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Presentare Matteo Valido Zuffolini è un po’ come cercare di parlare di Mike Patton, rinomato blogger, stimato collega di Spoilerin’, amico, e potrei andare avanti e scrivere un post solo per raccontarne le gesta. Non lo farò. In un certo senso (anche se indubbiamente ha un destino migliore di Will Smith) Valido è leggenda.
Questo post prende indubbiamente ispirazione da questo post qui. Una dissertazione grafica (e quindi una lettura più immediata) del gradimento per le trilogie cinematografiche più famose.
Ovviamente non abbiamo fatto i completisti, quindi ne mancano un bel po’
- Qua Valido. Non credo di aver dato voti particolarmente “strani”… è il classico caso in cui o commento tutto o commento niente. Per cui scelgo la via di mezzo e commento cose a caso.
Tipo: i film di Superman sono La Mia Infanzia. Cioè, per me il Superman di Donner non è nemmeno un film. Per le volte che l’ho visto, e per quanto mi significa, è una specie di equivalente della trilogia epica di Omero. Un testo storico, sacro. E se fossi un regista famoso avrei girato Superman Returns esattamente come ha fatto Brian Synger – to’, tagliando giusto un pelo sul finale. Il terzo infila la direzione sbagliata, ma preso a sè rimane tutto sommato simpatico.
I voti più grossi li prende in media Mad Max: c’è sicuramente della simpatia extra per una cosa anti-hollywood. Il primo è una cosa enorme, violentissima, con stunt incredibili. Un Mel Gibson dalla faccia d’angelo ma dalla psiche più contorta di tanti serial killer. Il secondo non ne parliamo: reinventa l’atmosfera da capo, e fa tutt’ora a gara con Blade Runner come il film che più di ogni altro ha segnato l’immaginario fantascientifico da ormai trent’anni a questa parte. Il terzo è hollywoodiano, ma vale anche solo per l’invenzione del Thunderdome.
Infine, una nota per tre dei seguiti migliori di tutti i tempi: l’Aliens e il Terminator 2 di Cameron, film epici e di rara perfezione, e il secondo, malatissimo Batman di Tim Burton. Che non ho ancora deciso se è meglio il Joker di Heath Ledger o il Pinguino di De Vito.
Ripasso la parola a Giorgio, sperando che mi spieghi la sua passione per Matrix (per me tutti e tre largamente sotto la sufficienza) ma sapendo perfettamente che il punteggio pieno a Blade Trinity è dovuto esclusivamente al culo di Jessica Biel…

- Qui Giorgio. Matteo in effetti non sbaglia, però mi sento di dire che Blade è l’unica trilogia a mia memoria finita in crescendo, con il secondo episodio migliore quasi al livello del terzo e conclusivo dove l’apporto di Jessica Biel direi fosse fondamentale. Oh si era imparata anche a tirare con l’arco che credi! (anche se andarsi ad inventare la figlia di Whistler credo che sia una trovata seconda solo a resuscitare The Undertaker)
Per il resto ovvio, il Padrino non ha un termine di paragone valido (ahah) ai primi due episodi e Matrix a suo modo ha cambiato la maniera di concepire le trilogie. Della serie “andava bene il primo, era chiusa così, potevamo fermarci”. Qualche genio deve avere detto “Ma parliamo dell’architetto va!”. Ci vuole coraggio e a mio modo l’ho premiata. L’idea.
Indiana Jones imperdonabile il tempio maledetto, il ragazzino cinese stimola pulsioni xenofobe, così come gli pseudo sacerdoti indù. Non ci siamo per nulla; per sistemare le cose hanno dovuto richiamare alle armi un settantenne che stava tanto bene a riguardarsi nei panni di James Bond in dvd.
Per concludere Star Wars, estrema delusione per il ritorno dello jedi. Sono uno che sperava che gli Ewoks morissero tutti di diarrea fulminante.
Così non è stato. Ahimè

Trilogie. Le trilogie fanno sempre un certo effetto.
Da Guerre Stellari al Signore degli Anelli o per rimanere in ambito musicale la trilogia berlinese di Bowie. One-Two-Three.
Tutto ciò solo per dire che gli U2 a breve chiuderanno la loro quarta trilogia.
Questo è solo un mio punto di vista naturalmente. Non ricordo nessuno di loro aver parlato esplicitamente di una cosa del genere.
No Line on the Horizon, dodicesimo album in studio dei dublinesi, chiude la loro quarta trilogia. Per chi scrive naturalmente la loro peggiore. Però così è. Boy-October-War. The Unforgettable Fire-Joshua Tree-Rattle&Hum. Achtung Baby-Zooropa-Pop.
E gli ultimi tre che non ho voglia di stare a scrivere.
Che palle direte… io ci sono letteralmente cresciuto con loro e da quando sono scrittore digitale ho sempre evitato di farne un post.
Giorgio e questa stronzata delle trilogie mi hanno convinto a farlo.
Da fan? No. Da appassionato e conoscitore si però. E non è facile. Parlare del microcosmo personale U2 (che va dalla bandiera attaccata ancora sul muro della mia camera alla [modalità sborone on] chiacchierata con Bono in quel di Bologna durante la quale gli chiesi invano gli occhiali da mosca [modalità sborone off]) all’interno del macrocosmo universale U2 (sono senza dubbio la rockband più globalizzata degli ultimi venti anni, con tutti i pro e i contro).
Ah… è un post a quattro mani…
The First Trilogy – All Boys go to War
Boy
Fa tenerezza ripensare e riascoltare questo album, la stessa tenerezza che traspare dalla copertina che ritrae un ragazzino ingenuo e ancora “vergine” sulla strada dell’establishment rock. Ragazzino che ritroveremo tre anni più tardi con una diversa espressione sul viso.
Quando i quattro erano poco più che maggiorenni e si barcamenavano nell’underground.
Steve Lillywhite fu il produttore e leggenda vuole (ma neanche troppo leggenda eh) che doveva essere Martin Hannett già produttore di Unknown Pleasures e Closer e del loro primo singolo 11 O’Clock Tick Tock e che declinò l’incarico a seguito del suicido di Ian Curtis.
Chissà come avrebbe suonato quest’album… forse sulla falsariga dell’accoppiata An Cat Dubh/Into the Heart.
Fatto sta che il risultato è uno degli esordi più convincenti della storia del rock. Brani come I Will Follow, Twilight, Out of Control (scritta da Bono il giorno che compì 18 anni), A Day Without Me (reazione al suicidio di Curtis), The Electric Co. (sulla pratica dell’elettroshock) sono li a ricordarlo. Un album sull’adolescenza. (PistaKulfi)
October
Forse il disco che amo meno degli U2, ma è forse il disco in cui cominciano a far girare gli anthem da buttarsi in ginocchio e gridare a Cristo, mettete Gloria, Stranger in a Strange Land per dirne un paio; il suono è ancora molto ma molto vicino al post punk.
Bono ha una voce che potrebbe farsi sentire in un club senza microfono e stupisce tutti con la sua prima vera interpretazione maiuscola, la title track. Dolente, tristissima, anomala per la produzione U2 tanto da non sembrare quasi un loro pezzo. (GiorgioP)
War
Il disco da Curva Sud, con il suono che si allontana dal post punk e diventa vera e propria wave, si attualizza in maniera concreta.
Canzoni che hanno per lo più tutte un ritornello incredibile; senza arrivare a Bloody Sunday e New Year’s day ci sarebbero da citare Surrender
e Two hearts beat as one. Disco concreto, sembra una corsa per arrivare primi al traguardo. Ci arrivano con Sunday Bloody Sunday, probabilmente la canzone più “paracula” della storia. (GiorgioP)
The Second Trilogy – From Dublin to U.S.
