Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.
Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa. Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.
Metti chessò, quello che nel 2011 ha fatto il disco di elettronica che hanno sentito un po’ tutti e con critiche abbastanza unanimi, metti chessò quello che canta con la voce in falsetto fa bei dischi, anche lui uno nel 2011 con critiche abbastanza unanimi anche se non proprio in negativo.
Parliamo di James Blake e Bon Iver, nell’ordine, si sono messi insieme per una traccia, così come quando fate i giochini Tekken contro Marvel o Uomo Tigre contro Mike Tyson, il risultato finale è un brano Fall creek boys choir che non è sicuramente tra le cose migliori del primo nè del secondo, insieme però ne esce fuori un pastiche che regge fino a un certo punto, diciamo fino al punto in cui inizia a diventare una pseudo ballata alla Peter Gabriel e ci aspettiamo Yossou N’Dour che entra dietro a strillare come un matto.
Però la parte con le voci al contrario è bella dai. Se l’ascolti bene dice “l’Hipsterismo fa cagare a spruzzo”.
Oh love in the time of scandal
Love in the form of tragedy
Love so much, so real, so f*cked
It’s 51-50
L’impatto con EMA non parte da lontano, ma da vicino, nello spazio e nel tempo.
Come ai vecchi tempi una bella recensione sul mucchio, poi California sentita in radio una settimana fa, anzi di meno. L’ho detto all’istante che una roba come quella a me avrebbe fatto uscire di testa. Così è stato. Ed è bastato un ascolto per innamorarmi di Past life martyred saints.
Non conoscevo i Gowns (io sono uno di quelli che non conosce un menga ma lo dice) ma ora sì, il disco parte da un presupposto, che l’elettronica non è fatta solo per il clubbing ma anche per quello che si può chiamare cantautorato.
Infatti chi ha mai detto che il cantautorato fosse una cosa limitata alla voce alla chitarra e al minimalismo.
Il minimalismo se hai qualcosa da dire può anche essere trovato e usato nei beat, nei drone e nell’ambient (mi si passi il termine, io conosco questo magari ce ne è uno più adatto ma non lo conosco). Ci scommetto che le canzoni di EMA sono pensate voce e chitarra ed è per questo che il concetto di così lontano così vicino mi ha fatto tirare una linea retta verso il nome di Polly Jean Harvey. Non che ci sia qualche vicinanza di timbro o produzione ma l’approccio è un puro approccio di cantastorie, ma di quelle tirate fuori col dito in gola e davanti al lavandino.
Vomitate nella quiete.
Il titolo del disco in sè è più di una dichiarazione di intenti, è il titolo di un libro, le canzoni capitoli di decapitazione emotiva.
I testi splendidi ne sono una riprova, il disco, come dicevo sopra, una splendida cornice da attaccarsi in camera.
Fermi tutti perchè forse abbiamo il disco più importante dell’anno 2011
Se a me lo avessero detto non più tardi di sei mesi fa “va che uno dei dischi che ascolterai di più nell’anno prossimo sarà il NUOVO DEI LAMB” io avrei consigliato il numero di telefono di uno veramente bravo.
Vuoi perchè i Lamb erano in pausa da, boh, 7 anni? vuoi perchè con tutto l’amore che ho per loro chicefregadeiLambnoic’avemoJamesBlake e tutto il dubstep di questi anni qui.
E invece.
Invece 5 è un ritorno di quelli col botto, di quelli che fossero stati pubblicati nei 90 (come per altro verso i Crash of Rhinos) oggi sarebbe considerato un classico del genere di tutti i tempi. E l’ho ascoltato con una marea di preconcetti che Buffon alla Roma ne conta la metà quindi sono partito dal punto opposto.
Vuoi perchè è un disco della Madonna, vuoi perchè la loro carriera aveva spinto pausa su un disco Between darkness etc che era tutto tranne che buono.
Invece il duo eccolo lì con il quinto disco che ti porta come i primi (spettacolari) due dove vuole lui, coninvolge, strappa la budella per quantità di cuore e qualità di canzoni.
