Una cosa veloce su Derek Cianfrance

C’è un momento in Blue Valentine, un momento in cui loro litigano in ospedale, in cui ricordo di aver messo pausa ed essermi detto va bene, respiriamo un attimo e andiamo avanti. Blue Valentine è uno di quei film che guardi una volta e non te li dimentichi abbastanza da non volerli rivedere mai più; è uno di quei film, piuttosto rari, di cui si può ricordare il momento preciso in cui è scesa la prima lacrima o si è sentito quel tonfo al cuore solito quando ci si affeziona troppo alle storie tristi.
C’è un momento in The Place Beyond the Pines in cui Eva Mendes trova una foto vecchia 15 anni, una foto rovinata dal tempo di cui noi, come lei, conosciamo storia e significato; la trova inaspettatamente, dentro una busta aperta con calma e una sequenza girata con l’attenzione di chi vuole sottolineare in quanto spazio si possano schiacciare 15 anni, un amore e un figlio e quanto possano essere fragili se tenuti in mano sul giardino di casa, soli, mentre soffia il vento. Quel momento, al cinema, è stato il momento preciso in cui 130 minuti di film mi sono esplosi nel petto e l’unico in cui ho pianto, senza poterci fare niente.
Le storie di Derek Cianfrance sono storie lunghe e tremendamente reali, che occupano una vita intera, ma il suo cinema è un cinema di momenti, di azioni e conseguenze confinate in sequenze costruite solo per loro e trattate come il più importante dei soggetti, pesate in ogni minuto di ogni piano sequenza, senza sprecare, senza esagerare, finendo in quel perfetto equilibrio tra il dire troppo e il dire poco che nessuno sembra più in grado di raggiungere; il cinema di Derek Cianfrance è un cinema che racconta senza mai raccontare, è un cinema che mostra dei personaggi muoversi e agire nel loro mondo, che è sempre il nostro, come se nemmeno lui conoscesse la prossima riga di sceneggiatura. Cianfrance gira film con la sensibilità e la curiosità dello spettatore; si diverte quando ci divertiamo noi, si fa male quando ci facciamo male noi; si distacca dagli attori nel momento stesso in cui inizia a riprenderli lasciando che siano loro a raccontare la storia e mai viceversa. Cianfrance è l’ultimo, miracoloso portavoce del cinéma vérité che era di Cassavetes, un cinema che parte dalle persone e finisce in quell’equazione di individui che è la vita, sempre e solo la vita, e The Place Beyond the Pines ci si inserisce con la stessa forza con cui Faces spaccò il cuore di chi ancora ne aveva uno.

563141_10200990555110023_1295824802_n


Animati: Ernest et Cèlestine (Stéphane Aubier, Vincent Patar & Benjamin Renner, 2012)

ernestecelestineCerte volte c’è proprio bisogno di un po’ — o di una vagonata — di tenerezza. La prima volta che vi serve di un film che vi strapazzi di coccole, andate a cercare Ernest et Célestine.

I due protagonisti sono rispettivamente un orso adulto e una topolina bambina che, in un mondo dove c’è grande odio tra plantigradi e pantegane, si incontrano per cause fortuite e diventano amici nonostante le difficoltà del caso. Célestine vive in un orfanotrofio ed è un po’ troppo curiosa; di notte, con gli altri topolini, va a rubare i denti da latte dei bambini orsi e lasciare loro una monetina in cambio. Ernest è disoccupato, vive in una casetta nel bosco, e si arrangia come può rubacchiando e chiedendo l’elemosina.

La trama è piena di lezioni sociali e morali — sull’altruismo, sul rispetto e la curiosità per chi è diverso, sull’amicizia — ma mantiene uno spirito leggero, scherzoso. La sceneggiatura di Daniel Pennac (mica uno qualsiasi) riesce ad intrecciare contenuti per niente facili da affrontare in maniera fresca, senza che il film diventi pesante e paternalistico, ma soprattutto senza trattare lo spettatore come un rimbambito.

I disegni non sono stati copiati direttamente dai  (più di 20) libri originali dell’autrice belga Gabrielle Vincent ma, per scelta precisa dei registi, ne è stata ripresa la tecnica ad acquerello e la semplicità. Ernest, Célestine e tutti gli altri personaggi vengono delineati con il minimo del dettaglio, ma l’effetto è massimo: c’è molto più spazio per le emozioni e soprattutto per l’immaginazione.

Ernest et Célestine sa essere magico senza che succeda alcunché di magico, anche grazie alla colonna sonora  scritta dal jazzista francese Vincent Courtois, che vale la pena di ascoltare anche indipendentemente dal film.

In Italia è già uscito a dicembre, distribuito da Sacher e doppiato da Claudio Bisio e Barbara Rohrwacher.

Note a margine: Quando l’ho visto ad un “galà” per bambini alle tre di pomeriggio, Ernest et Célestine era in francese sottitolato. Inutile dire che i poveri bambini inglesi, specialmente quelli molto piccoli, non capivano niente. C’è stata un’esplosione di pianto generale per una scena che non sarebbe stata affatto paurosa, se i poveri spettatori avessero potuto vederla in traduzione. Forse i film indirizzati ad un’audience sotto i sei anni sono il punto di non ritorno in cui i sottotitoli sono necessari. Infatti il trailer è bellissimo anche in italiano.

Ragnatele: Su YoutTube potete trovare il meraviglioso Panique Au Village, del 2009, sempre dei registi Stéphane Aubier e Vincent Patar, avec sour-titres per chi come me non sa il francese proprio per niente.
Se avete bisogno di animaletti carini immediatamente, andate pure sul sicuro con The World Of Peter Rabbit.


Animati: i candidati a Best Animated Feature agli 85th Academy Awards

Untitled-3

La categoria del Best Animated Feature Film è stata introdotta agli Academy Awards soltanto nel 2002. Prima di allora un film animato poteva sperare di entrare nella rosa dei Best Feature Film, ma è successo solo poche volte, a esempio con La Bella e La Bestia nel 1992.

Le regole sono semplici. Innanzitutto, i film realizzati usando la performance capture (l’attore recita, poi gli viene costruito il personaggio addosso, tipo Avatar) non possono essere nominati. Valgono quindi animazione tradizionale, animazione computerizzata, stop motion, claymation.
Se ci sono meno di 16 possibili nominati, ne vengono scelti tre; se invece sono più di 16, ne vengono scelti cinque.

Le nomination comprendono spesso film stranieri — Chico & Rita l’anno scorso, The Illusionist di Sylvain Chomet l’anno prima — e ancora più spesso questi sono gli unici film di animazione tradizionale della categoria. Sin dalla sua prima edizione, infatti, il premio è stato quasi sempre consegnato alla Pixar: l’unico vincitore ‘disegnato’ è stato Spirited Away di Miyazaki nel 2003, e l’unico in stop motion è stato il meraviglioso Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit nel 2006.

Quest’anno la varietà delle nomination è crollata: abbiamo due film in animazione computerizzata e tre stop motion, di cui solo uno è stato prodotto fuori dagli Stati Uniti. Il filo conduttore di tutte le nomination è “gli incompresi”, visto che I Miserabili sono già in tutte le altre categorie: tutti i protagonisti sono outsider, o perlomeno si oppongono all’ordine delle cose. Chi riuscirà a spuntarla?

Iniziamo da Brave, ultimo prodotto di Pixar, che racconta la storia della giovane principessa scozzese Merida e della sua lotta con le convenzioni sociali del regno. Brave è il primo film della Pixar con protagonista una ragazza. Ha dalla sua una storia commovente ed un’esecuzione tecnica magistrale; non a caso, ha già vinto  il Golden Globe come Best Animated Film poche settimane fa.

Frankenweenie e ParaNorman hanno molto in comune: entrambi sono realizzati in stop-motion, entrambi parlano di bambini emarginati con aspirazioni scientifiche e un po’ troppo a che fare col paranormale. Entrambi si allontanano dalla vittoria per via di temi e dell’aspetto visivo “oscuro”, che li rendono meno appetibili rispetto agli altri nominati. Entrambi sono stati realizzati da un team snobbato dagli Oscar in passato: Tim Burton (Frankenweenie) non è stato mai premiato, e la casa di produzione Laika (ParaNorman) è la stessa di Coraline (che perse contro Up nel 2010).

L’inglese Aardman Animations ha invece vinto in passato, con il già citato Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit. La nomination di quest’anno è The Pirates! In an Adventure with Scientists! che, oltre al titolo composito, condivide con il predecessore anche l’humour inglesissimo. Ma mentre Wallace & Gromit se la giocava con altri titoli non troppo popolari (Corpse Bride e Howl’s Moving Castle), i poveri pirati se la devono vedere con i colossi Disney che non hanno intenzione di mollare l’osso.

A far lasciare ogni speranza agli altri nominati c’è infatti Wreck-it Ralph. Oh, Wreck-it Ralph. Il grande eroe incompreso che si ritrova nel bel mezzo di un’avventura bizzarra e ipercolorata. Wreck-it Ralph può contare su molti fattori positivi: la storia commovente, l’aspetto visuale eccezionale, l’idea innovativa di creare un film animato a tema videogiochi, che mescola stili diversi e epoche diverse con un risultato riuscitissimo. Wreck-it Ralph è tenerissimo e meraviglioso, si merita di vincere e vincerà.

