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Non lo avevo ancora sentito ma Kanye West oltre ad essersi aperto un account twitter cla-mo-ro-so (con tanto di sorry a Taylor Swift) sta scrivendo il suo nuovo disco e a quanto pare non scherza.
Buttando dentro tra gli altri nel singolo uscito già da un po’ “Monster” roba tipo Jay-Z. Rick Ross e Bon Iver (con cui ne sta scrivendo buona parte).
Sì, Bon Iver. Quello delle gnagnere.
Per due giorni (anzi tre) mi son detto, va, non scrivere del Wu-Tang Clan, la roba hip hop è una roba seria, piena di gente pronta a riprenderti e a fare la punta al cazzo e soprattutto a mettere i famosi puntini sulle i che poi non te li levi dallo stomaco neanche con la levapunti. Poi ho detto bon, pazienza. Bisognerebbe partire dal considerare la cosa “concertoWu-tangClan” un evento. Di quelli che se ci sei, hai trecento cose da vedere e raccontare, se non ci sei te le raccontano, e molto spesso si dimenticano qualcosa.
Il posto è il PalaAtlantico, l’ex Palacisalfa di Roma e il solo pensare a un posto del genere nella settimana più calda dell’anno, con un quasi tutto esaurito che vibra dagli strilli dei forum è una cosa che dimostra coraggio.
Andarci, poi, ti fa sentire Bruce Willis che decide di tirare una macchina della polizia ad un elicottero. Una roba che ci pensi un nanosecondo di più dici “sto a casa a guardarmi Rai News, si fotta il Wu-tang”. E’ la gente la cosa più bella del rap, fuori tante magliette da pallacanestro (nè conterò alla fine 3 di – ehm – Ginobili, e i più quotati in giro erano Iverson e Bryant, meravigliose le vintage di Willis Reed, Gugliotta e Mourning tempo Hornets) pantaloni larghi e cappellini storti d’ordinanza.
Tutti o quasi Yankees.
Asciugamani messi nel tascone di dietro che sembra ti sia pulito il culo di corsa e sia rimasta attaccata la carta igienica, fide strappone al seguito che manco Rihanna o versioni strappne a là Pina per chi non ci arriva, tante scarpe sneakers alte (tutte differenti, difficile trovarne due paia uguali), gente col due piastre nello zaino che vorresti capire se e dove si metterà ad andare di break; insomma una passerella che manco alla serata dei Globes. Dentro fa all’inizio fresco, c’è l’aria condizionata (spenta praticamente subito Dio vi fulmini) e alle prime luci spente sulle basi di un dj che non so chi sia (nè voglio saperlo) maciulla l’arte del mixing con degli strappi che neanche le due peggiori mani sinistre di Roma potrebbero.
Iniziano a salire i primi vapori di erba e nero. Inutile dire di cosa odori al mio ritorno a casa, a parte sudore, i vestiti torneranno all’odore di Coccolino dopo 4 lavaggi probabilmente ma questa è un’altra storia. Non sembra più un club o un palazzetto. Sembra un quartiere. Un quartiere dove suonano hip hop e se dici “Matt Barnes ha firmato per i Lakers” quello che ti sta davanti ti chiede se è vero e ci parli anche un po’. Sul palco prima i Colle der Fomento. Emozionanti e riverenti (giustamente) per ciò che avverrà da lì a poco, scandagliano tutto il repertorio, chiamo addirittura Farabegoli su Prova Microfoni, mi risponde via sms “a 35 anni mi chiami per farmi sentire i Colle der Fomento, stiamo perdendo tutti”.
Forse è vero, forse no, perchè il live è qualcosa di veramente grosso grosso. Che solo il campanilismo vissuto al contrario può rivoltare in un “sì vabbè c’è il Wu Tang”. Dopo di loro i Noyz Narcos, a me fa ridere e da subito il piccoletto che sembra il classico piccoletto delle ghenghe tipo Ritorno al Futuro messo lì perchè così riproducono bene la scalata darwiniana in una congrega.
