Quando il Raudo ti becca

e ti scoppia vicino non senti da un orecchio per almeno un minuto.
Ricordate la sensazione? io sì e non era piacevole.
Ecco il motivo per cui ho associato (come un cane con la luce verde per mangiare e rossa per i bisogni) il titolo dell’ultimo disco dei Gazebo Penguins a qualcosa di spiacevole.
Il resto ce l’ha un po’ messo l’internet tutta perché sì, ok, bravi guaglioni, simpatici gente che si è fatta il culo nei van e nei localini e che mettono in fridaunlò (scriviamolo l’ultima volta così e poi basta per favore) il disco, ma l’attesa quasi selvaggia e soprattutto l’hype (bada bene senza avere ascoltato una nota del lavoro) era quello che c’era per Who’s next dei The Who.
Quindi quello che ho sempre pensato è, in questi casi lasciamo decantare il disco, vediamo come è e vediamo se regge l’urto dei fatidici dieci ascolti, perché dei The Who ovviamente non stiamo parlando e perché a volte sfioriamo un po’ tutti la bimbominkiaggine che tanto prendiamo per il culo.
Raudo (lo scrivo come cazzo pare a me, tutto minuscolo) è un bel disco, per me anche meglio del precedente Legna, forse più tondo nei suoni (anzi sicuramente) ma la portata rimane del precedente lavoro. Il nodo delle canzoni dei Gazebo Penguins sono quelle melodie da scuola elementare che sembrano facili (e che da genuine sono copiate pateticamente da molti altri) che la raccontano anche senza raccontarla.
Il nichilismo e i racconti mozzati della provincia e della vita degli ex adolescenti nei 90 o ce le hai dentro o suoni falso. Ecco questo riconosco ai GP, suonare tremendamente veri e che sia una questione di suono è del tutto secondario. E’ più di come si fanno le cose, di come si affrontano.
E i Gazebo Penguins le dimostrerebbero anche senza tutto questo hype (in gran parte meritato in altra parte figlio dello “ne scrivo prima ed entro nel giro giusto e così io c’ero prima di tutti”) lo farebbero senza problemi. Lasciamoli suonare, lasciamoli crescere. Non li bruciamo così.

scarica il disco


Their/They’re/There

Quando tiri su una band del genere non puoi che attendere da internet una certa fotta. Hai un tizio apparentemente sconosciuto, ennesimo devoto della chitarra suonata con le dita (non lo so, lo chiamerei tapping così sul momento, ma ho suonato per anni la batteria, non la chitarra, quindi abbiate pietà di un eventuale errore, volevo solo evitare l’ennesima ripetizione e fuggire dal termine ‘twinkle’), che si scopre essere il chitarrista dei Loose Lips Sink Ships, sconosciuta quanto figa band math americana, Evan Weiss, di Into It. Over It. e un altro paio di band fighe, tra cui gli Stay Ahead Of The Weather, che sono praticamente la sua touring band per i full band show, e quel carro armato di Mike Kinsella alla batteria, l’uomo dietro agli stop and go stortissimi dei Cap’n Jazz, le dita e la voce di Owen, eccetera eccetera (ma se non lo conoscete forse potete pure passare oltre e non leggere il post. Chiedo venia per la spocchia). Insomma, mica pizza e fichi, ecco. Questi tre hanno registrato sei canzoni e le hanno fatto uscire per il Record Store Day di quest’anno per Polyvinyl, trovando un nome orribile che fa un po’ la maestrina nei confronti degli stessi utenti web che cavalcheranno la siddetta fotta in giro per la rete. Quello che ne è uscito è un ossimoro costruito a metà fra la solita chitarra noodle e Mike Kinsella alla batteria, che dovrebbe fare genere a sé (tra l’altro dovrebbe essere in uscita a breve pure un nuovo disco a nome Owen). È un math pop che non si lascia troppo andare a complicate sincopi e districamenti vari, capace di usare curve per costruire linee melodie che rimangono bene in testa, fra cambi di umore che non sradicano eccessivamente le fondamenta delle canzoni, come un po’ ci si aspetterebbe dal termine math e dalla miriade di conoscenze intertestuali registrate nelle nostre orecchie, ma giocano in addizione alla parte più pop e diretta delle sei canzoni, scandita dalla voce di Weiss, questa volta al basso (ma pure alle quattro corde nei Pet Symmetry, power pop band con due Dowsing che farà uscire un ep sotto la rediviva Asian Man Records, quasi volesse lasciare la chitarra solo per le sue cose soliste). Nota a margine: la copertina è forse bellissima nel suo essere una foto con effetto e cornice Instagram. Non ne sono però così sicuro, ho pareri contrastanti al riguardo.

Qua c’è una canzone in anteprima.


Reggie e l’effetto Scimmia dell’Ikea

Internet è roba assalita dai giovani, ma internet in mano ai giovani è peggio di una bomba a mano che appena esplode riprende subito a ticchettare. Escono gif delle serie tv ancora prima che vengano rilasciati i sottotitoli in lingua madre e i meme sono diventati, con il passare degli anni, delle cose pazzesche e super divertenti, ma pure un trend a volte complicato a cui stare dietro. Il caso emblema dell’estremizzazione dell’hic et nunc usato (e gettato) come pretesto per tirarci in mezzo anche la musica (calcolando che Tumblr sta diventando praticamente la posta del cuore della Polyvinyl anni ’90) è l’IKEA Monkey, la gag della scimmietta dispersa all’IKEA di Toronto, durata forse qualche giorno e passata fra le mani di un tizio turco, che ne ha preso il frame e ha ricreato (per modo di dire) una serie di copertine di dischi emo e hardcore ‘vecchi’ e più o meno recenti. Da buon intenditore e quasi ancora giovane avevo ‘followato immediatamente’ la pagina, ma non so se ne faccia ancora. Erano indubbiamente divertenti, ma il mio senso dell’umorismo è purtroppo (o per fortuna, dipende) poco condiviso. Fra le tante c’era il selftitled degli American Football.

Forse figlia di questo ed ultima, in ordine cronologico, delle manate alla nostalgia per mano dei giovani è Emo Song At Double Speed: blog di tumblr con canzoni al doppio della velocità, tipo Tim Kinsella che canta con la voce di Alvin, i Dowsing con la voce di Alvin, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die con quella voce lì. Pure gli American Football, chiaramente. Nulla di più, fondamentalmente una cazzata delle più scontate,ma i reblog sono già quasi a quattro cifre.


minuti di recupero: Slingshot Dakota – Dark Hearts

Ultimamente ho scritto poco e male, gestendo nella medesima maniera il mio tempo e la mole di cose di cui avrei potuto spendere due righe striminzite al riguardo. Ad ogni modo, visti questi ultimi tempi e prese in considerazione le ultime ‘fatiche’, noto di essermi ritrovato spesso a rivestire il capoccione di Uatu L’Osservatore e dall’alto controllare quel mio piccolo sottobosco in cui un filo rosso collega talvolta cinema e musica (o solo cinema, dal piccolo del mio punto di vista di fronte alle fantastiche penne qui addette al settore) molto volentieri, laddove il primo sta ad una vena di indipendenza così come la seconda si sbuccia ancora le ginocchia cadendo e correndo con Vans mezze rotte.

