So long Egon…

egon

Non ho mai amato celebrare le morti. Ce ne ho avute così tante io che ho perso il conto, l’ultima un paio di settimane fa.
Non amo celebrare le morti di chi ho conosciuto e vissuto, figuriamoci quelle di chi non ho mai visto.
Mi ha devastato quella di Cobain e m’ha fatto piangere quella di Amy (che per me sarà sempre Amy e non la Winehouse) e al tempo mi ha fatto male da morire quella di John Candy.
Da quando avevo intelletto il più grande tutti invece, John Belushi già non c’era più. Per me lui è diventato un modello e un eroe dopo, quando ho visto tutti i suoi film

Ieri sera ero al volo su twitter, non sono andato a lavoro perché non mi reggevo in piedi, la sera leggo è morto Harold Ramis.
E io mi sono detto.
Ecco, così una volta per tutte chiudiamo sta cazzo di adolescenza che non c’è mai stata.

E me la ricordo ancora la vhs di Ghostbusters, presa da un amico di mio padre con un sottoscala a via Palestro, una specie di videoteca con video musicali di concerti che montava per le birrerie. Mi prestò quella e Under a blood red sky degli U2.
Io quella cassetta l’ho imparata a memoria, come tutti poi, e ho faticato a ridargliela perché i miei a vedere i film leggeri al cinema non mi portavano
Cioè mia madre mi portava anche a vedere Indiana Jones o Flash Gordon, mio padre Oci Ciornie per dire. Sta mancanza di leggerezza che ad un certo punto si sfaldava e si liberava grazie a sta vhs che a ruota andava tutti i pomeriggi quando tornavo a casa dalle medie da solo, mi scaldavo il pranzo nel forno a microonde e mangiavo aspettando le 5 che tornasse mamma e andarmene in camera mia.
In quei momenti casa era mia a tutto volume, per quelle tre quattro ore.
I Ghostbusters non erano solo la canzone di inizio film era una cosa dove 4 antieroi diventano eroi.
Dove tre improbabili diventano la salvezza di New York, una montagna di citazioni e un milione di punch line che ancora oggi dico a manetta
tipo

vi aaamano vi aaaamano

o

colleziono spore muffe e funghi

li amavo tutti ma tutto e per tutto mi sono sempre sentito Spengler, lo stampellone, avevo gli occhiali tondi, ero taciturno e già mi pettinavo come Elvis, avevo una compostezza innaturale per uno dei miei anni e nessuno s’è mai chiesto perché. Io solo lo so.
Spengler era quello che ho sempre visto come il me da grande, quello che risponde con la razionalità sempre, quello che a volte si lascia travalicare dal terrore e quasi non te lo aspetti molla gli ormeggi e ne vedi le reazioni scomposte.
O definire le fini con frasi contorte tipo

Immagina che la vita come tu la conosci si fermi istantaneamente e ogni molecola del tuo corpo esploda alla velocità della luce.

Spengler era un outsider, una rockstar senza sapere di esserlo
E quegli occhiali sono diventati un simbolo hipster e non sapete quanto io vi odi per questo, quanto tanto, perché alla fine davvero che cazzo ne sapete voi di cosa voglia dire essere un outsider, venirci su e considerarsi un perdente che ha avuto qualche botta di culo

Spengler è stato il mio modello vero d’infanzia, l’inarrivabile era Han Solo e il vorrei ma non posso Marty McFly.
Tutti con la zazzera tranne Egon, sempre impeccabile, sempre in giacca e cravatta, e ci ho provato anche io a metterle per un po’ ma ho capito che sarei stato uno Spengler a modo mio.

Ieri è morto Harold Ramis, ed è morto a suo modo Spengler. Chiudiamo a chiave sta cazzo d’adolescenza e andiamocene via.