Ma nessuno dei candidati — e sicuramente non Ralph — ha però la complessità di ParaNorman: la bizzarra leggenda della strega di Blithe Hollow, la caccia alle streghe, il rimorso e la penitenza, l’essere un outcast, i genitori che non capiscono niente, il fratello di Neil che invece ha capito tutto (spoileeers!). ParaNorman è realizzato deliziosamente (in maniera molto meno pulita e precisina di Frankenweenie) e ha un po’ dell’umorismo nero dei Pirates. Ha il meglio di ognuno degli altri nominati, ma le ragioni che ai miei occhi lo rendono il migliore sono quelle che lo rendono il candidato meno appetibile: troppo oscuro, troppo ambiguo, troppo pieno di temi che vanno un po’ troppo oltre. Si merita di vincere, ma non vincerà: troppo strambo, così come il suo protagonista.

Ma non è finita qui: oltre ai film animati, ci sono anche i corti. Anche se l’Academy ha ordinato ai produttori di rimuovere gli shorts da internet, se vi sbrigate potete vederli tutti qui prima della cerimona di domenica. Preparate i fazzoletti prima di vedere (o ri-ri-ri-ri-rivedere) Paperman.

Nota a margine. Questo è il primo post di una rubrica; nelle prossime settimane parleremo dei film animati esclusi dalle nomination degli Oscar, ma anche di qualsiasi film animato pregevole mi capiti per le mani.


Molto più di zero

É complicato a volte parlare e scrivere di film, di quelli di Kathryn Bigelow poi (per enne motivi) é complicato il doppio.
E per James Cameron e perché gira film “da uomini” e perché ha un volume di coglioni sotto che se desse uno schiaffo Tyson probabilmente quello non si alzerebbe più.
Quello che però la Bigelow ancora non aveva trovato era un suo alter ego da mettere di fronte alla camera. Una metafora fisica di quella che é la sua carriera cinematografica trasformata in personaggio e storia. Come del resto non considerare tale la storia dell’uno contro tutti di Maya nella ricerca di Bin Laden, in un mondo di quasi solo uomini (con quelle limitazioni evidenti e presumibili), un’indole che supera e la situazione proibitiva e diventa quasi un paradosso dell’adattabilità al mondo esterno.
Un adattamento per conflitto aspro e senza tregua e con la fermezza quasi khomeinista delle proprie convinzioni e del proprio ruolo.
Jessica Chastainin Zero Dark Thirty  é un po’tutto questo oltre che una grandissima attrice che stra merita l’oscar o almeno un riconoscimento di status, un personaggio che non si tira mai indietro che da sola traina una ricerca, un’utopia. Incarna perfettamente la tenacia, la sfida e la non arrendevolezza delle proprie convinzioni, chè se la strada è quella giusta non è  che se abbia un sesso cambi qualcosa.
Il film é tutto questo una serie enorme di sequenze interlocutorie e strizza budella per tensione che ottengono l’effetto di non mollare mai lo spettatore, non lo lasciano con domande e soprattutte gli lasciano ben chiaro (sì che sappiamo come finisce poi sta storia) la giustezza delle ragioni e dei modi dove sono. Un passo oltre The Hurt Locker, un thriller storico seduto alla scrivania. E non è una cosa semplice.
La Bigelow dal canto suo arriva alla summa finale del suo cinema, mettendo il punto sul suo cinema e sul suo discorso stilistico, a suo modo rivoluzionario, indomito e con due coglioni così

I’m the motherf**ker that found this place, sir

zerodarkjessica1


Meet your Master

C’é questa storia un po’strana che riguarda questo regista un po’particolare, e grande a modo suo, che é Paul Thomas Anderson.
The Master é un po’il compendio dei pensieri su un regista che si posa in un ideale baricentro artistico che parte da Carver continua con Malick e va oltre con Kubrick. Sì perché la sua scrittura fatta di frammenti finisce per essere sempre un monolite, squadrato, perfetto complicato da affrontare. Anderson é uno di quelli che riesce a raccontare le storie di cui neanche avresti voglia di sentire la sinossi. Metti un avido petroliere e il rapporto col figlio, metti un uomo con problemi nella gestione della rabbia che si innamora, metti un altro matto che incontra un’accolita che vagamente ricorda Scientology.
Mettercisi solo a pensarle storie così fa venire il torcibudella, pensa a scriverle e girarle.
The Master é per molti la consacrazione di Anderson (per me no, che te vuoi consacrà dopo Il petroliere?), del suo linguaggio e della sua enorme capacità di dirigere personaggi prima che attori interpreti.
Se la partenza ormai é un leit motif di richiamo a Malick (la sottile linea rossa?) lo svolgimento è una costruzione Lego sempre più importante in cui anche i buchi e le sospensioni hanno un motivo d’esistere.
Mettici che forse la chiusura un po’tirata via ne mina la consistenza generale ma é a quel punto che la grandezza del trio Hoffman Phoenix e una mastodontica Amy Adams (una delle più grandi interpretazioni degli ultimi anni) prendono il sopravvento. Ê qui che i grandi film o rimangono tali o si smontano nel polpettonismo.
Questo é e rimane un grande film. Non grandissimo, non un capolavoro, ma un grande film.

tumblr_mai7c9OxcH1qzpdnho1_1280


Daje Tim

Forse questo sarà uno dei post più brevi della storia di questo blog, scherzo.Però in effetti a trovarmi a scrivere di un film di Tim Burton, dopo una sequela e di delusioni e di sfragnamenti di palle (magari oh, ero saturo io, m’ero rotto le scatole del naif dark, magari perché ero cresciuto, magari perché se ti ritrovi sempre lo stesso cast di fronte un po’ ti assuefi, un po’ ti chiedi se ti si riesca a dire dell’altro), beh è l’ultima cosa pensavo sarebbe successa.
Fatto è che Frankenweenie è una dolcezza di film, che richiama l’epoca d’oro dei film di Lugosi e Karloff, di quelli che facevano meravigliare le infanzie degli anni 60, senza effetti speciali (e il richiamo al filmino del piccolo Victor è abbastanza esplicito), con
molta immaginazione e tanto tanto coraggio.
E così Frankenweenie nasce un po’ come l’omaggio amatoriale di un’epoca che fu, fatta di continui richiami ad un immaginario un po’ distorto un po’ adattato all’età dei protagonisti, cresciuti troppo in fretta di fronte ad un’epoca ancora da formare e ad un’arte (il cinema e la finzione) che era all’inizio del guado.
E poi la storia del passaggio dall’adolescenza che non arriva mai, perché di solito sono gli eventi a formarlo e qui sono o rimandati o (per ossimoro) ripetuti e quindi valgono doppio, o triplo. Si ride, si vince si perde, si piange e poi si ride ancora. Un po’ come vorrebbe
un Frank Capra che pastrugna senza colori e non andando al gabinetto da tre giorni.
La storia di Victor è a suo modo una metafora dello spettatore che si nasconde dietro ai sogni, alla finzione, che in parte ci si lascia cullare e in parte decide di non crescere mai.
Forse questa era la cosa che Tim Burton non era riuscito ancora a dire.

frankenweenie2_2318039b


Top Film 2012 – Byron

Top20

Per parafrasare quel tale, “il cinema sta morendo, ma a volte mi diverto a guardare il corpo che si decompone”.

Holy Motors è stata per me l’esperienza cinematica più gratificante e stimolante dell’anno. Un film sbalorditivo, che ti fa ricredere quando pensi che il cinema abbia finito di sorprendere. Holy Motors è un’elegia per un cinema che non è mai esistito e un epitaffio per tutto quello che è già stato fatto. Allo stesso tempo è un’urna ricolma di ceneri fumanti dalle quali esce una fenice con le fattezze di Denis Lavant – un attore puro, che capisce la potenza devastante della ‘bellezza del gesto’ e ne incarna il significato col suo corpo flessibile come un metallo in fucina, e col suo volto dalla finezza sconfinata, tanto nel mélo più romantico quanto nel grottesco più espressionista. Holy Motors è un film difficilissimo da consigliare perché non lascia scampo: o lo ami o lo odii (e per capire se lo ami ci metti almeno tre giorni). Holy Motors è per me una vetta insormontabile della classifica di quest’anno, tutto il resto al confronto impallidisce.

Abendland è un prodotto ibrido – un documentario narrativo senza dialoghi che incontra la video arte concettuale – che rappresenta il mondo misterioso dell’Europa occidentale di notte. È un prodotto in egual modo affascinante e repellente, girato in digitale ad altissima definizione che impone grande rigore estetico sul materiale. Uno di quei film di non-fiction che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo.

Di Marina Abramovic The Artist is Present ho già detto un sacco di cose qui, e di Skyfall ha già parlato Giorgio – entrambi film del cuore, pieni di grandi emozioni dalle più alte alle più basse. Bravi, è per questo che si va al cinema. (Vi potrei raccontare l’aneddoto di quando ho conosciuto Daniel Craig prima che fosse Bond, ma magari nei commenti).

Jagten (Il Sospetto) ha la performance dell’anno – un Mads Mikkelsen strepitoso con in mano il ruolo della carriera. È anche un film gestito in maniera magistrale, pieno di tensione e di grosse domande, che usa la scusa di un argomento di grande sensibilità corrente per parlare di tutt’altro: è un film su una società fortemente maschile che si illude che ci siano grandi differenze tra bambini e adulti, e tra innocenza e violenza. Se Vinterberg fa un film ogni dieci anni ma gli escono robe come Festen e questo, io sono a posto. (Si può dire che il cinema scandinavo spacca? Ecco.)