Insomma la cosa che non ti aspetti mai, arriva col primo caldo ignobile della stagione.
Non sempre tutto d’accordo ma insomma, sempre sudore è.
A me Fever Ray non ha mai fatto impazzire (figuriamoci poi The Knife, è un mio limite sappiatelo) nè con la sua glacialità, nè col suo pop da salottino borghese che ho sempre trovato derivativa in un modo che definire osceno è sarcastico.
(tu che stai per scrivere un commento acidissimo fermati perchè qui è arrivato il punto in cui mi ricredo).
Stranamente però il suo ultimo singolo The Wolf ha le cose giuste al punto giusto. Insomma sono riuscito a sentirla almeno tre volte, vuoi per quei beat sublimati da ritmiche quasi etno, vuoi perchè cazzo ne so io, mi piace punto.
Ah, voi se pensate a Lupo cosa vi viene in mente tolta la Roma? Esatto.
Viene dalla colonna sonora di Cappuccetto Rosso (in Italia sarà Cappuccetto Rosso Sangue giurocheèvero protagonista Amanda Seyfried regista coso di Twilight e un cast che fa gridere “mappperdio” al grido di “questo non è il cappuccetto rosso di tua mamma”, no è quello di sta fava è la risposta giusta). Non ridete, non vale
Non solo la colonna sonora di Tron (peraltro abbastanza dimenticabile) non solo un disco di remix della stessa (che si spera migliorino non di poco la situazione), non solo l’uscita a brevissimo della Daft Cola (non ci credete? guardate sotto)
Ma ora i Daft Punk (ok non proprio loro) vi faranno perdere almeno quelle due ore del vostro tempo, basta la vostra tastiera (non c’è da installare nulla) e andare qui. Potrete mettere gli Harder, Faster etc vocoderizzati a vostri piacimento.
Io ho dovuto spegnere il pc per smettere.
Non chiedetemi come ci sono arrivato perchè non lo so neanche io, o almeno non me lo ricordo. Il fatto è che LA internet è tutta una roba di link in cui ti perdi e a culo trovi cose che potrebbero interessarti.
Sono capitato così sul myspace di Porcelain Raft, progetto dietro a cui a quanto capisco c’è tale Mauro R. pare di Roma. Fatto è che di lì in poi non è che io abbia sta gran voglia di scrivere a qualcuno e chiedergli “oh chi sei da dove sei” se mi risponde “un fiorino” poi tutti i torti non li ha.
Le canzoni tra cui l’ultimo scaricabile da bandcamp fa sì che però la rarefazione di questo autunno si circondi di echi di stampo New Order e Radio Dept. A me piace insomma.
Che poi sta roba del passaggio tra link et similia io non ho mai capito, nel senso che se uno non ha culo?
Il mondo della discoteca e del dancefloor non mi appartiene se non per sporadiche occasioni o eventi mondani. Quando anni fa tutti i miei amici si passavano i sabati sera a ballare io ho sempre trovato scuse su scuse per non aggregarmi all’allegra carovana e me ne sono stato tanto al pub a bere e far accrescere il disagio giovanile che è ancora ombra del mio essere. Poi raggiuntà la maggiore età ho scoperto il vicino mondo degli happening estivi e dei locali di culto per una certa movida ‘indie’ della riviera romagnola, aprendosi così davanti a me il mondo del dj set giusto con la gente ‘di un certo tipo’, sulla spiaggia o indoor, con tanto di concerti e una discreta vicinanza a casa.
Correva molto probabilmente l’anno 2006.
Con il tempo la lista di scuse è finita in qualche cassetto, gli impegni fittizi sono diventati reali e quelle poche sere passate a ‘ballare’ (cosa di cui non posseggo nessuna abilità) erano solo ed esclusivamente in quei due-tre locali.
