Nel “casismo” ovvero nell’imbattersi nelle cose per puro caso io inizio a credere quasi come regola aurea, come il piquadro o il settore circolare. Ho trovato gli Ogni Giorno non per purissimo caso, mi sono rivolto ad un m-blog ispirato da un mensile musicale e da lì per ricerca con tag sono arrivato ad un sito americano specializzato in screamo-emocore-hardcore e ho scoperto gli Ogni Giorno (che io dico, già con un nome così gli vuoi molto ma molto bene, non credi?). Le coordinate dovrebbero (metto il condizionale perchè dal myspace – ma quanto fa anni 2005-06 scriverlo ora?- si capisce poco) essere Liguria e dintorni, e la produzione per ora è un ep 3 tracce con titoli furbissimi come Lunedì, Martedì, Mercoledì. Parliamo di screamo puro, emozionale e compatto, sembrano quasi estratti da un disco e non di un semplicissimo demo il che denota una quadratura di intenti e una ricerca di un suono praticamente completa.
Le direzioni sono quelle che potete immaginare a me hanno fatto venire in mente i From Autumn to Ashes di inizio anni 2000 ma insomma, l’orecchio è soggettivo.
Rimane solo da ascoltarli questi ragazzi qui, se son ragazzi, pensare che è un demo e che sarebbe auspicabile arrivi qualcosa di più in fondo basta pensare che
il mondo possa andare in maniera leggermente diversa
Sono uno di quelli che ritiene che, ad un certo punto, questo punto, recensire un disco dei Mogwai sia offensivo, per loro, non per chi lo fa.
Offensivo perchè alla resa dei conti stare ancora a discutere, se un disco dei Mogwai sia buono o meno è pleonastico direbbe qualcuno, inutile aggiungerei io. I Mogwai sono uno di quei gruppi che si pone e si trova in una di quelle fasi di carriera per cui tutto non è detto che sia perfetto, ma sicuramente una coerenza ce l’ha. Una crescita (per molti giunta al suo apice) che negli anni li ha fatti raggiungere una posizione di concretezza. I Mogwai sanno quello che vogliono dire, lo hanno sotto mano e decidono solo in che modo dirlo.
Hardcore will never die but you will (titolo paraculissimo per cui cominciate a contare i tatuaggi quest’estate che dovrebbero pagare i diritti d’autore) è a suo modo un disco di tanto cuore, hardcore, a suo modo. Un disco che non risparmia le emozioni, le grida e le pesta come il basilico in un mortaio per fare il pesto e le lascia lì, a farti crollare traccia dopo traccia.
Disco imperfetto magari, ma per chi scrive bellissimo, che va oltre la stagionalità, il tempo e il sole o le nuvole. Parliamo di qualcosa che è fatta per rimanere e per tenere compagnia e guidare nei momenti bui, in quelli in cui c’è bisogno di sciogliersi e in quelli in cui c’è da piangere, se ce n’è.
Un disco raro. E scusate se a questo punto mi sento di sottolineare la parola raro
Questa è la mia storia in riflessione al concerto diventato mitico, per una certa nicchia, dei Fine Before You Came a Lido Adriano. Gli eventi si svolgono prima, durante e dopo esso.
Un po’ per dire ‘io c’ero’ e come sempre farmi una bella sporta di cazzi miei e condividerli con chi passa di qua e se li legge fra insulti mnemonici o bestemmie a rullo di tamburi.
Me la ricordo come fosse ieri quella serata. Ero tornato dall’ufficio dove lavoro durante la stagione estiva tutto gasato con in mente ancora il loro concerto di presentazione del disco al Leonkavallo, quando ero salito in macchina con il mio amico inglese, una bolognese, due rodigini ed un carico di tabacco non indifferente. Per il live marittimo invece, come spesso capita ancora, sono partito con la fiat multipla – già citata nel post sui concerto dei Dashboard Confessional a Milano – per i fatti miei, con Cultivation Of Ease e lo split con gli As A Commodore a palla. Non potevo fumare mentre guidavo perchè mio babbo si sarebbe incazzati di brutto, ma è ovvio che l’ho fatto comunque.
Alle 21.40 circa mi trovo a girare intorno ad una rotatoria, cliché dell’urbanistica ravennate, senza sapere dove andare. Effettivamente non mi ero reso conto che non sapessi minimamente dove fosse la piazza principale di Lido Adriano fino a quel momento. C’ero stato solo una volta prima di quella sera ed era per delle commissioni di lavoro un paio di anni prima.
Cerco un viso giovane per chiedere qualche informazione ma trovo solo stranieri (le parole sempre di mio babbo: ‘occhio che Lido Adriano è malfamata’) ed anziani. Per puro culo becco una giovane coppia passeggino munita che mi indica dove andare e dove parcheggiare.
Arrivo in loco poco dopo e mi trovo davanti ad una situazione a metà fra il metafisico e la fantascienza: c’è una mostra cinofila a fianco del palco, dentro ad una specie di parchetto; a pochi metri di distanza una giostra per bambini e una mezzaluna di sedie occupate da anziani.
Non capivo ma come Nanni Moretti me lo spiegavo e continuavo a non capirlo/non volerlo capire. La lampadina è apparsa quando mi sono deciso di andare a fare due passi in spiaggia. Idea brillante per un cazzo: è stato un tripudio di ricordi ed epifanie al chiaro di luna. Volevo chiamare qualcuno ma ero senza soldi nel cellulare. M’era presa malissimo ed era forse il mood migliore per godersi appieno il concerto dei Fine Before You Came.
Decido di muovermi e tornare sulla terra asfaltata. Incontro finalmente qualche viso conosciuto, faccio conoscenza con un paio di persone che ultimamente vedo più dei miei genitori e ho modo di vedere le espressioni dei volti di Jacopo Lietti e compagnia bella quando si sono affacciati a vedere il pubblico. Paura e vergogna in quel momento si sono uniti come nemmeno la prima volta che vedi una donna nuda. Quell’ilare momento mi aveva fatto scordare di tutto il moccolo triste accumulato sulla sabbia.
Il concerto inizia – trascurabile ‘esibizione’ di due francesi in bmx – e la situazione era precisamente questa:
Il bambino che chiede dov’è era indubbiamente un fan dei Jets To Brazil, lo si vedeva da lontano.
Io, che in tutto questo avevo finito le ultime cinque sigarette in mezzora passata a fissare il mare, mi sentivo forse peggio di loro. Però armati di coraggio e professionalità sono saliti sul palco e terrorizzati hanno accordato chitarre eccetera. Mi sono posizionato a fianco del palco, ancora fermo dall’esibizione funambola dei ciclisti, così ogni tanto lanciavo un’occhiata ai cani che pascolavano al guinzaglio.
