Gira voce che siano ragazzi al primo anno di college, gira voce che siano i nuovi Cool Kids, gira voce che se li incontrate la mattina vi potreste svegliare senza un rene, girano voci, insomma sui Chiddy Bang.
Di cosa parliamo quando parliamo di Chiddy Bang? Di hip hop a quanto sembra nato dalle mani di due ragazzini (Chidera Anamege e Xaphoon Jones) e delle noiose tratte in bus verso New York.
La cosa particolare che fa sì che io butti giù queste venti righe sono i mattoncini con cui giocano questi due: i beat e l’indie. L’indie che piace a tutti voi (e in qualche caso noi) certo. Quell’indie lì.
Sì perchè The Swelly Express che è sì un mixtape di quelli classici fatto di skit e hip hop talmente cadenzato dal rasentare l’old school è anche fatto di sampler dei Belle and Sebastian, live dei Radiohead, featuring dei Passion Pit e una manipolazione di Kids dei MGMT (ma c’è anche Joe Strummer and the Mescaleros eh) che è tutta da ascoltare e scaricabile gratuitamente da qui.
Come a dire, c’è una cultura hip hop che nasce dai dischi black, soul, funk e dalle colonne sonore di Morricone e una che, forse, potrebbe nascere dalle manipolazioni dell’indie rock, quello che magari dopo un po fa noia. Invece sembra battersi una nuova strada che va un pochino oltre il mashup e che ridisegna a suo modo il termine cross-over. Quando la musica bianca incontra la nera è sempre e comunque un’esperienza nuova, in ogni sua sfumatura, sembra essersi abituati a qualcosa perchè ne arrivi una un briciolo diversa e siamo pronti con le orecchie tese a capire se dobbiamo battere le mani o deluderci di una nuova isteria collettiva che non lascerà il segno.
Una sorpresa insomma che anche se non fa gridare al miracolo apre una finestra su un qualcosa che magari aperto era già ma non messa così bene a fuoco.
Primo anno di college, io a occhio e croce non avevo ancora la patente.
Intervistato del New York Magazine Damian Abraham (cantante di uno dei più grandi gruppi del pianeta hc, i Fucked Up) con il ricavato del Polars Prize (20000 $) ha comunicato di avere messo su un supergruppo con destinazione la creazione di un singolo per beneficienza, ospiti, a suo dire
David Cross, members of Vampire Weekend, TV on the Radio, Broken Social Scene, the GZA, Bob Mould, No Age, and Yo La Tengo are all confirmed. I’m still waiting on confirmation from Feist, Jarvis Cocker, and M.I.A. We wanted the biggest people we could get. If we could get a Jonas Brother on this, I would get a Jonas Brother. [*]
Da attesa spasmodica, ovviamente, ancora di più se vi dico la canzone, che metteranno su.
Questa qui sotto.
Qui, da queste parti, si è sempre fatto un tifo più che sfacciato per Lisa Hannigan. Inutile che vi ricordi di chi si stia parlando (il nuovo corso di JunkiePop prevede che vi cerchiate da soli le robe che vi interessano), vi do un indizio, The Blower’s daughter di Damien Rice, la voce femminile.
Avete pianto? Beh, tanto anche io.
Dipartita dalla collaborazione con il Rice la Hannigan si è lanciata in un disco non funzionante ma a tratti suggestivo dal titolo See Saw.
Tutti possono avere pensato: “vedi? funzionava perchè c’era Damien Rice”, ma è il solito discorso per cui Jordan, senza Pippen non ha più vinto un titolo. Insomma c’è chi è più forte ma serve anche chi gli dà una bella mano.
Tutto questo per segnalarvi la sua splendida, splendida e ancora splendida cover di Personal Jesus dei Depeche Mode, molto dalle parti di Bat for Lashes nel suo ruralismo gotico, una traccia che con la sua voce sopra diventa da brividi.
La storia personale (mia) e non dei Kill it Kid si gioca tutta sul “caso”.
E’ infatti grazie al caso, e ad un problema del pc durante Walk this way (il talk show radiofonico del mercoledì a cui prendo parte) mi sono girato verso la vaschetta dei promo, preso il primo cd per cui da copertina/foto/titolo avrei potuto dire qualcosa di essenzialmente stupido e messo quel cd in playlist. Quel cd erano i Kill it Kid.
E’ un caso anche che i Kill it Kid abbiano fatto da cavie in una sorta di Big Brother accademico tenuto all’università di Bath (sono inglesi) che verteva sostanzialmente sull’evoluzione del sound di un gruppo, vissuto in tempo reale e sulle indicazioni di un tutor. Quel tutor era John Parish (sì quel John Parish là).
Le due reazioni al caso. Messo il cd, il mio ghigno, in radio, si è trasformato in un ghigno gongolante, perchè ho avuto immediatamente la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di veramente non solo catchy, ma anche stimolante per i miei ascolti.