C’è sempre stata una grande costante nelle mie pochissime esperienze da dancefloor, ossia che per un buon 75 % delle volte in cui ho messo piede in pista il dj ha avuto la geniale idea di inserire nella playlist Such Great Heights dei Postal Service, che ho sempre volenterosamente ballato goffamente, magari stringendo una mano o solamente cercando di non pensare alla gente che mi guardava. Questa volta invece non ho proprio pensato che potesse essere ‘suonata’. Ero fuori a fumare e parlare quando l’ho sentita iniziare e mi sono buttato dentro a rovinare il momento a tutti i presenti che mi stavano intorno, con il mio bel tono intonato e grazioso di cui mamma mi ha fatto gentilmente dono. Faceva un caldo tropicale, la camicia era di troppo, i due vodka martini shakerati erano sopra ogni limite del bevibile ma ci potevano stare per muoversi un minimo sotto al dj. Poi Gibbard ha finito di cantare e mi sono ritrovato fermo immobile a fissarmi le scarpe imprecando alla spilletta dei Glasvegas, mentre tutti saltavano e si muovevano più o meno a tempo dei bpm.
Me ne sono preso su e sono uscito di nuovo a fumare ancora, senza la minima voglia di rimettermi in pista.
È indubbiamente una scelta azzeccatissima, caro amico che maneggi i turntables e vuoi fare ballare i presenti, però uno in discoteca dovrebbe divertirsi. Nemmeno a dirlo, cambio di turno dietro ai piatti ed ecco Love Will Tear Us Apart. La macchina parte e lascia il locale sotto accordo unanime.
Give Up l’avevi preso al Disco d’Oro a Bologna quel sabato pomeriggio che avevamo passato con amici, mentre cercavo affannosamente nello scaffale dei vinili ad un euro il mio colpo di culo. Lo ascoltavamo spesso nella tua C1. Mi viene da sorridere pensando che ti ho attaccato il vizio dell’airdrumming automobilistico.
La musica, soprattutto negli ultimi anni, per paradosso vista la velocità di consumo, è diventata una questione d’attese. Mi sembra superfluo quasi retorico annoverare M.I.A. tra gli artisti che nel 2010 dovrebbero dare le stampe ad un ritorno.
Se di “stampe” ha ancora un senso parlare, ovviamente per me sì.
E’ ovvio che dopo Kala (e la nascita di un figlio) ci si attenda l’esplosione più che definitva, quel disco che ti porti definitivamente (anche se c’è già) nel gotha della musica electro. Per me sulla carta era difficile immaginare una direzione che non fosse il ripetere una formula che già le aveva riconosciuto un successo planetario (reso esponenziale dal successo cinematografico di Slumdog Millionaire) ma alla resa dei conti mi sbagliavo. E di grosso.
Infatti se la prima traccia There’s space for ol-dat I see (ormai di tre mesi fa) era una suadente traccia electro che un po’ nenianeggiava sulle orme di Paper Planes, con il suo nuovo singolo, Born Free la direzione (forse) nuova è più evidente e marcata: un electro punk (scritto con Alan Suicide Vega e Martin Rev) tiratissimo e dai contorni più che ispirati ad una deriva Suicide.
Spiazzante, e forse difficile da digerire per parte della sua cerchia di ascoltatori certo ma più che succulento, almeno per me. Insomma, se certe cose si aspettano un motivo c’è.
O no?
Si chiamano Girls in the Eighties e ad essere sincero per puro caso mi sono imbattuto in loro (come per Wavves un annetto fa quando ne parlai a Colasche lo prese tanto a cuore) e più o meno come coordinate siamo lì. Quello che comunemente viene intitolato come shit-gaze.
Che sarebbe direte voi?
Sono un trio di Nashville, Tennesse che invece di imbracciare le chitarre per i rodeo country hanno tirato fuori dai loro ampli un miscuglione di noise, fuzz, rock, beat elettronici e filtri su voce. Una cagnara assoluta insomma. Di quelle da avere coraggio a spingere play.
Quello che però me li ha fatti uscire fuori dal coro è l’essenzialità delle canzoni, l’essere concise, a loro modo determinate verso una forma immediata.