Mi dispiace, Venkman, il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare…

Top Film 2013 – GiorgioP

films

Partiamo da su?
Partiamo da su. Mani basse per la Bigelow, l’ho pensato da subito che passare Zero Dark Thirty voleva dire tirare fuori qualcosa di mostruoso, Cuàron e Carax ci sono riusciti, quasi. Il primo con una cosa semplice ma mastodontica, il secondo con un’opera e meta e autocelebratoria per il cinema e autoreferenziale (in senso buono e cattivo) sulle arti e i personaggi in cerca d’autore. Stiamo parlando comunque di tre capolavori, niente di meno.
La vita d’Adele è il film che dici “se lo vedo sto male”, lo vedi stai male (tanto) e però vedi una roba fatta di delicatezza e una delle più belle sintesi di cosa sia l’amore sul grande schermo.
Solo Dio perdona, Refn manco, stracriticato, anche da me eppure è uno dei film che più mi sono portato dietro come sensazioni, immagini e dolori di pancia. Se uno fa un film così, con difetti e pregi e lascia questo ha raggiunto il risultato, almeno per me. La grande bellezza è l’ennesimo grande Sorrentino (a tratti debortante, il problema a volte non era il film in sè ma il “troppa roba”) e Pacific Rim il film per tornare ragazzini, robottoni e mostroni messi lì da uno che è più ragazzino di tutti noi messi insieme (daje Guillermo!). Stoker il film dove la classe ha vinto tutto e Silver Linings Playbook è l’innamoramento numero uno dell’anno. Flight il film che forse non ti aspetti da Zemeckis ma che alla fine non sai quanti l’avrebbero fatto un film così, The World’s End la chiusura della trilogia del Cornetto di Wright, un pochino sotto le aspettative visti gli altri due ma è come se saluti degli amici, che gli stai a dì che la borsa non è un granchè? Side Effects forse il più bello degli ultimi sei film di Soderbergh e Spring Breakers il film che molti tacceranno come “abboccamento Korine”, per me film manifesto del disagio nichilista adolescenziale americano, di questo livello ne ho visti pochi. Sarà che sbaglio io.
The Master è forse la prima mezza toppa di Paul Thomas Anderson ma quelle tre quattro cose grosse sono veramente grosse e alzano il livello. Dans la Maison è una roba d’alta classe di quel grandissimo stronzo di Ozon, Prisoners sembra quasi l’appendice meta e del disagio di Zodiac, Villeneuve leva dieci anni di vita a film però oh, che gli vuoi dire. Django Unchained per me Tarantino un po’ sotto le aspettative, però gli omaggi ci piacciono sempre ed è un omaggio a suo modo al western spaghetti, famo che però mo famo altro eh? The Canyons per me innamoramento numero due dell’anno, freddo, asettico e minimale, però roba grossa. This is the end spero che lo ricorderemo per la chiusura di un cerchio (i ragazzi dell’Apatow pack a un certo punto sembrano na setta, basta) e Frankenweenie un gioiellino Burtoniano a cui non siamo abituati da un bel po’.

Mo mandateme affanculo anche nei commenti, buon anno nuovo

Top Film 2013 – ale-bu

Quest’anno la mia classifica dei film segue a ruota quelle bellissime di Byron e Tob Waylan. Avendone loro rispettivamente scelti 10 e 20, omaggio la mia prof. di latino che per 5 anni non ha mai perso la speranza, esclamo un democristianissimo in medio stat virtus e mi fermo a 15. Anche se il motivo principale è che ne avevo scelti 15 anche l’anno scorso e non avevo voglia di rifare il file delle immagini.

alebu-topfilm-2013

I primi tre posti sono stati facili facili. The World’s End è una meraviglia di ultimo capitolo di una meraviglia di trilogia. E non era mica così scontato. Invece chiude il cerchio aperto con Shaun of the Dead come meglio non si poteva, o quantomeno come meglio non riuscivo a immaginare. E Nick Frost che carica a testa bassa e mena come un fabbro si è meritato una piccola hola sul divano. A vedere il film di Pif ci sono andato quasi per caso, perché era sotto casa ed era troppo tardi per andare da qualsiasi altra parte. Non ci avrei scommesso venti centesimi, invece è bellissimo, delicato e divertente nel raccontare una storia che di divertente e delicato non ha nulla. Django è il filmone dell’anno. Con in più il cameo di Franco Nero e la colonna sonora di Lo Chiamavano Trinità.