The Unforgettable Fire
“How long to sing this song…” Così si chiudeva War e molti dei loro concerti. L’album della maturazione e della prima svolta.
Basta con Lillywhite. Basta con quel suono grezzo e stereotipato. La scelta ricade nientemeno che su Brian Eno, fermo da Remain In Light delle
Teste Parlanti. Eno accetta e si porta il fidato Lanois. Si chiudono allo Slane Castle nella campagna dublinese e scatta la scintilla che accenderà il Fuoco Indimenticabile. E’ un album di musica, non di canzoni. Le intenzioni sono comuni. Entrano i synth e gli archi, le sperimentazioni e quel senso di jammin’ incompiuta. Il titolo prende spunto da una mostra di disegni realizzati dai superstiti di Hiroshima.
Pride e Bad entrano nella storia, soprattutto la seconda. Ma A Sort of Homecoming, Wire e la title track ci dicono che siamo di fronte ad
un capolavoro. (PistaKulfi)
The Joshua Tree
L’apoteosi. Lo stato di grazia. Quando tutto ti gira bene. E guardano ad Ovest. Cominciano a capire che se vogliono essere la rockband definitiva degli anni ’80 debbono conquistare l’America. E ci riescono a mani basse. The Joshua Tree è un “classico” per eccellenza.
Di bello c’è che dentro ci sono cose “americane” inusuali. “Metti le bombe del viaggio in Salvador nel tuo amplificatore” dice Bono a The Edge ed esce fuori Bullet the Blue Sky. A me rimarrà in testa l’oscurità di Exit e la solenne Mothers of the Disappeared dedicata alle madri dei desaparecidos argentini. Del resto, inutile stare a dire. Esagerato come Montella contro Nesta in un derby di tanti anni fa.
Ma se devo dirla tutta non è un album che mi ha rapito completamente. (PistaKulfi)
Rattle and Hum
Forse è il disco che vale meno dell’intera discografia U2, per me ha un valore grandissimo per il semplice motivo che è stato il primo cd che ho acquistato insieme a Sgt Pepper’s. Son cose. Siamo in piena onda “Bono Vox messia” e Rattle and Hum nasce come testimonianza della loro investitura americana a “nuovi Beatles”. Più tamarri ma pur sempre nuovi Beatles. Desire e una versione strappaculo di I Still haven’t found fanno sostanzialmente il disco, in realtà da riscoprire Heartland, autentico capolavoro di scrittura e God Part II che sostanzialmente apriranno gli U2 alla cover di Night and day di Cole Porter e a suoni nuovi approfonditi con Achtung Baby.
Dimenticavo All I Want is you. Best U2 song. Ever. (GiorgioP)
The Third Trilogy – On a Trabant between distortions and drones
Achtung Baby
Albertino… si quello lì. Radio DJ. Tardo pomeriggio. Sono nella mia camera e dice che sta per passare il nuovo singolo degli U2. The Fly. Terrore. Giuro che non ci ho capito nulla per giorni. Non capivo cosa stessero facendo. La prima cosa che pensai fu “perchè sono così sporchi ed ambigui?”. Stavano regalando l’ultima evoluzione artistica degna del loro nome.
Berlino. La Mitteleuropa. Larry con la maglia dei Ramones. Bono con gli occhiali da mosca. Le Trabant. I satelliti. La tecnologia che avanza verso la globalizzazione. Lo Zoo. La Tv. Lo ZooTV!!! Io non ho visto più nulla di paragonabile a quel tour e sono passati 15 anni.
Il fascino del Vecchio Continente distrugge il mito americano. Best U2 album. Ever. (PistaKulfi)
Zooropa
Da rivalutare secondo me. E’ un lavoro molto interessante. Sicuramente risente del fatto che sia stato pensato e composto durante il tour e si avverte il senso di incompletezza. Però ribadisce chiaramente che gli U2 sono vivi ed hanno voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Dentro c’è un gusto per l’elettronica meno “plasticoso” di quello che sarà poi Pop.
Zooropa, Lemon (per la quale ho un debole particolare), il giro di basso di Dirty Day dedicata a Charles Bukowski e l’ospitata di Johnny Cash su The Wanderer sono i momenti migliori. Sparo un’altra cavolata. Dentro c’è anche l’antesignana di Sui giovanni d’oggi ci scatarro su… ovvero Daddy’s Gonna Pay for Your Crashed Car. Sinceramente un altro stranimento dopo quello di Achtung Baby non me l’aspettavo.
In questo preciso momento della mia vita li adoro. (PistaKulfi)
Pop
Il vero “disco incompleto degli ultimi 15 anni”, ci avessero lavorato un po’ di più probabilmente staremmo parlando di un capolavoro assoluto (o forse del nuovo Chinese Democracy). Le canzoni ci sono, il fatto è che la produzione alla fine risultava omogenea in maniera errata (metti Goldie che doveva produrlo e poi non si sa che fine abbia fatto e amenità varie) sbilanciato verso suoni a tratti trance a tratti tamarri per il semplice gusto di esserlo. C’era Gone per dirne una e se scrivi una canzone così e la metti in un disco così qualcosa di sbagliato nel mezzo c’è. (GiorgioP)
The Fourth Trilogy – All that U2 should leave behind but…
All That You Can’t Leave Behind
Worst U2 album. Ever. Senza girarci troppo attorno ecco. Il singolo che lo precede non è neanche malaccio (Stipe l’adora e ha confessato di averla voluta scrivere lui). Ma è un lavoro scialbo, debole e codardo. Fin dal titolo. Con il punto più basso della loro carriera toccato dal ritornello di Stuck in a Moment. Secondo me Pop non era venuto come volevano. Il mastodontico tour non era stato all’altezza dello ZooTv e loro decidono di tornare a fare rock. Ma quale rock? Una delle delusioni più grandi della mia vita di spettatore “musicale”. (PistaKulfi)
How To Dismantle An Atomic Bomb
A me è piaciuto e da subito. Mi ha fatto l’effetto Accelerate R.E.M. ovvero disco onesto e per cui a un certo punto agli U2 non capisco perchè dovrei continuare a chiedere capolavori. Un po’ tutti sono insorti per la tamarraggine di Vertigo che era figlia della tamarraggine di Elevation; vi rispondo io BONO E’ TAMARRO OK? quindi take everything with a grain of salt si direbbe e partite sempre da questo.
C’era Sometimes you can’t make it on your own che a mio modestissimo parere rimane una delle canzoni sottovalutate dell’intera discografia. Tipo la All I want is you del 2000. (GiorgioP)
No Line On The Horizon
Qui ed ora può essere solo una sensazione. Di concreto c’è fuori un singolo di una bruttezza maggiore a Discoteque-Beautiful Day-Vertigo.
Quindi zero aspettative. E poi per la mia teoria la trilogia è da chiudere. Quindi sono proiettato sugli anni ’10 quando rivoluzioneranno il mondo e si butteranno sul folk-doom a metà strada fra Wovenhand e Fleet Foxes. O forse no.
Fra un mese mi smentiranno e tireranno fuori una nuova maschera che farà crollare inesorabilmente la mia teoria e tutto questo post.