Ora, considerato che la mia classifica di fine anno è già stata pubblicata qualche tempo fa ed essendo già nell’anno nuovo, parlare di minuti di recupero mi sembra lecito, così come recuperare un disco che mi sono perso in mezzo alla fuorviante quantità eccessiva di prodotti che cercano di invogliarmi a prestar loro interesse (di solito basta poco, tipo la parolina di tre lettere che fa capolino fra le tag a tema calcistico sotto il titolo del post ed il frì daunlò, per citare il capo delle cit.) e una malsana dose di pigrizia. Parlare in ritardo di un disco che avrei voluto mettere nella classifica è forse tanto lecito quanto doveroso.

Sul macro pippone appena esposto ci salto sopra come un bimbo in un campetto da calcio e sfrutto lo spazio da porta a porta come ponte per arrivare al nocciolo della questione: sono arrivato tardissimo al disco nuovo degli Slingshot Dakota, il primo fatto uscire dalla uberpresente Topshelf, e mi pento e mi dolgo di ciò, perché sarebbe entrato a mani basse in una classifica fin troppo ridondante (e considerato che questo post è il primo dell’anno, quello appena detto copre il sotto testo della promessa di ascoltare cose differenti fra di loro, smettendo di versar benzina sulla fotta del momento o almeno cercando di cambiare benzinaio una volta ogni tanto) a cui magari avrebbe potuto dare una sfumatura diversa. Dark Hearts non è niente di differente rispetto a quello fatto in precedenza; è ancora musica pop per cuori in camicia a quadri, poco diversa dalle cose che hanno fatto prima, ma penso che nessuno vada a bussare alla loro porta chiedendo la svolta crust o altro. Anzi, e qui riprendo il filo del discorso, sempre che ce ne sia mai stato uno, canzoni come Cassette dovrebbero assolutamente essere materia di lotta per registi e produttori alla ricerca della canzone perfetta per il drama con i giovani o i meno giovani in crisi che si sdraiano sul prato di casa e guardano per aria. Ed era questo qui il punto a cui sarei voluto arrivare: alla maturità del testo di Cassette, alla voce di Carly ed al contro canto maschile verso la fine, come se volesse dire ‘sì, ho capito e la penso pure io così; da tutto l’alone di sincerità che la pervade e quella chitarra che suona così piano nei primi secondi come se fosse un rumore fuori dalla finestra fino a quel paio di brividi alla schiena che salgono e bloccano tutto il corpo per qualche attimo ogni volta che la tastiera fortifica il proprio suono. La ascolti e ti ci vedi, forse per quello vengono subito alla mente così tante immagini da poterci fare un film. E’ un modo sincero per partire con il piede giusto, o magari faccio solo finta che scoprire una canzone del genere voglia significare qualcosa.

Il disco, che è ovviamente tutto molto bello, lo si può ascoltare in streaming qui o qui.


Cover da uno che non ne avrebbe bisogno (eppure..)

Ci sono “quelli lì” (chiamati in questo modo perché sono pochi e sono immediatamente identificabili) che hanno un posto particolare nella tua mente come punti di riferimento musicale. Quelli che conta poco la qualità di quello che tirano fuori ma che di primo acchitto appena li vedi dici oh! Un po’ come quando senti parlare di tuo cugino e fortunatamente non è per un evento di cronaca.
Matranga, di nome Jonah, è uno di quelli lì. Ma mica per altro, non perché sia un genio o un profeta, perché bene o male hai amato alla follia il suo gruppo principale (i Far), poi sei andato dietro ai New End Original, ai Gratitude e ai (che poi era lui da solo) Onelinedrawing.
Da solo se non calcoliamo il featuring di R2-D2 (il pupazzino di Star Wars, sì quello).
Detto questo l’anno scorso Matranga era tornato coi Far, il singolo era bello ma il disco meh, lasciamo perdere. Ora Matranga che fa, si mette in casa, diciamo da solo,  e si registra in un tempo imprecisato un disco di cover e intimista. Se l’ha fatto su un 8-tracce diciamo che come approccio ricorda qualcuno ma che quel qualcuno invece di fare cover scrisse Nebraska. Insomma non stiamo giocando nello stesso campo da calcio e neanche nello stesso sport. Sia chiaro.
Ragioniamo solo sull’approccio intimista, sia chiaro.
Voices and Dedications (così si chiama il disco) è però un disco struggente, e sì, il giochino del ricantarci le canzoni che già sai sopra l’arpeggio e l’effetto disco rallentato puoi farlo, che funziona.
Ma è fondamentalmente il cuore che c’è e nel disco e nelle scelte (Tori Amos, Springsteen, Deftones, Dylan, i Temptations, Elliott Smith), e il sapere giocare a dadi col cuore e i groppi in gola di chi l’ascolta, chè in questo Matranga è sempre stato bravo, diciamolo.
Quello che fa di questo una cosa differente dal resto è il saper dare ad altre canzoni un approccio suo, non parlo di “vestito” (che è un termine che a me sta sul cazzo fortissimamente) ma parlo proprio di andare su quelle corde che sono sue, di Matranga, anche mentre dice “tramps like us baby we were born to run”.
E non è facile. L’assicuro.


Dowsing – It’s Still Pretty Terrible

Io sono un romanticone, uno di quelli che davanti all’occasione di tardare dieci minuti per stare in macchina ad ascoltare una determinata canzone, anche se è tipo notte, lo fa volentieri. Tanto dieci minuti una volta che sono le sei del sabato mattino non cambiano più nulla, poi vale la pena di aspettare l’alba, no? Insomma, credo ancora al potere delle circostanze e del contesto in cui si inseriscono le cose, volontariamente o meno, per virtù o necessità di ascolto davanti a dischi troppo simili fra loro (forse) e (sicuramente) asintoticamente vicini ad un modello preciso che ci piace ritrovare con delle varianti (e per ci piace intendo molto). Ecco sì, il contorno delle cose mi interessa, e pure tanto. Mi frega anche del sole quando posso vederlo uscire da quella roba mezzo blu scuro e mezzo celeste che sta sopra le teste. Mi frega anche delle canzoni, soprattutto delle canzoni alle sei del mattino quando danno un senso in più e a loro volta hanno la possibilità di vivere la loro vita meglio del solito.

