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La musica, soprattutto negli ultimi anni, per paradosso vista la velocità di consumo, è diventata una questione d’attese. Mi sembra superfluo quasi retorico annoverare M.I.A. tra gli artisti che nel 2010 dovrebbero dare le stampe ad un ritorno.
Se di “stampe” ha ancora un senso parlare, ovviamente per me sì.
E’ ovvio che dopo Kala (e la nascita di un figlio) ci si attenda l’esplosione più che definitva, quel disco che ti porti definitivamente (anche se c’è già) nel gotha della musica electro. Per me sulla carta era difficile immaginare una direzione che non fosse il ripetere una formula che già le aveva riconosciuto un successo planetario (reso esponenziale dal successo cinematografico di Slumdog Millionaire) ma alla resa dei conti mi sbagliavo. E di grosso.
Infatti se la prima traccia There’s space for ol-dat I see (ormai di tre mesi fa) era una suadente traccia electro che un po’ nenianeggiava sulle orme di Paper Planes, con il suo nuovo singolo, Born Free la direzione (forse) nuova è più evidente e marcata: un electro punk (scritto con Alan Suicide Vega e Martin Rev) tiratissimo e dai contorni più che ispirati ad una deriva Suicide.
Spiazzante, e forse difficile da digerire per parte della sua cerchia di ascoltatori certo ma più che succulento, almeno per me. Insomma, se certe cose si aspettano un motivo c’è.
O no?
Si chiamano Girls in the Eighties e ad essere sincero per puro caso mi sono imbattuto in loro (come per Wavves un annetto fa quando ne parlai a Colas che lo prese tanto a cuore) e più o meno come coordinate siamo lì. Quello che comunemente viene intitolato come shit-gaze.
Che sarebbe direte voi?
Sono un trio di Nashville, Tennesse che invece di imbracciare le chitarre per i rodeo country hanno tirato fuori dai loro ampli un miscuglione di noise, fuzz, rock, beat elettronici e filtri su voce. Una cagnara assoluta insomma. Di quelle da avere coraggio a spingere play.
Quello che però me li ha fatti uscire fuori dal coro è l’essenzialità delle canzoni, l’essere concise, a loro modo determinate verso una forma immediata.
Mettete un po’ come se i Violent Femmes suonassero con gli amplificatori e gli strumenti dei My Bloody Valentine e ci andate vicino.
In più, a dimostrazione che stiamo parlando di qualcosa di diverso il loro disco Teenage Royalty è sì acquistabile online ma da loro stesso messo in download gratuito qui . Ma qui è un discorso di marketing musicale per cui ai discografici italioti ci sarebbe solamente da prenderli per il culo e sottolineare che davvero, figli miei, non avete capito un emerito cazzo.
Insomma niente di sbagliato, su tutta la linea.
Next big thing? Ma chi se ne fotte (come direbbe Capovilla).
Io a questi voglio bene.
Bene, bravi. Bis.
Girls in the eighties – Teenage Royalty (Mp3)
Girls in the eighties - Burn your riches (Mp3)
.. e probabilmente in pochi ne sentivano il bisogno ma sembra che il ritorno agli anni 90 sia un qualcosa di fatto (e a me a questo punto viene il dubbio di non esserne mai uscito in un loop che sembra ci sia dietro la sceneggiatura di Lindelof e Cuse).
Il ritorno dei Lali Puna, dopo sei anni è qualcosa che è talmente fuori tempo che neanche la reunion dei Sex Pistols. Una riavviata di lancette così violenta che sembra quasi che qualche meccanismo dell’orologio si sia rotto, tanto era la voglia di risentire e di tornare a stati d’animo quasi dimenticati.
Come se si soffrisse una volta sola e la sofferenza di dieci anni fa fosse una sofferenza differente. Ovvio che non sia così ma il ragionamento è un po’ quello. Quello di un gruppo che ha fatto del coverare sè stesso un must, una chiave di lettura importante e quasi univoca come approccio da e verso l’ascoltatore.
Per me i Lali Puna sono essenzialmente questa cosa qui sotto
quella che è una delle sequenze sì strazianti ma vicine al limite della perfezione da accarezzarlo e poi schiaffeggiarlo.
La canzone era Scary World Theory che è una di quelle canzoni che la prima volta che la senti quasi non ci fai caso e la seconda ti cambiano la vita o quasi. I Lali Puna tornano, quindi e che sia il loro quarto album e che si chiami Our Inventions ha un’importanza molto ma molto relativa.
