della fantasia, della psicosi e della nevrosi. Ecco spiegati i taboo e il feticismo, le censure psicologiche e sociali, l’Id, l’Ego e il Superego, la “fase dello specchio”, l’inconscio collettivo, la fissazione paterna, il complesso di Edipo – e come il cinema manipola queste idee per andare a pungolare profondamente lo spettatore, che più è ignaro e più ne verrà toccato. Tutta roba un po’ astratta, che viene però riportata – con sottile ironia e grande perversione intellettuale – al livello concreto dei film che guardiamo tutti i giorni, e ne rivela il funzionamento e i motivi per cui ritorniamo ossessivamente su certi luoghi del delitto.
E questo è bene, perché al giorno d’oggi sento sempre più gente pensare al cinema come alla televisione, come a una specie di sottofondo dell’intrattenimento quotidiano, un oggetto innocuo che prende spazio nei momenti in cui si vuole staccare il cervello. Quello che Žižek va a dipingere è un grande cartellone pubblicitario con una scritta oscena a bomboletta spray, una foto patinata di bionda Hitchcockiana che guarda dritta in camera davanti a un uomo che fuma un sigaro, deturpata dalle lettere in giallo fosforescente a caratteri cubitali: il cervello non si spegne mai, non dategli da mangiare dopo mezzanotte.
Parte I. Bestiario Moderno

Impero Romano: un coguaro attacca un teenager
Che cos’è un ‘cougar’? E’ un coguaro, un grosso felino della famiglia Puma, che comprende puma concolor e puma yagouaroundi. Fin qui tutto liscio. Andiamo avanti col bestiario.
Che cos’è una ‘cougar’? No, non è una femmina di puma, bensì un termine spregiativo dello slang Americano che indica una donna sulla tarda quarantina che sta con un uomo più giovane. Per intenderci, l’etichetta viene appiccicata con scioltezza a Demi Moore (47 anni portati bene con l’aiuto del botulino), che sta insieme ad Ashton Kutcher (31 anni e una grossa mancanza di talento come attore, ma gli si vuol bene lo stesso).
Secondo concetto importante: in una serie televisiva chiamata Cougar Town, la quarantacinquenne Courteney Cox (che ricorderete come Monica di Friends, anche perché nella sua carriera, oltre a farsi odiare da TUTTE le Springsteeniane eterosessuali del pianeta per essere stata la ragazza che si spupazza il bel Bruce nel video di Dancing in the Dark, non è che abbia poi concluso granché) interpreta una donna sui quaranta recentemente divorziata che per recuperare la gioventù che ha perso a stare dietro al figlio che ha avuto a 20 anni, ora si trastulla con giovanotti under-35. La serie è francamente piuttosto squallida e retrograda e non ve la consiglio, ma tenete in mente il concetto. Mi state ancora seguendo? Grazie. Procediamo quindi con l’evoluzione della specie.
Che cos’è un ‘mougar’? E’ una parola inventata che sarebbe una combinazione di ‘maschio’ e ‘cougar’. Se siete stati attenti fin qui, avrete già capito: un ‘mougar’ è un uomo sui 45-50 che esce con donne under-30. (Io l’ho scoperto così.) Problemino di linguistica: se nella situazione ‘cougar’ è il significato culturale della parola ad essere orripilante, nel caso di ‘mougar’ anche il significante non scherza. Senza stare a scomodare Ferdinand de Saussure, ‘mougar’ è una parola brutta e posticcia, e in quanto tale non attacca nell’uso quotidiano. L’uomo maturo con compagna giovane si chiamava sugar-daddy nel secolo scorso, ‘silver fox’, o anche Humbert Humbert nei casi più estremi (ma qui si parla di cose legali, non di perversioni pedofile), e anche qui altri termini brutti e poco usati nel linguaggio corrente.
Ma è non solo linguistica zoologica; ovviamente è anche una questione culturale. Perché da che mondo è mondo, il ‘volpone argentato’ che si accompagna a giovani donzelle non è mai stato scandaloso, anzi. Guia Soncini dice che il fatto che non ci sia un termine corrente per descrivere il maschio ‘cougar’ è perchè l’uomo maturo con donna giovane viene da “una tradizione molto più solida”. E cita Nancy Meyers, “la regista di È complicato, che non casualmente ha sessant’anni e un ex marito ora sposato con una donna più giovane, ride: ‘Certo che non c’è una parola per gli uomini che stanno con donne più giovani: si chiamano ‘uomini’”.
In poche parole, stiamo tranquilli che per tutti i Jack Nicholson, Ronnie Wood, e Harrison Ford che ci sono in giro, Mougar Town è una serie che non si farà mai, perché mentre fa ridere (ma anche no) guardare Courteney Cox sull’orlo della menopausa che fa figuracce tremende saltando addosso ai compagnucci di college del figlio, e viene ritualmente umiliata per non sapere comportarsi come detterebbe la sua età secondo i canoni della borghesia di periferia Americana, l’equivalente maschile della situazione finirebbe inevitabilmente a pacche sulle spalle e cinque alti per il Casanova di mezza età.
Stiamo a un livello di politica dei sessi che Jane Austen al confronto era una rivoluzionaria Zapatista. Ma questa è roba vecchia, e visto che sono “la contributor più macho di Junkiepop” (cit.) non è da me predicare del femminismo spicciolo. Le cose si fanno più interessanti quando ci si trova davanti al fenomeno Christoph Waltz, ovvero il vero argomento della vostra dose settimanale di logorrea byronica.
Parte II. Fenomenologia di Christoph Waltz
(Interludio: Christoph Waltz, 53 anni, è un attore rampollo di quattro generazioni di teatranti Viennesi, che si è fatto per circa una trentina d’anni un mazzo tanto in teatro e nel mediocre mondo delle fiction di polizia Tedesche; vi risparmio i dettagli, ma sappiate che dal 1970 il popolo Germanico in massa si riunisce tutte le Domeniche davanti alla TV dopo il rituale Tagesschau delle 8, a guardare il tradizionale episodio settimanale di Tatort – una specie di ‘CSI: Deutschland’ low budget.
