Per cacciare le ossessioni mi divoro gli organi

Ma poi li avrà visti qualcuno i Laghetto? A che ora hanno suonato? È vera sta storia del topless? Tutte queste domande me le pongo seriamente perchè non sono riuscito ad arrivare fino alla fine dell’ultima – sembrerebbe – edizione dell’antimtvday, I didn’t survive the lightning bolt. Alle due mi sa che gli Inferno dovessero ancora suonare, ma si sa che gli orari dell’XM sono discretamente malleabili, e me ne sono andato a casa in preda alla stanchezza senza vedere la finta reunion dei Laghetto.

Quanti concerti ho visto dal palco grande? Uno solo. Quanti visti dalla porta? Un paio, perchè poi mi ero dimenticato del concerto degli ED nel palco sotto, tempo che ho occupato andando a mangiare. Ma non importa, la musica è brutta e le reunion sono peggio, soprattutto quando non si tratta solo dei Laghetto ma quella di tre quarti delle menti di EmotionalBreakdown in modalità carrambata – senza Mattia, where are you Mattia? Ma alla fine l’AntiMtvDay è anche e a volte soprattutto una scusa per poter ritrovare persone con cui si rimane in buoni rapporti solo grazie alla tecnologia, che si sposta per le occasioni grosse e questa di certo lo è. Alla fine bastava guardare il numero di persone presenti che parlava, mangiava, beveva e scorreva le dita fra i dischi delle distro per capire che tutto allo stesso tempo è e va oltre alla musica, all’autoproduzione e all’etica che ha portato alla creazione dell’AMD dieci anni fa e che porterà comunque avanti ad altre manifestazioni piccole, medie, grosse, dimensioni stadio Olimpico o Atlantide Occupato. Quello che mi piace di più dell’amd è appunto questo senso di amicizia che aleggia e che si protrae fino a quell’orario improponibile di fine concerti. Poi vabbè, succedono ste cose ma pur sempre di centro sociale e di Bologna del 2011 si parla.
L’AntiMtvDay (dieci) è stato nuovamente tutto questo, ma soprattutto un gran sbattimento da parte di Nico (Laghetto, Dune, Marnero) e chiunque coinvolto per tirar su per l’ennesima volta il carrozzone e portarlo avanti per i vecchi e i giovani amici. Amicizia in primis e a esser fondamenta di tutto.

Ma in tutto ciò i Laghetto li avete visti? I Gazebo Penguins sono stati forti e bellissimi come sempre, hanno suonato Legna nella sua tutta interezza meno una canzone; i Raein (che a questo giro non fanno nessun final show che poi diventa nuovo inizio) e La Quiete non lo so perchè dalla porta non si sentiva proprio bene però mi è parso di vedere un cambio di palco circense, i Disquieted By mi dissero essere stati bomba, stessa cosa gli Ed, Storm(O) e tanti altri.

Se ve lo siete perso o siete rimasti in giro a far delle gran chiacchiere qua c’è un po’ di roba in streaming.

Primavera Sound will never die but you will

E anche quest’anno per la quarta volta atterro in terra catalana per il Primavera Sound.

Le novità dell’edizione 2011 sono il ritorno dello scenario al Poble Espanyol che ospiterà la prima e l’ultima giornata di concerti, la malefica tessera ricaricabile (rivelatasi un fail) e l’ampliamento dei palchi al forum con l’aggiunta della venue Llevant, la più distante ma cruciale per l’esito della trasferta (ospiterà oltre a favolosi concerti anche il trionfo del Barca contro gli inglesi).

25 maggio @ Poble Espanyol

si entra nell’area del Poble con inaspettata facilità in leggero ritardo rispetto al primo evento, le tre giapponesi Nisennenmondai, che si riveleranno una gradevolissima sorpresa. Set ipnotico noise caciarone con brani lunghissimi, spaccano e salutano educatamente come tre giapponesi appunto. Poi è la volta delle Las Robertas, veramente insopportabili col loro fintogarage alla Vivian Girls e i loro coretti sempre uguali. Ci fanno un figurone i successivi Comet Gain ma solo perchè non ne potevo più delle costaricane.
Echo & The Bunnymen con alti e bassi. La riproposizione di Crocodiles e Heaven Up Here era una delle cose per cui avevo preso l’aereo. Non mi pare ci fosse altrettanto entusiasmo fra il resto degli avventori ma anche Ian non ci ha messo del suo per fargli cambiare idea. Sembrava alquanto infastidito comunque hanno suonato benissimo soprattutto Heaven Up Here. Sono riusciti ad infilare nel set 10 secondi di Roadhouse Blues e vabbene, poi però invece di chiuderla lì sono riusciti per dei bis in puro Billy Idol style.
A chiudere la giornata la favolosa esibizione di Caribou, suonata da Dio, l’unico modo per far digerire al sottoscritto certi suoni, impatto possente, luci adattissime, gente che balla, effetto Holy Fuck insomma.