Di più ce l’ha sentire che le cose sembra che non siano mai cambiate. Che la sofferenza di dieci anni fa magari è sempre la stessa, come la malinconia, come gli anni persi a pensare perchè mai quella traccia non riuscivi a levartela mai dalla testa
Lali Puna - Remember (Mp3) (Via Pitchfork)
Ps ogni volta che inquadrano Olivia Magnani a me si ferma il cuore.
Lo nascondo bene (e di solito non lo faccio) ma con questo, di guilty pleasure davvero ho dovuto farci un po’ a cazzotti. Per un paio di mesi.
La premessa piccola è che per me i Groove Armada sono un gruppo ben oltre il titolo di insignificante, quelli buoni per fare prima o poi l’hit buona per i telefonini, quelli di cui si iniziava a parlare di rimbalzo, perchè in un’epoca in cui nel big beat c’erano i Zidane e i Kakà loro erano il terzino panchinaro buono per l’occasione, quello che vinceva la coppa e la toccava per ultimo ma che insomma, a conti fatti, l’odore dei soldi lo sentiva.
I won’t kneel, pur con tutta la mia prevenzione è un pezzo che amo alla follia, e quando in televisione ho letto chi ne era l’autore ho detto in tutta risposta “no, cazzo”. Non potevo crederci che qualcosa di buono potesse venire da qualcosa di talmente insignificante.
Ora, se non la conoscete non vi aspettata chissà cosa o chissà che livello mai di innovazione. Il brano sembra un classicone uscito dritto dagli anni 80, con una voce femminile un po’ Annie Lennox, un po’ fate voi. Una paraculata a-là Goldfrapp insomma di quelle che è difficile cambiare canale o spingere stop (se poi ci riuscite oh, il problema è solo il mio, ma ci sono abituato). Con quella malinconia giusta lì, da film di storie di decadimento sociale o di coppia lui punk e lei studentessa per bene che alla fine del film si baciano o da serata pop in discoteca, uno di quei brani da domenica mattina alle 4, di quelli che anticipano i lenti che mandano tutti a casa mentre la gente, quelle venti persone rimaste, limonano sui divanetti e tu pensi che è un’altra serata buttata via e domani si lavora.
Tutto questo, i Groove Armada.
E’ proprio vero che sto diventando vecchio.

Di solito su queste pagine scrivo di basket ma invece oggi mi trovo qui, su gentilissimo invito del tenutario giorgio p., per parlare di un’altra delle mie passioni, cioè la musica-elettronica-fatta-in-casa.
Potete ascoltare e scaricare il mio ultimo disco sul sito di homework records, bravissimi e capacissimi bolognesi che da anni ormai regalano bella musica e organizzano un importante festival internazionale.
Finito questo paragrafo di bieca autopromozione paragonabile alle ridicole pose con il libro sempre bene in vista degli ospiti del costanzo show credo che dovrei scrivere qualcosa d’altro sulla musica, ma non so nemmeno da dove iniziare. Io ho grande ammirazione per chi riesce a scrivere di musica bene, con cognizione di causa e profitto, sapendo scegliere le parole giuste, ma per me, specialmente dovendo descrivere le cose che faccio io, è praticamente impossibile.
Faccio un esempio molto concreto: a volte non so rispondere nemmeno alla prima domanda che mi fanno tutti: ma tu che genere fai?
Musica elettronica è la mia prima risposta, più che altro strumentale, molto influenzata dall’hip hop. L’hip hop mi ha colpito da ragazzino, mi sembrava così diverso, con i suoni ritmici e ipnotici che suggerivano immagini e sensazioni più che raccontarle. Da adolescenti le passioni verso queste cose possono essere molto forti, anche senza avere la piena coscienza e comprensione del fenomeno culturale a cui ci si appassiona. Anche se per te non è stato l’hip hop ma il punk, o il metal, o i rave, credo che in molti possano capire e aver sperimentato questa dicotomia tra l’amore genuino, assoluto e incomprensibile per un certo tipo di suono e la realizzazione consapevole di essere anni luce lontano o fuori dalla cosiddetta scena.
C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e capisci che, come si dice, non ci stai dentro. Nella mia umile esperienza l’hip hop italiano è un mondo piuttosto adolescenziale ed estremamente frustrante, un po’ fossilizzato in stilemi derivativi a cui si aderisce con fervore religioso più che altro per paura di non essere veri abbastanza. A me non è mai interessato molto essere qualcosa, ma più che altro fare, per cui ho abbandonato la scena da qualche anno senza guardarmi indietro.