Dell’ Ispettore Derrick e del Commissario Rex non vi devo spiegare nulla: Christoph Waltz ha fatto vari episodi anche di quelli (la sua puntata di Rex è gloriosamente trash), per poi finire, con la proverbiale botta di culo, a fare un provino per uno dei personaggi più impressionanti della storia del cinema in Inglourious Basterds di Quentin Tarantino, e a vincere un meritatissimo Oscar per Miglior Attore non Protagonista per la sua interpretazione del SS-Standartenführer Hans Landa. Risultato: in questi giorni Christoph Waltz è dappertutto – film con Robert Pattinson, blockbuster tratti da fumetti diretti da Michel Gondry, servizi di moda su Vogue, talk show con Charlie Rose, Jay Leno e David Letterman (che è un po’ più come giocare a tennis con Boris Becker che come andare a La Vita in Diretta), e ha annunciato il suo primo film da sceneggiatore e regista. Se se la gioca bene è arrivato. Bravo. Fine interludio.)

"Ma vedi, George, insieme alla Περιπέτεια è la Κάθαρσις la parte più importante della Tragedia. Spiegaglielo tu a Elisabetta."
Ora, Christoph Waltz, che è quindi un attore con tutti i crismi – la genealogia, il talento, la gavetta, il curriculum – è anche chiaramente un uomo intelligente, sagace, colto, capace di esprimere opinioni personali e complesse in tre lingue senza grandi sforzi mentali, dotato di senso dell’umorismo, un modo di fare elegante e sofisticato, e un’indubitabile consapevolezza di essere piuttosto attraente. (Mai sottovalutare un uomo che sa di essere attraente.)
Non scherziamo, non è roba da teatrante medio (fidatevi), e soprattutto non è roba da attore medio di Hollywood (provateci voi a parlare delle tre unità del teatro tragico secondo Aristotele con George Clooney. Quello mi passa i pomeriggi con la Canalis, perdio, immaginatevi la conversazione. Senza contare che da dove l’ho vista e sentita parlare io, l’Inglese della Canalis sta a “the cat is on the table. Er cane se lo sta a magnà!”). Insomma, una volta tanto il materiale per il successo c’è tutto e anche le motivazioni a giustifica dell’idolatria.
Persino io che del film di Tarantino non vado matta, da quando si è fatto crescere la barba e l’ho sentito parlare senza copione ho una cotta per Christoph Waltz che fa provincia. E non sono la sola: su Facebook ha 30.143+ fans. Su Tumblr c’è una roba tipo 4000 entries cercando il suo nome. La cosa curiosa è che a) l’età media di Tumblr è circa 18 anni; b) più della metà dei 2.000.000 di blogger sulla piattaforma Tumblr sono ragazze. Molto grezzamente, perché le statistiche non sono la mia specialità, a me sembra che il grosso della fanbase di Christoph Waltz siano ragazzine. Il fatto è che andando a guardare bene, tanti post su Christoph Waltz scritti da giovani donne adulanti non ne considerano il ‘Wiener Charme’ o il livello intellettuale, no, per la maggior parte sono post scritti da teenager sbavanti e viaggiano su questi piani:
a) Mi fai sangue (=sei gnocco e ti desidero fisicamente).
b) Mi fai sangue anche se hai l’età di mio nonno.
c) Nell’unico tuo film che ho visto indossi un’uniforme Nazista, quindi mi fai sangue anche se hai l’età di mio nonno.
E tutto ciò era ben prima della ‘situazione Der Humpink‘. (Altro spiegone: Der Humpink è uno sketch televisivo che Waltz ha girato come partecipazione al Jimmy Kimmel Live Show. Lo sketch è uno spoof di un inspiegabile siparietto comico russo degli anni ’70 (che potete vedere qui se ne avete il coraggio), in cui Waltz oltre che cantare e ballare dà una dimostrazione “non metaforica” della parola humping. E riesce a rimanere figo lo stesso, persino in Lederhosen.) Esce il nuovo video di Lady GaGa, qualcuno ne fa immediatamente un meme mash-up con Der Humpink. Siamo a questi livelli di iconografia pop spicciola.
In poche parole, questo è un uomo maturo che dalle ragazzine viene trattato come un paginone centrale di Playgirl, come un New Kid on the Block dei tempi andati, o uno Zac Efron cresciuto. Hanno anche le magliette. Giuro. Ma perché?
La cosa dell’uniforme Nazista non me la bevo. Alla fine se una proprio ha quella fantasia lì da soddisfare, c’è sempre il buon Thomas Kretschmann (typecast as a Nazi since 1962) – ma poi i Nazisti li fanno sempre fighi nei film, guardate Ralph Fiennes, Ed Norton, e persino Eddie Izzard. Ma Waltz suscita emozioni forti anche senza divisa: a quanto pare alla festa pre-Oscar di Harvey Weinstein, una giovane bionda misteriosa gli avrebbe offerto uno *strudel con panna* (gratutito eufemismo porno del giorno, chiedo venia) che lui ha educatamente rifiutato.
Quindi ok, ritorniamo al fascino dell’uomo maturo. Sarà per caso che le ragazzine hanno la ‘fantasia del moguaro’? Waltz è fidanzato in casa da dieci anni con una normalissima costumista Tedesca quarantenne, con la quale ha una bambina (e ha anche altri tre figli tra il teenager e l’adulto da un matrimonio precedente, per la cronaca). Sia chiaro che nessuno qui gli sta dando del moguaro nella vita, ma sarà mica che ste ragazzine proiettano una specie di fissazione per un tipo su di lui? E quindi, oddio, diventeranno mica aggressive e pericolose come le quarantenni-coguare? Sorge quindi la necessità di domare questo temibile esemplare di giovane femmina.