Tabu lo vedrete tutti l’anno prossimo e mi direte che avevo ragione. (Attenzione, è un po’ lento, ma che ci volete fare, è un film portoghese. Fa anche abbastanza ridere e c’è un coccodrillo).

Hiver nomade è stato il film più bello visto alla Berlinale 2012: un documentario gentile e ben fatto su due pastori che praticano la transumanza in Svizzera. In questo film ci sono due umani, tre asini, quattro cani e ottocento pecore che recitano meglio del 99% del cast di Downton Abbey, e anche una quantità infinita di neve. Un paradiso.

Nostalgia de la luz è un altro documentario (ho lavorato per metà del 2012 per una compagnia che distribuisce documentari, si vede?) che parla del deserto più vasto del mondo in Cile, dove gli unici abitanti sono gli astronomi che studiano la nascita delle galassie e le donne che ancora a distanza di decenni cercano i resti dei loro desaparecidos. È un film potentissimo che ci ricorda che polvere siamo e polvere ritorneremo, e che la storia di un essere umano e la storia dell’universo intero sono due specchi che si riflettono a vicenda. Potentissimo.

Seguono quattro film sull’inevitabilità e le complicazioni dell’amore in tutte le fasi della vita: dai giovani di Un amour de jeunesse le cui vite si attorcigliano fino a soffocare, a quelli di Weekend che si incontrano e imparano a respirare insieme per la prima volta, fino ai vecchi di Le Havre e Amour, testimoni di miracoli e di trasformazioni dolorose e liberatorie. (Un grazie particolare va fatto ad Amour per averci regalato @Michael_Haneke, ovvero l’account twitter più divertente dell’anno. Tweet tipo: “Xmas joke: who only haz one parmz dor? terruns malik lol” o “Why did terruns malik cross the road: to take a lingering shot of a leaf on a tree lol”.) Parmz dorz per tutti.

Come altri film che ho amato quest’anno, Tomboy parla di crescita e di identità, è un film delicato e osservato con cura (è anche un film – ghhh – ffffrancese, un fatto che va notato perché io che in generale mal sopporto la cultura gallica quest’anno ho visto un sacco di roba interessante provenire da oltremanica).

È stato il figlio e Reality andrebbero a parimerito come elaborazioni dell’identità italiana di questo secolo, entrambi prodotti con grande stile e una voce che si fa sempre più distinguere nella mediocrità generale del cinema italiano, che visto dall’estero continua mancare di ambizione (per quanto anche il film dei fratelli Taviani sia stato un segno positivo di una certa voglia di fare altro). (La cosa che non ho ancora detto di Reality è che mi è piaciuto il suo non essere un film sulla reality-tv, ma sul desiderio di identità e di affermazione dell’italiano medio; il tocco leggero di Garrone qui secondo me è persino meglio della man forte che aveva messo a Gomorra. Ha prodotto un film che sembra quasi un racconto di Italo Calvino, e non c’è complimento più grande. Di Ciprì potrei dire lo stesso, e aggiungere che visivamente ha gran stile, come lo ho sempre avuto, e che sarebbe bello se si mettesse a fare il regista a tempo pieno).

Take Shelter è forse il film definitivo sul millenarismo apocalittico scatenato dalla cultura post-11 Settembre e combinato con la crisi finanziaria globale-totale. Poi a fare il matto come lo fa Michael Shannon non c’è nessuno, bravo.

The Master al 17mo posto è invece sintomo di grande delusione verso colui che con There Will Be Blood aveva sbaragliato il cinema post-11 Settembre. The Master è tecnicamente un capolavoro di fotografia e inquadrature vastissime in cui un essere umano non può che vagare senza infamia e senza lode, senza meta e senza biglietto; è un film dispersivo e diffuso, a cui manca la compattezza di cui sappiamo che PTA è capace. Detto tutto ciò, quando l’ho visto avevo 38.5°C di febbre, quindi prima di dire che è una ciofeca lo rivedo e ne parliamo.

Dans la maison dev’essere il primo film di François Ozon che mi diverte (appunto perché c’è quella cosa del mio ostacolo con la cultura francese), così come Moonrise Kingdom è il primo di Wes Anderson che non mi irrita a morte – entrambi confezionati a puntino (il primo da un punto di vista strutturale e di sceneggiatura; il secondo è così bello a vedersi nonostante il peccato di zoom che andava premiato).

Poi, last, but not least (e neanche last, in effetti, bensì 19mo), vi devo dire che Il cavallo di Torino, l’ultimo film di Bela Tarr, l’ho visto finalmente tre giorni prima di finire la classifica. Normalmente uno dei miei criteri di valutazione per le classifiche di fine anno è “quanto mi rimane in testa il film dopo averlo visto”, e quindi evito di inserire i last minute. Ma questo è un film che non lascia spazio agli indugi. Silenzioso, nichilista, essenziale e desolato, Il cavallo di Torino è l’esatto opposto di Holy Motors, e il suo perfetto accompagnamento. È l’opera di un cineasta che ha smesso di credere nel cinema, che lo lascia perché lo ama troppo, perché davanti all’eccesso dell’immagine non sa più rispondere con altre immagini. Nonostante l’ascetismo del film e il rigetto del mezzo, Tarr si dimostra ancora una volta incapace di produrre un film che non sia ricco, misterioso, ipnotico e irrevocabilmente capace di vita propria.

Mi sembra quindi un’ottima conclusione a questo riassunto del mio anno al cinema, scritto tra Natale e capodanno, quando l’anno vecchio è finito e quello nuovo sta per arrivare. Stappiamo lo champagne: il cinema è morto, lunga vita al cinema.


Top Film 2012 – GiorgioP

lista-film-20122

Cominciamo dall’inizio (premesso che ricordatevelo sempre una classifica è per definizione una cosa estremamente soggettiva e nessuno deve trovare alibi alle proprie scelte, è che di parecchi di questi film non ne ho mai parlato, nè qui ne su twitter).
Shame è stato il film che più in assoluto mi ha scavato dentro e rivoltato come un calzino, lo difendo a spada tratta allo stesso modo in cui farò per Prometheus che per me è la sintesi di quello che intendo per fantascienza.
La talpa è un film di un’eleganza incredibile, un orologio perfetto scritto da Dio. Il sospetto, proprio lì lì allo scadere delle classifiche è un film enorme che ti tormenta dentro. Skyfall il film bomba dell’anno, quello che si guadagna la palma del “lo rivedo trentasei volte e dirò ancora”.
Amour l’ennesimo grande cazzotto malessere di Haneke, The Artist is Present, per un ignorante di arte come me un film che fa scoprire molto.
Millennium invece è il film di Fincher da riscoprire, quello per cui le atmosfere fanno molto, tantissimo, Paranorman l’innamoramento numero uno dell’anno, un film prezioso e incredibile. Tim Burton si taglierebbe una mano per fare un film così.
Detachment è l’innamoramento numero due, e il film per cui ricorderò preziosamente questa mia classifica.
Hugo Cabret è un meraviglioso omaggio al cinema di Scorsese, avercene.
Reality film italiano dell’anno e già ne ho scritto.
War Horse è una splendida storia di amicizia, e guerra, se poi ci metti Spielberg e le lacrime (tante) completi l’opera.
Another Earth il film sorpresona dell’anno. A dimostrazione che con pochissimi mezzi si può scrivere un grande film di neo fantascienza.
The Dark Knight Rises il film di pancia di Nolan, un po’ distratto ma ti rivolta dentro.
Tutti i santi giorni il film che difenderei fino alla morte, c’è tutto Virzì, pregi e difetti, però ti porta dove vuole lui. Bedtime il film di Balaguero che è meno horror e per assurdo il più terrorizzante, da recuperare se non l’avete visto.
Moneyball il film per me, per chi inizia ad amare il baseball e ama il fantasy game. Toccante come la canzoncina finale.
Brave forse film sottovalutato dell’anno. C’è più Pixar in questo che in tanti altri.
Killer Joe brucia sul filo Quella casa nel bosco, mica per altro, perché alla seconda visione il secondo non mi ha convinto tantissimo. Non lo ha fatto manco Killer Joe. Vince però per la sceneggiatura redneck e assurda.


Top Film 2012 – ale-bu

Ok, appena ho chiuso il post sui dischi che mi sono piaciuti di più la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “mamma mia quanti dischi non ho ascoltato quest’anno”. Ora ho appena messo in ordine i miei 15 film 2012 e sto giusto giusto pensando “mamma mia quanti film non ho visto quest’anno”. A parte che sto cominciando a chiedermi che cazzo abbia fatto negli ultimi 12 mesi, questo è per dire che sarei pronto a fare una classifica dei film che ho perso. Ai primi 3 posti, sulla fiducia, ci sarebbero Amour, Skyfall e La parte degli angeli. Scusami Ken.

Ormai mi sono affezionato al numero 15. Per arrivare a 20 avrei dovuto aggiungere Edgar, e non mi pareva il caso.

Ormai mi sono affezionato al numero 15. Per arrivare a 20 avrei dovuto aggiungere Edgar, e non mi pareva il caso.