Mettete un po’ come se i Violent Femmes suonassero con gli amplificatori e gli strumenti dei My Bloody Valentine e ci andate vicino.
In più, a dimostrazione che stiamo parlando di qualcosa di diverso il loro disco Teenage Royalty è sì acquistabile online ma da loro stesso messo in download gratuito qui . Ma qui è un discorso di marketing musicale per cui ai discografici italioti ci sarebbe solamente da prenderli per il culo e sottolineare che davvero, figli miei, non avete capito un emerito cazzo.
Insomma niente di sbagliato, su tutta la linea.
Next big thing? Ma chi se ne fotte (come direbbe Capovilla).
Io a questi voglio bene.
Bene, bravi. Bis.
.. e probabilmente in pochi ne sentivano il bisogno ma sembra che il ritorno agli anni 90 sia un qualcosa di fatto (e a me a questo punto viene il dubbio di non esserne mai uscito in un loop che sembra ci sia dietro la sceneggiatura di Lindelof e Cuse).
Il ritorno dei Lali Puna, dopo sei anni è qualcosa che è talmente fuori tempo che neanche la reunion dei Sex Pistols. Una riavviata di lancette così violenta che sembra quasi che qualche meccanismo dell’orologio si sia rotto, tanto era la voglia di risentire e di tornare a stati d’animo quasi dimenticati.
Come se si soffrisse una volta sola e la sofferenza di dieci anni fa fosse una sofferenza differente. Ovvio che non sia così ma il ragionamento è un po’ quello. Quello di un gruppo che ha fatto del coverare sè stesso un must, una chiave di lettura importante e quasi univoca come approccio da e verso l’ascoltatore.
Per me i Lali Puna sono essenzialmente questa cosa qui sotto
quella che è una delle sequenze sì strazianti ma vicine al limite della perfezione da accarezzarlo e poi schiaffeggiarlo.
La canzone era Scary World Theory che è una di quelle canzoni che la prima volta che la senti quasi non ci fai caso e la seconda ti cambiano la vita o quasi. I Lali Puna tornano, quindi e che sia il loro quarto album e che si chiami Our Inventions ha un’importanza molto ma molto relativa.
Di più ce l’ha sentire che le cose sembra che non siano mai cambiate. Che la sofferenza di dieci anni fa magari è sempre la stessa, come la malinconia, come gli anni persi a pensare perchè mai quella traccia non riuscivi a levartela mai dalla testa
Lo nascondo bene (e di solito non lo faccio) ma con questo, di guilty pleasure davvero ho dovuto farci un po’ a cazzotti. Per un paio di mesi.
La premessa piccola è che per me i Groove Armada sono un gruppo ben oltre il titolo di insignificante, quelli buoni per fare prima o poi l’hit buona per i telefonini, quelli di cui si iniziava a parlare di rimbalzo, perchè in un’epoca in cui nel big beat c’erano i Zidane e i Kakà loro erano il terzino panchinaro buono per l’occasione, quello che vinceva la coppa e la toccava per ultimo ma che insomma, a conti fatti, l’odore dei soldi lo sentiva.
I won’t kneel, pur con tutta la mia prevenzione è un pezzo che amo alla follia, e quando in televisione ho letto chi ne era l’autore ho detto in tutta risposta “no, cazzo”. Non potevo crederci che qualcosa di buono potesse venire da qualcosa di talmente insignificante.
Ora, se non la conoscete non vi aspettata chissà cosa o chissà che livello mai di innovazione. Il brano sembra un classicone uscito dritto dagli anni 80, con una voce femminile un po’ Annie Lennox, un po’ fate voi. Una paraculata a-là Goldfrapp insomma di quelle che è difficile cambiare canale o spingere stop (se poi ci riuscite oh, il problema è solo il mio, ma ci sono abituato). Con quella malinconia giusta lì, da film di storie di decadimento sociale o di coppia lui punk e lei studentessa per bene che alla fine del film si baciano o da serata pop in discoteca, uno di quei brani da domenica mattina alle 4, di quelli che anticipano i lenti che mandano tutti a casa mentre la gente, quelle venti persone rimaste, limonano sui divanetti e tu pensi che è un’altra serata buttata via e domani si lavora.