Holy Motors è un film talmente sopra le righe che avrei potuto metterlo al primo posto o lanciarlo dal balcone. Soprattutto perché quando l’ho visto la prima volta sono andato a fare la pipì durante i titoli di testa e mi sono perso la scena del cinema all’inizio, col risultato di passare un’ora e mezza a bestemmiare perché non capivo niente. Una volta recuperato l’inizio sono stato decisamente meglio, limitandomi a bestemmiare contro il litro di the freddo che avevo bevuto prima del film.

Zoran, The Way Way Back, che in italiano è uscito con il brutto titolo di C’era una volta in estate, e The Sessions, pur essendo storie profondamente diverse raccontate in modi ancora più diversi, hanno un fondo di disagio e inadeguatezza che è piaciuto tanto. Dans la maison mi aveva conquistato con il trailer e l’ho pure visto in francese, facendomi trascinare dalla storia anche se non capivo proprio tutto tutto tuttissimo.

Per Beasts of the Southern Wild faccio outing e confesso che mi ero fatto fregare dalla storia della bambina che aveva conquistato Obama. Però sono stato contento di averlo visto. Anche perché lei nel film si chiama Hushpuppy. Come si fa a non volere bene a una bambina che si chiama Hushpuppy?

Star Trek, Looper e Pacific Rim mi hanno divertito ognuno a suo modo, anche se Del Toro poteva pure sbattersi a scriverlo, il film. Poco male, però la scena della spada, santamadonna, la scena della spada…Tu JJ vedi invece di non fare cagate con ep.VII, mi raccomando.

La migliore offerta e Side Effects per me sono semplicemente due bei film, mentre The Spirit of ’45 se fossi stato inglese probabilmente l’avrei messo in cima alla lista. Nonostante i possibili collegamenti alla situazione italiana, racconta infatti una storia talmente britannica che è difficile farla propria. Però la racconta talmente bene che anche io per un attimo sarei sceso in piazza contro la privatizzazione della NHS. Solo che qui a Morbegno ho avuto qualche problema ad organizzare il corteo.

Non ho messo in classifica il classico “In Italia siamo tempestivi”, perché c’erano ben due candidati e inserire sia Kiki che Akira mi sembrava troppo. E la classifica di 17 non mi convinceva.

Insomma, queste sono le cose che mi sono piaciute molto. Sono state tante anche le cose che non mi sono piaciute. Devo aver raggiunto il livello di allerta di Saturazione Servillo, perché sia La grande bellezza che Viva la libertà mi hanno lasciato l’amaro in bocca. The Master e Il grande Gatsby li ho praticamente dormiti entrambi, e nonostante il mio principio di narcolessia questo non depone a loro favore. Mood Indigo così così, ma la delusione dell’anno me l’ha regalata Hideaki Anno con quella porcata di Evangelion 3.0.

Sono anche andato alla mini maratona di Eva 1.0 e 2.0, comprando i biglietti mesi prima. Erano dieci anni che non andavo ad una maratona al cinema, da quando dopo mesi di corteggiamento goffo e arruffato avevo strappato un’uscita ad una ragazza bellissima che veniva in biblioteca. Avevo avuto la brillante idea di portarla a vedere la maratona di Ringu, i film giapponesi da cui avevano tirato fuori The Ring. 3 film. 6 ore. Sedie scomodissime di un cinema di paese. In effetti, col senno di poi, forse non era stata proprio una mossa geniale. Il giorno dopo mi aveva detto che non potevamo vederci, perché un suo amico aveva avuto un problema in Svizzera e andava a trovarlo. Per tre o quattro settimane.
Ecco Hideaki, quando sono uscito dal cinema quest’anno mi sono sentito come dopo quella risposta, con quello stesso leggero sentore di avere fatto una minchiata.