Mi dicono che è quello di cui avere paura, ma per me il rap, l’hip hop è sempre stata una questione di dischi lontana dagli ambienti rappusi e conviviali. Il rap è anche e soprattutto quello, mi manca un pezzo ma continuo a trovarlo ridicolo, come l’esibizione intera dei Noyz, una roba west coast pacchiana e misogina, e gangsta de noantri più pose che rime, più forma che sostanza chiusa con una toppa clamorosa e fischi che salutano gli eroi dell’arena e li rimandanano a casa. Il contrario del Colle. Roba che ti fa tenere stretto l’hardcore. E infatti se fai così, in tutti i sensi, non sbagli mai. Alla fine il Wu-Tang Clan, ci sono tutti, Method Man a tirare la carretta, gli altri a mangiarsi il palco con lui, GZA, Cappadonna tutti perfettamente nella loro parte. Una roba potente caciarona e sguaiata ma compatta nel suo essere “storia”. Hai davanti la storia, cazzo e i tre gruppi hip hop che hai visto suonare sono loro i Public Enemy e i De La Soul. Ci puoi stare dai.
Il caldo diventa opprimente e insostenibile, vedo più di metà concerto fuori dal locale e dalle porte aperte. Va bene così, anche se le gambe non mi reggono più e fatico a non sbadigliare ma dalla stanchezza. Il concerto è roba grossa e potrei dirvi dello spelling O.D.B. G.O.D. che è un po’ una bestemmia o degli intro mandati giù a memoria da più di duemila persone neanche fossero Baglioni.
Sostanza, tanta, quella che ti rendi conto che la storia ti sta passando davanti e non sai se e quando ricapiterà. L’hip hop è anche questo, l’hip hop è anche la scena. L’hip hop sono i beat che sembrano vecchi e non invecchiano veramente mai anche se fa caldo e ti sudano anche gli occhi e devi chiuderli.
Li senti e li sentirai sempre.
Gira voce che siano ragazzi al primo anno di college, gira voce che siano i nuovi Cool Kids, gira voce che se li incontrate la mattina vi potreste svegliare senza un rene, girano voci, insomma sui Chiddy Bang.
Di cosa parliamo quando parliamo di Chiddy Bang? Di hip hop a quanto sembra nato dalle mani di due ragazzini (Chidera Anamege e Xaphoon Jones) e delle noiose tratte in bus verso New York.
La cosa particolare che fa sì che io butti giù queste venti righe sono i mattoncini con cui giocano questi due: i beat e l’indie. L’indie che piace a tutti voi (e in qualche caso noi) certo. Quell’indie lì.
Sì perchè The Swelly Express che è sì un mixtape di quelli classici fatto di skit e hip hop talmente cadenzato dal rasentare l’old school è anche fatto di sampler dei Belle and Sebastian, live dei Radiohead, featuring dei Passion Pit e una manipolazione di Kids dei MGMT (ma c’è anche Joe Strummer and the Mescaleros eh) che è tutta da ascoltare e scaricabile gratuitamente da qui.
Come a dire, c’è una cultura hip hop che nasce dai dischi black, soul, funk e dalle colonne sonore di Morricone e una che, forse, potrebbe nascere dalle manipolazioni dell’indie rock, quello che magari dopo un po fa noia. Invece sembra battersi una nuova strada che va un pochino oltre il mashup e che ridisegna a suo modo il termine cross-over. Quando la musica bianca incontra la nera è sempre e comunque un’esperienza nuova, in ogni sua sfumatura, sembra essersi abituati a qualcosa perchè ne arrivi una un briciolo diversa e siamo pronti con le orecchie tese a capire se dobbiamo battere le mani o deluderci di una nuova isteria collettiva che non lascerà il segno.
Una sorpresa insomma che anche se non fa gridare al miracolo apre una finestra su un qualcosa che magari aperto era già ma non messa così bene a fuoco.
Primo anno di college, io a occhio e croce non avevo ancora la patente.
Chiddy Bang - All things go (Mp3) (via)
Chiddy Bang – The opposite of adults (Kids) (Mp3) (via)
Io la storia dei Rage Against the Machine non l’ho mai capita.
Cioè non è che non capisca tuttatutta la storia dei Rage Against the Machine. Non ne capisco una parte. Quella finale.
E sì, perchè se comunque guardiamo al 1992 e all’uscita di un disco omonimo che vuoi o non vuoi ma ha cambiato la musica tutta (quella che da lì – e da the Real Thing dei Faith No More in poi – veniva conosciuta come crossover) tanto da essere riconosciuti come pionieri di un genere che era arrivato ad essere mainstream nella fine degli anni 90, ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata e pure tanta. Chi non dà il giusto valore alla “cosa” Rage Against the Machine non capisce un cazzo di quella cosa chiamata musica.
Ma un cazzo veramente.
Ma il mio dilemma non è questo.
Mi spiego meglio.