Come si fa? Con la psicologia da parrucchiera (‘poverina, ha chiaramente una fissazione col padre’), o con una semplice etichetta linguistica che la faccia sembrare meno complessa di quel che è, trovando motivazioni terra-terra al suo comportamento. Come si chiamerà quindi nel bestiario popolare moderno la specie di ragazza che stravede per un uomo più vecchio? State pensando a una cerbiattina indifesa che ha bisogno di una figura paterna? A una femmina di mustelide aggressiva e parassitica? Alla mantide religiosa? Sbagliato. Si chiama ‘gold-digger’, cercatrice d’oro. Per parafrasare la cara Jane Austen, il concetto implicito è che è una fatto universalmente riconosciuto che una ragazzina sia in cerca di “uno scapolo in possesso di un solido patrimonio”, e che quindi un uomo maturo abbia a disposizione mezzi più concreti di quelli dei coetanei. Ma neanche questa me la bevo. In fondo nessuna di queste ragazze sta cercando un marito Austriaco: quello che gli farebbero non comporta né un pre-nuptial agreement, né la scelta delle tendine per la cucina. (PS: Una fa le ricerche, scrive un post ragionato, e poi scopre che certe cose si scriverebbero anche da sole. Una di queste ragazze mi ha fatto notare che, per anticipare l’etichetta zoologica e quindi prendere in mano la situazione, loro stesse hanno deciso di coniare il termine ‘baby panther’.)
Ma dico io, che male ci sarà se le giovani donne si attaccano a un modello maschile del genere – vedi sopra: mens sana in corpore sano, e con materia grigia tra le orecchie – e se naturalmente pastorizzano la cotta in modi da ragazzine? Non è comunque meglio di sbavare appresso a certe sottospecie di attori cani, musicisti razzisti, vampiri lessi, tronisti e calciatori? Non è un bene che si rendano anche conto che l’arroganza della tenera età non è tutto, e che si può invecchiare e rimanere svegli e interessanti – e che quindi non tutti gli adulti sono cazzoni quanto loro credano? E poi insomma, se per caso una ragazzina si fissa con un certo attore piuttosto colto, e per caso le viene in mente di andarsi a leggere di che cosa sta parlando quando cita Aristotele o Brecht, e per caso comincia a interessarsi seriamente alla cosa, dà poi così tanto fastidio?
Una risposta a queste domande non ce l’ho, ma giunti a questo punto vorrei fare un appello pubblico a Herr Waltz. Senta, io una ragazzina non sono più, e non sono in cerca di uno scapolo da sposare (un Tedesco con cui guardare Tatort la Domenica sera ce l’ho già). Ma se per caso le interessasse, invece che dell’adorazione come oggetto di fantasie non propriamente kosher, una conversazione su Thomas Bernhard e Bruno Bettelheim, o su Shakespeare e Chekhov, io sono piuttosto versata sull’argomento. Vielleicht könnten wir auf Deutsch uns unterhalten, oder in mon Français plutôt terrible, or in English of course, pero también en Español si usted quiere, o persino in quel suo buffissimo ‘fake Italian’. Magari potrebbe anche insegnarmi a ballare il valzer, che con quel suo bel nome mi sa che è capace, e poi lei è Viennese scusi, se non lo sa ballare lei il valzer, allora chi? Faccio anche una Sachertorte da paura. Su, non sia timido, mi chiami.
Un blog come questo per cui il nerdismo sci-fi e fumettistico non dico sia tutto ma ci va molto vicino (a proposito ve l’avevo detto che dopo strenua resistenza ho ceduto e ho iniziato a vedere The Big Bang Theory?) riportare l’aggiornamento del cast della trilogia di Star Wars come se fosse girato dai Coen è non dico un must ma qualcosa di tremendamente vicino.
Vincitore assoluto Obi Wan / Tommy Lee Jones.
(clicca la foto per ingrandire / via)
Tre cose che avrete sentito dire in questi giorni:
Kathryn Bigelow è l’ex moglie di James Cameron.
Kathryn Bigelow è il regista più macho di Hollywood.
Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere un Oscar per la regia.

Sono sopravvisuta a un matrimonio con Barbablù
Niente panico: questo post (obiettivamente adulatorio e congratulatorio) su Kathryn Bigelow non vi tedierà ulteriormente ripetendo queste cose.
In primo luogo perché per me James Cameron è sempre stato una specie di Barbablù, un pazzo posseduto da varie manie distruttive, e se è vera la storia della crew di The Abyss che, dopo mesi di fatiche, soprusi dittatoriali, e incidenti sul set durante la lavorazione del film, alla festa per l’ultimo ciak preparò le magliette per tutti con scritto I survived a James Cameron movie, allora a Kathryn Bigelow (che con lui ha condiviso non solo il set ma anche il letto) dovrebbero fare un abitino di seta con la stessa frase ricamata in filo d’oro. James Cameron quindi lo lasciamo a raccogliere le Puffbacche nel suo bel mondo blu insieme alla sua (preoccupantemente magra) terza moglie. (Se poi volete ridere, qui Nanni Cobretti tira fuori gli scheletri dall’armadio di casa Cameron.)
Parliamo quindi di Kathryn Bigelow, che fa film da maschiacci e vince ambitissimi premi. Qui a casa mia abbiamo festeggiato alla grande per questa vittoria meritatissima, non tanto per un discorso di cromosomi XX, quote rosa, mimose dell’8 Marzo, liberté egalité, hey-sister-soul-sister, anche se questa è un po’ la vittoria di tutte noi bambine che preferivano giocare con Goldrake e i Lego piuttosto che con la Barbie. (Io e mio fratello facevamo un gioco bellissimo con le Barbie che mi regalava mio nonno: le attaccavamo al pavimento del corridoio col biadesivo e poi facevamo le gare con le macchinine telecomandate in giro per casa per vedere chi arrivava primo a investirle sul rettilineo. Fuck yeah.)