In entrambi i casi… siate buoni. (PistaKulfi)
Fosse uscito su major e sorretto da una buona confluenza temporale, Something To Write Home About avrebbe fatto fuori milioni di copie e Holiday sarebbe ricordata come una di quelle canzoni che definiscono una generazione intera, tipo Smells Like Teen Spirit. Così non è stato, naturalmente: Matt Pryor sembra un normalissimo ragazzo paffuto e veste magliette che il mondo non ricorderà, non è sopraffatto dai propri demoni e non sfascia camere d’albergo. Something ha fatto il suo corso vendendo un botto di copie, decretando il successo di Vagrant e rendendo i Get Up Kids poco meno che delle star; ma per tutto ciò che al mondo riguarda il prefisso emo le cose cambiano per sempre. Ne parlo in apertura perché senza Something, nel bene o nel male, saremmo ancora relegati al guilty pleasure di un disco struggente di amarissimi arpeggi di chitarra registrato da Bob Weston e destinato a un mercato di qualche migliaio di copie.
Ne parlo in apertura, fuori dalla lista: non so bene se metterli nella prima decade (per la cronologia) o nella seconda (per ciò che rappresenta): saremo salomonici. Il fatto è che Get Up Kids chiama il successo di Jimmy Eat World per direttissima, e da loro Promise Ring e tutto quello che ci sta dietro. Jade Tree, Deep Elm, gli Emo Diaries, le frangette, le ragazzine. L’impianto delle major vede una vena d’oro bell’e pronta da sfruttare, una scena di gruppi più o meno neonati che suonano “emo” ed hanno ascoltato tutti i dischi giusti, ma i tempi sono quelli che sono e la nuova scena “emo” viene bollata come minestrone di scapestrati senza arte né parte (né vergogna) nel giro di un paio d’anni, anche peggio di quel che è successo al grunge. Nel mentre si studia un nuovo approccio critico alla materia (più giovanile), vengono riservati altri numeri di pagine in altri tipi di giornali. Cambia la predisposizione degli ascoltatori. Cambia l’estetica delle bands: maglietta nera, jeans vintage, all star. Da lì a poco qualche milione di ragazzi si taglierà i capelli a scodella e finirà tutto in merda. Lo stato attuale delle cose è che “emo” viene ricordato come un genere musicale (che prima NON era) e soprattutto come una sorta di categoria dello spirito che consta di foto su myspace palesemente auto-scattate, che mostrano faccette glabre con capelli corvini stirati e riflessi biondi, eyeliner e anoressia a venire. Estetica che più avanti, e in maniera piuttosto pretestuosa, incontrerà una sorta di derivazione heavymetal della new school accacì degli anni novanta e darà vita ad una delle scene più ridicole del rock contemporaneo –che di scene ridicole non manca, davvero. E dietro una serie di ricorsi, TorniamoAlloStatuto, emoviolence in super-ascesa, chitarre acustiche, parenti e vicini, amici e nemici.
E io sono ancora Francesco. Dieci dischi, miei e di quell’altro tizio che regge le cose qua dentro, per celebrare il nostro percorso all’interno dell’emo(piùomeno)core degli anni dal 2000 ad oggi –che in parte è un percorso inedito e non propriamente religioso. La mia maglietta preferita tra quelle che indosso ha una stampa in bianco, c’è un frangettone che si punta una 44 magnum alla testa e la scritta FUCK ARTSY FARTSY FASHION GRINDCORE.
È troppo stretta per la mia trippa ma la porto con orgoglio. Nondimeno, questi dieci sono dischi belli.
New end original – Thriller (Jade Tree)
Lukewarm è una power-pop song arrogantissima suonata con dei sorrisi grandi così, viene posta in apertura a sviare l’idea. l’anima del disco, invece, sta nella successiva 14-41, uno dei massimi capolavori dell’indierock dal 2000 ad oggi. Precario nel suo equilibrio piano-forte, abbandona le atmosfere più confidenziali dell’ormai lanciatissimo progetto Onelinedrawing in favore di un assetto “band” che accorpa gente di Texas Is The Reason e Chamberlain e sporca tutto di chitarroni pesissimi. Alla guida ovviamente Jonah Matranga, che con un nome italiota talmente stupido non poteva che diventare una testa di serie del genere (avete mai fatto una lista dei nomi? Tim Kinsella, Chris Leo, Bob Nanna, Chris Carrabba, il newbie Fred Mascherino… sembra il cast un film di mafia americano di serie Q). Thriller purtroppo rimarrà l’unico atto del gruppo, ancor più estemporaneo del progetto Far che aveva fatto conoscere il songwriting del piccoletto al mondo. Un peccato, ma seguite Jonah Matranga: continua a regalar gemme.
Bloodlet – Three humid nights in the cypress trees (Victory)
Il disco che non ci si aspetta, da un gruppo che non ci si aspetta. Accacì con testi introspettivi, quindi probabilmente emo. Spessissimo e dissonante doom metal (Steve Albini al mixer) che neanche i Neurosis si son mai azzardati. Negli anni ’90, prima del grandissimo The Seraphim Fall, sembravano il gruppo più anonimo in assoluto mai messo sotto contratto da Victory. Poi i grandi gruppi Victory si sono dissolti e l’accacì ha preso direzioni diverse; nel 2002, col funerale della scena già celebrato e il giro Boston in cima agli altari del nuovo metallo, esce dal nulla il loro capolavoro –una specie di triplo concept sulla depressione con voce bruciatissima, inserti melodici e suoni post-Fudge Tunnel. Apice emotivo le liriche di Worms: every time i wake up it takes at least ten minutes to remember my name, and sometimes i get it wrong… una band e un disco talmente indimenticabili che il mondo se li è scordati un mese dopo l’uscita del disco.
Cursive – Domestica(Saddle creek)
Stando a quel che dice il principale titolare del progetto Cursive, vale a dire Tim Kasher, il concept Domestica non è propriamente ispirato alla storia del suo recentissimo divorzio. Disco alla mano, sembra un po’ come dire che La Notte di Philippe Druillet non è propriamente ispirato alla morte della moglie dell’autore. Così invece che lavare i panni in casa tua li lavi al negozio di dischi più vicino. Domestica è una raccolta di chitarre rabbiosissime e pesantissime che raccolgono l’eredità di Van Pelt togliendo dinamica e aggiungendo sangue. Le urla di Kasher disegnano un mondo. Emotività alle stelle, alle volte riascoltarlo fa pure prendere male.
Orchid – Dance tonight! Revolution Tomorrow! (Ebullition)
Un 10″ del 2001 suonato alla velocità del suono che inizia a mischiare le carte tra quello che era il classico suono Ebullition ed alcune delle principali declinazioni postpunk degli anni ’90, casse dritte e quant’altro. L’emoviolence è una specie di nuovo inizio che dà valenza di genere a quella fetta di emo suonato a volumi folli e urlato più di quanto sia concepibile. Con la fantasia dentro Orchid ci si sente tutto, tanto la old-skool di Ebullition quanto la voglia di post-punk e casse dritte: a gruppo sciolto chi non è andato a finire nell’ufficiosa reincarnazione Ampere ha fatto qualche soldo con i fashionable-issimi Panthers. Dance Tonight! Revolution Tomorrow! è a mio parere il miglior disco della band, accacì brutale e semi-matematico intarsiato di giochi di chitarra che ci mettono un attimo a fare uscire di bocca la parola shoegaze. E altro ancora. Citando la bio dell’etichetta : Tuneful, vicious, throbbing, and chaotic hardcore played with finesse, heartfelt energy, and a wee bit of arty pretense. A ben vedere ha portato a un mostro, e in seguito alla mia maglietta. Ma in Dance c’è solo del bello: nuova musica per gente col cuore spezzato e il coltello tra i denti.
