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Ascoltare punk rock oggi senza essere emo, o meglio, essere emo oggi, dopo anni di compilation mp3 alle spalle (che oggi non mostreresti a nessuno per vergogna delle scelte effettuate), il selling out delle band pop punk che ascoltavi di nascosto (e che magari sognavi pure di formare, perchè dopo un po’ di avere il gruppo ala Penfold ci perdi anche le speranze), gli arpeggi, le magliette comprate chissà dove su internet ecc…non è per niente facile.
Vivere in un mondo in cui i Cursive licenziano Gretta Cohn e fanno uscire Happy Hollow è un po’ come stare in una terra della DC in cui Superman è gay e senza mantello.

Finisce così che ti aggrappi ad altro, riscopri bands che prima schifavi e sfoci come il sottoscritto nell’alt-folk – o new acoustic movement, dir si voglia – e in tante pietre miliari che mio babbo mi ha sempre consigliato di ascoltare ma che ho snobbato perchè ‘il nuovo degli I Wrote Haikus About Cannibalism In Your Yearbook è molto figo’. Roba che oggi non digerirei nemmeno con una dose per bisonte di Effervescente Brioschi. Poi però non ce la fai, arrivate l’estate o l’autunno ed ecco che su iTunes scorri, scorri e ti ritrovi un disco Revelation. Puf. La discografia di Neil Young che hai appena spostato nell’hard disk esterno viene lasciata su un mobiletto a fare la polvere, che magari quel giorno non sei proprio di quelle corde e una voce storta ed emotiva ti prende molto meglio quando sei in bici che vai al mare.

Cosa rimane di quegli anni? Una generazione E, per dirla alla Douglas Coupland, forse l’unica che non scarica abbestia tutti gli album possibili dalla rete ma che cerca capillarmente il gruppo dell’Illinois che ancora ci prova ad emulare i Promise Ring, che strabuzza gli occhi sotto i canonici occhiali spessi, ha ancora la borsa, le spille e un accenno di frangettina, anche quella venduta alla grande sellata d’asta che ha fatto Carabba agli studi di Mtv, ma tant’è. E sì, siamo ancora tristi, forse più di prima. Forse, però, sto parlando solo di quei pochi amici conosciuti in ambito di concerti, il vecchissimo forum di Munnezza e qualche amico di amico con cui sono anche finito a suonare.

Personalmente parlando, cerco di mantenere il più possibile un profilo basso, non come quando impezzavo ogni utente di Soulseek che aveva i 7” della Prima Ondata Emo perchè lui poteva farmi conoscere band del suo college entusiasmanti che magari qualche piccola booking di nicchia avrebbe chiamato ai pochi festival del genere del nord Italia anni dopo. Quelle poche volte che vedi qualche ragazzino in jeans attillato e frangia da cecità permanente speri che ti chiedano chi siano i Get Up Kids ma dopo un po’ ti ricordi che sarebbe più sci-fi di un episodio di Twilight Zone e la prendi in ridere.

Da questo sentimento comune nasce una nuova ondata – l’ho azzardata – che prende dal cesto dei gruppi che furono per aprirsi diverse strade: gruppi che più si avvicinano al math rock e al downtempo, una sorta di evoluzione del suono Promise Ring sommato a qualche tempo dispari qua e là – Everyone, Everywhere e i Joie De Vivre – e una strada che imbocca la direzione Jawbreaker, Jawbox e timide distorsioni – What Price, Wonderland – roba insomma più adatta ai personaggi di Nothing Nice To Say che al ragazzino cresciuto con il Giovane Holden (senza contare tutte le band che (s)fortunatamente stanno facendo reunion e dischi nuovi). Non è proprio così marziale questa dicotomia, ma il sottobosco sta crescendo e le direzioni sembrano sempre di più incanalarsi a questo bivio.

Come dite? No, non ce la faccio proprio, non riesco a chiamarlo Emo, è il discorso appena fatto. Anzi, è un termine che proprio non riesco ad usare, di cui mi vergogno e che ipocritamente cerco di liberarmi ogni volta che mi viene appioppato. Io comunque me ne vado ‘felicemente’ in ufficio con il mio iPod, il libro tenuto di nascosto sotto il cappello di paglia in modo da scappare a leggerne una pagina appena posso e il quaderno dei testi delle canzoni che non suonerò fino a quando non troverò una band nuova (qualche interessato? Facciamo roba alla Braid, dai!).

Quindi, essere emo nel 2010, è la precisa cosa che esserlo stato nel 2003, quando mi scaricavo le prime cose del genere o quando nel 2005 ho visto Moneen e From Autumn To Ashes al vecchio Estragon assieme al mio amico Samuele. Sono cambiati i vestiti e forse un po’ anche io, ma fondamentalmente il succo è quello.

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L’autore: ghiboebd, ravennate di nascita ma ferrarese della costa adriatica da sempre, dopo diverse serie di Dawson’s Creek ha scoperto i Get Up Kids, gli scatoloni dei fumetti parcheggiati in garage e l’amore tramandatogli dal padre per la batteria. Pensa un sacco, combina poco, si dispera spesso e volentieri. Fuma Chesterfield per colpa dei Jawbreaker e ha una passione per Burt Bacharach.