Cazzate, ma quel tipo di cazzate che danno una marcia in più alle piccole cose.

Il nuovo Dowsing è un bel disco di taglio Topshelf/No Sleep – anche se esce per Count Your Lucky Stars, ma è la stessa cosa, fortunatamente – sulla scia degli Anniversary e di quel finto cazzoneggiamento molto in voga al momento. È fatto di canzoni bellissime che ti accompagnano e in qualche momento ti fanno prendere tutto molto bene o molto male, che raccontano piccole storie più o meno senza una connessione apparente fra loro, ma con un mood omogeneo che fa da ponte fra i vari episodi. Ogni tanto viene da fare sì con la testa ad ascoltare quella determinata frase ritrovandocisi di tutto puntino, altre sono lasciate ad un’immaginazione che si fonda comunque su ipotesi e scenari che potrebbero di fatto essere reali (gioca un po’ sul what if come tutta la produzione del genere fa). È fatto di suoni senza pretese ma è pieno melodie gioiose che ben si incastrano nella dicotomia che li oppone ai testi amari. I ritornelli e quel pochino di tastiere in salsa Tigers Jaw sono una bella cosa compatta, fresca e potente. È un disco emo che, pur non essendo suonato del tutto in quel modo che lo infilerebbe nel girone del twinkle, va a braccetto con tutto il periodo di rinascita di quelle sonorità. Cresce bene con gli ascolti e soffia le candeline sopra un suono che si è consolidato sulle orbite navigate già dall’EP e dallo split con i Parker. Danno al popolo lo stesso tipo di brioches di ieri, più buone e più grandi – ma nemmeno troppo: It’s Still Pretty Terrible dura mezzoretta scarsa, ma è sufficiente per poterlo apprezzare e riappropriarsene ogni volta che se ne vuole, ché i dischi lunghi hanno un po’ rotto i maroni.


Banana Splittone

Ieri stavo riascoltando lo splittone al mare, mentre l’omino del cocco – l’uomo dalla faringe che fa invidia anche a Jacob Bannon – ha sfoderato la sua arma più forte, un movimento sexy mimato in tutto il suo stile con le anche assieme ad un paio di noci sopra i capezzoli, per dare forma ad un mostro di sudore con la bandana impuntato ad attirare l’attenzione di una signora tedesca che stava leggendo un libro di Danielle Steel poco distante da me. Poi dicono le coincidenze, ‘lo squallore del panorama’ – e non c’entra nulla con il disco in sé, quella della spiaggia è un’immagine un po’ abusata, lo so anche da me, ma mi andava di dirlo perchè lo splittone è uscito il giorno del mio compleanno e quindi è automaticamente il disco dell’estate. È breve, d’impatto, da cantare tutti assieme e soprattutto rappresenta al meglio la serie di amici che se ne vanno e sai che il prossimo anno non torneranno, quelli che fortunatamente sono tornati e non vedevi l’ora di rivedere e quelli che eri sicuro sarebbero tornati, te lo avevano detto loro poco tempo fa facendosi sentire. Chiaramente la coincidenza fa anche ridere.

Gli amici che sono tornati sono i Do Nascimiento e si mettono subito sul podio con una bella medaglia d’oro al collo. Tombino e Amplificatore sono le canzoni perfette per questa estate abbastanza piatta e vuota, piena di paragoni con quelle passate che non aiutano per niente, ma che a quelle sensazioni le canzoni riescono a dare un po’ di senso, recriminando lo star bene e le ingiustizie in parole semplicissime. Boccia vicino al boccino e vittoria in un tripudio di vecchietti che bestemmiano con il bicchiere pieno di acqua brillante, testi che fanno davvero paura per quanto belli – e non lo dico come iperbolone ruffiana, ma proprio a sentimento – e quelle chitarre che devo averlo già detto mille volte quanto mi piacciono. Amici che ho rivisto davvero davvero volentieri e spero si facciano vivi il prima possibile per stare un po’ più a lungo.

I Verme invece sono quelli che ti salutano con un abbraccio di quelli forti, che sai non rivedrai più – e un po’ hai sempre saputo che non sarebbero tornati sempre con cadenza regolare. Lo Squallore Del Tonno e L’inutilità Del Panorama sono le foto degli amici del mare tenute nel cassetto con le altre, perchè i regaz purtroppo hanno detto ciao sul serio, regalando due bombette classiche del loro stile. Punk rock veloce con la Delorean puntata al ’98, o a palla nella mia Punto di quell’anno lì con le birre calde sotto il sedile, con tanta distorsione e il fattore cori al massimo. Nessuno ha mai chiesto nulla di diverso e sono arrivate sempre delle gran soddisfazioni nell’ascoltarli. Peccato, ovvio, che ora tocca tenere strette le poche canzoni che ci hanno lasciato.

I Gazebo Penguins non se ne sono mai andati, sono sempre rimasti lì a tirare fuori canzoni, prima da soli e poi accompagnati. Sono sempre loro che parlano di cose che parlano di cose e di persone, di gruppi, di scacchi, di nostalgie e scatoloni di cose fragili. Solita pacca e giochi di parole.

Tutto questo è disponibile da scaricare gratuitamente grazie al lavoro collettivo di To Lose La Track, Que Suerte!, Neat Is Murder, Two Two Cats. Io l’ho preso un po’ come un regalo bellissimo di compleanno.


I could never miss anything quite as much as that summer ending and you on the phone

Dietro ad una determinata scena musicale, che lo si voglia o no, c’è sempre stata più o meno dietro una città o comunque una zona geografica a far sfondo ad una serie comune di intenti musicalmente espressi. Washington, Seattle, eccetera. Il midwest è stato il paesaggio dell’emo, peccato che non abbia mai capito precisamente cosa fosse. Sembra quasi un modo di pensare. Io mi ci sono sempre figurato gli amish che alle cinque del pomeriggio durante l’inverno si chiudono in casa e vanno a letto perchè non hanno luce e corrente per scaldarsi e vivere civilmente. Oppure lo vedo tipo una grandissima zona piena di tante Dillon, tutte cittadine piccolo-medie con tanti difetti e quella serie di ragazzini che invece di darsi alla droga pesante o al football si mettono a suonare, ed evidentemente è così. Dietro all’emo, qualunque cosa ciò abbia mai voluto dire in tutto questo tempo, c’è sempre stato dietro quell’ “immaginario” lì. Non penso sia come la campagna romagnola dove abitano i miei nonni, però magari ci si va un po’ vicino.