I RATM si sciolgono (con quello che pensa un po’ se non fosse che è un disco di cover probabilmente è il loro disco migliore, Ranagades) nel 2000 e mi rendo conto che, cavoli un gruppo così, che fa dell’attivismo politico e dell’antiamerikanismo la propria etica, il proprio verbo comunicativo, chiudere i battenti nel 2000, ad un anno dal 2001 non dico sia sfiga ma intempestivo.
Non riaprirli, nel 2001 diciamo che era oltre l’intempestivo, era la dimostrazione che la rabbia non c’era più e che era rimasta la macchina. E che di contro, a quel punto forse non era necessario ci fosse più nulla.
Zack de la Rocha tira fuori un singolo con Dj Shadow March of death (gran bel pezzo) e da lì si inizia a parlare di un suo disco in cui sembra siano coinvolti tutti: roba da KRS-One a Aphex Twin a Gesù.
Niente. Non esce nulla.
Esca una mondezza buona per rimastoni Zeppeliniani dal nome Audioslave, una roba che sentita Cochise dici “beh dai i riff sono quelli”. Il problema è il resto.
E non conta che siano uno dei gruppi usati da Mann, per la suggestione, in Collateral. Mann ha usato anche i Linkin Park e personalmente mi ci pulisco un po’ il culo.
Coi Linkin Park intendo.
Da lì una reunion tanto per fare live, un paio d’anni fa ed un nuovo hiatus. E ad oggi dei Rage Against the Machine non si sa più nulla, zero progetti, zero tournee (che a questo punto magari un senso lo avrebbero, o magari no, perchè ora c’è Obama e Obama è nero. Viva Obama). Si sa solo che in Inghilterra hanno detto “piuttosto che comprare il singolo del vincitore di X-Factor comprate la copia digitale di Killing in the name” e il rapporto è stato 50000 download a 500000 per i Rage Against the Machine.
Numeri uno in classifica nel Natale dell’anno di nostro Signore 2009. 17 anni dopo. Una storia che sembra riaprirsi continuamente, che sembra continuamente richiamarli indietro a chiedere un bis, quando l’artista è già sulla macchina per andarsene via.
Una macchina ormai in garage col terrore enorme di uscire da lì, sembrare una Gran Torino del 72 ed essere guardata e lucidata e rimessa a posto. Senza neanche essere ceduta per testamento a qualcuno che con un cane sopra, magari ci fa più un giro sopra.
Se ne parlava qualche sera fa dopo Walk this way! usciti dalla radio con Emiliano. Che ruolo abbiano avuto in questi ultimi anni i cosiddetti instant-classic ovvero quelle hit che ci mettono un secondo ad entrarti nelle orecchie. Non solo le tue, anche quelle del mondo e che molto spesso (anche se poi nei dieci comandamenti della pseudo cultura indie sembra esserci “non si può dire che mi piaccia tizio oppure caio”) entrano nelle orecchie di tutti, trasversalmente, dall’ascoltatore medio di hc all’ascoltatore occasionale.
A conti fatti soprattutto negli ultimi due anni in questa categoria rientrano Womanizer di Britney Spears, I Gotta feeling dei Black eyed peas, Poker face di Lady GaGa (su cui ho un post in draft da 3 mesi ma sappiate che a me piace, e molto, se è questo che vi interessa), Black and Gold di Sam Sparro e soprattutto Single Ladies di Beyonce.
Ecco, posso ammettere che per passare dalla posizione di “canzone che mi piace molto e che se becco in tv “lascio”" a culto assoluto ci sia voluto Glee (e ci torniamo su questo discorso). Ma Single Ladies è una di quelle canzoni per cui bisognerebbe spendere papiri interi, per come sa mischiare le carte in tavola, giocare con manierismii clichè e manierismi da black culture, insomma come per I gotta feeling una di quelle botte di situazioni positive, messe su da Dio che funzionano e anche al trecentesimo ascolto.
Anzi al trecentesimo ti viene voglia di dire “cavoli ma non è questa forse la canzone più bella che tu abbia mai sentito?” esagerando come un ragazzino per la prima volta dal gelataio.
Insomma una di quelle canzoni che scatena tutto nell’immaginario collettivo anche verso spinte imitatorie vedi quella qui sotto, di Brad Torpingattara un romano, per cui è davvero difficile (ma molto difficile) non cadere dalla sedia e ridere come degli idioti.
Eppure continuando a dire “sta canzone funziona pure cantata in romanesco”
Grazie a hoplalalaaa

Di solito su queste pagine scrivo di basket ma invece oggi mi trovo qui, su gentilissimo invito del tenutario giorgio p., per parlare di un’altra delle mie passioni, cioè la musica-elettronica-fatta-in-casa.