26 maggio @ Parc del Forum

Si parte malissimo per ragioni organizzative. La tesserina bevereccia non funge o meglio non funge il sistema ad essa collegata nei relativi punti, attimi di panico, file infinite, smarrimento. Calarsi nello spirito del festival diventa difficoltoso. Si parte per quanto mi riguarda con Moon Duo alle 19 al RayBan. Lo sottolineo perchè in passato allo stesso orario dello stesso giorno dello stesso palco ero rimasto deluso da MGMT e Notwist e non c’è 2 senza 3. Mi assale una gran noia e me ne vado via verso la metà per raggiungere Mike Sniper AKA Blank Dogs. La scelta si rivela azzeccata ma sento che non tira ancora una buona aria nell’area del Forum.
Dopo un veloce rifocillamento torno al Pitchfork per The Fresh & Onlys e le cose vanno un pochino meglio.
Ma il primo vero gran concerto della giornata saranno i Public Image Ltd al Llevant. Paura ce n’era tantissima ed invece Johnny e la sua sgangherata truppa (Panariello al basso, Rag. Filini alla batteria e soprattutto il mitico Zio Tibia alla chitarra) regalano un set vivace ed elettrico, ipnotico e danzereccio prendendo a piene mani dal loro repertorio. Rise, This is not a love song, Albatross, Religion. Tutto clamorosamente bello. Zio Tibia regala anche un pezzo mandolino post-punk.
Ormai è notte e decido di fare la prima grossa rinuncia. Snobbo Nick Cave e i Grinderman e mi apposto all’ATP  per il signor Glenn Branca che si posiziona spalle al pubblico per dirigere la sua orchestra o meglio Ensemble di 6 elementi (4 chitarre un basso una batteria quote rosa rispettate per il 50%). Noise noise noise benedetto noise. Esaltante.
Chi invece è stata una grossa delusione, oppure chiamiamolo mal di testa e fastidio, sono stati i Suicide di Alan Vega (qualcuno mi ha fatto notare la somiglianza con Califano) e Martin Rev (con indosso gli occhiali truzzi da litorale basso laziale). Ho resistito fino al quinto brano, poi ho gettato la spugna e ho preferito posizionarmi in maniera decente per il big event della giornata.
I Flaming Lips. Posizionarsi ha il suo perchè. Vivere questo show a ridosso del palco lo ritengo determinante perchè non tutto è stato perfetto. Ci ho ripensato tanto a questo concerto una volta a casa. I Flaming Lips da anni fanno uno show molto incentrato sull’impatto emotivo e su quello che succede sopra e sotto il palco (coriandoli, palla gigante con Coyne dentro, luci ad effetto, comparse vestite a tema – il mago di oz stavolta – , mani giganti che veicolano raggi laser etc. etc.) e meno sulla performance musicale. Cioè non dico che hanno suonato male dico che per gli standard normali verrebbe da dire che fanno sempre troppe poche cose vecchie e che suonano troppi pochi pezzi (una decina in un’ora e mezza sono pochi). Però è sempre un’ora mezza esaltante se vissuta in un certo modo. Io sono rimasto un pò contraddetto dal fatto che non abbiamo suonato Soft Bulletin però ho goduto tantissimo su What is the light, Race for the prize e She don’t use jelly perchè con buona pace di tutti gli avventori dell’ultima ora The Yeah Yeah Yeah song e Yoshimi non saranno mai a quel livello. E un collaboratore di junkiepop ha avuto l’onore di “fare” il concerto direttamente sul palco. Lunga vita a tutti.