Fra capre e cavoli di quanto appena detto sembra esserci una piccola comunità dietro a tutto, coadiuvato e fomentato continuamente da una manciata di etichette (mi ripeto come al solito, lo avevo già detto anche qui) che sembra essersi presa la briga di far uscire i dischi di tutti i gruppi che adesso, stando a forum e giri vari, si può cacciare nel sottoinsieme del ‘twinkle daddies’. ‘Che cazzo è?’ me lo sono chiesto anche io, nessuna preoccupazione. Il punto in comune fra tutti questi gruppi della nuova ondata emo sembrerebbe essere uno sguardo ad un certo passato, chi più su pagine cattive del libro e chi un po’ più tendente alla melodia tristona, con chitarre che suonano simili così come potevano essere simili i riff dei Germs e quelli dei Dead Kennedys. Non uguali, però ci siamo capiti.

Joie De Vivre – We’re all Better Than This

Questo disco è bellissimo quanto tristone. Ci sono i Mineral che cercano in ogni modo di farsi sentire ad ogni canzone, le trombe che scappano qua là a dare un tono all’ambiente, la tizia dei Football Etc. e quella degli Empire! Empire! che ci mettono la voce ogni tanto e il mood è quello di ‘è settembre e i trattori fanno le dune di sabbia perchè è finita la stagione estiva’ che un po’ tira giù il morale (anche un po’ tanto) – per scomodare uno stereotipo. I Was Sixteen Ten Years Ago è un manifesto di tristezza da cameretta, ma tutti i testi si fanno notare per liriche ‘importanti’ – ma proprio tutti tutti, leggere la sola linea iniziale con cui parte il disco ‘we all die alone, so why care so much about living for someone else?’ per credere e capirne il potenziale di tristezza. Da evitare in momenti no, da evitare forse per non tovarsi davanti ad uno specchio (Did you think twice? Are you going to need more? Cause I’m halfway through my twenties, and I still can’t get it. At what point does it become depressing?). Questo We’re All Better Than This arriva in un momento in cui forse avevo bisogno di una botta del genere, cosa che già era stata incanalata e l’ematoma (no, non è un gioco di parole) era già uscito grazie agli You Blew It! della puntata scorsa. I Joie De Vivre si prendono un sacco sul serio e hanno fatto un disco della madonna che dieci anni fa sarebbe stato una perla. Per chi scrive lo è lo stesso, perchè dieci anni fa non avrebbe valorizzato così tanto il ritorno dei Joie De Vivre dopo lo scioglimento dell’anno scorso.

Dads – American Radass (This Is Important)

I Dads sono due tizi con la barba di non so quale posto d’America, batteria e chitarra, birre e cover di Katy Perry, ma nessuno dei due è il bell’omino della copertina. Tipo che se i Japandroids fossero meno canadesi e più dispersi in mezzo al nulla sarebbe uscita questa cosa qua, e i Dads non sono canadesi ma cazzoni quanto i Japandroids (Love is bleaching bed sheets, because we could never wait è al pari del giro ‘french kiss some french girls’ dei primi). American Radass si presenta già dai titoli delle canzoni e dalla copertina come una roba che vuole far divertire e riesce nel suo intento alla grande. La batteria è pestata sotto ad una sola chitarra che non la smette mai di girare, i testi non dicono mai troppo e fanno ben capire le menti dietro al tutto. Ancora meglio questo lo si comprende dal video di Breakfast At Piffany’s, che è quasi il miglior video musicale di sempre (quasi perchè [spoiler] alla fine la pila di birre nessuno dei due la finisce). Tanto divertimento e altrettanto casino con una punta d’amaro.

Meraviglia – Meraviglia

Twinkle Pizza! Sotto i Meraviglia in qualche modo (di cui non voglio venire a conoscenza, dato il losco individuo) c’è di mezzo Adriano, che scriveva con me su Emotional Breakdown ma che non suona nessuno strumento. Loro sono in quattro, di cui due ragazze, e suonano un po’ alla ‘abbiamo ascoltato i Cap’n Jazz fino a stamattina’ e un po’ Boys Life con la voce scanzonata di alcune canzoni dei Promise Ring. Registrazione rozza per cinque canzoni cantate in inglese, a discapito della ragione sociale in madrelingua. Un piezz’emocore, stonato q.b.

Lo si scarica gratis qui.


No heroics, no glory, no valor. Science now dictates the shift in power.

Mia mamma ciclicamente si lamenta con mio babbo riguardo due cose: una bicicletta rimasta in garage per anni e mai aggiustata ed una serie di filmini in vhs (o chissà quale obsoleto formato) di mie feste di compleanno, piene di simpatici parenti e torte gelato, che nessuno ha mai convertito in digitale (e che nessuno si azzardi mai a farlo), rimaste ad ammuffire in qualche cassetto. A differenza di mio babbo, un simpatico tizio americano in preda ad un attacco di nostalgia ha postato su youtube un live dei Mineral mai visto prima d’ora e ne ha altri tre pronti da uploadare (e poi rendere reperibili su questo blog che raccoglie, fra le altre cose, ‘testimonianze video’ della bella musica frignona che piace a grandi e piccini).

Dall’altra parte, l’atto di riproduzione del vecchio come religiosa devozione e apprensione alla propria collezione di dischi continua a proporre nuovi gruppi che suonano come quelli dei bei tempi andati. L’ennesimo esempio sono i Perfect Future, scoperti per caso su un forum grazie ad un commento che li accostava, forse azzardando troppo, al gruppo di Chris Simpson. Non è tutto Parking lot quello che arpeggia. Old Wounds: Warmth in the Winter of 1914-1915 è un concept album basato sulla ‘tregua di Natale’ – la serie di ‘cessate il fuoco’ non ufficiali che hanno avuto luogo la notte di natale del 1914 in cui i soldati del fronte tedesco e britannico hanno cantato canzoni di natale, acceso candele e seppelito cadaveri con vere cerimonie funebri – e parla dal punto di vista di un ex soldato che scrive ad una donna informandole di essere stato l’assassino del marito, sentendo la necessità di giustificare quanto ha fatto mettendola a conoscenza di chi è, dove è cresciuto e quale sia la sua visione del mondo, fino all’entrare in stretti rapporti e ritrovarsi con il doverla uccidere . In pratica un libro di narrativa storica raccontato fra urla e piatti che esplodono assieme alle chitarre, come se i soggetti dell’enunciazione fossero Joie De Vivre e Suis La Lune su un fermo immagine di un documentario in bianco e nero della prima guerra mondiale, raccontato con estrema precisione nel dettagliare quello che il protagonista sente. Sembra quasi di aver scritto una cosa intelligente, quindi eviterò di rileggere e mi terrò la convinzione di averlo fatto realmente

Il disco esce per Count Your Lucky Stars e lo si può ascoltare sul loro bandcamp. A me è piaciuto.