E io non c’ero

Si sono riformati (anche se magari solo per data unica) i Desaparecidos

E poi arriva il momento in cui prendi nelle mani un disco e ti ritrovi proiettato nei tuoi venti, in pieni anni 90.
Everyone Everywhere scritto sulla copertina che non lascia capire se parliamo di un nome di gruppo o di un titolo. La foto è quella di una banda, ma di quelle con i tamburi, i fiati, ripresa da lontano. Una foto da album anno accademico inserisci un numero a tua scelta.
Quel numero va dal 1993 al 1999, probabilmente. L’epoca d’oro dell’emo, l’epoca dei Mineral e dei Get Up Kids (che con i Sunny day real estate sono i pilastri della musica degli EE) l’epoca in cui se non scrivevi una canzone con accordi storti e minori, e non cantavi con malinconia e un senso interiore di rassegnazione non eri un cazzo.
L’esordio degli Everyone Everywhere, band di Philadelphia, vale Four minute mile dei Get Up Kids e senza neanche pensarci più di tanto, e potrebbe essere considerato tra i dieci dischi più belli di quegli anni lì, fosse uscito in quegli anni lì.
10 canzoni per un debutto di quelli che squarciano il famoso velo di Maya delle illusioni di qualcosa che, col contributo essenziale della merda propinata a mani basse alla/dalla/per la gioventù Pastorizzata di MTV, si è fatto di tutto per svilire, ridurre a mainstream bieco. Sostanzialmente hanno preso Grace Kelly, fatto girare le sue foto e messo sotto il nome di Valeria Marini. Questo hanno fatto con l’emo (tutti, anche i presentatori che poi si tirano fuori).
Voi direte “sì ok, su sta cosa la metti giù pesa”. Sì ok, la metto pesa, ma perdio sono 5 anni che va avanti una mistificazione culturale ai limiti del revisionismo.
L’emo (e spero lo sappiate già) è sintetizzato da un disco come questo, che fareste meglio ad avere tra le mani anche voi e nel più breve tempo possibile.
Immaginate un qualcosa prodotto in maniera scarna e con l’impatto di un Four Minute Mile, aggiungeteci la maturità di gruppi come Mineral e Promise Ring, accendete lo stereo, magari mettetevi su qualche maglia vecchia che non ricordate neanche di avere e vi renderete conto che il tempo anche se è passato è sempre lì, e gli EE sono venuti a dimostrarci che quindi anni alla fine non sono niente. L’emo non è morto.
Anche se hanno fatto di tutto per ammazzarlo, finchè ci saranno gruppi come gli Everyone Everywhere, gli American Football e i Get up kids (che speriamo tornino con qualcosa di nuovo migliore dell’ep di un anno fa) i livelli saranno sempre di eccellenza, le canzoni rimarranno sempre indimenticabili e la prossima volta che qualche hipster coi pantaloni strizzapalle che vi spaccia sotto la patina del diy un tour di wannabes con frangettina e canzoncine che fanno più danni che Berlusconi al governo, beh, sapete cosa fare col telecomando.
Grazie a Dio, esistono ancora gruppi così, è un refrain. Ma è così.
Gli altri, beh, hanno un futuro da Pierluigi Diaco. O da ciellini. O da tutti e due, che tanto la differenza dove sta.
Noi qui siamo e qui saremo e qui siamo stati
Da più di 16 anni. E non ci sposta un cazzo di nessuno.

1) Weezer – Represent

Perchè se ormai i dischi sono buoni per il cesso ci voleva la ciliegina sulla torta di un anthem per la nazionale statunitense per cui mi sento di dire che fa rimpiangere un altro gruppo da cesso come i Killers.
Diobò Rivers, sciogli sto gruppo e falla finita. Così inizia a fare male

2) 30 Seconds to Mars – Closer to the edge

Quando pensi che Jared Leto abbia toccato il vertice della ridicolaggine non c’è che dire, il ragazzo ti sorprende sempre, qui tanto più che la canzone in sè, una roba che va bene per i 13 anni in giù come al solito è il video a far veramente ridere tanto, una specie di mockumentary emo. Mockumentary. Emo. E qui si chiude un po’ il cerchio.
Ma vaffanculo vai.

Con le etichette discografiche per me è sempre stata una questione di cuore. Un rapporto che nasce come i primi approcci con una futura morosa, ti metti lì ascolti un disco, leggi che etichetta l’ha prodotto poi ti informi, chiedi pareri, e inizi a sentire altri gruppi che leggi in giro che possono avere fatto una fine simile a quello che ti è appena piaciuto.
Poi alla fine inizi direttamente ad iscriverti alla newsletter o a vedere sui giornali se tra parentesi, sopra una recensione c’è quel nome o no.
E’ un po’ una forma di stalking discografico, tracciare le mosse per capire chi sei e quanto ti voglio bene. Ognuno di noi, a suo modo un po’ stalker lo è.
Negli anni ho amato la madre di tutte le etichette la Sub Pop e sicuramente non sono stato il solo, poi la Vagrant, la Trustkill (per un paio d’anni ho comprato SOLO Trustkill) e la Hydrahead, poi la Arts and Crafts, in Italia ero innamorato della Wynona Records poi altre come Donna Bavosa e insomma smetto qui sennò diventerebbe una lista anche noiosa.

Flashforward
Parlare di etichette in un momento di musica sminuzzata, regalata e diffusa manco fosse la macchia d’occhio a New Orleans, con una velocità progressiva incommensurabilmente più alta rispetto a 15 anni fa non so quanto senso abbia, o per ossimoro quanto sia fondamentale.
I gruppi oggi si autoproducono, mettono il disco su bandcamp e toh, scaricalo anche a zero euro, l’etichetta viene dopo in molti casi. L’etichetta oggi è lo stemma sotto cui ti vuoi mettere per avere una certezza di un riconoscimento e una tracciabilità musicale, come appartenere a una gang dei Guerrieri della Notte, tutti sognavamo quelli vestiti da giocatori baseball e gli orfani facevano ridere un po’ tutti.
Per l’etichetta è così, o almeno io la vedo così.
Puoi essere un gruppo buono o meno, ma se ti vedo andare sotto uno stemma che adoro vali dieci di più, è forse una tara mentale ma vedo certe cose come scelte, da parte di chi investe e da parte di chi suona. Nel mondo delle etichette ci si sceglie, c’è democrazia. E democraticamente si va nelle orecchie della gente. Con la musica ed un marchio di garanzia.
E’ così che ho conosciuto la Count Your Lucky Stars Records, una di quelle cose piccole che fanno un microcosmo, una roba alla Stephen King. Se non avete letto Stephen King non avete ben chiara l’idea di trovarsi dentro a un nocciolo, ben delimitato, con le sue figure e le sue debolezze, in cui dopo dieci pagine riconosci limiti e prospettive. Una cosa che ti fa sentire a casa
Un’etichetta d’istanza in Michigan e con tentacoli in Canada, Stati Uniti e Germania) un tratto riconoscibile non per la produzione in sè, nella maggior parte dei casi più che scarna. Garage nel senso di raggiungimento dell’obiettivo canzone con ogni mezzo necessario e Indie nel senso di apertura all’orecchio per quanto necessaria. Una serie di gruppi che vanno dall’emo vecchia maniera alla Mineral, al post-hc Fugaziano, allo spleen agrodolce dei Karate per finire con l’indie puro stile Menomena e Broken Social Scene e continuare con manierismi folk che tanto manierismi non sono ma che vanno dritti all’obiettivo.
Tutto ciò ovviamente grazie ad un m-blog che ne ha pubblicato un sampler qualche giorno fa.
Dicevo Stephen King e i suoi paeselli, i suoi laghi. Un po’ come il Michigan, appunto

Ora è anche uscito ufficialmente quindi bando alle ciance.