27 maggio @ Parc del Forum

Oggi si comincia prima. Niente panico, forma smagliante, soliti giri per negozi a caccia di cd e vinili e giù al Forum.
Al Forum non c’è nessuno. Il mondo si trova all’Auditori per DM Stith e Sufjan Stevens che io ignoro bellamente dalla nascita (la mia dico) e quindi il resto della compagnia mi abbandona e chiede “ma che ti vedi a quell’ora?” Apro il programma e leggo Vice ore 17 Berlinetta(!). Con quel nome e le credenziali del libro-guida (At the drive in/Fugazi) la scelta è obbligata. Beh quando attaccano a suonare siamo in 10 sotto il palco e 5 sono loro amici. Gli altri 4 gente di passaggio per una birra. Ora direi che il libro-guida esagerava ma fanno il loro dovere di emocorers sulla falsa riga di Garden Variety et similia.
Rimango in zona Vice e mi sparo il set di un’altra band spagnola i Kokoshca. Loro sono più indie, gradevoli, quasi una versione indigena dei nostri Cat Claws. Dopo il finale di Julian Lynch di cui decido di non parlare mi avvio al RayBan per The Monochrome Set, ma la cosa mi lascia alquanto indifferente e lo ricorderò solo per essere stato il concerto visto al fianco di Bradford Cox, sostituito, poco dopo il terzo fan / terza foto, da Mike Sniper che invece non si è cagato nessuno.
A quel punto, visto che nessuno chiede foto manco a me, me ne vado al Pitchfork a distruggere tutto con i Male Bonding che suonano un perfetto killerset punkgaze buonissimo per zompettare e scapocciare.
Dopo breve rifocillamento e una velocissima puntata (e ritirata) per James Blake, c’era troooooppa gente, mi posiziono quasi in transenna per il mio top5# concert, Pere Ubu performing “The Annotated Modern Dance”, annotated è d’uopo in quanto il buon David Thomas tra un pezzo e l’altro ci regala appunto annotazioni sulla genesi dei pezzi ma in verità sono piccoli sketch da cabarettista consumato. Io lo vedrei benissimo a fare spokenword con Rollins. Viene giù il teatro.
A si, poi hanno fatto un concerto mastodontico e si è pogato un casino.
Felice, soddisfatto e spossato mi dirigo sulle gradinate dell’ATP per i Low. Purtroppo, nonostante una bella esecuzione e ci mancherebbe altro da questi qui, i volumi sono semplicemente ridicoli e troppo spesso arrivano folate di Perrosky dal palco Adidas originals. Si finisce con un “family is important” e viva Stefania Sandrelli.
Il Llevant è a due passi per fortuna e poco dopo la mezzanotte va ad iniziare il mio top3# concert. Deerhunter. La band di Bradford Cox si conferma la miglior cosa dell’indie degli ultimi anni. Rimango schokato dalla padronanza dei quattro che decidono di fare un set possente e fuzz senza rinunciare a quelle code psichedeliche tanto usate in occasioni passate. Questi possono fare ciò che vogliono dei loro pezzi. Caratteristica dei Grandi. La versione doom di Helicopter ne è la prova.
Sono quasi le 2 e si avvicina il momento più atteso dalla maggior parte dei presenti. Sono tornati i Pulp di Jarvis. Arrivo che il San Miguel è stracolmo e seguo il concerto a distanza. Io non sono mai stato un loro seguace, conoscevo soprattutto i singoloni e pochissimo altro ma è innegabile l’impatto scenico e da performer consumato di Jarvis, un vero e proprio animale. Entusiasmo alle stelle e gran bel concerto. La versione live di un brano (scoperto poi che si trattava di Feeling called love) mi ha lasciato senza parole.
A finire la giornata arriva la delusione più cocente del festival. Al RayBan arrivano i nuovi Battles. Tyondai non c’è più, c’è un nuovo lavoro appena uscito e l’impressione è che non si siano lasciati proprio benissimo ecco. Diversi brani eseguiti appunto dal nuovo Glass Drop con visual dei featuring alla voce e man mano che passava il tempo la noia saliva. Anche i tre rimasti non mi sono sembrati in perfetta sintonia. Ogni tanto sparivano dal palco a turno e mi è sembrata proprio voluta, per far capire l’aria che tira internamente, la cosa di non suonare Atlas e neppure Tonto. ‘Fanculo fanculo fanculo.
Nanna.