Ma parliamo di cinema. Posto che la regia è un lavoro di merda (fidatevi, parlo anche per esperienza), una Kathryn Bigelow che dice: “I suppose I like to think of myself as a film-maker, rather than a female film-maker” è un gran bel segno. Una volta dettosi che comunque la parità (non l’uguaglianza) tra i sessi si otterrà quando non si dovrà specificare il sesso/l’orientamento sessuale/la razza/la religione/il cereale da colazione preferito di autori/registi/cantanti/artisti per descriverne l’opera o celebrarne il successo, facciamo un paio di considerazioni.
Esistono due tipi di registi: quelli capaci e quelli incapaci. L’essere maschio o femmina nell’equazione non c’entra. Per esempio Jane Campion – tradizionalmente additata come regista femminista – è una regista capace quanto il maschilissimo Martin Scorsese. Dipende un po’ dai gusti personali se uno preferisce andare a vedere Lezioni di Piano o Quei Bravi Ragazzi, ma non venitemi a dire che Bright Star è un film palloso perché è diretto male, o che L’Età dell’Innocenza è uno Scorsese da femmine perché non si spara e nessuno dice ‘cazzo’. (Che poi a guardarci bene Lezioni di Piano e Quei Bravi Ragazzi hanno lo stesso tema e cioè lo studio della crescita di un individuo in gruppi sociali con regole rigide e complesse, quasi fossero lo stesso film.)
In entrambe le categorie (capaci e incapaci), è possibile individuare due tipologie operative:
la prima è quella dei registi che mettono tutto al servizio della realizzazione della loro visione (tipo Hitchcock, Herzog, Welles – tre dei miei registi preferiti – e anche Cameron. Ah, no, avevo detto che non ne parlavo, ok); la seconda è quella dei registi che giocano in squadra, e che per portare alla luce una storia si basano sulla collaborazione di un team fidato, selezionato e guidato a seconda del progetto (i fratelli Coen, Fellini, Spike Lee, persino Quentin Tarantino).
Aggiungiamo un’ovvia postilla che non sempre sono i registi capaci a vincere i premi: Alejandro González “Morte-del-Cinema” Iñárritu vince un sacco di premi ma io lo metterei alla gogna, mentre Michael Haneke, che ha fatto la regia più bella, austera e intelligente del mondo per Das weiße Band agli Oscar quest’anno non se l’è cagato nessuno – probabilmente perché avevano già premiato un Austriaco, se ne premiavano due quelli si montavano la testa e invadevano la Polonia. (Sopra, un’immagine di un premiato Austriaco – perchè è troppo figo.)
Kathryn Bigelow è quindi sì una donna, ma soprattutto è una regista capace, e una regista collaborativa. A prendere l’Oscar per Best Film per Hurt Locker c’erano sul palco sette persone: un produttore, uno scrittore/produttore/compagno della regista, la regista, quattro attori. Ma non solo. Kathryn Bigelow è una rarità, perché nel mezzo del panorama post-moderno del cinema di inizio secolo è un(/a/’) auteur nel senso classico: i suoi film hanno temi ricorrenti (l’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, e lo studio dei gender roles di uomini e donne d’azione) e uno stile inconfondibile (veloce ed esplosivo, pieno di suoni e di colori forti).
Kathryn Bigelow è anche una pittrice, un’artista concettuale, e una laureata in teoria e critica del cinema, preparata con tutti gli strumenti semiotici-costruttivisti-Lacaniani che piacciono tanto a noi Dottorini, perché ci permettono di gudagnarci la pagnotta scrivendo articoli dal titolo “Point Break come metafora del Capitalismo Reaganiano”, mentre la faccetta insipida di Keanu Reeves ci ricorda che alla fine è tutta una scusa per immaginarsi a fare i surfisti rapinatori nelle spiagge della Baja California, o un anche che è un bel regalo da parte del cinema poter rivedere Patrick Swayze biondo, bello, e di gentile aspetto, che va a incontrare la morte non in un letto di ospedale, ma tra le onde di un pomeriggio da leoni.
A Kathryn Bigelow sono anche tanto grata per aver dato a uno dei miei attori feticcio la possibilità di fare un ruolo diverso dal Nazista dagli occhi di ghiaccio/il paziente Inglese-Ungherese dal cuore di ghiaccio/il Russo dalla mente di ghiaccio/altre nazionalità assortite+organi in ghiaccio a scelta. Grazie, Kathryn Bigelow, per Lenny Nero, lo spacciatore di droghe virtuali di Strange Days. Grazie, Kathryn Bigelow, per Ralph Fiennes cyberpunk con i capelli lunghi, le basette sfilate e la barba incolta, per i pantaloni in pelle e il cappotto a tre quarti, per le camicie in seta a fantasia floreale e le deliranti cravatte, e per aver creduto che il nostro caro Rafie quando ha messo sul CV che era capace di fare l’accento Californiano fosse capace veramente. I miei quindici anni sono stati un momento meraviglioso.
Strange Days se non l’avete visto non sapete che vi perdete. E’ il film di science-fiction più umano che abbia mai visto, parla di mal d’amore e di dipendenza dalla memoria, di come a volte si viva in mezzo a milioni di persone completamente soli senza accorgersi degli altri, e del fatto che la tecnologia sta continuando a progredire ma gli esseri umani no. (Nanni Moretti se l’è presa a morte, ma per me non l’ha capito, e poi Strange Days ha sofferto brutalmente i danni del doppiaggio Italiano. Voi vedetelo coi sottotitoli.)
Se questo non vi basta vi posso indirizzare a una brillante analisi della sequenza di apertura del film – anche per darvi una dimostrazione delle qualità tecniche del cinema di Kathryn Bigelow: piani-sequenza come se piovesse, editing combinato di film e video, camera a spalla, eat your heart out Zack Snyder. Se ancora non siete convinti aggiungo un’Angela Bassett stracatagnocca che fa la personal bodyguard e pesta la gente, e anche una Juliette Lewis in gran forma che canta cover di P.J.Harvey con addosso ben poco (che poi se vogliamo dirla tutta forse Juliette Lewis aveva pensato al personaggio come a una Courtney Love del periodo migliore, ma per come sta messa ora sembra una cattiveria ricordarla com’era. Inserire qui la battuta “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!”*).