Gli eremiti della musica pesa, quelli che ormai giocano uno sport tutto loro hanno confezionato l’ennesimo disco della madonna.
Così vedo i Deftones, dopo 15 anni di onoratissima carriera, un inizio da comprimari di quella che era la “big thing” del crossover, i Korn (R.I.P.), una freccia messa con sorpasso a destra e sportellata sulla fiancata a stabilire chi era veramente il gruppo che aveva qualcosa da dire, una serie di album sempre ficcanti con picchi inarrivabili (Around The Fur e White Pony), la passione si per l’hardcore e l’emocore applicato al “nuovo metallo” ma anche una sensibilità difficilmente rintracciabile in un gruppo di ispanici/skaters che provengono da Sacramento, quella per la wave, quel tipo di mood un pò inglese. Facilmente rintracciabile nella miriade di cover e tributi che negli anni hanno dedicato agli Smiths, ai Cocteau Twins, ai Depeche Mode, ai Duran Duran, ai Cure (Chino Moreno disse che l’ascolto di Pornography fu una grossa ispirazione ai tempi del pony bianco…). Una botta tremenda come quella del coma di Chi Cheng, ormai da un anno e mezzo, la sostituzione con Sergio Vega (ex-Quicksand, per riallacciarmi ad un post recente).

Così li vedo i Deftones, fuori dal tempo, come una squadra che continua a giocare benissimo uno sport di cui nessuno conosce più le regole, e di conseguenza come qualcosa di cui hai perso il riferimento di paragone.
L’unico, indiscutibile, è quello strettamente personale. E la consapevolezza che ogni volta che tornano sono pronto ad abbandonare dicendo “grazie mille ragazzi per questi anni” e poi invece spingo play e come 15 anni fà mi arrendo all’evidenza. E il pensiero diventa “ma quanto cazzo era bello quello sport”.

Ahò… è pure dimagrito.

Questo è un bonus perchè mi sono infoiato col discorso delle cover ed è la più oscura ed incredibile.

Uno dei leit motif della fine degli anni 90, della prima metà della seconda metà degli anni 90 per la precisione era “Jonah Matranga è Dio”.
Niente è cambiato a più di dieci anni di distanza, se non il fatto che Jonah Matranga sempre in meno sanno chi sia e anzi, molto probabilmente sono rimasti a saperlo gli stessi di quegli anni lì. Non tutti perchè parte di quelli presi da altre cosa neanche se lo ricordano più, chi sia.
Per chi non lo sapesse neanche ora in quattro parole è uno della sacra trinità Schreifels, Cuomo, Matranga. L’emo degli anni 90, insomma. O in soldoni quello che è stato seminale di quegli anni lì.
Matranga, tra questi è quello che ha fatto capire un cazzo alla gente cosa volesse fare della sua vita di Dio partendo dai Far (l’apice del sound emo, la perfezione assoluta con i Quicksand), continuando con i New End Original (da una deriva più punk rock) e continuando con i Onelinedrawing (progetto lo-fi che univa il Beck di Mellow Gold all’Elliott Smith di Roman Candle).
Se avete perso tempo finora a sentire altro non è colpa mia.
Detto ciò e tornando a valle del discorso Matranga, ovvero di quell’uomo un po’ così con quella faccia un po’ così che ricorda Ben Stiller, da un paio d’anni ha rimesso su le sue radici, ovvero i Far, la cui discografia è quanto minima quanto fondamentale, anzi assoluta, per una serie di live che non si sa se più o meno propiziatori o di convenienza ma hanno condotto a un singolo nuovo e un disco nuovo

We wanted to make sure it wasn’t just going to be another lazy reunion album, and this song was a spark that let us know we still had something to say as a band

Lo so, merdate che hanno detto tutti quelli che poi si sono presentati alla cassa a contare gli sghei della personalissima reunion, però bon, è Matranga, è Dio. Dio non ti direbbe mai che sei Virginia Woolf solo perchè a volte guardi il muro pensierosa. No?
A un certo punto è una questione di devozione e il brano è in effetti così, con un po’ di maturità in più e quindi un po’ di disperazione in meno, con un po’ di produzione in più e quindi un po’ di batuffoli di polvere in meno che a noi piacciono tanto, ma è pur sempre un pezzo dei Far. Uno di quei gruppi che io ed un altro stronzo due anni fa inserimmo tra i venti dischi emo di tutti i tempi, e forse voi neanche li avete sentiti.

Far - Give me a reason (Mp3)

Quando cinque anni fa uscì Crimson degli Alkaline Trio era evidente che qualcosa sarebbe cambiato e magari non in meglio per la scena cosiddetta emo.
Che poi da lì in poi l’emo sarebbe diventato un costume, un intera branchia sociologicamente interessante e incomprensibile credo che neanche il più pessimista in circolazione lo avrebbe immaginato.
Gli Alkaline Trio (come da par loro, finchè ci sono stati i Blink 182) era e rimane un gruppo che fa e ha sempre fatto del punk rock da 3 minuti un’arte. Una di quelle arti semplici eppure così efficaci che quasi (sottolineo “quasi”) ti permettono di sopportare che assieme a te ad ascoltare un concerto o un disco ci sia una massa di cavalieri dodicenni mascarati e frangettati, una scena intera fatta di teschietti e strisce viola e nere o rosse. Ecco io credo che agli Alkaline Trio che continuano nel loro discorso senza strizzate d’occhio, modifiche in corso d’opera accattivanti e paracule, di questo una colpa non possa essere fatta e personalmente sono un gruppo che continuo ad ascoltare e sempre con un fondo di gioia e emozione. Anche essendo una cosa semplice e da stupidi, magari da ragazzini. Ma questo non è colpa di nessuno, se non mia.
E’ per questo che a quanto pare in un anno oltre ad uscire il loro nuovo “This Addiction” (per cui il loro sound e le loro strutture di composizione rimangono costanti ed efficaci, come per l’anthem Mercy Me ora abbiamo l’anthem This Addiction, appunto), un disco che non ha pretese di portare innovazioni particolari ma di rendere funzionali e perfetti quei 4 accordi, sempre gli stessi. Come lo erano per i Get Up Kids, i Blink 182, insomma avete capito.
Se sai scrivere le canzoni continui a farlo e di tutto quello che c’è intorno, credo, sia a un certo punto giusto fottersene.
A questo sembra si aggiungerà un disco solista di Matt Skiba, voce del gruppo, lavoro che dalle prime take rende evidentissime le origini, sì punk da tre-quattro accordi ma anche la wave di provenienza Smithsiana.
Sì lo so, può suonare come un clichè.
E ve lo ripeto.
Chi se ne fotte.