Quest’anno scegliere la prima posizione è stato facilissimo. Quando sono uscito dal cinema dopo aver visto Moonrise Kingdom avevo gli occhi che brillavano. Ma brillavano davvero, come quelli di Ciclope quando toglie gli occhiali, senza però fare un casino ogni volta che giravo la testa. E’ la favola perfetta. Quella che alla fine dei titoli di coda ti nasconderesti sotto la sedia del cinema per stare dentro a rivederla di nascosto. Solo che era mezzanotte e il terzo spettacolo non c’era. Per cui ho dovuto rinunciare. Oltretutto, il mio pacchetto di M&M’s forse non sarebbe bastato per me e Chiara fino al pomeriggio successivo.

Laputa (il titolo in giapponese mi piaceva troppo per non scriverlo) vince il premio paraculata 2012, degno erede di This is England dell’anno scorso. Stessa identica motivazione: è dell’86, l’avrò visto per la prima volta 10 anni fa, ma gli impicci della distribuzione italiana l’hanno portato al cinema solo adesso. Ed è bellissimo, con tutti i suoi rimandi a Conan. Tolto Totoro, che fa storia a sé, fa parte di quello che per me è il trittico perfetto di Miyazaki, con Nausicaa e Mononoke. Più della Città Incantata. Più di Kiki’s. Persino più Porco Rosso.

A completare il podio c’è A Simple Life, che in due parole è un film dove non succede niente. Ma davvero: proprio quasi niente. Però alla fine del film mi sembrava che fossero passati dieci minuti invece di due ore, e non mi ero nemmeno accorto della tempesta di zanzare che mi aveva martoriato durante il cinema all’aperto. Avevo il magone e i lucciconi che solo le storie belle ti regalano.

Passando a casaccio la classifica (che poi classifica non è, ma un ordine ce lo dovevo pur dare. Le foto a casaccio non riuscivo a metterle) Argo è una figata, nonostante gli addominali di Ben Affleck messi lì senza un perché a un certo punto. E John Goodman e Alan Arkin sono splendidi. Un sapore di ruggine e ossa e Monsieur Lazhar nascondono tanta bellezza dietro un muro di tristezza che metà ne basta. The Avengers dopo il primo X-Men è IL Marvel Movie. Diaz e Il sospetto mi hanno fatto arrabbiare e pensare tanto a quanto fa paura l’impotenza in certe situazioni. Lo stesso, anche se il film non è assolutamente così bello (però Favino parla un milanese sensato, al contrario di Kim Rossi Stuart in Vallanzasca), vale per Romanzo di una strage. Ma passare davanti a Piazza Fontana più o meno tutti i giorni ti fa sentire un po’ tua anche una storia che non hai vissuto direttamente (vecchio sto diventando vecchio, ma non così tanto). Fatto salvo che in realtà quella è un po’ una storia di tutti.

Per il resto, Tutti i santi giorni è una bella storia, surreale e reale al tempo stesso, quanto basta per fartene un po’ innamorare. Più in piccolo, lo stesso ragionamento vale per Safety Not Guaranteed (sorpresona in positivo) e Ruby Sparks. Infine Bones Brigade è un gran documentario, forse un po’ lunghetto (special modo se visto coi pinguini all’aperto durante il MFF), ma pieno di passione per quello che racconta. E i deliri di Rodney Mullen valgono da soli il prezzo del biglietto.

Ok, non dovrei avere dimenticato nessuno. Ah no, Hugo Cabret. E’ stato il primo film della mia vita che ho visto in 3D, scoprendo che è una tecnologia con un fondo di razzismo verso chi senza i propri occhiali non vede un’acca. Però ci sono gli orologiai, le stazioni e il racconto della magia del cinema sullo schermo del cinema. Mi ha anche fatto scoprire Georges Miélès (va ora in onda la prima puntata de “l’ammissione di ignoranza di ale-bu”, sceneggiato in 4 parti).

Per fare le cose fatte bene dovrei citare la delusione dell’anno. John Edgar, dove sei che tocca a te?


This Time Tomorrow

Partendo per gradi, c’è un gruppo fantastico che si chiama Everyone Everywhere che qualche mese fa ha fatto uscire un disco nuovo (il terzo, del secondo ha parlato Giorgio qui) e ad agosto è passato pure qui nello stivale. Da questo ultimo, omonimo, disco è stato tratto anche un simpatico metavideo, prodotto da tale Shane Bissett e diretto da Brendan McHugh (o da Spice Lee, se si guarda all’inception e al video dentro al video). Una roba simpatica:

Ora, secondo punto della lista, Shane Bissett ha scritto, girato e prodotto a quattro mani con Brendan, che copre anche una piccola particina, un film girato lo scorso dicembre a Philadelphia, riguardo l’ipotetica fine del mondo e di come questo simpatico individuo sceglie di trascorrere la catastrofe (spoiler: a quanto pare male, almeno nell’idea di partenza). Il tutto sembra uscito da uno spin off del Sundance per fanatici del mumblecore che aspettano un pacco dalla No Sleep Records nella buchetta della posta. Contiene canzoni degli Everyone Everywhere (che stanno chiaramente pubblicizzando la cosa, la mia fonte è stata il loro tumblr) e si spera anche di altre band della scena di Philly.
Il film, This Time Tomorrow, uscirà in America il 10 dicembre.

Some believe that the world might end on December 21st, 2012. Stacey, a self-defeating romanticist, is not convinced. Regardless of his beliefs, he decides that if this were his last day, he’d want to spend it with his former girlfriend, Parker.

Io non so nemmeno come pormi di fronte a questo abbozzo di plot. Dargli del coglione? Sicuramente. Essere umano con le sue esigenze? Altrettanto. Coglione? Sicuramente. Non lo so davvero.


Tutta la vita davanti, tutti i santi giorni

Il cinema non sempre è fatto di perfezione intesa come fotografia, sceneggiatura e presenza attoriale.
A volte il cinema è anche una questione di sentirselo dentro nel suo aspetto più basico che è il “raccontare una storia” arrivarci magari in modo a volte pasticciato altre semplificato ma riuscire a raccontarla e aggiungere qualcosa alla tua visione delle cose dopo un’ora e passa di pellicola.
In questo, Paolo Virzì, è uno dei pochissimi che non deve prendere lezioni da nessuno e Tutti i santi giorni è solo un’altra conferma in tal senso.
Parliamo di film belli anche quando la sinossi potrebbe essere scritta in quattro parole “storia di una coppia” e quando poi vediamo che quella di storia è una storia comune con qualche sfumatura certo, ma comune.
E se Virzì si appoggia lievemente su quei personaggi di contorno (i coatti e i fattoni) che continua a non sapere scrivere e a dargli un taglio un po’troppo da operetta è quando ti accorgi nelle frasi semplici e nei meccanismi piccoli e delicati di una coppia raccontata in maniera così di cuore che ti stai commovendo (e tanto), e che in fondo ha vinto lui.
Perchè se Marinelli e Thony (compratevi il disco fatevi un favore) sono due personaggi a loro modo lievemente sopra le righe Virzì dipinge la loro storia con piccole sfumature di normalità, lontana dalle puttanate isteriche Mucciniane, quella che ciascuno di noi a suo modo vive o ha vissuto, senza fuochi d’artificio, senza corse sotto la pioggia e crescendo musicali. Normalità.
Quando un regista riesce nell’intento di portare a casa jn risultato del genere senza quasi mai sfiorare la banalizzazione ti entra nel cuore.
Virzì a suo modo ci dicedo che c’è tutta la vita davanti sì, ma portarla avanti tutti i santi giorni è una fatica grossa.
Tutti i santi giorni è il motivo per cui Virzì dal mio non esce.


Casca il cielo casca la terra..

James Bond è qualcosa che la mia generazione ha vissuto non come mito, ha una storia fatta di nonni che lo beccavano in tv la sera e in un momento in cui capisci poco di terrorismo, spionaggio e soprattutto gnocca. Si godevano più che altro i gadget che forse erano infilati lì in mezzo solo per noi ma per il film in sè più che procurarci la simpatia genetica per Connery non c’era poi questo riscontro.
Con 007 poi da qualche anno è stata sviluppata una storia più vicina ai nostri giorni, con quell’insensatezza di fondo che rende le operazioni impossibili veramente, complicate e per nulla scontate.
Queato è successo grazie alla pittura del ruolo di Bond sul corpo e il viso do Daniel Craig, sì figone inarrivabile ma allo stesso tempo uomo fallace problematico e border line.
Casino Royake fu considerato da tutti una sorpresa, Quantum of solace un passo falso e Skyfall la resa dei conti.
Così questo è stato in effetti ancora di più il senso di no steps back affidando tutto ad un regista di fascia a, quasi di un ‘altra categoria con l’idea (missione quasi impossibile) di segnare Bond sotto lo stemma del cinema d’auutore. Si è chiamato Sam Mendes, uno che ha fatto American Beauty e Revolutionary Road. Insomma sono tremate le mani a me a leggere il nome figuriamoci a loro che l’hanno chiamato.
Il film funziona e come una bomba ad orologeria col timer che cambia ripetutamente punto d’arrivo in funzione dei colpi di teatro mutevoli e a volte paradossali.
Mettiamo un cattivo come Bardem a creare entropia solo con la presenza scenica e una Londra (e una brughiera) spaventosamente bella come scenografia e abbiamo il forse film Bondiano definitivo.
Detto così sì. Perchè se da una parte ci sono tutti gli stilemi classici dall’altra c’è la paura e il terrore della fine e il senso di non farcela (in questo Craig è meraviglioso) in più lo spogloare i film dagli oggettini, il sesso e il superomismo ha spostato l’occhio sulle personalità facendo somigliare l’oggetto Bond a un mezzo estremamente teatrale, estremamente marcato nelle personalità ed estremamente potente.
Mendes funziona da dio anche quando si autocita in Jar Heads mentre il resto è nelle mani di Craig, un’incredibile e maestoso Bardem e Judi Dench, una M che difficilmente dimenticheremo. Bond è questo. Una cosa che sulla carta è semplice ma che molti spesso sbagliano.
Altri invece ci fanno film perfetti. Come Skyfall.