La battua di Jacopo per noi ragazzi giovani che ci piace la musica giovane è rimasta nella storia.
Hanno suonato il disco tutto di filato, con i singhiozzi e i tempi dispari. Jacopo si è sparato le pose e ha fatto le capriole per esorcizzare tutto l’imbarazzo. Sfortuna è il disco italiano più figo degli ultimi 5 anni e suona un sacco Pornography dei Cure alle mie orecchie, lo dico ogni volta che lo riascolto.
Poi finiscono con il sorriso di chi ce l’ha fatta ed un molestissimo ragazzo sovrappeso milanese ha iniziato a dare di matto e straparlare. Secondo me era pure visibilmente complessato nella sua omosessualità latente, con quell’odioso accento e la [R] che se n’è andata ai tempi dei Power Rangers alle quattro su Mediaset.
Ho comprato la maglietta e fatto chiacchiere un po’ con tutti i presenti (eravamo davvero pochi) bla bla bla. C’è chi s’è fatto serata sullo skate e chi a prendere per il culo il sopracitato lombardo. Dopo poco me ne sono andato via con la mia sei posti in direzione Venezia per fermarmi ai miei tristi e tristissimi Lidi Ferraresi, in un locale della movida a impezzare una che ora è finita nei militari.
Qualche mese dopo li avrei rivisti al Velvet a Rimini in buona compagnia. Era tutto completamente diverso, anzi, ero io completamente diverso: felice e sereno? Forse sì; in quel momento di sicuro.
Ora il Lietti su Rumore di Gennaio ha affermato che a mesi uscirà il nuovo disco e io sono terrorizzato. Sfortuna mi ha cullato e sussurrato inaspettate e perfette parole che ora hanno assunto nuovi connotati. Ascoltarlo oggi è, per citare i Funeral For A Friend, ‘Same old songs in a brand new stereo’.
L’incrocio degli anni. Questa è la prima cosa che ho pensato quando ho preso in mano il biglietto dei Deftones. 13 per l’esattezza tra la prima volta che ho preso in mano un disco loro, l’ho fatto mio e da lì in poi li ho considerati alla stregua di Springsteen come quelli che tiferai sempre.
Oh, se in questo post torneranno spesso riferimenti a Morozzi chiedo venia da subito. Ma leggere Accecati dalla luce fa sentire un po’ meno soli e un po’ più normali.
Nel flashback di tutto ciò ci sono sei dischi, uno più bello dell’altro, 4 live di cui 2 fuori casa e tante serate in discoteca a fare il dj dove buona parte di essere considerato “un eroe” era “mette i Deftones ma non shove it”. Che al tempo era la london calling della musica pesante.
I Deftones non sono MAI stati numetal. Chi afferma questo non capisce un cazzo nè del nu nè del metal. Era solo il bidone in cui per convenienza e per pigriza erano inseriti. I Deftones hanno fatto hardcore, sempre, con aperture emo. Ma il metal con loro non c’entra un cazzo.
Detto ciò ci aggiungo le prese per il culo di chi “nel 2010 ancora stai coi Deftones” o si era preparato al concerto come dire “sai le risate”.
Il cazzo. Che fa hardcore scriverlo.
Questo. Grandissimo. Cazzo.
La pianto con le polemiche ma insomma al Palatlantico ci arrivo che è prestino, alle 20. Con Carlo e la mia ragazza Barbara. Con Carlo i patti sono che se qualcuno dice che io sono io io dirò che “sì lo so assomiglio a tale Giorgio ma non sono io piacere Alberto”. Con Barbara di rimanere con me se dirò queste cose e fare finta di niente.
Ci riconosce lo stretto indispensabile, leggi come gli unici che avremmo salutato (forse un altro paio va). Ci mettiamo dietro il mixer, non davanti. Dietro perchè lì si sente meglio, appoggiati alla transenna.
Io i Coheed and Cambiria faccio finta che non siano mai esistiti, li valuto come una parentesi di un’ora che mi ha sfasciato orecchie e coglioni e che spero si siano resi conto dell’applauso liberatorio a fine esibizione.
Arriva Paolo e mi dice, “prima Rocket Skates second Around the fur” guardando il foglio del banconista del mixer e dell’omino delle luci “cazzo c’hai dodici decimi?” gli chiedo. No, dice lui, da due metri più avantisi legge. Ecco io difendo il mio posto alla transenna come fosse sotto il palco.
Passiamo il tempo a tranquillizzarci su dubbi personali per cui “lui (Chino Moreno ndr) non gliela fa più” io a mantra dico “va che se uno fa whooo! come su Rocket skates e poi la vuole fare per prima al concerto se la sente caldissima”.
E’ un attimo che si spengono le luci e inizia tutto, non so nè l’inizio nè la fine ma Chino salta su una specie di tavolinetto messo lì apposta, camicia nera a maniche lunghe e kahkis che irrimediabilmente scendono con il cavallo all’altezza delle ginocchia dopo 5 canzoni. Rocket Skates e tutto il resto è una mazzata in faccia e io dico a Carlo “è in grandissima forma (manca solo che ci aggiunga prima E’in forma, è in grande forma e poi siamo nell’immedesimazione completa). Da lì altri 22 pezzi, per un totale di 24 e un’ora e quaranta di concerto che a me fanno commuovere non si sa che cosa soprattutto quando mi rendo conto che Barbara sta ballando e io sono quasi tentato di chiederle se lo fa per pietà o vuole che domani passo ad un negozio di dischi e le compro la discografia completa.
Il suono che all’inizio è pastoso a metà concerto si raddrizza e diventa perfetto.
Tranquillizzo Carlo a più non posso e alla fine mi dà ragione.
Me ne esco dicendo che è il concerto del decennio che i Deftones per la quarta volta in dieci anni sono stati la cosa migliore al decimo anno e che una cosa così non me la sarei mai aspettata.
Concerto a blocchi, 3 in coda di Around the fur, 4 di white pony e via dicendo.
Sono al punto che chiedo quelle che non ho mai sentito e le fanno tutte. MA TUTTE.
Tipo Passenger, quella che non ti aspetteresti mai perchè su White Pony la cantava con Keenan dei Tool, o Bloody Cape o cazzo ne so io. Su Minerva stavo per convertirmi al cattolicesimo praticante.
Non faccio in tempo a dire, “cazzo oh, ma niente Adrenaline?” che nel bis infilano Birthmark, Engine no9 e 7 Words con Chino in maglietta a maniche corte che ha ancora il fiato per correre da un lato all’altro del palco battere una volta le mani sulla testa e tornare indietro.