Matt Skiba - In your wake (Mp3) (via)

Se io avessi vent’anni i Gaslight Anthem sarebbero il mio gruppo faro. Vent’anni non ne ho e i Gaslight Anthem purtroppo (o meno male, questione di punti di vista) sono “solamente” un gruppo che mi piace molto. Forse è riduttivo dire mi piace molto o forse entriamo in una sfera sbagliata, semplicemente i Gaslight Anthem sono uno di quei gruppi per cui provo una vera e proprio mozione d’affetti. Perchè questo sia avvenuto credo che sia riconducibile a qualcosa di veramente merdoso, il New Jersey.
Il New Jersey è la vera merda, anzi mmmerda, con tre m, e con tutto il rispetto mi fa venire in mente robe tipo una Latina un po’ più grande (con tutto il rispetto per Latina) con il pregio che s’è portato con sè (non Latina, il New Jersey) Bruce Springsteen. A questo punto lo vedo il coro che innalza un caleidoscopico e a 148 pollici “che due maroni”, un coro che troverebbe anche un senso e il mio appoggio, ma non posso farci niente.
E’ così.
A me chi smarmitta motorini e trucca i cavalli delle macchine e la sera va a suonare nei garage con gli amici fattoni e il grasso sotto le unghie è il manifesto della mia concezione allo stesso tempo di rock e sogno americano andato a male. A Springsteen non è andata male ma qui parliamo dei Gaslight Anthem. Quindi. Quindi il discorso sostanzialmente non cambia perchè parliamo di un gruppo di tardo adolescenti cresciuti con due ascolti, Springsteen (See I’ve been here for 28 years.Pounding sweat beneath these wheels.We tattooed lines beneath our skin.No surrender, my Bobby Jean per dirne una, ma basta spingere play e non essere sordi per accorgersene) e il punk rock direzione Get Up Kids di Something to write home about. Qualcosa che potrebbe essere veramente scontato insomma, e che unisce quello che negli Stati Uniti viene più immediato unire. Con tanto cuore, e tante, tante canzoni che si infilano dentro. Mozione d’affetti insomma.
Per roba inutile.
E vi ho parlato di un disco di due anni fa che sono 8 mesi che non smetto di ascoltare.

The Gaslight Anthem - Meet me by the river’s edge (Mp3) (via)
The Gaslight Anthem - State of love and trust (Pearl Jam Cover) (Post + Mp3 + Video)

Per uno che viene (e che probabilmente è rimasto) negli anni ’90, musicalmente e non parlando, sentire la parola Fargo farebbe venire in mente un film dei Coen e un gruppo emo, italiano.
A me, purtroppo veniva solo in mente la prima cosa fino a una settimana fa.
Prima in radio (a Walk this way) poi via in giro su qualche blog ho sbattutto come un tir senza freni addosso a questo muro chiamato A record that was never made. Un disco, appunto che non è mai stato fatto, dei Fargo, appunto. Gruppo culto di fine 90, discendente diretto di quella cosa stonata, un po’ rock un po’ hardcore, un po’ Fugazi, un po’ Get Up Kids chiamata emo.
Un gruppo che non aveva mai avuto la possibilità di vedere la propria faccia stampata su un disco e che oggi, grazie al dorato mondo del free share, e di una distribuzione che a conti fatti dovrebbe far parlare tanto quanto quella di In Rainbows dei Radiohead.
Ho esagerato, comunque è importante. E’ importante che qualcosa che si è sempre aspettato arrivi dieci anni dopo e che sia gratis, così, per il gusto di vedere la faccia della gente all’ascolto di qualcosa che non c’è mai stato e ora c’è.
Qui la potete scaricare, per dire

Nel frattempo quella che era nata come un breve scambio di vedute emo con Marco Pilia (uno degli ideatori del progetto) via mail è diventata un’intervista con lui (e la Knifeville) e i Fargo.
Un’intervista a un gruppo che non c’è più.

- A record that never was è un qualcosa che ricolloca parecchie idee dell’immaginario discografico del nuovo millennio. Un disco che non è mai uscito che viene alla luce direttamente in digitale e parecchi anni dopo lo scioglimento del gruppo in questione. I Fargo. Perchè un’operazione di questo tipo?

Marco - Le canzoni sono state registrate nel 2000. Per anni le abbiamo tenute in un cassetto perché i Fargo non c’erano più e spesso ci siamo detti “dobbiamo farle uscire”. Pochi mesi fa, per caso, è saltato fuori il cd che conteneva tutti i pezzi dei Fargo. Messo nel lettore, il disco ci ha emozionato come non capitava da troppo tempo. Fondamentalmente, sta tutto qui il perché di questa operazione: a 10 anni da quando sono state scritte, le canzoni mantengono tutta la loro forza, non c’era davvero motivo per non pubblicarle, è sembrata la cosa più naturale da fare. E non c’è stato nessun intento revivalistico, la motivazione che ha portato all’uscita dei Fargo è la stessa che sta dietro a ogni nuovo disco Knifeville: le emozioni provocate dalla musica.
È del 2003 la prima uscita “marchiata” Knifeville. Era l’ep degli Oslo ed era in vinile. Sei dischi più tardi, i Fargo (che gettarono nella scena maniago/pordenonese il seme per quello che poi sarebbe diventato Knifeville) escono in digitale: è innegabilmente la modalità più adatta per far girare il loro disco, soprattutto considerando il fatto che non sono attivi da anni. La promozione di un disco non è cosa semplice di questi tempi, figuriamoci se il gruppo nemmeno esiste più! Non escludiamo comunque di stampare una versione fisica del disco, dipende da come andranno i download. Certo i primi riscontri sono entusiasmanti, chi ha ascoltato il disco è rimasto colpito e ci tiene a farcelo sapere. È tutto molto bello e non vediamo l’ora di festeggiare questo disco con i Fargo di nuovo su un palco.