Il Reality che rovina la vita

C’é una storia che parte da lontano, quasi 60 anni fa se non di più della commedia di Scarpetta prima ed Eduardo poi. De Filippo intendo.
Ed è una storia che parlava di un’umanità strana, sfuggente, capace di andare oltre il momento della crisi economica, della guerra, della povertà e dell’arrangiarsi. Quella storia lì é stata continuata e riarrangiata per i nostri tempi da Matteo Garrone e da Reality.
Perché se sì, il film parla di un contesto prettamente attuale, quale la ribalta dell’effimero e del successo a portata di telecamera, è la preparazione e la vita che stanno dietro a tutto questo che affascinano, che parta da una pescheria o da un’officina, che sia a Napoli o a Treviso, il motivo è quello e fondamentale, il cambio di vita a portata di mano.
è la storia di un predestinato al nulla ma che vede la propria (e della sua famiglia) vita stravolta dall’opportunità dell’entrare in un contesto lontano, eppure a portata di telecomando, un contesto che cambia l’esistenza e per cui rischiare tutto, a suo modo, ha un senso.
Garrone riprende di Gomorra esclusivamente per quanto riguarda il contesto e quell’arte di arrangiarsi di cui sopra, ma è un canovaccio facilmente trasponibile su qualsiasi altro punto del suolo italiano. Lo facilita la musicalità e perché no, la conoscenza profonda del riconoscersi nei propri simili, riprendendo qualle commedia amara e poco dolce che avevano reso grandi le commedie di Eduardo.
Perché se l’uomo è fragile ci vuole poco per sfasciarlo e questa lenta discesa negli inferi e nella follia vive di un tocco delicato e da maestro, quale Garrone é (se avete dubbi in merito problemi vostri), di una ricchezza di meta linguaggi fatti di Cenerentola (la svestizione dopo il matrimonio) e il teatro greco (l’applauso a scena aperta per avere ricevuto una telefonata da parte del palazzo) per finire con una piccola citazione del Truman Show (quando Truman a suo modo esce Luciano a suo modo entra, ridendo). Reality è un gioiello di linguaggio dei giorni nostri, dei nostri difetti e della nostra fragilità. Che poi sia un omaggio al più grande scrittore di teatro di tutti i tempi, per quanto ci riguarda, non so in quanti l’abbiano colto ma in fondo è così.
Ed è un bene.


Indie Game: The Movie (o come il tipo che non vedevi mai uscire ha fatto quel ‘giochino’ che hai comprato dallo store della Ps3)

Apro una pagina a caso da Jpod e trovo ‘Sfida a Tetris stasera, 19.00. Piegatori Vs. Spezzatori’. È Douglas Coupland, quindi non so quanto possa sentirmi legittimato dall’ammettere che le uniche e poche cose di cui sono a conoscenza riguardo i personaggi che lavorano dentro ad una software house siano attendibili e realmente lo specchio di quanto succeda fra le quattro mura degli studi di game design, ma è tutto quello che so. Qualche giorno fa, in preda ad una curiosità nata dal ricordo di un vecchio rpg maker (mi sembra si chiamasse proprio così), dovuto dal continuo trovarmi di fronte a screenshot di gameboy e consolle varie a pochi bit su tumblr, ho recuperato Indie Game: The Movie, il documentario che al Sundance di quest’anno ha vinto il World Cinema Documentary Editing Award e ha messo sotto i riflettori del festival di pellicole indipendenti per eccellenza la vita dietro allo sviluppo di un videogame che sceglie di schierarsi nel fronte dell’auto produzione.

Il fattore di maggiore rilevanza, a livello di produzione, è l’ormai noto metodo di finanziamento Kickstarter, che in un colpo solo ha fatto fruttare a Lisanne Pajot e James Swirsky, le menti dietro a questo progetto, un sacco di soldi che gli hanno reso possibile l’accumularsi di materiale per un totale di quasi trecento ore, cosa che però dall’altro lato della medaglia ha richiesto non poco tempo ed il consumo di tutti quei soldini che i giovani videogamers hanno sborsato sulla fiducia nel progetto – e dovuto nuovamente finanziare, dato che dopo aver finito l’ammontare del loro buon cuore i due sono dovuti ricorrere nuovamente a quella forma di sovvenzione per poter continuare a lavorare al documentario. Una volta conclusosi il tutto è stato effettuato un profondo lavoro di taglia e cuci che se da una parte ha obbligato i due a eliminare grosse parti e diversi nomi del indieverso dei videogame, dall’altra ha fatto sì che questo documentario trovasse il proprio punto di vista per parlare della realtà dei fatti che intendeva propriamente rappresentare. James e Lisanne sono riusciti a mostrare il lato più umano dietro agli occhiali a montatura spessa, a far vedere la tensione dei developer e farli parlare di cosa li ha spinti, cosa li ha ispirati e cosa hanno tirato fuori dal loro passato e presente per creare i tre videogiochi che fungono da punto di partenza per tutte le quasi due ore di durata del film.

Indie Game: The Movie è fondamentalmente un film che cerca di parlare di sogni, di un sottobosco di pixel fatti vivere da adulti che hanno sacrificato la loro vita sociale al verbo della programmazione e dell’immaginario nato grazie a Super Mario e andato, mano nella mano, di filato per gli anni successivi, ma mai propagatosi nei videogames di nuova generazione. I protagonisti sono quattro sviluppatori con le loro personalità e problemi: c’è Phil Fish che dopo aver letteralmente mandato a quel paese un finanziamento datogli dallo stato del Canada rimane da solo contro le tendenze suicide, i gestacci (epocale momento in cui lui fa il gesto dell’ombrello ai normali curiosi che sul suo sito domandano che fine avesse fatto) e l’insicurezza cronica, che lo porta ad impiegare quattro anni per creare Fez, gioco il cui protagonista in 2D scopre un mondo in 3D che agli occhi del gamer verrà rappresentato con il meccanismo i rotazione di 90° dello schermo; ci sono poi Edmund MacMillen e Tommy Refenes – precisamente un ibrido fra Comic Book Guy e un thrasher sovrappreso che indossa solo magliette dei Melvins e dei Sunn(((O) il primo e la versione malaticcia del protagonista del video di A Movie Script Ending il secondo – ed il loro Meat, blockbuster indie di cui viene raccontato la nascita e mostrata l’ansia che pervade i due mentre aspettano che lo store di X-Box li inserisca nella pagina principale della consolle; infine Jon Blow, la mente dietro Braid, a far la voce di quello che ce l’ha fatta, che si racconta un po’ e parla di entusiasmi ed insuccessi dietro ai suoi vent’anni passati a programmare e sopravvivere a quella che all’apparenza non sembra essere proprio la più felice delle vite, escludendo i successi professionali.

Lisanne Pajot e James Swirsky hanno portato un documentario che forse non cerca il pubblico dei gamers di vecchia scuola, ma di sicuro fa contenti nostalgici e semplici fruitori del Sundance, grazie ad un taglio cinematografico composto da una buona fotografia, una colonna sonora adatta agli schermi su cui si propone (e la si può ascoltare qua) ed un contorno che appassiona anche il meno avvezzo ai videogiochi ‘di vecchio stampo’ con il report di una serie di storie che si intrecciano in qualche modo e che mostrano che c’è vita oltre (o forse ai piani, metaforicamente, più bassi) della sovrapproduzione tipica della new wave dell’industria videoludica, qualunque cosa questo possa significare

La critica ovviamente lo ha acclamato in ogni forma, con tanto di percentuale più che invidiabile del pomodorometro di Rotten Tomatoes.

Lo si può acquistare direttamente qui.