Altre cose di Kathryn Bigelow che vi potrebbero piacere: Near Dark è sempre un gran bel Western/Vampire movie mash-up ante-litteram, per la serie: con tutta sta new wave di vampiri all’acqua di rose fa solo bene rivisitare certe scene di crimini anni ’80. Blue Steel anche andrebbe recuperato: non me lo ricordo bene, ma è un bel poliziesco anche se un po’ datato, con una Jamie Lee Curtis vintage che spacca, altroché.
K-19: The Widowmaker per me è un film sottovalutato: c’è grande maestria nella rappresentazione realistica dell’eponimo sottomarino Sovietico, e una certa follia claustrofobica nell’uso della macchina da presa che ricorda un po’ James Cameron. Che più o meno moriranno tutti si sa già dall’inizio (d’altronde la combinazione Guerra Fredda +politiche del Soviet+sottomarino+armi nucleari ha raramente un lieto fine), e Harrison Ford e Liam Neeson hanno due accenti che più che da Minsk sembrano provenire con la Transiberiana direttamente dai peggiori bar de L’Havana, con coincidenza a Cork e circumnavigando Melbourne, ma il cast di supporto fa un lavoro meraviglioso – e non lo dico solo perché ci sono il piccolo Peter Saarsgard e anche un altro dei miei attori preferiti (ma tutte le sue battute sono state tagliate in montaggio, sigh). Bellissima la scena della partita di calcio sul ghiaccio, con i primi piani dell’equipaggio – una vera e propria band of brothers – che coglie in pieno lo spirito della storia e l’assurdità della morte inutile al servizio dell’ideologia.
Di The Hurt Locker potrei dire tanto. La cosa più importante è che è un gran bel film, piccolo, gestito alla perfezione, con un passo furioso e tesissimo. Non è, a differenza di tante cose che si leggono, un film sulla guerra in Iraq. Continuo a ripetere questa cosa come una specie di Cassandra autistica, ma se ci pensate in luce del discorso “Kathryn Bigelow è un(/a/’) auteur“, anche Hurt Locker è un film “sull’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, il ruolo dell’action man”, etc. (D’altronde è un film che offre la sua chiave di lettura nel prologo scritto in bianco su nero ‘war is a drug’.) Delle motivazioni politiche e storiche della guerra, del confronto con la popolazione Irachena e delle difficoltà degli invasi, e anche delle polemiche e dell’indignazione (più che sensate) a riguardo, The Hurt Locker non si cura, ma prende il punto di vista del soldato buttato in mezzo a questo macello, che in qualche modo deve farci i conti.
E se interpreto il film correttamente, nessuno ne esce indenne, e nessuno ne esce un eroe. Gli uomini di questo film sono tutti reduci e tutti malfunzionanti. Chi scrive che la guerra di Hurt Locker non è abbastanza realistica e che i dettagli sono scorretti non ha capito che non è necessariamente né il desiderio né il compito del cinema di fare da reporter delle ingiustizie. Chi scrive che Hurt Locker celebra il soldato semplice e l’artificiere guerrafondaio, l’imperialismo Americano, il testosterone e l’eroismo, secondo me ha visto metà del film che ho visto io; forse è uscito a comprare i popcorn durante la scena in cui tutte queste idee vengono sciolte da una doccia fredda, e fatte scivolare attraverso un’armatura da artificiere dentro una fogna ormai ripiena di sabbia, sangue, lacrime, e “vecchie bugie: dulce et decorum est pro patria mori“. Non lo dico io, lo diceva citando le odi di Orazio il poeta di guerra Wilfred Owen, morto in battaglia a venticinque anni nel Novembre del 1918, una settimana prima della fine della Grande Guerra – la fine di una guerra non arriva mai abbastanza presto. (Veniticinque anni è due anni di più dell’età media della squadra artificieri dell’esercito Inglese in Iraq.) Non è un caso che il titolo The Hurt Locker (che vuol dire letteralmente “armadietto del dolore”, ma è un’espressione che significa il ritrovarsi confinati in uno stato di sofferenza estrema, o feriti dopo un’esplosione), venga da un’altra poesia scritta da un soldato, che dice che “non c’è rimasto niente tranne il dolore.”
Quindi in sostanza per ricapitolare: Kathryn Bigelow non è solo la ex moglie di James Cameron, il regista più macho di Hollywood, o la prima donna a vincere un Oscar per la regia. Kathryn Bigelow è una professionista del cinema che fa dei film bellissimi, intensi, cazzuti, tecnicamente complessi ed eseguiti con destrezza; ricchi di idee e di temi interessanti; conditi con esplosioni, sparatorie, inseguimenti, musica, sottomarini, vampiri, spacciatori, soldati e surfisti. Se vince un premio grosso siamo tutti contenti, no?
Ve lo dico io.
Che se lì c’era il connubio film più o meno discutibile e colonna sonora 5 stelle per il prossimo film di Tim Burton, Alice nel paese delle meraviglie preparatevi all’esegesi della generazione bimbominkia.
Perchè?
1. Alice Performed by Avril Lavigne
2. The Poison Performed by The All-American Rejects
3. The Technicolor Phase Performed by Owl City
4. Her Name Is Alice Performed by Shinedown
5. Painting Flowers Performed by All Time Low
6. Where’s My Angel Performed by Metro Station
7. Strange Performed by Tokio Hotel and Kerli
8. Follow Me Down Performed by 3OH!3 featuring Neon Hitch
9. Very Good Advice Performed by Robert Smith
10. In Transit Performed by Mark Hoppus with Pete Wentz
11. Welcome to Mystery Performed by Plain White T’s
12. Tea Party Performed by Kerli
13. The Lobster Quadrille Performed by Franz Ferdinand
14. Always Running Out of Time Performed by Motion City Soundtrack
15. Fell Down a Hole Performed by Wolfmother
16. White Rabbit Performed by Grace Potter and the Nocturnals
Se vi chiedete cosa sia parliamo della colonna sonora del film “Almost Alice” che da oggi potrebbe essere anche “Almost sfiga” o “Almost gatto ai maroni”. Come dire “auguri e figli maschi frangettati e mascarati”.