Adesso, se la ascolto con un minimo di distacco, la mia musica suona esattamente come i miei quindici anni: l’hip hop east coast del ’95, le musiche dei giochi del gameboy e il fruscio delle cassette rovinate.

Io suppongo di avere problemi disparati e circostanziati con l’umanità.
In particolare con l’electro-wave.
In particolare con i The Knife.
Soprattutto con Fever Ray.
Mentre scrivo sento che mi sto togliendo st’enorme macigno da sopra lo stomaco, soprattutto perchè è un disco, quello di Fever Ray, di cui si parla tanto bene in giro.
E finchè lo fa il mio amico Paolo, ok, ci sto, perchè parliamo di qualcuno che vi si mette in fila a tutti su dark-wave-postpunk e vi porta a scuola col passeggino, quindi che gli piaccia il disco di Fever Ray (come gli A place to bury strangers o l’ultimo – meraviglioso – dei Mission of Burma) è una conseguenza per me logica. Naturale.
Che piaccia agli hipsters no. Manco per il cazzo.
E allora non me lo spiego e il mio odio. Letterale. O.D.I.O. raggiunge livelli che neanche Pippo Inzaghi che segna il sesto goal al Torino esulta. E la mia obiettività va a maroni in autunno.
Il fatto è che il disco è sì buono, sì quello che volete, ma paraculo senza limiti.
Quel paraculo che fa rabbia perchè vuol dire che la memoria, la conoscenza, il sapere musicale della gente si fermi agli ultimi 5 anni.
Perdio. Fever Ray è un disco di cover. Se qualcuno masticasse qualcosa di quel genere lì. E senza un minimo di rielaborazione.
Cover.
Come i giovedì al Qube di Radio Rock.
Fatte bene, male quello che vuoi ma cover.
Cazzo. E quando sento cover che non vogliono essere cover ma canzoni originali io di solito comincio a ridere molto e mi dico “massù ma chi cazzo non se ne accorge”. Molti evidentemente.
Ed è un po’ il motivo per cui non mi appassionai moltissimo (anzi) per coerenza ai Fleet Foxes. Cover anche lì. Bellissime canzoni ma cover.
E non è colpa di chi l’ascolta è mia, per questa specie di oltranzismo che a me dà personalmente molto fastidio di sfoggiare. Ma non ce la posso fare.
Questo è.
Fever Ray - Stranger than kindness (Nick Cave Cover) (Mp3)
*Il titolo va cantato come Antonello Venditti eh, sennò non si può leggere il contenuto del post
Siamo messi molto bene, soprattutto se poi si deve rispettare il successo di critica di un disco come Street Horrrsing (uscito da un anno e mezzo) e che ha goduto della stessa stampa, diventando in qualche situazione anche un caso di stampa dei Fuck Buttons.
Tengo a precisare che i vari “casi” non sono stati generati dal nome del gruppo ma se la sua formula di shoegaze – drone fosse
1) una cialtronata
2) una nuova frontiera della noise melodia, un avanzamento dello status shoegaze più improntato verso l’elettronica che le chitarre.
Io propendo, con misura e senza entusiasmarmi troppo chè quando ci si entusiasma troppo poi ci si rimane male, per la seconda ipotesi.
Altre persone che scrivono su questo blog per la prima. Senza ripensamenti.
I Fuck Buttons sono lì lì per tornare con un nuovo disco Tarot Sport, anticipato dal singolo Surf Solar, che sul disco sarà di dieci minuti ed oltre mentre sul singolo si riducono a 3 minuti e quaranta consistentissimi a cassa dritta con i soliti drone e le solite shoegazzerie varie che a me fanno dire, “oh signore ci casco di nuovo”.
E magari a qualcun altro “andate a lavorare”.
L’effetto è in ogni caso voluto. Credo
Fuck Buttons - Surf Solar (Mp3)

..con quell’elettronica un po’ così che abbiamo solo noi che ci siamo visti anche i film con Zach Braff.
A parte gli scherzi, l’ultimo post che ho scritto l’ho iniziato scrivendo Veltroniano e beh, io non mi sposterei da quelle coordinate.
Ricordate un paio d’anni fa, o forse erano quattro e il tempo passa e io non me ne rendo conto, vabbè, dicevo, nel momento in cui si parlava del successo di Zach Braff, in un primo momento si diceva “a me sembra solo un cazzone che fa robe un minimo più particolari” in un secondo diventava “Zach Braff non è un cazzone, è un figo e ha fatto anche un film con Natalie Portman e soprattutto ascolta Imogen Heap“.
E tutti: ehhhh!??
Imogen chi?