* Quest’anno ho visto tanti film, ma altrettanti (almeno) li ho persi. La vita di Adele, Il passato, Miss Violence…ma quello che mi spiace di più sono due piccoli film balcanici, The Parade e Djeca, perché so che recuperarli sarà un disastro.

Top Film 2013 – Byron

Film

Le solite precisazioni del caso: sono classificati solo film visti in sala nel 2013 in Inghilterra (+ festival inclusi). Quest’anno ho compilato una classifica scarna e semplice: solo 10 film invece di 20. In effetti 20 film belli li ho visti, ma questi 10 sono stati per me una spanna sopra gli altri. Tra questi, il numero 1 va d’obbligo a Post Tenebras Lux: il film più imperfetto, strano, sbagliato di tutti (Premio Holy Motors del 2013). Ma è quello che più di tutti ha imbrattato di vernice i muri della mia mente. Sono ancora qui senza una spiegazione logica di perché e di per come.

Detto questo, è una classifica un po’ insensata, mi rendo conto, soprattutto per quanto riguarda l’ordine; l’ho riscritta circa sei volte, e a seconda del giorno sono usciti più o meno gli stessi film ma in ordini diversi. Unica eccezione: To The Wonder, il film che vince l’ambito Premio Catullo – un giorno ti amo, un giorno ti odio. Non l’ho ancora assimilato, ed è finito secondo (2°) in un’altra classifica che ho stilato con altri criteri per a classifica dei critici indipendenti su Twitter #12FilmsaFlickering (chez Jules Arkadin), mentre qui Non Pervenuto. Che ci vuoi fare, col cinema è un po’ anche come ti svegli la mattina.

Bonus tracks:

  • Premio La Vita è Una Cosa Meravigliosa Ma Anche WTF: It’s Such a Beautiful Day (questo film iperconsigliato si può vedere per 2$ qui su Vimeo. È veramente bellissimo. Ma magari tienitelo per un giorno in cui non ti senti particolarmente ipocondriaca/o)
  • Premio Bravi Ma Basta: Django Unchained (25 minuti e un po’ di logorrea in meno e ce l’avremmo fatta, amico Quentin. Impegnati, secondo me ce la fai.)
  • Premio Ci Si Rivede in DVD e Poi Ne Riparliamo: Lore (i danni di Malick sono quasi pari ai danni della Germania post-guerra)
  • Premio Piccoli Ken Loach Crescono: The Selfish Giant (l’Inghilterra è un paese allegro)
  • Premio Tecnologia (Ma Non S’è Capito Perché le Donne nello Spazio Stanno in Mutande): Gravity (e ok, neanche io so parcheggiare, ma non ho bisogno di George Clooney a spiegarmi come si fa)
  • Premio Se Semo Voluti Tanto Bbene Ma È Finita: La grande bellezza (NO NO e NO)

Only Lovers Left Alive

8Quella che stai per leggere è una specie di recensione del nuovo film di Jim Jarmusch con Tilda Swinton e Tom Hiddleston, che al momento non ha una data di uscita in Italia. Jim Jarmusch è una leggenda, ha diretto ventordici capolavori, e questo qui è uno di quelli; sarà l’entusiasmo ma te lo dico subito che per me si conta tra i suoi 5 film migliori e tra i top 5 del 2013 (gli diamo 8 sulla fiducia che entro dicembre sarà diventato un 10).

