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Succede che Kevin Smith venga chiamato dalla DC Comics a scrivere Batman, qualche numero.
Sì quel Kevin Smith regista di Clerks, Dogma, Mallrats, insomma uno di quelli che ci fossero i templari del nerdismo rientrerebbe tra i primi cinque.
Che poi non è neanche la prima volta e quando mise le mani su Devil diventò una delle dieci graphic novel più belle degli ultimi vent’anni.
Detto ciò cambia casacca e stavolta viene chiamato dalla DC Comics (che è come un po’ passare dalla Roma alla Lazio e viceversa) per scrivere come dicevo su, qualche storia sul pipistrello.
Lo fa pisciare addosso. Ma non dalle risate, in senso letterale.
Qui tutti gli altri scempi tirati fuori dagli stessi numeri (che io a questo punto comprerei)
Torno a parlare di Marvel dopo un po’ che l’argomento era assente da queste pagine. Se per mesi è andato avanti l’argomento Marvel/Disney e nelle ultime settimane il battage twitteriano per le audizioni del nuovo Spider Man per cui il nome di Donald Glover (amatissimo Troy della serie Community) viene strillato neanche fosse Sparta, rifocalizziamo il tutto sulla parte cartacea, fumettistica, che è quella che più ci interessa.
Nelle settimane passate c’è stato il ritorno della serie Ultimate con la serie Spider Man e Avengers (Vendicatori). Se il primo ancora stenta un po’ a decollare, benchè la firma continui ad essere quella ultragarantita di Brian Michael Bendis, forse un po’ vittima dello schiacciamento adolescenziale e della frivolezza dei diciott’anni che non ho più (ma che perfettamente corrisponde al lettore medio dell’editrice) i Vendicatori hanno risposto da par loro con una trama al solito contorta e con l’entrata in scena di quei personaggi noti come “cattivi storici-leggi Teschio Rosso” che fanno sì che il reale personaggio principale della serie, Capitan America, esca dall’ombra e sia da traino per un intero ciclo narrativo. Ah per inciso, è il grande ritorno di Mark Millar e insomma, è come dire che una serie tv è messa in mano a che ne so, Lindelof.
Insomma un numero uno e un numero uno e due che potrebbero essere per voi l’inizio di qualcosa.
Già, mi riferisco al fatto che se parlo con qualcuno di fumetti la risposta ricorrente tolta il “non mi interessa” è “ma sai è iniziato da un po’ non ci capisco niente”.
Perfetto. Nel giro di 3 settimane inizieranno 3 nuovi cicli narrativi, in pratica è come se ricominciaste da zero, con un prologo scritto nelle pagine di apertura.
X-Men Deluxe (183) vivrà di una nuova luce propria da questa settimana con un ciclo nuovo di pacca di Warren Ellis. L’occasione sarà per me in primis che ho sempre fallito gli incontri con gli incroci storici delle serie (tranne la serie Ultimate di cui mi ritengo possessore di tutti i numeri dal numero uno) soprattutto poi con gli X-Men per cui mi sento di dire che raccordarsi (alla Dark City) sia una delle cose più complicate che mi vengano in mente.
A tal proposito se fate un salto in fumetteria fate ancora in tempo a prendere la serie Utopia. In poche parole e in soldonissimi (ve l’avevo detto tempo fa) Norman Osborne dopo la guerra con gli Skrull è diventato il nuovo re del mondo, come Nick Fury ma peggio, e comanda intere task force di ex personaggi poco raccomandabili ovviamente con un piano poco edificante. Ha mandato per stracci Iron Man, e ora vuole eliminare uno per uno i suoi nemici, prima Devil poi gli X-Men. Utopia è appunto il ciclo narrativo (continuato con Exodus) che in 4 numeri racconta l’iter di tutto questo. Anche questo è un punto di raccordo grosso come una casa con gli Incredibili X-Men (le serie X-Men sono due Deluxe e Incredibili).
Andando ancora oltre settimana prossima quello che forse è l’evento dell’anno.
Ricorderete tutti, forse, che una delle conseguenze della Civil War fu la morte in un attentato di Capitan America. Il corpo dopo breve sparì e beh, dopo un anno abbondante Cap torna con una serie nuova e dedicata.
Voglio dire, potrete avere un Capitan America Numero Uno (a firma Brubaker/Hitch). E io non so quante volte capiti nella vita.