Poison the well – Tear from the red (Trustkill)
Una specie di uovo di colombo di inizio millennio è la soluzione che viene fuori da questo atto di Poison The Well, di giustapporre canonico emo di seconda/terza ondata ad un impianto che è quello di Poison The Well nei dischi precedenti: vale a dire chitarre a valanga, produzione semi/industriale, anabolizzanti. Tear From The Red è la matrice con cui si sono iniziati a stampare dischi tutti uguali e sempre più compromessi con pose metal anni ’80 di quarta categoria. Vogliate perdonarli, hanno fatto ottimi dischi. Tra cui questo.
Elliott – False Cathedrals (Revelation)
E’ un gruppo di quelli che nel pieno spirito del genere è durato poco, pochissimo ma che per importanza (di questo splendido disco) mi sento di accostare ai Texas is the reason, ci mettevano anche il pianoforte e hanno canzoni che, con tutto il rispetto, i Coldplay pagherebbero milioni (di sterle) per scrivere. Abbacina quasi per la sua completezza, per essere competitivo tanto dal punto di vista melodico/emozionale quanto dall’impatto puro. Se poi vi capita Photorecording, che è il loro live d’addio è da piangere di bellezza, dall’inizio alla fine.
Rival Schools – United by fate (Island)
Prendere il nome da un videogame è già amabile di suo se poi dentro c’è gente tipo Schreifels dei Quicskand e male che vai Siegler dei Youth of today, già sai che di dischi così non ne trovi tanti in giro, anzi. Diciamo che questa è la loro concessione pop-emotiva, piena di perle di autentica evocazione rock (più che pop) e da una forma edulcorata delle asperità passate. Si cresce insomma, il disco della maturità emotiva direbbero molti, e la maglietta più bella e usata che ho, aggiungo io.
Jimmy Eat World – Bleed American (Geffen)
E qui entriamo nell’ambito dell’addirittura uno dei miei gruppi preferiti, talmente catchy che non sono mai riusciti ad entrare (chissà per quale miracolo) nell’ambito di quelli che poi si sono letteralmente venduti il culo, hanno un disco migliore dell’altro e possono dirsi vivi e vegeti pur essendo migliorati. Bleed American è una collana, una sciata tra il pop punk che gruppetti come i Blink 182 cercavano disperatamente di mettere a fuoco, senza avere la classe, la sincerità e concedetemelo, il phisique du role dei Jew. Un consiglio, se vi capita ascoltatevi questo e Futures. Poi mi direte.
Thursday – War all the time (Island)
E qui entriamo quasi in epoca recente perchè i Thursday sono i quasi U2 del genere emo-core, un gruppo che rifà proprie alcune cose degli At the drive in (senza gli orpelli, ma per le grattuggiate e l’impatto) e si alterna fra sincopate e ballate memorabili come la title track. Questo, ad oggi è il migliore scenario proponibile per il genere, e sinceramente ci accontentiamo e siamo felici che non sia andata a finire in maniera pietosa (vedi il gruppo cover dei Queen chiamati My Chemical Romance)
Dashboard Confessional – The Swiss army romance (Vagrant)
Chris Carrabba è uno che a un certo momento fu definito invece l’Eminem dell’emo, è uno che già dal suo acronimo musicale (le confessioni del cruscotto) la spiega bene, solo voce e chitarra acustica mentre tutti correvano dietro a At the drive in, Blink etc etc inseguendo formule. Lui ha fatto un po’ il Bright Eyes emo, scriveva canzoni e le registrava come tali, poi ha aggiunto chitarre elettriche e band ed è stato un po’ un tradimento ma Swiss army rimane ad oggi la raccolta di canzoni più emozionalmente devastande da anni, ad oggi (testi compresi)
Tutti quanti sanno cosa sia oggi, e non in molti sono in grado di definirlo con esattezza. Probabilmente è rock melodico fatto da gente vestita in una certa maniera. Oppure è soltanto un modo di vestire, oppure niente di tutto questo. Possiamo direche fosse originariamente hardcore con testi e attitudine introspettivi, ma quando diciamo originariamente non abbiamo una chiara idea della cosa. Una cronistoria dell’emocore è sostanzialmente impossibile e soprattutto inutile: una convenzione critica piuttosto frequentata assegna a Rites Of Spring, e quindi quel giro Washington che negli anni ’80 visse il passaggio dallo scioglimento di Minor Threat e la nascita di Fugazi, il ruolo di padre dell’emocore. La cosa non funziona ad uno sguardo attento: c’era punk con testi emotivi prima, ce n’era durante in altre parti d’America e del mondo, ce ne sarà dopo, e nessuno dei casi sarà legato liricamente e musicalmente a Rites Of Spring (un gruppo DELLA MADONNA, sia chiaro, ma di scarsa incidenza sulle sorti del mondo).
Il vero e proprio year that emo broke, tuttavia, è da qualche parte verso la metà dei ’90: smette di essere un’attitudine che si guarda più o meno con curiosità e diventa una vera e propria tradizione. Gli stili musicali verranno più avanti, o forse mai. L’emocore, se la guardate da questo punto di vista, non è mai esistito. Il discorso tuttavia è un altro: l’emotività su larga scala, una scena di gente che si rifiuta di parlare di altro che i propri sentimenti anche se la musica che vuole suonare è musica rumorosa e cattiva.
Io sono Francesco. Giorgio mi ospita per la terza volta con un post a quattro mani: tracciamo una nostra mappa che non parla tanto del genere quanto del nostro modo di rapportarci ad esso. Facciamo uso di un dato più o meno oggettivo per spezzare la trattazione in due parti (o due post che dir si voglia): grossomodo dal 2000 in poi cambiano le cose, emo perde il suffisso e diventa una categoria merceologica che avrà un buon successo di pubblico per qualche tempo e finirà per diventare, soprattutto agli occhi di chi non lo frequenta, la caricatura di se stesso. Di cosa è diventato, comunque, avremo modo di parlarne nei prossimi giorni. Per ora stiliamo una lista di cinque dischi a testa che hanno avuto a che fare con la parola emo, non necessariamente core, negli anni ’90. La nostra non è la storia dell’emocore perché è stupido chiuderla in dieci dischi degli anni ’90 e c’è gente che allora ci stava più dentro di quanto c’eravamo noialtri (un esempio qui ).
È più che altro una sorta di tributo ad una delle cose più belle successe al rock’n’roll.
Braid – Frankie welfare boy, age five (Divot)
Che è già una specie di Zen Arcade dell’emo, intanto per la monumentalità dell’atto in sé (doppio LP con 26 brani), e di seguito per un simile concept alla base. Il calcio d’avvio di una stagione “adulta” dell’emo che è puro rock’n’roll evoluto, suonato in condizioni se vogliamo approssimative ma con una perizia strumentale a dir poco invidiabile: una stagione che ha sfoggiato nomi come Christie Front Drive, Cap’n’Jazz, primissimi Get Up Kids, Van Pelt e che ha in Braid i massimi rappresentanti -o forse soltanto i miei preferiti. Sta di fatto che il loro esordio soffre ancora parzialmente di qualche sfilacciatura nel discorso, qualche episodio fuori dai bordi e di una varietà di umori incredibile che lo rende amabile sopra tutti gli altri capolavori del gruppo. Di qui in poi si tratterà più che altro di sfumare lo sfumabile, lavorare di cesello e prendersi il disturbo di continuare a suonare. Tutta la grandezza, però, sta già dentro a Frankie.