You Blew It! – Grow Up, Dude

Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.

Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.


Essentials: Sprinzi – Ooh Ooh e Something More Than The Last Time

Per dirla un po’ alla Nick Hornby, secondo me ci sono quei dischi che fanno da sottofondo all’innescare di qualcosa di talmente intenso di cui poi ti dimentichi, perchè ne escono di nuovi per cui impazzisci e non ti accorgi del ‘vecchio amico che ti ha consigliato’ fino a che non lo ritrovi per strada, quasi per caso. È un paragone messo un po’ qui senza un senso compiuto però è un’ipotesi di una casistica discretamente possibile, a parere personale.

Così com’è possibile incappare per l’ennesima volta in Something More Than The Last Time e Ooh Ooh a metà agosto per poi dimenticarsene subito dopo, perchè succede che in uscita c’è un disco importante e un evento ancora più importante che cambierà le carte in tavola e farà succedere cose è lì segnato sul calendario da mesi. Una di queste cose è il fare conoscenza con due delle persone migliori di questo mondo, una di loro in particolare ‘agganciata’ in primis proprio grazie ad un commento positivo fatto su una nota message board italica riguardo gli Sprinzi. Ad un mio ‘io farei carte false per fare un gruppo tipo Sprinzi’ sono seguiti altri messaggi, ore in sale prove ma soprattutto delle gran gag di cui mi ricordo ancora, perchè alle volte talmente dementi da farmi venire il sorriso da solo così a caso. A quell’evento io e lui non ci siamo visti perchè i nostri cellulari sono (ancora) incompatibili e i miei sms il suo non li riceve (e dico mai e mai ricevuti), ma entrambi eravamo sotto il tendone a perdere la voce. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati in via Indipendenza a Bologna, mi sa prima o dopo un altro ‘caffè e due chiacchiere’ con un’altra parte importante di quel periodo.

Sprinzi gruppo dell’amicizia. A loro collegherò sempre la nascita di quel grande momento durato purtroppo solo un annetto e poco più, fatto di alti e bassi, di canzoni (che detto così sembra strappato a una biografia dei Pooh o a un testo di Ligabue) e delle distanze geografiche che da un momento all’altro hanno spezzato il legame che circondava questa cosa e ci hanno fatto perdere di vista l’un l’altro se non per quelle sporadiche occasioni in cui ci si ribecca a raccontarcela.

Che poi, che gruppone della santissima non erano? Di più.


La storia del sasso nello stagno i cerchi nell’acqua etc etc

Alla fine é vero che oggi é più semplice e che i giornali musicali sono diventati un più a volte inutile a tratti superfluo per scoprire musica. Se mia sorella, mettete il caso, si gettasse in rete per cercare un gruppo che ha sentito, chessó, su Grey’s Anatomy troverebbe probabilmente altri 20 gruppi simili e via dicendo.
Un po’ come il film con Halley Joel Osment che diceva che se uno fa un favore a 3 persone e quelli fanno altrettanto il mondo sarebbe un posto migliore. Da un mp3 arrivi alle discografie, così, e col culo piantato sulla poltrona. Basta seguire le traiettorie giuste, che in parecchi casi, tra cui il mio si chiama m-blog. Ti fidi di quei 3-4 che ti hanno dato gioie corpose e vai avanti così.
I Call it Arson li ho trovati così, attraverso un bandcamp. Definire il suono é complicato perché sull’orlo della paraculaggine, un classico eco da ubriacatura emo da camera acustico, non intimo alla Votolato ma un po’ più alla Ted Leo, un incipit paurosamente vicino ai Kings Of Leon, un altro vicno alle cose più cinematografiche di Paul Westerberg e Duncan Sheik. Che poi alla fine fanno un ep, e anche qui che bisogna aspettare un disco lungo per giudicare un gruppo é un po’ una stronzata scritta. Diventa quasi un dettaglio che sia stato ristampato un loro ep (Animal String) apripista ad un ritorno e ad un eventuale disco, stavolta long.
é così che mi sono reso conto di quanto in maniera del tutto casuale io abbia ascoltato la cosa in questione, stupendomi a tratti di quanto certe cose siano vicine ad altre che prendo sonoramente per il culo, piacendomi, e in altri di come a volta basta essere ubriachi e con delle acustiche per fare cose semplici, di impatto, brevi ma intense tanto così


Essentials: Taking Back Sunday – Tell all Your Friends

L’esposizione tautologica della questione dice che parlare dei propri gruppi preferiti è improbabile per la quantità di cose che si vorrebbero dire e la certezza che per la maggiore sono solo aneddoti, non pensieri riguardo canzoni o dischi. Quando un disco è uscito più di dieci anni fa quel calderone di aneddoti rischia anche di essere pieno fino all’orlo, quasi pronto a eruttare tutto in faccia al primo che nomina il nome della band o ancora peggio espone un parere negativo. Questo è perchè io (noi) mi affezziono tanto e troppo alle band con cui sono cresciuto e a quelle che sono state anche lo spartiacque per il resto che è venuto con il tempo.
I Taking Back Sunday di Tell All Your Friends erano una pedina importante della mia scacchiera e di quella della Victory, ai tempi (dieci anni fa, ha spento le candeline settimana scorsa) in cui ogni partita era una vittoria in fatto di vendite e di qualità dei dischi. Era un tempo in cui anche altre etichette colleghe erano a quello che con il senno di poi è definibile come il loro apice.

Non ho ricordi limpidi legati a quel disco, solo tante immagini che mi passano davanti ma che non proseguono in qualcosa di concreto. Però in questo preciso momento in cui sto scrivendo, a sinistra della scrivania, ho un loro poster promozionale trovato in qualche giornale che mi fissa da dietro ai vestiti appesi all’attaccapanni. Questa stessa mattina ho annunciato al mio padrone di casa che a fine luglio leverò le tende e dovrò tornare a casa dei miei, là in quella camera con un altro poster dei taking back sunday appeso sulla porta, sempre trovato in un altro giornale molti anni prima di venire qui, in quei tempi in cui il mio pensiero fisso era andarmene da casa il prima possibile.
Tutti quegli scaglioni di concerti (visti quattro volte) e le solite cose passano onestamente in secondo piano, con tutto il rispetto per le persone e per i momenti a cui sono collegati.