Ci manda a casa così.
E’ in forma, è in grande forma è in formissima cazzo dico.
E ci aggiungo su, concerto epocale.
Mi fischiano ancora le orecchie, alla faccia di chi non c’era e di me che ero lì.
PistaKulfi
Quante volte nella vita si fanno scelte di cuore? Spesso, troppo, per alcuni è impossibile farne a meno. Col tempo sai che di solito sono sbagliate ma il cuore è più forte dell’esperienza e certe cose vanno fatte. Per se stessi in primis. A rischio di sbagliare e farsi dire che non valeva la pena, che dai su lascia perdere, non è più il caso.
Capisco che non è questa la volta nel momento in cui mi sento appellare col soprannome che avevo negli anni novanta da un carissimo amico con il quale condividevo la passione per i Deftones nelle zone “indastria” della periferia romana. Quando magicamente ci abbracciamo e gli dico che “oh c’è Giorgio” e l’abbraccio diventa più grande, e mi giro e vedo un’altra faccia dimenticata del passato, e un’altra ancora, e altre facce invece del presente che sorridono e sperano in una grande prima volta.
C’è un preciso momento della serata all’Atlantico di Roma per il live dei Deftones, un fotogramma nitidissimo, in cui ci sono io fermo e intorno a me tantissime facce amiche che parlano. Con me e fra di loro.
Non poteva che essere indimenticabile questa serata e io sono già sovreccitato prima del tutto. Un tutto che ancora prima di manifestarsi ho in testa e sta lì da sempre. E mi sento sereno e leggero che quasi potrei defilarmi e vedere tutte quelle facce amiche godere di quello che sta succedendo. Saltare, pogare, abbracciare, urlare. Tutti. Dal primo all’ultimo.
Il concerto dei Deftones è stato fenomenale dal punto di vista tecnico-sonoro. Pazzesco dal lato emotivo sia per il cuore che ci hanno messo loro ma soprattutto per quello che vedevo intorno a me.
Quanto è smodatamente bello vedere tanti amici stare bene mentre suona uno dei gruppi della tua vita?
Page Hamilton, gli Helmet, sono una cosa per cui fa fisicamente piacere affermare che “il tempo non passa mai”.
Sì perchè uno può dirlo di Neil Young, dei Built to Spill, di Mark Lanegan ma dirlo su qualcosa come gli Helmet non so, rinfranca.
Rinfranca perchè dai, tutti abbiamo avuto in casa la colonna sonora del corvo e alla fine a un po’ tutti tra i nomoni che c’erano rimanevano in mente Milquetoast degli Helmet e Ghostrider rifatta dalla Rollins Band. Un motivo ci sarà, anche se al tempo era difficile da capire.
Gli Helmet son rimasti lì col loro combo fatto di noise e hardcore all’ultima moda (del tempo) e alla vecchia maniera (oggi), l’hc che diventa canzone anche ad uso e consumo di tutti in qualche caso, l’hc che riesce ad andare un passo in là dell’oltranzismo.
è questo che ha reso gli Helmet unici in sè e differenti dagli Unsane per dirne uno. Stabilire una linea Maginot oltre cui andara con l’headbanging solo per farti sentire se l’odore del mio shampoo ti piace.
Se è così passi tu la linea Maginot e ti mostro il mio mondo.
L’hc che ti prende e si cura di te anche se non te lo sei mai cagato, questo è il senso. Anche se non è proprio hc, anche se non è metal, anche se non è noise anche se non è tante cose ma gli Helmet sono lì, col petto in fuori a dire la loro, che ti piaccia o meno.
Come il loro ultimo, splendido Seeing eye dog, che un po’ ti porta di là, un po’ ti regala la nostalgia e un po’ ti fa pensare che a volte il coraggio vero è stare fermi lì dove si è e vedere chi passa intorno. E provare a fermarlo a botte di basso e svisate di chitarra.
Una volta un mio caro amico parlando di me alla sua ragazza ad un concerto degli [omissis] ha detto: “lui la prima cosa che guarda è il batterista”. Vero verissimo, le cose che guardo principalmente sono proprio le figure più e meno prossime al ‘crowd’, batteristi e cantanti, i primi per pura passione professionale’ e i secondi per lo ‘show’, chiamiamolo così, e il coinvolgimento con il pubblico. Nei miei dieci giorni di permanenza a San Francisco, fra escursioni, Starbucks, shopping e Berkeley, ho visto pure due reunion storiche dell’ ***core.
Cap ‘N Jazz @ Bimbo’s 365 w/ Abe Vigoda, potrei riassumervelo in un macro insieme di parole, tipo tag cloud, ma voglio provare a dire di più.
I Vigoda me li ricordavo meglio, più carichi, batterista bravo ma che si impegna pochissimissimo, a meno che non sia un sostituto perchè quella è l’impressione che ha dato. Forse ci stavano meglio gli Snowing, i Boys And Sex o gli Algernon Cadwallader. Whatever. ( Tra l’altro ho scoperto che suoneranno con i No Age al Locomotiv di Bologna).
I Capitani iniziano dopo che Sam Zurick è arrivato di corsa, ha accordato il basso con tanta goffaggine geek (però alla sua età, dai…basta…) ed è uscito di scena per quei 3 minuti massimo di attesa.
Tim Kinsella era vestito da cowboy, non vi preoccupate. Anzi, fatelo, perchè è un rompicazzo, così ho deciso. Non ha spiccicato parola prima della 5a o 6a canzone, ha detto tutto Victor Villareal, si limitava al massimo a buttarsi in crowd surfing di schiena e rialzarsi con fare annoiato e poco volenteroso. Solo quando ha preso il corno in mano mi sono gasato come una 7up nel marsupio di un maratoneta, ho sperato che facesse almeno 2 note buttate lì a caso pensando intensivamente agli American Football (pur sapendo non fosse un corno quello) e invece ha usato lo strumento nel modo che nemmeno Conan per richiamare Red Sonja al suo ruolo di concubina.
Poi Take On Me cantata con il testo in mano che inesorabilmente qualcuno gli porta via – “I need that paper” – e lo lascia senza parole.Non ci siamo.
Poi batterista, appunto. Ho passato 5 minuti buoni a ricordare dei video di Mike Kinsella in versione Owen dal vivo che parlava col pubblico, sottolineando fra me e me le differenze di personalità tra i due, poi mi sono accorto che dietro ai tamburi pesta come un turnista metal che ha lasciato il kit a casa dei genitori. Impeccabile e divertente da vedere, peccato per il livello comunicativo della band.