Potete ascoltare e scaricare il mio ultimo disco sul sito di homework records, bravissimi e capacissimi bolognesi che da anni ormai regalano bella musica e organizzano un importante festival internazionale.
Finito questo paragrafo di bieca autopromozione paragonabile alle ridicole pose con il libro sempre bene in vista degli ospiti del costanzo show credo che dovrei scrivere qualcosa d’altro sulla musica, ma non so nemmeno da dove iniziare. Io ho grande ammirazione per chi riesce a scrivere di musica bene, con cognizione di causa e profitto, sapendo scegliere le parole giuste, ma per me, specialmente dovendo descrivere le cose che faccio io, è praticamente impossibile.
Faccio un esempio molto concreto: a volte non so rispondere nemmeno alla prima domanda che mi fanno tutti: ma tu che genere fai?
Musica elettronica è la mia prima risposta, più che altro strumentale, molto influenzata dall’hip hop. L’hip hop mi ha colpito da ragazzino, mi sembrava così diverso, con i suoni ritmici e ipnotici che suggerivano immagini e sensazioni più che raccontarle. Da adolescenti le passioni verso queste cose possono essere molto forti, anche senza avere la piena coscienza e comprensione del fenomeno culturale a cui ci si appassiona. Anche se per te non è stato l’hip hop ma il punk, o il metal, o i rave, credo che in molti possano capire e aver sperimentato questa dicotomia tra l’amore genuino, assoluto e incomprensibile per un certo tipo di suono e la realizzazione consapevole di essere anni luce lontano o fuori dalla cosiddetta scena.
C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e capisci che, come si dice, non ci stai dentro. Nella mia umile esperienza l’hip hop italiano è un mondo piuttosto adolescenziale ed estremamente frustrante, un po’ fossilizzato in stilemi derivativi a cui si aderisce con fervore religioso più che altro per paura di non essere veri abbastanza. A me non è mai interessato molto essere qualcosa, ma più che altro fare, per cui ho abbandonato la scena da qualche anno senza guardarmi indietro.
Adesso, se la ascolto con un minimo di distacco, la mia musica suona esattamente come i miei quindici anni: l’hip hop east coast del ’95, le musiche dei giochi del gameboy e il fruscio delle cassette rovinate.
Che i Black Eyed Peas siano un parto naturale del pop post duemila è a questo punto un dato di fatto, quasi incontestabile. Possono piacere o meno però la capacità di mashare generi, pezzi di roba, slang metropolitano, hip hop e cinema del gruppo è la cosa più rilevante e sicuramente tra le più importanti del pop dei giorni nostri, perchè ad un certo punto è innegabile quando il pop sembra avere detto tutto scopri che ti stavi per perdere qualcosa
Diceva qualche giorno fa Emmebi riguardo il loro singolo I Gotta Feeling
altro non è che un efficace aggregatore di potenziali standard per cori da stadio
Niente di più vero e prima lo capiamo e prima prendiamo contatto con quello che potrebbe essere il pop. Un passo dopo Midnight Vultures di Beck da una parte un passo oltre Future sex love sounds di Justin Timberlake. Un qualcosa di diverso, un qualcosa che rispecchia in pieno gli ascolti smozzicati di mp3, myspace. Un mashup delle vostre 8 ore davanti al pc. Da Frank Sinatra ai Sex Pistols per capirci. E loro, forse questo l’avevano capito 30 anni fa. Il pop, il rock non hanno frontiere e se le hanno sono fatte per essere abbattutte.
Detto questo per l’inaugurazione della 24a stagione dell’ Oprah Winfrey i Black Eyed Peas hanno deciso di battere il record per il più numeroso flash mob del mondo. 21000 persone, ok? 21000.
Con quel brano lì, la sintesi perfetta della blackness e della whiteness. Un go down umano impressionante e di enorme impatto visivo. Potevano farci il video, dubito non l’abbiano fatto. E noi che ci eravamo fermati a bocca aperta per le palline colorate della pubblicità del Sony Bravia
Il mondo va avanti, il pop anche e soprattutto anche per queste cose. Perchè diciamolo dai, chiunque pur odiando i Black Eyed Peas quando parte sta canzone rimane bloccato per 3 minuti e nella migliore delle ipotesi batte il piede.
Nella peggiore balla, ovunque si trovi. Magari all’ Oprah Winfrey Show
Party everyday p-p-p-party everyday
Comunque qui il video (che inizia dal minuto 2, esclusa la presentazione, per trovarlo in HD una faticaccia). Un consiglio solo, guardatelo solo se potete alzare il volume, che sennò non rende
Qui dall’alto, non fosse chiaro l’effetto

Libro Audio dei Uochi Toki è un disco di cui è complicato parlare.