Braid – Myspace
Sense Field – Building (Revelation)
Nel 1996 due dischi Revelation che uscirono a distanza ravvicinata sembravano rimettere la palla al centro per quanto riguarda la questione pop-punk. Uno dei due era l’incredibile esordio di Texas Is The Reason. L’altro era Building, il secondo disco di Sense Field. Un disco estremamente più scolastico e derivativo, probabilmente, e forse per questo meno resistente all’incuria del tempo. Era un disco fatto di canzoni non molto diverse da quell’emotività nostalgica che iniziava ad animare i dischi del Mike Ness più maturo, ma su un campo totalmente diverso -power pop e poco altro. Riascoltato a dodici anni dall’uscita, rimane una delle raccolte di canzoni più belle e toccanti degli anni ’90. medaglia d’oro alla seconda Outlive The Man, un minuto e poco più.
Sense Field – Myspace
Portraits of past – Discography (Ebullition)
Mentre migliaia di gruppi si sporcavano di metallo esasperando fino al limite la posa da arrabbiati, qualche sparuta band provava a parlare delle proprie debolezze suonando la musica più efferata in commercio. Ebullition è una delle massime etichette HC di ogni tempo, una sorta di lato oscuro ed introverso di Victory con gruppi durissimi e velocissimi che innalzavano la sofferenza a livelli quasi insostenibili. La discografia di Portraits Of Past è una specie di summa ideologica dell’etichetta: ai limiti del grind, emotivamente carichissima, un lavoro grafico incredibilmente personale e incentrato su un b/n povero ed ideologicamente schieratissimo ma per certi versi fashionable. La band esiste per un paio d’anni a metà dei ’90, ma lascia un segno indelebile su tutto il movimento emoviolence che verrà. Difficile negarlo e facile capire il perché.
Portraits of past – Myspace
The Van Pelt – Sultans of sentiment (Gern Blandsten)
Fece discutere ben oltre i circoli emocore il capolavoro della formazione di Chris Leo, ciò non toglie che di questo si tratti (emocore, e capolavoro). Un disco di umori traballanti e canzoni che canzoni non sono, con quel tipico talking scostante del vocalist, accompagnato da melodie dolcissime che potrebbero insegnare il postrock anche a chi il postrock se l’è inventato. E che da lì a qualche anno supererà il semplice culto degli abbonati a Gern Blandsten e passerà alla storia di un genere (il rock indipendente) destinato anch’esso ad una serie di successivi travisamenti semantici myspace-driven. Sta di fatto che Sultans Of Sentiments, riascoltato, suona davvero come uno dei pochi dischi che riescono a mettere insieme e raccontare gli anni ’90 anche oltre la fine del decennio.
The Van Pelt – Myspace
Mineral – The power of failing (Crank!)
Registrato in meno di una settimana nel 1995, prima dell’uscita dei dischi che imposero i capiscuola dell’emocore della seconda metà dei ’90, ma già sintesi di tutti gli approcci. Nell’esordio di Mineral è possibile ascoltare l’approccio più scolastico e punk rock dei Sense Field di Building così come le derive post più imprendibili concepite in Sultans Of Sentiment. E incidentalmente uno dei dischi più intensi mai suonati, cosa che lo rende un pelo indigeribile ed inadatto a superare la nicchia del genere in cui fu concepito –e nel quale ancor oggi viene salutato come uno degli episodi più indimenticabili. Lo si riesce ancora a trovare con relativa facilità in qualche banco dei dischi usati in giro per le fiere, o negli angoli polverosi di qualche negozietto: capitasse in mano a qualche purista indie-rock sarebbe una buona occasione per togliere dalla tasca qualche bella verità. Di lì a poco un altro bellissimo disco su Crank!, e poi l’oblio.
Mineral – Gloria (Video)
Far – Water and solutions (Immortal)
Jonah Matranga rientra nella schiera de “i bravi guaglioni che se non fanno un disco stanno male” ora, ora solo, dopo i Gratitude, dopo Onelinedrawing e New End Original, è al suo quarto progetto e tutto è partito da questo gruppo, i Far, che in un primo momento per campare ero andati in tournee con gli Incubus di S.C.I.E.N.C.E. Niente di più lontano ma così era, troppo poco trasversali per essere crossover e troppo lagnoni per essere rock. Venivano da tutt’altro e non l’hanno mai detto, Water and solutions però è pieno di pezzi belli in maniera imbarazzante, della serie, se rivalutiamo un disco prima o poi prendiamo questo. Presero tutti per il culo col singolo Mother Mary (lontano poi dalle totali aperture emo di brani come Nestle o Really Here, veri e propri anthem) e ci cascarono anche in un bel po’. I gruppi più importanti sono quelli che si sciolgono. Loro sono il corollario.
Far – Mother Mary (Video)
Fugazi – In on the kill taker (Dischord)
L’emo, è forse il genere che è fatto dagli uomini, da chi ci mette la faccia fondamentalmente, e di conseguenza è tutto un proselitismo. Matranga (vi interessasse mai il mio mito personale), Carrabba, sono come i santini, come dire i nomi dei santi del calendario. I Fugazi ne hanno tirati fuori tre Ian MacKaye (ad oggi nella sua versione estiva con fidanzatina e Evens), Joe Lally (ormai romano) e Guy Picciotto. Un po’ come dire un centrocampo con Falcao, Ancelotti e Di Bartolomei. In on the kill taker è il disco del volo, della presa di coscienza di un suono, fondamentalmente hardocre ma con più derive emozionali, non dico depresse ma poco ci manca. Una pogata interiore ecco (coi lividi fuori però), e con la dolcissima novità de “le ultime canzoni dei dischi dei Fugazi” che si sa fanno storia, e Last chance for a slow dance, probabilmente è la canzone che la dice tutta su cosa siano i Fugazi, su che cosa enorme siano stati in dieci anni e su cosa probabilmente significhino oggi (e neanche ce ne rendiamo conto), data in cui risultano il gruppo più influenzante, sì anche più dei Joy Division.
Fugazi – Great cop (Video)
Weezer – Blue album (Geffen)
E giuro che fino all’ultimo stavo per parlare di Pinkerton, poi ho risentito Say it ain’t so. Ecco, i Weezer sono tutti lì, un po’ come i Fugazi sopra, tutti in quella canzone lì, posta a chiusura di un lavoro che si presentava in una scatoletta banale, lo fi nella sua impresentabilità, poi lo metti su, il disco dico, e parte una delle cose più epocali che ti possano sbattere in faccia e indubbiamente l’esordio del gruppo che più di tutti oggi è saccheggiato a piene mani. Personaggi strani i Weezer e forse poco raccomandabili dietro le facce da nerd, con Rivers Cuomo che ad un tratto diventa un’icona per lo sfigatismo, per come sapeva raccontarle, le sfighe e metterle in pop, renderle dolci, quasi quadretti da auspicare che prima o poi succedono, a conti fatti una maniera decente di uscire dall’ascolto del grunge con qualcosa che tenesse testa. Non erano cose fantastiche, ma le chitarre quelle lì non le ha mai avute nessuno, quella scrittura neanche. Pochi cazzi, i Weezer sono stati i Beatles degli anni 90. E Cuomo era John e Paul, insieme.