E non so cosa fate ancora davanti al pc e perchè non corriate davvero a prenotarne subito una copia al fumettaio di fiducia (come ho fatto io da due settimane).
Se i personaggi di Futurama fossero gli X-Men. A me di solito queste cose non piacciono e mi ritengo un purista del fumetto, ma certe rivisitazioni (vedi titolo del post) mi mettono in pace col mondo.
Tempo fa, da queste parti parlando di fumetti si recitava la rilevanza del ruolo dei cosiddetti cliffhanger ovvero di quei momenti narrativi che sospendono la storia e lasciano il lettore (o lo spettatore) in attesa di vedere cosa succederà.
Nel prossimo numero o nel prossimo episodio, ovviamente. Perchè regola e caratteristica aulica del cliffhanger è la “bassezza” il suo essere uno strumento bieco e bastardissimo. I soldi del topino dei denti che si aspettavano la mattina (e la notte non si dormiva, vaffanculo mamma e papà).
Quello che sta mettendo sul campo la Marvel nella sua serie Ultimates (ovvero il nuovo universo parallelo creato nel 2001 ambientato ai giorni nostri, un reboot insomma ad uso e consumo della nuova generazione) è un vero e proprio stravolgimento.
Si è concluso a fine gennaio quello che forse è uno dei migliori cross-over della storia, dopo lo splendido Civil War, che accogliendo tutte le testate Ultimates (Uomo Ragno, X men, Fantastici 4, e Vendicatori) ha sostanzialmente spazzato via tutti i dubbi conservatori del fumetto per cui “fai credere che un eroe muoia ma non farlo morire mai”.
Ecco. Col cazzo deve avere pensato Brian Michael Bendis assieme a Jeph Loeb.
Ecco.
Perchè la trovata dell’iter narrativo (e lo snellimento dell’universo Ultimates) per un ritorno alle stampe con due testate (non dico quali) ed una forse più ballerina ha messo nelle condizioni il nuovo deus ex machina della cultura fumettistica superoistica in condizioni di disegnare una delle più grandi stragi messe in opera da Magneto al grido di “Quando Dio vide che ciò che aveva creato non gli piaceva più, spazzo via tutto in quaranta giorni e quaranta notti. Io lo farò in tre”(roba che New York è stata sommersa e distrutta) con l’aiuto del Goblin/Osborne e la magia occulta.
Ovviamente ciò ha permesso un incontro di supereroi di tutte le specie, dai più subdoli e meno pubblicizzati nel mondo Ultimates (Devil, per dirne uno) a una ricompilazione dei vuoti narrativi lasciati dietro varie storie (Hulk e a tratti i Fantastici 4 che per il loro tipo di storia si adattano parecchio al “perdersi per strada”) e eroi cult, l’Uomo Ragno appunto, ma anche gli X-Men.
A questo punto si dovrebbe svelare qualcosa, ma eviterò.
Dico solo che il livello di tutto questo è sublime, potente e allo stesso tempo riflette per l’ennesima volta l’enorme paura del diverso nella cultura americana post 11 settembre, a questo l’aggiungersi del cambiamento degli stili di vita, della comunicazione e soprattutto quanto la ferita dell’attacco terroristico forse più famoso della storia abbia fatto riconoscere l’America assieme alle contraddizioni complottistiche o meno, l’idea che il mondo non è fatto più per gli eroi.
E che probabilmente l’ideale del pensiero comune si disintegra di fronte al dolore e alla perdita.
Tutto questo, in un fumetto.
Marvel
Io ve l’ho detto.
Appena ho letto Come un guanto di velluto forgiato nel ferro (Coconino Press 16 Euro) non ho potuto far altro che annotare l’idea che il titolo rimandasse a un qualsiasi romanzo di Philip Dick. O di Vonnegut.
Uno di quei titoli che a grandissime linee è un non-sense per cui è difficile trovare un’ombra di riferimento all’interno della storia.
Questo, a suo modo, un romanzo lo è, e mi rendo conto che forse, in prima battuta a fidarmi delle mie sensazioni una volta tanto non avevo fatto poi così male.
Parliamo di Daniel Clowes, per chi non lo sapesse il creatore di Ghost World e Ice Heaven che se nei precedenti episodi (il primo è stato di recente ri-pubblicato dalla stessa Coconino) indagava i misteri della solitudine e della malata provincia americana con il suo nuovo lavoro alza notevolmente il tiro.