28 maggio @ Parc del Forum

Arrivo trafelato al Llevant in leggerissimo ritardo sulle 17:30 per The Soft Moon. Li avevo visti da poco a Roma in un club piccolissimo e credevo, sbagliando, che quella fosse l’unica loro location consona. La loro cold wave temevo risultasse indigesta ad un festival simile su un palco molto grande ad un’ora poco adatta. Invece fanno un set molto “grasso” e per fortuna con volumi accettabili e gli avventori ballano pure. Good job.
Poco dopo è la volta della new-sensation indierock. Yuck. Un frullato di Sonic Youth, Dinosaur jr Pixies e tutta quella roba lì. Derivatissimi. Però hanno fatto un bellissimo set e hanno confermato la bontà della loro scrittura. Ogni brano un potenziale singolo fino alla chiusura slabbrata di Rubber.
Torno al Llevant per Warpaint, quattro ragazze losangeline e il libro guida mi cita postpunk-CocteauTwins-Siouxsie. Me cojoni. Ma insomma mai fidarsi del libro guida. Io direi più Foals o Yeasayer. Però son da tenere d’occhio, creavano paessaggi sonori molto interessanti e vari.
Sul palco principale San Miguel inizia il live dei Fleet Foxes. Il loro primo album fu per me una sbandata molto consistente ma sul secondo ho grosse riserve e difatti la resa live me lo ha confermato. Secondo me non c’è paragone fra i brani. Loro sono bravissimi da vergognarsi proprio e fanno un concerto pazzesco supportati da un sesto elemento che suona qualsiasi cosa inanimata che passa sul palco.
Iniziare un concerto seduto sulle gradinate e finirlo a headbangare sotto il palco. Quello che mi è successo col mio top#4 concert, Einsturzende Neubauten, avanguardia rumoristindustriale di livello esagerato. Sentire il caro Hans Christian Emmerich arringare la folla in tedesco è da erezione immediata. Romani, spero non ve li siate persi all’Auditorium.
A questo punto, cedo ai richiami più insani e guardando l’orologio mi rendo conto che Barcellona e Manchester sono agli sgoccioli di partita. Mi ritaglio un quarto d’ora e raggiungo il Llevant dove hanno dato una pausa al programma e hanno allestito 3 schermi per il match. Arrivo al novantesimo spaccato e mi godo la festa blaugrana.
Ma bando agli entusiasmi calcistici, siamo pur sempre ad un signor festival e poco dopo le 23 mi apposto all’ATP per un signor concerto, quello di Dean Wareham accompagnato da moglie e band per suonare i Galaxie 500. E’ stato senza ombra di dubbio il set dal cuore più grande. Decido di viverlo appostato sulla collinetta alla sinistra del palco e l’emozione si taglia a fette.
La mezzanotte è ormai passata quando arriva il momento più infame di tutte le edizioni di Primavera Sound a cui ho assistito. In contemporanea suonano Mogwai, Swans e appena poco dopo Jon Spencer. Scarto il buon Jon perchè già visto e decido per gli scozzesi visto che quasi tutti vanno da Michael Gira. A sentire chi è stato là gli Swans hanno fatto calare un martello dal cielo per percuotere la terra catalana ma il cielo glielo hanno squarciato i Mogwai, letteralmente.
Oltre ai brani dell’ultimo, grande come al solito, album e ad una dedica per la recentissima scomparsa di Gil Scott-Heron e una per il Barcellona FC (batterista con tanto di maglia), un suono possente ed una esecuzione IMPECCABILE di cose passate. Su tutto questa. Top#1 concert.
Giornata memorabile fino ad ora. Nulla da dire. Mancava un pizzico di rock ‘n roll selvaggio e niente di meglio che i Pissed Jeans. Concerto noise/punk/hc sfascione di tutto il festival. Pogo delirante sotto il palco dal quale mi sono sottratto a fatica.
A dire il vero manca un’ultima cosa alla giornata. Una bella dancehall all’aria aperta. Si corre di nuovo al Llevant dove Dj Shadow è atterrato con la sua Shadowsphere in anticipo sul programma fregandoci un pò a tutti. Ma il set è una ficata, qualche estratto da Endtroducing e un sacco di breakbeat jungle/d’n’b. Festa.
Saluto il Forum mettendomi alle spalle la giornata con la qualità media più alta di sempre.

29 maggio @ Poble Espanyol

La domenica la spendiamo girando per il centro della città facendo visita agli Indignados in Placa Catalunya e cercando inutilmente di intercettare il pulmann del Barcellona nel tragitto fino al Camp Nou.
Poi nel tardo pomeriggio ci ripresentiamo al Poble snobbando quasi l’intero programma per vederci soltanto l’esibizione dei Mercury Rev che ripropongono per intero l’acclamato Deserter’s Songs. Mi rendo conto solo in quel momento che è tipo la quarta volta che li vedo è sarà a conti fatti la peggiore. Loro bravissimi e Donahue solito cerimoniere sempre un pò sopra le righe ma forse per la troppa vicinanza al palco sento solo dei gran bassi e chitarre assenti.
Poco prima dei bis ci allontiamo velocemente per l’ultimissimo appuntamento della trasferta.
All’Apolo Club festa di chiusura con i Black Angels. L’Apolo Club avevo avuto il piacere di testare in passato e si conferma una venue coi controfiocchi, poi metteteci una esibizione hard-rock psichedelico-circolare dei nostri eroi e una bella seconda fila e avrete il mio top#2 concert. Non poteva esserci conclusione più degna di questa.

Come ogni anno dico che questo sarà il mio ultimo Primavera Sound. E quindi “questo sarà il mio ultimo Primavera Sound”. Tanto ci provo gusto a sparare iperboli.