-Avete in mente altre uscite dello stesso tenore, se sì, quali?

Marco - Per ora non c’è niente di confermato, però abbiamo diverse registrazioni inedite, canzoni rimaste escluse dai dischi che abbiamo pubblicato, e ci piacerebbe farle uscire. Per il momento niente nomi però, prima dobbiamo parlarne con le band.

Mi sposto a parlare coi Fargo, mailisticamente parlando

- Cos’erano i Fargo? E non intendo la bio del gruppo, cos’erano i Fargo all’interno del panorama italiano, come vi sentivate all’interno di quella “cosa”?

Enrico – Senza essere frainteso, mi sento un po’ come Paul McCartney quando parla della sua esperienza nei Beatles, non ho il ricordo vivido e preciso, è come proiettare l’ombra di una terza persona. È colpa di questi dieci anni zero passati a zero, certo, ma anche dell’intimità dei Fargo come gruppo musicale. Non c’erano progetti di conquista del mondo, il piacere era passare ore in sala prove a suonare in loop il più bizzarro dei cambi melodici e di tempo. Era un’esperimento e quando faceva troppo caldo suonavamo in mutande, sudando molto. Il panorama italiano che ci piaceva di più era fatto di live scuri, violenti e zuccherini in posti minuscoli: case diroccate, centri di aggregazione sociale, club in zone industriali. Andavamo spesso a Padova a vedere i nostri eroi. L’ispirazione artistica arrivava principalmente dall’America (in Italia c’era poco che ci entusiasmasse), soprattutto dal mid-west. Van Pelt, Joan of Arc, Braid, The Get Up Kids, Broken Hearts Are Blue, Mineral, Texas is The Reason, Niños Du Brazil. E lo chiamavamo emo. Per quello la moda “emo” dopo così tanti anni e con riferimenti così diversi mi fa sorridere.

Luca – I Fargo erano e sono una festa in piscina di pomeriggio in piena estate, con drinks, un paio di all star affondate dentro, gare di tuffi e un palo da lap dance.

Ale – Un gruppo di amici che in mezzo ad amici ogni tanto proponeva il risultato del bel cazzeggio in sala prove (l’unica stanza veramente comunicante con la cameretta…).

-Vedere un vostro disco uscire anni dopo il vostro scioglimento, che effetto fa?

Enrico – Personalmene sono molto fiero dell’uscita, ancora oggi mi piacciono molto le cose che facevamo. Le voci stonate, le registrazioni approssimative. Alla fine dei conti è la cosa più simile alla musica che ascolto.

Luca – Non ci siamo mai sciolti di fatto, semplicemente abbiamo fatto come Elvis… abbiamo saltato il decennio che non ci interessava.

Ale – Come rileggere un vecchio tema della prima superiore, come guardare una foto di classe e notare le spalline sotto i golfini delle compagne…

-Nel tempo, cosa è cambiato per voi tutti, musicalmente parlando. Dall’approccio, agli ascolti, alle esperienze?

Enrico – Alessandro e Luca si sono appassionati molto alla cultura beat, alla musica soul. Sono ottimi ballerini da all-nighter e bevitori di Ricard.

Io continuo a comprare dischi che ho già. A dire il vero ho imparato a capire e ad amare i dischi italiani, c’è tanta musica che mi emoziona in giro per lo stivale.

Luca – Il tempo è galantuomo, la vita forse un po’ meno. Noi siamo curiosi per natura, per cui non ci siamo mai fermati, abbiamo sempre bisogno di ascolti nuovi o antichi o antichissimi. Ma dieci anni sono comunque tanti e siamo diventati tutti estramente saggi, molto saggi, un po’ come quei vecchi di montagna. Infatti abbiamo imparato a non spaventarci quando le ragazze ci dicono che sono nate nell’anno in cui è uscito Nevermind.

Ale – Onestamente molto poco. I vinili sono impolverati e la puntina rotta del giradischi non l’ho mai sostituita temendo di riascoltare gli stessi brani all’infinito. Purtroppo nella cartella Mp3 ci sono grosso modo gli stessi titoli.

-Tornaste indietro (che è un concetto estremamente “emo”) cosa fareste. E cosa non fareste. Come Fargo intendo.

Enrico – C’è un aneddoto divertente, ma non so se riuscirò ad esprimerlo bene. Ci provo. Ad un certo punto i Fargo si sciolsero, penso fosse l’inizio del 2001. Poco dopo ricevemmo forti lusinghe da parte della BMG inglese. Ci diedero addirittura dei soldi per registrare altri brani oltre ai tre del 45rpm. Erano gli anni del primo disco degli Strokes. Così ci ritrovammo e decidemmo di registrare gli altri pezzi che avevamo lasciato in cantiere, che poi sono quelli che ci sono in questa recente uscita. Era evidente che avremmo dovuto arrangiare il tutto con “l’attitudine Strokes”, era lampante. Però per pigrizia o forse per sbadataggine, continuammo a fare la nostra cosa, con in testa i Promise Ring e i Karate. Cocciuti mocciosi friulani. Chiaramente ci dissero che si aspettavano qualcosa più simile agli Strokes, e ci lasciarono educatamente dov’eravamo. Ecco, per me è sempre stato un calcio di rigore tirato sul palo. Col senno di oggi, avrei chiaramente messo la ritmica di “Lust For Life” su ogni canzone e avrei provato ad imitare al meglio la voce di Lou Reed. Si sa che l’Inghilterra ha una cassa di risonanza pazzesca. La A&R che si era innamorata di noi, tra l’altro, era forte di aver appena scovato e lanciato i Coldplay. Forse avremmo addirittura imparato bene l’inglese e oggi saremmo probabilmente con Kevin Shields a bere al pub. Ma in fin dei conti, chissenefrega di Kevin Shields. Siamo amici, stiamo bene insieme, ci divertiamo quando usciamo, that’s all.