Tutto questo, i Groove Armada.
E’ proprio vero che sto diventando vecchio.
Di solito su queste pagine scrivo di basket ma invece oggi mi trovo qui, su gentilissimo invito del tenutario giorgio p., per parlare di un’altra delle mie passioni, cioè la musica-elettronica-fatta-in-casa.
Finito questo paragrafo di bieca autopromozione paragonabile alle ridicole pose con il libro sempre bene in vista degli ospiti del costanzo show credo che dovrei scrivere qualcosa d’altro sulla musica, ma non so nemmeno da dove iniziare. Io ho grande ammirazione per chi riesce a scrivere di musica bene, con cognizione di causa e profitto, sapendo scegliere le parole giuste, ma per me, specialmente dovendo descrivere le cose che faccio io, è praticamente impossibile.
Faccio un esempio molto concreto: a volte non so rispondere nemmeno alla prima domanda che mi fanno tutti: ma tu che genere fai?
Musica elettronica è la mia prima risposta, più che altro strumentale, molto influenzata dall’hip hop. L’hip hop mi ha colpito da ragazzino, mi sembrava così diverso, con i suoni ritmici e ipnotici che suggerivano immagini e sensazioni più che raccontarle. Da adolescenti le passioni verso queste cose possono essere molto forti, anche senza avere la piena coscienza e comprensione del fenomeno culturale a cui ci si appassiona. Anche se per te non è stato l’hip hop ma il punk, o il metal, o i rave, credo che in molti possano capire e aver sperimentato questa dicotomia tra l’amore genuino, assoluto e incomprensibile per un certo tipo di suono e la realizzazione consapevole di essere anni luce lontano o fuori dalla cosiddetta scena.
C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e capisci che, come si dice, non ci stai dentro. Nella mia umile esperienza l’hip hop italiano è un mondo piuttosto adolescenziale ed estremamente frustrante, un po’ fossilizzato in stilemi derivativi a cui si aderisce con fervore religioso più che altro per paura di non essere veri abbastanza. A me non è mai interessato molto essere qualcosa, ma più che altro fare, per cui ho abbandonato la scena da qualche anno senza guardarmi indietro.
Adesso, se la ascolto con un minimo di distacco, la mia musica suona esattamente come i miei quindici anni: l’hip hop east coast del ’95, le musiche dei giochi del gameboy e il fruscio delle cassette rovinate.
Io suppongo di avere problemi disparati e circostanziati con l’umanità.
In particolare con l’electro-wave.
In particolare con i The Knife.
Soprattutto con Fever Ray.
Mentre scrivo sento che mi sto togliendo st’enorme macigno da sopra lo stomaco, soprattutto perchè è un disco, quello di Fever Ray, di cui si parla tanto bene in giro.
E finchè lo fa il mio amico Paolo, ok, ci sto, perchè parliamo di qualcuno che vi si mette in fila a tutti su dark-wave-postpunk e vi porta a scuola col passeggino, quindi che gli piaccia il disco di Fever Ray (come gli A place to bury strangers o l’ultimo – meraviglioso – dei Mission of Burma) è una conseguenza per me logica. Naturale.
Che piaccia agli hipsters no. Manco per il cazzo.
E allora non me lo spiego e il mio odio. Letterale. O.D.I.O. raggiunge livelli che neanche Pippo Inzaghi che segna il sesto goal al Torino esulta. E la mia obiettività va a maroni in autunno.
Il fatto è che il disco è sì buono, sì quello che volete, ma paraculo senza limiti.
Quel paraculo che fa rabbia perchè vuol dire che la memoria, la conoscenza, il sapere musicale della gente si fermi agli ultimi 5 anni.
Perdio. Fever Ray è un disco di cover. Se qualcuno masticasse qualcosa di quel genere lì. E senza un minimo di rielaborazione.
Cover.
Come i giovedì al Qube di Radio Rock.
Fatte bene, male quello che vuoi ma cover.
Cazzo. E quando sento cover che non vogliono essere cover ma canzoni originali io di solito comincio a ridere molto e mi dico “massù ma chi cazzo non se ne accorge”. Molti evidentemente.
Ed è un po’ il motivo per cui non mi appassionai moltissimo (anzi) per coerenza ai Fleet Foxes. Cover anche lì. Bellissime canzoni ma cover.
E non è colpa di chi l’ascolta è mia, per questa specie di oltranzismo che a me dà personalmente molto fastidio di sfoggiare. Ma non ce la posso fare.
Questo è.
Siamo messi molto bene, soprattutto se poi si deve rispettare il successo di critica di un disco come Street Horrrsing (uscito da un anno e mezzo) e che ha goduto della stessa stampa, diventando in qualche situazione anche un caso di stampa dei Fuck Buttons.
Tengo a precisare che i vari “casi” non sono stati generati dal nome del gruppo ma se la sua formula di shoegaze – drone fosse
1) una cialtronata
2) una nuova frontiera della noise melodia, un avanzamento dello status shoegaze più improntato verso l’elettronica che le chitarre.
Io propendo, con misura e senza entusiasmarmi troppo chè quando ci si entusiasma troppo poi ci si rimane male, per la seconda ipotesi.
Altre persone che scrivono su questo blog per la prima. Senza ripensamenti.
I Fuck Buttons sono lì lì per tornare con un nuovo disco Tarot Sport, anticipato dal singolo Surf Solar, che sul disco sarà di dieci minuti ed oltre mentre sul singolo si riducono a 3 minuti e quaranta consistentissimi a cassa dritta con i soliti drone e le solite shoegazzerie varie che a me fanno dire, “oh signore ci casco di nuovo”.
E magari a qualcun altro “andate a lavorare”.
L’effetto è in ogni caso voluto. Credo
..con quell’elettronica un po’ così che abbiamo solo noi che ci siamo visti anche i film con Zach Braff. A parte gli scherzi, l’ultimo post che ho scritto l’ho iniziato scrivendo Veltroniano e beh, io non mi sposterei da quelle coordinate.
Ricordate un paio d’anni fa, o forse erano quattro e il tempo passa e io non me ne rendo conto, vabbè, dicevo, nel momento in cui si parlava del successo di Zach Braff, in un primo momento si diceva “a me sembra solo un cazzone che fa robe un minimo più particolari” in un secondo diventava “Zach Braff non è un cazzone, è un figo e ha fatto anche un film con Natalie Portman e soprattutto ascolta Imogen Heap“.
E tutti: ehhhh!??
Imogen chi?
Frou Frou, dai su quella che tipo 5 anni fa o sei perchè il tempo continua a passare se ne uscì con quella canzone Bacio Perugina Breath in, quella che per due mesi la sentivi ovunque anche nella pubblicità del gelato Algida, ed era uscita sotto novembre, questo per rendersi conto di cosa significasse “tormentone”. Braff per inciso chiuse Garden State con Let go, che a suo modo e nel contesto gli dava le piste. Ma non c’entra con il punto del post.
Fatto è che Zach Braff si è dimostrato un grandissimo talento comico, magari rimasto confinato a quello splendore di serie che è (stata?) Scrubs e Imogen Heap è rimasta un po’ la sua macchia di gelato musicale, anche perchè si parla di un’elettronica oserei dire basilare tutta suonetti e vocina aspirata con melodie anche accattivanti e sempre utili allo scopo: la lacrimuccia a fine discorso. In pratica musica cinematografica a strettissimo uso e consumo dell’aspirazione al romanticismo.
Detto questo è passato il tempo e leggere da qualche parte che si è vicini al ritorno di Imogen Heap (che poi fa le stesse robe che con il nome Frou Frou) e c’è addirittura un nuovo singolo riporta indietro a tre anni fa.
O meglio sei, ma il tempo passa. O no?
Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.
L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.
Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.
Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.
Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.
Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.
Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!