E sì che se provate ad immaginare una graphic novel piena di personaggi che sembrano usciti da un linguaggio Cronenberghiano (Existenz su tutti) e quindi da Kafka ma anche atmosfere molto debitrici a Lynch e alla sua non linearità narrativa mi rendo conto possa essere difficile ma tant’è, Come un guanto di velluto ci va molto vicino.
Ed è col suo stile forte e asciutto e lontano dai fronzoli di gran parte dell’estetica fumettistica moderna, Clowes si pone come il grande vecchio artigiano, quello che con bianco e nero e con tratti marcati e poco raffinati racconta storie. Quelle che farebbero paura a un bambino prima di andare a letto.
E non solo a un bambino
Perchè i regali belli li ho sempre ricevuti prima o dopo il 24 di dicembre.
E’ Alma, una cosina piccola che basta che clicchiate sulla foto qui sotto e la vedete per bene (meglio se a schermo intero ovviamente). Chi ha amato Coraline non lo può perdere, chi non l’ha amato beh, tanti auguri -anticipati- lo stesso
via unavoceacaso
Cosa sarebbe Facebook se fosse usato dai supereroi Marvel e DC. Immagino a che gruppi vi inviterebbero, gli unlike che si tirerebbero addosso e soprattutto i villain che bloccherebbero.
Universo parallelo insomma, vuoi mettere?
E forse seguirà un post, forse. Ma questo qui sotto credo sia un post già eloquente di suo.
O ci arrivate, o non so che farvi
(per capirci:
In verde gli incassi
In blu il budget
In rosso la media voti di Rotten Tomatoes.
Ovviamente dovete guardare le barre verdi per capire)
(via)

The Magnetic Fields sono uno di quei gruppi che “ama fare musica non attuale”, anche se poi le venature pop-shoegaze sono quasi giunte ad un livello di riverniciatura dei fasti dei primi anni 90.
Diciamo che The Magnetic Fields di Stephen Merritt sono uno di quei gruppi culto, che tranquillamente potrebbero essere proiettati da quell’epoca lì alla nostra direttamente col Tardis. Ne abbiamo parlato diffusamente l’anno scorso di quanto fosse importante un disco come Distortion ma anche di quanto lo fosse 69 Love songs, disco che datava 1999.
Ovviamente per i motivi di cui sopra.
Oggi a dieci anni dall’uscita del disco l’iniziativa più bella e che fa della multimedialità in effetti un gran bel mo(n)do di approcciarsi alle cose si è deciso di tributare un giusto valore a un disco importante, di vero (e mi si perdoni se mi ripeto), culto.
E’ nato quindi 69 Songs, illustrated dove ogni canzone del disco (e se non lo sapete già il disco è triplo con 23 canzoni per ogni supporto rotondo quindi 3×23 indovinate quanto faccia) viene rielaborata e dipinta su tavole, come fossero dei comics/musicali. Quasi storyboard di video.
Progetto bellissimo, affascinante. Giusto che sia per un disco così

Credo sia ormai dato per assunto il fatto che per chi scrive in questo momento la Marvel è uno di quei valori che si contano sulle dita di una mano come “fondamentali”, detto questo non ho mai avuto una grandissima cultura “manga” (che in una dialettica Beatlesiana/Stonesiana considero un po’ l’alter-ego della cultura Superoistica americana) ma in un certo qual modo ne sono stato sempre un po’ affascinato più di riflesso (quindi per quello che mi è stato raccontato) per cose come Evangelion o Deathnote.
Detto questo il lavoro fatto da Madhouse nella rielaborazione di Iron Man e Wolverine è di quelli che ti fanno in un primo momento dire “uhm” poi rispingere play e pensare “cavoli, dove è il mio fumettaro di fiducia che vado a saccheggiarlo?”

Giunetta è Silvia Cataldi, romana impiegata nella previdenza sociale e con la passione per il disegno e le varie arti figurative. Quando passa da queste parti si occuperà di lasciare una vignetta su varie situazioni mediologiche, politiche e quant’altro. Questa raccoglie in pieno la sfida tra i Watchmen e l’Eastwoodiano Kowalski di Gran Torino. Un po’ come dire che di fronte alla tradizione neanche in cinque contro uno è detto che ce la si faccia.

Vi ci voleva una voce di donna su Junkiepop, e quindi presto fatto, eccomi. GiorgioP aveva chiesto post di costume e io vi parlo di un eroe mascherato, che ne dite?
Freud si chiedeva che cosa vogliono le donne, e invece le donne si chiedono: ma perché diavolo vogliamo quello che vogliamo, quando spesso è impossibile o assurdo? Non potendo permettermi di pagare una sessione con un bravo analista, ho pensato che in fondo ho visto abbastanza film da sapere come funziona e ho deciso di fare da me.
Dati della Paziente
NOME Byron
ETA’ 29
SINTOMI Tendenza a distrarsi, febbre alta. Paura di impellente crisi di coppia (la paziente è prossima alle nozze). Desiderio di volare.
Note
PAZIENTE
Dottore, mi aiuti. Sono innamorata di un uomo-gufo. Si chiama Daniel Dreiberg, vive in un fumetto. Ci siamo incontrati per caso, ci hanno presentati degli amici in comune. Sa, andavano tutti al cinema a vedere questo film, e io, che casco nell’hype come una pera matura (più per curiosità, capisce, che per essere trendy), ho pensato che avrei dovuto informarmi prima di fare questo passo. Ed eccomi qui, tre giorni dopo, quasi trentenne, con un’ossessione da adolescente.
Dan è un uomo meraviglioso: è molto gentile e buono di spirito. E’ un po’ più vecchio di me, ma si sa che ho un debole per gli uomini maturi. Confesso che lo trovo attraente anche se ha messo su un po’ di pancia da quando è andato in pensione. Sarà un po’ il fascino dell’universitario studioso e sedentario. Però è anche molto alto e di aspetto possente – sono sicura che sia ancora agile e forte, e saprebbe difendermi se necessario. Al momento Dan vive scrivendo articoli di ornitologia e mitologia Greca, e coltiva la sua passione per l’aeronautica – pensi che io ho studiato da pilota in una certa fase della mia vita, che coincidenza. Musicalmente saremmo compatibili anche se probabilmente dovrei introdurlo al mondo dell’indie-rock – lui è un tipo un po’ più soft di me: ascolta jazz classico, Billie Holiday, Manhattan Transfer…ma forse potrei fargli piacere certe cose degli Smashing Pumpkins, chissà.
Il fatto è che c’è un piccolo problema. Dan ama travestirsi. Da gufo. E combattere il crimine. Per lavoro, ecco. Però recentemente è stato costretto a ritirarsi, e ha dovuto appendere il costume al chiodo nella sua gufo-caverna sotterranea, dove tiene anche la sua magnifica navetta a forma di gufo. L’ha costruita lui e l’ha chiamata Archie, come Archimede, ha presente? Il gufo assistente del Mago Merlino ne La Spada nella Roccia di Disney. Pensi che era anche il mio film preferito da piccola, anche se non ho colto il riferimento all’istante perché in Italiano il gufo si chiama Anacleto. Dan senza il suo costume soffre un po’ di depressione e di ansia da prestazione, ma d’altronde capita, non sono il tipo di donna che si offende.
Altri travestimenti? Beh, non so di preciso, ma ho notato che conserva una foto di una sua ‘ammiratrice’ di quando faceva il supereroe, una certa Twilight Lady che porta stivaloni di pelle, maschera, frustino. Diciamo che la cosa mi intriga parecchio.
Certo, da un punto di vista di insegnante di letteratura mi rendo perfettamente conto che il suo strano collega Rorschach sia più interessante e sfaccettato, e che il Comico sia l’anti-eroe al centro dell’opera che uno dovrebbe studiare e analizare, ma sono rimasta veramente colpita dall’apparente debolezza di Dan e l’ho trovato molto tenero e amabile.
DIAGNOSI
La paziente soffre di infatuazione letteraria e Bovarismo.
La paziente non può che provare sentimenti forti per questo personaggio perché tende a simpatizzare per i perdenti, e per le persone che attraversano momenti di sconforto, oltre all’ovvia attrazione che prova per l’elemento teatrale dei costumi e la possibilità di cambiare identità a seconda delle situazioni. E’ per questi motivi che recentemente ha amato The Wrestler e anche Synecdoche, New York. La paziente ha inoltre una tendenza a idealizzare il senso del bene, ama i buoni, e crede profondamente nelle persone – si faccia riferimento alle sessioni in cui la paziente discute la sua fissazione con Bruce Springsteen. Questo Dan è come uno dei personaggi delle canzoni di Springsteen, un po’ disperato ma in fondo nobile e buono, uno di quei cuori a pezzi di Tunnel of Love. Sembra fatto apposta per lei.
Dalla sua descrizione del personaggio è evidente che la paziente lo ammiri perché non è un supereroe, ma un superumano. Dan è un mezzo fallito, triste, nostalgico, solo, incompleto senza il suo travestimento. E’ una persona un po’ come tutti. Dan è l’esatto opposto del Dr Manhattan, sebbene entrambi siano alla ricerca della stessa cosa: il significato dell’esistenza, l’ordine delle cose in un mondo apparentemente senza significato. Il Dr Manhattan rifiuta scientificamente la possibilità che questo significato esista, mentre Dan lo abbraccia nella sua interezza – metaforicamente e letteralmente. Attraverso la sua storia Dan manifesta le capacità essenziali e uniche dell’uomo: la conoscenza di sè, e la rigenerazione della propria identità – con o senza una maschera. Il super potere dei superumani è proprio quel sopravvivere alle catastrofi dei giochi di potere, e anche alle piccole grandi angherie quotidiane – la nostalgia, il sentirsi inutili, il fallimento, la solitudine. La paziente comprende che il grande potere di Dan è quello di rimanere aperto all’esperienza umana, l’essere capace di soffrire senza pregiudicarsi la possibilità di amare.
La paziente sta crescendo e imparando ad apprezzare e rispettare piccoli atti di coraggio quotidiano necessari alla sopravvivenza, finalmente superando i suoi momenti di megalomania e desideri di onnipotenza che l’avrebbero altrimenti diretta verso un Ozymandias a caso. Pur con tutti i suoi infantilismi e superficiale rassegnazione, Dan rappresenta per la paziente un eroe adulto.
PROGNOSI
Molto probabilmente la sindrome si manifesterà per un bel pezzo, ma la paziente è capace di convivere con i suoi sentimenti.
E’ sconsigliabile la visione del film nel prossimo fine-settimana, ma non c’è rischio che la situazione degeneri con un’infatuazione per il personaggio del film, che è decisamente troppo giovane per i suoi gusti, e modellato su Batman, verso il quale la paziente non ha pulsioni emotive di nessun genere.
Si incoraggi l’ammirazione della paziente per la quotidianità e ci si assicuri che la paziente rimanga su questo pianeta.
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L’autrice: Byron è l’alter ego in costume di Irene, che vive in un paese in cui nessuno sa pronunciare il suo nome correttamente. Dopo un’adolescenza da secchiona con il desiderio di diventare regista teatrale, è finita a Londra dove insegna letteratura e teatro a giovani malcapitati all’università, e fa il dottorato in cinema. Per rimediare agli anni di studio matto e disperatissimo adesso perde quanto più tempo possibile su blog e tumblr (uno e due), e si atteggia a critico cinematografico come uno Steve Imparato qualsiasi.
Quando ho visto l’immagine qui sotto è stato un attimo ma mi è passata davanti tutta la vita. Senza avere tutta la vita davanti.
Subito dopo mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e il perchè non lo so, o almeno mi sono detto “non lo so” pur sapendolo. A un consistente numero di anni è cosa più logica e immaginabile realizzare che i sogni, in qualche modo, finiscono, e che se proprio non si riescono a cancellare si comincia a dare loro il giusto peso. Che è una cosa tristissima, davvero, ma che essenzialmente dovrebbe portarti in una terra chiamata ragione, vita reale, transizione verso il mondo adulto.
Ecco io sta roba qui non volevo farla, non ne avevo voglia, per nulla, non mi andava, e Calvin & Hobbes era (come i Peanuts) qualcosa a cui rimanere attaccato, qualcosa di infantilmente fermo, sciolto nel suo essere continuamente “piccolo”, commovente a rimanerlo per sempre.
Come se il tempo fosse fermo e in quel tempo si potessero specchiare tutti i rimpianti, tutte le cose che non si sarebbero mai volute sapere, tutto quello che non avrei mai voluto imparare.
Porto uno zaino Eastpak per muovermi e ora vedo per la prima volta che quella era una tigre di pezza e in un attimo rinuncio a tutto.

di Nami86
La domanda è del tipo se sia nato prima l’uovo o la gallina.
Se le serie tv abbiano influenzato il percorso e la struttura dei plot fumettistici o se viceversa siano le storie supereroistiche ad influenzare e a fungere da canovaccio per gli sceneggiatori tv.
La risposta ovviamente non credo possa essere data senza scontentare uno dei due partiti.
Del resto è nata sì prima la storia su carta di quella televisiva, ed Heroes credo sia un validissimo esempio che possa essere portato, ma è anche evidente come certe storie su carta siano influenzate a dismisura dal successo (o insuccesso) di serie televisive come Lost, Alias (entrambe di JJ Abrams) o andando indietro Doctor Who.
Secret Invasion è un crossover (leggi come una storia che va a sbattere su più di un personaggio con una serie autonoma – in questo caso tutti) che chiaramente senza gli intrighi che qualsiasi amante di Lost ha ben presente non sarebbe nata. O probabilmente non sarebbe partorita con questo impatto.
Nata poco meno di un anno fa negii stati uniti ed ideata da quel genio che riponde al nome di Brian Michael Bendis, uno di cui si parla e se ne parlerà negli anni a seguire come del degno successore di Stan Lee, in quanto a idee di reboot e rinascita della casa Marvel ormai avviate con successo e coerenza, arriva ora nelle fumetterie ed edicole italiane ed andrà avanti per una roba come otto mesi.
Ve la metto giù semplice, c’è un’invasione in atto da parte di extraterrestri: gli Skrull.
Non è la prima volta che ci provano (e per questo è stato pubblicato Secret Invasion Zero dove c’è una panoramica della storia Skrulliana) e le prime tavole furono preparate da Kirby e Lee, ora anche queste ripubblicate, per collezionisti.
Ora ai giorni nostri cosa succede, siamo in un mondo di supereroi che vive ancora sulle macerie di una guerra civile che ha portato alla morte di Capitan America, alla fuga di Nick Fury e uno S.H.I.E.L.D. formato da supereroi registrati (sostanzialmente di stato) e controllati da Tony Stark.
Cioè Iron Man.
Si forma un gruppo chiamato i Nuovi Vendicatori in cui in memoria di Capitan America prendono parte l’Uomo Ragno, Wolverine, Luke Cage e altri, sulla carta fuorilegge, gente che ha evitato la registrazione (tranne l’Uomo Ragno che però pentitosi del gesto ha fatto marcia indietro) e che come tale vive.
In una delle loro missioni, i nuovi vendicatori attivati per salvare Elektra scoprono che è una Skrull, consegnano il corpo a Tony Stark che convocata una riunione degli Illuminati, un gruppo segreto a cui prendono parte lui, Charles Xavier, Reed Richards dei Fantastici 4, Dr Strange e Freccia Nera e sottoposta la questione si troverà di fronte all’ineluttabilità del fatto che anche Freccia Nera è uno skrull.
Ucciso lo skrull si sciolgono gli Illuminati, per il semplice fatto che nessuno si fida ovviamente più di nessuno e Tony Stark come tutto il mondo dei supereroi, prendono coscienza del fatto che c’è un invasione in atto e che ognuno di loro potrebbe essere uno Skrull.
Ve l’ho fatta un po’ lunga ma è questo il punto da cui parte la Secret invasion. Strutturata da 8 albi chiamati per l’appunto “Secret invasion” (nove se si considera il bignami delle puntate precedenti che è lo “Zero”) per cui si vedranno i lati “oscuri” (tornando al discorso iniziale, l’altra faccia dello specchio, un po’ come se si vedessero gli Others come si preparano e quindi il puzzle con la serie regolare) più 55 circa album di serie regolari (Uomo ragno, Fantastici 4, X men, Capitan America e i vendicatori, Devil & Hulk, Thor e Iron Man) su cui per facilità di identificazione campeggierà la scritta “Secret Invasion”. Appunto.
Posso dirvi che ho letto i primi quattro albi usciti la settimana scorsa Secret invasion zero e uno, Thor e Iron Man e che il risultato è lungamente superiore alle mie aspettative, vibrante appassionante e da fegato in gola.
Vedere come elementi quasi ad esclusivo appannaggio della televisione come i cliffhanger siano usati a scatafascio e come Secret Invasion si pone veramente come una creazione moderna, innovativa e rivoluzionaria oserei per il mondo del fumetto.