The Dark Knight Rises (secondo me, senza spoiler)

E’ un film che divide The Dark Knight Rises, i pareri non sono unanimi (difficile lo siano ma per The Dark Knight eravamo andati vicino ad una promozione bulgara) vuoi per i difetti, vuoi per un eccesso di autocelebrazione, vuoi per alcuni “la noia”.
Mi muovo dalla posizione di bastian contrario, l’ultimo (?) capitolo della serie dedicata al Cavaliere Oscuro (da qui facciamo TDKR, eh?) è una roba grossa, non enorme ma grossa. Partiamo dall’obiettivo di Nolan, il fondamentale, il muovere le fila da un film per linguaggio sempre attuale e farne un film “serio”, con una storia seria e personaggi con debolezze, dubbi e complessità dell’uomo comune.
Ok, Bruce Wayne non è un uomo comune e parte dall’essere un milionario che ha enne giocattolini e gioca a fare lo sceriffo in una città che é l’alter ego di parecchie città attuali (vedi Roma e le sue mafie, le sue bande e la sua malavita legalizzata da chi di dovere) Gotham City, questo si potrebbe obiettare. Wayne nella mente di Nolan è però un personaggio che cade, che preferisce l’autodistruzione e la rinuncia ad un fine (metti il rispetto della legge con il costume, metti una vita normale impossibile vista la morte della sua amata Rachel) che non ha più un motivo.
Wayne é il nostro io senza spinta, con più dubbi che certezze, più debolezze che punti di forza e più nemici che amici (facciamo tanti a uno, il maggiordomo Alfred). In questo il Batman di Nolan è inoppugnabilmente realistico, forte di una coscienza e di un punto di partezza fondante, il corpo martoriato ed emaciato di Christian Bale.
La paraculata qual é, infilare in un momento storico di crisi, il presunto lottatore rivoluzionario, l’uomo di ideali e caos che da un lato é accattivante per quanto in confronto al nichilismo capitalista dei tempi misura a forze di bicipiti la voglia di distruzione in cenere, dall’altra lo fa con la possenza di una figura insormontabile, imbattibile e iconica. Anche lui indossa la maschera ma non per un vizio di forma.
é il caso (anagrammato caos) che lega Batman a Bane, la stessa provenienza, la stessa maschera (che è una necessità più che un vezzo), la solitudine e la disperazione. Bane riconosce in Batman la via per abbattere una società, Batman riconosce in Bane il motivo per risorgere e tornare ad essere lo sceriffo di gente senza facce. Il simbolo dietro cui si nasconde la gente comune, perché è di un personaggio comune che parliamo.
Non ci prendiamo per il culo TDKR è un film che ha difetti che variano dal sopportabile all’enorme (il tribunale e l’eccesso di spettacolarizzazione da una parte e una macchiettistica Anne Hattawhay) ma passano in secondo piano di fronte all’enormità di un quartetto formato da Bale, Hardy, Oldman e Caine, che forse essendo la coscienza parlante di Wayne è il personaggio più rilevante della storia.
Quello che passa è un film potente, catartico ed emotivamente possente, che non butta lì finali arrangiati e che trova la sua forza nei corpi e nella disperazione, nella caduta e nella risalita, nella voglia e nel nichilismo.
E nella necessità di avere un simbolo che vegli su di noi la notte.


The last giga. Ciao, Tony

Una mattina ti svegli, leggi su twitter che Tony Scott s’è buttato da un ponte e non c’è più.
Noi amanti di Tony Scott (chiamato dai più “il fratello scemo”) siamo sempre stati un po’ presi per il culo, ghettizzati, ma comunque fieri di una passione per un regista non perfetto, non di classe ma con un cuore grande così e che per ogni film (o quasi) senza accorgertene ti ha spinto al tifo da stadio in almeno una sequenza.
Fino a stamattina non mi ero reso conto che ho visto TUTTI i film di Scott, e almeno due volte l’uno.
Questo è il mio ricordo

Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger) (1983)
Il film è il meno anti Scott di tutta la filmografia, infatti è il primo. La scena lesbo (tra Susan Sarandon e Catherine Deneuve) è alla luce del tramonto. Secondo me la folgorazione l’ha avuta qui. Se non ricordo male inizia con i Bauhaus e c’è Bowie. Ai tempi era uno dei film preferiti dei darkettoni (che schifavo) nel locale che frequentavo

Top Gun (1986)
Sono uno di quelli che ha riso molto sulla barzelletta su Top Gun raccontata da Tarantino su “il tuo amico nel mio letto (sleep with me)” per cui tutta la roba tra Iceman e Maverick era una cosa omosessuale a botte di “ti sono dietro” e via dicendo. è il film dove sembra che tutto esista dalle 17 e 30 in poi, i russi sono cattivi gli americani preservano la democrazia nel mondo e cose così. La partita da beach volley più lunga della storia, tipo 8 set da 40 punti a testa, ma oh, è il maschiale che domina il film, che pretendevi una partita a ramino? Ai tempi fece furore Take my breathe away di Berlin, quella con l’intro col synth che parevano 5 calci nei coglioni dati molto forte. Ai tempi alle feste ci iniziavano a limonare. Io no.

Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills II (Beverly Hills Cop II) (1987)
Non mi piacque tantissimo ma qui fu il film dove arrivò in tutto il suo “splendore” (madò che schifo) Brigitte Nielsen, Murphy sempre con lo stesso giacchetto imbottito anche a Los Angeles; non si fa mai colazione e la genialata di una colonna sonora con i suonetti delle scarpe sul parquet (presente le partite di pallacanestro? ecco). A me era questo che era rimasto in testa.

Giorni di tuono (Days of Thunder) (1990)
La tattica spiegata con le sigarette (spente eh) sulle cosce di Nicole Kidman, una roba che era per lo più “faccio finta che vado a destra e poi vado a sinistra” però ai tempi sembrava una manovra di quelle tipo l’Apollo 13. Indianapolis tendenzialmente è una rottura di coglioni da vedere, però Tony ci ha infilato l’ennesimo duello half-homo / half-not con Nicole Kidman a guardare e insomma, la parola avvincimi tutto è comparsa in automatico. La cosa più bella è la corsa finale tra Tom Cruise e Robert Duvall.

Revenge – Vendetta (1990)
Conosciuto come “Lagrime e sangue”. Kevin Costner nel suo splendore (leggi senza doppio mento e panza) che si tromba la moglie del suo migliore amico che poi si incazza leggerissimamente. E’ forse il film melò di Scott, quello che ti lascia col malessere e i lacrimoni. Poi Madeline Stowe era bellissima

L’ultimo boy scout (The Last Boy Scout) (1991)
Giga. Quella che per me rimane tra le dieci scene del mio personalissimo “cinema”. Punto. E non nel senso di misura, è il capolavoro assoluto di Scott, quello che ha quel qualcosa in più e la marea di citazioni “in alto o in basso” “comprati un cane” o “toccami un’altra volta e ti ammazzo” (e poi lo fa) “Se esco vivo da questa storia, giuro che mi metto a ballare una giga.” . Ma soprattutto è il sostanziale spin-off del MacLaine di Die Hard, meno cazzodurista e più umano, con figlia sboccata e amico negro (che poi il Wayans io non ho mai capito come facesse a fare -e sulla base di che soprattutto- quella carrettata di soldi). La scena è LA SCENA del cinema di Scott tutto. La giga finale ballata sugli spalti.

Una vita al massimo (True Romance) (1993)
Scritto da Tarantino e ok, forse è quello che te lo fa tirare un po’ fuori dalla lotta perché oh, alla fine metà del merito è suo. Ma è un film perfetto a suo modo, dove chiunque esce innamorato (se non lo era già prima) di Patricia Arquette. Christian Slater che parla con Elvis e Dennis Hopper che sfida Christopher Walken dicendo che gli italiani discendono dai negri.
Insomma.che vuoi di più

Allarme rosso (Crimson Tide) (1995)
Non ho particolari ricordi in merito. Diciamo solo che da qui il cinema di Scott sarà legato a Denzel Washington, ok?

The Fan – Il mito (The Fan) (1996)
Mai visto De Niro psicopatico? sì? pazienza. Ogni tre secondi ci butta dentro un remix di Closer dei Nine Inch Nails e ogni minimo pretesto è buono per far sbroccare De Niro; “Booobbeeeeyyyyyy” è la cosa che sentirete più strillare in tutto il film. C’è Wesley Snipes ma secondo me non regge tantissimo e poi per me Snipes che gioca a baseball è Willy Mays Hayes di Major League quindi è un colpo basso e scorretto. Vale tutto il film la scena finale del lancio del coltello. Con tutti che guardano. Avvincente ma solo dopo ti chiedi che senso abbia.

Nemico pubblico (Enemy of the State) (1998)
Il film grande fratello e il secondo con Gene Hackman (e il primo e unico con Will Smith). Per me è un film ottimo col negro sbagliato, voglio dire con Denzel sarebbe stata un’altra storia perché Will, davvero, in quella situazione non c’è da essere ironici neanche per un cazzo. La botta di genio è nell’incontro risolutore alla fine, costruito benissimo e ad arte, quasi alla Hitchock tiè. Voglio sapere chi non si commuove sulla scena dei piedoni di Hackman con scritto sulla sabbia “I miss you”.

Spy Game (2001)
Con il Boy Scout il mio preferito. é il film perfetto di Scott, quello in cui Redford spadroneggia da ex spia nell’ultimo giorno di lavoro pre pensione e da lì spacca comunque il culo a tutti. Non c’è tantissima azione ma Scott ha il senso della tensione, ce l’ha ben chiaro in testa, anche se si sta tutti seduti intorno al tavolo e si parla di azioni di copertura, tradimenti e controspionaggio. Brad Pitt impallidisce davanti a tutto ciò. Va, arrivo a dire che è uno dei “3 film” di Redford

Man on Fire – Il fuoco della vendetta (Man on Fire) (2004)
Torna Denzel Washington, qui a copertura di Radha Mitchell e Dakota Fanning (e i motivi non mi ricordo quali siano ma devono essere futili perché due così l’intero mondo vorrebbe cancellarle col gommino della matita). Tutta una roba anarco-bottifera per cui Denzel Washington, ammazza, corca e minaccia (rivoltate l’ordine) chiunque per ritrovare la ragazzina.
Lacrimoni finali. Vendicati giustamente da Giancarlo Giannini.

