Veni Video Vici

Balance And Composure – Reflection

La prima volta che ho sentito The Things We Think We’re Missing pensavo fosse un disco uscito per Run For Cover: c’è una certa indole anni ’90, ci sono le chitarre con quel suono lì, con quel richiamo a certe cose. Non mi sarei meravigliato se fosse stato prodotto dagli stessi che hanno fatto uscire Jar dei Daylight., invece esce per No Sleep ed è un bel dischetto di cui magari scriverò a riguardo due righe prossimamente.

The World Is A Beautiful Place And I Am No Longer Afraid To Die – Low Light Assembly

Video un po’ freakettone per i TWISA, che a differenza di quello girato per Picture Of A Tree That Doesn’t Look Okay non ricorrono più ad una mano digitale e ad un occhio che filtra le cose nel modello The Tree Of Life, ma percuotono la continuity usando il tema della copertina dell’album. Avevo mandato loro pure una decina di domande a cui non hanno mai risposto. Peccato.

Touché Amoré – Harbor

Straight outta Is Survived By, album nuovo uscito in questi giorni per Deathwish. Video un po’ senza pretese, allo stesso modo però crea l’ambiente giusto per loro cinque: strumenti, amplificatori, microfono e un proiettore. Poche fighetterie e tanta sostanza pur con questi pochi elementi. Bravi.

A me viene in mente Melville

0001508722_10
8Ogni tanto si ha bisogno degli schiaffi in faccia, come quello che mi darei per avere atteso abbastanza per scrivere qualcosa de Il sopravvissuto, terzo lavoro per i Marnero. Mio padre e mia madre si vantano sempre che di schiaffi non me ne hanno mai dati, io rispondo che andavo a scuola dalle suore e un po’ “cazzo volete, pure darmi gli schiaffi?”.
Il sopravvissuto è un disco che ho consumato. Ne ho amato gli spigoli, la scarsa serenità, le accelerazioni e quel basso che non fa mai sdum o dun, ma fa sbrangsbrang, come dovrebbe sempre fare, come fa in tutti i dischi che amo particolarmente.
Il basso che va sopra la batteria, come senso e come intenzioni.
Il sopravvissuto in più è un concept, di una deriva, e io lo prendo sempre, dal primo ascolto da un racconto post Melvill-iano, quasi come Ismaele che raduna quattro tizi al porto e racconta tutto quello che è successo.
Il fatto è che la Bavosa rimane una delle migliori etichette italiane (se non LA per quello che riguarda un campo da gioco fatto di hc e post hc) e i Marnero scrivono quello che è probabilmente il loro salto con l’asta che li fa ricordare almeno per questo 2013, tracce che ti portano in mezzo al mare mosso, alla morte e alla quiete dopo la tempesta. Il sopravvissuto come da titolo è un titolo che va oltre ad un senso di smarrimento e di sconfitta e che ha i coglioni di non pensare al “live” a tutti i costi, è un’esperienza che di per sè, in cuffia, ti rivolta come un pedalino indeciso tra il non vedere l’ora di arrivare alla fine il prima possibile e il voyeurismo quasi snuff del vedere fino a quanto si possa arrivare in fondo.
Brutto fare paragoni e non ne faremo, ma è che ad un certo punto la soddisfazione inizia ad essere vibrante per dischi così, che hanno ancora la voglia di rischiare tanto e se ne strasbattono un po’ delle mezze misure che magari ti portano dopo tre dischi a fare il vate ubriaco aizza popolo lontano dai rumori delle discussioni e dai giudizi come manco Papa Francesco.
I Marnero giocano basso, nel palco al livello di chi li ascolta, col microfono piantato a dieci centimetri da chi ascolta, poi oh se non capisci amen, succede, se preferisci altro cazzi tuoi, se hai voglia di ascoltare invece sei amico mio.

Disco italiano dell’anno. Fine.

Il disco si scarica qui

Ai Marnero in settimana hanno fottuto gli strumenti. Se capiti qui e magari ne hai uno beh sei una merda e magari muori

Non è un pesce d’aprile

Io non so Trondheim come sia ma la Norvegia mi è sempre piaciuta, sai tutte quelle storie sui finnici che rompevano il culo a tutto e tutti, mettevano a fuoco e fiamme e poi ci hanno fatto il film Dragon Trainer no? Ecco, io dei norvegesi ho grandissima stima.
I Dominic hanno un nome un po’ della minchia ma non è questo il punto perché alla fine chiamare un disco Persona LP (e il precedente NORD, ma che me stai a prende per culo?)  non è anch’essa una cosa di cui vantarsi, il fatto è che abbiamo parlato la settimana scorsa dei Caravels, solo che moltiplicateli per tre (almeno a gusto mio) metteteci sopra qualcosa dei La Dispute oppure facciamo così, mettete insieme punk/hardcore/post hardcore/post-rock. Come le cose più belle degli anni 90 insomma con l’aggiunta del post hardcore, quindi aspettatevi un po’ di screamo.
Detto questo quello che mi fa adorare e letteralmente uscire di testa per gruppi così è la parte post rock inserita in tutte quante le canzoni (lì dove c’era una volta “lo speciale” c’è qualcosa che ricorda June of 44 o Don Caballero ma un attimo dentro al quasi prog). Insomma un disco così è di quelli che metti nel lettore e levi dopo tanto tempo perché ti ci affezioni, perché è uno schiaffo in faccia e non fa niente che ci sia più luce e faccia meno freddo ma alla fine è la classica cosa giusta al momento giusto.

Vorremo loro bene, vedrete.

 

267237_10150214769743440_5178706_n

Doppio: Caravels – Lacuna e Alkaline Trio – My Shame Is True

Double Feature come al cinema, con un film che fa saltare dalla sedia ed un sequel di uno che ha smesso di essere bello parecchi episodi fa, ma che finiamo sempre e comunque a vedere (e forse usciamo dalla sala pure più felici e spensierati di quando siamo entrati).

Lacuna potrebbe essere recensito in quattro parole in croce: è un gran bel disco dei Daïtro, parte con la stessa marcia di Laissez Vivre Les Squelettes, e in mezzo a tutti gli altri starebbe da dio fra i dischi dei Pianos Become The Teeth, dei We Were Skeletons e dei Celeste (di cui ricordo un concerto strumentale al buio, tutti con la fascetta in testa con attaccata la lucina da bici ed il cantante impegnato nel vomitare dentro ad un secchio. Davvero). Chiuso in fretta e felici tutti quanti. Potrei davvero farlo, perché preso di petto mi è sembrato così, però appena è finito ho sentito il bisogno di farlo subito ripartire, un po’ perché la prima sensazione di disco unico diviso in singoli atti, una volta arrivato alla settima canzone, Hanging Off, era scomparsa, e un po’ perché mi aveva onestamente lasciato un po’ di confusione. Difatti, al secondo giro, la sensazione di solidità e di divisione in parti un po’ forzata scompare lasciando maggior spazio alla comprensione del tutto, facendo risultare una nitidezza in crescere con l’ascolto, sebbene quella sensazione di intricata omogeneità del pacchetto intero rimanga, ma sembra quasi l’architettura su cui si basa il gioco, colpevoli le linee melodiche fatte intrecciare dalle chitarre ed il cantato recitato screamo, entrambe ragioni per il paragone con i due gruppi francesi. La prima parte rimane comunque la più compatta, mentre la seconda è più frammentaria. In totale confonde e lascia pochissimi attimi di respiro, alle volte pare quasi essere una corsa che non si ferma nemmeno un secondo a tirare il fiato perché ha altri giri di campo da fare. É un disco in cui perdersi e ritrovarsi, che trasmette ansia e richiede un po’ di tempo perché cresca per bene e per riuscire ad ascoltare con attenzione tutti i piccoli passaggi che sembrano essere lì nascosti apposta per essere scoperti, per ribaltare la struttura e trarne il senso, però è un ragionamento che ho fatto per parecchi dischi del genere ultimamente, quindi potrebbe essere solo un ‘problema’ mio. Va digerito.

Se il disco dei Caravels sta al nuovo slasher movie pieno di sangue e girato con un certo gusto artistico, My Shame Is True è, sulla carta, l’ultimo episodio di Saw o di Final Destination, quello che guardi per fedeltà e sentimento nel rispetto di chi l’ha girato e delle idee che avevano reso belli quelli precedenti (ma qui sto già parlando degli Alkaline Trio, non dei film). La cosa bella è che per quanto sia ancora il ‘solito’ disco degli Alkaline Trio, quello che più o meno ci si aspetta da loro, riesce ancora a scivolarti addosso senza pretese e con freschezza, forse anche meglio dell’operazione Damnesia e delle ultime cose prima di questa. Le dodici canzoni sono uno scoppiettare di ruffianaggine e voci intercambiabili. I feat. con Brendan Kelly e con Tim McIlrath ci stanno più o meno bene (forse meglio la canzone con il cantante dei Lawrence Arms, ma io i Rise Against li digerisco a fatica di mio. Mi è capitato di vederli e dopo un’ora e tre quarti di concerto, con tanto di tre encore, sono andato a sedermi sulle sedie in fondo all’Estragon, quelle che quando entri e le vedi ti chiedi ‘chi cazzo è che paga il concerto per poi andare a rompersi i coglioni lì?’.) e come al solito sembra prendersi per nulla sul serio. Basterebbe I Wanna Be A Warhol con ‘I wanna be a Warhol hanging on your wall, you down there looking up at me’ per far capire chi vince a mani basse il premio semplicità pur facendoti battere il piedino in felicità. Le voci di Matt Skiba e soprattutto quella di Dan Andriano non mi hanno ancora stufato, ritorna sempre a cadenza regolare la voglia di ascoltarli quindi un disco nuovo fa solamente bene. Dai che quando si fa veramente primavera torna la fotta Alkaline Trio e ci sono dei cd vuoti da riempire.

Reggie e l’effetto Scimmia dell’Ikea

Internet è roba assalita dai giovani, ma internet in mano ai giovani è peggio di una bomba a mano che appena esplode riprende subito a ticchettare. Escono gif delle serie tv ancora prima che vengano rilasciati i sottotitoli in lingua madre e i meme sono diventati, con il passare degli anni, delle cose pazzesche e super divertenti, ma pure un trend a volte complicato a cui stare dietro. Il caso emblema dell’estremizzazione dell’hic et nunc usato (e gettato) come pretesto per tirarci in mezzo anche la musica (calcolando che Tumblr sta diventando praticamente la posta del cuore della Polyvinyl anni ’90) è l’IKEA Monkey, la gag della scimmietta dispersa all’IKEA di Toronto, durata forse qualche giorno e passata fra le mani di un tizio turco, che ne ha preso il frame e ha ricreato (per modo di dire) una serie di copertine di dischi emo e hardcore ‘vecchi’ e più o meno recenti. Da buon intenditore e quasi ancora giovane avevo ‘followato immediatamente’ la pagina, ma non so se ne faccia ancora. Erano indubbiamente divertenti, ma il mio senso dell’umorismo è purtroppo (o per fortuna, dipende) poco condiviso. Fra le tante c’era il selftitled degli American Football.

Forse figlia di questo ed ultima, in ordine cronologico, delle manate alla nostalgia per mano dei giovani è Emo Song At Double Speed: blog di tumblr con canzoni al doppio della velocità, tipo Tim Kinsella che canta con la voce di Alvin, i Dowsing con la voce di Alvin, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die con quella voce lì. Pure gli American Football, chiaramente. Nulla di più, fondamentalmente una cazzata delle più scontate,ma i reblog sono già quasi a quattro cifre.