L’album, uscito per La Tempesta, è in effetti un concept che si piega tanto al potere della parola, quanto a quello dei suoni, granitici, drone quasi industrial (molto dalle parti di Dalek e Autechre), un tappeto sonoro che seppur sfiorando a tratti beat quasi old school occupa più un ruolo di sfondo, di cornice di una tela.
Parliamo di hip hop, come avrete capito, anche se forse incasellare in un genere questo disco sarebbe fargli un torto enorme.
Quindi fate finta che non ho detto nulla, non è hip hop o almeno non è l’hip hop dei vostri padri (cit.), è la declamazione di una serie di storie, di ritratti più o meno personali che vanno a sbattere nella coniugazione di ideali (la commovente il nonno, il bisnonno), l’educazione e la costituzione della forma mentis (il piromane), di vita vera e propria (bene o male tutto il disco ma sostanzialmente il cinico e i mangiatori di patate), le origini (il Ballerino). Un excursus di sessanta minuti e dodici canzoni che lasciano un’enormità di tracce, senza illudere, senza affabulare.
Un disco che dice le cose per come veramente stanno e da cui si può ricominciare per riaccendere il cervello; questo il suo pregio principale, un disco che parte per far battere il piede e si trasforma in uno stream of consciousness talmente forte, talmente vibrante da voler leggere i testi, da avere voglia di trascriverli, così pieni da essere capaci di mostrare strade che sembrano così lontane eppure così vicine.
Dalla vita di stazione alla vita di collina, alle “case”, ai patti per firmare un contratto discografico alla ricetta per fare la pasta, piccole cose che ne fanno una grande. Uno strillo talmente forte da ascoltare che più che avere voglia di chiudersi le orecchie viene voglia di farsi più vicino e di farsi ripetere le cose.
Hai visto mai che non si siano capite bene.
Uochi Toki - Il ladro (Mp3)
A volte esiste il caso. Ovvero, nel giro di due giorni accendo la tv su un canale musicale (roba che non succede mai) e compro NBA 2k9.Nel giro di un attimo mi entrano nelle orecchie per entrambe le cose i The Cool Kids, duo di Chicago.
E che fanno ‘sti due? Hip hop.
Lo scrivo subito, almeno non vi interessasse cambiate pagina (è la nuova linea di questo blog, la chiarezza, oltre al fatto che probabilmente non si posteranno più mp3 in download ma soltanto in streaming – su questo poi magari ci torniamo) però trovavo particolarmente strano che ormai la black music influenzi fortemente la musica alternativa, l’indie e il rock con i Tv On the Radio, i Kenna, i Bellrays, che il mondo stesso dell’hip hop ormai da anni abbia trovato uno sdoganamento definitivo nel mondo indie anche grazie all’Anticon eppure l’hip hop puro si sia tutt’altro che rinvigorito.
I grandi dischi, per assurdo, sono diventati sempre meno, (Jay Z, Clipse, Dizzee Rascal, nessuno ovviamente di marcato stampo old school) gli anni 90 e la fine degli anni 80 sembra lontanissima e insomma, sembra un pesce grande ammarato e che sta sbattendo gli ultimi colpi di coda.
The Cool Kids fanno hip hop per come era, odl school con basi semplici scarne e sature, beat morbidi e acquosi, dopatissimi come gli Outkast di Aquaemini (il vero must del duo di Atlanta, ma questo non c’entra) e il ricordo vero stampato in mente di Eric B e Rakim, come numi tutelari.
Neanche a dirlo la ribalta gliel’ha data Pitchfork con il suo festival e la seguente produzione dell’ep Bake Sale, straniatissimo prodotto che sembra quasi una fioca luce in fondo al tunnel, almeno per chi (come me) all’hip hop ha sempre creduto (pur non facendo mai parte della scena) e per la black in sè (soprattutto il soul di stampo Motown) ha sempre avuto un occhio di riguardo.
Viene quasi da sperare ad una nuova onda lunga. Magari innescata proprio dai The Cool Kids Ma forse è il caso di accontentarsi di concretezza perchè un genere costruito su cose semplici probabilmente deve tornare alle origini, alle “basi” per ritrovare sè stesso. Basta poco insomma.
Forse è l’inizio di qualcosa di grande, probabilmente no, bastano dieci tracce per dire: Who Cares?
The Cool Kids – What it is