Domino (2005)
Il film sottovalutato di Scott, quello che “vediamo l’effetto degli allucinogeni”, un pretesto buono che scrive da solo il film è l’inquadratura del culo di Keira Kneighteley, l’altra metà la fanno da sè Brian e Steve di Beverly Hills 90210, una trombata nel deserto e Tom Waits che esce a cazzo dal nulla e fa il predicatore (dopo Dracula sempre parti sane eh Tom?).
Poi oh, io ogni volta che lo rivedo ci provo quel gusto sano.

Déjà Vu – Corsa contro il tempo (Déjà Vu) (2006)
C’è quel momenti in cui un ottimo regista d’azione si confronta con una trama più complicata del solito e ci riesce. C’è Paula Patton (brividoni), c’è ancora Denzel che va a prendere a calci nel culo la gente indietro nel tempo e si sacrifica e noi lo sappiamo che comunque vada in qualsiasi linea temporale lui c’è.

Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana (The Taking of Pelham 123) (2009)
Ancora Denzel, contro Travolta con l’acconciatura più Bear Bar della storia, un incrocio tra Rob Halford e i Village People. Denzel che è un dipendente della metropolitana trova una maniera anche qui. E’ da qui che Scott si innamora del personaggio comune, con tanto cuore dentro.

Unstoppable – Fuori controllo (Unstoppable) (2010)
Come sopra, solo che Denzel stavolta ferma un treno che avrebbe distrutto una città. Il film che chiude l’intero lavoro di Scott è forse il più significativo, quello con più senso umano e pratico.
Qualsiasi cosa, anche un treno, può essere fermato da chiunque. Se c’è Tony Scott che lo inquadra.


Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer - Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.


Ritratto dell’artista da donna di mezz’età


Marina Abramovic: The Artist is Present
 [info in italiano qui] è un documentario sulla mirabolante carriera della performance artist Marina Abramovic diretto da Matthew Akers. Il film è incentrato su uno degli ultimi lavori della Abramovic presentato durante una retrospettiva al MOMA di New York nel 2010, un’altra (ennesima) versione della cosa che da almeno una quarantina d’anni è il suo cavallo di battaglia: una performance in cui l’artista e un altro partecipante si siedono l’uno di fronte all’altro all’interno di uno spazio delineato e si guardano in faccia per un po’, in presenza di un pubblico. La performance ha una durata totale di tre mesi, durante i quali Marina sta lì per ore e ore (tutto l’orario di apertura del museo) senza muoversi mai né per andare al cesso (anche se c’è il barbatrucco, grazie al cielo) né per mangiare, bere, sgranchirsi le gambe, fare un cruciverba.

Chiunque può partecipare: questo qui nella foto è quel gran puccettone di James Franco (che fa le faccette persino quando prepara i dolci con Marina), ma potrebbe essere un altro artista o, soprattutto, una persona qualsiasi che compra il biglietto per la performance e sceglie di prendere parte invece che rimanere spettatore. Si siedono e si guardano in faccia. E basta. L’idea è non recitare, non parlare, non muoversi, non fare niente. È lasciare che sia il momento a dettare le condizioni, che si crei un istante di comunicazione pura, trascendentale e presente tra due persone, e tra loro e il pubblico che li osserva.

Questa cosa diventa a volte intensissima: il film mostra gente che durante quei pochi minuti eterni in cui si trova al cospetto dello sguardo di Marina ride nervosamente o sorride beata, crolla, si denuda (letteralmente) e viene portata via. La stragrande maggioranza delle persone piange. Non disperatamente o per tristezza. Piange davanti a una qualche rivelazione che per me sarebbe impossibile raggiungere in queste condizioni, ma che di base capisco. Piange perché l’esperienza del presente più puro è una cosa che mette in ginocchio l’ego più smisurato, che ti riduce a gomitolo di pelle ossa muscoli nervi cellule e pura emozione. (Se ci pensi bene si vive quasi sempre al passato o al futuro; vivere al presente è un po’ spiazzante e accade quasi solo in condizioni un po’ estreme tipo un attacco di panico, o facendo paracadutismo, o a un concerto di Springsteen.)

Io la performance art la odio. Lo sa bene Mattia, il vero connoisseur dell’arte contemporanea qui all’Osteria JunkiePop, che mi ha portata a vedere la retrospettiva sul Metodo Abramovic al PAC di Milano e si è sorbito un pippone infinito sul fatto che nella performance amo la narrativa e la finzione, e quindi come non amo la fiction di David Foster Wallace odio la performance art. Per forza la odio: ho un passato come regista teatrale, e per quanto il teatro e la performance art si dividano la custodia della parola “performance” come due genitori separati, in mezzo a loro c’è un abisso teorico insormontabile. Come dice Marina nel film:

nella performance art prendo un coltello, mi taglio e sanguino per davvero. Nel teatro la lama del coltello è finta e il sangue è ketchup.

(Qui sta a te decidere cosa preferisci vedere, con tutte le implicazioni morali, estetiche e artistiche del caso. Non necessariamente una di queste forme è a priori meglio dell’altra, ma se una fa per te probabilmente l’altra non ti prende.)

A dispetto dei miei gusti, Marina Abramovic è già un buon candidato per il titolo di Film del 2012, perché non è un film sulla performance art, ma uno stupendo ritratto dell’artista da donna di mezz’età. Se c’è un problema nel film (oltre all’inutile e invadente musica di sottofondo – che poi è sempre la mia croce, soprattutto nei documentari) è la posizione di esaltazione totale della donna-artista vs. una certa mancanza di posizione critica del film sia verso l’arte che ella pratica, che verso gli invasati che ne fanno un culto. Perché Marina Abramovic come donna ne esce talmente bene che chiunque capisca che i documentari non sono più “veri” di un qualsiasi film narrativo si rende conto che è il personaggio femminile meglio riuscito al cinema da parecchi anni a questa parte.

Il cinema in genere ha paura delle donne. Pensaci bene: quanti personaggi femminili ti vengono in mente che siano rappresentati come donne
a) forti e determinate ma non a discapito della femminilità né del senso dell’umorismo;
b) in controllo della propria vita ma capaci di lasciar spazio ai sentimenti;
c) capaci di gestire una posizione professionale e finanziaria di grosso rilievo;
d) in possesso di sessualità ma non soggiogate al tanto mitizzato quanto reale (per non dire spietato e inesorabile) sguardo maschile?
(Se hai pensato “ehi, Lara Croft!” puoi puoi chiudere questa finestra e tornare nel paese dei procioni.)

Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. Figurati per giunta una donna matura, non tradizionalmente bella, che non ha nessuna remora a spogliarsi completamente in pubblico, squarciarsi la pancia (la pancia che secondo i canoni patriarcali è il sanctum della maternità), sdraiarsi in mezzo al fuoco, o appendersi crocefissa ignuda a mo’ di quattro di spade, né, soprattutto, nessun problema con l’essere single, non madre, famosa, ricca, persino un’icona della moda. (Se hai pensato “ah, proprio come Madonna e Lady Gaga”, il paese dei procioni è sempre da quella parte.)

La parte per me davvero straordinaria del film è la sequenza in cui Marina ritrova l’ex marito Ulay, altro mostro sacro della performance art, quello col quale fece la rivoluzione da giovane. Per dire, uno dei lavori di Marina e Ulay è Lovers (1988), nel quale i due camminano separatamente dai due estremi della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà dopo duemila km a testa, e tre mesi di viaggio e di separazione. Il motivo del viaggio è incontrarsi per lasciarsi definitivamente. È una cosa teatralissima, ma il dolore di quell’incontro, i tre mesi di viaggio e di separazione, il percorso per arrivare a trovarsi e poi questo cataclisma sono cose che neanche lo sceneggiatore più perfetto saprebbe scrivere. È anche una cosa abbastanza pornografica da guardare, l’oscena autopsia di una storia d’amore consumata attraverso la sublimazione dell’arte e dei corpi, che, davanti ai tuoi occhi, muore.

Perché in effetti Marina nel film dice che pensava che quando si sono lasciati sarebbe morta, perché si muore sempre un po’ quando un vero amore si estingue, ma anche perché dice candidamente che non riusciva a pensare che sarebbe sopravvissuta senza quell’uomo col quale viveva una simbiosi artistica, emotiva e sessuale talmente forte che tutte queste componenti le sembravano inseparabili. Morta la coppia Marina-Ulay sarebbe morto tutto. E invece. Non solo da queste dolorose ceneri nasce la fenice di Marina Abramovic multimiliardaria superstar dell’arte contemporanea, ma anche la donna che sopravvive alla morte per amore e di quella sopravvivenza ne fa un’arte, un po’ come Frida Kahlo. (L’altra grande balla che ti racconta il cinema è che il motivo di esistere di una donna sia trovarsi un uomo. Se adesso dici “maccome, e allora Thelma e Louise?!” vengo a cercarti nel paese dei procioni e ti percuoto con violenza. Che se ci pensi sarebbe un’ottima performance piece.)

Prima della separazione Marina viveva con Ulay in un furgone, perché fare i performance artist negli anni ’70 voleva dire fare la fame e vivere davvero in un underground che il fottuto hipster medio del secolo XXI non può neanche immaginare. Ulay guidava il furgone, Marina non sapeva guidare. Dopo tutto questo tempo senza vedersi, Marina e Ulay si rincontrano nel 2010 con la scusa della performance al MOMA, ripresi dalle telecamere del film.  E allora cosa fa il film? Ti fa vedere la reunion non come l’incontro di due grandi genii predestinati, o la Carrambata del come eravamo. No. Ti fa vedere che Marina ha imparato a guidare. E lei porta Ulay a casa sua e Ulay l’aiuta a parcheggiare il suo SUV nel garage, come una qualsiasi coppia di umarell nostrani. Poi si fanno una pasta con le zucchine e chiacchierano con la serenità e l’intensità degli ex amanti che sanno che saranno sempre parte integrante gli uni degli altri, e che con questa consapevolezza procedono per le loro strade.