How about I’m outside of your window? Ah, c’è anche caso che non mi troverai più qui dentro.

nsfw: la copertina senza veli


Tutti i treni presi in fretta e i cancelli scavalcati

I Fine Before You Came sono forti. Quando senti i dischi ti danno quell’impressione di persone che si prendono tanto sul serio, che nascondono i significati profondi sotto quelle parole semplici e quei giri un po’ storti e melodici che piacciono tanto; poi quando li vedi dal vivo viene da chiedersi ‘ma come fanno ad essere così supercazzoni e scrivere delle cose che ti fanno piangere per dei giorni?’. Ecco, anche ‘Ormai’, uscito così senza preavviso ieri sera – cioè due ore fa, dato che sto scrivendo ed è ancora domenica -, ha lo stesso effetto: ha quel potenziale nucleare di piangerone che se uno ci si ritrova un minimo finisce in una valle di lacrime e gole secche. Ed è bellissimo perchè ha delle canzoni bellissime, che suonano un po’ Sfortuna, un po’ Cultivation Of Ease, un po’ il disco omonimo e un po’ tanto Fine Before You Came senza troppi paragoni. È uno di quei dischi che fa prendere male in un momento non precisato della giornata.

Sono solo al terzo ascolto mentre sto scrivendo ma non penso di essere comunque psicologicamente pronto a mettermi in autobus a sentirlo, sentirlo in macchina o ancora meno in bici mentre fumo, con gambe che tremano dal freddo. Ma se per quello non ero nemmeno pronto per un disco nuovo dei Fine Before You Came, con quel mio brutto vizio di leggere i testi prima ancora di sentire tutte le canzoni.

Così in camera davanti al computer non ha l’effetto che deve avere, perchè Sasso potrebbe essere la canzone dell’anno e prima o poi capiterà di ascoltarla al binario tre aspettando il solito treno regionale. Oppure perchè Magone ha quelle due righine che ti spaccano di nuovo giù e non ha un cazzo di niente di senso se non quello di far risalire la rabbia e il senso di sentirsi usato/rimpiazzo che riappare ogni volta che faccio un piccolo salto indietro nel tempo. Ma ci sarebbe da riempire questo post di citazioni delle canzoni e di cazzi miei, quindi non ha nemmeno senso continuare a parlare del tempo che non c’è più, di tutte le fatiche intraprese ogni volta e delle epifanie posticce che fanno capire più di ogni singola spiegazione. Dopo tutto, quando fuori non piove qui non è affatto male, a parte il fatto che ultimamente, che ci sia pioggia o sole, me ne stia sempre di più a pensare a tutto il via vai di persone passate con gli anni che a pianificare in che modo liberarmi del senso di delusione a lunga gettata. E cari amici Fine Before You Came non siete di certo di aiuto ma non vi terrò il muso, perchè ‘Ormai’ è davvero un disco che fa venire quel magone trattenuto a fatica, quel taglietto fra le dita con il foglio stronzo della risma nuova o con la scatoletta del tonno. Lacrimare come se non ci fosse un domani è obbligatorio come lo smoking alla cena del casinò di Montecarlo.

(Che poi che differenza fa se era un parcheggio vicino al mare, i ruderi di un parco divertimenti nascosto dalla nebbia o un parchetto pubblico? Tutto quel parlare e parlare che rimbomba nelle mie orecchie prima o poi diminuirà e sarà solo una questione di dimenticare di nuovo tutto, almeno fino al prossimo ascolto di ‘Ormai’. È un cerchio che si dovrebbe chiudere e che potrebbe magari aiutarmi a piegare le camicie e metterle in ordine nei cassetti, non posso lasciarle tutte sul letto così alla rinfusa. Devo liberarlo per sdraiarmi a pensare al senso di vertigini di quando scavalco il cancello di casa da ubriaco e alle corse per prendere i treni.)

Lo ripeto, sei un disco bellissimo ma fai un po’ malino. Magari è colpa mia che non sono in giornata ormai da un bel pezzo. [lo si scarica qui]


Only three (simple) words come to mind.

La prima settimana di gennaio è con alto tasso di probabilità il periodo peggiore dell’anno. La motivazione potrebbe risiedere nelle sole due parole ‘buoni propositi’, perchè volenti o nolenti quei dieci minuti minimo a testa in su a pensare ad ipotetici piani di riuscita e/o analisi degli anni precedenti arrivano per tutti, e quando ci si trova lì in mezzo non si riesce a fare una scelta. Per me l’ago della bilancia pende e ha sempre peso soprattutto verso la seconda opzione, cosa che si è fatta notare anche nelle scelte musicali da proto bimbominkia con le palle girate. Mi sono infatti ritrovato a partire con un cd dei Glassjaw per capodanno per arrivare in questi giorni a vecchie perle poserone come Silverstein, il primo degli Used e tanta roba che non ascoltavo da anni, fuorchè What It Is To Burn che torna ciclicamente almeno quelle due volte all’anno.

Domanda: chi me lo ha fatto fare un sabato notte – circa le 4 del mattino – di sedere sul marciapiede e fumare l’ultima sigaretta del pacchetto ascoltandomi, appunto, i Finch fino a non sentire più le mani? La motivazione risiede lì, in quella lista di buoni propositi, nei vizi e nel cd che girava in macchina durante il viaggio di ritorno: una compilation glam dimenticata dentro al cruscotto dall’autista, senza nessun nome scritto sopra, messa su per curiosità e rimasta poi fino davanti al cancello di casa mia, da dimenticare immediatamente. Mi sono ritrovato a testa in su, prima morto nell’umidità 0° e poi a letto, con l’ipod nelle orecchie a fare un salto indietro di anni rileggendo le mie vecchie biografie di Emotional Breakdown – nel caso qualcuno si fosse mai chiesto cosa stesse a significare ebd dopo il nome – e il tentativo di propormi piani a scadenza annuale. Quella dei Finch era pronta in qualche file di word, persa in format del pc fisso o magari infilata in qualche cd dati sparso per casa, mai pubblicata e vai a ricordarti il perchè.

Da wikipedia:

Finch was an American rock band from Temecula, California. The band released an EP Falling Into Place and two full-length albums, What It Is to Burn and Say Hello to Sunshine before declaring a hiatus in 2006. Finch reformed in 2007, playing a reunion show on November 23 at the Glasshouse in Pomona, California. They released a self-titled EP a year later, and were in the process of writing their third studio album when they disbanded in late 2010.

