Sì lo so che due giorni dopo avere pubblicato un post su Ormai dei Fine Before You Came fare un post sulla traccia nuova dei Verme Lo squallore Deltonno suona ridondante.
Ma ci piace.
Posso dire che avessi 15 anni di meno i miei anthem generazionali li avrebbero scritti loro. Tutti.
I Verme dico.
At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.
Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.
Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”
In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.
In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…
In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.
Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì, “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:
We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us
Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.
Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.
Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.
Il mio tweet preferito sull'argomento.
Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.
* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.
Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.
Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa. Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.
Quest’estate nel paesino dove abitano i miei genitori sono passati a suonare un tot di gruppi, alcuni addirittura piacevano pure a me, rinomato cagacazzo musicale. Sono venuti gli Strung Out, i Bane, gli Unearth e agli Evergreen Terrace. Proprio con il chitarrista di questi mi sono fermato a parlare mentre davo una mano al baracchino del catering – all’aperto e alla mercé delle zanzare vallive, razza più cattiva e testarda delle più comuni spaccamaroni estive – per un paio di ore del più e del meno ma soprattutto di gruppi dei bei tempi che furono, per me che li ho ascoltati e ascolto fino allo sfinimento e per lui che ci ha condiviso palchi e strumenti, il tutto nato dalla mia maglietta dei Thursday con l’omino con ombrello che avevo indosso quella sera. Craig è la persona più pacata del mondo, tolto il fatto che durante tutto il nostro chiacchierare si è scoltato una bottiglia di Jim Bean offrendomene ripetutamente sorsi. Gran parlantina, battute a profusione e tasso alcoolico che saliva pian piano. Grossi discorsi non se ne sono fatti, abbiamo parlato quasi esclusivamente di musica decantando le gesta di Further Seems Forever, di cui non sapeva nemmeno della reunion, della prima volta che ha sentito Chris Carrabba da solo tramite qualcuno di qualche altro gruppo – oserei dire From Autumn To Ashes perchè mi manca il collegamento che mi ha portato ad impezzarlo su quanto fosse figa la voce di Francis Mark – e un suo super pippone sui Jimmy Eat World, il suo gruppo preferito. Un sacco di chiacchiere fra i rutti del cantante dei Bane e altra gente che mangiava carote e vegetali vari.
Oggi i Promise Ring hanno confermato di essersi riformati e di avere in cantiere un disco di inediti e pezzi rimasti fuori dalle sessioni di registrazione ma non ne ho voglia di sentir parlare dell’ennesima reunion. Martedì si sono sciolti i Thursday, quelli di Full Collapse, quelli del cambio di tempo in Signals Over The Air che ai tempi non riuscivo mai a beccare quando me la suonavo in cuffia ma in primis quelli di Jet Black New Year, la canzone più figa che hanno fatto. E prima o poi la smetterò di scrivere solo dei cazzi miei.
Sul loro sito ci mandano un saluto e ci ringraziano di cuore. Noi chi siamo per giudicarli male o far delle storie sugli ultimi dischi?
I Thrice non sembrano stare bene nemmeno loro a detta di questo annuncio di lunedì ma non è la stessa cosa di Geoff e compagnia, non per una questione di qualità ma una cosa autobiografica. Poi non avete nemmeno ufficializzato la cosa, quindi..
Alla scuola media ero bellamente nella mia fase cottarella pop. Mi piaceva Justine Bateman di Casa Keaton, e amavo profondamente Susanna Hoffs delle Bangles. Inutile dire che ero sfigato (tutti, a quell’età si è sfigati, tolti tipo due esemplari su un migliaio) e ovviamente mi innamorai della mia personalissima chimera cottifera. Tale Germana.
Ovviamente Germana era bellissima, perfetta, la più bella della scuola, senza ombra di dubbio, e aveva una scorta a farle il filo che levati, alla fermata del 92 c’era meno gente. Io mi feci avanti, a modo mio, e per inciso avevo un anno di meno quindi mettete un raggio di possibilità di successo pari a quello della Lazio in una finale con Barcelona di Champions League.
Tentare non nuoce direbbe Reja.
Tentare non nuoce dissi io, solo che ero innamoratissimo, stracotto. Ogni volta che mi passava davanti non parlavo per delle mezzore. Insomma andò male. Da lì mi misi insieme alla sua migliore amica, Alessandra (bella forse più di lei ma meno appariscente, meno stronza, anzi per niente) e Germana (la stronza) la prese malissimo. Con Alessandra ci siamo dati un bacio, sulle labbra.
E basta.
E alla fine delle vacanze non stando nella stessa scuola perchè sarebbe andata al liceo, la lasciai. Che vivesse nella parallela della via dove abitavo io era un dettaglio. Ma tant’è.
Tutto questo potrebbe spiegare la mia inevitabile cotta che vivo da un paio d’anni per i Fucked Up. Io so che poi amerò profondamente altro e sono imparagonabili alle Susanna Hoffs e Justin Bateman del punk-hc (sostituisci tu che leggi a tutto questo Refused e Husker Du) so che ci sono cose meno appariscenti e meno stronze, che piacciono a meno persone ma io non posso farci niente e potresti goderti in maniera migliore, più snob e meno populista.
Ora come ora David comes to life andassi su un’isola deserta probabilmnente è il primo disco che porterei dietro. Perchè, direte voi. Per le canzoni, per come sanno essere punk in maniera paracula, ma così paracula che poi ti rendi conto che sono canzoni coi riff degli Husker Du, che vanno avanti tipo i Pixies e hanno melodie che espongono alla n il concetto di paraculaggine.
Che poi uno potrebbe dire fossero tutti così i gruppi paraculi sarebbe forse un mondo migliore. Ma io alla storia di David e Veronica mi sono affezionato, ho comprato il cd per il bookler e per leggermela. E’ un disco che tengo lì, sempre vicino allo stereo. Sopra a due vinili degli Husker Du e vicino ai Godspeed You Black Emperor.