Sostanzialmente un gruppo che ad oggi rifà i Rolling Stones di Let it Bleed alla stessa maniera in cui i Two Gallants (mai sempre troppo amati) rinverdivano Cash et similia. Con una tensione ruvida, ciondolante un passo in avanti rispetto ai Royal Trux, certo ma più accessibile. Roba di cui si sentiva veramente il bisogno infatti.
La seconda reazione al caso è che finalmente i Kill it Kid sono riusciti ad andare a Seattle e registrare il loro esordio, una roba che sembra racconterà (non-novità per il genere ovviamente) di uccidere mogli e amenità varie. Roba difficile insomma.
Roba da aspettare.
Roba per caso.
E no non è l’ennesimo post di commemorazione.
Conosciamo un po’ tutti Bon Iver. Se non lo conoscete il problema è un po’ vostro e un po’ vostro (del resto qui e da altre parti se ne è parlato, giustamente, anche troppo), fatto sta che il suo For Emma.. è uno di quei dischi a suonare dilaniante dalle prime note, dalla chitarra scarna, dal falsetto, da quella capacità che ha di rimestare le viscere e farne un Big Mac nel giro di tre minuti di canzone.
A Bon Iver, che rimane per chi scrive un cantautore dal talento assoluto, uno dei pochi veramente di un talento diverso e quasi anticonformista per mille motivi (non ultimo l’asetticità della sua proposta, il suo perenne non strizzare l’occhio a nessun tipo di modulo musicale predefinito), probabilmente scrivere un disco come quello di cui si parlava sopra non bastava. No.
Non è bastato mandare alla deriva gli animi di una generazione di trentenni.
No.
Bon Iver il 28 settembre ha tenuto un concerto in un cimitero. Uno di notte e uno di giorno.
Al Forever Cemetery, a Hollywood.
Cimitero che ha anche un suo sito di tutto rispetto.
Alcuni direbbero agghiacciante, altri surreale, altri ancora evocativo.
Io dico semplicemente perfetto. Qui tutto il concerto, o quasi, montato da camere diverse, in posizioni diverse. Qui sotto invece Flume
E ora piangete tutti in coro. Su
1) Perchè nella copertina c’è anche Scarlett Johansson (del resto il disco è Pete Yorn & Scarlett Johansson)
2) Perchè nel disco canta Scarlett Johansson
3) Perchè nel disco non canta sempresempresempre Scarlett Johansson
4) Vabbè perchè nel disco a volte “fa i cori” Scarlett “Romina Power” Johansson (Yorn però non sembra Al Bano)
5) Perchè nelle foto stampa c’è Scarlett Johansson.
6) Perchè nelle foto stampa Scarlett Johansson è mora e sul cd è bionda. Dimostra eclettismo
7) Perchè è comunque “un disco di Pete Yorn con a volte la voce di Scarlett Johansson” (il che può sembrare un ovvietà ma non lo è)
8) Perchè la voce da papera di Scarlett Johansson fa un suo effetto. Fosse stata di una persona qualunque sarebbe stata una voce normale da papera ma così è “la voce da papera di Scarlett Johansson” il che è tutta un’altra cosa, fidatevi
9) Perchè è un buon disco che ho deciso di sentire mica perchè c’era Pete Yorn (cazzomenefregaamediPeteYorn) ma perchè c’è Scarlett Johansson, quindi “dude, epic win!”.
10) Perchè a questo punto credo sia confortante sapere che una come Scarlett Johansson canti come Scarlett Johansson, insomma dare la voce e i campanellini e le fatine a quello che uno pensa quando la vede in foto/film/whatevah è cosa sana e giusta e di cui difficilmente si può fare almeno. Di Scarlett Johansson, dico.
A tutt’oggi mi sento di dire che questo 2009, musicalmente parlando, ha regalato tante soddisfazioni. E sembra proprio che altre ne regalerà. Ci sono diversi album da attendere, così in ordine sparso, il ritorno degli Arctic Monkeys e la loro svolta “desertica” con Josh Homme, il ritorno degli Editors, per me al momento vero gruppo di punta nella categoria rock-arena, la seconda parte del lavoro di Patrick Wolf, il primo – The Bachelor – è un gran disco, per non parlare dell’attesa maggiore, cioè il doppio Embryonic dei Flaming Lips.
Nel mio piccolo attendo con ansia anche Eros dei Deftones dai quali mi aspetto un album molto sofferto, il bassista è ancora in coma, e poi via con Yo La Tengo, Built to Spill e gli Spoon di cui ha parlato Giorgiop… a quanto pare sono in studio pure Arcade Fire e Broken Social Scene ma dubito se ne escano entro l’anno.
Ed ora posso aggiungere altri due nomi.
Uno lo faccio con molto piacere ed è quello dei Black Heart Procession, gruppo da podio nel gotico d’autore. Poche sorprese e molte conferme nell’ascoltare Rats dal nuovo album Six previsto ad ottobre.