Sciabolata velocissima su tutto il resto. Alla Ziliani
The Vaselines: col senno di poi “uno dei gruppi più sfigati della storia”, snocciolano subito Son of a gun, Molly’s lips, Turnaround insomma le cose per cui uno stava lì. Sento l’onda di suono dei Lightning Bolt e me ne vado. Sfiga dicevamo, vero?
Bloc Party: Morti. Kaput. Fine. E mi sono bastati 5 canzoni di cui una irriconoscibile Helicopter per capirlo. Parliamo ormai di un qualcosa che neanche è più un pallido ricordo di Silent Alarm.
Yo La Tengo: uno dei live migliori del festival, compattissimi nel loro pop-noise, vedere nel giro di tre giorni loro e Sonic Youth mette l’animo in pace col mondo
Spiritualized: anche qui, atmosfera d’altri tempi che magari più della luce avrebbe meritato l’oscurità della sera. Ne vedo solo metà ma mi basta per capire che è qualcosa di grosso. Soul on fire la cantano anche a Girona. Brividi grossi, di gruppi così ne dovrebbe essere pieno il mondo a fottere
The Horrors: falcidiati da infortuni tecnici a me comunque non sembrano pronti per reggere un disco “troppo buono” come l’ultimo. E non è un caso forse che l’unico momento in cui risultano convincenti è quello in cui vanno a ripescare dal loro esordio garage. Insomma “parrucche”, forse
Throwing Muses: mi stranisco immediatamente quando vedo che sono tre (e io credevo ci fosse anche Tanya Donnelly), mi passa subito appena attaccano il loro college rock stortissimo. Kirstin Hersh ora è bionda e sempre bellissima. Uno di quei gruppi per cui conta molto di più l’impatto sonoro che la presenza scenica. Da volergli bene
Deerhunter: iniziano con Agoraphobia e mi rapiscono subito, il live è di quelli da “gruppo che sta lì lì per esplodere” un po’ come gli Animal Collective lo scorso anno. Impeccabili, colmano la mancanza anche qui di presenza con un sound tondissimo e curato che rapisce. E io non avevo amato tantissimo Microcastles
Sunn O))): sospendo il mio giudizio sul “sono così”. E tenendomi stretto tra i denti il giudizio vero di “più grande truffa musicale live degli ultimi dieci anni”. Due incappucciati con un mare di ampli alle spalle che suonano accordi e arpeggi e alzano corne metal. E c’è chi applaude.
Andrew Bird: si presenta solo soletto, si looppa violino chitarra e fischi e va avanti nel suo splendido avant-folk che dal vivo prende anche altre dimensioni di cuore. Una gioia per gli occhi e le orecchie ci mette un attimo a conquistare tutti.
The pains of being pure at heart: derivativi ma chi se ne frega. Ogni canzone un potenziale singolo e neanche la scarsissima presenza fisica e vocale del cantante li annichilisce. Sono al palco Pitchfork e già di per se gli fa trovare davanti un bel po’ di gente. A fine concerto è “un mare” e sembra a molti il live-evento del festival. E non a torto forse
El-P: io e Caizzi impazziamo da subito, ne vediamo metà con la promessa di tornare se i Black Lips non sono all’altezza. Puro divertimento e foga hip hop con tanta cattiveria e dialoghi col pubblico. Un fuoriclasse, ma si sapeva
Jesu: senza batteria e col sole, smonterebbe chiunque eppure oh Broadrick porta a casa un live quadratissimo ed emozionale. Brani da Conqueror e dal loro esordio. Il nuovo shoegaze è questo. Il nuovo. Non il vecchio
The Drones: grandissimi. Rimandi a Birthday Party e gruppo tutto cuore e rock che sarebbe da ammirare per l’intero live ma dopo un po’ iniziano i Fucked Up e io si sa “ho l’animo accaccì”. La bassista suona l’intero concerto di spalle. Si gira un attimo e parte la ola. Poi guardo le foto e capisco perchè
Crystal Stilts: una delle robe più inutili a memoria mia. Della vita intendo