Ecco dire che a me venga un po’ da ridere a questo punto è puro eufemismo. E già che vi voglio bene in anteprima il video Alice (Underground) di Avril Lavigne (che continuo ad apprezzare, per inciso).
E’ che già immagino le storture di naso dei puristi Burtoniani. E rido
.. e probabilmente in pochi ne sentivano il bisogno ma sembra che il ritorno agli anni 90 sia un qualcosa di fatto (e a me a questo punto viene il dubbio di non esserne mai uscito in un loop che sembra ci sia dietro la sceneggiatura di Lindelof e Cuse).
Il ritorno dei Lali Puna, dopo sei anni è qualcosa che è talmente fuori tempo che neanche la reunion dei Sex Pistols. Una riavviata di lancette così violenta che sembra quasi che qualche meccanismo dell’orologio si sia rotto, tanto era la voglia di risentire e di tornare a stati d’animo quasi dimenticati.
Come se si soffrisse una volta sola e la sofferenza di dieci anni fa fosse una sofferenza differente. Ovvio che non sia così ma il ragionamento è un po’ quello. Quello di un gruppo che ha fatto del coverare sè stesso un must, una chiave di lettura importante e quasi univoca come approccio da e verso l’ascoltatore.
Per me i Lali Puna sono essenzialmente questa cosa qui sotto
quella che è una delle sequenze sì strazianti ma vicine al limite della perfezione da accarezzarlo e poi schiaffeggiarlo.
La canzone era Scary World Theory che è una di quelle canzoni che la prima volta che la senti quasi non ci fai caso e la seconda ti cambiano la vita o quasi. I Lali Puna tornano, quindi e che sia il loro quarto album e che si chiami Our Inventions ha un’importanza molto ma molto relativa.
Di più ce l’ha sentire che le cose sembra che non siano mai cambiate. Che la sofferenza di dieci anni fa magari è sempre la stessa, come la malinconia, come gli anni persi a pensare perchè mai quella traccia non riuscivi a levartela mai dalla testa
Lali Puna - Remember (Mp3) (Via Pitchfork)
Ps ogni volta che inquadrano Olivia Magnani a me si ferma il cuore.
Parlare male di Baciami ancora, ultima fatica (la sua, pensa la mia due ore e trenta seduto) di Gabriele Muccino è un po’ come parlare di mignotte intorno al consiglio dei ministri, troppo facile.
E sì che ce la mette tutta, il regista, a farti pensare che “io di sabato sera non dovevo avere un’idea migliore che andare al Warner, pazientare un’ora e mezza perchè lo spettacolo prima era esaurito, nel frattempo mangiare un merdosissimo hamburger e poi stare due ore e mezza seduto a vedere qualcosa che finisce con una canzone di Jovanotti? Non era meglio stare a casa a farsi una pippa?”.
Evidentemente qualcosa, in qualche scelta è andata a male.
Mi dico, eliminati gli orpelli, il fastidio di una gioventù coatta, l’avversione per i gruppetti all-women già predisposti per sospiri e fazzoletti, ma Muccino, ha fatto veramente qualcosa di male?
Dopo rapido e misurato ragionamento risponderei che uno che fa un film su un suicidio per mano di una medusa nella vasca da bagno a prescindere non può fare qualcosa di buono, ma che Baciami ancora va giudicato per quello che è: un seguito non ideale di un film che alla resa dei conti era un buon film.
E dato che il nuovo corso di questo blog prende anche boccate da qualcosa che si chiama senso della misura sostituite voi quello che volete con non ideale.
In sostanza Muccino gira una puntatone di Centovetrine (presente la sensazione di quando voi aspettate di avere un serial intero sull’hd e ve lo sparate in 4 giorni a botte di tre puntate l’una? ecco) in cui l’evoluzione della storia è ferma a quella del minuto numero tre, la crescita dei personaggi è pari a quella di Berlusconi col rialzo o senza alle scarpe e soprattutto, SOPRATTUTTO, il tutto gira intorno ai famosi duelli verbali in cui non c’è piano e contropiano ma c’è macchina a spalla senza tagli e gli attori danno il meglio di sè su a chi vengono prima le palpitazioni o l’ictus.
Ricordate Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno nella rivelazione del tradimento? ecco, un’ora abbondante di film è questa, solo che ci si danno il cambio, come al Royal Rumble di Wrestling.
Che dire per il resto? Che nella colonna sonora ci sono i Sophia?
Beh è una soddisfazione eh (il che cela un più abominevole ma sicuramente più circostanziato emmecojoni!)
Che alla fine il giochino è decidere chi sia la più potabile tra Vittoria Puccini, Sabrina Impacciatore, quella che non si capisce perchè se la litighino, Valeria Bruni Tedeschi o la madre di Santamaria?
Che dopo un po’ si spera muoiano tutti o prendano un aereo dell’Oceanic 815 così almeno si levano dai coglioni su un’isola deserta e trovano da scannarsi anche lì?
Che alcuni attori dimostrano veramente di essere imbarazzanti? e non parlo del make up di Pasotti – Johnny Glamour. Parlo di roba imbarazzante.
Che ad un certo punto la Puccini è fradicia di pioggia, torna a casa si cambia camicia e si rinfradicia di pioggia perchè fa la strada indietro e che in sala la gente rideva?