Non so se chiamarla casualità l’essere arrivato ai Finch il primo sabato di gennaio, direi piuttosto che è stato un percorso andato a braccetto con i miei pensieri di questi tempi, di cui appunto tutto il correre a ritroso e cercare involontariamente di rivedere volti che a fatica ricordo, così perchè i buoni propositi li conosco e ho avuto parecchio tempo da impegnare prima di prendere sonno.
Il concetto sembra un po’ lo scappare indietro indietro verso i rimorsi ma quel movimento involontario della materia grigia vuol semplicemente raggiungere un punto di rottura X con in mano ago e filo per rappezzare ricordi che in minima e minuscola parte non vuoi che scompaiano del tutto. Charlie Kaufman goes Drive-Thru senza l’intenzione del fare, giusto un viaggio nel tempo indietro fino a un sacco di anni fa. Tipo una corsetta sul posto con anni di scatoloni – quegli scatoloni – in mano da portare in un posto distante che collego a What It Is To Burn, senza se e ma ancora il grande discone dei Finch che non mi abbandona mai, magari arrugginito negli inserti elettronici – che sarebbero comunque potuti essere molto peggiori se non ci fosse stato in cabina di regia Mark Trombino – ma molto migliore del novanta percento di tutti i gruppi frangia-urlo-breakdown che girano ora. Disco di cui sono consapevole faccia ridere parlarne ora ma che porta con sè anni di ricordi che adesso pesano pochi grammi.

I Finch non erano altro che una ex cover band dei Deftones con un cantante che si muoveva come una scimmia e cantava insomma vabbè, un bassista che sembrava sotto metanfetamine e il batterista peggio cagacazzo della storia: l’uomo che ha sdoganato il doppio pedale in tutto lo ‘screamopop’ o come veniva definito in quegli anni ma che ha pure partorito una delle cose più soddisfacenti e facili da suonare in cuffia, ossia quel parapara tum tum para tum tum tum del break di What It Is To Burn.

Però ecco, quanto era un disco della madonna immacolata? Quando salivano le urla di Daryl Palumbo veniva davvero da correre e spaccare la faccia a qualcuno, altro che corsetta sul posto. Da aggiungere anche quel With my hands around your neck who will stop me now? di Three Simple Words che aggiungeva valore alla cose e strozzava quel grido di vendetta mai riuscita.

L’ipotetico viaggio nel tempo è finito con una notte quasi in bianco, salvata in corner da quattro ore scarse di sonno ma un atterraggio morbido sul materasso, senza rimanere bloccato dai ricordi – che sono stati per la maggiore insipidi – e trasformare la voglia di salvare due momenti in croce in intenzione vera e propria di tornare indietro e rimanere. C’è chi si ammazza pur di restarci.

Il 25 marzo What It Is To Burn compie dieci anni, io due conti di tutto il tempo passato me li sono fatti, non per niente ho tirato su sto pippone tutto disconnesso che non ha il minimo senso se non quello di dire che la colonna sonora è stata quel disco lì, e il risultato che è uscito sulla calcolatrice non mi è piaciuto per un cazzo di niente.


Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.

Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa.  Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.


The Commander Thinks Aloud

Non c’è niente di nuovo, che a Christopher Ender Carrabba e compagnia bella piaccia suonare canzoni altrui non lo si è mai dubitato, vedi l’unplugged di MTv con le cover dei R.E.M., The Wired Tapes con pezzi dei Movielife, dei Grade eccetera e ovviamente quella fatte ai concerti, per citare quelle di cui sono a conoscenza dico El Scorcho e Summer Of ’69 ma magari ce ne sono pure altre.

Indipendentemente dalla mia ormai bassa sopportazione nei confronti del fenomeno delle cover io a Chris e agli altri voglio un incondizionato bene della madonna, ma mai mi sarei aspettato una specie di Wired Tape personale. Invece l’hanno fatto ancora, anzi, l’ha fatto da solo Chris. Si è privato della ragione sociale Dashboard Confessional, chiuso in garage con le cassette registrate dalle stazioni radio dei college e seduto per terra si è messo a suonare alcuni pezzi che uscivano dalle casse per i fatti suoi con l’acustica, la camicia di flanella e il solito cappello che si mette sempre. Mi piace immaginarlo così, come nell’altro post in cui parlavo di loro mi piaceva immaginarli sulla spiaggia mentre li ascoltavo dalla macchina.

La tracklist di questo Covered In The Flood è abbastanza eterogenea. Passa dai Big Star di una I’m In Love With A Girl degna di nota ai R.E.M. di It’s The End Of The World As We Know It – forse lui è davvero l’unico che può permettersi di rifare i pezzi di Stipe, mettiamo pure Blake Schwarzenbach proprio perchè è lui – passando attraverso Guy Clark, i Long Winters e We Used TO Be Friends dei Dandy Warhols(!?), il tutto in una salsa folk da stivale con lo sperone che cavalca l’onda della moda in maniera genuina, ogni tanto inserendo qualche altro strumento e una voce femminile in aiuto. So Long Sweet Summer, Chris ci ha chiaramente donato un suo capriccio ben cantato e suonato che non può essere paragonato ai dischi full band con l’altra identità ma che sicuramente troverà posto sullo scaffale dei cd, magari non interamente ma qualche canzone rimarrà in testa a tutti. Perchè il Carrabba ci mette poco a farsi piacere. Sa cosa deve fare e anche quando lo fa peggio del solito è sempre bello vederlo tornare da noi.


They offer a welcome when you are leaving

Quest’estate nel paesino dove abitano i miei genitori sono passati a suonare un tot di gruppi, alcuni addirittura piacevano pure a me, rinomato cagacazzo musicale. Sono venuti gli Strung Out, i Bane, gli Unearth e agli Evergreen Terrace. Proprio con il chitarrista di questi mi sono fermato a parlare mentre davo una mano al baracchino del catering – all’aperto e alla mercé delle zanzare vallive, razza più cattiva e testarda delle più comuni spaccamaroni estive – per un paio di ore del più e del meno ma soprattutto di gruppi dei bei tempi che furono, per me che li ho ascoltati e ascolto fino allo sfinimento e per lui che ci ha condiviso palchi e strumenti, il tutto nato dalla mia maglietta dei Thursday con l’omino con ombrello che avevo indosso quella sera. Craig è la persona più pacata del mondo, tolto il fatto che durante tutto il nostro chiacchierare si è scoltato una bottiglia di Jim Bean offrendomene ripetutamente sorsi. Gran parlantina, battute a profusione e tasso alcoolico che saliva pian piano. Grossi discorsi non se ne sono fatti, abbiamo parlato quasi esclusivamente di musica decantando le gesta di Further Seems Forever, di cui non sapeva nemmeno della reunion, della prima volta che ha sentito Chris Carrabba da solo tramite qualcuno di qualche altro gruppo – oserei dire From Autumn To Ashes perchè mi manca il collegamento che mi ha portato ad impezzarlo su quanto fosse figa la voce di Francis Mark – e un suo super pippone sui Jimmy Eat World, il suo gruppo preferito. Un sacco di chiacchiere fra i rutti del cantante dei Bane e altra gente che mangiava carote e vegetali vari.