Fun Fact: appena Tim iniziava a parlare lui richiamava gli altri battendo il quattro con le bacchette. Avrebbe dovuto far ridere ma ha reso la cosa ancora meno sensata.
In toto, hanno suonato bene, per Dio. Hanno fatto le canzoni giuste/che il pubblico voleva, solo che hanno coinvolto davvero pochino, ed è stato un peccato perchè ci tenevo davvero.
The Juliana Theory @ The Independent, 2003 is the new 2010.
Finalmente un concerto per solo +21ers, con la fila lunga al freddo e il caffè in mano, dopo una soda in un bar che inneggiava al consumo libero di marijuana, cosa che un paio di skater (quelli veri che vedi anche sulle riviste) professavano il verbo seduti nei tavoli adiacenti al locale con birra e occhiale da sole giusto.
Brett Detar è Gesù Cristo, capello lungo, vestito elegante, scarpa alla Iori Yagami di King of Fighters e sguardo sorridente. Però un gruppo la cui reunion ha avuto senso, in termini di coinvolgimento col pubblico, sguardi fra musicisti, organizzazione dello show (canzoni random e tutto Emotion Is Dead di filato) e feeling positivo all’interno del locale.
Concerto senza opening act, iniziato alle 8 e 30 puntuali, il tempo di trovare posto in prima fila davanti alla lead guitar (sì, quello un po’ frocio che si spara le pose alla Motley Crue) con pubblico a modo, tra cui futuro pastore (non Carlo e nemmeno la professione) che non ci crede quando diciamo di essere venuti dall’Italia e fila rispettosamente indiana per il meet and greet in cui morosa ha parlato con Brett e compagnia bella e il sottoscritto si è fermato a parlare di doppio pedale col batterista; – come da sempre sono il vero manifesto dell’ovvietà.
Seriamente parlando, impeccabili dal vivo, cambi di chitarra velocissimi, basi qua e là e tutto Emotion Is Dead che fregancazzo è ancora un disco della Madonna immacolata.
Bravi bravi e comunicazione uber alles.
Il 5 dicembre i Deftones torneranno in Italia per una data a Roma (il giorno dopo saranno a Trezzo-Milano). Potreste fottervene ampiamente ma ci sono due motivi per cui forse ci si vede sotto al palco.
1 che se non li avete mai visti probabilmente non vi ricapiterà mai più di vedere uno di quei gruppi per cui la cosiddetta “grazia creativa” non è mai scesa sotto il livello di eccellenza. Il disco ultimo, Diamond Eyes, per dire è probabilmente la cosa migliore dell’anno. E non nel genere. In assoluto
2 perchè i Deftones sono l’unica traccia di un certo tipo di hc anni 90 che non esisterà più e che ringraziando Iddio non ha avuto tanti seguaci altrimenti li avremmo odiati
ah e 3, perchè per ogni biglietto un euro sarà donato alla fondazione Chi Cheng.
E se non sapete chi sia Chi Cheng guardate il video sotto, fate ammenda e andatevene affanculo.
Ascoltare punk rock oggi senza essere emo, o meglio, essere emo oggi, dopo anni di compilation mp3 alle spalle (che oggi non mostreresti a nessuno per vergogna delle scelte effettuate), il selling out delle band pop punk che ascoltavi di nascosto (e che magari sognavi pure di formare, perchè dopo un po’ di avere il gruppo ala Penfold ci perdi anche le speranze), gli arpeggi, le magliette comprate chissà dove su internet ecc…non è per niente facile.
Vivere in un mondo in cui i Cursive licenziano Gretta Cohn e fanno uscire Happy Hollow è un po’ come stare in una terra della DC in cui Superman è gay e senza mantello.
Finisce così che ti aggrappi ad altro, riscopri bands che prima schifavi e sfoci come il sottoscritto nell’alt-folk – o new acoustic movement, dir si voglia – e in tante pietre miliari che mio babbo mi ha sempre consigliato di ascoltare ma che ho snobbato perchè ‘il nuovo degli I Wrote Haikus About Cannibalism In Your Yearbook è molto figo’. Roba che oggi non digerirei nemmeno con una dose per bisonte di Effervescente Brioschi. Poi però non ce la fai, arrivate l’estate o l’autunno ed ecco che su iTunes scorri, scorri e ti ritrovi un disco Revelation. Puf. La discografia di Neil Young che hai appena spostato nell’hard disk esterno viene lasciata su un mobiletto a fare la polvere, che magari quel giorno non sei proprio di quelle corde e una voce storta ed emotiva ti prende molto meglio quando sei in bici che vai al mare.
Cosa rimane di quegli anni? Una generazione E, per dirla alla Douglas Coupland, forse l’unica che non scarica abbestia tutti gli album possibili dalla rete ma che cerca capillarmente il gruppo dell’Illinois che ancora ci prova ad emulare i Promise Ring, che strabuzza gli occhi sotto i canonici occhiali spessi, ha ancora la borsa, le spille e un accenno di frangettina, anche quella venduta alla grande sellata d’asta che ha fatto Carabba agli studi di Mtv, ma tant’è. E sì, siamo ancora tristi, forse più di prima. Forse, però, sto parlando solo di quei pochi amici conosciuti in ambito di concerti, il vecchissimo forum di Munnezza e qualche amico di amico con cui sono anche finito a suonare.
Personalmente parlando, cerco di mantenere il più possibile un profilo basso, non come quando impezzavo ogni utente di Soulseek che aveva i 7” della Prima Ondata Emo perchè lui poteva farmi conoscere band del suo college entusiasmanti che magari qualche piccola booking di nicchia avrebbe chiamato ai pochi festival del genere del nord Italia anni dopo. Quelle poche volte che vedi qualche ragazzino in jeans attillato e frangia da cecità permanente speri che ti chiedano chi siano i Get Up Kids ma dopo un po’ ti ricordi che sarebbe più sci-fi di un episodio di Twilight Zone e la prendi in ridere.
Da questo sentimento comune nasce una nuova ondata – l’ho azzardata – che prende dal cesto dei gruppi che furono per aprirsi diverse strade: gruppi che più si avvicinano al math rock e al downtempo, una sorta di evoluzione del suono Promise Ring sommato a qualche tempo dispari qua e là – Everyone, Everywhere e i Joie De Vivre – e una strada che imbocca la direzione Jawbreaker, Jawbox e timide distorsioni – What Price, Wonderland – roba insomma più adatta ai personaggi di Nothing Nice To Say che al ragazzino cresciuto con il Giovane Holden (senza contare tutte le band che (s)fortunatamente stanno facendo reunion e dischi nuovi). Non è proprio così marziale questa dicotomia, ma il sottobosco sta crescendo e le direzioni sembrano sempre di più incanalarsi a questo bivio.