Si può cominciare col dire che è un film sui vampiri, e lo è fondamentalmente perché i due protagonisti:

a)     si nutrono di sangue
b)    sono e non sono morti
c)     vivono di notte

Però sia chiaro che si va molto oltre al semplice film di genere: dopo Edward & Bella e puttanate varie, questo è il reboot di cui i vampiri avevano bisogno. Ora, se hai pazienza di leggerti il resto possiamo dire che in realtà Only Lovers Left Alive è un film che parla di cose fondamentalmente più interessanti dei vampiri, tra cui:

a)     la sensazione di libertà e onniscenza e inquitudine che ti dà esplorare una città di notte
b)    la decadenza materiale e inevitabile trasporto umano verso il concetto di Fine
c)     la nostalgia necessaria alla creazione di qualsiasi opera d’arte ma soprattutto la musica

Procediamo con una specie di introduzione dei due personaggi intorno ai quali gira tutto il film come un vinile nel giradischi (questa è una similitudine da due spicci che puoi prendere o lasciare, dettata dalla quantità di rock’n’roll retro contenuta nel film, ma anche dal movimento della macchina da presa nella sequenza di apertura nel film, che gira gira gira).

La favola di Adamo ed Eva

Tilda Swinton è Eve, un vampiro ottimista e generalmente vitale, che ama la letteratura in tutte le lingue e ballare classici dimenticati del rock’n’roll anni ‘60. Indossa vestiti damascati tendenti al bianco e ha più energia quando si sveglia la notte di quanta non abbia io dopo due ristretti. Risponde alle tendenze depressive di Adam con una simpatica dose di “get over it”, e sbaraglia le discussioni su come si fanno i personaggi femminili interessanti nel cinema (che guardo caso sono spesso interpretati da Cate Blanchett, Emma Thompson, o ahem, Tilda Swinton quando non fa la mamma di Kevin).

Tom Hiddleston è Adam, un vampiro depresso e malinconico che compone prog-rock di culto, dopo un passato da ghost writer per vari pezzi grossi della storia della musica. Colleziona chitarre e strumenti a corde antichi – tutte gli strumenti vintage che si vedono nel film sono modelli originali, preparatevi a pulirvi la bavetta davanti a un paio di Gretsch e Rickenbacker, e a piangere la fine di una sei corde classica del primo novecento. Jim Jarmusch ha descritto il personaggio a Tom H come “Hamlet as played by Syd Barrett”; non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non magari che Tom H è piuttosto sdraiabile anche quando fa il depresso malinconico. (La colonna sonora del film è in buona parte opera del gruppo di Jim Jarmusch. Si ascolta qui sotto.)

Adam e Eve si amano da secoli (perché per forza con quei nomi se non siete archetipi voi ditemi un po’) ma vivono rispettivamente a Detroit e Tangeri (perché vista e considerata l’eternità che sarà mai una relazione a distanza per qualche anno). Ora, Detroit e Tangeri: due città dal passato imperiale, centri di produzione e creazione tra i più vivaci al mondo, industria e musica mano nella mano, diversità culturale e sociale come se piovesse. E poi via: un crollo economico, un movimento sociale, un battito di ciglia lungo un decennio o giù di lì, e Detroit e Tangeri diventano due avamposti in rovina, due città fantasma, vuote, disabitate.

I vampiri guidano un’auto vintage in giro per Detroit di notte, e Jarmusch rivela la bellezza dei cinema abbandonati diventati parcheggi, dei mattoni e del ferro nelle fondamenta esposte, degli edifici precari e in punto di morte. I vampiri camminano per le strade di Tangeri trasportando contenitori di sangue, e Jarmusch cita una scena di In the Mood For Love (che altro non è se un film sul contrasto tra la permanenza della memoria dei luoghi e l’insostenibile impermanenza degli amanti, e sul portare gli occhiali da sole di notte), e tu senti il sapore di sale nell’aria notturna, la sabbia nel vento, e percepisci uno sgretolarsi lentissimo degli edifici in riva al mediterraneo.

[Intervallo: la suddetta scena di In the Mood for Love, perché è sempre giusto.]

C’è del magico sublime nelle rovine e non lo scopro né io adesso né Jarmusch, nemmeno i poeti Romantici che piacciono tanto a me quanto a entrambi i personaggi. Pensi a come sarebbe aver visto le guerre puniche, e giocare a scacchi con Byron o bere vinaccio con Poe ed essere ancora qui a raccontarlo. Cominci a farti un’idea che il passare del tempo pesi parecchio, a come si debbano sentire i luoghi e le cose inutili che rimangono lì dopo lo scorrere delle faccende umane, e immagini che il senso di superiorità che ci potrebbe dare l’aver vissuto per secoli è una forma di ennui crepuscolare difficile da superare. 