Frou Frou, dai su quella che tipo 5 anni fa o sei perchè il tempo continua a passare se ne uscì con quella canzone Bacio Perugina Breath in, quella che per due mesi la sentivi ovunque anche nella pubblicità del gelato Algida, ed era uscita sotto novembre, questo per rendersi conto di cosa significasse “tormentone”. Braff per inciso chiuse Garden State con Let go, che a suo modo e nel contesto gli dava le piste. Ma non c’entra con il punto del post.
Fatto è che Zach Braff si è dimostrato un grandissimo talento comico, magari rimasto confinato a quello splendore di serie che è (stata?) Scrubs e Imogen Heap è rimasta un po’ la sua macchia di gelato musicale, anche perchè si parla di un’elettronica oserei dire basilare tutta suonetti e vocina aspirata con melodie anche accattivanti e sempre utili allo scopo: la lacrimuccia a fine discorso. In pratica musica cinematografica a strettissimo uso e consumo dell’aspirazione al romanticismo.
Detto questo è passato il tempo e leggere da qualche parte che si è vicini al ritorno di Imogen Heap (che poi fa le stesse robe che con il nome Frou Frou) e c’è addirittura un nuovo singolo riporta indietro a tre anni fa.
O meglio sei, ma il tempo passa. O no?
Imogen Heap - First train home (Mp3)
Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.
Screen Vinyl Image – Fever (Mp3)
Screen Vinyl Image – Until the End of Time (Mp3)
Sciabolata velocissima su tutto il resto. Alla Ziliani
The Vaselines: col senno di poi “uno dei gruppi più sfigati della storia”, snocciolano subito Son of a gun, Molly’s lips, Turnaround insomma le cose per cui uno stava lì. Sento l’onda di suono dei Lightning Bolt e me ne vado. Sfiga dicevamo, vero?
Bloc Party: Morti. Kaput. Fine. E mi sono bastati 5 canzoni di cui una irriconoscibile Helicopter per capirlo. Parliamo ormai di un qualcosa che neanche è più un pallido ricordo di Silent Alarm.
Yo La Tengo: uno dei live migliori del festival, compattissimi nel loro pop-noise, vedere nel giro di tre giorni loro e Sonic Youth mette l’animo in pace col mondo
Spiritualized: anche qui, atmosfera d’altri tempi che magari più della luce avrebbe meritato l’oscurità della sera. Ne vedo solo metà ma mi basta per capire che è qualcosa di grosso. Soul on fire la cantano anche a Girona. Brividi grossi, di gruppi così ne dovrebbe essere pieno il mondo a fottere
The Horrors: falcidiati da infortuni tecnici a me comunque non sembrano pronti per reggere un disco “troppo buono” come l’ultimo. E non è un caso forse che l’unico momento in cui risultano convincenti è quello in cui vanno a ripescare dal loro esordio garage. Insomma “parrucche”, forse
Throwing Muses: mi stranisco immediatamente quando vedo che sono tre (e io credevo ci fosse anche Tanya Donnelly), mi passa subito appena attaccano il loro college rock stortissimo. Kirstin Hersh ora è bionda e sempre bellissima. Uno di quei gruppi per cui conta molto di più l’impatto sonoro che la presenza scenica. Da volergli bene
Deerhunter: iniziano con Agoraphobia e mi rapiscono subito, il live è di quelli da “gruppo che sta lì lì per esplodere” un po’ come gli Animal Collective lo scorso anno. Impeccabili, colmano la mancanza anche qui di presenza con un sound tondissimo e curato che rapisce. E io non avevo amato tantissimo Microcastles
Sunn O))): sospendo il mio giudizio sul “sono così”. E tenendomi stretto tra i denti il giudizio vero di “più grande truffa musicale live degli ultimi dieci anni”. Due incappucciati con un mare di ampli alle spalle che suonano accordi e arpeggi e alzano corne metal. E c’è chi applaude.
Andrew Bird: si presenta solo soletto, si looppa violino chitarra e fischi e va avanti nel suo splendido avant-folk che dal vivo prende anche altre dimensioni di cuore. Una gioia per gli occhi e le orecchie ci mette un attimo a conquistare tutti.