Weezer – Say it ain’t so (Video)
Sunny Day Real Estate – Diary (Sub Pop)
Il loro esordio, loro invece rientrano in quelli che “la lucidità di questo tipo ce l’ho solo col primo disco – o quasi – eppure basta lo stesso” Jeremy Enigk è un personaggio di quelli che ci si dovrebbero scrivere i libri su, non solo, è un gruppo di quelli che si è riuscito a vendere talmente male da essere non dico ignorati ma sì, diciamolo, ignorati a favore di chi la faccia ce la metteva. Il suono è alternativo in tutti i sensi, proveniendo dall’etichetta madre del grunge, non ci sono anthem rock, non c’è Zeppelin-ismo c’è un qualcosa di non etichettabile e che forse, sicuramente anzi, era in anticipo sui tempi. Non collocabile nè nell’hardcore e tantomeno nel fenomeno a scacchettoni. Ps i due dischi di Enigk, se vi capita, sono gran belli.
Sunny Day Real Estate – Seven (Video)
Texas is the reason – Do you know who you are? (Revelation)
Se i grandi gruppi sono quelli che si sciolgono, quelli che fanno un solo disco e si sciolgono sono quelli che nel loro piccolo fanno la storia. Se ti sciogli “se il concerto di questa sera sarà fantastico” beh, entri nella mia top ten personale dei gruppi storici e i Texas is the reason sono stati tutto questo, compreso lo scioglimento avvenuto un anno dopo l’uscita di questo unico e meraviglioso lavoro che non è niente di più, niente di meno che il concetto di emo messo in nota. E’ questo, fateci i conti prima o poi. E pensate che non esiste più una cosa di questo tipo.
Texas is the reason – Back and to the left (Video)
Ecco. Appunto.
I primi cinque sono miei, gli altri (quelli scritti meglio) sono i suoi.
Isis – Panopticon
Mani basse, con i Mastodon il gruppo più apprezzato dagli amanti dei Tool, e un perchè ci sarà. Cioè in realtà il perchè non c’è dato che la musica degli Isis è fatta da un semi post rock con svisate di arrangiamenti metal (vedi distorsore e testi strillati che manco in un disco dei Morbid Angel), insomma quiete e tempesta, con Celestial erano grezzi (ma puri diranno i più) con Oceanic si sono ammorbiditi troppo e con Panopticon hanno trovato la formula della Coca Cola. Oh poi ovvio, Turner nell’ambiente è un po’ come fosse Timberlake, se la gente fa la fila per baciargli il culo un perchè ci sarà.
Isis – Backlit (video)
Poison the well – Tear from the red
E diciamo che sono quelli che un pochino hanno buttato i semi di raccolti a cui non hanno preso parte, sta roba qui poi è mutata in parte in metal core, e parliamo di metal puro, chitarre grattuggiate e doppio pedale che manco il Pantani dei bei tempi, ogni tanto ci buttano un ritornello, bastardissimo e melodico, voglio dire, al tempo uscì sto disco e gente vide la Madonna. Io no per inciso, anzi no, messa così è ingiusta, io vidi una coda dell’ascensione metaforicamente parlando, però è significativo il fatto che non tutto quello che possa piacere ad un ragazzo di venti anni sia necessariamente merda. A volte.
Poison the well – Botchla (video)
Peeping Tom – s/t
Magari qualcuno storcerà la bocca perchè in effetti è un disco molto controverso ma il metal ha dimostrato di non poter fare a meno di un personaggio che, in effetti è il padrino del crossover leggi alla voce Mike Patton. Qui fa un po’ un guazzabuglio di cose e tira dentro Rhazel e Odd Nosdam, e pure Norah Jones, però è crossover del nuovo millennio, cambiano un po’ gli scenari ma è sempre lui. Tutto il mondo si augura che sia un episodio estemporaneo, io no. E’ un disco puttana, embè? (detto alla Eros Ramazzotti)
E comunque se (come leggerete più sotto) si fa questioni su chi ce l’ha più grosso Mike Patton vince sempre, e da venti anni. Alla faccia del Gerovital
Peeping Tom – We’re not alone (video)
Dillinger Escape Plan – Miss Machine
E qui a quello che ha scritto gli altri post salteranno su i peli del culo e mi insulterà a vita ma i Dillinger Escape Plan sono un po’ quello che sono stati i Faith No More negli anni 90, in paragone. Lì quelli mischiavano tutto, con quello che c’era a disposizione, qui questi fanno la stessa cosa buttandola sull’ipertecnicismo, chirurgici e rabbiosi come non si sa cosa. Sono la cartina tornasole del 90% dei gruppi che attualmente fanno metal e questo la dice un po’ veramente tutta.
Dillinger Escape Plan – Panasonic youth (video)
Converge – Jane Doe
E qui non si scappa, l’hardcore metal dei giorni nostri, un disco perfetto da mettersi a piangere ora, sempre che ovviamente digeriate grattugioni e strilli da squassare le orecchie. E’ uno dei rari casi in cui si è riuscita ad unire la parola poesia a quella metal, e non esagero nel dire che tutto ciò sia fottutamente vero, e non solo, che dischi così escono una volta ogni dieci anni, tant’è che non sono più usciti.
Jane Doe, cazzo. Basta dire questo per fare aprire i Musei Vaticani in orari impossibili, altro che Codice da Vinci.
Converge – Concubine (video)
Sunn(o))) – White1
È il gruppo chiave per comprendere l’evoluzione del termine “heavy metal” in termini semantici una volta entrati nel nuovo millennio. Si passa dalla guerra tra spadoni e Adidas a un conflitto interiore tra ansie norsk e puro e semplice nulla, con tanto di inflessioni fashionable. Due vecchi arnesi dell’heavy metal: il padrone di Southern Lord e un chitarrista/graphicdesigner (della madonna) rispettato in circoli blackmetal di super-elite che nei più ambiti giri d’arte contemporanea. Tutti i dischi sono sostanzialmente uguali, almeno per quanto riguarda le loro migliori incarnazioni (che verranno tutte dopo White1, il loro apice). La cosa figa di Sunn (o))), oltre che scriverne il nome, è che si può dire tranquillamente di ascoltarli senza doverlo fare effettivamente. Basta rispettarli, suppongo. La prima traccia si chiama My Wall ed è impreziosita da uno sproloquio di Julian Cope, tipo The Rime Of The Ancient Mariner recitata da Richard Burton; il resto del disco è la versione drone metal di un Twin Infinitives, checchè sia successo in seguito assolutamente privo di spocchia enciclopedica e/o allargamenti di formazione interessati. Puro e semplice metal concettuale. Dal vivo fanno girare le palle ma sono un’esperienza: si presentano con una fila di ampli che va un metro sopra le loro teste e iniziano a far vibrare le chitarre abbassando i toni finchè il male allo stomaco ha superato il male alle orecchie. È un po’ una gara a chi ha il pisello più grosso, ma vista in prospettiva funziona un sacco.
Sunn(o))) – Myspace
Todd – Comes to your house
Beh, niente. È che il metal degli anni 2000 per me è roba che mette d’accordo la gente che lo ascoltava negli anni ’90 sedando i guilty pleasures di natura più indie/punk inglobandone i suoni. O viceversa, il noise rock di scuola AmRep (ecco qualcosa su cui fare un cazzo di post infinito) rivisto in chiave metal saltando il passaggio Today Is The Day –Steve Austin era un bravo cristo, ma ha iniziato a credersi Cristo. Il fatto è che, di tutta la gloriosa scena di gruppi Amphetamine Reptile, il nuovo millennio ci ha (ri)proposto sostanzialmente due cose: Chris Spencer e la baracca Unsane, roba che non entra nelle classifiche della critica per manifesta superiorità teorica iniziale, e un tizio che ha suonato per pochissimo tempo nell’ultima incarnazione di Hammerhead senza incidere né sul suono né tantomeno sulle sorti del gruppo. Si chiama Craig Clouse: sta di fatto che ha incubato una specie di progetto personale allargato dal nome Todd responsabile fino a qui di due emissioni su Southern. E la seconda, dal titolo Comes To Your House, è davvero un disco capitale. Una specie di ibrido tra Eyehategod e Today Is The Day con un po’ di ossessioni groovy e un sacco di sproloqui stile io la so lunga. Epocale.