Mi innamorerò di qualche altro gruppo, magari poi i Fucked Up me li ricorderò con un sottile imbarazzo e col cuore che batte un po’ più forte per qualche secondo. Ora come ora però non è così.
Ora come ora come iniziano a suonare non parlo per delle mezzore.
Chissà se hanno una migliore amica.
Ma poi li avrà visti qualcuno i Laghetto? A che ora hanno suonato? È vera sta storia del topless? Tutte queste domande me le pongo seriamente perchè non sono riuscito ad arrivare fino alla fine dell’ultima – sembrerebbe – edizione dell’antimtvday, I didn’t survive the lightning bolt. Alle due mi sa che gli Inferno dovessero ancora suonare, ma si sa che gli orari dell’XM sono discretamente malleabili, e me ne sono andato a casa in preda alla stanchezza senza vedere la finta reunion dei Laghetto.
Quanti concerti ho visto dal palco grande? Uno solo. Quanti visti dalla porta? Un paio, perchè poi mi ero dimenticato del concerto degli ED nel palco sotto, tempo che ho occupato andando a mangiare. Ma non importa, la musica è brutta e le reunion sono peggio, soprattutto quando non si tratta solo dei Laghetto ma quella di tre quarti delle menti di EmotionalBreakdown in modalità carrambata – senza Mattia, where are you Mattia? Ma alla fine l’AntiMtvDay è anche e a volte soprattutto una scusa per poter ritrovare persone con cui si rimane in buoni rapporti solo grazie alla tecnologia, che si sposta per le occasioni grosse e questa di certo lo è. Alla fine bastava guardare il numero di persone presenti che parlava, mangiava, beveva e scorreva le dita fra i dischi delle distro per capire che tutto allo stesso tempo è e va oltre alla musica, all’autoproduzione e all’etica che ha portato alla creazione dell’AMD dieci anni fa e che porterà comunque avanti ad altre manifestazioni piccole, medie, grosse, dimensioni stadio Olimpico o Atlantide Occupato. Quello che mi piace di più dell’amd è appunto questo senso di amicizia che aleggia e che si protrae fino a quell’orario improponibile di fine concerti. Poi vabbè, succedono ste cose ma pur sempre di centro sociale e di Bologna del 2011 si parla.
L’AntiMtvDay (dieci) è stato nuovamente tutto questo, ma soprattutto un gran sbattimento da parte di Nico (Laghetto, Dune, Marnero) e chiunque coinvolto per tirar su per l’ennesima volta il carrozzone e portarlo avanti per i vecchi e i giovani amici. Amicizia in primis e a esser fondamenta di tutto.
Ma in tutto ciò i Laghetto li avete visti? I Gazebo Penguins sono stati forti e bellissimi come sempre, hanno suonato Legna nella sua tutta interezza meno una canzone; i Raein (che a questo giro non fanno nessun final show che poi diventa nuovo inizio) e La Quiete non lo so perchè dalla porta non si sentiva proprio bene però mi è parso di vedere un cambio di palco circense, i Disquieted By mi dissero essere stati bomba, stessa cosa gli Ed, Storm(O) e tanti altri.
Se ve lo siete perso o siete rimasti in giro a far delle gran chiacchiere qua c’è un po’ di roba in streaming.
Con un giorno di ritardo – e vent’anni da recuperare in termini di console, nel senso che il mio massimo è farmi prestare il Nintendo DS – mi accorgo che quanto era stato preannunciato è avvenuto, compreso il rumore della forchetta da secondo che gratta il fondo della pentola laddove quella da primo ha già grattato fino al comporre e proporre Kratos (Gods Of War) all’interno del mostro mediatico e sanguinolento di Boon e Tobias. Insomma, oggi inteso come ieri è arrivato Freddy Krueger nel Mortal Kombatverso, pronto a prendere e sbattere all’altro mondo (presumo) i buoni e Christopher Lambert col cappello di paglia.
Guardando il video di presentazione del personaggio durante i combattimenti sembra una mezza bombetta, con delle belle combo e continuità di botte da non lasciare nemmeno un secondo al’avversario ma, come era più che probabile e pure ovvio, perché mettere un personaggio alla cazzo non poteva che basarsi su una storia a prescindere fatta alla cazzo, è stato inserito nello story mode, che in questo nono MK è fondamentale –in quanto reboot originale e intelligente delle scarse sceneggiature dei giochi precedenti – totalmente a caso, senza avere spiegazioni maggiori sulla sua neutralità ostile se non il sentimento di vendetta nei confronti di Shao Khan e la volontà di tornare a divertire la gioventù di Elm Street.
Il senso non riesco a capirlo, o magari sono ignorante: c’è qualche progetto cinematografico in vista per Freddy? Non può essere solo promozione di un film uscito l’anno scorso.
Succede alle volte che ci si dimentichi di quanto possano essere belle le chitarre elettriche, con quella potenza che esce dagli amplificatori come nei video dei gruppi glam, e quando tutto questo ritorna alla mente ci si ritrova affamati di contrapposizioni. Rabbia e melodia che si uniscono in una dicotomia complicata da raggiungere, che può diventare un pozzo senza fondo se la si ricerca disperatamente, che poi succede che se ne tirano fuori solo dei surrogati che falliscono in fatto di vendite e di piacere all’ascolto ed è meglio tirarsi indietro, capire che è giunta l’ora di chiamare quel giorno (un esempio? I Poison The Well).
I La Dispute sono l’incarnazione fisica e artistica di quell’unione, un’iperbole costruita su una base solida di unioni realizzabili, tipo il film di Thor che è riuscito a stare sia a Jack Kirby che a Shakespeare. Incredibile da leggersi ma veritiero e qualcuno ne ha già parlato benone su questi lidi.
Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair è un disco difficile da etichettare sul subito, troppo eterogeneo per essere hardcore e troppo hardcore per essere altre cose. Già il fatto che inizi con Such Small Hands e soprattutto prosegua con Said The King To The River rende tutto complicato: la prima non si decide a partire ma una volta finita c’è da gridare al capolavoro, la seconda idem, nessuno scatto in avanti ma un continuo saltellare graziosamente sul posto prima dello sparo. Anche in un fattore di tempistiche ogni canzone è spesso troppo lunga per esserlo. Una specie di Thursday minori, sicuramente meno devoti al postrock dei padrini e più indirizzati ad una componente arty.
I testi di Jordan Dreyer sembrano usciti da una serie di pagine strappate di libri più che da foglietti sparsi per la sala prove. Ogni parola urlata o recitata va a creare la descrizione di scenari chiari e tondi, facendo parlare terzi – le virgolette, senza chiamare in causa il debrayage. Me lo immagino alla fine dei 12 minuti di The Last Lost Continent affaticato che a fatica imbrocca l’inizio di Nobody, Not Even The Rain. Perfortuna settimana prossima posso togliermi questa soddisfazione e vederli assieme ai Touché Amoré e i Death Is Not Glamorous.
Proprio in questi giorni pensavo a quanto mi manca un disco come il primo degli Snowing, trasudante di un intensità che nemmeno loro stessi sono riusciti a replicare con il secondo album – che è comunque molto bello, ma manca di quelle chitarre che c’erano in Fuck Your Emotional Bullshit. Proprio in questi giorni mi sono ritrovato ad ascoltare con piacere il nuovo disco degli Algernon Cadwallader, che erano i nuovi Cap ‘N Jazz e che adesso sono i nuovi ‘momento di passaggio fra i Cap ‘N Jazz e i Joan Of Arc’, immaginando quanto sarebbe bello poter fare un gruppo del genere, con quei ritmi un po’ intrigati che ti spezzano i polsi a forza di girare fra il charleston e gli altri piatti e quel cantato che sembro un po’ io in macchina cantando gli At The Drive-In completamente stonato. Poi tutto d’un botto ecco i Do Nascimiento e mi è sembrato di essere in quella puntata di South Park dove i Simpson avevano già fatto tutto quello che voleva fare il terribile Professor Chaos.
La cassettina dei Do Nascimiento uscirà in 100 copie grazie a (Vita Di) Legno e Two Two Cats Bad Tapes e sarà una piccola perla della ‘nuova ondata emo’ cantata in italiano, senza nulla invidiare ai gruppi della Pennsylvania, lo dico già adesso. E magari smuove un po’ di animi al punto che io riesca a farmi anche il gruppo emo.
Intanto scaricatevelo gratis qui, poi se siete fanatici come me vi prendete pure la cassetta.
E’ il secondo post in neanche un mese sui Raein in questo blog.
Almeno è scritto da una persona differente, dai.
Facciamo una cosa, lo saltiamo subito il discorsetto pistolotto del free donwload e cavoli vari? Se volete sentirlo andate qui e lo scaricate.
Poi se vi piace e non siete merde al concerto ve lo comprate. Altrimenti (se non vi piace) lo cestinate e pace.
Non siamo più amici.
Di meme ne faccio tanti, forse troppi, quindi io stavolta vi direi perchè il disco dei Raein è una roba da tenersi stretta ed esserne orgogliosi di starlo ad ascoltare (orgogliosi perchè uno lo ascolta ed altri no).
C’era un tempo in cui (non è un meme tranquilli) ci si prendeva per il culo perchè noi si ascoltavano i From Autumn To Ashes, i Poison the Well, gli Atreyu, per non dimenticarci dei Lamb of God delle deviazioni del metal nell’hardcore fino ad arrivare ai Converge.
Insomma quel terreno comune in cui l’accacì diventava metal e viceversa.
C’era chi ci metteva come componente metal gli Iron Maiden, chi gli Slayer, chi andava su riff thrash metal. Erano tutti belli tranne chi riprendeva gli Iron Maiden. (Al concerto dei Deftones per dire c’erano spalla i Coheed and Cambiria e volevo strozzarmi con le transenne).
Quando hai il momentum per un genere parti che di solito senti praticamente tutto quello che esce dalle varie etichette. E uno partiva e sentiva tutto quello che usciva dalla Trustkill per iniziare, poi magari ci metteva la Earache, poi magari qualcosina usciva anche (del genere) dalla Roadrunner, per chiudere con la Hydrahead ma era qualcos’altro quello. Di differente. Poi ti ritrovi dieci anni dopo circa e continui a sentire senza convinzione i Pelican, i Converge e quando gli va di rifare dischi i Poison the Well e i From autumn to ashes
Insomma tornare a parlare di hardcore alla fine potrebbe smontare un po’ chi legge, però oh, tant’è, è quello che sento praticamente da sempre perchè non dovrei parlarne. Capisco insomma se cambiate pagina.
Forse è questo il discorso alla base di Sulla linea di orizzonte.. (non mi va di scriverlo tutto, c’è sopra il link per il download se ancora non l’avete usato allora lo fate apposta), la base che cresce, come è nell’accacì, nelle storie quelle fighe da raccontare.
Tipo i Raein sono venuti i primi di Maggio al Sinister Noise. Io non credo che la prossima volta li vedrete lì, ma in un posto più grande, però chi c’era (io no) potrà sicuramente dire, li ho visti un attimo prima che.
Che fa molto accacì.
Di solito, chi dice quella frase lì (li ho visti un attimo prima che) poi al successo del gruppo li snobba, dice “li preferivo prima” o “preferivo il disco di raccolte Ah as if, vuoi mettere”. Ecco quello è l’indie medio.
Uno che ascolta accacì di solito ASCOLTA i dischi, si becca quello che trasmettono e poi decide.