Che forse, e dico forse, a un certo punto Gabriele Muccino è diventato più che un icona del realismo da soap italiano un clichè anche abbastanza fastidioso da farti dire che beh, alla fine un paese così merita sicuramente (visti gli incassi tra cui i miei 8 euro) st’infornata di nulla piuttosto che un qualsiasi Garrone o Sorrentino o Virzì o Luchetti?
Ecco, io di risposte non so darne.
Io so solo che dura due ore e mezzo e ad un certo punto credevo di vedere San Cristoforo sulle casse del surround come segno che la fine era vicina.
E che forse ad oggi, rispetto all’opzione di inizio post, di scelta ne farei un’altra.

Sembra una squadra di calcetto. Favino comunque giustamente si defila
La prima cosa bella è “finalmente” un film italiano dei sentimenti, uno di quelli che rientrano nella categoria storiadimammaefiglisucuisipuòversareunatonnellatadilacrimesenzavergognarsi.
Una roba che insomma fosse stata girata (male) dalla prima Penny Marshall del caso staremmo qui a prendere per il culo per ore. E forse le Malvestite ci farebbe anche un post in dodici puntate, per santificare il dono della sintesi di stocazzo.
Virzì che finora ha da che sventolare davanti alla faccia di ogni critico la sua filmografia al grido di “stroncami questo” tenendosi in mano il pacco, arriva alla conclusione di un circolo ideale attorno alla sua Livorno.
Il che non vuol dire che non farà più film da quelle parti (dubito, sarebbe come se io smettessi di parlarle della Garbatella, con le dovutissime proporzioni), ma che probabilmente tutto quello che voleva raccontare di autobiografico (e non) e ambientarlo sul porto e sugli scogli, beh, l’ha fatto.
Caso vuole che la prima cosa bella è il film che sancisce definitivamente che le sirene che parlavano di un Virzì che col precedente Tutta la vita davanti poteva essere accostato ai maestri del passato (Petri su tutti) non avevano torto.
Anzi erano quelli che ci avevano visto forse più lungo di tutti.
Mi vergogno di avere detto anni zero. Non succederà più.
La prima cosa bella, seppur con la perversione di far parlare livornese la Ramazzotti, la Pandolfi e soprattutto Mastandrea, è una roba riuscita in tutto e per tutto, anche nelle ingenuità di un uso del flashback forse troppo cadenzato e telefonato, ma che entra dritto nel cuore senza chiedere permesso come solo i grandi film (seppure imperfetti) riescono a fare.
Voi direte “grazie al cazzo, parla di una malata terminale”.
Io risponderei “anche autunno a new york era così, ma era na merda”.
Insomma forse facile parlare di qualcosa in questi termini (ma non credo) meno, tenerti lì fra singhiozzi e risate, in un’epilessia emozionale da mal di testa.
Insomma qualcosa che se uno non va a vedere al cinema è un povero stronzo.
Davvero eh.
Ci sono due letture possibili di Tra le nuvole. Una riguardante Jason Reitman e una riguardante la storia. La prima ce la leviamo facile: Jason Reitman ad oggi è uno degli autori più trasversali del cinema contemporaneo, uno che riesce a parlare un linguaggio di pure immagini, infarcirlo di sentimenti non di secondo ordine e non di contrabbando e terzo, ma non ultimo, come dirige i personaggi Reitman ad oggi credo siano veramente in pochi. In soldoni Reitman, semmai ce ne fosse il bisogno, celebra con Up in the air il suo personalissimo capolavoro e soprattutto scivola a piedi uniti in quella categoria di autori che si prendono a scatola chiusa. La seconda lettura del film riguarda la storia, il perfetto bilanciamento tra il cinismo del working class hero del nuovo millennio e per ossimoro del suo eroismo. Il riconoscimento di un ruolo nuovo, nella società odierna, della figura annientatrice, la morte che monda che veste un completo grigio, gira in trolley e ha un portacravatte da viaggio (Dio che cosa affascinante) come lama per tagliare le gole. Un bilanciamento tra parti e ruoli, perchè alla fine non contano le vittime, conta come le si fanno morire, se con metodi artigianali, di classe e per paradosso “umani” o nuovi, impersonali, freddi, sull’orlo del nichilismo.
E’ qui che il film diventa un breviario delle piccole analogie e delle grandi lontananze tra professionisti navigati, soli, con un unico riflesso della propria vita nella dignità degli altri nel momento in cui si uccidono, e chi di quella vita non sa a conti fatti cosa farsene, che preferisce i valori della propria di dignità e che in finale non trova uno scopo nell’uccidere. Perchè appunto il suo modo non lascia dignità nel taschino. Ed è qui che infine, entra in scena un terzetto d’attori che definire eccezionale è poco, Clooney perfetto nel ruolo di sè stesso, Vera Farmiga che tolto The Departed speriamo abbia partecipato al ruolo che la consegni al cinema di un certo livello e Anna Kendrick, contraltare perfetto per l’attitudine gigionesca Clooneyana.
Intorno grandi figure come Zach Galifianakis (che oh, ma dopo The Hangover è il mio must di modello umano) e Jason Bateman, il fratello di Justine. Rimane l’amaro in bocca al termine del film, nella coscienza che si è amato un film profondamente cinico, senza speranza e lo si è fatto col sorriso delle grandi occasioni, col dubbio che qualcosa nell’approccio della sedia del cinema si sia invertito.
O forse no.
Io non so se avete presente la sensazione di prurito alle mani, di quelle situazioni, film, dischi, concerti che non aspetti altro di mettere su un piatto, non usare neanche la forchetta e sbranarli senza sentirsi neanche chiedere pietà con il popolo astante che disgustato ti indica come l’ultima delle merde senza un minimo di ritegno che non aspettavano altro per prendersela con “..” (inserisci qui quello che vuoi tu). Beh, negli ultimi mesi è successo più di una volta, con un libro e una scrittrice in particolare, una serie tv, un paio di film e un paio di dischi. Non ne ho scritto mai. Mi sono rinchiuso nella mia fortezza della solitudine e ho lasciato perdere.