I Wanna Rock and Roll all night and party every day: Primavera Sound 2011

Personalmente non sono un grande amante dei festival all’aperto, preferisco di gran lunga vedere concerti in posticini piccoli e fumosi (no, fumosi no, quello lo odio ma ci stava bene scriverlo) dove il contatto con la band è il più intimo possibile, ma quando ho visto la line up del Primavera di quest’anno non ci ho pensato un attimo ad archiviare le mie remore e catapultarmi ad acquistare il biglietto.  Per un paio di mesi ero esaltatissimo all’idea di tutto quel ben di dio ma la rottura di palle si è presentata puntuale con l’uscita della time table, dove per forza di cose, suonando millemila gruppi, io e i miei compari siamo stati messi di fronte a scelte difficilissime, ponderate nemmeno fossero d’importanza vitale, su quale gruppo vedere al posto di chi, in base ad arzigogolatissimi criteri tipo “no loro li ho già visti nel 2005 ma adesso hanno fatto due album poi magari il set è cambiato loro invece sono vecchi poi muoiono magari” robe così. Dopo un paio di riunioni, votazioni in urna chiusa, schemini alla lavagna e scambi di messaggi e lettere elettroniche abbiamo stilato un piano d’azione serratissimo per mettere a ferro e fuoco Parc del Fòrum, e preparati armi e bagagli siamo partiti con le tasche piene di sogni. Purtroppo sull’onda dell’entusiasmo abbiamo preso un volo ad orario abominevolmente mattiniero, tipo le 6.35, che tradotto significa che ho dormito un’ora che dovevo vedere l’ultima di The Killing e recuperare Firefly. Quindi arrivati a Barça, invasa la casa dell’amico che ci ha ospitato, dopo un breve pellegrinaggio per il centro, un tentativo di pisolino sulla nuda terra di Parc de la Ciutadella e un ricchissimo pranzo in un ristorante vegetariano bombissima, ci siamo presentati in ritardo al festival perdendoci il primo di una lunga serie di gruppi, i Toundra, gruppazzo post rock spagnolo parecchio figo e trovandoci nel pieno del set degli Emeralds, che mi piacciono parecchio ma che con i loro suoni dilatati e psichedelici, uniti alla brezza marina e alla stanchezza, a momenti rischiano di mandarmi al creatore. Ed infatti, proprio quando il battito cardiaco sta talmente rallentando da lasciar presagire il coma, decido di darmi una scossa e andare a visitare gli stand di dischi, mossa che col senno di poi si rivelerà, assieme alla malaugurata presenza di Nick Rhodes e Horse coi loro maledetti poster in silkscreen (assieme ai vegan brownies di Lujuria Vegana e all’acquisto indiscriminato di vinili saranno la mia ossessione per tutta la trasferta spagnola) totalmente disastrosa sul piano finanziario. Rientro in me giusto per vedere la fine del set dei Blank Dogs,  sempre fighi (il giorno dopo, mentre chiacchieravo con miei vecchi bandmates ormai trasferitisi da tempo a Barcellona, Michele dei D.U.N.E, i Breach italiani, e Beppe, entrambe ex Revolution Summer, che non vedevo da un botto e che ho beccato in un momento quasi surreale in mezzo al delirio generale, è sbucato pure Marco degli Smart Cops con un paio di scarpette frangettate tutte matte che è in giro con la band di Brooklyn come tour manager, pensa te) per poi tentare di procacciare del cibo. Operazione tutt’altro che semplice visto che il portale del festival è collassato da ore creando lo scompiglio tra chi ha caricato dei soldi sulla tessera elettronica (non io che queste diavolerie le vedo come fumo negli occhi), unico modo per poter comprare da bere e da mangiare. In nostro aiuto come un’oasi nel deserto è giunto il banchetto dei falafel, buonissimi, che però non vende acqua: disagio a palate. Con la pancia piena si fa tappa ai Seefeel che non mi impressionano particolarmente per poi virare sui P.I.L.  che, devo dire, nonostante  Johnny Rotten faccia sempre di tutto per mettermi tristezza (basta tingersi i capelli Johnny, e datti una pettinata che hai sessant’anni!), ha ancora un’energia incredibile e contagiosa, tanto che quello che mi pare sia il bassista dei Seefeel a una certa ha pensato bene di calarsi le braghe e ballonzolare mostrando le chiappe ad un passo da me. Energia probabilmente dovuta agli svariati additivi che ha ancora in circolo nel sangue, tant’è che lo stagionato Johnny è riuscito a tenere il palco alla grande per più di un’ora, sebbene a parte i primi due dischi il resto della loro discografia abbia la tendenza a sciancarmi i maroni. Dopo i P.I.L. è il turno di uno dei migliori set di tutto il festival, i Grinderman, che con i loro impeccabili completi spianano il palco principale con un live infocatissimo. Nick Cave e Warren Ellis sono scatenati e il frontman non si lascia fermare dalle transenne e cerca continuamente il contatto col pubblico, idolo totale. Alla fine del concerto Cave intima alla folla di andare a vedersi i Suicide che suoneranno di lì a poco (e infatti tra il pubblico ci saranno pure Ellis e lui con un calice di vino in mano, da vero uomo di stile quale è) e anche qui, nonostante la tristezza del vedere Alan Vega (in pieno Gheddafi style) e Martin Rev conciati come due pagliacci finto giovani con tanto di occhiali coi led e berretta con le fiamme (spero vivamente abbiano licenziato il proprio consulente d’immagine perché porca puttana non si potevano proprio vedere), i due vecchiardi nonostante seri problemi motori e di deambulazione hanno comunque energia da vendere e il loro primo lp è una bomba nucleare, quindi sebbene io e i miei compari fossimo completamente spappolati dalla levataccia mattutina sono riusciti a tenerci svegli alla grande. Non posso dire lo stesso dei Flaming Lips che saranno anche una delle 50 band da vedere prima di morire ma a me personalmente han fatto due palle così. Già Wayne Coyne che si presenta con una stola di pelliccia al collo mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, quando poi è partita la manfrina a base di coriandoli, pupazzi gonfiabili e grupie vestite da scolarette ad agitarsi sul palco, la catena è definitivamente scesa. Se voglio vedere queste puttanate me ne vado al circo, così con occhi stanchi, menti stanche e anime stanche ce ne siamo andati a letto.

La nottata non è certo stata tra le più tranquille, la polizia ha avuto la bella pensata di tentare lo sgombero di Plaza Catalunya, presidiata dagli Indignados, a un tiro di sputo da casa dell’amico che ci ha ospitato. Veniamo quindi svegliati da un via vai di elicotteri che nemmeno in Vietnam, ma nonostante le cariche la piazza non si piega e tutto resta com’è. Checcazzo, viene da pensare come mai in tutto il resto d’Europa ci siano focolai di scontento di questo tipo meno che in Italia. Se non altro qui a Milano abbiamo da poco dato un calcio in bocca alla Moratti quindi non mi lamento troppo. Chiusa parentesi. Dato che il pomeriggio della seconda giornata regalava ben poche emozioni, dopo una merenda a base di Tapas e un giretto in centro, arriviamo al Parc del Fòrum giusto in tempo per sentire una manciata di canzoni di James Blake, che ancora non ho capito se mi piace o meno, ma siamo troppo indietro e l’acustica risente di quello che sta succedendo nei palchi vicini, quindi decidiamo di levare le tende e andare a prendere il posto per quello che sarà un altro dei migliori concerti del festival, i Pere Ubu che rifanno The Modern Dance. David Thomas è un mattatore nato e tra un pezzo e l’altro arringa la folla con aneddoti su orsi e ufo e storielle sulle sue ex fidanzate, davvero un idolo, sempre a trincare dalla sua fiaschetta, sarei voluto salire sul palco ad abbracciarlo. Quel disco è una manata e ovviamente il quintetto di Cleveland ha spaccato i culi. Stessa cosa i Low subito dopo, gran gruppo, mi basta vedere la batteria sul fronte del palco settata per esser suonata in piedi per esaltarmi, al loro concerto incrocio un Michael Gira in Stetson intento a fumarsi un sigaro come un novello JR Ewing, bomba. Dopo il terzetto di Duluth è il momento di uno dei gruppi che più aspettavo di vedere, perché nel corso degli anni per un motivo o per l’altro non ci sono mai riuscito, gli Explosions in the Sky, per i quali, a malincuore, rinuncio agli Shellac. I texani partono farfugliando qualcosa a sostegno della protesta degli indignados e incendiano il palco con le loro chitarrine esplosive. Gran cartole e pure i pezzi del nuovo album che non mi ha convinto troppo (ma ha il fottuto packaging più bello della storia dei fottuti packaging) son belle cariche. Quando fanno Your Hand in Mine e The Birth and Death of The Day la pelle d’oca è obbligatoria e con la testa torno a Milano da una persona davvero speciale, peccato per l’inglesina davanti a me che approfittando della momentanea assenza della morosa di un regaz tatuato non è stata zitta un secondo tentando ogni sorta di bassezza nel chiaro intento di farsi bombare. Non è che perché in un pezzo non è ancora entrata la batteria allora sei autorizzata a far casino, brutta stronza in fregola che tu sia maledetta. All’ 1.45 iniziano i Pulp ma siccome siamo tritati e dobbiamo tirare fino al concerto dei Battles alle 3.45, optiamo per stravaccarci sulla collinetta davanti al palco stando ben attenti a tenerci alla larga dalla palude provocata dallo straripamento dei cessi chimici. L’orrore, l’orrore. Jarvis Cocker è carichissimo e a metà concerto un tipo chiede alla sua ragazza di sposarlo che è davvero una mossa della madonna, perché dopo che fai un gesto del genere davanti a millemila persone con a fianco Jarvis che fa il simpa, lei mica ti può dire di no, farebbe troppo la figura da stronza, quindi cinque alti per lui. I Battles sono degli animali venuti giù dalla luna, soprattutto il batterista con il suo crash settato a due metri d’altezza. Anche se dal primo album le cose sono un po’ cambiate il nuovo materiale a me garba parecchio e dal vivo rende un bel po’. I tre newyorkesi non si son fatti scoraggiare dall’abbandono del cantante Tyondai Braxton e hanno ingaggiato una serie di guest vocalist, tra i quali (uno spaventoso) Gary Numan e Kazu Makino dei Blonde Redhead, tutta gente che hanno ripreso mentre cantava i pezzi in modo da poter proiettare i loro faccioni su tre schermi alle loro spalle mentre la voce veniva mandata da mixer, creando un effetto davvero notevole ed efficace. Con apprezzabilissima spocchia, se ne fottono della fanbase e non fanno Atlas (che comunque mi sarei ascoltato volentieri), e noi ce ne torniamo a casa a fine concerto tutti contenti alle 6 del mattino, cosa che mi fa sentire parecchio giovane anche se dentro sono morto.

Il terzo giorno ci si sveglia relativamente presto perché vogliamo accalappiarci i posti per i concerti di John Cale e dei Mercury Rev che fanno tutto Deserter’s Song e siccome sono all’auditorium del parco bisogna essere veloci come coguari  e prenotarsi l’ingresso o si resta fuori. Siamo talmente veloci che arriviamo quando è ancora tutto chiuso, optiamo per un pranzo da un giappo lì in zona e torniamo giusto in tempo per perderci i posti per Cale, già sold out. Sticazzi. La cosa mi ha talmente scosso che decido di annegare il dispiacere in una fetta cubitale di torta vegan al cioccolato che unita alla litrata di caffè che m’ero poco prima scofanato mi da una botta che nemmeno l’anfetamina. Infatti parto a razzo e nel giro di un’ora mi sparo tre gruppi rimbalzando da un palco all’altro come un ossesso, passando dalle oscure sonorità dark wave dei Soft Moon, a quelle ben più solari di Kristian Matsson aka The Tallest man on Earth, passando per quelle totalmente 90’s tra Sonic Youth, Dinosaur JR, My Bloody Valentine e Pavement degli inglesi Yuck, che non conoscevo e di sicuro non hanno inventato un cazzo ma mi son piaciuti un botto, saranno stati il sole e il mare, boh. Decido poi di saltare le Warpaint per dedicarmi all’acquisto di altri dischi per poi rilassarmi al tramonto con i Fleet Foxes che con il sole calante son la morte sua, cioè mia, per passare successivamente ai The Album Leaf, sempre fighissimi, durante i quali avevo a fianco quelle cartole di Rob Moran (Unbroken) e Dave Verellen (Botch) e gli altri bomber dei Narrows che dopo il tour europeo concluso a Barça han ben pensato di giocarsi il Primavera da spettatori, cinque altissimi a tutto spiano! Arriva poi il momento più nero del festival, la malaugurata decisione di vedere i Mercury Rev al posto degli Einstürzende Neubauten. L’auditorium è veramente figo, mi concedo anche una pisciata imperiale in un bagno vero con tanto di sapone per lavarsi le mani e il set della band di Buffalo parte bene, bei giochi di luce e lumini disseminati su tutto il palco, poi arriva Jonathan Donahue e con il suo modo di cantare rovina tutto. Insopportabile, impostatissimo, mossette improbabili e metriche inascoltabili, lo odio. Dopo un paio di canzoni ci faccio il callo e riesco ad arrivare alla fine del concerto senza addormentarmi cullato dalla soffice (nemmeno troppo) poltrona del Rockdelux. All’uscita, giusto per infierire rigirando il coltello nella piaga, gli amici che hanno visto Blixa Bargeld e soci ci raccontano di un live fotonico. Cazzo. Senza troppo tempo per i rimpianti schizziamo al palco principale dove PJ Harvey ha già cominciato il suo set (fottuti Mercury Rev), è sul palco vestita di bianco con delle piume in testa come una strana sorta di vestale pagana con la fida autoharp tra le mani, la sposerei subito. Emozioni e stile a badilate. Il set è da un’ora e mezza quindi a una certa dobbiamo schizzare a prendere qualcosa da mangiare e a prendere i posti per il concerto del gruppo che per quel che mi riguarda ha vinto incontrastato il Primavera, gli Swans. L’ultimo album,  My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky, m’è piaciuto con qualche riserva, l’avevo trovato troppo ibridato con il suono degli Angels of Light (che non dev’essere per forza di cose un male), non a caso ci suona parecchia gente che suonava pure nel precedente progetto di Gira, ma dal vivo anche i pezzi nuovi, gran parte del set, sono risultati devastanti. Gli Swans hanno portato l’apocalisse a Barcellona, mancava solo un meteorite che si schiantasse sul palco in una mare di fuoco, incredibili, potenti e ipnotici. Thor Harris (mai nome fu più azzeccato) è un animale totale, barba incolta, capelli a metà schiena e torso nudo sembra un selvaggio intento a percuotere qualsiasi cosa gli passi a tiro. Set massiccio a dir poco. Ancora frastornati da Gira e soci andiamo al parco principale per vedere uno dei gruppi verso i quali avevo più aspettative e che forse per questo, forse per la stanchezza, forse per la sfortuna di suonare subito dopo gli Swans mi hanno deluso parecchio, gli Animal Collective. Me li aspettavo trascinanti e danzerecci, invece li ho trovati sfilacciati e poco compatti, gran scesa. Ero talmente scoglionato da non rendermi nemmeno conto che al posto loro avrei potuto vedere i Pissed Jeans, EPIC FAIL. Mesti mesti ce ne siamo tornati a casa, completamente devastati, con solo il letto in testa, ma a metterci i bastoni tra le ruote ci han pensato i tifosi del Barcellona che qualche ora prima ha vinto la Champions League. Le prime avvisaglie di delirio arrivano nella metro, dove un ragazzo italiano che vive lì ci dice testuali parole: “quando vincono la Champions questi spaccano tutto, vanno in giro a sfondare le vetrine dei negozi, fanno delle specie di espropri proletari”. Espropri proletari, giuro. Manco aveva finito di snocciolare questa perla che ci arriva un messaggio dell’amico che ci ospita per avvisarci che gli accessi a Plaza Catalunya sono transennati e presidiati da poliziotti in tenuta antisommossa. Bene. Decidiamo di scendere alla fermata successiva alla piazza e tornare indietro a piedi. Alla stazione della metro veniamo accolti da un lago di sangue sulla banchina, sembra abbiano scannato qualcuno. Bene. La gente è in strada a festeggiare, è pieno di camionette coi lampeggianti accesi e di poliziotti intesitissimi. Bene. Dopo un po’ di giri, mostrando le chiavi di casa ad un poliziotto acchittato come Darth Vader riusciamo ad attraversare il blocco sani e salvi. Dalla terrazza vediamo il delirio, agenti della digos spagnola che in borghese caricano tifosi sui cellulari, urla, schiamazzi, fuggi fuggi e parapiglia, tanto che ad un certo punto i poliziotti cominciano a sparare proiettili di gomma ad altezza d’uomo come non ci fosse un domani. Guerriglia urbana. tutto per una cazzo di partita di calcio. Atterriti ce ne andiamo a letto che domani si torna alla vita vera.

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Lenny Nero, oltre ad essere un fighissimo personaggio in uno dei fighissimi film della Bigelow è un disadattato trentaqualcosa che dopo aver visto Doson Crick è scappato a Bologna a studiare il Cinema perchè voleva fare i film pure lui e magari trovare la sua Gioi. Poi invece non ha finito di studiare il Cinema, tantomeno ha trovato Gioi e come molti altri appassionati del Cinema è finito a lavorare in televisione. E siccome la televisione lo annoia e gli fa schifo ha aperto un blog per avere qualcosa da fare e riuscire a portarsi a casa la giornata lavorativa.

Grizzly Bang! – Serpentine Sessions, Hyde Park 28.06.10

Arrivi verso le sei del pomeriggio col sole un po’ più basso che picchia lo stesso. L’erba di Hyde Park è secca perché alla siccità non è abituata; polvere nell’aria, polline all’ottanta per cento.

I Grizzly Bear cominciano a suonare chiamando a raccolta il pubblico dentro un tendone da circo aperto ma buio, illuminato da uno dei sistemi luci più belli che ricordi a un concerto. Certo, i Sigur Ros sono imbattibili in quanto a lighting design, gli U2 hanno inventato il concetto, e i Flaming Lips l’hanno perfezionato, ma i Grizzly Bear hanno dei trespoli con appesi dei vasi da marmellata di quelli da nonna chiusi col coperchio di latta, con dentro delle lampadine. Sembrano lucciole in bottiglia, sono vive: rispondono al ritmo e ai suoni, punteggiano una serata che non è solo profumo di erba e drink ghiacciati, ma anche odori di altri luoghi, di Atlantico profondo blu, isole, pini marittimi, salsedine e sabbia. C’è molto vento, l’aria è elettrica.

La musica passa da solida a liquida a gassosa, è un composto chimico in continuo movimento: percussioni, fiati, legni, aerofoni, chitarre, tastiere, pedali, autoharp, music box, campane, e quattro voci angeliche diventano rame, argento, neon, fosforo, zolfo, elio. Suonano minimo sei strumenti a testa e la preparazione classica/jazz si vede tutta: i suoni sono nervosi ma precisi, gli arrangiamenti sofisticati ma non forzati, loro tranquilli e scientifici. Normalmente prima di “Colorado” fermi il CD, e invece dal vivo si trasforma: non è una canzone ma una pièce teatrale di dieci minuti di colori e luci che narra la leggenda della nascita delle montagne. E’ sconvolgente, non vuoi che finisca. Ricordi che leggevi The Road con Yellow House come colonna sonora e pensavi che le parole di McCarthy provenissero, come questi suoni, da qualche altra parte, da qualche altro tempo, che tracciassero le faglie continentali e i grandi misteri della terra.

Esci da questo Big Bang con il sistema nervoso iperattivo ma l’anima tranquilla, come se in qualche modo il corpo rispondesse alla musica delle sfere, come se ogni membro del gruppo fosse un pianeta che gira in un’orbita precisa: Christopher Bear è Marte, Daniel Rossen è Mercurio, Ed Droste la Luna, Chris Taylor il Sole. La Terra sei tu. Insieme in quello spazio siderale la vostra rivoluzione genera l’armonia e la dissonanza dell’universo.

Alle quattro di mattina del giorno dopo ti svegli improvvisamente perché piove, piove, piove.

Grizzly Bear: Southern Point, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Foreground, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Colorado, BBC Collective Sessions 2006

Better loud than too late: Pearl Jam live in Hyde Park 25.06.10

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)