I Raein sono un gruppo di quelli a cui non fotte un cazzo, credo, di avere a tutti i costi un articolo su Rumore o uno spompinamento da qualche altra testata, non mirano a mettere il cazzo in un gloryhole e dall’altra parte la fila, insomma.
I Raein hanno fatto un disco bello. Molto più che bello anzi. Un disco che senti una volta e per sentirne un altro così aspetti un paio d’anni. E’ screamo. E’ posthc. E’un disco corto e quindi facile da rimettere da capo. E’ un disco di quelli che andranno di moda per un po’ (fatto caso che ora sentono tutti accacì no? si leggono anche cazzate su giornali che costano sei euro tipo “i Fucked Up sono il più grande gruppo hc esistente – dimostrando di non sapere un cazzo di cosa voglia dire hc se lo si scambia con un disco indie) ed è un disco che rimarrà. Come un classico.
E i Massimo Volume non c’entrano un benemerito cazzo (siate gentili su, per venti secondi di declamato, ma avete le orecchie per sentire i dischi o no?)
Life is so very fragile. We are all vulnerable. And we will all at some point in our lives fall. We will all fall. We must carry this in our hearts. That what we have is special (Coach Eric Taylor)
Difficile l’idea di sentirsi solo. Difficile l’idea che il sentirsi solo è perchè chiudi una serie tv.
Friday night lights però non è “un’altra serie tv”. Friday night lights è quella cosa che stabilisce cosa è giusto o meno nella vita di una persona, in un determinato momento.
La breve sinossi, brevissima, è la storia di 5 anni di carriera di un allenatore di football americano liceale, della sua famiglia, del Texas e di ragazzini di 17 anni. E di qualche adulto.
Capire dove vado ad infilarmi io, che figli non ne ho, allenatore non lo sono (anche se ho sempre sognato di), e soprattutto di anni ne ho più del doppio di 17, è difficile, quasi impossibile.
La cosa per cui parlano giustamente tutti di Friday night lights è la colonna sonora, che è una specie di esercizio di namedropping dell’indie alternativo degli ultimi vent’anni: Explosions in the sky (che prestano il tema portante), Sufjan Stevens, Sparklehorse, Daniel Johnston (con una sua cover), Scott Matthews, Fink, Iron and Wine e potrei andare avanti per altre venti righe, ma cadrei vittima del namedropping di cui sopra. L’idea è, presente una scena di partita di football col post rock anzichè i Nickelback? Non ridete, se vi capita usate il tubo, poi mi dite.
Questo è l’aspetto che vi diranno tutti, come primo. E chi sono io per essere diverso da tutti.
La cosa vera di Friday night lights, é il naturale affetto per ogni singolo personaggio, nella sua semplicità, nella sua incoscienza e nelle sue debolezze.
Ognuno ha avuto 17 anni e sa cosa vuol dire essere un perdente, un emarginato, avere una cotta non corrisposta che lo fa soffrire come un cane e avere una correttezza, una linea educatrice e morale da seguire. Difficile. Anche solo a pensarci e scriverlo.
Friday night lights è quella cosa che in 5 serie che in 75 puntate di 40 minuti l’una racconta queste storie, quelle banali domestiche e quelle brufolose e tracotanti di chi affronta la vita come un trentenne.
I dolori delle perdite e di quello che viene tolto, la naturale conclusione di storie nel bene o nel male, le sconfitte nella vita e quelle sul campo, il rialzarsi e il non riuscirci.
La sconfitta come catarsi e la vittoria come riscatto, come una seconda possibilità.
L’affetto, insomma, è la soluzione sotto la riga finale, come per gente di famiglia. Forse di più.
Questo è quello che manca, che mancherà e che lascia dietro una serie (bellissime tutte, la seconda un po’più debole per lo sciopero degli sceneggiatori) come questa.
Ah dimenticavo, la cosa più importante che lascia (è mio).
Come dire che ho un debole per certe canzoni pop italiane di artisti scoppiati prima degli ’80 ma che solo sotto l’effetto delle droghe sono esplosi nei parchetti delle città a regime comunista? Sì, insomma, mi piacciono [omissis] e [omissis] senza macchia e senza vergogna. Poi tutto questo ‘trend’ del cantare in italiano adesso mi sta prendendo davvero bene. Fare le cose forzatamente internazionali è piacevole ma anche deleterio. Detto tutto ciò ho dovuto googlare ‘deleterio’ perchè pensavo si scrivesse con la e e non con la i, ma riveste pochissima importanza.
I Raein, lo sapete, hanno fatto la storia dello screamo qua nel bel paese assieme ai fratelli da altri padri La Quiete, uniti dallo stesso batterista e dalla stessa città, anche se per entrambe le band non si può dire che ci sia una base fissa ma non sto a spiegarvelo che magari – ed è probabile – lo sapete pure meglio di me. Le loro distanze si accorciano e si incontrano ancora, a differenza di tanti di noi, io soprattutto che ho rimesso in piedi il mio vecchio gruppo ma siamo rimasti in due e la convinzione – dalla mia parte – è purtroppo ancora poca. Ma loro invece sono rinati dopo un final show all’XM a Bologna e hanno sparato il fuoco d’artificio Nati Da Altri Padri. In italiano. Tutto d’un fiato. Con tre chitarre che nemmeno gli Iron Maiden in fotta Black Flag..
In questo Ah, As If, licenziato dalla Sons Of Vesta di Arezzo, etichetta top del giro italiano di quel certo hardcore, sono state raccolte le canzoni della mid-era dei Raein. Nulla dai cd, nemmeno dal primo primissimo e tantomeno una Tigersuit del caso. Solo materiale rilasciato su split e compagnia bella, che rischia di andare perduto fra scatoloni di distro poco organizzate e traslochi. Non c’è nulla di nuovo a leggere la tracklist così la prima volta, se non forse i remix, che non avevo mai sentito.
Ma come dicevo – anzi, avevo scritto e poi cancellato – fuori dai centri sociali dove le band fanno i final show, che poi diventano fenici dalle stesse ceneri in cui non hanno fatto in tempo a bruciare, crescono anche storie d’amore e band da garage sotto tre piani di mattoni, che poi finiscono e si sciolgono senza un perchè. Lasciando in pace Luca Carboni, che è stato citato solo per avere la continuity con il primo trafiletto su in alto, i sei forlivesi si confermano i maestri del genere anche con una raccolta di materiale che li ha portati a suonare ovunque. La endless tour life che dovrebbe proprio essere il cavallo di battaglia dei generis e sui generis ma che troppo spesso si ferma prima.
Io invidio molto loro e la volontà di riuscire a trovarsi a provare, suonare, incidere sebbene alcuni non abitino più a Forlì. È tutto un pippone per arrivare alla consueta frase senza senso ma ad effetto, tipo Santi Licheri prima di sbattere il martello. Insomma, la distanza diminuisce ma noi non ci incontreremo mai più, ma forse è giusto così.
Non succedeva da un sacco di tempo che mi innamorassi di un disco ‘cattivo’ reperito e ascoltato così a scatola chiusa, senza un parere di amici o recensioni, levando ogni instabile pregiudizio costruito sulla base ‘della continua ricerca della perfetta melodia priva di urla o crisi di ogni tipo’. Ora invece appena parte quel battito di mani di And Now It’s Happening In Mine sale quella sicurezza che sovviene ogni volta che metti su un disco che conosci a memoria e cerchi la certezza di quella traccia numero uno che hai già ascoltato centomila volte ma che non ti stuferà mai. Più o meno la stessa cosa che accade con Daisy dei Brand New e la puntina del vinile che urla disperatamente o per qualsiasi canzone del periodo -core dei Poison The Well.
To The Beat Of A Dead Horse è la mia linea di partenza per il ciclico ritorno di fiamma verso certe sonorità cattive, con il pregio di poter arrivare al traguardo facendo bottino di novità – in questo caso tutto il rooster della No Sleep Records, una vera chicca di label che porterà gli Amoré assieme ai compagni La Dispute a quaranta minuti da casa mia a luglio, occasione che non mi lascerò perdere certamente -, sudato e felice.
Il disco dei Touché Amoré mi ha fatto tornare sia la passione per gli uptempo che la voglia di rimettermi a fare quel minimo minimissimo di attività sportiva saltuaria, così potendo unire le due cose e poter correre nelle zone adiacenti al mio umile appartamento ferrarese con queste parole urlate nelle orecchie:
I’m losing sleep.
I’m losing friends.
I’ve got a love/hate/love with the city I’m in.
Posso benissimo dire che è un ottimo disco da corsetta, senza esagerare con i tempi e i kilometri. Mi basta giusto percorrere per intero qualche via e arrivare fino ad una delle due ipercoop che divide la parte di città con l’inizio della periferia campagnola (semicit.) con delle urla sparate nelle orecchie, sentendomi dire che Ian Curtis e Morrisey possono dare una mano ma che niente può shockarci ora. O ancora meglio, sentire la voce di Geoff Rickley dei Thursday salire in History Reshits Itself e tutto quel muro di chitarre che sembra non infrangersi mai dare la botta adatta a tornare indietro affaticati. Un disco da ascoltare col fiatone e la decisione di prendere in mano una giornata di sole e lasciare la pigrizia davanti al computer – ma non succede così spesso, purtroppo.
Sono estremamente di parte ma non sentivo davvero un disco del genere forse dalla prima volta che ho ascoltato i Glassjaw o quando ho visto i From Autumn To Ashes seicento anni fa. Chissà quanto dureranno ancora nelle classifiche di last.fm? Spero il più possibile, magari il disco nuovo (data d’uscita 7 giugno, Ed Rose dietro al mixer – qua il video in anteprima) sarà meglio o almeno al pari di questo del 2009 che sto letteralmente consumando. Di certo sono felice di aver riabbracciato un sacco di cose lasciate a prendere la polvere e sì, prendetelo come un consiglio, merita eccome.
E comunque chi se ne frega.
In una scala composta dalle dita di una mano i Fugazi rientrano tra quei gruppi per cui si farebbe di tutto, per vederli, comprare cd, essere completisti, fino su su alla venerazione.
Tipo considerare di avere tre gradi di separazione con Joe Lally. Voi ce lo avete? Io sì.
Sti cazzi, giustamente direte voi.
Da qualche giorno gira la notizia vera, ovvero che Ian McKaye abbia l’intenzione di mettere su un sito (dopo una cura di mastering pulizia etc) un migliaio di live del gruppo. E già questo è qualcosa di a dir poco molto molto molto auspicabile.
La notizia quella secondaria, quella su cui si punta fino ad un certo punto, quella che però ti lascia lì, a sperare che non esista solamente quel concerto dei Fugazi al Forte Prenestino è la non preclusione ad un ritorno del gruppo sulle scene, dato che l’attività live e non è in stallo dal 2002.
But to get back to Fugazi playing again, we’ve been offered an insane amount of money to play reunions, but it’s not going to be money that brings us back together, we would only play music together if we wanted to play music together and the time allowed it
Non è una questione di soldi, insomma, nè di dissidi la loro pausa. Non c’è stato mai un grande vaffanculo dice McKaye in una splendida intervista, è, a quanto pare solo una questione di tempo, e di opportunità.
Insomma, un’attesa di qualcosa che forse non ci sarà. Ma che è bello pensare prima o poi ci sia.
Per anni mi sono sempre interrogato cosa fosse il groove metal e quando ho avuto la sfortunata occasione di ascoltare i Messhugah me ne sono pentito amaramente (ma mi sono anche sentito tanto fortunato in quanto riesca ad apprezzare le canzoni fatte con 4 note di piano e poco altro e non con la calcolatrice in mano – vedi paragrafo: i 7 motivi per cui odio i Tool). Per altrettanti anni ho avuto il pallino dei Glassjaw morendo dalla voglia di vederli. Purtroppo quando ho avuto l’occasione di vederli quel periodo era già passato e onestamente ascoltare i loro dischi mi urtava anche un po’ perchè non riuscivo proprio più a digerire certe cose in cui prevalevano le urla. Il loro concerto alla Wembley Arena di supporto ai Brand New ha lasciato molto a desiderare, con un Daryl Palumbo che faticava troppo ad urlare e riusciva a farlo solo rannicchiandosi in una specie di posizione fetale con le gambe ben salde a terra, fino a che la fatica non prevaleva sulla forza di gravità e sulla resistenza delle caviglie e si lasciava scivolare sul palco.
Coloring Book è il rientro ufficiale dei quattro sulla scena, con un suono rivisitato ed adattato – per quanto bruttino possa suonare – alla condizione fisica di Palumbo che, imparata la lezione da Mike Patton, capisce di poter usare la sua voce come uno strumento e tira fuori dal cilindro sei canzoni che non risentono dell’assenza di urla esagerate in quanto costruite attorno a punti di riferimento diversi dal solo riff delle chitarre secche ed intrecciate fra di loro. Forse sono io ad avere un orecchio fin troppo dedicato alla sezione ritmica in quanto batterista ma sembrerebbe proprio che oltre all’ugola del Palumbo gli strumenti più in evidenza siano proprio la batteria, giocando un ruolo da titolare e fantasista dei beats e di certi pattern di doppio pedale, e tutto quanto sia elettronica, da loop che partono a effetti apportati a basso e chitarra. La somma di tutti questi elementi e di quelli già conosciuti porta alla creazione di una componente groovy sotto ad ogni canzone, una specie di tiro sempre presente che calza a pennello e colora bene tutto l’ep.
I vecchi Glassjaw sono comunque presenti (e non voglio parlare di 2.0 perchè non avrebbe senso) e si fanno sentire. Non si potrebbe certo fare qualcosa con quel nome senza avere certi testi e certi riff, seppure in maniera solo ridotta ma comunque presenti e costruiti sulla soglia del rumore piuttosto del ‘pestacarne’ più consono nell’hardcore – che poi, lo sono mai stati hardcore? In una vecchia biografia scritta secoli fa ricordo di aver usato Joe Jackson come termine di paragone per la voce di Palumbo, altro che Jamey Jasta e sti gran cazzi; ora, più che qualsiasi gruppo post core mi sembrano i Faith No More del 2011, con la fortuna di avere un senso compiuto e non essere diventati epigoni di altri e di loro stessi.
So bene che è difficile immaginarseli con il livello della rabbia sotto controllo e ‘limitati’ dal timer di un sequencer che fa partire loop eccetera, però se volete ascoltare il parere di uno che si è ricreduto, questo EP è cosa buona e giusta. Poi non è mica detta l’ultima parola, potrebbe sempre tornare ad urlare di nuovo e in tal caso saremmo tutti ancora più felici.
Note to myself: cerca di scrivere questo post senza usare il termine “dischi che si facevano una volta” chè ha un po’rotto il cazzo.
Dei Crash of Rhinos si parla da una decina di giorni in giro, negli ambiti che anche magari di striscio uno frequenta (forum, blog facebook le solite robe) a mò di ronda, tanto per vedere l’effetto che fa. Nello stesso giorno mi è stato linkato da due persone che hanno anche scritto per questo blog e l’ho visto linkato dalla pagina Facebook di Iacopo dei Fine before you came. Ho pensato subito, e che è un virus?
Invece no, i Crash of Rhinos e il loro Distal hanno motivi per cui essere discussi, e molto.
Il primo: è un disco urlato, di quello che i sentimenti li tira fuori a forza di botte e calci in culo, a cori, a melodie perfette e sgraziate secondo il concetto base per cui se una cosa te la devo dire non te la dico per sms o coi segnali di fumo ma alzo il telefono e ti faccio un culo come lo Stadio Olimpico. Ecco, tendenzialmente l’approccio è quello di un emocor(al)e in cui ognuno dice la sua. Ognuno apporta il suo calcio nel culo. Roba di empatia insomma.
Il secondo: le canzoni hanno quell’appeal che salvi tutto e non aspetti niente. Mi spiego. Ogni canzone uno la ama per un motivo, il riffetto, l’effetto sulla voce, il bridge, lo special, la melodia, il ritornello. Ecco le canzoni di Distal sono “canzoni” e si amano da subito in blocco. A parte che ho un’idea, che non ricordo ad oggi gruppi che hanno intro belli quanto i loro (sette canzoni sono poche ma rendono l’idea) ma la provenienza mid 90′s è tutta lì, ecco lì i Van Pelt, ecco lì i June of 44, ecco lì i Texas is the Reason, ecco lì i Big Black e quindi gli Shellac. Ecco lì gli Shipping News. Ecco lì che insomma parliamo di un disco veramente enorme.
Il terzo: non è una questione di dischi che non si facevano da un po’è che Distal è uno di quei dischi che senza motivo la gente ha smesso di fare, che tirano su una diga tra il già detto e il già detto a modo mio (nostro) e che magari beh, era il caso di continuare a dire.
Fatto sta che è un ascolto fisso, un ascolto importante, uno disco che fa venire voglia di essere monopolizzato per tanto tempo come Sultans of Sentiment, o come At action Park, o come Red medicine. Un disco a cui non manca niente per entrare nei grandi di tutti i tempi.
E non è un’esagerazione.
Qui lo scaricate secondo le modalità di questi tempi (libera offerta etc etc)
Due parole sui Rival Schools non bastano. 202 neanche. Cercherò di non essere prolisso e di infilare meno possibile gli affari miei in questa lunga storia.
Ho due magliette che mi porto dietro da dieci anni, solo quelle due. Una è dei Tool e la prima bruscata che ci ho fatto sopra a momenti si portava via una aritmia al mio sistema cardiaco, l’altra è blu ed è col logo giallo di United By Fate, finto esordio dei Rival Schools. Diciamo che con quella maglia ho vissuto i primi cinque di questi dieci anni, e gli ultimi due. Per tre anni è stata in un contenitore di plastica sotto a un letto.
Con me che pensavo ad un certo punto di averla persa, magari l’ho lasciata a casa di quella e magari il suo nuovo convivente la mette come fa con un altro paio che ho lasciato lì. *
Che la gente ha comunque buongusto, se non nella vita almeno a vestire.
I Rival Schools sono stati qualcosa che in momenti come questi (e come quelli) sono stati da vestire, in tutti i sensi e parlo di me. Del resto del mondo non me ne frega molto.
Fatto è che non parliamo del gruppo della vita in senso canonico, come i Beatles, per dire, ma di un gruppo che il destino sembra fartelo apposta di tirartelo fuori a cavolo, nei momenti più disparati. E neanche ci fai caso subito ma dopo. In un certo senso ilgruppodellavita (o “uno dei” come gli AC/DC per dire), quelli che ci sono stati e non te ne sei neanche accorto.
Metti quando un mio amico partiva per lavoro per Milano e gli regalai United by fate, metti l’unica volta che noi i giovani di Spoilerin siamo stati nello stesso posto per un giorno, Matteo Valido aveva messo la maglietta dei Rival Schools.
Certo non sono i segni dei Maya e della fine del mondo ma sono segni miei. Con quel cerchio così retrò e quel ragazzo e quella ragazza che corrono per mano.
Io non so se mi spiego e mi faccio capire se dico che ad un certo punto parlare del nuovo disco Pedals sia quasi diminuitivo almeno per me. Non perchè sia meno che bellissimo (lo è, bellissimo) ma perchè quanti gruppi puoi dire di averti steso di avere sentito 5000 volte su disco, a repeat (e il nuovo vive la stessa sorte, come lo split con i onelinedrawing, come united by fate, come quello che non è mai uscito) per ricordarti che se c’è qualcosa, qualcuno, che ha inquadrato quello che volevi dire per come lo volevi dire puoi essere tranquillo che esiste, c’è.
Che insomma Undercovers On è una canzone che negli anni ha fatto bene e ha fatto male ma rimane Undercovers On e che dieci tracce bastano per cercare la nuova che farà bene e farà male. Anzi no, neanche dovrai cercarla, perchè verrà lei a trovare te.
Ecco perchè i Rival Schools, ecco perchè Pedals è qualcosa per me talmente oltre da essere sopra qualsiasi giudizio, mentre il mondo magari cerca di non fare altro
*per inciso (hai visto mai che qualcuno sia suscettibile) con la persona in questione io non ho mai convissuto.
Nel “casismo” ovvero nell’imbattersi nelle cose per puro caso io inizio a credere quasi come regola aurea, come il piquadro o il settore circolare. Ho trovato gli Ogni Giorno non per purissimo caso, mi sono rivolto ad un m-blog ispirato da un mensile musicale e da lì per ricerca con tag sono arrivato ad un sito americano specializzato in screamo-emocore-hardcore e ho scoperto gli Ogni Giorno (che io dico, già con un nome così gli vuoi molto ma molto bene, non credi?). Le coordinate dovrebbero (metto il condizionale perchè dal myspace – ma quanto fa anni 2005-06 scriverlo ora?- si capisce poco) essere Liguria e dintorni, e la produzione per ora è un ep 3 tracce con titoli furbissimi come Lunedì, Martedì, Mercoledì. Parliamo di screamo puro, emozionale e compatto, sembrano quasi estratti da un disco e non di un semplicissimo demo il che denota una quadratura di intenti e una ricerca di un suono praticamente completa.
Le direzioni sono quelle che potete immaginare a me hanno fatto venire in mente i From Autumn to Ashes di inizio anni 2000 ma insomma, l’orecchio è soggettivo.
Rimane solo da ascoltarli questi ragazzi qui, se son ragazzi, pensare che è un demo e che sarebbe auspicabile arrivi qualcosa di più in fondo basta pensare che
il mondo possa andare in maniera leggermente diversa
Sono uno di quelli che ritiene che, ad un certo punto, questo punto, recensire un disco dei Mogwai sia offensivo, per loro, non per chi lo fa.
Offensivo perchè alla resa dei conti stare ancora a discutere, se un disco dei Mogwai sia buono o meno è pleonastico direbbe qualcuno, inutile aggiungerei io. I Mogwai sono uno di quei gruppi che si pone e si trova in una di quelle fasi di carriera per cui tutto non è detto che sia perfetto, ma sicuramente una coerenza ce l’ha. Una crescita (per molti giunta al suo apice) che negli anni li ha fatti raggiungere una posizione di concretezza. I Mogwai sanno quello che vogliono dire, lo hanno sotto mano e decidono solo in che modo dirlo.
Hardcore will never die but you will (titolo paraculissimo per cui cominciate a contare i tatuaggi quest’estate che dovrebbero pagare i diritti d’autore) è a suo modo un disco di tanto cuore, hardcore, a suo modo. Un disco che non risparmia le emozioni, le grida e le pesta come il basilico in un mortaio per fare il pesto e le lascia lì, a farti crollare traccia dopo traccia.
Disco imperfetto magari, ma per chi scrive bellissimo, che va oltre la stagionalità, il tempo e il sole o le nuvole. Parliamo di qualcosa che è fatta per rimanere e per tenere compagnia e guidare nei momenti bui, in quelli in cui c’è bisogno di sciogliersi e in quelli in cui c’è da piangere, se ce n’è.
Un disco raro. E scusate se a questo punto mi sento di sottolineare la parola raro
Questa è la mia storia in riflessione al concerto diventato mitico, per una certa nicchia, dei Fine Before You Came a Lido Adriano. Gli eventi si svolgono prima, durante e dopo esso.
Un po’ per dire ‘io c’ero’ e come sempre farmi una bella sporta di cazzi miei e condividerli con chi passa di qua e se li legge fra insulti mnemonici o bestemmie a rullo di tamburi.
Me la ricordo come fosse ieri quella serata. Ero tornato dall’ufficio dove lavoro durante la stagione estiva tutto gasato con in mente ancora il loro concerto di presentazione del disco al Leonkavallo, quando ero salito in macchina con il mio amico inglese, una bolognese, due rodigini ed un carico di tabacco non indifferente. Per il live marittimo invece, come spesso capita ancora, sono partito con la fiat multipla – già citata nel post sui concerto dei Dashboard Confessional a Milano – per i fatti miei, con Cultivation Of Ease e lo split con gli As A Commodore a palla. Non potevo fumare mentre guidavo perchè mio babbo si sarebbe incazzati di brutto, ma è ovvio che l’ho fatto comunque.
Alle 21.40 circa mi trovo a girare intorno ad una rotatoria, cliché dell’urbanistica ravennate, senza sapere dove andare. Effettivamente non mi ero reso conto che non sapessi minimamente dove fosse la piazza principale di Lido Adriano fino a quel momento. C’ero stato solo una volta prima di quella sera ed era per delle commissioni di lavoro un paio di anni prima.
Cerco un viso giovane per chiedere qualche informazione ma trovo solo stranieri (le parole sempre di mio babbo: ‘occhio che Lido Adriano è malfamata’) ed anziani. Per puro culo becco una giovane coppia passeggino munita che mi indica dove andare e dove parcheggiare.
Arrivo in loco poco dopo e mi trovo davanti ad una situazione a metà fra il metafisico e la fantascienza: c’è una mostra cinofila a fianco del palco, dentro ad una specie di parchetto; a pochi metri di distanza una giostra per bambini e una mezzaluna di sedie occupate da anziani.
Non capivo ma come Nanni Moretti me lo spiegavo e continuavo a non capirlo/non volerlo capire. La lampadina è apparsa quando mi sono deciso di andare a fare due passi in spiaggia. Idea brillante per un cazzo: è stato un tripudio di ricordi ed epifanie al chiaro di luna. Volevo chiamare qualcuno ma ero senza soldi nel cellulare. M’era presa malissimo ed era forse il mood migliore per godersi appieno il concerto dei Fine Before You Came.
Decido di muovermi e tornare sulla terra asfaltata. Incontro finalmente qualche viso conosciuto, faccio conoscenza con un paio di persone che ultimamente vedo più dei miei genitori e ho modo di vedere le espressioni dei volti di Jacopo Lietti e compagnia bella quando si sono affacciati a vedere il pubblico. Paura e vergogna in quel momento si sono uniti come nemmeno la prima volta che vedi una donna nuda. Quell’ilare momento mi aveva fatto scordare di tutto il moccolo triste accumulato sulla sabbia.
Il concerto inizia – trascurabile ‘esibizione’ di due francesi in bmx – e la situazione era precisamente questa:
Il bambino che chiede dov’è era indubbiamente un fan dei Jets To Brazil, lo si vedeva da lontano.
Io, che in tutto questo avevo finito le ultime cinque sigarette in mezzora passata a fissare il mare, mi sentivo forse peggio di loro. Però armati di coraggio e professionalità sono saliti sul palco e terrorizzati hanno accordato chitarre eccetera. Mi sono posizionato a fianco del palco, ancora fermo dall’esibizione funambola dei ciclisti, così ogni tanto lanciavo un’occhiata ai cani che pascolavano al guinzaglio.
La battua di Jacopo per noi ragazzi giovani che ci piace la musica giovane è rimasta nella storia.
Hanno suonato il disco tutto di filato, con i singhiozzi e i tempi dispari. Jacopo si è sparato le pose e ha fatto le capriole per esorcizzare tutto l’imbarazzo. Sfortuna è il disco italiano più figo degli ultimi 5 anni e suona un sacco Pornography dei Cure alle mie orecchie, lo dico ogni volta che lo riascolto.
Poi finiscono con il sorriso di chi ce l’ha fatta ed un molestissimo ragazzo sovrappeso milanese ha iniziato a dare di matto e straparlare. Secondo me era pure visibilmente complessato nella sua omosessualità latente, con quell’odioso accento e la [R] che se n’è andata ai tempi dei Power Rangers alle quattro su Mediaset.
Ho comprato la maglietta e fatto chiacchiere un po’ con tutti i presenti (eravamo davvero pochi) bla bla bla. C’è chi s’è fatto serata sullo skate e chi a prendere per il culo il sopracitato lombardo. Dopo poco me ne sono andato via con la mia sei posti in direzione Venezia per fermarmi ai miei tristi e tristissimi Lidi Ferraresi, in un locale della movida a impezzare una che ora è finita nei militari.
Qualche mese dopo li avrei rivisti al Velvet a Rimini in buona compagnia. Era tutto completamente diverso, anzi, ero io completamente diverso: felice e sereno? Forse sì; in quel momento di sicuro.
Ora il Lietti su Rumore di Gennaio ha affermato che a mesi uscirà il nuovo disco e io sono terrorizzato. Sfortuna mi ha cullato e sussurrato inaspettate e perfette parole che ora hanno assunto nuovi connotati. Ascoltarlo oggi è, per citare i Funeral For A Friend, ‘Same old songs in a brand new stereo’.