Todd – Comes to your house (video)
Down – II
Sottotitolo A Bustle In Your Hedgerow, da un verso di Stairway to Heaven. Non è “uno dei più bei dischi di heavy metal degli anni ‘00”, è “il più bel disco di musica rock degli anni ‘00”. Che sono due cose diverse. Accidentalmente, un disco metal. Rispetto all’esordio Nola cambia soprattutto la produzione, che diventa fangosissima e cazzutissima –tutto sommato molto più vicina a Eyehategod e Crowbar che a Pantera e COC. Ed è probabilmente la più commovente incarnazione del cantante Phil Anselmo, anche dilaniata nel racconto dei giorni dell’eroina (giorni non-passati, ad ascoltarla) Learn From My Mistakes e in generale esaltante per quanto esaltata. Mentre lo stoner arriva al successo intergalattico con l’enorme frainteso della creatura QOTSA e di tutti i leccaculo che appioppano a Josh Homme il ruolo di salvatore del rock assieme a quell’altro beccamorto di Jack White –segnando di fatto la morte artistica del primo e lo svilimento da supermarket del secondo- il supergruppo di Anselmo, Pepper Keenan, Jimmy Bower, Kirk Windstein e Rex Brown arriva alla soluzione definitiva tra sludge/doom metal, Black Sabbath e rock sudista. Ad oggi, mai più messa in discussione. Nemmeno dal terzo episodio dell’epopea Down.
Down – Ghost along the Mississippi (video)
Breach – Kollapse
Una specie di outsider del passaggio di testimone dalla New School a tutto il discorso “post” di riscoperta e ri-proposizione (spesso calligrafica e sciatta ai limiti dell’indegno) della scuola Neurosis ad opera del giro Boston. In mezzo ci stanno Jane Doe delle future superstar Converge e soprattutto questo gioiellino di una band che ha sempre covato il proprio punto di vista lontano dai discorsi da grandi degli altri e se ne esce fuori con un disco d’addio –di lì a poco il gruppo si scioglierà, così che Kollaps è un po’ il loro Warehouse- che annulla qualsiasi possibilità di allargare il discorso senza andare a finire fuori tema. Staffilate ambient e aperture postrock sempre piuttosto tirate che finiscono per rovinare del tutto in due o tre pezzi di hardcore/metal à la Breach come li conoscevamo nei dischi fino a Venom (ma anche più efficaci in una Old Ass Player, forse il loro pezzo più rappresentativo di sempre). È uno di quei dischi-bignami che contengono un po’ tutto e ti fanno stare meno male per aver escluso roba tipo Thorns o Disharmonic Orchestra o che so io. Fossero vivi e vegeti oggi (a parte un reunion gig il gruppo non ha più fatto una mossa) sarebbero più coccolati degli Isis, ma che ci devi fare. A volte i migliori se ne vanno.
Breach – Myspace
Teeth of lions rule the divine – Rampton
Un side-project che consta dei due Sunn (o))) più Lee Dorrian e Justin Greaves (ex batterista dei disciolti Iron Monkey, supereroi superunderground dello sludgecore britannico e/o gruppo di punta del roster Earache di fine anni ’90). Un disco nel 2002 e nient’altro, tra l’altro accolto tra l’esaltazione dei fan e gli sbadigli/scorreggine della stampa metal che conta, destinato a riscoperta tardiva ad opera di chi si è preso la briga di ripercorrere all’indietro la strada percorsa da Greg Anderson e Stephen O’Malley dopo il successo di Sunn (o))) rendendo TOLRTD una specie di culto dell’underground degli anni ’00 nonostante i nomi coinvolti. Il monicker viene dritto da un titolo presente su Earth2, la seconda traccia è una cover di Killdozer; la prima è un pachiderma di mezz’ora dal titolo He Who Accepts All That Is Offered. Il titolo viene da un viaggio olandese finito male a forza di pessime droghe, il sottotitolo è Feel Bad Hit Of The Winter (un altro bel dito medio contro la cricca di Josh Homme). Dentro ci stanno i drones magmatici del secondo disco di Earth e il groove industriale col freno a mano tirato di scuola Fudge Tunnel, più il ritorno dei primi Cathedral (con buona pace di chi dava del bollito a Leo) in un incubo di voci effettate e colpi di batteria che ti spaccano in due. Se ne esce un po’ devastati, ma di tanto in tanto va messo su. Il pezzo per stare male, come promesso dal titolo.
Teeth of lions rule the divine – Myspace
Di musica nu metal. Ecco.
Ora, se (come potete sentire) nella puntata, tutto ciò sia giustamente diventato motivo di ironia, soprattutto da parte mia, mi è venuto in mente, ragionandoci, che il numetal, quella stagione lì, così breve ma così prepotente è stata per l’appunto, uno dei momenti discografici e musicali più volatili che io ricordi, pieno di cloni e di menzogne ma, pur nella tragedia foriero di dischi grandissimi.
Io e quel terrorista di Kekko, abbiamo deciso di spiegarvelo al volo, cinque dischi io e cinque lui, almeno quello che è stato il nu metal per noi. Vecchi.
I miei sono i primi cinque. Gli ultimi ovviamente i suoi
Korn – Life is peachy (Immortal)
Che è in effetti il momento in cui il nu metal è diventato un fenomeno di massa. I Korn avevano lasciato indietro i riff tronfi a là Iron Maiden, ribassavano le chitarre che suonavano quasi fossero bassi e Johnathan Davis creò un autentico stile fatto di parlato, rappato, growl. Il tema era tendenzialmente gli incubi e la musica oscura assai. Assuefatti da sesso e altre sostanze illecite i 5 di Bakersfield erano un’autentica macchina. La dimostrazione che il metal potesse diventare fenomeno di massa, come avevano insegnato la via i Metallica. Solo che Life is peachy tendenzialmente è inarrivabile. Per tutti. (Ps contiene una cover meravigliosa di Lowrider, presente fuori in 60 secondi? Ecco)
Korn – A.D.I.D.A.S. (video)
Deftones – White pony (Maverick)
Di solito la carriera dei gruppi nu metal è stata concentrata nei primi due lavori, i Deftones con il loro terzo arrivano alla consacrazione. Partiti da uno stile debitore all’hardcore old school con White pony arrivano a una struttura di canzone che è basata fondamentalmente sulle atmosfere e la splendida voce di Chino Moreno, i ritmi non sono sincopati o rudi, anzi per alcuni aspetti i Deftones vengono anche accostati alla vecchia scuola dell’emo (Quicksand su tutti) ovvero una melodia su un tappeto di pesantezza sonora. L’apice è Passenger con Maynard Keenan dei Tool. Disco perfetto, senza ombra di dubbio. Se c’è stata una sintesi del genere indubbiamente White pony ha avuto una delle formule più efficaci
Deftones - Back to school (video)
Limp Bizkit – 3 dollar bill y’all (Interscope)
Usciti grazie all’aiuto degli (allora) amichetti Korn (l’altro elemento di fama era avere per Dj Lethal degli House of pain dietro ai piatti) il primo disco dei Limp Bizkit è la commistione ideale tra la pesantezza derivante dal nuovo stile nu metal (vedi Korn) unito alla scuola dell’hip hop. Fred Durst non era un cantante ma uno showman vero e proprio e Wes Borland indubbiamente era uno che coi riff ci sapeva fare e tanto. Il disco ne è pieno (Counterfeit e l’epocale Stuck), il disco sarà ricordato fondamentalmente per una cover di Faith di George Michael (nè carne nè pesce) e per essere l’unico “puro” del gruppo, che poi sarà contaminato da quanto di più idiota e trendy e diventerà un gruppo per teenagers.
L’esordio è una mazzata sui denti, roba che ancora a sentirla oggi ci si chiede come faccia un gruppo così a non avere preso il mondo per le palle e pulircisi il culo. Madò che immagine.
Limp Bizkit – Counterfeit (video)
Amen – We have come for your parents (Virgin)
Chasey Chaos che guidava questa armata Brancaleone la mise giù come fosse il punk tornato in terra. In effetti We have come aveva (e ha) tutti i connotati per essere riconosciuto come l’ultimo disco realmente punk della storia. Catastrofico, totalmente rabbioso e senza direzione come il suo leader (tipetto poco raccomandabile che però scriveva tutto da solo esclusa la batteria) prodotto da Ross Robinson che dopo Korn e Limp Bizkit (e At the drive in) non dico fosse come Rick Rubin del gener ma poco ci mancava.
Gli Amen pagavano il fatto di non essere per nulla accessibili, di non avere singoli e di spaventare. Ma il punk è destinato a morire, o meglio chi fa punk vero non arriva nè ai soldi nè al riconoscimento.
Per me sì, però.
Amen – Price of reality (video)
Glassjaw – Everything you ever wanted to know about silence (Roadrunner)
L’emo in un certo senso inizia da qui, o meglio l’emo che poi ha partorito quel connubio tra metal e hardcore che è sfociato in Poison the well e From autumn to ashes. All’inizio scambiati come un clone degli Incubus (di cui però erano sicuramente meno puttane e rispetto a cui si concentravano un po’ di più sull’impatto emotivo della canzone) scrissero autentici manifesti come Sjberian kiss o Ry ry’s song, metal che diventa melodia, anzi, hardcore e melodia.
Daryl Palumbo era il cantante che poi ha sputtanato davvero un po’ tutto non riuscendo a condurre in porto un gruppo che meritava ben altre sorti (è un destino del genere ve lo dicevo) e si è in finale deteriorato alla ricerca del pop.
Ha fatto questo disco però e tanto basta con i testi in assoluto migliori di tutto il nu metal. Altrochè
Glassjaw – Sjberian kiss (video)
Sepultura – Roots (Roadrunner) Max Cavalera è una specie di Giovanni Lindo Ferretti dell’heavy. Si laurea in Violenza negli anni ’80 in mezzo alle favelas di Belo Horizonte con dischi già epocali di death metal terzomondista pesantemente dischargiano, attraversa i primi anni ’90 creando capolavori di post-thrash evoluto ed approda ad un seminale forma di tristissimo aggro-volemosebbène con Soulfly (un progetto solista totalmente dedicato a un figlio morto -manco figlio suo). In mezzo ci sta l’ultimo disco dei Sepoltura in formazione originale, lui e il fratello più Paulo Jr. e Andreas Kisser. Dopo la cavalcatona di Ratamahatta la metà dei metallari progressisti in circolazione se ne va dal parrucchiere a fare i dreadlocks, ma al di là del groova Roots è una nuova frontiera del metallo pesante: tamburoni tribali e chitarre così distorte che diventa quasi impossibile percepire il riff. E il trionfo della poetica di Max: quei bei testi di rivolta proletaria alla sto imparando l’inglese, ma la prossima andrà meglio che lo rendono il grande artista che è
Sepultura – Attitude (video)
Pantera – Vulgar display of power (ATCO) Con Vulgar accontenti sia le fighine che vogliono il pezzettino da ballare sia i punkabbestia, naturalmente se le une e gli altri sono dotati di un senso della misura e dell’umorismo. Non è l’apice della poetica di Philip Vincent Anselmo, la più incredibile rockstar di ogni tempo, e non è nemmeno l’apice di Pantera, titolo che affido senza un secondo di esitazione a quel capolavoro di autismo anti-figa pseudoblackmetal con tendenze suicide che è The Great Southern Trendkill. Ma è senza dubbio quello che ha creato il concetto stesso di metallo groovettone con i break che ti spaccano a mezzo e che ti fanno voglia di saltare un po’ più in alto degli altri nel moshpit per poterli prendere a gomitate in testa. E poi c’è Phil che urla FUCKIIN – FUCKIIN – FUCKIIIN – FUCKIN HOSTIIIIIIIILE, la prima volta che lo senti mandi indietro il nastro e lo riascolti per almeno 43 volte. Naturalmente ora non ci sono più i mangianastri, ed ecco perché non capite un cazzo di che cosa sto dicendo.
Pantera – Where you come from (video)
Helmet – Meantime (Interscope) Questo è il concetto di roba “tasty” che Page Hamilton tira fuori dopo che la ricerca major dei nuovi Nirvana gli ha procurato un contratto Interscope e un pacco di soldi. A livello di intenti Meantime non è per niente diverso da Strap It On (pezzi tiratissimi di chitarra/chitarra/chitarra con una parolina sparata lì ogni tanto giusto per dare l’idea di una canzone). La chitarra ribassata e groovettona che strappa di continuo la inventa Page nella (quasi) title-track. E non ve n’è.
Helmet – In the meantime (video)
(HED)PE – S/T (Jive) Se parliamo di rapmetal parliamo di ‘sta roba qui, che non era mai stata fatta prima e non sarà più fatta dopo. In sostanza è una band di alcolizzati strafatti di speed, nascosti in terza o quarta fila tra le pieghe del giro California (SOAD/Snot/Incubus e quant’altro). Il primo disco viene realizzato in stato d’incoscienza e consta di un dj che suona così peso nel mixaggio da far dimenticare bene e spesso che c’è anche un gruppo che suona sotto e di questo improbabile MC con vocetta petulante tipo Ldz Of Bklyn. Viene fuori la roba più psichedelica del crossover di ogni tempo, alle volte arrivare alla fine del disco ascoltando ad alto volume può dare problemi percettivi per diverse ore. Problema sormontabile: in genere lo si ripesca per la sola Serpent Boy, il singolone dell’anno ’97 per chi ha avuto il privilegio di ascoltarla.
Hed(Pe) – Serpent boy (video)
Machine Head – The more things change (Roadrunner)
Robb Flynn sta a J Mascis come Max Cavalera sta a Giovanni Lindo: il quadro complessivo della biografia del suo gruppo lo fa sembrare un paraculo pieno di soldi e con il trip dei chitarroni che caccia via qualche membro del suo gruppo di tanto in tanto giusto per non perdere l’abitudine a farlo. Se metal moderno dev’essere, metal moderno sia: il primo disco dei Machine Head è una sorta di Cowboys From Hell risuonato con gusto, il secondo spinge peso verso il recupero di tutta la scuola Discharge/GBH e la mixa con tutto quel che tira in quegli anni: Korn, Nirvana, Sepultura, robe così. Sembra una cazzata a dirla, ma viene fuori un discone di inni da cantare a squarciagola fomentandosi come dei pazzi alzando il pugno chiuso (o le corna) e ruttando in faccia alla morosa. La mia preferita è Struck A Nerve, ma c’è Violate, Blood Of The Zodiac, Ten Ton Hammer…
Machine Head – Ten ton hammer (video)

(Foto di