Lo slogan che campeggia e che dà in un certo senso la motivazione alla serie è “Di chi ti fidi?”.
Risultato centrato in tre numeri.
Roba che secondo me siamo dalle parti del capolavoro definitivo.
E anche John Locke e poi magari anche Spider Man. E Wolverine? Se si incazza come fa a scrivere?
Dilemmi del nuovo millennio


E così, dopo Superman, la DC Comics ha deciso di far morire il pipistrello più famoso della storia dei fumetti; io non ve lo spoilero perchè queste cose non si fanno (ironia is the new bitch) ma se volete è tutto qui.
Viene solo da pensare all’aspetto sociologico per cui: muore Capitan America, muore Batman, si smascherano i super eroi, Tony Stark è un fascistone senza precedenti… insomma, ci han sempre preso per il culo o in mezzo mi sono perso qualcosa io?

Alessandro Baronciani – Quando tutto diventò blu (Blackvelvet Pick-Pocket)
Baronciani ha una dote fondamentale per un appassionato di fumetti: stupisce con cose semplici.
Già perchè a partire dalle espressioni volutamente apatiche, i rossori lievemente abbozzati in mezzo a delle pennellate di un monocromatismo a cui ci si affeziona immediatamente in Quando tutto diventò blu c’è tutto quello che deve esserci in un film, non una graphic novel. Il non-detto, le sospensioni, la poesia.
Tutto quello che serve per rendere l’immaginario visibile e a portata di cuore.
David Lapham – Silverfish (Planeta DeAgostini)
Un noir a cinque stelle disegnato da uno dei più grandi autori in circolazione edito da Vertigo.
Oh diciamolo subito, se trovate in giro qualcosa di iper visionario con un uomo vestito da pipistrello è roba su cui ha messo lui le mani. Questo tanto per essere chiari.
In tutto questo tira su un thriller con false identità, famiglie e passati nascosti.
Una roba a metà tra Cassavetes e Walter Hill. Sarò chiaro, è molto difficile che in giro quest’anno riusciate a leggere di meglio
Gipi – LMVDM (Fusi Orari – Coconino Press)
Che sarebbe La mia vita disegnata male, di questo libro se ne è parlato davvero OVUNQUE e sottolineo che sia stato fatto a ragione.
Il torto maggiore in un certo senso che gli può essere fatto (anche se sicuramente è un pregio) è l’essere accostato a Pazienza, alla sua capacità narrativa, ai suoi personaggi talmente border da essere le cose più reali su cui potreste mettere gli occhi.
E’ una graphic novel che sembra solamente buttata lì, ma che commuove e sa spostare i propri limiti sempre più in là con lo scorrere delle pagine.
Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, ovviamente non è disegnata male, ma vaga tra uno stile quasi vignettistico a delle splendide tavole che tranquillamente avrebbero trovato posto sul Frigidaire che fu.
L’Uomo Ragno N.488 (Marvel Italia)
Voglio bene ad ognuno che passa di qui ma chi non ha letto questo numero tanto vale che non prenda mai in mano un fumetto.
Sì lo so magari uno potrebbe obiettare che i supereroi non fanno per lui ma con questo numero si chiude definitivamente un’era, lo si fa nel peggiore (migliore?) dei modi e soprattutto lo si fa sfasciando il cuore del lettore senza alcuna pietà.
Se vi siete mai chiesti cosa possa esserci davvero dietro a un supereroe il numero 488 diventa definitivamente la risposta alle vostre domande. Lo vendono ancora. Ed è la cosa migliore che abbia letto in 18 anni di onorata carriere di lettore.
Civil War (Marvel italia)
E’ stato l’evento dell’anno: la guerra civile tra gli eroi Marvel in uno scenario che prende spunto dal patriot act patrocinato da Bush i supereroi si dividono tra chi si annetterà alla registrazione (svelare la propria identità e lavorare sotto il controllo dello stato) e chi rifiuterà.
In tutto questo personaggi come l’Uomo Ragno che prima si registrano e poi cambiano idea e chi lotta per salvare i saldi principi a stelle e strisce.
Già immaginate bene Capitan America che conclude qui la sua storia, fatta di un’arrembante sequela di combattimenti, tradimenti e sotterfugi politici da far venire voglia di rileggerlo appena si smette.