The pains of being pure at heart: derivativi ma chi se ne frega. Ogni canzone un potenziale singolo e neanche la scarsissima presenza fisica e vocale del cantante li annichilisce. Sono al palco Pitchfork e già di per se gli fa trovare davanti un bel po’ di gente. A fine concerto è “un mare” e sembra a molti il live-evento del festival. E non a torto forse
El-P: io e Caizzi impazziamo da subito, ne vediamo metà con la promessa di tornare se i Black Lips non sono all’altezza. Puro divertimento e foga hip hop con tanta cattiveria e dialoghi col pubblico. Un fuoriclasse, ma si sapeva
Jesu: senza batteria e col sole, smonterebbe chiunque eppure oh Broadrick porta a casa un live quadratissimo ed emozionale. Brani da Conqueror e dal loro esordio. Il nuovo shoegaze è questo. Il nuovo. Non il vecchio
The Drones: grandissimi. Rimandi a Birthday Party e gruppo tutto cuore e rock che sarebbe da ammirare per l’intero live ma dopo un po’ iniziano i Fucked Up e io si sa “ho l’animo accaccì”. La bassista suona l’intero concerto di spalle. Si gira un attimo e parte la ola. Poi guardo le foto e capisco perchè
Crystal Stilts: una delle robe più inutili a memoria mia. Della vita intendo

Heartsrevolution.
Se non li conoscete già ricordate il nome, è semplice, tra l’altro.
Non parliamo di un nuovo gioco di ruolo o di qualche applicazione di Facebook, no; Heartsrevolution è un duo neworchese (Ben e Lo) che alle spalle hanno poco, pochissimo (almeno come produzione) ma che ad idee stanno messi abbastanza bene.
Prendete l’elettronica a 8 Bit, elementi di truzzaggine a là Justice/CSS e un piglio molto vicino a tratti agli Atari Teenage Riot (anche se la strizzata d’occhio alla melodia è al limite del paraculismo). Sembra un qualcosa di molto vicino ai Crystal Castles, detta così.
Non ci sarebbe nulla di male (del resto i due gruppi hanno condiviso uno split) ma allo stile dei primi aggiungete dei bassi saturi che più non si può, una voce che proprio quieta non è e a tratti raggiunge timbriche riot.
Per la produzione in circolazione finora poco, pochissimo alle spalle, due ep: Switchblade e C.Y.O.A.
E ora io che qui vi parlo di loro, rimarrò una voce nel nulla probabilmente magari anche da dileggiare perchè di solito cose così sono le prime ad essere indicate come senza dubbio derivative e galline che si accodano a quella che fa le uova d’oro e via dicendo.
Tutte cose di cui, mi rendo conto il mio giudizio potrebbe essere tacciato.
Ma per loro, forse, ne potrebbe valere la pena.
Heartsrevolution - C.Y.O.A. (Video)
Heartsrevolution - Digital Suicide (Video)
E il duo di Toronto in effetti vale la quantità di hype e lodi sperticate che si sono lette in giro, sebbene si sia parlato di loro più per la tournee di spalla (ora) ai Nine Inch Nails, o per un paio di situazioni di plagio e violazione di copyright (roba che sembra comunque rientrata a botte di sorrisoni e ringraziamenti alla “spread someone else’s talent”)
Per chi non le conoscesse le coordinate sono quelle di un synth pop 8 bit, musica da Nintendo senza particolari fronzoli (il che comunque non la posiziona nell’ambito del minimalismo) su cui la voce di Alice Glass si posa senza particolari traumi. Musica fatta di nervi.
E’ qui che interviene il break musicale dei Crystal Castles, riportando il “punk” se mi si lascia passare il termine nei confini dell’elettronica, e nobilitarlo e ripulirlo in altri casi riportando l’elettronica a uno step evolutivo in un momento in cui la stasi di gruppi come Adult, Ladytron diventava quasi intollerabile.
A trovar difetti c’è che il loro esordio, omonimo è forse un po’troppo lungo sulla carta (viste le sedici tracce) ma alla lunga c’è un perchè anche in questo, non si è tralasciato nulla, tutte le sfumature della loro elettronica ci sono e sono a portata di mano.
Mi viene da dire degli Atari Teenage Riot più paraculi o dei Knife meno paranoici.
Roba approcciabilissima insomma che prende tutto dal riot clubbing a pugno alzato al ciondolamento nei vari brani strumentali, tutti peraltro notevoli.
Disco bello, che in un primo momento ammetto di avere snobbato quasi irritato, “io sta roba non la capisco” dissi.
Poi capita di metterlo su per sbaglio in un percorso lavorativo mentre sbattono addosso le persone che vengono in senso contrario e tutto un po’il senso lo prende.
Sarà il sentirsi riottoso, sarà il caldo però è bello stupirsi di sè stessi a volte, che in questo riescano i Crystal Castles sicuramente non l’avrei mai detto.
Crystal Castles – Alice practice (Mp3)