Luca – Io forse rimonterei almento un tom alla batteria, non rifarei invece quel concerto che ho fatto senza Hi-Hat (dimenticato in toto a 70km da casa), pavoneggiandomi del fatto che non vedevo dov’era la difficoltà nel dover suonare senza. Fu, chiaramente, un vero disastro.

Ale – Cercherei di partecipare a “Strokes-Factor” e a “Amici degli Strokes”. Non farei più delle selezioni per ballerine di lap-dance da inserire nel nostro show.

Inutile dire che oggi, dieci anni dopo, i Fargo, che non esistono più, hanno un grande fan in più. Me.

Non pensavo che avrei mai detto questa cosa ma la dico: una volta volevo tanto bene ai Weezer. Cioè, gliene voglio ancora per il Blue Album e soprattutto per Pinkerton però forse è arrivato il momento di dire vaffanculo.
E dopo avere assorbito la prima botta del video nella Hugh Hefner mansion subirsi anche i due dischi successivi è una prova di quelle che non credo abbia superato la moglie (se ce l’ha) di Rivers Cuomo. Dischi sbagliati, che al massimo in un paio di tracce scoprono qualcosa del tempo che fu. E non si parla di nostalgia qui ma veramente di fare dischi inutili del cazzo.
Un po’ ridursi a macchiette di sè stessi e buttare in vacca quello che sarebbe potuto essere e non è stato mai più.
Il punto finale è la loro cover live di Viva la vida (che dite il cazzo che vi pare rimane un signor, grandissimo pezzo) con tanto di scimmiottamento di Chris Martin.
E da quanto un fottuto nerd del cazzo scimmiotta qualcuno?
Rivers, davvero, lasciamoci e ricordiamoci solo le cose belle.
Non chiamarmi più.

emo-day_copy

If this is the world we helped create,then I apologise.
James Suptic chitarrista dei The Get Up Kids dopo aver guardato la gente sotto il palco in una data della reunion

Si deve essere trovato davanti una roba tipo questa

Si deve essere trovato davanti una roba tipo questa

Vedere i Get up kids a 34 anni non è ovviamente come averli visti a 24.
Vedere oggi, i Get up kids, vuol dire prendere una penna, un foglio bianco, tirare una linea e capire che una fase intera di una vita, un blocco enorme e pesante che si porta sullo stomaco può essere lasciato dietro.
Perchè sì è un po’ un ossimoro avere 34 anni e vedere un gruppo con nome Get up kids.
Uno di quei gruppi, per inciso, che avevi lasciato dietro, perchè tanto non ci si sperava di vederli più,  in un libro con scritti anche Husker Du, Minutemen e qualcos’altro.
I Get up kids sono uno di quei gruppi che del punk rock ha fatto un’arte, un qualcosa di differente tanto da quello che era venuto prima, tanto da quello che poi è venuto.
Un genere che per nulla (p.e.r.n.u.l.l.a.) mostra la corda semplicemente perchè non è un genere almeno nel loro caso, sono i Get up kids, e nel loro esserlo si innalzano ad essere qualcosa che veramente può definirsi unico.
Vederli salire su un palco, di un festival punk rock arricchito da gruppetti del cazzo per lo più fan di From Autumn to Ashes (se deve essere così figlioli ve lo dico, viva i dARI) o macchiette dei Clash/Social Distortion, è un po’accogliere Mosè che sul Mar Rosso alza il bastone e apre il mare in due.
Non è un atto di nostalgia, non è una reminiscenza è un orologio che va indietro di dieci anni, a quando una ragazza che veniva alle serate dove mettevi dischi ti mise in mano due cd-r (che poi hai comprato) con scritto sopra Something to Write Home About e Clarity. Da lì evidentemente nella tua vita qualcosa è cambiato, come il primo arto rotto o la scoperta della lingua in bocca. C’è un pre-Get Up Kids e c’è un post-Get Up Kids.
Almeno per me.
Di fronte ad un evento biblico di questo tipo al posto dell’acqua da spalancare c’è una vita, aperta in due, e che per un’ora e mezza si vede saccheggiare ricordi, lacrime, e groppi in gola lunghi dieci anni. E poco conta che il pubblico non sia tantissimo, poco conta che “sì ma il genere ha rotto i coglioni”, bisognerebbe conoscere bene il genere, avere maneggiato per bene e a lungo le cose buone e quelle molto meno (anche nel nostro paese) che ci sono state dopo per capire che niente e nessuno è mai suonato come i Get up kids e che anzi, loro stessi avevano chiuso baracca e burattini un attimo prima che arrivasse un’ondata chiamata emo (o pop con due chitarre e frangette) a farvi uscire i “tre accordi fuori dagli occhi”. Che poi i Get up kids non sono neanche la più classica delle storie da tre accordi, ma questo si capiva già su disco, nel live è stato evidente come trovarsi davanti all’Urlo di Munch.
Rimane il sudore, per il caldo e per i ricordi, e la polvere di un posto in campagna che si è attaccata ai pantaloni e alle Vans.
Rimane la vita aperta in due e l’idea che davvero, e Cristo santo credevo di non dirlo mai, una porta dietro si è chiusa.
Pensavo di sbatterla, poi mi sono ricordato che forse, era più bello accompagnarla fino a sentire il clic della serratura.

red letter day that i learn i’m sure you get what you deserve
i see it all much clearer since i’m far past the point
of this if it’s a lie i don’t want to be the one who signed
i’m not the one who falls down
it’s over now
(The Get Up Kids – Red Letter day)

SDC10209(picture by Benedetta)

Per intanto: non ha nulla a che fare con il sangue. Uno pensa che sia una stronzata detta per far scena, ma emocore era considerato anche Kiss It Goodbye, a torto o a ragione. C’erano alcuni gruppi melodici ed alcuni che non lo erano. Si chiamava ancora emocore, non emo e basta. Le due cose sono differenti, ma era comunque un periodo florido -florido soprattutto di definizioni che finivano in core, in molti davano la propria. Era comunque sintomo di un’appartenenza che nel corso del tempo è andata scemando in favore di un atteggiamento più generico, che è costato al genere il suffisso e buona parte della credibilità.