Come dite? No, non ce la faccio proprio, non riesco a chiamarlo Emo, è il discorso appena fatto. Anzi, è un termine che proprio non riesco ad usare, di cui mi vergogno e che ipocritamente cerco di liberarmi ogni volta che mi viene appioppato. Io comunque me ne vado ‘felicemente’ in ufficio con il mio iPod, il libro tenuto di nascosto sotto il cappello di paglia in modo da scappare a leggerne una pagina appena posso e il quaderno dei testi delle canzoni che non suonerò fino a quando non troverò una band nuova (qualche interessato? Facciamo roba alla Braid, dai!).
Quindi, essere emo nel 2010, è la precisa cosa che esserlo stato nel 2003, quando mi scaricavo le prime cose del genere o quando nel 2005 ho visto Moneen e From Autumn To Ashes al vecchio Estragon assieme al mio amico Samuele. Sono cambiati i vestiti e forse un po’ anche io, ma fondamentalmente il succo è quello.
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L’autore: ghiboebd, ravennate di nascita ma ferrarese della costa adriatica da sempre, dopo diverse serie di Dawson’s Creek ha scoperto i Get Up Kids, gli scatoloni dei fumetti parcheggiati in garage e l’amore tramandatogli dal padre per la batteria. Pensa un sacco, combina poco, si dispera spesso e volentieri. Fuma Chesterfield per colpa dei Jawbreaker e ha una passione per Burt Bacharach.
Gli amori, quelli belli, sono quelli a prima vista che ti fanno prendere e buttare tutto senza senno.
Gli amori a prima vista sono quelli che neanche ti ricordi del perchè sei arrivato a quel punto nè in che modo, ovviamente.
Gli amori, tolti quelli della vita, che la vita possono anche rovinartela (e cosa c’è di più bello di farsi rovinare la vita per un amore andato a male? pensateci) sono a volte film, dischi, gruppi.
Il mio amore, spassionato, attuale e spero futuro sono i Lucertulas.
Vedo i ghigni per un nome che sembra strappato a una congrega di mariachi che manco Rodriguez, vedo il sopracciglio che si inarca e magari fa paralleli con un altro gruppo magari con un nome di provenienza linguistica vicina e che ne so, magari i Mosquitos (altro grande gruppo), no non c’entrano niente nè coi Mariachi, nè con l’indie.
I Lucertulas sono uno di quei gruppi che ha un solo presupposto, spianare il culo uditivo di chi ascolta, e un gruppo così, con un approccio così (che più hardcore permettetemi, davvero non si può nel senso di compromessi), se non è raro poco ci manca.
Mettete un frullatore grande dove dentro possono girare sferragliate alla Shellac, ruvidezze hardcore a casaccio (dicono Unsane ma soprattutto US Maple), noise che Dio lo manda, tutto quello che può passarvi in mente dal post punk al post hardcore resettatelo e mandatelo avanti registrato su una cassetta di vent’anni fa. Con quello sporco e quell’aria grezza che vi siete scordati.
Un disco così (e un gruppo così non poteva che uscire dagli studi di Favero – Dio sempre lo benedica) ve lo dico ve lo sareste immaginato tranquillamente sulle pareti dei noleggiatori cd nel 93 magari vicino agli Helmet, magari vicino a Henry Rollins.
Hardcore perdio, anche se non è proprio hardcore, ma di una roba così e senza compromessi, cazzo se ce ne aveva bisogno una scena asfittica (in questo paese) come il culo di un settantenne sulla tazza di un cesso.
Viva Dio che c’è chi ogni tanto ci prova.
Lucertulas -The Brawl (Disco in download) (a 10 € vi portate via Cd e 12“)
Recensione spettacolare di Kekko su Bastonate (è amico mio)
I Caravels sono una di quelle cose per cui uno come me (fesso anche, ma nel senso di ascolti) non può non innamorarsi. Parliamo di un quintetto di Las Vegas con due punti di riferimento: lato sinistro At the Drive-In, lato destro Botch. Parliamo di hardcore insomma di quello fatto bene, con aperture melodice e tagli chitarristici che spaziano dalla violenza al melanconico, con spunti al limite del post-rock (a me sono venuti in mente i June of 44).
Un ep che porta via il cuore, di quelli che lasciano intuire che qualcosa di buono, molto buono, è all’orizzonte anche perchè si parla di un ep di 6 tracce dal titolo Floorboards, produzione impeccabile, canzoni che mi sento di dire una più bella dell’altra che rende complicato sceglierne una per una valutazione
Secondo me se ne riparlerà da qui in poi, ci scommetto su. Non fosse così sarebbe comunque un abbaglio troppo bello per essere vero.
Con le etichette discografiche per me è sempre stata una questione di cuore. Un rapporto che nasce come i primi approcci con una futura morosa, ti metti lì ascolti un disco, leggi che etichetta l’ha prodotto poi ti informi, chiedi pareri, e inizi a sentire altri gruppi che leggi in giro che possono avere fatto una fine simile a quello che ti è appena piaciuto.
Poi alla fine inizi direttamente ad iscriverti alla newsletter o a vedere sui giornali se tra parentesi, sopra una recensione c’è quel nome o no.
E’ un po’ una forma di stalking discografico, tracciare le mosse per capire chi sei e quanto ti voglio bene. Ognuno di noi, a suo modo un po’ stalker lo è.
Negli anni ho amato la madre di tutte le etichette la Sub Pop e sicuramente non sono stato il solo, poi la Vagrant, la Trustkill (per un paio d’anni ho comprato SOLO Trustkill) e la Hydrahead, poi la Arts and Crafts, in Italia ero innamorato della Wynona Records poi altre come Donna Bavosa e insomma smetto qui sennò diventerebbe una lista anche noiosa.
Flashforward
Parlare di etichette in un momento di musica sminuzzata, regalata e diffusa manco fosse la macchia d’occhio a New Orleans, con una velocità progressiva incommensurabilmente più alta rispetto a 15 anni fa non so quanto senso abbia, o per ossimoro quanto sia fondamentale.
I gruppi oggi si autoproducono, mettono il disco su bandcamp e toh, scaricalo anche a zero euro, l’etichetta viene dopo in molti casi. L’etichetta oggi è lo stemma sotto cui ti vuoi mettere per avere una certezza di un riconoscimento e una tracciabilità musicale, come appartenere a una gang dei Guerrieri della Notte, tutti sognavamo quelli vestiti da giocatori baseball e gli orfani facevano ridere un po’ tutti.