Whip it, sulla carta rientrava a pieno titolo nella lista del “ora ti distruggo” (che chi sai poi che tipo di vantaggio io ne tragga di fronte a una cosa del genere. Manco a dire un’erezione no, niente. Pura bava che devo poi raccogliere dal bordo del tavolo e asciugare e disinfettare. Whip it mi ha fatto cambiare idea.
Per chi non lo sapesse, si sta scrivendo dell’opera prima di Drew Barrymore alla regia, un film piccolo semplice, un film quasi retrò nel suo autocollocarsi nei cosiddetti passaggi di formazione, quel famoso valico che c’è per un adolescente (o una, in questo caso) tra i diciassette e i diciotto. Le nuove amicizie, le nuove scoperte, le trombate. Quelle cose lì che la mia generazione bene che andava vedeva forse ai 19. Vabè, questo è un altro tipo di discorso (patetico) che non si affronterà qui.
Whip it è un film che dovrebbe vedere soddisfazione sulla carta in un pubblico di un range dai 18 ai 29 (io ne ho 34, il problema è il mio, mi sento uno di quei vecchi sorpreso a passare fuori dalle materne per forza d’abitudine mentre i nipoti ormai vanno all’università. Da quelli che si riconoscono nei primi vagiti anti e riotistici di Ellen Page (la protagonista) a quelli per cui basterebbe dire “donne in gonnellino che si troncano di botte in pattini”. In mezzo c’è anche qualche ragazzina che così sente per la prima volta i Ramones e si farà i capelli blu.
La Barrymore è brava in tutto questo a mostrare una buonissima dose di faccia da culo, infischiarsene dei ninnoli e di “quello che inevitabilmente non può non essere detto” di questo film per cui, collocazione hipster, colonna sonora da denuncia per ruffianeria, caleidoscopio di tatuaggi e magliette vintage, vinili, indie culture e chincaglierie varie e regala ottimi sprazzi di film. Certo non parliamo di Godard (ma chi le chiede di esserlo) e si concentra sull’entertainment puro, il portare a casa il risultato nella maniera più ovvia e per assurdo più convincente.
Del resto in pochi, pochissimi, speravano che si risolvesse tutto in una lotta nel fango di 1 ora e mezza* o in uno scambio delle coppie lesbo senza frontiere. No. Alla resa dei conti che ci si trovasse di fronte ad un film in cui una ragazzina sfugge attraverso uno sport da maschi alle grinfie di una madre col mito di Miss America e dei pageants e che trova in questa sua richiesta di libertà il suo punto di rottura.
Insomma, funziona, è godibile e una volta tanto chi se ne fotte se la colonna sonora sembra fatta con l’ipod shuffle. Peccati veniali.
Un ultimo paio di osservazioni, su tutte Kristen Wiig, assoluta protagonista non protagonista con la sua Maggie Mayhem è un’autentica (per me che son ignorante) sorpresa). Un avviso prima a Marcia Gay Harden che è un’enorme attrice, che se ha deciso di mettersi a fare la caratterista tipo madretimoratadidiocolpallinodell’apparireedell’essereevvivaggesù, forse Marcia, meriti di più.
Per finire Ellen, qui ti si vuole bene, e tanto e da molto prima di Juno, capisco l’anticonformismo però tesoro mio a un certo punto basta, sei pronta per altro etc ma la prossima volta che ti vedo in un film dove sei una ragazzina con una morale superiore alla norma, con una maglietta vintage e che fa di tutto per darla al quasi primo che capita beh perdio Ellen giuro su Dio che esco di casa e vado a comprarmi tutta la discografia degli Slayer e te la regalo.
Eccheccazzo.
* me
Viene da ripetere il discorso fatto ieri sugli album, per i film, se possibile il discorso della soggettività si amplifica. Anche qui c’è gente che scrive da queste parti, gente che lo farà (prima o poi) e gente puramente di passaggio. Le vostre, come al solito, se ne avete e se vi va, nei commenti.
Si ringrazia Kekkoz per l’ispirazione grafica
Francesco Kekko Farabegoli
Miami Vice
Masters of horror – Cigarette burns
The Rules of Attraction
Gran Torino
Elizabethtown
XXX
Die Hard 4
Diary of the dead
Domino
Wall-e
Battle Royale
Crank 2
The Devil’s Rejects
Shaolin Soccer
Old Boy
Shaun of the dead
The Descent
Ong Bak
Borat
A l’interieur

Unodipassaggio (In ordine alfabetico)
Dolls
Eternal sunshine of the spotless mind
Far from heaven
In the mood for love
Million Dollar Baby
Mulholland Drive
Old Boy
Ratatouille
Spirited Away
Un conte de noel
The Dark Knight
Mulholland Drive
There Will Be Blood
Mystic River
Inglourious Basterds
Zodiac
25th Hour
A History Of Violence
The Incredibles
The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford
25th Hour
The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford
Grizzly Man
I’m Not There
In Bruges
Lost in Translation
Mulholland Drive
O Brother, where art thou?
Romance and Cigarettes
The White Ribbon – Das Weiße Band
Kill Bill
Ghost Dog
Mulholland Drive
Mystic River
Alì
The man who wasn’t there
City Of God
The Royal Tenenbaums
Old Boy
Lost In Translation
Miss Vengeance (solo film d’animazione)
Sen to Chihiro no kamikakushi
Finding Nemo
Ratatouille
Paprika
Monsters & Co.
Wall-e
Ponyo
Waltz with Bashir
Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit
The Emperor’s New Groove
Perchè i regali belli li ho sempre ricevuti prima o dopo il 24 di dicembre.
E’ Alma, una cosina piccola che basta che clicchiate sulla foto qui sotto e la vedete per bene (meglio se a schermo intero ovviamente). Chi ha amato Coraline non lo può perdere, chi non l’ha amato beh, tanti auguri -anticipati- lo stesso
via unavoceacaso


