Oggi i Promise Ring hanno confermato di essersi riformati e di avere in cantiere un disco di inediti e pezzi rimasti fuori dalle sessioni di registrazione ma non ne ho voglia di sentir parlare dell’ennesima reunion. Martedì si sono sciolti i Thursday, quelli di Full Collapse, quelli del cambio di tempo in Signals Over The Air che ai tempi non riuscivo mai a beccare quando me la suonavo in cuffia ma in primis quelli di Jet Black New Year, la canzone più figa che hanno fatto. E prima o poi la smetterò di scrivere solo dei cazzi miei.

Sul loro sito ci mandano un saluto e ci ringraziano di cuore. Noi chi siamo per giudicarli male o far delle storie sugli ultimi dischi?

I Thrice non sembrano stare bene nemmeno loro a detta di questo annuncio di lunedì ma non è la stessa cosa di Geoff e compagnia, non per una questione di qualità ma una cosa autobiografica. Poi non avete nemmeno ufficializzato la cosa, quindi..


Jess, I still taste you, thus reserve my right to hate you

Com’è la questione con i Brand New? Indubbiamente complicata se ci si approccia solo ora, familiare se li si è visti crescere come il nonno con la nipotina. La band di Jesse Lacey è una bestia strana, che è riuscita ad evolversi – forse meglio dire stravolgersi – nel tempo senza far sentire i primi dischi come prodotti obsoleti voluti dal senno di poi ma lasciando al fruitore la possibilità di mettere i cd sul letto e dire ‘molto bene, oggi mi sento più Your Favourite Weapon, me lo metto in macchina’ o ‘mi gira il cazzo a manetta, me ne rimango in casa ad ascoltare Daisy a volumi da denuncia’ senza dare quel senso di band bollita o passata ad un livello superiore. Il filo rosso è sottile fra i due scaglioni YFW – Deja Entendu, i più ‘pop punk’ se mi si possono passare sia il termine che le virgolette di rigore, e The Devil And God Are Raging Inside Me – Daisy, quelli con la fotta rumorosa e tanta rabbia, ma c’è sembra più una scia che congiunge le sinapsi di Lacey e un ipotetico abuso di psicofarmaci o qualsiasi altra droga che gli auguro di continuare ad usare se è questa la condicio sine qua non necessaria per dischi così belli. Non è volergli male, è voler pretendere dischi favolosi, ancora più arrabbiati e potenti come ormai è abitudine nel mio valorizzare pretese e/o aspettative.

Da qualche giorno gira in rete un leak di un tale concerto al Messiah College di cui la pagina wiki e tanto meno il sito ufficiale della band non proferiscono parola, ma che sarebbe l’unica spiegazione di una serie di concerti in Inghilterra a febbraio per cui altrimenti non ci sarebbe motivo. E si sente anche discretamente bene quindi non so quanto possa essere un bootleg anche solo di qualche fonico simpatico o giù di lì. O magari c’è da aspettarsi un dvd live della band sul mercato, che sarebbe un regalo bellissimo dato che il santo natale si avvicina e Jesse mi manca, che ormai sono due anni buoni che non lo vedo e voglio avere news sulle sue condizioni fisico psicologiche per accertarmi se l’uva pestata per fare un ipotetico prossimo disco è stata buona o sarà un’annata vinicola scarsa e di poco gusto, anche se per ora mi sembra tipo impossibile. A maggior ragione il live è la conferma che i quattro + uno/due (tipo la maglia di Ivan Zamorano) riescono ancora a sparare la stessa botta che m’ha colpito dritto in pancia al concerto di Londra e a suonare i pezzi vecchi con un po’ di cattiveria in più, quasi eliminando la barriera sopracitata.

Tutte queste preoccupazioni sono giustificate e l’rvm sottostante lo spiega più di mille parole.

La scaletta prende da tutti i dischi ma soprattutto finisce con Moshi Moshi, che è IL pezzo dei Brand New, e infila Millstone al secondo posto, con il grande rimorso di non averla mai potuta sentire personalmente dal vivo. Poi in Soco Amaretto Lime fa la stessa modifica che fece al concerto di Milano anni fa – ‘I’m just jealous ’cause you’re young and in love’ – e pure dalle cuffie attaccate al portatile mi è salita una pelle d’oca tremenda.


They sell sarcasm and constant fear

Con alta probabilità questo disco sarebbe da prendere traccia per traccia o nella sua linea di continuità con i precedenti episodi di questa trilogia concettuale che ha creato Chris Conley, in quello che lui stesso ha descritto come un periodo buio, solitario (sebbene si sia sposato e sia diventato padre) e difficile, ma io ogni volta che lo ascolto lo vedo più come un disco auto conclusivo, come le graphic novel, che un episodio finale. Comunque questo Daybreak dovrebbe essere il punto in cui l’eroe ritrova la luce, in cui si ricongiunge con l’oggetto di valore e se ne felicita, e così mi è arrivato alle orecchie. Messo a paragone con Under The Boards e Sound The Alarm è chiaramente quello meno oscuro, o meglio dire punta ad una tavolozza di colori che non sono solo toni grigi, unendo una suite di quasi undici minuti – cinque canzoni unite in una – con pezzi che rimandano allo stile pop punk dei dischi della golden age dei Saves The Day, ad esempio Living Without Love e Let It All Go, senza far sembrare tutto un gran mischione, anzi, unendo tutti i puntini con una biro viola come i capelli di Conley di qualche anno fa.

Che fossero quelli o no i valori su cui sono stati investiti i sentimenti, la rinascita,il rialzarsi in piedi e quel senso di appartenenza – o almeno così io ho letto fra ‘gli urletti’ – sono senza dubbio i temi portanti del disco, che hanno martellato parecchio la vita di Chris – e degli altri tre nuovi compagni di band, chissà quanto dureranno – e che lascia ben intendere nei testi fra quel pizzico di angst verso il passato che comunque rimane e che è, volente o nolente, una peculiarità dei STD. Detta meglio, c’è tanta riflessione e meno necessità di correre via a mandare qualcuna affanculo in un vulcano ma la forza di volontà sembra voler rimanere in prima linea, con un occhio critico rivolto verso il passato, privo di rabbia o rancore, visto semplicemente come una razionale analisi dei fatti.
Si descrive tutto benone qui

Is it all a waste of time?
We are born, we give in and we die,
Think of all the ways we try,
We wanna make it work, we wanna get it right

Tutto questo cantato con quel tono rognoso che mi piace tanto. Suonato meglio del solito. Con gli assoli.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 65 follower