Per l’etichetta è così, o almeno io la vedo così.
Puoi essere un gruppo buono o meno, ma se ti vedo andare sotto uno stemma che adoro vali dieci di più, è forse una tara mentale ma vedo certe cose come scelte, da parte di chi investe e da parte di chi suona. Nel mondo delle etichette ci si sceglie, c’è democrazia. E democraticamente si va nelle orecchie della gente. Con la musica ed un marchio di garanzia.
E’ così che ho conosciuto la Count Your Lucky Stars Records, una di quelle cose piccole che fanno un microcosmo, una roba alla Stephen King. Se non avete letto Stephen King non avete ben chiara l’idea di trovarsi dentro a un nocciolo, ben delimitato, con le sue figure e le sue debolezze, in cui dopo dieci pagine riconosci limiti e prospettive. Una cosa che ti fa sentire a casa
Un’etichetta d’istanza in Michigan e con tentacoli in Canada, Stati Uniti e Germania) un tratto riconoscibile non per la produzione in sè, nella maggior parte dei casi più che scarna. Garage nel senso di raggiungimento dell’obiettivo canzone con ogni mezzo necessario e Indie nel senso di apertura all’orecchio per quanto necessaria. Una serie di gruppi che vanno dall’emo vecchia maniera alla Mineral, al post-hc Fugaziano, allo spleen agrodolce dei Karate per finire con l’indie puro stile Menomena e Broken Social Scene e continuare con manierismi folk che tanto manierismi non sono ma che vanno dritti all’obiettivo.
Tutto ciò ovviamente grazie ad un m-blog che ne ha pubblicato un sampler qualche giorno fa.
Dicevo Stephen King e i suoi paeselli, i suoi laghi. Un po’ come il Michigan, appunto
Ora è anche uscito ufficialmente quindi bando alle ciance.
Gli eremiti della musica pesa, quelli che ormai giocano uno sport tutto loro hanno confezionato l’ennesimo disco della madonna.
Così vedo i Deftones, dopo 15 anni di onoratissima carriera, un inizio da comprimari di quella che era la “big thing” del crossover, i Korn (R.I.P.), una freccia messa con sorpasso a destra e sportellata sulla fiancata a stabilire chi era veramente il gruppo che aveva qualcosa da dire, una serie di album sempre ficcanti con picchi inarrivabili (Around The Fur e White Pony), la passione si per l’hardcore e l’emocore applicato al “nuovo metallo” ma anche una sensibilità difficilmente rintracciabile in un gruppo di ispanici/skaters che provengono da Sacramento, quella per la wave, quel tipo di mood un pò inglese. Facilmente rintracciabile nella miriade di cover e tributi che negli anni hanno dedicato agli Smiths, ai Cocteau Twins, ai Depeche Mode, ai Duran Duran, ai Cure (Chino Moreno disse che l’ascolto di Pornography fu una grossa ispirazione ai tempi del pony bianco…). Una botta tremenda come quella del coma di Chi Cheng, ormai da un anno e mezzo, la sostituzione con Sergio Vega (ex-Quicksand, per riallacciarmi ad un post recente).
Così li vedo i Deftones, fuori dal tempo, come una squadra che continua a giocare benissimo uno sport di cui nessuno conosce più le regole, e di conseguenza come qualcosa di cui hai perso il riferimento di paragone.
L’unico, indiscutibile, è quello strettamente personale. E la consapevolezza che ogni volta che tornano sono pronto ad abbandonare dicendo “grazie mille ragazzi per questi anni” e poi invece spingo play e come 15 anni fà mi arrendo all’evidenza. E il pensiero diventa “ma quanto cazzo era bello quello sport”.
Ahò… è pure dimagrito.
Questo è un bonus perchè mi sono infoiato col discorso delle cover ed è la più oscura ed incredibile.
Doveva essere Eros ma a quanto pare il nuovo disco dei Deftones in uscita il prossimo 18 maggio si chiamerà Diamond Eyes. Vai a capire se sia una questione di affetto per un disco suonato da Chi Cheng, bassista in coma ormai da un anno e mezzo per un incidente stradale o per altro ma quel disco lì, Eros semmai vedrà la luce non la vedrà in tempi brevissimi.
Anzi.
I Deftones insomma tornano, l’ultimo (e forse l’unico reale) baluardo di quella scena da molti etichettata malamente come nu-metal e in cui a forza furono infilati. Quando sostanzialmente i Deftones era un gruppo che veniva (e viene, basta ascoltarli) dall’ hc degli Avail, degli Snapcase e dall’emo di fine 90 firmato da Matranga (vedi su tutti i Far).
I Deftones non hanno più bisogno di dichiarazioni di intenti, a quanto pare e messo tra le loro fila Sergio Vega (ex Quicksand) al posto di Chi Cheng sono andati avanti, in qualche modo e tornando con un singolo scaricabile gratuitamente dal titolo “Rocket Skates”.
Una canzone che non riporta indietro negli anni, non rinverdisce malinconie, non fa venire voglia di rimettersi le Vans (e chi le ha mai tolte) e i pantaloni larghi (idem) o di andare al Rock Am Ring e ricordare “oh che belli i tempi di Around the fur, ci sto dentro” no.
E’ una canzone che esce dritta dall’immediatezza e dalla scrittura del loro quarto (e forse) sottovalutatissimo lavoro, Hexagram su tutte. Un disco che passava per tutto tranne che per quella cosa chiamata mezze misure.
Deftones, insomma.
Mentre l’Italia si occupa a parlare di Morgan sì e Morgan no a Sanremo (a proposito: Bersani, ma non c’hai davvero un cazzo da fare?) nell’ultimo Saturday Night Live si rimira uno sketch musicale bellissimo. Un omaggio musicale nuziale a tale coppia Cadena Norton (Black Flag / Husker Du) con un brano hardcore.
Avete letto perfetto hardcore, in pieno stile Black Flag, appunto, con Dave Grohl alla batteria, Ashton Kutcher alla chitarra e Fred Armisen alla voce.
Una cosa fatta talmente bene che dura meno di due minuti, con riferimenti ai Suicidal Tendencies e alla Jim Carroll Band, a Reagan fascista e ovviamente il riferimento al conformismo, dato che il gruppo si chiama Crisis of Conformity.
Insomma una roba fatta come Dio comanda, e divertente. Molto.
Come qui insomma.
Intervistato del New York Magazine Damian Abraham (cantante di uno dei più grandi gruppi del pianeta hc, i Fucked Up) con il ricavato del Polars Prize (20000 $) ha comunicato di avere messo su un supergruppo con destinazione la creazione di un singolo per beneficienza, ospiti, a suo dire
David Cross, members of Vampire Weekend, TV on the Radio, Broken Social Scene, the GZA, Bob Mould, No Age, and Yo La Tengo are all confirmed. I’m still waiting on confirmation from Feist, Jarvis Cocker, and M.I.A. We wanted the biggest people we could get. If we could get a Jonas Brother on this, I would get a Jonas Brother. [*]
Da attesa spasmodica, ovviamente, ancora di più se vi dico la canzone, che metteranno su.
Questa qui sotto.
Io ti aspetto – l’apertura con un synth disturbante introduce un tappeto degno dei migliori anni 90 electro pop che furono. I Notwist sono un’influenza che ad occhio e croce sembra giocare sorti importanti sul sound del disco.
Due – eccoli Il teatro degli orrori dei vostri padri. Quelli con chitarre grattuggiate, basso e batteria sincronizzati manco fossero i Jesus Lizard. I love you baby come era bello far l’amore con te, Capovilla grida il suo nichilismo emozionale. Amore is the new anarchia.
A sangue freddo – è la dimostrazione che se c’è un gruppo che puó tranquillamente stare al fianco (e forse di piú) degli Afterhours questi è il Teatro. Riffone al limite del metal sposato ad un ritornello che al limite del ruffiano si sposa come il cacio coi maccheroni.
La questione è tutta qui. La musica di qualità, e pesa, può tranquillamente stare nei salotti. Potrebbe non starci, sarebbe meglio, direbbe magari il mio amico Kekko. Ma se ci sta non è peccato. Ecco
Mai dire mai – sarcasmo e luoghi comuni, ricorda parecchio Vita mia del precedente lavoro, Capovilla prende in mano la questione con gusto interpretativo di primo livello. La canzone è un semplice 1234 batteria dritta e via andare. Una goduria.
Direzioni diverse – ritorniamo al discorso della traccia 1. Notwist. La canzone in questione è Pilot, c’é l’apporto dei Bloody Beetroots ma a noi ce ne fotte un cazzo, sinceramente. Struggentissima ode alla separazione, gemma del disco. I grandissimi dischi si riconoscono perché hanno almeno una canzone che faccia piangere. E tanto. Direzioni diverse, appunto.
Il terzo mondo – forse la minore concessione all’orecchio Pastorizzato del disco. Diciamocelo, se il Teatro si mette giù con l’ampli a fare hc e la mette giù dura non ne ha tantissimi che reggono il confronto. Pochi.
Nessuno, almeno in Italia.
Padre nostro – uno dei testi più politicizzati del lavoro, il disco sembra spaccato in due, tra una prima parte piú arrendevole e arrendevole all’orecchio e una seconda che mira letteralmente ad incularvi le orecchie.
Majakowskij – é una di quelle tracce oscure, rette da un fraseggio basso e batteria che sembrano preparare un soufflè per la voce di Capovilla. Una di quelle canzoni che esaltano il Teatro in tutta la sua potenza hardcore teatrale. Tra il dramma e lo scherzo.
Alt! – si comincia con una citazione del ragazzo della via Gluck. Il tema è sostanzialmente l’abuso di potere, si sente mai come su questa canzone che Favero é la mente dietro Carboniferus degli Zu. Canzone che sembra un completamento con voce e chitarra di quel sound. Cazzo in sto paese ci sono Zu e il Teatro degli orrori. E voi cazzo perdete ancora tempo a bagnarvi con chi gioca male con gli anni 80.
è colpa mia – l’intro vagamente richiama lo shoegaze dei My bloody valentine, potrebbe essere una citazione, anche no. Si punta a chiudere il disco con un ritorno alla concessione melodica, al ritornello di quelli che se li canta un quindicenne va bene cazzo. E io a quel quindicenne faccio le corna metal. Vai cosí figliolo, che cresci bene.
La vita è breve – canzone che potrebbe finire in radio, senza un minimo di problema, rock con stacchi e chitarre graffiate con timbro Shellac, se arrivate qui e il Teatro degli Orrori non è il vostro gruppo italiano preferito (vi concedo Zu o Uochi Toki) quella è la finestra. Fatevi male.
Die Zelt – chiusura claustrofobica, un filo dentro al post rock. Chiusura perfetta di un disco straordinario per come riesce ad essere grande pur rimanendo coerente con una struttura e un suono che continua e giurateci continuerà a caratterizzare il Teatro degli Orrori.
Disco italiano dell’anno.
Gli altri si possono pure togliere dai coglioni (tolti Zu, Uochi Toki e Shout)
E sì che non è mio amico ma se dovessi dire cinque persone in cui identifico fisicamente il concetto di “roba alternativa/indie” Lou Barlow rientrerebbe sicuramente nella lista.
Gli altri poi ci penso.
A come la vedo io credo sia insultante mettere giù quelle prime tre righe che di solito a cappello di un post spieghino chi è la persona di cui si stia parlando, nel caso di Lou Barlow in particolare.
Cioè passiamo a un punto 2.0 dove io non ho più bisogno di spiegare le cose e se a voi che leggete magari piacciono andate un po’ da voi a capire di chi si sta parlando, superiamo un secondo questa cementificazione mentale che neanche i litorali sardi tra un anno. Che ne dite?
Lou Barlow è tornato nel 2009 con due lavori, uno in compagnia The Farm con i Dinosaur Jr, disco molto ma molto apprezzato da queste parti e di cui non sarà mai troppa la carta che ne raccoglie gli elogi, e soprattutto il suo nuovo disco solista, Goodnight Unknown, disco passato fin troppo in sordina e che è veramente una delle gemme dell’anno.
Barlow ci mette tutto un cuore hardcore con la spina staccata, passando da melodie agrodolci a malinconia pura con una capacità di sintesi mirabile (leggi nè un brano in più nè uno in meno per poter risultare perfetto). Un lavoro che in altri tempi si sarebbe definito lo-fi (e magari lo si definisce ancora) e di cui si sentiva veramente bisogno. Non in un’ottica di revivalismo (per quello c’è la wave) ma in un’ottica di ascoltare grandissime canzoni che tanto sanno aprire il cuore tanto chiuderlo a chiave.
Un lavoro hardcore, nel vero senso del termine.
Pur essendo a spine staccate.
Lunedì scorso tre persone che non si conoscono (credo) tra loro, in tre punti diversi del nostro patrio suolo, in tre momenti diversi e soprattutto (sempre credo) non mettendosi d’accordo, mi hanno sostanzialmente “detto” oh, il disco nuovo dei Converge.
Una di queste era Francesco Farabegoli in uno dei suoi momenti di umanità culturale.
Ecco.
Axe to fall è il disco nuovo dei Converge ed è uno di quei dischi lì che si aspettano anni. Precisamente 3. E quindi si aspettano dall’altro disco dei Converge.
Uno di quei gruppi per cui già sai che il segno lasciato è talmente profondo, inequivocabile, tatuato nella cultura moderna per cui nessuno si mette a cazzeggiare e neanche a provarci a fare un qualcosa di lontanamente paragonabile.
Strappone che imitano Madonna ce ne sono, strapponi che imitano i Converge no. Per dire.
Axe to fall è l’ennesimo “miracolo” dei Converge. L’ennesimo grand guignol di hardcore noise e post metal che puoi sentire una volta nella vita. Se vieni dai centri sociali, se vieni dalle fanzine e se almeno una volta ti sei beccato una gomitata in faccia e sei stato felice di prendertela. Se hai vissuto in situazioni in cui hai voluto letteralmente “bene” a persone sudate vicino a te che ondeggiavano la testa così violentemente da rischiare il tuo naso per 50 minuti di concerto, se senti qualcosa quando vedi due mani accartocciate attorno a un microfono e le vena di un cantante che si ingrossano fino a scoppiare, se i riff di chitarra li senti aprirti in due se in quei momenti lì puoi essere un impiegato o un disoccupato o uno spacciatore o uno che dà il culo nei cessi della stazione questo qui è quello che io amo hardcore.
Questo è quello che io chiedo solo, un disco così, ogni tre anni. Un disco che mi ricordi del perchè io ami tutto questo.
(…) è ultrahardcore sotto tutti i punti di vista. Un suono fisico all’estremo ma anche autodisciplinato e senza la più piccola ombra di compromesso. Quando cito le recensioni a memoria (questa era di Sorge su Rumore) spacco pesantissimamente. Nel 1997 uscì il secondo disco degli Snapcase. Non ero tutto ‘sto fan del primo disco, voglio dire OK Incarnation e tutte quelle cose, ma sembrava una roba un po’ pionieristica nel senso peggiore del termine. Nel 1997 il metal e l’accacì suonavano diversi anche quando suonavano uguali –probabilmente do a questo punto più importanza di quanto ne abbia realmente. Quelle robe lì comunque non erano la stessa cosa: la maglietta degli Unbroken poteva convincere una ragazza a dartela, la maglietta dei Pantera no. C’è anche da dire che le magliette degli Unbroken sono più carine. E quelle degli Snapcase erano più carine ancora, cosa che le faceva figurare addosso a persone che non c’entravano un cazzo, o che secondo me non dovevano entrarci un cazzo (gente che avrebbe potuto scopare anche senza la maglietta, AKA predava in un branco che avrei voluto depredare io). Il cantante degli Snapcase si chiamava Daryl Taberski –sembrava uno dei Jackson Five che cantava l’arcòr. Il secondo disco era sensazionale. Te ne fai qualcosa? Probabilmente no. La maglietta degli Snapcase non ce l’avevo. Faticavo a rimorchiare ragazze. Mi mancava l’autostima. Sarebbe mancata anche a voi, se foste stati me.
Niente, c’era un gioco su questo disco. Non lo comprai all’uscita, me lo feci registrare su nastro da un amico di nome Mattia. Mattia non si chiama Mattia nemmeno un po’. Un annetto dopo trovai il disco usato a ventimila lire. Pensai che erano troppi soldi, anche se nel frattempo avevo comprato un lettore CD. Non lo comprai. Decisi di comprarlo non appena ne avessi trovato uno a un prezzo conveniente.
Nel frattempo Progressionthroughunlearning si è rivelato una delle cose che più ho ascoltato, in senso assoluto, dei dodici anni successivi. Non che io sia mai stato sensibile a tutte quelle robe, croci sulle mani vegetarianesimi assortiti e stronzate comparabili. Mi piaceva, mi continua a piacere, la botta: gli Snapcase eran gente seria, non si sarebbero mai fatti una foto come quella in cima al post. Il giochetto del lo compro quando scende il prezzo è andato avanti. C’ha la copertina tagliata in due, come certi dischi dei Fugazi, così dopo un po’ ho smesso di cazzeggiare sul prezzo e ho pensato che alla prima occasione l’avrei preso. Ma nuovo no, figurarsi. Magari aspettare che uno di quei debosciati con la maglietta ammazzafighe degli Snapcase si rivendessero la loro copia di merda per pagare il biberon del pargoletto in arrivo. Oppure no: l’ho visto almeno altre dieci volte a qualche banchetto, intorno ai sette otto nove dieci euro, mai comprato.
Avrebbe potuto essere il mio gioco preferito per anni. Ieri a Gambettola FC (la capitale europea dei ferrovecchio) c’era la mostrascambio, che è una specie di fiera dell’usato pulcioso in ogni sua forma –Vespe vintage, vestiti a fiori, cartoline dei santi, schede telefoniche Telecom da collezione, caschi da guerra nazisti e vinili/CD. L’ho trovato a un banchetto. Ho cercato di raccontare la storia alla mia fidanzata. Tre giri in fiera, e poi ho deciso di comprarlo. A quanto lo metti? “Otto euro sai è fuori catalogo non lanno mai ristampato”. Non sapevo. Probabilmente non è vero. Resistere alla tentazione di credere a ogni storia che ti raccontano è facile, ma quelli che fanno i banchetti in Romagna tendono a stare dal lato corretto della relazione inculatore/inculato. Da queste parti il primo master originale di Velvet Underground & Nico a meno di un dollaro non lo trovi. In una banchetta poco più su un povero cristo si stava lasciando convincere da un rigattiere di avere in casa certe white label dei Beatles da seimila euro l’una, mentre gli sventagliavano sotto qualche fantomatico “pezzo mancante” di una collezione altrimenti ineccepibile. Ho comprato quel cazzo di disco degli Snapcase, sono andato a casa e l’ho ascoltato una volta.
Mattia, che mi aveva fatto la cassetta, s’è sposato sette ore prima. Diventare adulti non è per niente come ce lo s’immagina.
Kekko è Francesco Farabegoli. Gestisce più collaborazioni che dita della mano tra Nero Magazine, Spoilerin , Bastonate, Cerca Su Google, il geniale Se Mi Scrivi e il neonato Qualunquisti. Ha deciso di aggiungere JunkiePop alla lista perchè veniva bene nel menù a tendina di wordpress.