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Arrivi verso le sei del pomeriggio col sole un po’ più basso che picchia lo stesso. L’erba di Hyde Park è secca perché alla siccità non è abituata; polvere nell’aria, polline all’ottanta per cento.

I Grizzly Bear cominciano a suonare chiamando a raccolta il pubblico dentro un tendone da circo aperto ma buio, illuminato da uno dei sistemi luci più belli che ricordi a un concerto. Certo, i Sigur Ros sono imbattibili in quanto a lighting design, gli U2 hanno inventato il concetto, e i Flaming Lips l’hanno perfezionato, ma i Grizzly Bear hanno dei trespoli con appesi dei vasi da marmellata di quelli da nonna chiusi col coperchio di latta, con dentro delle lampadine. Sembrano lucciole in bottiglia, sono vive: rispondono al ritmo e ai suoni, punteggiano una serata che non è solo profumo di erba e drink ghiacciati, ma anche odori di altri luoghi, di Atlantico profondo blu, isole, pini marittimi, salsedine e sabbia. C’è molto vento, l’aria è elettrica.

La musica passa da solida a liquida a gassosa, è un composto chimico in continuo movimento: percussioni, fiati, legni, aerofoni, chitarre, tastiere, pedali, autoharp, music box, campane, e quattro voci angeliche diventano rame, argento, neon, fosforo, zolfo, elio. Suonano minimo sei strumenti a testa e la preparazione classica/jazz si vede tutta: i suoni sono nervosi ma precisi, gli arrangiamenti sofisticati ma non forzati, loro tranquilli e scientifici. Normalmente prima di “Colorado” fermi il CD, e invece dal vivo si trasforma: non è una canzone ma una pièce teatrale di dieci minuti di colori e luci che narra la leggenda della nascita delle montagne. E’ sconvolgente, non vuoi che finisca. Ricordi che leggevi The Road con Yellow House come colonna sonora e pensavi che le parole di McCarthy provenissero, come questi suoni, da qualche altra parte, da qualche altro tempo, che tracciassero le faglie continentali e i grandi misteri della terra.

Esci da questo Big Bang con il sistema nervoso iperattivo ma l’anima tranquilla, come se in qualche modo il corpo rispondesse alla musica delle sfere, come se ogni membro del gruppo fosse un pianeta che gira in un’orbita precisa: Christopher Bear è Marte, Daniel Rossen è Mercurio, Ed Droste la Luna, Chris Taylor il Sole. La Terra sei tu. Insieme in quello spazio siderale la vostra rivoluzione genera l’armonia e la dissonanza dell’universo.

Alle quattro di mattina del giorno dopo ti svegli improvvisamente perché piove, piove, piove.

Grizzly Bear: Southern Point, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Foreground, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Colorado, BBC Collective Sessions 2006

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

ffest

Il Film4 FrightFest è il più grosso festival di film horror/fantasy del Regno Unito, quest’anno alla sua decima edizione. I nostri cari colleghi dei 400 calci hanno mandato il loro più fine critico a fare un reportage completo per chi non è a Londra/non ci può andare perché gli è morto il gatto /è stato attaccato dagli zombie/ha paura della Suina/ha paura di Nanni Cobretti [io non ci vado per quello].

Seguite Nanni Cobretti su twitter minuto per minuto.

“FrightFest: è talmente figo che fa paura” – The Guardian
“If you don’t follow Nanni Cobretti, he’ll kill you in the face” – The Financial Times
“E poi è anche un bell’uomo” – Byron

Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.

Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.

Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.

Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.

Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!

Sciabolata velocissima su tutto il resto. Alla Ziliani

The Vaselines: col senno di poi “uno dei gruppi più sfigati della storia”, snocciolano subito Son of a gun, Molly’s lips, Turnaround insomma le cose per cui uno stava lì. Sento l’onda di suono dei Lightning Bolt e me ne vado. Sfiga dicevamo, vero?

Bloc Party: Morti. Kaput. Fine. E mi sono bastati 5 canzoni di cui una irriconoscibile Helicopter per capirlo. Parliamo ormai di un qualcosa che neanche è più un pallido ricordo di Silent Alarm.

Yo La Tengo: uno dei live migliori del festival, compattissimi nel loro pop-noise, vedere nel giro di tre giorni loro e Sonic Youth mette l’animo in pace col mondo

Spiritualized: anche qui, atmosfera d’altri tempi che magari più della luce avrebbe meritato l’oscurità della sera. Ne vedo solo metà ma mi basta per capire che è qualcosa di grosso. Soul on fire la cantano anche a Girona. Brividi grossi, di gruppi così ne dovrebbe essere pieno il mondo a fottere

The Horrors: falcidiati da infortuni tecnici a me comunque non sembrano pronti per reggere un disco “troppo buono” come l’ultimo. E non è un caso forse che l’unico momento in cui risultano convincenti è quello in cui vanno a ripescare dal loro esordio garage. Insomma “parrucche”, forse

Throwing Muses: mi stranisco immediatamente quando vedo che sono tre (e io credevo ci fosse anche Tanya Donnelly), mi passa subito appena attaccano il loro college rock stortissimo. Kirstin Hersh ora è bionda e sempre bellissima. Uno di quei gruppi per cui conta molto di più l’impatto sonoro che la presenza scenica. Da volergli bene

Deerhunter: iniziano con Agoraphobia e mi rapiscono subito, il live è di quelli da “gruppo che sta lì lì per esplodere” un po’ come gli Animal Collective lo scorso anno. Impeccabili, colmano la mancanza anche qui di presenza con un sound tondissimo e curato che rapisce. E io non avevo amato tantissimo Microcastles

Sunn O))): sospendo il mio giudizio sul “sono così”. E tenendomi stretto tra i denti il giudizio vero di “più grande truffa musicale live degli ultimi dieci anni”. Due incappucciati con un mare di ampli alle spalle che suonano accordi e arpeggi e alzano corne metal. E c’è chi applaude.

Andrew Bird: si presenta solo soletto, si looppa violino chitarra e fischi e va avanti nel suo splendido avant-folk che dal vivo prende anche altre dimensioni di cuore. Una gioia per gli occhi e le orecchie ci mette un attimo a conquistare tutti.

The pains of being pure at heart: derivativi ma chi se ne frega. Ogni canzone un potenziale singolo e neanche la scarsissima presenza fisica e vocale del cantante li annichilisce. Sono al palco Pitchfork e già di per se gli fa trovare davanti un bel po’ di gente. A fine concerto è “un mare” e sembra a molti il live-evento del festival. E non a torto forse

El-P: io e Caizzi impazziamo da subito, ne vediamo metà con la promessa di tornare se i Black Lips non sono all’altezza. Puro divertimento e foga hip hop con tanta cattiveria e dialoghi col pubblico. Un fuoriclasse, ma si sapeva

Jesu: senza batteria e col sole, smonterebbe chiunque eppure oh Broadrick porta a casa un live quadratissimo ed emozionale. Brani da Conqueror e dal loro esordio. Il nuovo shoegaze è questo. Il nuovo. Non il vecchio

The Drones: grandissimi. Rimandi a Birthday Party e gruppo tutto cuore e rock che sarebbe da ammirare per l’intero live ma dopo un po’ iniziano i Fucked Up e io si sa “ho l’animo accaccì”. La bassista suona l’intero concerto di spalle. Si gira un attimo e parte la ola. Poi guardo le foto e capisco perchè

Crystal Stilts: una delle robe più inutili a memoria mia. Della vita intendo

6- Neil Young
Trovarsi di fronte a un mostro sacro come Neil Young è per forza di cosa emozionante, a prescindere dal fatto che uno ami il rock o la techno. Parliamo di qualcuno che come Obama unisce i popoli nella comune fratellanza.
Si presenta sul palco vestito (a suo modo) da sera. Camicia bianca e jeans, giacca nera con righe bianche e inizia il suo personalissimo show. Il cartellone del festival nel doveroso rispetto di sua altezza in quel momento non propone null’altro e scivola via una cavalcata rock che va a raccogliere moltissimi dei suoi classici (Hey hey my my sparata praticamente subito) resi ancora più enormi da una presenza scenica per nulla scalfita dagli anni che passano. Chiusura con A day in the life dei Beatles e strappo delle corde della chitarra. Unico neo il numero di persone che ormai a quel punto affollano il festival (da me non calcolato al momento) che rendono quasi invivibile la cosa. Ma è Neil Young, e probabilmente è inevitabile tutto questo.

neil young

7- Lightning Bolt
Mi ci sono avvicinato nella quasi totale ignoranza, spinto dalle vampate di suono che provenivano al palco da cui stavo ascoltando i Vaselines. Mi ci sono fiondato e il duo composto da bassista e batterista (inquietantissimo con una maschera con microfono incorporato) hanno proposto un live furioso fatto di potenza rock e violenza rave. Ritmi furiosi e per nulla devoti a un genere unico. Un pout pourrì di generi che subito ha mandato nella furia del pogo la folla e che ha aperto gli occhi a chi, come me, raramente si è trovato di fronte a qualcosa di simile. Inavvicinabili per impatto in questo festival

lbolt
8- Fucked Up
Con i Lightning Bolt il vero concerto -core del festival. I canadesi sembrano un’armata Brancaleone tra ragazzini sul palco, una bassista che sembra la zia del gruppo a fare da guida a una gita e il frontman Father Damian a dominare totalmente la scena. Parliamo di hardcore, strillato e di stampo A Minor Threat accordi apertissimi e ruvidi fatti per il pogo e poco altro. A tratti si sente qualche spunto wave nelle intro ma è solo una parentesi in un mare di sudore. Damian si fa tutto il concerto tra la gente che rimarrà ad abbracciare a fine concerto e concede qualche siparietto alla “assassino del silenzio degli innocenti” (cazzo in mezzo alle gambe) e culo di fuori (e cazzo mostrato alla bassista). Io mi commuovo sempre quando vedo cose così. Sì che sono vecchio ma di fronte all’autenticità di tutto questo non si può che sorridere e sentirsi meno soli.

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9- Sonic Youth
Anche se il disco non mi ha pienamente convinto (“a che serve un disco così”) ho trovato la mia risposta nel loro live, quadratissimo e votato anche qui allo spirito dell’harder faster. Scaletta tirata con brani proposti per lo più da The Eternal (appunto) che dal vivo prendono una piega diversa, più ruvida. Più Sonic Youth. Kim Gordon al centro della scena stasera si prende il ruolo di front-girl cantando la maggior parte delle canzoni, maglietta bianca lunga, pantaloncini neri e calze strappate. Cinquantasei anni. E la coscienza che certe cose sono nate solo per essere “Sonic Youth”. E punto.

kimgordon

10- Alela Diane
Oh il genere molto probabilmente lo troviamo affascinante solo io ed Emiliano Colasanti ma all’uscita non trovavamo parole minori di “bellissimo”. La cantautrice sale sul palco e presenta il padre e sembra di stare da subito a un festival di redneck, poi sale una sua amica corista (e lì mi scappa la battuta “sì e ora anche l’amministratore del condominio), poi a completare l’opera un bassista e un batterista che sembrano usciti scongelati dagli anni 60, pantaloni a zampa, canotte viola attillatissime e ci si trova proiettati in un altro mondo fatto di canzoni root folk come da tempo non se ne sentivano (almeno con quell’attitudine lì). Senza tanti fronzoli, puro e semplice traditional spirit. Bellissimo e a suo modo commovente. Ps per chi avesse voglia di snobbare si rendesse conto che metà dei riff richiamavano alla mente canzoni di Sky blue sky dei Wilco.

alela diane

Fermarsi a parlare del Primavera Sound è una cosa che prenderebbe tanto, tantissimo tempo. Che indubbiamente innescherebbe un discorso riguardante innanzitutto il valore che nel nostro paese ha la musica alternativa (persa tra una dimensione assai limitata e logiche da quartierino abbastanza noiose) sia la conseguente cultura dell’ascoltatore medio sia (e non per ultimo) la logica degli spazi destinati ad eventi di una certa portata.
Ma su questo credo si possa noi tutti poco, sul resto, beh sì.
Detto questo è il mio secondo anno al Primavera Sound festival che va a raccogliere la crema della musica alternativa del momento (più spesso e volentieri succose reunion di quelle che fanno contento chi ne sa) il posto è Barcellona e il posto di Barcellona è il Forum, area dedicata ai grandi eventi a ridosso del mare. Poesia pura insomma.
Il report della quattro giorni (compresa l’apertura del 27) sarà strutturato così: ora i dieci migliori live, a seguire un post riepilogativo (a minestrone) di tutto il resto.
L’anno prossimo, se potete, veniteci anche voi.

1- My Bloody Valentine
Non è che mi servissero particolari motivi per tornare al Primavera ma appena saputo del live dei My Bloody Valentine diciamo che non ho più temporeggiato nell’acquisto del biglietto.
Vedere il loro live a dieci metri dal palco (quindi di fronte alle casse) è qualcosa di autenticamente doloroso, vuoi per l’attesa di anni vuoi perchè i decibel erano da sangue dal naso; il fatto è che però dal vivo si parla di un gruppo che è per come lo si è sempre immaginato, immobile, emana un’onda di suono, feedback e voci sotterrate dagli amplificatori. E’ la definizione del masochismo del pop. Della coscienza che certe canzoni sono nate anche per fare male, anche fisicamente e dal vivo sono suonate impeccabilmente da quattro personaggi mai scomposti, fermi sulle loro gambe e che alzano la testa solamente per cantare o minacciare di botte il fonico.
Se avete chiaro in testa cosa possa voler dire una frase come “emozioni della vita” immaginate bene di cosa sto parlando

mbv
2- Zu / Dalek
E non è una questione di orgoglio romano, è vero e basta che gli Zu si sono conquistati (convincendo) un post di assoluto rispetto che travalica ormai i confini dei “pochi appassionati” e dello jazz-core. Vederli dal vivo con un live che tendenzialmente era molto simile a quello di qualche mese fa al Circolo degli Artisti acuisce solamente la forza con cui si crede che le distanze tra quello che esce da questo paese e il resto del mondo non sono incolmabili (per quello che passa il convento poi aspetteremmo anni) se si ha qualcosa di importante da mettere sul piatto e lo si propone con classe e determinazione. Gli Zu sono un’autentica macchina da guerra del ritmo, Battaglia Mai e Pupillo padroneggiano la materia da maestri, senza paura e sbavature.
Il concerto, aperto da Dalek e i suoi splendidi beat oscuri e dalle tinte dark apre il festival (il giorno prima nel mezzo dei festeggiamenti per la vittoria della Champions League del Barcellone) è davvero una roba a cinque stelle. Una roba di quelle per cui si parlerà a lungo, anche non solo da noi.

3- Bat For Lashes
Uno dei live da me più attesi (anche e soprattutto sull’onda dell’ottimo Two Suns) non smentisce per nulla. Natasha Kahn e il suo gruppo ripropongono i suoni tardo 80 dell’ultimo lavoro in maniera decorosissima e molto ma molto conservativa (per il genere).
Può sembrare un difetto ma vi assicuro che per un genere come l’electro pop anni 80 è facilissimo cadere in rappresentazioni o molto poco credibili o pacchiane. Il live di Bat for lashes invece ha senso della misura, divertimento e non ultime le canzoni a renderlo un ottimo live che accende gli animi e la malinconia fino alla inevitabilissima Daniel in chiusura.
Note, io non lo sapevo ma sono stato felicissimo di sapere che nel gruppo live fosse presente Charlotte Hatherley (ex Ash)

bfl

4- Shellac
Già l’anno scorso fu a detta di molti “il live” del festival. Lo è stato e sicuramente molto, di livello quest’anno. Il trio di Chicago si presenta ovviamente con il piglio del gruppo stronzissimo e di levatura che ha la faccia di non volere concedere nulla a chi sta sotto il palco. Ma alla fine il velo cade sotto le mosse caracollanti di Weston e gli scatti di Steve Albini. Scaletta impeccabile, immediata e con un’impronta fortemente post hardcore sbattuta lì, dritta in faccia.
Scene collaterali: mezzo cartellone del festival che era a bordo palco a seguire il concerto (Natasha Kahn/Bat for Lashes, Fucked Up e Jesus Lizard), Todd Trainer che a un certo punto stacca il rullante e inizia a girare sul palco minacciando gente e il finale da applausi con annesso smontaggio della batteria stessa.
Fino a che non avete visto live gli Shellac tendenzialmente non sapete cos’è un live. Per me è stato quasi toccante rivederli dopo la mia prima, quasi dieci anni fa.

shellac
5- The New Year
Una di quelle cose che si sono segnate appena letto il cartellone e che si è giurato da subito non si sarebbero mai perse per nulla al mondo. La creatura dei Kaneda bros vive il suo splendido live all’Auditori (vedi il discorso sopra degli spazi) dove trova probabilmente la collocazione ideale per il suo slow core fatto di poesia e di cuori rotti. Si sospende tutto per tre quarti d’ora e si va in apnea in un live dolorissimo e intenso, che passa in rassegna gran parte del loro ultimo omonimo (una delle cose migliori dello scorso anno nel genere e non solo) con la delicatezza e la compiutezza che solo i grandissimi gruppi hanno. Si vorrebbe bene alla gente per molto meno di qualcosa di questo tipo. Figurarsi dopo averli visti ed esserci quasi partiti per.

[continua]

Ed arriviamo alla terza ed ultima giornata del Pukkelpop 2008, che sennò tra un pò è ora dell’edizione 2009….

16 Agosto:

The Ocean: a mezzogiorno non sono proprio il massimo. Nel senso che non sembra proprio l’ora per del Metal Progressive. Saranno l’antipasto per quello che sarà il concerto dei Neurosis. Li ricordano molto. Se non fosse per tutti quei growling… (6)

The Whip: per la serie “salto di palco in frasca”. Mi tuffo nella dance hall creata da questi mancuniani e dalla loro discomusic. Roba fresca, carina quanto basta per far ballare, ma che stufa troppo presto. Superflui. (5.7)

Black Kids: dalla Florida. Anche loro festaioli quanto basta. Un pò troppo quindi. Il solito occhio agli anni 80. Potrebbero essere la risposta americana ai Go! Team. Simpatiche le due coriste. Ma tutto sommato non lasciano il segno. (6.2)


Fuck Buttons: non ci andare se non ti piacciono no? vabbè sono voluto andare. L’album, una delle cose più chiacchierate del 2008, mi aveva lasciato abbastanza indifferente, nel senso che non mi sembravano giustificate tutte le seghe mentali a riguardo. Mi son detto magari dal vivo… 45 minuti-3 drones-2 strilli nel microfono della chicco. L’asiatico avrà toccato 3 volte gli strumenti(?)!!! Ma stiamo scherzando? Da chiuderli nelle loro stanze e buttare la chiave. Stanze separate ovviamente. (5)

The National: gente che suona. E come suona. Concerto per certi versi migliore che ad Oslo. La scaletta è rimasta praticamente quella ma sarà che chiudono il tour europeo con questa data e l’aria è quella da ultimo giorno di scuola. Quindi mi sembrano meno contratti e più sciolti e suonano con la consapevolezza di non dover dimostrare nulla. Si divertono a tal punto che li dovranno cacciare dal palco. (7.5)

Two Gallants: non sono un grande appassionato del country, ma questi due ragazzi devo dire che mi sono piaciuti non poco. Concerto molto vivace con una forte partecipazione del pubblico. Bravi bravi bravi. (6.7)

Coem: qua mi ci ritrovo per caso. Vago per il festival ed entro nel tendone circense. Ci trovo questo gruppo belga. Da tenere d’occhio. Il loro indie-rock è abbastanza storto e deviato da non perdersi nella marea di gruppi che oramai suonano così. In più hanno i fiati a rendere la cosa più accattivante. (7)

Yeasayer: sono loro il passo successivo ai TV on the Radio? Sicuramente hanno un pizzico di soul. Sicuramente hanno qualcosa di psichedelico. Sicuramente hanno quel pò di gusto pop-rock che evita di renderli troppo sperimentali. Sicuramente sanno suonare. (7.1)

MGMT: quelli del Pukkelpop non seguono internet. A posteriori hanno toppato la location per gli MGMT. Ne serviva una più grande. Impressionante quante persone siano accorse al concerto e quante di queste conoscessero i brani. E’ stata una piccola consacrazione. A me loro piacciono, certo se continua così la loro crescita ce li ritroveremo mentre scegliamo i surgelati al supermercato. Comunque netto passo avanti rispetto al Primavera Sound. (7.3)

The Dresden Dolls: tutti hanno le proprie debolezze. Una delle mie si chiama Dresden Dolls. E’ difficile spiegare perchè, nel senso che non si tratta solo di musica. Dentro di loro ci sono troppe cose. Emotivamente è il concerto che più mi coinvolge. Lacrime trattenute altre no. E poi oh… ma lo avete mai visto un loro concerto? Al di là di tutto sono due fenomeni. Punto. Soprattutto su un palco. E se c’è una Donna con la D maiuscola nella musica alternativa il suo nome è Amanda Palmer. Datemela. Subito. (8.3)

Bloc Party: per loro vale un pò il discorso fatto per gli Editors. Completamente a loro agio di fronte le migliaia di fan adoranti. Però stavolta mi hanno lasciato un pò freddino. E poi quel paio di novità proposte non lasciano presagire nulla di buono. Certo che il materiale passato è ottimo ma il concerto alla fine non sarà indimenticabile. Il bassista non c’era. E’ diventato papà. Auguri. (6.8)

Neurosis: scopro che il concerto è stato anticipato. Vado e sento. I Neurosis più che un gruppo sono una filosofia. Tutto nero. Tutto scuro. Nessuna parola. Solo un magma sonoro post-metal. Si segue il tutto in religioso silenzio. Ostici e intransigenti, neanche un saluto quando vanno via. Vabbè ma mica siamo amici. (7.2)

Sigur Ros: l’anticipo dei Neurosis mi permette di dare agli islandesi un’altra chance dopo Oslo. E le cose vanno meglio. Suonano sul main stage e quindi orchestra schierata, scenografia con megapalloni viola completa. Insomma il contorno è come si deve. E la noia questa volta rimane latente. Ma non vi ci abituate. (6.5)

M83: confesso che quello di questi quattro francesi era uno dei concerti più attesi dal sottoscritto. Il loro dream-pop moooolto anni 80 è stata una piacevole sorpresa in questo 2008. Dal vivo confermano e migliorano ampiamente il giudizio. Come se i Talk Talk, i Cocteau Twins e gli Slowdive facessero un’orgia a casa di Dave Gahan. Il pubblico è rimasto un quarto d’ora a richiamarli ma gli organizzatori sono stati intransigenti. (7.8)

Soulwax: in Belgio siamo. E agli idoli locali spetta la chiusura del festival. La cosa si risolve in una sorta di jam elettronica che ricorda più una discoteca che un concerto. Io avrei preferito l’esecuzione integrale di qualche brano ma è un mio problema, il resto dell’audience apprezzerà parecchio. (6.9)

Beh… that’s all folks!!!

Sono riuscito a farmi la doccia… ergo sono vivo…

15 Agosto:

Sons of Albion: si parte con questa band britannica innamorata dell’hard-rock anni 70. Chi ha detto Led Zeppelin??? Come sono scontato! Però il cantante si chiama pure Logan Plant. Onestamente non si va oltre il (6)

Pete and The Pirates: qualche avvisaglia era giunta dalle mie parti sulla bontà di questo combo, le tag erano poi un pò sempre quelle. Twee-indie-rock-pop. Quale migliore occasione allora di un live? Beh ragazzi sti cinque giovanotti hanno dei brani eccezionali. Tenete sempre a mente le tag di prima. Non parliamo dei Tool per carità. Ma nell’ambito “sono britannico, viva i primi Blur e i Franz Ferdinand, e che dio benedica i Pixies, perchè voglio essere pop ma al tempo stesso irregolare” sono tra le realtà più folgoranti. Ascoltare Mr. Understanding, Come on Feet, Knots… non si finirebbe più. Se vi piace questo sound non mancateli per nulla al mondo. (7.3)

Sons and Daughters: gli scozzesi in questione vengono da un buonissimo disco, This Gift, una raccolta di brani garage-blues con una forte vena pop soprattutto nella ricerca del ritornello. Un pò Violent Femmes un pò Patti Smith (la prima). E difatti la corpulenta cantante Adele Bethel (ex-corista Arab Strap) entra sul palco con una maglietta del Patti Smith Group… I brani ci sarebbero pure come ho detto, ma dal vivo poi quasi sempre non basta. C’è bisogno di qualcos’altro. Insomma rientrano nel novero di “quelli che mi aspettavo di più”. (6.4)

Lightspeed Champion: “quelli che la prima volta ti sorprendono e la seconda ti stendono”. Proprio bravo!!! Ispiratissimo, esegue un concerto di altissimo livello. E’ vero che si arruffiana metà del pubblico col tema di Star Wars ma i 10 minuti di Midnight Surprise sono superlativi. Unico dubbio, un tantino presuntuoso? (7.2)

Girls in Hawaii: tornati sul mercato dopo cinque anni di silenzio i sei di Bruxelles confermano quanto di buono avevo sentito sul loro conto. Una democratica alternanza di episodi acustici ed elettrici senza mai un attimo di cedimento o noia. Indie-rock che altro senno? Ma di quello adulto, dal suono corposo. Con tre chitarre a rincorrersi. Da tenerli più in considerazione in futuro. (7)

Caribou: psych-pop. Chiuso in uno dei due tendoni da circo del festival, seduto sulle gratinate mi concedo tre quarti d’ora di suoni electro laptop cantautoriale. Sempre ad un passo dalla noia ma a conti fatti non ci si arriva mai. Si la giornata prosegue bene. (6.9)

Arsenal: fino a loro… nulla di incredibilmente brutto però il loro poprock dance oriented ed un pò world music scorre via come l’acqua liscia. (5.7)

Volbeat: volevo un pò di metal. E mi dirigo quindi verso lo Shelter. Ci sono i danesi Volbeat. Volevo un pò di Metal. Mi ritrovo con un folk-rockabilly-hardrock. Volevo un pò di fottuto Metal. (5.9)

Foals: i Battles cominciano a far sentire l’onda lunga della loro venuta. Fondamentalmente ci si muove tra i Bloc Party e i Maximo Park per quanto riguarda questi cinque oxfordiani, ma è innegabile il tentativo di inserire nel suono quel modo di approcciare molto free dei Battles. Il risultato è degno di grande attenzione soprattutto per il divenire. Live spaccano. (7)

Tunng: Un’altra bella scoperta della giornata. Melodie catchy, tanta chitarra acustica, qualche inserto elettronico, rare, ma ben fatte, escursioni elettriche. Fanno anche una riuscita cover di The Pioneers dei Bloc Party virata alternative folk. Bravi. (6.9)

Stereophonics: ma chi ha deciso di metterli sul Main Stage pieno zeppo ormai di metalkids in attesa solo dei Metallica? Li ho ascoltati da molto lontano e visti grazie ai megaschermi. Non so bene quale fosse l’atmosfera sotto il palco, ma dalle mie parti l’entusiasmo era quello della fila alla posta. E gli ironici “thank you” di Kelly Jones fra un pezzo e l’altro erano più esaustivi di qualsiasi altra cosa… “Have a niiiiiice dayyyy”. (5.7)

The Futureheads: non ho molta dimestichezza con loro. Oddio sapevo un minimo da che parti si aggirasse il loro sound. E vado per puro intrattenimento. Ma non mi intrattengono neanche per niente. Dove sono i metalkids? Mi sta salendo la febbre… (5.8)

The Breeders: eh no… un attimo ancora per il metalmassacre. Ci sono le sorelle Deal. In tutta onestà credo che il successo ed il seguito di questo gruppo derivi in parte dal fatto che Kim è un membro dei Pixies. Io amo i Pixies. Le Breeders meno, però il concerto va visto e alla fine la scelta è azzeccata. Loro sono molto simpatiche, scherzano tra di loro e col pubblico. Fanno un concerto più acustico che elettrico fino a quando non parte QUEL loop, QUEL giro di basso che zoppica e poi riparte e tutti i presenti, età media fra le più alte del festival naturalmente, cominciano a saltare e ballare felici ricordando tutte le volte che ci si è scatenati in un rockclub sulle note di Cannonball… lacrimuccia. (7.1)

Metallica: Creeping Death, No Remorse, One, Enter Sandman, Master of Puppets, Motorbreath, Fade to Black, Harvester of Sorrow, Sad but True, Damage Inc., Wherever I May Roam, And Justice for All, Seek & Destroy… Fate un pò voi… Capello sciolto, headbangin’ come se piovesse, corna al cielo. METALLICA!!! (8)

[to be continued...]


Passare da un festival come l’Oya al Pukkelpop è come uscire da un alimentari a conduzione familiare ed immettersi in un ipermercato a tre piani. Kiewit – il posto dove si svolge – è un paesino disperso nel cuore del Belgio e l’unico modo per pernottare è quello di sfruttare il campeggio di fronte all’area concerti. Diciamo subito che più che di un campeggio possiamo parlare di macelleria vista l’alta densità di tende che ci sono. Ma il problema principale sono stati i servizi in proporzione alla mole di persone presenti. Insomma per farti una doccia quasi un’oretta di fila non te la toglie nessuno. Ma il motto era “shower to survive”… Un altro problema potrebbero essere le condizioni metereologiche avverse ma da quel punto di vista siamo stati fortunati. Area concerti immensa, suddivisa in 3 grosse zone, in tutto 8 palchi, concerti che iniziano alle 11:20 del mattino fino alle 2 di notte. Pronti… Via!

14 Agosto:

Die! Die! Die!: si comincia inaspettatamente con un ottimo concerto. Questi tre giovanotti arrivano dalla Nuova Zelanda e portano con loro una buona manciata di brani post-punk. Quello più spigoloso stile Fall. Hold Me e People Talk sono due sferzate nervose ed elettriche che non possono lasciare indifferente chi è cresciuto a pane e wave. Saranno in Italia (MilanoRomaFirenze) ai primi di ottobre. (6.9)

Triggerfinger: gruppo di Antwerp, Belgio. Tre elegantoni non più giovanissimi. Infatti il loro rock è come si suol dire abbastanza classico, con venature blues. Il cantante cerca a volte di emulare Plant e che non ne esca ridicolo può essere considerato un punto a favore. A volte ricordano anche i QOTSA meno ispirati. Tutto sommato si sono fatti ascoltare. (6.2)

Kaizers Orchestra: il primo approccio è stato ad Oslo. Nel senso che era pieno di gente con la loro maglia. E difatti questi sei norvegesi sono molto popolari in patria e nel resto del nordeuropa. Da ignorante totale devo dire che dal vivo sono molto bravi. Il loro è un miscuglio di influenze est-europee con l’heavyrock. Uno dei tratti distintivi è l’organo e i barili(!) sparsi sul palco che vengono percossi a più riprese. (6.5)

The Subways: messi sul palco principale subito dopo pranzo direi che se la sono cavata, nonostante Billy Lunn non facesse altro che strillare tra un pezzo e l’altro che la sua zona di pubblico non si scatenava quanto quella che si trovava sotto Charlotte Cooper… e grazie al cazzo. Alla fine tre quarti d’ora di rock’n'roll fino al delirio generale per Rock and Roll Queen… Io stavo dalla parte di Charlotte. (6.3)

Kid Harpoon: songwriter londinese. Indie-folk di alto spessore. Il ragazzo ha all’attivo solo EP al momento. Non mi stupirei di un suo prossimo successo magari alla pubblicazione del primo album. Una bella voce. Un Lightspeed Champion appena appena più classico. Promettente. (6.6)

The Cribs: ecco loro erano state una delle sorprese del Primavera Sound. Qua deludono e parecchio. Non so dire bene perchè. I brani alla fin fine erano quelli. Però non lasciano proprio il segno. Indie-garage-punk per chi non li conoscesse. Però mi stufo presto… forse mi sono mancate la mamma e la zia che mi ballavano e cantavano a fianco a Barcellona… (5.8)

The Germans: si torna in patria con questo nuovo gruppo belga. Sentiti prima del festival avevo fatto un cerchio rosso sulla loro esibizione. Dal vivo però non hanno entusiasmato. Risentiti di nuovo a casa mi sono detto che forse ero distratto. Comunque sarà la provenienza ma se dico Deus non si va di molto lontani. Da rivedere. (6)

Infadels: mamma mia che zozzeria!!! Rock elettronico di un’insipidezza abissale. Non si aprono a caso i concerti dei Negramaro a San Siro. Possibile non c’era niente altro con 8 palchi a disposizione? Me la sono cercata. (4.8)

Serj Tankian: allora… io non posso volergli male. Nel senso che sono diventati la macchietta di se stessi e finalmente pare abbiano deciso di darci un taglio (anche se io da loro un’opera rock me l’aspettavo), ma i System of a Down sono stati almeno per due-tre anni una delle proposte più eccitanti in ambito heavy. Però Serj a me un pò di tristezza l’hai fatta venire. Che senso c’è nello splitting di un gruppo così importante se poi ti ritrovi a fare da solista una cosa che non finirebbe neanche su un album di Z-side dei SOAD??? Propongo la sua candidatura alla Casa Bianca comunque. (5.1)

British Sea Power: il loro ultimo album mi ha rapito. Sarà stata anche la produzione ma ci sono delle canzoni sublimi. Visti in azione a maggio mi avevano confermato quanto di buono c’era su disco. Qui in belgio mi sono piaciuti ma non quanto mi aspettassi. Hanno fatto un set un pò “timido” con qualche imperfezione, come se stessero suonando insieme per la prima volta. Però visti i concerti precedenti ho salutato il loro arrivo con la hola. (6.9)

Animal Alpha: mi dirigo verso lo Shelter per curiosità. Suonavano all’Oya ma non li ho visti e mi hanno raccontato di una cantante “particolare”. Praticamente mi ritrovo davanti Crudelia Demon bianca in viso e con i capelli sparati in alto. Mette un pò di inquietudine a dire il vero. Ma senza sta comparsata il loro ironic-metal sarebbe poca cosa. Anzi… è poca cosa. (5)

Henry Rollins: eh già. Rollins. Henry il cabarettista. Intanto non è pompato come me lo ricordavo. I capelli bianchi cominciano ad essere parecchi. Si esibisce in uno spoken word esilarante soprattutto quando spercula i fans dei Van Halen. Non mancano i riferimenti alla politica statunitense. Ero un pò scettico ma devo dire che come intrattenitore ci sa fare eccome. (6.7)

Editors: a me gli Editors piacciono. Li avevo visti un paio di anni orsono dopo l’album di debutto davanti a qualche centinaio di persone. Salgono sul main stage alle otto di sera davanti ad almeno trentamila. E stravincono. Nel senso che qualsiasi pezzo attaccano la folla balla e canta impazzita. Con solo due album alle spalle potrebbero tirar fuori già un greatest hits. Studiano per diventare i nuovi Coldplay. E di questo passo metteranno la freccia e faranno ciao ciao. Come gruppo da arena hanno pochi rivali. (7)

Mercury Rev: che spettacolo! Con la S maiuscola. Concerto stupefacente per esecuzione. Sullo schermo alle loro spalle proiettano immagini psych che bene si sposano alla loro performance. Per quanto mi riguarda la fanno da padrone i brani tratti da Deserter’s Song. Ma è l’unicum che colpisce. La sensazione di trovarsi all’interno di un spirale sonora infinita. Quando non sbaroccano il loro space-rock è tra le cose più sublimi nelle quali perdersi. Suoni sopra, sotto e dentro di te. (7.9)

The Flaming Lips: un’accoppiata simile penso sia quasi impossibile da ripetere. Il motivo principale per cui sono qui. Uno dei miei gruppi preferiti. Chi li ha visti dal vivo sa di cosa stiamo parlando. C’è di tutto. I teletubbies. I palloni giganti. I coriandoli. Wayne Coine entra o meglio si infila in un pallone di plastica trasparente per fare crowdsurfing sul pubblico alla faccia dei divieti. Parte Race for the prize ed e’ un’esplosione di palloni e coriandoli. Gioia allo stato puro. Unico appunto è che lo spettacolo nella sua grandezza emotiva fa dimenticare solo in parte la scelta della scaletta che secondo me pesca troppo poco dagli album precedenti a Soft Bulletin. Unica concessione (peraltro il momento migliore del concerto insieme all’incipit di cui sopra) Mountain Side. (7.7)

Holy Fuck: …aridaje!!! Si sono recidivo. Ma all’una di notte dopo 13 ore di festival sono un richiamo irrinunciabile. Però dei tre concerti visti è il meno riuscito. I ragazzi belgi ce la mettono tutta ballando e saltando per tutto il concerto ma loro sembrano meno entusiasti del solito e se si aggiunge qualche problema tecnico eccolo lì che il confronto con gli altri diventa impietoso. (6.2)

[to be continued...]


Il mio viaggio solitario prosegue e, se togliamo il fatto che mediamente qui si guadagnano oltre 2mila euro al mese con conseguente costo della vita inavvicinabile per un italiano, Oslo è un posto meraviglioso.

8 Agosto:

Howl – Si riparte con questo gruppo locale di sei elementi. Rock’n'Roll a tinte classiche dalle parti di Rolling Stones, E-Street Band e Black Crowes. Troppo poco originali e particolari per entusiasmarmi. Brani ben fatti ed eseguiti ma onestamente abbastanza superflui. (6)

Rumble In Rhodos – Più brillanti e vivaci dei precedenti. Indie-Punk a là Les Savy Fav. Quindi migliori nella forma. Ma non nella sostanza. Insomma altro concerto che scorre via senza particolari scossoni. (6.1)

A Place To Bury Strangers – Una delle cose più chiacchierate del ritorno dei My Bloody Valentine era la distribuzione di tappi per le orecchie tanto da preservarle dall’assalto sonoro di Shields e soci… Ma se ce li davano pure per loro avrebbero fatto cosa buona e giusta. Quasi ignorati qui in Norvegia riesco a posizionarmi in prima fila e capisco una volta per tutte il titolo di Loudest Band. Come a Barcellona gli orpelli gothic-wave vengono spazzati via a favore di un sound totalmente malato e distorto con Ackermann protagonista assoluto fino alla distruzione totale della sei corde. Magistrali. (7.5)

Dirty Pretty Things – Mah… Qui il giudizio non può prescindere dal fatto che ci sono metà Libertines in azione (Carl Barat of course e Gary Powell alla batteria). E se il buon Doherty ha i suoi problemi, Barat ne ha altri sicuramente meno gravi. Non un pezzo memorabile non un’idea degna del proprio passato. E anche poco convinti loro sul palco. Mah… (5.2)

Supersilent – Ero molto curioso a riguardo. Non ho molta dimestichezza con loro e sinceramente mi trovo in imbarazzo. I Supersilent fanno musica d’avanguardia. Elettronica ambient noise. Ma io non li capisco. Cioè stai lì davanti a loro e partono con queste suite dal lungo minutaggio. Stai lì ed ascolti e non ti
viene da pensare “ma che è sta roba?” Ti viene da pensare “è colpa mia questi stanno avanti e io non sono pronto”. Troppo avanti. Non è una presa per il culo. Dò solo il decimale e mi arrendo. L’unità datela voi. (-.9)

Telepathe – Due ragazze e un ragazzo. From US. Tamburi chitarra e synth (soprattutto). Su un tappeto percussivo tribale inserti da rockclub elettro con una delle due donzelle impegnata a cantarci sopra. Vivaci e coinvolgenti nei brani più veloci che riescono a far ballare più di un avventore. Onirici e spaziali quando rallentano. Avrebbero dovuto suonare più tardi. (6.9)

Thom Hell – Il songwriter definitivo norvegese. Credo eh. Un pò a metà strada fra Rufus Wainwright e (vorrebbe lui) Elliott Smith. Brani delicati, melodie deliziose a volte. A me la proposta dice poco però lui è bravo, senza ombra di dubbio. (6.3)

Coliseum – Dal paradiso all’inferno. Dalle dolci note del norvegese all’assalto di questi tre energumeni del Kentucky. Hardcore-Metal con venature punk. L’immenso cantante/chitarrista ci spiega la sua visione del mondo fra un brano e l’altro condendo i discorsi col più alto numero di “fuckin’” mai sentiti in vita mia. Il bassista non fa altro che fare facce assurde e boccacce. Rispetto per carità. Però non si distingue un brano dall’altro. (5.9)

Holy Fuck – La magia del Primavera Sound con invasione di palco non si è ripetuta. Ma la conferma di questi quattro canadesi fra le proposte migliori di musica per ballare dal vivo assolutamente si. Due synth basso e batteria. La cosa più bella è vedere questi ragazzoni metallari norvegesi crollare inesorabilmente uno dopo l’altro mentre il concerto entra nel vivo. Ti guardano mentre cominciano ad ondeggiare testa e corpo con la faccia di chi pensa “Però…” (7.1)

My Bloody Valentine – Ed eccoli qua. Muro di ampli alle spalle, fanno il loro ingresso fra l’ovazione generale del pubblico. Si capisce subito che Shields è ostico come la sua musica. Pochissime parole. Il fiato lo spreca più con i fonici che con noi. La voce nelle prime file arriva a malapena. Come nei dischi tra l’altro. Bilinda Butcher sembra Paola Maugeri. La sezione ritmica finisce per fare la parte di coloro che sono più vivaci viste le pose statuarie dei due leaders. Però oh… quando partono con When You Sleep realizzo che li ho davanti e che per anni ho pensato a questo momento come un’utopia. Se Shields avesse un quarto di entusiasmo del suo pubblico sarebbe stato epocale. Ma forse un pò di imperfezione (non di forma ma di sostanza) ci sta come corollario di un suono -il loro quasi unico al mondo- che sembra imperfetto e che invece sfiora il paradiso sotto le tonnellate di feedback. Finale assassino come promesso fatto senza tappi. Sono un idiota. (7.7)

The Notwist – Finito il programma della giornata mi fiondo molto velocemente verso il Rockfeller, un club di Oslo nel quale stanno per suonare i Notwist. Visti qualche mese fa al Primavera non avevano destato una grossa impressione ma avevo dato loro l’attenuante del posto (un palco immenso) e dell’orario (le 7 di sera). Messi nel contesto da club oltre la mezzanotte vanno ben oltre qualsiasi aspettativa. Non voglio esagerare ma è stato un concerto eccezionale per esecuzione emozioni e feeling col pubblico. E poi penso seriamente che il nuovo album sia al livello di Neon Golden e la resa live dei nuovi brani me lo conferma non sfigurando di fronte a quelli del precedente. Anzi. E poi ci si strappa i capelli per i Radiohead… (8)

Il vagabondaggio nordeuropeo estivo mi ha portato come prima tappa all’Oya Festival di Oslo.

Inutile nascondere il motivo principale che mi ha spinto nella fresca
e accogliente
capitale norvegese. My Fuckin’ Bloody Valentine. Niente e nessuno poteva fermarmi dal vederli dal vivo questa estate (ci sarebbe stata un’altra chance?) e per una serie di concomitanze la scelta è caduta qui.
Il festival si è svolto nel Middelaiden Parken, un parco medievale poco distante dal porto di Oslo, dal 5 al 9 agosto, ma il sottoscritto aveva solo i biglietti per un paio di giorni.

7 Agosto:

Lukestar – Da Oslo, giocano in casa, un onesto gruppo indie-pop con diversi gradevoli brani. Essere i primi sul palco principale non li aiuta, ma ripeto hanno brani eccellenti (controllare sul myspace) e la loro proposta che ricorda tanto gli Evangelicals risulta fra le migliori fra le indigene. (6.4)

Haust – Altro palco, altro gruppo norvegese, altro genere. Ci si aggira fra il Metal (quello black tipico di queste latitudini) e, soprattutto, l’Hardcore. Vengono alla mente i Melvins e persino i Fantomas in qualche passaggio. Il cantato, che spesso risulta essenziale per questo genere, evita di strillare aggratis, gli altri tre regalano una bella prova sonora, sia quando c’è da accellerare che quando il rifferama si fa più lento e cadenzato. (6.2)

The Disciplines – Si torna sul palco principale, sempre da Oslo, ma questi sembrano avere più seguito. Tra l’altro a settembre apriranno i concerti degli R.E.M. in Scandinavia. Comunque non mi dicono niente di che. Classico gruppo Rock che alterna il pezzo leggermente vivace alla Hives alla ballata melensa, che in questo caso si intitola addirittura Oslo. AORock… (5.5)

Okkervil River – Non sono un grande estimatore della band texana. Comunque riescono a sembrarmi più interessanti che al Primavera Sound di Barcellona. Probabilmente fanno anche qualche pezzo del nuovo imminente album, e l’unica cosa che mi sento di dire è che la proposta non sarà molto differente dal passato. Abbastanza calorosa la risposta del norvegese medio. (6)

Moddi – Ecco… Moddi ci voleva proprio. Il ragazzo dietro il nome in questione propone un set acustico molto toccante e coinvolgente. Attorniato da batteria basso e soprattutto violino, ci regala una manciata di brani molto ispirati imbracciando chitarra e fisarmonica. Spero di essere smentito, ma non sfonderà mai. (6.7)

The National – Per la serie “ora si fa sul serio”. Partono con quell’esempio inarrivabile di pathos controllato che è Start a War e proseguono imperniando il concerto su quel capolavoro di album che risponde al nome di Boxer. Uniche concessioni al passato Secret Meeting, Baby we’ll be Fine e Mr. November con la quale chiudono il set. Ineccepibili per quanto riguarda l’esecuzione rimangono solo leggermente “timidi” ma non mi aspettavo certo delle rock star. Stranamente l’unico pezzo che perde un pò dal vivo è Mistaken for Strangers. (7.2)

The Dodos – Arrivo a questo live colpevolmente ignorante, non che conoscessi tutti i gruppi di oggi, anzi, ma ricordo che qualcuno ne parlò di loro, proprio da queste parti… Folk? si ma anche molto psych i due hanno qualcosa che proviene dai ’70. Comunque nulla per cui gridare al miracolo. Mi è rimasta impressa la batteria abbastanza selvaggia dal vivo. (6.1)

Sonic Youth – E quindi? Cosa volete sapere? Qualche dato tecnico forse… tipo che hanno aperto con 100% che l’album più saccheggiato è sempre Daydream Nation che mi hanno fatto Drunken Butterfly… insomma l’esempio più alto di gruppo alternative rock con buona pace di tutti. Non erano headliner per la presenza delle leggende locali Turbonegro ai quali Moore ha inneggiato durante il concerto. Umili. (7.7)

Sigur Ros – Premessa: non li apprezzo molto. Sacrificati pure loro alla causa Turbonegro (suonano su un palco secondario) perdono qualsiasi chance di farmi cambiare idea. Probabilmente andrebbero ascoltati in un posto con l’acustica perfetta e abbastanza grande da contenerli tutti (orchestra a supporto e scenografia). Ricordo solo dei lamenti dal buio (anche con le luci non sono fortunati) seguiti nei vari finali di canzoni da aperture improvvise di chitarre saturissime. I’m so sorry… (5.7)

Turbonegro – Mancava solo Carlo Zampa che li annunciasse tipo Totti al rientro all’Olimpico dopo 6 mesi… Veri e propri idoli da queste parti ed un pò in tutto il nordeuropa. Ho diviso la stanza d’albergo con due crucchi Turbojugend (il fan club che li accompagna in tour…), famiglie con bambini al seguito pittati come il cantante, non so se avete presente… comunque Rock’n'RollNeverDiiiiie!!! Ripropongono Apocalypse Dudes album di cui cade il decennale e sono entertainment puro. Divertentissimi. Apparizione anche di un certo Nick Oliveri che sale per cantare un brano. (7)

(to be continued…)

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart