Non è un pesce d’aprile
Pubblicato: aprile 1, 2013 Archiviato in: hardcore, post rock | Tags: caravels, Dominic, la dispute, Persona LP Lascia un commento »Io non so Trondheim come sia ma la Norvegia mi è sempre piaciuta, sai tutte quelle storie sui finnici che rompevano il culo a tutto e tutti, mettevano a fuoco e fiamme e poi ci hanno fatto il film Dragon Trainer no? Ecco, io dei norvegesi ho grandissima stima.
I Dominic hanno un nome un po’ della minchia ma non è questo il punto perché alla fine chiamare un disco Persona LP (e il precedente NORD, ma che me stai a prende per culo?) non è anch’essa una cosa di cui vantarsi, il fatto è che abbiamo parlato la settimana scorsa dei Caravels, solo che moltiplicateli per tre (almeno a gusto mio) metteteci sopra qualcosa dei La Dispute oppure facciamo così, mettete insieme punk/hardcore/post hardcore/post-rock. Come le cose più belle degli anni 90 insomma con l’aggiunta del post hardcore, quindi aspettatevi un po’ di screamo.
Detto questo quello che mi fa adorare e letteralmente uscire di testa per gruppi così è la parte post rock inserita in tutte quante le canzoni (lì dove c’era una volta “lo speciale” c’è qualcosa che ricorda June of 44 o Don Caballero ma un attimo dentro al quasi prog). Insomma un disco così è di quelli che metti nel lettore e levi dopo tanto tempo perché ti ci affezioni, perché è uno schiaffo in faccia e non fa niente che ci sia più luce e faccia meno freddo ma alla fine è la classica cosa giusta al momento giusto.
Vorremo loro bene, vedrete.
Doppio: Caravels – Lacuna e Alkaline Trio – My Shame Is True
Pubblicato: marzo 28, 2013 Archiviato in: hardcore, punk | Tags: alkaline trio, caravels, doppio Lascia un commento »Double Feature come al cinema, con un film che fa saltare dalla sedia ed un sequel di uno che ha smesso di essere bello parecchi episodi fa, ma che finiamo sempre e comunque a vedere (e forse usciamo dalla sala pure più felici e spensierati di quando siamo entrati).
Lacuna potrebbe essere recensito in quattro parole in croce: è un gran bel disco dei Daïtro, parte con la stessa marcia di Laissez Vivre Les Squelettes, e in mezzo a tutti gli altri starebbe da dio fra i dischi dei Pianos Become The Teeth, dei We Were Skeletons e dei Celeste (di cui ricordo un concerto strumentale al buio, tutti con la fascetta in testa con attaccata la lucina da bici ed il cantante impegnato nel vomitare dentro ad un secchio. Davvero). Chiuso in fretta e felici tutti quanti. Potrei davvero farlo, perché preso di petto mi è sembrato così, però appena è finito ho sentito il bisogno di farlo subito ripartire, un po’ perché la prima sensazione di disco unico diviso in singoli atti, una volta arrivato alla settima canzone, Hanging Off, era scomparsa, e un po’ perché mi aveva onestamente lasciato un po’ di confusione. Difatti, al secondo giro, la sensazione di solidità e di divisione in parti un po’ forzata scompare lasciando maggior spazio alla comprensione del tutto, facendo risultare una nitidezza in crescere con l’ascolto, sebbene quella sensazione di intricata omogeneità del pacchetto intero rimanga, ma sembra quasi l’architettura su cui si basa il gioco, colpevoli le linee melodiche fatte intrecciare dalle chitarre ed il cantato recitato screamo, entrambe ragioni per il paragone con i due gruppi francesi. La prima parte rimane comunque la più compatta, mentre la seconda è più frammentaria. In totale confonde e lascia pochissimi attimi di respiro, alle volte pare quasi essere una corsa che non si ferma nemmeno un secondo a tirare il fiato perché ha altri giri di campo da fare. É un disco in cui perdersi e ritrovarsi, che trasmette ansia e richiede un po’ di tempo perché cresca per bene e per riuscire ad ascoltare con attenzione tutti i piccoli passaggi che sembrano essere lì nascosti apposta per essere scoperti, per ribaltare la struttura e trarne il senso, però è un ragionamento che ho fatto per parecchi dischi del genere ultimamente, quindi potrebbe essere solo un ‘problema’ mio. Va digerito.
Se il disco dei Caravels sta al nuovo slasher movie pieno di sangue e girato con un certo gusto artistico, My Shame Is True è, sulla carta, l’ultimo episodio di Saw o di Final Destination, quello che guardi per fedeltà e sentimento nel rispetto di chi l’ha girato e delle idee che avevano reso belli quelli precedenti (ma qui sto già parlando degli Alkaline Trio, non dei film). La cosa bella è che per quanto sia ancora il ‘solito’ disco degli Alkaline Trio, quello che più o meno ci si aspetta da loro, riesce ancora a scivolarti addosso senza pretese e con freschezza, forse anche meglio dell’operazione Damnesia e delle ultime cose prima di questa. Le dodici canzoni sono uno scoppiettare di ruffianaggine e voci intercambiabili. I feat. con Brendan Kelly e con Tim McIlrath ci stanno più o meno bene (forse meglio la canzone con il cantante dei Lawrence Arms, ma io i Rise Against li digerisco a fatica di mio. Mi è capitato di vederli e dopo un’ora e tre quarti di concerto, con tanto di tre encore, sono andato a sedermi sulle sedie in fondo all’Estragon, quelle che quando entri e le vedi ti chiedi ‘chi cazzo è che paga il concerto per poi andare a rompersi i coglioni lì?’.) e come al solito sembra prendersi per nulla sul serio. Basterebbe I Wanna Be A Warhol con ‘I wanna be a Warhol hanging on your wall, you down there looking up at me’ per far capire chi vince a mani basse il premio semplicità pur facendoti battere il piedino in felicità. Le voci di Matt Skiba e soprattutto quella di Dan Andriano non mi hanno ancora stufato, ritorna sempre a cadenza regolare la voglia di ascoltarli quindi un disco nuovo fa solamente bene. Dai che quando si fa veramente primavera torna la fotta Alkaline Trio e ci sono dei cd vuoti da riempire.
Reggie e l’effetto Scimmia dell’Ikea
Pubblicato: febbraio 20, 2013 Archiviato in: emo, hardcore, meme songs, punk | Tags: american football, papa kinsella 2 Commenti »
Internet è roba assalita dai giovani, ma internet in mano ai giovani è peggio di una bomba a mano che appena esplode riprende subito a ticchettare. Escono gif delle serie tv ancora prima che vengano rilasciati i sottotitoli in lingua madre e i meme sono diventati, con il passare degli anni, delle cose pazzesche e super divertenti, ma pure un trend a volte complicato a cui stare dietro. Il caso emblema dell’estremizzazione dell’hic et nunc usato (e gettato) come pretesto per tirarci in mezzo anche la musica (calcolando che Tumblr sta diventando praticamente la posta del cuore della Polyvinyl anni ’90) è l’IKEA Monkey, la gag della scimmietta dispersa all’IKEA di Toronto, durata forse qualche giorno e passata fra le mani di un tizio turco, che ne ha preso il frame e ha ricreato (per modo di dire) una serie di copertine di dischi emo e hardcore ‘vecchi’ e più o meno recenti. Da buon intenditore e quasi ancora giovane avevo ‘followato immediatamente’ la pagina, ma non so se ne faccia ancora. Erano indubbiamente divertenti, ma il mio senso dell’umorismo è purtroppo (o per fortuna, dipende) poco condiviso. Fra le tante c’era il selftitled degli American Football.
Forse figlia di questo ed ultima, in ordine cronologico, delle manate alla nostalgia per mano dei giovani è Emo Song At Double Speed: blog di tumblr con canzoni al doppio della velocità, tipo Tim Kinsella che canta con la voce di Alvin, i Dowsing con la voce di Alvin, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die con quella voce lì. Pure gli American Football, chiaramente. Nulla di più, fondamentalmente una cazzata delle più scontate,ma i reblog sono già quasi a quattro cifre.
I can tell by the weight of your words, that this is NOT over.
Pubblicato: gennaio 23, 2013 Archiviato in: hardcore, heroes, life's a mess | Tags: converge, hardcore, jacob bannon 1 Commento »Jacob Bannon è quell’uomo che alle prime volte con cui si ha a che fare con lui e i suoi lavori lo si inquadra con un certo filtro: ugola d’adamantio come gli artigli di Wolverine, senza paura e pronto a tirare uno sganassone ad un tipo qualsiasi che sale sul palco durante un concerto. Una specie di macchina da guerra super tatuato. Chi l’ha appunto visto dal vivo (mettimoci dentro anche i live reperibili in rete) sa che vederlo fermo un solo momento è praticamente improbabile, e vederlo seduto a bocca chiusa, con la sola eco diagetica della sua voce a far da contachilometri a questi dodici minuti in cui tutto d’un fiato (sembra quasi un minutaggio fatto apposta, ad hoc sulle misure del personaggio in questione) si racconta, parla degli inizi, della passione che mette in quello che fa, dei dubbi e delle sue paure, sembra davvero un miracolo, quasi una cosa inusuale e sbagliata. Ma lui è lì su uno sgabello, fra un mezzo sorriso e un lo sguardo fisso in camera che ti dice ‘Sì, è andata proprio così, ma mi fa paura questo, faccio tutte queste cose ma sono terrorizzato dal doppio di quelle e da tutti gli effetti vari che possono portare. Però non mi ferma nemmeno l’apocalisse’. Volergli bene è forse d’obbligo, mi sa.
(Su Noisey c’è anche un’intervista, eventualmente.)
L’odore dei post quando li butti via
Pubblicato: gennaio 9, 2013 Archiviato in: hardcore | Tags: accacì, Laghetto, sonate in bu minore 3 Commenti »Le leggende il più delle volte le fanno gli abbandoni e le chiusure.
La cosa che si ricorda di Platini per dire, a parte i goal, è che si è ritirato presto, prestissimo a 32 anni. Senza voglia di battere record o fare la foca ammaestrata per soldi, basta. C’est fini.
I Laghetto erano un gruppo che ad avercelo oggi sai le magliette, sai twitter, sai facebook, sai sta grandissima fava di globalizzazione e di dischi vuoti e pieni di marketing come si sarebbero dovuti inchinare a novanta gradi. Invece no, i Laghetto ai giorni d’oggi non ci sono mai arrivati, due dischi che definire TUTTO è riduttivo con quell’hardcore sbilenco per come perdio va suonato e strillato e quei titoli a metà tra la presa per il culo e il senso di quello che si canta, come il bellissimo L’odore dei pomeriggi quando li butti via o ilconcettodelladroga o Obi Wan Kenobi (Jedi Old School). Gruppi matti così non ce ne sono più, c’erano gli Inferno (che amo) e che anche loro hanno chiuso baracca e burattini, ma tutti quelli che hanno amato almeno una canzone accacì e le deviazioni da trentesimo tornante e vomito in gola tipo Locust almeno una volta nella vita, per me, dovrebbero sentire Sonate in Bu minore e buttare al cesso tutto il resto.
Tutto questo per dire che a valle di un panegirico così, che comunque una sua importanza ce la dovrebbe avere visto che non scrivevo da due settimane è uscito il doppio disco tributo ai Laghetto in fridaunlò, ci partecipa quella che ad occhio è la gente più meritevole del panorama italiano, i Marnero, gli Uochi Toki, gli Inferno (daje), Bologna Violenta, Heisenberg, Chambers, i Luminal e un milione di altri.
Qui c’è il link
Prima però sentitevi sul soundcloud Sonate in Bu minore, almeno una volta nella vita. Poi mi dite.
(ah c’è anche disponibile una gallerie di pseudo cover realizzate da personaggioni belli. Uno è Francesco Farabegoli. Auguri ciccino)
Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – GiorgioP 1/5
Pubblicato: maggio 21, 2012 Archiviato in: hardcore, indie, rock | Tags: deftones, dEUS, dieci canzoni degli anni 90, fugazi, oasis, Pearl Jam, PJ Harvey, sonic youth, soundgarden, Therapy?, tom waits 3 Commenti »Quello che non sapete è che quando certe cose si decidono di fare su più blog a volte mettersi d’accordo è complicato (e non ci si mette) altre è immediato, altre ancora è immediato ma poi ci si maledice per avere detto “sì”.
L’idea era di proporre la versione di ognuno de “le canzoni degli anni 90′” quelle che ci sono piaciute di più (quindi dal gusto personale imprescindibile) riprendendo il listone di NME. Con una differenza NME ha listato 100 canzoni, l’idea di Kekko (e troverete un post analogo oggi sia su Bastonate che su Stereogram) era dieci. E dieci saranno. Inutile vi dica l’incompletezza e la difficoltà della cosa, quindi scrivere “manca questo o manca quello” verrà da sè, fate una cosa, se vi va fate la vostra, se volete usate i commenti o il vostro blog o quello che è.
Queste sono le mie, qui ci sono gli altri di JunkiePop
10 Oasis – Whatever
La Wonderwall prima di Wonderwall. Gli Oasis la fecero uscire come bonus di Definitely Maybe ma era una canzone da primo singolo. I violini, l’acustica e quel sound di quel disco lì, a cui da quello dopo sono state aggiunte cose su cose.
9 Pearl Jam – Animal
Sui dischi dei Pearl Jam ho cambiato idea 3/4 volte, da poco ho capito che Vs è il disco che a me la vita l’ha cambiata un bel po’. Animal era il secondo schiaffone in faccia dopo quel disco, che era molto meno hard rock del precedente ed iniziava ad essere rock quasi puro. La pesantezza e la magnitudine del riff iniziale é un pezzo grosso degli anni 90.
8 PJ Harvey – Rid of me
Scrivere qualcosa su PJ e su Rid of me lo reputo quasi insultante. Il disco rimane di una produzione da schifo, quasi inascoltabile (e sticazzi se c’era Albini eh) da uno stereo se non mettendolo al massimo del volume. Forse la bellezza di Rid of me é quando alzavi il volume.
7 Deftones – Be quiet and drive
Gli anni 90 sono stati anche nu-metal e i Deftones (provenendo da tutt’altra parte, l’hc, ma nel calderone nu metal a forza erano stati infilati)sono un gruppo che li ha passati indenne grazie anche a Be quiet and drive, una canzone che ho percepito venire sempre dagli Smashing Pumpkins, melliflua, andante. A suo modo una ballata
6 Tom Waits – I don’t wanna grow up
Uno dei miei 5 dischi dei 90 é Bone Machine in cui scegliere qualcosa é umanamente impossibile. Sentire peró sta nenia catarrosa che dice di non volere crescere a 18 anni ti faceva sentire meno solo. Anche oggi
5 Fugazi – Blueprint
Uno dei 5 gruppi della vita. Ringraziate iddio che non le ho messe tutte e dieci dalla loro discografia
4 Soundgarden – Black hole sun
Il “capolavoro” degli anni 90. I Beatles suonati dai Black Sabbath, un disco enorme e un video Lynchiano (c’é anche Bob del resto). S’é sentita tanto lo so, la sentiste una volta di più ne capireste l’enormità
Sui Sonic Youth il mio giudizio é cambiato negli anni, oggi li considero alla pari dei Beatles il gruppo più importante della storia. Sugar Kane é un simbolo di come il noise possa essere piegato alla forma pop rock. Ne potevo scegliere 30 altre lo so
2 dEUS – Suds and soda
Per me é la canzone dei 90. Ha tutto dalla prima volta che l’ho sentita che scambiai il violino come una sirena sotto casa. Poi l’incedere sgangherato alternative, l’esplosione. I dEUS
1 Paul Weller – You do something to me
Vabbè, pure perché?
Non basta il sole per scaldare una scatola piena di inverno
Pubblicato: marzo 21, 2012 Archiviato in: hardcore | Tags: chambers, fi-pi-li, la mano sinistra Lascia un commento »Non mi ricordavo dell’esistenza dei Chambers, lo devo ammettere. Li vidi anni fa (mi pare tre, ma potrebbero essere benissimo quattro) a Firenze ad un Sons Of Vesta festival al Next Emerson, assieme alla ciurma di Emotional Breakdown al completo – o meglio dire, noi quattro che eravamo rimasti nell’ultima versione del sito, da lì a poco lasciata a morire per seguire il trend del genocidio di buona parte delle webzine italiane – e non mi piacquero nemmeno. Ora ad ascoltare La Mano Sinistra vorrei poter tornare indietro a quell’anno che non mi ricordo con precisione quale sia e tirarmi un ceffone, sia con la sinistra che con la destra.
La Mano Sinistra poi perchè? Non mi dispiacerebbe chiederglielo (e per loro sfortuna lo farò dato che a quanto pare suoneranno con i Rosetta a luglio in quel brutto posto che è la località marittima dove abitano i miei genitori – quindi arrivate con la risposta pronta, eh) anche perchè a me viene in mente quando ho le sporte – non le buste – della spesa in mano e non riesco ad aprire la porta con la mano sinistra. Al contrario della mia immaginazione turbata da qualche avvenimento nascosto nel subconscio, questo disco rende l’opposto di una prima prova andata a male. La Mano è uno scatolone post-hardcore trasudante di riff pesanti come montagne che ti si sbattono in faccia e di una ritmica sofferente, di contorno ad una voce che alterna libera recitazione, pulita e rauca, ad urla del disagio – adesso in italiano. Musica e voce sono allo stesso livello, l’una dipende dall’altra – e non è così scontato come può sembrare – creando un amalgama monolitico che ti prende allo stomaco.
La Mano Sinistra è in free download qua. È opera di To Lose La Track e Shove Records, quindi uscirà in cd e sarà giusto comprarlo.
Dead Swans – Anxiety And Everything Else (più due riflessioni di cui nessuno sentiva la necessità)
Pubblicato: febbraio 23, 2012 Archiviato in: hardcore | Tags: anxiety and everything else, dead swans 2 Commenti »
Molto probabilmente la storia del canale televisivo tedesco Viva Zwei l’ho già scritta da qualche parte quindi non sto a ripeterla, ma da quegli anni – mettiamo fosse il 1999 ma azzarderei quasi un 1998 – non ho mai ascoltato così tanto hardcore quanto lo stia facendo negli ultimi tempi, colpevoli i miei amici, che al 90% ascoltano quello. Di conseguenza vengono pure i consigli sui dischi da ascoltare, e per uno che ha lasciato il cuore – ed è rimasto – ai Comeback Kid di Wake The Dead e agli American Nightmare ce n’è sempre bisogno. In mezzo ad una decina di nomi di dischi ho scoperto che in Inghilterra c’è un certo sottobosco di gruppi del genere che sta uscendo alla luce (e che in alcuni casi danno pure una bella batosta a quelli americani), fra questi pure i Dead Swans, di Brighton.
L’ep Anxiety And Everything Else è la cosa più recente da loro prodotta ed è un pugno basso schiacciato di fretta sul joypad come gli altri dischi. Lo stile è quello degli Have Heart e dei Verse, con chitarre più pastose e la solita voce che non urla ma che è comunque carta vetrata sotto inchiostro liquido; veloce, crudo e sincero – e gli inglesi in quanto a sincerità senza trend in queste cose ci riescono molto meglio di quei pomposi degli americani. Di ansia ce n’è eccome, e io ancora una volta ho trovato la ‘mia’ canzone del disco:
Ancora una volta l’insonnia, come in Today.Tonight.Tomorrow, la mia preferita di Sleepwalkers. Una sorta di guardarsi indietro che alla fine si fa messaggio e vuole abbracciare e dare una pacca sulla spalla a tutti. Poi sia nel disco che nell’ep prima c’è 20.07.07, che non sono ancora riuscito a capire se sia una canzone d’amore o su qualcuno che non c’è più, perchè il testo dice troppo poco ma mi è sempre piaciuto vederla nel secondo caso, per la casualità che al venti luglio collego sempre il compleanno di qualcuno che se n’è andato. E fa un male cane ogni volta che l’ascolto.
Ultimamente, dato il ritorno di fiamma dentro al genere, mi sono chiesto quali siano i fattori che rendano un disco migliore di un altro. Forse mi sono troppo immedesimato nel solito parere del ‘ma suonano tutti uguali’ però mi ha portato a ragionarci un po’ su.
L’hardcore – mettiamo quello che va dal 2000 in poi, così da non toccare la memoria storica di nessuno – alla fine è come la parete di una libreria di un determinato genere narrativo. È uno stile, una grammatica che si fonda su una base definita, che ospita sfaccettature e ha visto rivoluzioni totali o semplici scritture migliori di tante altre, ma di fatto ha un abc solido e irremovibile da cui partire. È il suo bello e pure il suo brutto; è una poetica, nel senso pragmatico più brutale, perchè onestamente ci sono mille band che ‘suonano uguale’ – con la stessa metrica, suoni, eccetera – la cui originalità di alcuni arriva proprio attraverso quel senso di ‘romanticismo funereo’, impegno politico o etico sputato fuori dalle gole dei rispettivi cantanti. I Dead Swans pure sono così: un lessema che prende significato grazie ad una componente contestuale che connota originalità. È quella l’importanza delle liriche nel genere – parlando di dischi hardcore che non presentano peculiarità strumentali o particolari rivoluzioni, nulla togliendo a chi ‘rimane nel canone’ e lo fa bene. Il messaggio e tutta l’importanza di cui è investito, senza la necessità di tirare fuori MacLuhan con la felpa grigia dei Bane.
Anxiety And Everything Else non si sposta molto dal disco e dagli ep precedenti, però come un libro che parla di una storia già raccontata, sa farlo diversamente senza muovere un passo dalla sua posizione e si legge che è un piacere.
Un post criptico, ridondante e brevissimo
Pubblicato: gennaio 26, 2012 Archiviato in: hardcore | Tags: lo squallore deltonno, verme Lascia un commento »Sì lo so che due giorni dopo avere pubblicato un post su Ormai dei Fine Before You Came fare un post sulla traccia nuova dei Verme Lo squallore Deltonno suona ridondante.
Ma ci piace.
Posso dire che avessi 15 anni di meno i miei anthem generazionali li avrebbero scritti loro. Tutti.
I Verme dico.
At the Drive-in & Refused: rather be dead. E invece…
Pubblicato: gennaio 13, 2012 Archiviato in: hardcore, punk, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: at the drive-in, gli at the drive-in li faranno suonare con gli shandon?, l'unica reunion che mi ha fatto piangere è stata quella delle gambe di burro, mega, mudhoney, quest'anno riabilitiamo....rullo di tamburi....il grunge, refused, reunion show 11 Commenti »At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.
Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.
Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”
In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.
In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…
In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.
Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì, “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:
We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us
Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.
Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.
Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.
Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.
* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.
They offer a welcome when you are leaving
Pubblicato: novembre 24, 2011 Archiviato in: emo, hardcore | Tags: thrice, thursday Lascia un commento »
Quest’estate nel paesino dove abitano i miei genitori sono passati a suonare un tot di gruppi, alcuni addirittura piacevano pure a me, rinomato cagacazzo musicale. Sono venuti gli Strung Out, i Bane, gli Unearth e agli Evergreen Terrace. Proprio con il chitarrista di questi mi sono fermato a parlare mentre davo una mano al baracchino del catering – all’aperto e alla mercé delle zanzare vallive, razza più cattiva e testarda delle più comuni spaccamaroni estive – per un paio di ore del più e del meno ma soprattutto di gruppi dei bei tempi che furono, per me che li ho ascoltati e ascolto fino allo sfinimento e per lui che ci ha condiviso palchi e strumenti, il tutto nato dalla mia maglietta dei Thursday con l’omino con ombrello che avevo indosso quella sera. Craig è la persona più pacata del mondo, tolto il fatto che durante tutto il nostro chiacchierare si è scoltato una bottiglia di Jim Bean offrendomene ripetutamente sorsi. Gran parlantina, battute a profusione e tasso alcoolico che saliva pian piano. Grossi discorsi non se ne sono fatti, abbiamo parlato quasi esclusivamente di musica decantando le gesta di Further Seems Forever, di cui non sapeva nemmeno della reunion, della prima volta che ha sentito Chris Carrabba da solo tramite qualcuno di qualche altro gruppo – oserei dire From Autumn To Ashes perchè mi manca il collegamento che mi ha portato ad impezzarlo su quanto fosse figa la voce di Francis Mark – e un suo super pippone sui Jimmy Eat World, il suo gruppo preferito. Un sacco di chiacchiere fra i rutti del cantante dei Bane e altra gente che mangiava carote e vegetali vari.
Oggi i Promise Ring hanno confermato di essersi riformati e di avere in cantiere un disco di inediti e pezzi rimasti fuori dalle sessioni di registrazione ma non ne ho voglia di sentir parlare dell’ennesima reunion. Martedì si sono sciolti i Thursday, quelli di Full Collapse, quelli del cambio di tempo in Signals Over The Air che ai tempi non riuscivo mai a beccare quando me la suonavo in cuffia ma in primis quelli di Jet Black New Year, la canzone più figa che hanno fatto. E prima o poi la smetterò di scrivere solo dei cazzi miei.
Sul loro sito ci mandano un saluto e ci ringraziano di cuore. Noi chi siamo per giudicarli male o far delle storie sugli ultimi dischi?
I Thrice non sembrano stare bene nemmeno loro a detta di questo annuncio di lunedì ma non è la stessa cosa di Geoff e compagnia, non per una questione di qualità ma una cosa autobiografica. Poi non avete nemmeno ufficializzato la cosa, quindi..
Another wasted life, like so many before
Pubblicato: ottobre 6, 2011 Archiviato in: hardcore | Tags: accacì, cioè proprio mia zia no ma quasi, david comes to life, fucked up, hardcore, husker du, lei pare mia zia, li ho visti dal vivo, mia zia non suona il basso, pixies, spaccano 2 Commenti »Alla scuola media ero bellamente nella mia fase cottarella pop. Mi piaceva Justine Bateman di Casa Keaton, e amavo profondamente Susanna Hoffs delle Bangles. Inutile dire che ero sfigato (tutti, a quell’età si è sfigati, tolti tipo due esemplari su un migliaio) e ovviamente mi innamorai della mia personalissima chimera cottifera. Tale Germana.
Ovviamente Germana era bellissima, perfetta, la più bella della scuola, senza ombra di dubbio, e aveva una scorta a farle il filo che levati, alla fermata del 92 c’era meno gente. Io mi feci avanti, a modo mio, e per inciso avevo un anno di meno quindi mettete un raggio di possibilità di successo pari a quello della Lazio in una finale con Barcelona di Champions League.
Tentare non nuoce direbbe Reja.
Tentare non nuoce dissi io, solo che ero innamoratissimo, stracotto. Ogni volta che mi passava davanti non parlavo per delle mezzore. Insomma andò male. Da lì mi misi insieme alla sua migliore amica, Alessandra (bella forse più di lei ma meno appariscente, meno stronza, anzi per niente) e Germana (la stronza) la prese malissimo. Con Alessandra ci siamo dati un bacio, sulle labbra.
E basta.
E alla fine delle vacanze non stando nella stessa scuola perchè sarebbe andata al liceo, la lasciai. Che vivesse nella parallela della via dove abitavo io era un dettaglio. Ma tant’è.
Tutto questo potrebbe spiegare la mia inevitabile cotta che vivo da un paio d’anni per i Fucked Up. Io so che poi amerò profondamente altro e sono imparagonabili alle Susanna Hoffs e Justin Bateman del punk-hc (sostituisci tu che leggi a tutto questo Refused e Husker Du) so che ci sono cose meno appariscenti e meno stronze, che piacciono a meno persone ma io non posso farci niente e potresti goderti in maniera migliore, più snob e meno populista.
Ora come ora David comes to life andassi su un’isola deserta probabilmnente è il primo disco che porterei dietro. Perchè, direte voi. Per le canzoni, per come sanno essere punk in maniera paracula, ma così paracula che poi ti rendi conto che sono canzoni coi riff degli Husker Du, che vanno avanti tipo i Pixies e hanno melodie che espongono alla n il concetto di paraculaggine.
Che poi uno potrebbe dire fossero tutti così i gruppi paraculi sarebbe forse un mondo migliore. Ma io alla storia di David e Veronica mi sono affezionato, ho comprato il cd per il bookler e per leggermela. E’ un disco che tengo lì, sempre vicino allo stereo. Sopra a due vinili degli Husker Du e vicino ai Godspeed You Black Emperor.
Mi innamorerò di qualche altro gruppo, magari poi i Fucked Up me li ricorderò con un sottile imbarazzo e col cuore che batte un po’ più forte per qualche secondo. Ora come ora però non è così.
Ora come ora come iniziano a suonare non parlo per delle mezzore.
Chissà se hanno una migliore amica.
Per cacciare le ossessioni mi divoro gli organi
Pubblicato: settembre 19, 2011 Archiviato in: decade, festival, hardcore | Tags: Agatha, Anti MtvDay, Disquieted By, Ed, Gazebo Penguins, Gerda, Inferno, La Quiete, Laghetto, Raein Lascia un commento »
Ma poi li avrà visti qualcuno i Laghetto? A che ora hanno suonato? È vera sta storia del topless? Tutte queste domande me le pongo seriamente perchè non sono riuscito ad arrivare fino alla fine dell’ultima – sembrerebbe – edizione dell’antimtvday, I didn’t survive the lightning bolt. Alle due mi sa che gli Inferno dovessero ancora suonare, ma si sa che gli orari dell’XM sono discretamente malleabili, e me ne sono andato a casa in preda alla stanchezza senza vedere la finta reunion dei Laghetto.
Quanti concerti ho visto dal palco grande? Uno solo. Quanti visti dalla porta? Un paio, perchè poi mi ero dimenticato del concerto degli ED nel palco sotto, tempo che ho occupato andando a mangiare. Ma non importa, la musica è brutta e le reunion sono peggio, soprattutto quando non si tratta solo dei Laghetto ma quella di tre quarti delle menti di EmotionalBreakdown in modalità carrambata – senza Mattia, where are you Mattia? Ma alla fine l’AntiMtvDay è anche e a volte soprattutto una scusa per poter ritrovare persone con cui si rimane in buoni rapporti solo grazie alla tecnologia, che si sposta per le occasioni grosse e questa di certo lo è. Alla fine bastava guardare il numero di persone presenti che parlava, mangiava, beveva e scorreva le dita fra i dischi delle distro per capire che tutto allo stesso tempo è e va oltre alla musica, all’autoproduzione e all’etica che ha portato alla creazione dell’AMD dieci anni fa e che porterà comunque avanti ad altre manifestazioni piccole, medie, grosse, dimensioni stadio Olimpico o Atlantide Occupato. Quello che mi piace di più dell’amd è appunto questo senso di amicizia che aleggia e che si protrae fino a quell’orario improponibile di fine concerti. Poi vabbè, succedono ste cose ma pur sempre di centro sociale e di Bologna del 2011 si parla.
L’AntiMtvDay (dieci) è stato nuovamente tutto questo, ma soprattutto un gran sbattimento da parte di Nico (Laghetto, Dune, Marnero) e chiunque coinvolto per tirar su per l’ennesima volta il carrozzone e portarlo avanti per i vecchi e i giovani amici. Amicizia in primis e a esser fondamenta di tutto.
Ma in tutto ciò i Laghetto li avete visti? I Gazebo Penguins sono stati forti e bellissimi come sempre, hanno suonato Legna nella sua tutta interezza meno una canzone; i Raein (che a questo giro non fanno nessun final show che poi diventa nuovo inizio) e La Quiete non lo so perchè dalla porta non si sentiva proprio bene però mi è parso di vedere un cambio di palco circense, i Disquieted By mi dissero essere stati bomba, stessa cosa gli Ed, Storm(O) e tanti altri.
Se ve lo siete perso o siete rimasti in giro a far delle gran chiacchiere qua c’è un po’ di roba in streaming.
my life as Freddy K.
Pubblicato: agosto 10, 2011 Archiviato in: cinematic, hardcore, insert coin(s) Lascia un commento »Con un giorno di ritardo – e vent’anni da recuperare in termini di console, nel senso che il mio massimo è farmi prestare il Nintendo DS – mi accorgo che quanto era stato preannunciato è avvenuto, compreso il rumore della forchetta da secondo che gratta il fondo della pentola laddove quella da primo ha già grattato fino al comporre e proporre Kratos (Gods Of War) all’interno del mostro mediatico e sanguinolento di Boon e Tobias. Insomma, oggi inteso come ieri è arrivato Freddy Krueger nel Mortal Kombatverso, pronto a prendere e sbattere all’altro mondo (presumo) i buoni e Christopher Lambert col cappello di paglia.
Guardando il video di presentazione del personaggio durante i combattimenti sembra una mezza bombetta, con delle belle combo e continuità di botte da non lasciare nemmeno un secondo al’avversario ma, come era più che probabile e pure ovvio, perché mettere un personaggio alla cazzo non poteva che basarsi su una storia a prescindere fatta alla cazzo, è stato inserito nello story mode, che in questo nono MK è fondamentale –in quanto reboot originale e intelligente delle scarse sceneggiature dei giochi precedenti – totalmente a caso, senza avere spiegazioni maggiori sulla sua neutralità ostile se non il sentimento di vendetta nei confronti di Shao Khan e la volontà di tornare a divertire la gioventù di Elm Street.
Il senso non riesco a capirlo, o magari sono ignorante: c’è qualche progetto cinematografico in vista per Freddy? Non può essere solo promozione di un film uscito l’anno scorso.

There’s so much stacking up against us
Pubblicato: luglio 21, 2011 Archiviato in: hardcore | Tags: la dispute, Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair Lascia un commento »
Succede alle volte che ci si dimentichi di quanto possano essere belle le chitarre elettriche, con quella potenza che esce dagli amplificatori come nei video dei gruppi glam, e quando tutto questo ritorna alla mente ci si ritrova affamati di contrapposizioni. Rabbia e melodia che si uniscono in una dicotomia complicata da raggiungere, che può diventare un pozzo senza fondo se la si ricerca disperatamente, che poi succede che se ne tirano fuori solo dei surrogati che falliscono in fatto di vendite e di piacere all’ascolto ed è meglio tirarsi indietro, capire che è giunta l’ora di chiamare quel giorno (un esempio? I Poison The Well).
I La Dispute sono l’incarnazione fisica e artistica di quell’unione, un’iperbole costruita su una base solida di unioni realizzabili, tipo il film di Thor che è riuscito a stare sia a Jack Kirby che a Shakespeare. Incredibile da leggersi ma veritiero e qualcuno ne ha già parlato benone su questi lidi.
Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair è un disco difficile da etichettare sul subito, troppo eterogeneo per essere hardcore e troppo hardcore per essere altre cose. Già il fatto che inizi con Such Small Hands e soprattutto prosegua con Said The King To The River rende tutto complicato: la prima non si decide a partire ma una volta finita c’è da gridare al capolavoro, la seconda idem, nessuno scatto in avanti ma un continuo saltellare graziosamente sul posto prima dello sparo. Anche in un fattore di tempistiche ogni canzone è spesso troppo lunga per esserlo. Una specie di Thursday minori, sicuramente meno devoti al postrock dei padrini e più indirizzati ad una componente arty.
I testi di Jordan Dreyer sembrano usciti da una serie di pagine strappate di libri più che da foglietti sparsi per la sala prove. Ogni parola urlata o recitata va a creare la descrizione di scenari chiari e tondi, facendo parlare terzi – le virgolette, senza chiamare in causa il debrayage. Me lo immagino alla fine dei 12 minuti di The Last Lost Continent affaticato che a fatica imbrocca l’inizio di Nobody, Not Even The Rain. Perfortuna settimana prossima posso togliermi questa soddisfazione e vederli assieme ai Touché Amoré e i Death Is Not Glamorous.
Avevi semplicemente più carica di me
Pubblicato: giugno 24, 2011 Archiviato in: emo, hardcore Lascia un commento »Proprio in questi giorni pensavo a quanto mi manca un disco come il primo degli Snowing, trasudante di un intensità che nemmeno loro stessi sono riusciti a replicare con il secondo album – che è comunque molto bello, ma manca di quelle chitarre che c’erano in Fuck Your Emotional Bullshit. Proprio in questi giorni mi sono ritrovato ad ascoltare con piacere il nuovo disco degli Algernon Cadwallader, che erano i nuovi Cap ‘N Jazz e che adesso sono i nuovi ‘momento di passaggio fra i Cap ‘N Jazz e i Joan Of Arc’, immaginando quanto sarebbe bello poter fare un gruppo del genere, con quei ritmi un po’ intrigati che ti spezzano i polsi a forza di girare fra il charleston e gli altri piatti e quel cantato che sembro un po’ io in macchina cantando gli At The Drive-In completamente stonato. Poi tutto d’un botto ecco i Do Nascimiento e mi è sembrato di essere in quella puntata di South Park dove i Simpson avevano già fatto tutto quello che voleva fare il terribile Professor Chaos.
La cassettina dei Do Nascimiento uscirà in 100 copie grazie a (Vita Di) Legno e Two Two Cats Bad Tapes e sarà una piccola perla della ‘nuova ondata emo’ cantata in italiano, senza nulla invidiare ai gruppi della Pennsylvania, lo dico già adesso. E magari smuove un po’ di animi al punto che io riesca a farmi anche il gruppo emo.
Intanto scaricatevelo gratis qui, poi se siete fanatici come me vi prendete pure la cassetta.