Tutti quanti sanno cosa sia oggi, e non in molti sono in grado di definirlo con esattezza. Probabilmente è rock melodico fatto da gente vestita in una certa maniera. Oppure è soltanto un modo di vestire, oppure niente di tutto questo. Possiamo direche fosse originariamente hardcore con testi e attitudine introspettivi, ma quando diciamo originariamente non abbiamo una chiara idea della cosa. Una cronistoria dell’emocore è sostanzialmente impossibile e soprattutto inutile: una convenzione critica piuttosto frequentata assegna a Rites Of Spring, e quindi quel giro Washington che negli anni ’80 visse il passaggio dallo scioglimento di Minor Threat e la nascita di Fugazi, il ruolo di padre dell’emocore. La cosa non funziona ad uno sguardo attento: c’era punk con testi emotivi prima, ce n’era durante in altre parti d’America e del mondo, ce ne sarà dopo, e nessuno dei casi sarà legato liricamente e musicalmente a Rites Of Spring (un gruppo DELLA MADONNA, sia chiaro, ma di scarsa incidenza sulle sorti del mondo).
Il vero e proprio year that emo broke, tuttavia, è da qualche parte verso la metà dei ’90: smette di essere un’attitudine che si guarda più o meno con curiosità e diventa una vera e propria tradizione. Gli stili musicali verranno più avanti, o forse mai. L’emocore, se la guardate da questo punto di vista, non è mai esistito. Il discorso tuttavia è un altro: l’emotività su larga scala, una scena di gente che si rifiuta di parlare di altro che i propri sentimenti anche se la musica che vuole suonare è musica rumorosa e cattiva.

Io sono Francesco. Giorgio m
i ospita per la terza volta con un post a quattro mani: tracciamo una nostra mappa che non parla tanto del genere quanto del nostro modo di rapportarci ad esso. Facciamo uso di un dato più o meno oggettivo per spezzare la trattazione in due parti (o due post che dir si voglia): grossomodo dal 2000 in poi cambiano le cose, emo perde il suffisso e diventa una categoria merceologica che avrà un buon successo di pubblico per qualche tempo e finirà per diventare, soprattutto agli occhi di chi non lo frequenta, la caricatura di se stesso. Di cosa è diventato, comunque, avremo modo di parlarne nei prossimi giorni. Per ora stiliamo una lista di cinque dischi a testa che hanno avuto a che fare con la parola emo, non necessariamente core, negli anni ’90. La nostra non è la storia dell’emocore perché è stupido chiuderla in dieci dischi degli anni ’90 e c’è gente che allora ci stava più dentro di quanto c’eravamo noialtri (un esempio qui ).
È più che altro una sorta di tributo ad una delle cose più belle successe al rock’n’roll.

Braid – Frankie welfare boy, age five (Divot)
Che è già una specie di Zen Arcade dell’emo, intanto per la monumentalità dell’atto in sé (doppio LP con 26 brani), e
di seguito per un simile concept alla base. Il calcio d’avvio di una stagione “adulta” dell’emo che è puro rock’n’roll evoluto, suonato in condizioni se vogliamo approssimative ma con una perizia strumentale a dir poco invidiabile: una stagione che ha sfoggiato nomi come Christie Front Drive, Cap’n’Jazz, primissimi Get Up Kids, Van Pelt e che ha in Braid i massimi rappresentanti -o forse soltanto i miei preferiti. Sta di fatto che il loro esordio soffre ancora parzialmente di qualche sfilacciatura nel discorso, qualche episodio fuori dai bordi e di una varietà di umori incredibile che lo rende amabile sopra tutti gli altri capolavori del gruppo. Di qui in poi si tratterà più che altro di sfumare lo sfumabile, lavorare di cesello e prendersi il disturbo di continuare a suonare. Tutta la grandezza, però, sta già dentro a Frankie.
Braid – Myspace

Sense Field – Building (Revelation)
Nel 1996 due dischi
Revelation che uscirono a distanza ravvicinata sembravano rimettere la palla al centro per quanto riguarda la questione pop-punk. Uno dei due era l’incredibile esordio di Texas Is The Reason. L’altro era Building, il secondo disco di Sense Field. Un disco estremamente più scolastico e derivativo, probabilmente, e forse per questo meno resistente all’incuria del tempo. Era un disco fatto di canzoni non molto diverse da quell’emotività nostalgica che iniziava ad animare i dischi del Mike Ness più maturo, ma su un campo totalmente diverso -power pop e poco altro. Riascoltato a dodici anni dall’uscita, rimane una delle raccolte di canzoni più belle e toccanti degli anni ’90. medaglia d’oro alla seconda Outlive The Man, un minuto e poco più.
Sense Field – Myspace

Portraits of past – Discography (Ebullition)
Mentre migliaia di gruppi si sporcavano di metallo esasperando fino al limite la posa da arrabbiati, qualche sparuta band provava a parlare delle proprie debolezz
e suonando la musica più efferata in commercio. Ebullition è una delle massime etichette HC di ogni tempo, una sorta di lato oscuro ed introverso di Victory con gruppi durissimi e velocissimi che innalzavano la sofferenza a livelli quasi insostenibili. La discografia di Portraits Of Past è una specie di summa ideologica dell’etichetta: ai limiti del grind, emotivamente carichissima, un lavoro grafico incredibilmente personale e incentrato su un b/n povero ed ideologicamente schieratissimo ma per certi versi fashionable. La band esiste per un paio d’anni a metà dei ’90, ma lascia un segno indelebile su tutto il movimento emoviolence che verrà. Difficile negarlo e facile capire il perché.
Portraits of past – Myspace

The Van Pelt – Sultans of sentiment (Gern Blandsten)
Fece discutere ben oltre i circoli emocore il capolavoro della formazione di Chris Leo, ciò non toglie che di questo si tratti (emocore, e capolavoro). Un disco di umori traballanti e canzoni che canzoni non sono, con quel tipico talking scostante del vocalist, accompagnato da melodie dolcissime che potrebbero insegnare il postrock anche a chi il postrock se l’è inventato. E che da lì a qualche anno supererà il semplice culto degli abbonati a Gern Blandsten e passerà alla storia di un genere (il rock indipendente) destinato anch’esso ad una serie di successivi travisamenti semantici myspace-driven. Sta di fatto che Sultans Of Sentiments, riascoltato, suona davvero come uno dei pochi dischi che riescono a mettere insieme e raccontare gli anni ’90 anche oltre la fine del decennio.
The Van Pelt –
Myspace