Nel momento in cui successivamente Ulay si presenta alla performance e si siede di fronte a Marina, sorridendo, incapace di concentrarsi, ecco che lei rivela come sa applicare tutte le regole del suo metodo sia all’arte che alla vita. I due piangono, sorridono, ridono, e poi lei spezza l’incantesimo della performance e gli allunga le braccia, le loro mani si toccano. È lei che gli dice ora puoi andare, e lui va. È un lasciarsi più maturo e meno drammatico, un lasciarsi da persone di mezz’età, un lasciarsi da partner equi e consapevoli, un uomo e una donna completi.

Marina Abramovic The Artist is Present è quindi un film su un personaggio visto in un momento presente in tanti sensi – una persona che c’è, e che si trova qui ora; un personaggio ben consolidato nel quale l’identità di donna è interamente donna e quella di artista interamente artista. Chiunque abbia provato a essere una o entrambe le cose – donna e artista – sa quanti compromessi siano necessari non dico per riuscirci, ma persino per provarci. La forza del film sta nel mostrare questo processo di bilanciamento tra donna e artista con grande chiarezza. Io la performance art non la reggo; se a te piace probabilmente troverai nel film molti altri spunti interessanti che io non colgo. Ma questo è un film che parla di una donna vera, e che la tratta con serietà, rispetto, (magari anche troppa) ammirazione. In pratica è un documentario su una specie che al cinema appare pressoché estinta, e a me, in quanto donna che lavora nel cinema, donna che una volta aveva le mani in pasta nel teatro, o in quanto donna e basta, basta e avanza.


I cento, la piccola videoteca dei film culto – It’s kind of a funny story/5 giorni fuori

Quando 6 anni fa ho aperto questo blog l’ho immaginato come una roba trasversale. Che piano piano partisse dalla musica e prendesse un po’ tutto il resto, i fumetti, l’arte, lo sport il cinema.
In più mettendosi sull’onda di quello che non fosse prettamente “del momento” ma che in qualche modo avesse contribuito alla formazione di una cultura pop, nel senso di popolare sì, ma anche di rivoluzionario, controtendenza e soprattutto spiazzante.
I film in questo sono stati una parte fondamentale, pensavo che in qualche modo parlare di quei film (diciamo un centinaio, appuntamento di venerdì ogni due settimane più o meno) che hanno contribuito ad una formazione possa servire a farsi un’idea, a me, se faccio la cosa giusta, a voi, se frequentate o meno il posto sbagliato. Questo.

Il primo film di cui vorrei parlare, e che in qualche modo ha generato la voglia di scrivere una nuova rubrica del genere è anche l’ultimo visto ed è recente: It’s kind of a funny story.
La cosa bella dei film che leggerete è anche la cosa bella di questo film, la semplicità, certo, ci saranno anche capolavori mastodontici ma secondo me sono questi piccoli cult personali che generano le ossa di una persona.
It’s kind of a funny story è una commedia con un tema base atroce, la pazzia e il suicidio. é un film che respira Salinger e il suo senso di scoperta e di paura verso l’esterno, ed è un film che fa vedere cosa voglia dire a registi quotatissimi (uno su tutti Marc Webb) cosa si intenda per tavolozza di sentimenti e di commozione.
La trama è molto, molto semplice, un ragazzino di 16 anni entra in un reparto per paura di suicidarsi, sostanzialmente va in manicomio.
Ora, personalmente lo posso dire, 5 giorni non fanno una terapia, ma quello che regala un film così, è che sì, potrebbe bastare, e tra una comicità mai troppo calcata e un’autoindulgenza mai lacrimevole crea quella magia che era propria di lavori alla Capra.
Tutto è possibile, anche avere paura e respirare, e se si usano piccoli attori cult, di quelli che se li vedi in cartellone ti fanno volere entrare anche se del film sai poco o nulla (metti Galifianakis e la meravigliosa Emma Roberts) è la regia di Anna Boden (Half Nelson, qui al tempo vi ci facemmo due coglioni così) a cucire con colori comprensione ed angoscia un’intelaiatura leggera e allo stesso tempo potentissima. In più, rispetto al resto, la distinzione per l’utilizzo dell’elemento pop, del richiamo più o meno esplicito al musical (mentale) e alla canzone classicona inserita fuori contesto (o in pieno contesto per ossimoro), un po’ come quella My Sharona messa a buffo in quell’altro film là, di cui ovviamente parleremo.
Il classico film che ridi, piangi, vedi tutti i titoli di coda e lo rimetteresti da capo.
Insomma uno di quelli che diventano culto, e da subito.

Ps il film in Italia è uscito col nome 5 giorni fuori. Fate voi, neanche commento

Ah, la colonna sonora è dei Broken Social Scene.


Il nuovo film del ragno è un po’ così (ci sono gli spoiler)

Il chiacchieratissimo reboot di Spider-man è arrivato. Non sapevo cosa fare, se andarlo a vedere il mercoledì sera fresco di uscita nei cinema italici o se aspettare il giovedì, per far credere a me stesso che, sebbene le aspettative e le poche critiche lette sulla internet, il ritorno del ragno sul grande schermo non fosse una cosa incredibile a cui sarei dovuto arrivare subito. Non ci sono riuscito e mi son detto ‘andiamo, farà cagare ma è pur sempre il ragno’.

Il nome dietro alla macchina da presa lo si sapeva già da tempo ma i dubbi sono stati taciuti fino alle primissime anteprime. La scelta azzardata che avevo annusato dalle prime news si è ben rivelata tale appena uscito dalla sala. Il perchè? Ce ne sarebbero un po’ da spiegare, come ad esempio cosa spinga la Marvel – salvo pochi titoli e non c’è bisogno che debba dire quali – ad avere un gran talento nel dirigere primi tempi discreti/quasi interessanti/che creano delle buone vicende e pochissime volte dei secondi in cui si arrivi difficilmente ad un concreto soddisfabile. Oppure basterebbe dire che in un film dell’Uomo Ragno ci possono essere tantissime modifiche a confronto con il fumetto (o in questo caso con la trilogia di Raimi) ma devono esserci due cose fondamentali, a prescindere: l’omicidio di Zio Ben (check, anche se in una salsa tutta sua, ma diam pure la colpa all’influenza Ultimate e la voglia di fare una cosa diversa al primo titolo dei tre degli anni precedenti) e una frase, o meglio, quella frase. In questo non c’è, mi pare di non averla sentita ma sono quasi sicuro di no perchè dopo un po’ ho sentito un macchinario della catena saltare e ho fatto attenzione alla cosa. Una proprietà strettamente necessaria che rende Parker consapevole di uno sbaglio e un’altra che lo collega ad un sistema di valorizzazione caratteristico del personaggio. Non può esserci un Uomo Ragno senza la frase dei grandi poteri e delle grandi responsabilità così come non può esserci un Batman senza l’omicidio dei genitori. Parker dopo la morte di Ben agisce un po’ per vendetta e anche la prima lavata di capo che questi che gli dà non sembra tangere più di tanto. Ma è giovane (oddio, non così tanto Garfield), spericolato (skate?) e innamorato della Emma Stone.

La storia è quella che si presagiva potesse diventare con Webb ai comandi: verso un certo punto della pellicola si trasforma in una commedia romantica frettolosa, che non sa di nulla e si concentra su due frasi e su un guardarsi negli occhi artificiale che c’era pure in (500) Days Of Summer. Le pupillone di Emma Stone (su di lei non ho nulla di male da dire, mettiamolo subito chiaro e tondo) e quella faccia da schiaffi di Garfield, i sorrisi, la frasettina, un po’ di sangue ed un Lizard che pare debba pagare i diritti alla Midway per la somiglianza con Reptile di Mortal Kombat (unmasked dico, quello dei titoli più recenti della saga o, per chi ha memoria del brutto, dell’episodio quattro). Ma onestamente, dopo QUEL bacio sotto la pioggia, che ne batte altri 100 più forzati e romantici (e soprattutto non dentro ad un action movie), che carte aveva intenzione di giocare Webb per cercare di superarlo? Peter poi perde la testa e dopo almeno 50 minuti buoni di proiezione si toglie la maschera con una facilità assurda, ma non voglio dire di più. Viene anche nominato Norman Osborne, viene specificato che le sue condizioni di salute siano non delle migliori e viene intuito che, se la pellicola farà dollaroni, ci sarà quasi sicuramente un seguito con il Goblin a condurre la vicenda su binari più simili a quelli del fumetto (a rigor di spoiler, sempre che di spoiler si possa parlare, è lui a causare la morte di Gwen Stacy in una delle scene più intense della storia dei comics).

Descritto così potrebbe sembrare una merda colossale e forse non è nemmeno così lontano dall’esserlo, però è un parere ancora a caldo, che comunque non andrà a modificare l’assenza di fattori importanti come quelli qua scritti e nemmeno cambiare la mia opinione riguardo ad una trama fatta su un po’ a caso che non parla al pubblico di supereroi e nemmeno di questa grande storia d’amore fra i due ragazzi.

Mancarone Sam Raimi.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 64 follower