Il secondo è invece una grossa sorpresa. Vederli lo scorso anno a Barcellona fu per me una di quelle cose a cui non credi più che invece si realizzano ed ora tornano con un nuovo album a settembre dal titolo In Prism e si può ascoltare in anteprima Beggar’s Bowl. Il più bel segreto dell’indie americano sta tornando. Polvo is back!!!
Io non so se a voi capita ma a me spesso sì, la mattina è sostanzialmente un dramma svegliarsi ed andare a lavoro.
Il dramma non sarebbe questo ma il tragitto da casa alla metro e dalla fermata della metro a lavoro, parlo della sonorizzazione. Che è una cosa che fatta male è in grado di mandare in vacca (o mantenere su standard decenti) una giornata intera. Le regole di base per quello che mi riguarda è che la sonorizzazione sia sempre qualcosa di non portentosamente aggressivo, massimo 80 bpm. In buona sostanza una di quelle robe che sul vostro hard disc mettete in una cartella col nome “dumaroni”.
Un mesetto e mezzo fa tale scelta cadde sui Pink Mountaintops, era uscito il nuovo Outside love e insomma andava a un certo punto testato e da lì, dalla fortuna di una sonorizzazione mattiniera è nato il vero amore.
Già, perchè parliamo di qualcosa che è sostanzialmente derivativo (Jesus and Mary Chain, Mazzy Star, Spacemen 3 e via dicendo) ma costruito nei dettagli e reso potentissimo da una scrittura che non esiterei a definire magnifica (ed è ad oggi uno dei miei dischi del 2009 senza neanche starci a pensare), che fa diventare i richiami shoegaze dei semplici spunti su cui costruire melodie melò, chitarre saturate e voci femminili (a metà tra Hope Sandoval e Jane Siberry) tanto dolci e strappacuore da avvicinarsi nella loro essenzialità in qualche caso al miglior Conor Oberst di Lifted.. in altri alla malinconia dei vecchi e mai dimenticati Grant Lee Buffalo. Ma più siderali.
Inutile dire che decada il concetto di dumaronismo a fronte di un disco estremamente emozionale, che conosce perfettamente il punto di caduta, almeno in quello che ha voglia di provocare.
Una quantità enorme di sospiri.
Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.
Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.
Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.
Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.
Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!
Sciabolata velocissima su tutto il resto. Alla Ziliani
The Vaselines: col senno di poi “uno dei gruppi più sfigati della storia”, snocciolano subito Son of a gun, Molly’s lips, Turnaround insomma le cose per cui uno stava lì. Sento l’onda di suono dei Lightning Bolt e me ne vado. Sfiga dicevamo, vero?
Bloc Party: Morti. Kaput. Fine. E mi sono bastati 5 canzoni di cui una irriconoscibile Helicopter per capirlo. Parliamo ormai di un qualcosa che neanche è più un pallido ricordo di Silent Alarm.
Yo La Tengo: uno dei live migliori del festival, compattissimi nel loro pop-noise, vedere nel giro di tre giorni loro e Sonic Youth mette l’animo in pace col mondo
Spiritualized: anche qui, atmosfera d’altri tempi che magari più della luce avrebbe meritato l’oscurità della sera. Ne vedo solo metà ma mi basta per capire che è qualcosa di grosso. Soul on fire la cantano anche a Girona. Brividi grossi, di gruppi così ne dovrebbe essere pieno il mondo a fottere
The Horrors: falcidiati da infortuni tecnici a me comunque non sembrano pronti per reggere un disco “troppo buono” come l’ultimo. E non è un caso forse che l’unico momento in cui risultano convincenti è quello in cui vanno a ripescare dal loro esordio garage. Insomma “parrucche”, forse
Throwing Muses: mi stranisco immediatamente quando vedo che sono tre (e io credevo ci fosse anche Tanya Donnelly), mi passa subito appena attaccano il loro college rock stortissimo. Kirstin Hersh ora è bionda e sempre bellissima. Uno di quei gruppi per cui conta molto di più l’impatto sonoro che la presenza scenica. Da volergli bene
Deerhunter: iniziano con Agoraphobia e mi rapiscono subito, il live è di quelli da “gruppo che sta lì lì per esplodere” un po’ come gli Animal Collective lo scorso anno. Impeccabili, colmano la mancanza anche qui di presenza con un sound tondissimo e curato che rapisce. E io non avevo amato tantissimo Microcastles
Sunn O))): sospendo il mio giudizio sul “sono così”. E tenendomi stretto tra i denti il giudizio vero di “più grande truffa musicale live degli ultimi dieci anni”. Due incappucciati con un mare di ampli alle spalle che suonano accordi e arpeggi e alzano corne metal. E c’è chi applaude.
Andrew Bird: si presenta solo soletto, si looppa violino chitarra e fischi e va avanti nel suo splendido avant-folk che dal vivo prende anche altre dimensioni di cuore. Una gioia per gli occhi e le orecchie ci mette un attimo a conquistare tutti.
The pains of being pure at heart: derivativi ma chi se ne frega. Ogni canzone un potenziale singolo e neanche la scarsissima presenza fisica e vocale del cantante li annichilisce. Sono al palco Pitchfork e già di per se gli fa trovare davanti un bel po’ di gente. A fine concerto è “un mare” e sembra a molti il live-evento del festival. E non a torto forse
El-P: io e Caizzi impazziamo da subito, ne vediamo metà con la promessa di tornare se i Black Lips non sono all’altezza. Puro divertimento e foga hip hop con tanta cattiveria e dialoghi col pubblico. Un fuoriclasse, ma si sapeva
Jesu: senza batteria e col sole, smonterebbe chiunque eppure oh Broadrick porta a casa un live quadratissimo ed emozionale. Brani da Conqueror e dal loro esordio. Il nuovo shoegaze è questo. Il nuovo. Non il vecchio
The Drones: grandissimi. Rimandi a Birthday Party e gruppo tutto cuore e rock che sarebbe da ammirare per l’intero live ma dopo un po’ iniziano i Fucked Up e io si sa “ho l’animo accaccì”. La bassista suona l’intero concerto di spalle. Si gira un attimo e parte la ola. Poi guardo le foto e capisco perchè
Crystal Stilts: una delle robe più inutili a memoria mia. Della vita intendo
6- Neil Young
Trovarsi di fronte a un mostro sacro come Neil Young è per forza di cosa emozionante, a prescindere dal fatto che uno ami il rock o la techno. Parliamo di qualcuno che come Obama unisce i popoli nella comune fratellanza.
Si presenta sul palco vestito (a suo modo) da sera. Camicia bianca e jeans, giacca nera con righe bianche e inizia il suo personalissimo show. Il cartellone del festival nel doveroso rispetto di sua altezza in quel momento non propone null’altro e scivola via una cavalcata rock che va a raccogliere moltissimi dei suoi classici (Hey hey my my sparata praticamente subito) resi ancora più enormi da una presenza scenica per nulla scalfita dagli anni che passano. Chiusura con A day in the life dei Beatles e strappo delle corde della chitarra. Unico neo il numero di persone che ormai a quel punto affollano il festival (da me non calcolato al momento) che rendono quasi invivibile la cosa. Ma è Neil Young, e probabilmente è inevitabile tutto questo.
7- Lightning Bolt
Mi ci sono avvicinato nella quasi totale ignoranza, spinto dalle vampate di suono che provenivano al palco da cui stavo ascoltando i Vaselines. Mi ci sono fiondato e il duo composto da bassista e batterista (inquietantissimo con una maschera con microfono incorporato) hanno proposto un live furioso fatto di potenza rock e violenza rave. Ritmi furiosi e per nulla devoti a un genere unico. Un pout pourrì di generi che subito ha mandato nella furia del pogo la folla e che ha aperto gli occhi a chi, come me, raramente si è trovato di fronte a qualcosa di simile. Inavvicinabili per impatto in questo festival
8- Fucked Up
Con i Lightning Bolt il vero concerto -core del festival. I canadesi sembrano un’armata Brancaleone tra ragazzini sul palco, una bassista che sembra la zia del gruppo a fare da guida a una gita e il frontman Father Damian a dominare totalmente la scena. Parliamo di hardcore, strillato e di stampo A Minor Threat accordi apertissimi e ruvidi fatti per il pogo e poco altro. A tratti si sente qualche spunto wave nelle intro ma è solo una parentesi in un mare di sudore. Damian si fa tutto il concerto tra la gente che rimarrà ad abbracciare a fine concerto e concede qualche siparietto alla “assassino del silenzio degli innocenti” (cazzo in mezzo alle gambe) e culo di fuori (e cazzo mostrato alla bassista). Io mi commuovo sempre quando vedo cose così. Sì che sono vecchio ma di fronte all’autenticità di tutto questo non si può che sorridere e sentirsi meno soli.
9- Sonic Youth
Anche se il disco non mi ha pienamente convinto (“a che serve un disco così”) ho trovato la mia risposta nel loro live, quadratissimo e votato anche qui allo spirito dell’harder faster. Scaletta tirata con brani proposti per lo più da The Eternal (appunto) che dal vivo prendono una piega diversa, più ruvida. Più Sonic Youth. Kim Gordon al centro della scena stasera si prende il ruolo di front-girl cantando la maggior parte delle canzoni, maglietta bianca lunga, pantaloncini neri e calze strappate. Cinquantasei anni. E la coscienza che certe cose sono nate solo per essere “Sonic Youth”. E punto.
10- Alela Diane
Oh il genere molto probabilmente lo troviamo affascinante solo io ed Emiliano Colasanti ma all’uscita non trovavamo parole minori di “bellissimo”. La cantautrice sale sul palco e presenta il padre e sembra di stare da subito a un festival di redneck, poi sale una sua amica corista (e lì mi scappa la battuta “sì e ora anche l’amministratore del condominio), poi a completare l’opera un bassista e un batterista che sembrano usciti scongelati dagli anni 60, pantaloni a zampa, canotte viola attillatissime e ci si trova proiettati in un altro mondo fatto di canzoni root folk come da tempo non se ne sentivano (almeno con quell’attitudine lì). Senza tanti fronzoli, puro e semplice traditional spirit. Bellissimo e a suo modo commovente. Ps per chi avesse voglia di snobbare si rendesse conto che metà dei riff richiamavano alla mente canzoni di Sky blue sky dei Wilco.
Fermarsi a parlare del Primavera Sound è una cosa che prenderebbe tanto, tantissimo tempo. Che indubbiamente innescherebbe un discorso riguardante innanzitutto il valore che nel nostro paese ha la musica alternativa (persa tra una dimensione assai limitata e logiche da quartierino abbastanza noiose) sia la conseguente cultura dell’ascoltatore medio sia (e non per ultimo) la logica degli spazi destinati ad eventi di una certa portata.
Ma su questo credo si possa noi tutti poco, sul resto, beh sì.
Detto questo è il mio secondo anno al Primavera Sound festival che va a raccogliere la crema della musica alternativa del momento (più spesso e volentieri succose reunion di quelle che fanno contento chi ne sa) il posto è Barcellona e il posto di Barcellona è il Forum, area dedicata ai grandi eventi a ridosso del mare. Poesia pura insomma.
Il report della quattro giorni (compresa l’apertura del 27) sarà strutturato così: ora i dieci migliori live, a seguire un post riepilogativo (a minestrone) di tutto il resto.
L’anno prossimo, se potete, veniteci anche voi.
1- My Bloody Valentine
Non è che mi servissero particolari motivi per tornare al Primavera ma appena saputo del live dei My Bloody Valentine diciamo che non ho più temporeggiato nell’acquisto del biglietto.
Vedere il loro live a dieci metri dal palco (quindi di fronte alle casse) è qualcosa di autenticamente doloroso, vuoi per l’attesa di anni vuoi perchè i decibel erano da sangue dal naso; il fatto è che però dal vivo si parla di un gruppo che è per come lo si è sempre immaginato, immobile, emana un’onda di suono, feedback e voci sotterrate dagli amplificatori. E’ la definizione del masochismo del pop. Della coscienza che certe canzoni sono nate anche per fare male, anche fisicamente e dal vivo sono suonate impeccabilmente da quattro personaggi mai scomposti, fermi sulle loro gambe e che alzano la testa solamente per cantare o minacciare di botte il fonico.
Se avete chiaro in testa cosa possa voler dire una frase come “emozioni della vita” immaginate bene di cosa sto parlando
2- Zu / Dalek E non è una questione di orgoglio romano, è vero e basta che gli Zu si sono conquistati (convincendo) un post di assoluto rispetto che travalica ormai i confini dei “pochi appassionati” e dello jazz-core. Vederli dal vivo con un live che tendenzialmente era molto simile a quello di qualche mese fa al Circolo degli Artisti acuisce solamente la forza con cui si crede che le distanze tra quello che esce da questo paese e il resto del mondo non sono incolmabili (per quello che passa il convento poi aspetteremmo anni) se si ha qualcosa di importante da mettere sul piatto e lo si propone con classe e determinazione. Gli Zu sono un’autentica macchina da guerra del ritmo, Battaglia Mai e Pupillo padroneggiano la materia da maestri, senza paura e sbavature.
Il concerto, aperto da Dalek e i suoi splendidi beat oscuri e dalle tinte dark apre il festival (il giorno prima nel mezzo dei festeggiamenti per la vittoria della Champions League del Barcellone) è davvero una roba a cinque stelle. Una roba di quelle per cui si parlerà a lungo, anche non solo da noi.
3- Bat For Lashes
Uno dei live da me più attesi (anche e soprattutto sull’onda dell’ottimo Two Suns) non smentisce per nulla. Natasha Kahn e il suo gruppo ripropongono i suoni tardo 80 dell’ultimo lavoro in maniera decorosissima e molto ma molto conservativa (per il genere).
Può sembrare un difetto ma vi assicuro che per un genere come l’electro pop anni 80 è facilissimo cadere in rappresentazioni o molto poco credibili o pacchiane. Il live di Bat for lashes invece ha senso della misura, divertimento e non ultime le canzoni a renderlo un ottimo live che accende gli animi e la malinconia fino alla inevitabilissima Daniel in chiusura.
Note, io non lo sapevo ma sono stato felicissimo di sapere che nel gruppo live fosse presente Charlotte Hatherley (ex Ash)
4- Shellac
Già l’anno scorso fu a detta di molti “il live” del festival. Lo è stato e sicuramente molto, di livello quest’anno. Il trio di Chicago si presenta ovviamente con il piglio del gruppo stronzissimo e di levatura che ha la faccia di non volere concedere nulla a chi sta sotto il palco. Ma alla fine il velo cade sotto le mosse caracollanti di Weston e gli scatti di Steve Albini. Scaletta impeccabile, immediata e con un’impronta fortemente post hardcore sbattuta lì, dritta in faccia.
Scene collaterali: mezzo cartellone del festival che era a bordo palco a seguire il concerto (Natasha Kahn/Bat for Lashes, Fucked Up e Jesus Lizard), Todd Trainer che a un certo punto stacca il rullante e inizia a girare sul palco minacciando gente e il finale da applausi con annesso smontaggio della batteria stessa.
Fino a che non avete visto live gli Shellac tendenzialmente non sapete cos’è un live. Per me è stato quasi toccante rivederli dopo la mia prima, quasi dieci anni fa.
5- The New Year
Una di quelle cose che si sono segnate appena letto il cartellone e che si è giurato da subito non si sarebbero mai perse per nulla al mondo. La creatura dei Kaneda bros vive il suo splendido live all’Auditori (vedi il discorso sopra degli spazi) dove trova probabilmente la collocazione ideale per il suo slow core fatto di poesia e di cuori rotti. Si sospende tutto per tre quarti d’ora e si va in apnea in un live dolorissimo e intenso, che passa in rassegna gran parte del loro ultimo omonimo (una delle cose migliori dello scorso anno nel genere e non solo) con la delicatezza e la compiutezza che solo i grandissimi gruppi hanno. Si vorrebbe bene alla gente per molto meno di qualcosa di questo tipo. Figurarsi dopo averli visti ed esserci quasi partiti per.
Regina Il’ova Spektor è un po’ lo spauracchio della scena indie pop dei giorni nostri.
Mettiamo le carte sul tavolo, chiunque è spaventato da una pianista cantautrice russa con uno stile che è tanto confortevole per ragazzini in fase puberale quanto per trent’enni alienati dalla schiacciante ripetitività quotidiana.
Mentre ho scritto quest’ultima riga ero col braccio sinistro alzato.
E’ spaventato, dicevo perchè lo stile della Spektor affonda le dita nel sentimentalismo e nel art-pop, quello ai limiti del burlesque tutto singulti e aritmie melodiche.
Un esempio della portata di questo spauracchio è quel Begin to hope di 3 anni fa, un disco che sfornò una quantità di singoli e di canzoni ribatutte da pubblicità, serie tv, film che neanche gli U2 di The Joshua Tree.
Potere della vocina, dicevano molti, non rendendosi conto che Regina Spektor era qui per restare, anche perchè altrimenti non saremmo al suo sesto (il prossimo – in uscita a giugno) lavoro. Evidentemente qualcosa c’è.
Di silenzioso fino a tre anni fa e di stordente con quel disco lì che ne ha fatto una cosa enorme (forse anche più del dovuto) e che risulta ancora fresco e longevo.
Ora Far, in uscita a giugno e un singolo Laughing with che stende dal primo ascolto, uno di quelli che vi fa vivere il proprio serial a lieto fine preferito.
Insomma, aspettiamo porgendo la guancia all’ennesimo gancio di Regina. Sapendo che sarà kappaòtecnico
Il mondo alternativo, l’ho capito da poco, bisogna considerarlo quasi alla stregua di un campionato di calcio. Nei vari generi ognuno ha il suo “preferito”, il personaggio di cui è tifoso.
Si tiene per una squadra principale e poi si hanno varie simpatie, il secondo e il terzo risultato che si guardano subito dopo, per rovinarsi definitivamente la domenica o per migliorarla di un briciolo.
Sam Beam, aka Iron and Wine, è uno di quei risultati lì, leggi la squadra che gioca bene, meriterebbe di più dei punti in classifica che ha e che qualche oscuro motivo non fa mai quello scattino che la porta a giocarsela con le prime due tre del campionato.
Sam Beam, dicevo, ha la capacità di accendere le candele e il focherello e di portarsi via tutto con una chitarra e la voce di velluto. Inquadrare la cosa come country è forse riduttivo, roots forse ancora di più. Cantautorato potrebbe allontanare i più. Ecco è forse questo il vero “problema” per Iron and wine (anche se alla fine se uno scrive folk non sbaglia mai) l’essere inquadrato difficilmente e in seconda battuta ridurre con una sua definizione il suo reale valore.
Detto questo in questi giorni è dato alle stampe Around the well (doppio cd, triplo vinile) raccolta di b-sides e homerecordings del signor Beam, dagli esordi (la prima parte, tendenzialmente, roba registrata a casa, a là Nebraska), la seconda più articolata e “prodotta”.
Magari qualcuno di voi si potrebbe fare una domanda del tipo “Sam Beam ha b-sides? io credevo le avessero solo Dylan e gli Oasis”, evidentemente sì. Le ha, e anche notevoli. E se immaginate che su due dischi il suo sound, la sua scrittura, il suo livello, rimangono a livelli memorabili (quanto i suoi lavori ufficiali) e vanno a completare un “pacchetto” suadente e assolutamente imperdibile.
Non finisce qui, sul sito ufficiale (e accorrete perchè non so per quanto tempo stia su) da questo link è possibile scaricare (gratis, senza registrazioni) otto brani di The Shepherd’s dog (disco meraviglioso, di una top ten di un paio d’anni fa) in versione acustica.
Chi l’avrebbe detto un campionato così del Genoa, tutto questo da Sam Beam.
Si dovrebbe dire, a un certo punto che “basta con le cantautrici, sto sito è una fucina di chitarrine e vocine gne gne gne che poi sostanzialmente fanno dumaroni di questa portata. Basta su, cresci”.
Vero, tutto vero eh, per carità. Poi però faccio spallucce e vado avanti.
Sì perchè quest’anno (e giurateci su che sarà così) leggerete questo nome in tutte, o quasi, le playlist; sentirete dire di questa ragazza che è la new thing, che come lei nessuno mai, che perdio non si sentiva una così dai tempi dell’esordio di (e scegliete una cantautrice con cui finire la frase). Insomma sentirete parlare un gran bene di Emma Lee Moss, in arte Emmy The Great.
Passetto indietro: di questa ragazza qui se ne parla da tipo 2 anni e mezzo abbondanti; per dire, la prima volta che ho letto il suo nome è stato su Autorun e da lì, ok che non fosse qualcosa di trascendentalmente innovativo, il tarlo però rimase per l”attesa di questo benedetto esordio. La classica pulce nell’orecchio solo per vedere se alle premesse sarebbero seguiti i fatti, come sempre poi del resto. Due anni e mezzo insomma, di attesa un po’ come un vulcano che sta per esplodere e un po’ al limite del divenire il Chinese Democracy della indie folk venue ed ecco arrivare First Love, uscito per la Close Harbour.
Come è il disco, a questo punto voi chiederete. Giustamente.
Il disco è quello che ci si aspettava, con pregi e qualche piccolo difettuccio. Mettete un po’ di Joni Mitchell, mettete una scrittura che a tratti ricorda in maniera imbarazzante Elliott Smith (24, per dirne una) e a tratti riprende arrangiamenti da corona di angeli nel cielo tipica di lavori Illinoise-iani, come Stevens, come My Brightest Diamond di cui però non condivide il piglio a tratti eccessivamente calibrato.
I Belle and Sebastian per lunghissimi tratti risultano essere probabilmente il principale punto di riferimento, anche se la produzione e gli arrangiamenti seguono egoisticamente più l’animo di chi canta che un vero e proprio iter emozionale di chi ascolta. Per quello c’è tempo.
Del resto è un disco in cui Emma si sporca le mani con colori, senza un particolare raziocinio e da cui esce fuori una tela a tratti astratta, a tratti con contorni troppo definiti, a tratti un pasticcio sotto cui si vede che forse lo scheletro di base bastava e avanzava. Ma forse è questo il bello di un debutto: l’imperfezione, o sbaglio?
Ne leggerete, ripeto, ovunque. Però ecco spero che sinceramente l’attesa non abbia eccessivamente surriscaldato gli animi e che un’attesa di due anni e mezzo non colmi le distanze tra un gran bel disco come First Love e un capolavoro.
Per quello c’è ancora tempo.
Doveva tornare prima o poi d’inverno e nel momento in cui fa più freddo quella malinconia che finora, musicalmente parlando un po’ era mancata.
Torna con Casador, il nuovo progetto di Alessandro Raina.
Tre brani (per ora) disponibili nel Puritans Ep canzoni sospese tra la claustrofobia dei Radiohead e l’impatto emozionale assoluto di Sufjan Stevens. Mi ci sono imbattuto qualche mese fa, vedendolo di spalla a Shannon Wright, in una situazione in cui voce e chitarra elettrica aveva proposto una manciata di brani con il nuovo monicker. Già lì il discorso sembrava molto profondo, di estremo valore anche se poi ci chiedevamo un po’ tutti come sarebbero state quelle canzoni (già allora piccoli gioielli) “prodotte”.
Il risultato è questo, due tracce scaricabili, che hanno tutta la forza della canzone d’autore e l’impatto,le atmosfere del folk e un briciolo di richiamo alla wave dei National.
Aspettavamo l’inverno. Eccolo.
Con i Department of Eagles non è stato come con tutti gli altri gruppi, parlo dell’ascolto.
Sì perchè per me ascoltare un disco è come parlare con qualcuno, ci si studia a vicenda, ognuno da una parte con magari qualche pregiudizio e l’altro con la voglia di farsi ascoltare, di mostrare sempre qualcosa di più.
Sembra un corteggiamento, in pratica lo è.
A volte i corteggiamenti vanno a volte no, a volte ci si sta sulle balle subito e si cancella subito il numero altre volte ci si rivede un paio di volte e poi bòn, altre volte ancora ci si sente, ci si vede e si finisce a letto insieme.
Con alcuni dischi magari anche per anni.
Con i Department of Eagles è stato amore a prima vista, e letto la prima sera.
E non starò qui più di tanto a rompervi con recensioni e bio che tanto poi bene o male le cose sono sempre le stesse, il duo di sfigati compagnucci di stanza all’università a cui piacevano tanto i Beatles e la fine degli anni 60, robe così.
Beh, In Ear Park è quello che magari con questi presupposti potete immaginare, un progetto folk, con doppie voci, falsetti, melodie da mettersi a piangere (non eufemisticamente parlando) come non si faceva dal tempo di certe cose di Elliott Smith, atmosfere a tratti lisergiche, come se da quelle parti oltre ad organi chitarre acustiche passasse per caso qualche campionatore vecchia maniera per allentare le cose.
Per farle più vere ecco.
Presente i Beta Band? Ecco una roba così ma emotivamente molto più instabili.
Innamorato. Ecco.
A leggere come musicisti accreditati per un album Joey Burns e John Convertino si suppone si stia parlando del nuovo disco dei Calexico. Non è così.
O meglio c’è stato quest’anno un disco (gran bello) dei Calexico ma se stiamo parlando del duo Burns/Convertino è perchè si ergono come deus ex machina dell’esordio di Marianne Dissard.
Il primo nelle vesti di co-scrittore, produttore e polistrumentista, il secondo alla batteria.
Il disco, cantato interamente in francese e registrato a Tucson, è in effetti quello che un po’ si potrebbe immaginare: un disco tex mex, molto vicino al Carried to dust dei Calexico, appunto e superato un primo straniamento dovuto al difficile (sulla carta) connubio lingua femminile francese / banda di frontiera ha un suo effetto che è poco definire come suggestivo.
Suggestivo e romantico e qui finiscono le parole, perchè sì, a volte non è necessario cambiare lo scenario musicale, rivoluzionarlo, a tutti i costi. A volte basta dimostrare che la musica può essere addizioni o ingredienti. Su tutto ovviamente si erge la voce estremamente evocativa (vuoi anche in parte per la lingua) di Marianne Dissard, vicina alla Marianne Faithfull nella profondità e sensuale come una Birkin d’altri tempi (la ricordate la voce di The ballad of Cable Hogue di Hot Rail, dei Calexico? E’ lei).
Lo spirito è quello di scrivere musica di una colonna immaginaria, con le aperture proprie di un qualsiasi road movie che spingono sempre in là l’immaginario e invocano a denti stretti il sogno di celluloide. Uno spirito che troppo spesso a volte viene colpevolmente dimenticato.
Fosse un film sarebbe indubbiamente Paris, Texas.
A discapito di quello che possa far pensare il titolo, questo post non parlerà di calcio.
Del resto lo sto scrivendo prima del derby di questa sera (ieri per chi legge ndr.), quindi non parla nè di questo, nè del suo risultato:
In sostanza l’oggetto è il progetto di Andy Hull, cantante dei Manchester Orchestra dal nome Right Away, Great Captain. Secondo disco per l’esattezza, semmai ve lo steste chiedendoil precedente una sua luce non l’ha mai vista (in un formato che non sia l’mp3 intendo) ed è un gran peccato dato che sentire un concept che racconta il diario di bordo di un marinaio del seicento di stanza in mare per tre anni un po’ di curiosità la metterebbe anche ad uno destinato a morire di inedia.
Da qui, da quell’esordio, lo splendido nome del gruppo.
Ora l’uscita del secondo, vi giuro, splendido lavoro dal titolo The Eventually Home, un disco toccante e malinconico che passa dalle parti del folk dell’ultimo Bright Eyes e andando indietro dritti dritti dalle parti di Neil Young, che odora di Omaha e di fuochi accesi male e spenti peggio la mattina e note lasciano il salmastro del mare in bocca.
Andy Hull è per me che scrivo un’autentica scoperta, inaspettata e quasi fortuita perchè a farmi fermare ad ascoltarlo è stato non avere letto Manchester Orchestra ma la foto con quella faccia simpatica, con quella barba da trucker e quel poster degli Avail lì dietro.
Spinto Play è difficile staccarsi, difficile non sentirlo un disco così, difficile non lasciarsi abbindolare da giri di parole ed accordi che ammaliano con la semplicità di chi non ha bisogno di altro che di una chitarra per scrivere canzoni di valore assoluto; perchè di questo stiamo parlando, un grande disco.
Vedi, che poi alla fine succede che uno crede sia un’altra domenica buttata lì, tra trecento cose da fare e nessuna da portare a termine e il cuore che va un po’ così e poi boh, arriva un marinaio qualunque che scrive ad un capitano che non si conoscerà mai.