Mineral – The power of failing (Crank!)
Registrato in meno di una settimana nel 1995, prima dell’uscita dei dischi che imposero i capiscuola dell’emocore della seconda metà dei ’90, ma già sintesi di tutti g
li approcci. Nell’esordio di Mineral è possibile ascoltare l’approccio più scolastico e punk rock dei Sense Field di Building così come le derive post più imprendibili concepite in Sultans Of Sentiment. E incidentalmente uno dei dischi più intensi mai suonati, cosa che lo rende un pelo indigeribile ed inadatto a superare la nicchia del genere in cui fu concepito –e nel quale ancor oggi viene salutato come uno degli episodi più indimenticabili. Lo si riesce ancora a trovare con relativa facilità in qualche banco dei dischi usati in giro per le fiere, o negli angoli polverosi di qualche negozietto: capitasse in mano a qualche purista indie-rock sarebbe una buona occasione per togliere dalla tasca qualche bella verità. Di lì a poco un altro bellissimo disco su Crank!, e poi l’oblio.
Mineral – Gloria (Video)

Far – Water and solutions (Immortal)
Jonah Matranga rientra nella schiera de “i bravi guaglioni che se non fanno un disco stanno male” ora, ora solo, dopo i Gratitude, dopo Onelinedrawing e New End Original, è al suo quarto progetto e tutto è partito da questo gruppo, i Far, che in un primo momento per campare ero andati in tournee con gli Incubus di S.C.I.E.N.C.E. Niente di più lontano ma così era, troppo poco trasversali per essere crossover e troppo lagnoni per essere rock. Venivano da tutt’altro e non l’hanno mai detto, Water and solutions però è pieno di pezzi belli in maniera imbarazzante, della serie, se rivalutiamo un disco prima o poi prendiamo questo. Presero tutti per il culo col singolo Mother Mary (lontano poi dalle totali aperture emo di brani come Nestle o Really Here, veri e propri anthem) e ci cascarono anche in un bel po’. I gruppi più importanti sono quelli che si sciolgono. Loro sono il corollario.
Far – Mother Mary (Video)

Fugazi – In on the kill taker (Dischord)
L’emo, è forse il genere che è fatto dagli uomini, da chi ci mette la faccia fondamentalme
nte, e di conseguenza è tutto un proselitismo. Matranga (vi interessasse mai il mio mito personale), Carrabba, sono come i santini, come dire i nomi dei santi del calendario. I Fugazi ne hanno tirati fuori tre Ian MacKaye (ad oggi nella sua versione estiva con fidanzatina e Evens), Joe Lally (ormai romano) e Guy Picciotto. Un po’ come dire un centrocampo con Falcao, Ancelotti e Di Bartolomei. In on the kill taker è il disco del volo, della presa di coscienza di un suono, fondamentalmente hardocre ma con più derive emozionali, non dico depresse ma poco ci manca. Una pogata interiore ecco (coi lividi fuori però), e con la dolcissima novità de “le ultime canzoni dei dischi dei Fugazi” che si sa fanno storia, e Last chance for a slow dance, probabilmente è la canzone che la dice tutta su cosa siano i Fugazi, su che cosa enorme siano stati in dieci anni e su cosa probabilmente significhino oggi (e neanche ce ne rendiamo conto), data in cui risultano il gruppo più influenzante, sì anche più dei Joy Division.
Fugazi – Great cop (Video)

Weezer – Blue album (Geffen)
E giuro che fi
no all’ultimo stavo per parlare di Pinkerton, poi ho risentito Say it ain’t so. Ecco, i Weezer sono tutti lì, un po’ come i Fugazi sopra, tutti in quella canzone lì, posta a chiusura di un lavoro che si presentava in una scatoletta banale, lo fi nella sua impresentabilità, poi lo metti su, il disco dico, e parte una delle cose più epocali che ti possano sbattere in faccia e indubbiamente l’esordio del gruppo che più di tutti oggi è saccheggiato a piene mani. Personaggi strani i Weezer e forse poco raccomandabili dietro le facce da nerd, con Rivers Cuomo che ad un tratto diventa un’icona per lo sfigatismo, per come sapeva raccontarle, le sfighe e metterle in pop, renderle dolci, quasi quadretti da auspicare che prima o poi succedono, a conti fatti una maniera decente di uscire dall’ascolto del grunge con qualcosa che tenesse testa. Non erano cose fantastiche, ma le chitarre quelle lì non le ha mai avute nessuno, quella scrittura neanche. Pochi cazzi, i Weezer sono stati i Beatles degli anni 90. E Cuomo era John e Paul, insieme.
Weezer – Say it ain’t so (Video)

Sunny Day Real Estate – Diary (Sub Pop)
Il loro esordio, loro invece rientrano in quelli che “la lucidità di questo tipo ce l’ho solo col primo disco – o quasi – eppure basta lo stesso” Jeremy Enigk è un personaggio di quelli che ci si dovrebbero scrivere i libri su, non solo, è un gruppo di quelli che si è riuscito a vendere talmente male da essere non dico ignorati ma sì, diciamolo, ignorati a favore di chi la faccia ce la metteva. Il suono è alternativo in tutti i sensi, proveniendo dall’etichetta madre del grunge, non ci sono anthem rock, non c’è Zeppelin-ismo c’è un qualcosa di non etichettabile e che forse, sicuramente anzi, era in anticipo sui tempi. Non collocabile nè nell’hardcore e tantomeno nel fenomeno a scacchettoni. Ps i due dischi di Enigk, se vi capita, sono gran belli.
Sunny Day Real Estate – Seven (Video)


Texas is the reason – Do you know who you are? (Revelation)
Se i grandi gruppi sono quelli che si sciolgono, quelli che fanno un solo disco e si sciolgono sono quelli che nel loro piccolo fanno la storia. Se ti sciogli “se il concerto di questa sera sarà fantastico” beh, entri nella mia top ten personale dei gruppi storici e i Texas is the reason sono stati tutto questo, compreso lo scioglimento avvenuto un anno dopo l’uscita di questo unico e meraviglioso lavoro che non è niente di più, niente di meno che il concetto di emo messo in nota. E’ questo, fateci i conti prima o poi. E pensate che non esiste più una cosa di questo tipo.
Texas is the reason – Back and to the left (Video)

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart