Per quel che mi ricordo, il mio primo acquisto “autonomo” di un fumetto risale su per giù al 1994. Come per tanti che hanno all’incirca la mia età si trattava dell’edizione Star Comics di Dragon Ball. Prima di allora, solamente Topolino (tanti, ma proprio tanti) e Lupo Alberto, che mia mamma pazientemente portava a casa ogni volta che passava dall’edicola, e qualche Dylan Dog. Poi, come dicevo, è arrivato il ’94. Sono iniziate le superiori, nell’Inter Ruben “Speedy Gonzalez” Sosa offuscava la premiata ditta olandese Bergkamp / Jonk, il video di Basket Case su Videomusic cambiava la vita di un sacco di ragazzini mai andati oltre gli 883 e io, in un gesto di pallida emulazione di Billie Joe Armstrong, sfoggiavo un orecchio rosso e gonfio come un pomodoro. Conseguenza di quell’orecchino in finto oro maldestramente sparatomi dalla commessa di una gioielleria, ma che a me sembrava il massimo urlo di ribellione contro il sistema.
Insomma, in un pomeriggio di ‘sto benedetto novantaquattro, ho cominciato a vedere una ragazzina carina sul pullman che tornava da scuola. In qualche mese di viaggi per e da Monza, nonostante elaborati algoritimi in grado di prevedere dove si sarebbe seduta e anticiparne astutamente le mosse, il mio sguardo magnetico di 14enne al limite del disagiato non ha incomprensibilmente raccolto i frutti sperati. Nemmeno un ciao, a dirla tutta. Ma mi ha quantomeno permesso di notare che il fumetto che leggeva spesso doveva essere decisamente divertente, a giudicare dalle risate che riempivano il bus carico di adolescenti terrorizzati dall’imminente interrogazione di una materia a caso. E si leggeva al contrario (ero un acuto osservatore). Cosa che mi stupiva parecchio.
A quel punto, essendo la ragazzina in questione una battaglia evidentemente persa, il fumetto mi sembrava un obiettivo decisamente più abbordabile. Per cui ho varcato le porte di una delle due fumetterie presenti a Monza e ho chiesto se era possibile recuperare i numeri già usciti di Dragon Ball e proseguire poi la serie. La risposta è stata un “sì” convinto, e io mi sono ritrovato, nel giro di dieci minuti scarsi, con una ventina di numeri di Dragon Ball tutti assieme nell’Invicta e le mie paghette ipotecate per il semestre a venire.
Beh, bingo! I 62 numeri di Dragon Ball li ho letti tutti di un fiato, e da allora sono 17 anni che la casella col mio nome, inizialmente in coabitazione con mio fratello, fa bella mostra sugli scaffali del Tau Beta. E facciamola un po’ di pubblicità, che io alla mia fumetteria voglio un sacco di bene!
Diciassette anni in cui credo di avere sempre avuto qualcosa in ordine, durante i quali mi sono divertito a farmi consigliare e a vedere i miei gusti “stabilizzarsi” nel tempo, tanto che adesso quando entro senza sapere cosa prendere è difficile che i miei fumettari di fiducia sbaglino il colpo (l’ultimo, in ordine di tempo, è stato Freakangels, una serie inglese che è una bomba). Certo, qualche inculata l’ho presa, se devo essere onesto, ma sui grandi numeri direi che ci sta. Insomma, un bel po’ di tempo in cui ho letto veramente un sacco di cose (prima solo giapponesi, poi gli americani, poi l’esplosione delle graphic novel e via di seguito, passando attraverso il tanto celebrato “fumetto d’autore”) senza tuttavia mai invasarmi completamente: non ho mai imbustato nulla e la maggior parte delle serie se ne sta ammonticchiata in perfetto disordine su tutti gli scaffali di casa, con l’autoconvincimento assolutamente illusorio che “tanto prima o poi li rimetto tutti in ordine”.
Comunque, ancora oggi mi capita spesso di passare al sabato, nei weekend in cui sono a casa, per vedere le novità e per ritirare quello che è arrivato per me. Per cui, introduzione di un chilometro a parte, quando Giorgio mi ha chiesto di scrivere qualcosa di fumetti mi è sembrato facile partire da quello che ho comprato l’ultima volta (che poi è tre giorni fa, non è che posso star qua a fare il figo e a dire: “no beh, ma ora ci vado solo una volta ogni tanto, quando ci passo davanti per caso sulla strada per i negozi fighi del centro”).
Deadpool – Rob Liefeld
Tra tutti i supereroi, Deadpool è uno di quelli che mi diverte di più (assieme a Hellboy, non sia mai!), nonostante non riesca a togliermi dagli occhi la porcheria di ruolo che gli hanno appioppato nel Wolverine cinematografico. Non sono mai stato un fanatico delle collane infinite, limitandomi in genere ai grossi crossover Marvel, e il fatto che Deadpool non sia mai stato serializzato in Italia gioca a suo favore, per cui posso dire di avere in mano tutto il poco che è uscito finora su di lui (anche se la Panini ora promette di trattarlo un po’ meglio). E poi è un matto (ma matto vero), violento, teledipendente, logorroico e citazionista (su tutto quello che mi piace: cinema, musica, videogames….insomma, nerdpop-culture a 360°) che sa di “vivere” in un fumetto e non perde occasione di sottolinearlo: insomma, come si fa a non volergli bene?
Green Hornet vol. 2 – Kevin Smith – Phil Hester – Jonathan Lau
Nella serie TV degli anni ’60 Kato aveva la faccia, i pugni e gli urletti di Bruce Lee. Nel film che torna al cinema quest’anno dietro la macchina da presa c’è Gondry e dietro la mascherina da carnevale del Calabrone Verde c’è Seth Rogen. Questa serie a fumetti è stata scritta da Kevin Smith….insomma, c’era bisogno di avere altri motivi per comprarla? E poi la prefazione del numero uno scritta dallo stesso Kevin Smith, in cui racconta come la sua sceneggiatura per il film sia stata miseramente cassata, era già una chicca di suo. Ma una chicca vera.
Happy vol. 5 – Naoki Urasawa
Happy è una vecchia serie del mio mangaka preferito in assoluto, Naoki Urasawa, che è l’autore di due capolavori come Monster e, soprattutto 20th Century Boys, con ogni probabilità il fumetto di cui attendevo con più impazienza l’uscita di ogni numero. Ma impazienza vera. Tipo che ho provato ad andare in fumetteria la settimana prima per vedere se magari si erano sbagliati e avevano anticipato. Happy è un po’ più “normale”: più manga classico, con tanto di upskirt buttati a caso e faccine stupide dei personaggi ogni 4 vignette, e meno “romanzo” alla occidentale. Però è divertente e lo stile è quello di Urasawa, per cui basta e avanza.
Scott Pilgrim vol. 3 – Bryan Lee O’Malley
Ok. Confesso subito la mia colpa. Io al fumetto di Scott ci sono arrivato solo dopo il film. E neppure tanto convinto, se devo essere onesto. Perchè se il film mi aveva preso subito (nonostante la mia arcinota antipatia per la scena hipster di questi ultimi anni sono un fan di Micheal Cera), lo stile di Bryan Lee O’Malley (che per me continua a fare un po’ “Superchicche”) ci ha messo un po’ a prendermi. Lui e i 9 euri e 90 a uscita, a dirla tutta. Arrivato alla fine del primo volume però non potevo più smettere. Il secondo me lo sono mangiato. Andando avanti di pagina in pagina in ogni mezzo istante libero. In pausa sigaretta al lavoro. A tavola. Aspettando il treno. Sul treno. Comprando un gelato appena sceso dal treno per avere una scusa per sedermi su una panchina e andare avanti ancora un po’. Poi il terzo….il terzo non c’era. E ci ha messo un sacco ad arrivare. La maledizione degli arretrati. Quella per cui vuoi una serie di 10 numeri e ce ne sono sempre 9. E quello che manca è regolarmente uno dei primi 3. Che sei costretto a bloccarti e a fissare gli altri numeri che prendono la polvere e non li puoi leggere. Però adesso finalmente è arrivato. Quindi la smetto di scrivere e mi metto a leggerlo, che a parlarne mi è venuta voglia.
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L’autore: ale-bu vive nella operosa Brianza sognando di tornare in Valtellina. Dilapida da anni stipendi su stipendi guadagnati facendo cose su internet in fumetti e concerti. Vorrebbe essere Milo Auckerman, tiene una copia di Contro il metodo di Paul K Feyerabend sul comodino, tifa Chris Mullin anche ora che non gioca più ed è assolutamente convinto che Star Wars prenda a calci Star Trek in ogni sua forma.


















Appena ho letto Come un guanto di velluto forgiato nel ferro (