Ok, sì, l’esistenzialismo sta diventando pesante. Allora dico anche che Only Lovers Left Alive è una commedia e una bella paraculata, che punzecchia non solo i film di vampiri che si prendono molto sul serio, ma anche gli hipster fissati con la tecnologia vintage, il gusto del ruin-porn, l’Orientalismo, quelli che credono nel complotto di Shakespeare (di cui ti ho parlato nella recensione di Anonymous), e il cinema in toto a colpi di battutacce e freddure. La mia preferita è una scena in cui Adam scopre un improbabile quartetto di amanite rosse e bianche cresciute tra la sterpaglia del suo “giardino” nella stagione sbagliata, e serissimo osserva: “it just goes to show, we don’t know shit about fungi.” Fatemene una maglietta NAU.

Ora dico una poesia che mi è venuta in mente mentre guardavo il film:

I.
Our kiss is a secret handshake, a password.
We love like spies, like bruised prize fighters,
Like children building tree houses.
Our love is serious business.
One look from you and my spine reincarnates as kite string.
When I hesitate to hold your hand,
it is because to know is to be responsible for knowing.

II.
There is no clean way to enter
the heavy machinery of the heart.
Just jagged cutthroat questions.
Just the glitter and blood production.

III.
The truth is this:
My love for you is the only empire
I will ever build.
When it falls,
as all empires do,
my career in empire building will be over.
I will retreat to an island.
I will dabble in the vacation-hut industry.
I will skulk about the private libraries and public parks.
I will fold the clean clothes.
I will wash the dishes.
I will never again dream of having the whole world.

[Mindy Nettifee, “This is the Nonsense of Love” ]

Ecco, questa cosa mi è venuta in mente perché Only Lovers Left Alive è più di qualsiasi altra cosa un film sull’amore come prova di resistenza contro il logorio del tempo.

Dice la poesia che l’assurdità dell’amore è costruire un impero intorno al proprio amato, circondarlo di cose straordinarie scintillanti e sanguinolente, viaggi nel tempo, avventure per spie e reincarnazioni fantastiche. Ma poi un giorno l’amore finisce, qualcosa cambia, e l’impero crolla – perché crollare è la cosa che gli imperi tendono a fare  – e quindi basta, dopo il crollo dell’impero non c’è più nulla, o c’è solo da lavare i piatti. L’impero dell’amore è finito, andate in pace.

Only Lovers Left Alive

Nel film di Jarmusch gli unici amanti rimasti vivi sono non-morti. Sono Adamo ed Eva, distruttori del paradiso terrestre, creatori della vita in terra. Sono Adamo ed Eva, che si amano lo stesso anche quando fanno cazzate. Sono Adamo ed Eva che nonostante la rottura di palle del volo notturno e la coincidenza a Madrid prendono un aereo per rivedersi e stare insieme non solo su Skype (sì sono vampiri che usano Skype). Per quanto mi riguarda la meravigliosa assurdità dell’amore tra umani ha molto più queste fattezze che quelle descritte nella poesia: è guardare gli imperi crollare e poi avere l’immaginazione e la forza di pianificarne dei nuovi. L’amore è accettare che a volte si pensa di star costruendo una cattedrale e invece è bungalow. L’amore è adattarsi a vivere nelle rovine e trovarle anche belle. L’amore è resistere al tempo, coltivare un giardino, farsi sorprendere dal mistero che è l’esistenza dei funghi (specie se, come me, ai funghi sei molto allergica). 

I personaggi di Jarmusch sono quasi sempre gli ultimi superstiti della loro specie. È questo che li rende bizzarri, speciali e immortali. Ma questi amanti-vampiri, gli ultimi amanti rimasti vivi, sono molto più normali. È questo che li rende umani.