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E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.
Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.
Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.
Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.
Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.
Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.
A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.
Se uno, tipo me, negli ultimi mesi perso tra lavoro, un trasloco e anche un minimo di vita privata passa mano su quanto è l’informazione musicale quasi del tutto, non è che ad un momento possa svegliarsi e dire “aoh, ci sono i Metric sulla colonna sonora di Eclipse (che per chi ancora non lo sapesse è il terzo film della saga dei vampiri che non lo danno e delle spasimanti che non lo ricevono).
La canzone, pensa te la fantasia, si chiama Eclipse (All yours), e il risultato è una traccia abbastanza buona (ma io fatico a vedere e sentire i Metric nella brevissima distanza, anomalia di un gruppo che vive di singoli) con il falsetto di Emily Haines che diventa tale dopo un intro che faceva quasi pensare ad una svolta a là Emily Haines and the Soft Skeleton (seh, ma chi ci credeva poi) e la solita gragnuola di martellate chitarristiche pop che sono quasi un timbro di fabbrica.
Messa come l’ho scritta sembra quasi stia parlando di un pezzo dei Muse, ecco, ci siamo vicini. Ma allo stesso tempo molto ma molto lontani (ringraziando Gesù).
Ps che poi io Eclipse lo vedrei anche eh, se solo trovassi mai il tempo nella vita di fare le cose. Twilight era del resto così tanto divertente che avrei voglia di sedermi in sala e commentare ad alta voce in mezzo ai ragazzini. Chi viene con me?
Arrivi verso le sei del pomeriggio col sole un po’ più basso che picchia lo stesso. L’erba di Hyde Park è secca perché alla siccità non è abituata; polvere nell’aria, polline all’ottanta per cento.
I Grizzly Bear cominciano a suonare chiamando a raccolta il pubblico dentro un tendone da circo aperto ma buio, illuminato da uno dei sistemi luci più belli che ricordi a un concerto. Certo, i Sigur Ros sono imbattibili in quanto a lighting design, gli U2 hanno inventato il concetto, e i Flaming Lips l’hanno perfezionato, ma i Grizzly Bear hanno dei trespoli con appesi dei vasi da marmellata di quelli da nonna chiusi col coperchio di latta, con dentro delle lampadine. Sembrano lucciole in bottiglia, sono vive: rispondono al ritmo e ai suoni, punteggiano una serata che non è solo profumo di erba e drink ghiacciati, ma anche odori di altri luoghi, di Atlantico profondo blu, isole, pini marittimi, salsedine e sabbia. C’è molto vento, l’aria è elettrica.
La musica passa da solida a liquida a gassosa, è un composto chimico in continuo movimento: percussioni, fiati, legni, aerofoni, chitarre, tastiere, pedali, autoharp, music box, campane, e quattro voci angeliche diventano rame, argento, neon, fosforo, zolfo, elio. Suonano minimo sei strumenti a testa e la preparazione classica/jazz si vede tutta: i suoni sono nervosi ma precisi, gli arrangiamenti sofisticati ma non forzati, loro tranquilli e scientifici. Normalmente prima di “Colorado” fermi il CD, e invece dal vivo si trasforma: non è una canzone ma una pièce teatrale di dieci minuti di colori e luci che narra la leggenda della nascita delle montagne. E’ sconvolgente, non vuoi che finisca. Ricordi che leggevi The Road con Yellow House come colonna sonora e pensavi che le parole di McCarthy provenissero, come questi suoni, da qualche altra parte, da qualche altro tempo, che tracciassero le faglie continentali e i grandi misteri della terra.
Esci da questo Big Bang con il sistema nervoso iperattivo ma l’anima tranquilla, come se in qualche modo il corpo rispondesse alla musica delle sfere, come se ogni membro del gruppo fosse un pianeta che gira in un’orbita precisa: Christopher Bear è Marte, Daniel Rossen è Mercurio, Ed Droste la Luna, Chris Taylor il Sole. La Terra sei tu. Insieme in quello spazio siderale la vostra rivoluzione genera l’armonia e la dissonanza dell’universo.
Alle quattro di mattina del giorno dopo ti svegli improvvisamente perché piove, piove, piove.
Grizzly Bear: Southern Point, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Foreground, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Colorado, BBC Collective Sessions 2006
Con le etichette discografiche per me è sempre stata una questione di cuore. Un rapporto che nasce come i primi approcci con una futura morosa, ti metti lì ascolti un disco, leggi che etichetta l’ha prodotto poi ti informi, chiedi pareri, e inizi a sentire altri gruppi che leggi in giro che possono avere fatto una fine simile a quello che ti è appena piaciuto.
Poi alla fine inizi direttamente ad iscriverti alla newsletter o a vedere sui giornali se tra parentesi, sopra una recensione c’è quel nome o no.
E’ un po’ una forma di stalking discografico, tracciare le mosse per capire chi sei e quanto ti voglio bene. Ognuno di noi, a suo modo un po’ stalker lo è.
Negli anni ho amato la madre di tutte le etichette la Sub Pop e sicuramente non sono stato il solo, poi la Vagrant, la Trustkill (per un paio d’anni ho comprato SOLO Trustkill) e la Hydrahead, poi la Arts and Crafts, in Italia ero innamorato della Wynona Records poi altre come Donna Bavosa e insomma smetto qui sennò diventerebbe una lista anche noiosa.
Flashforward
Parlare di etichette in un momento di musica sminuzzata, regalata e diffusa manco fosse la macchia d’occhio a New Orleans, con una velocità progressiva incommensurabilmente più alta rispetto a 15 anni fa non so quanto senso abbia, o per ossimoro quanto sia fondamentale.
I gruppi oggi si autoproducono, mettono il disco su bandcamp e toh, scaricalo anche a zero euro, l’etichetta viene dopo in molti casi. L’etichetta oggi è lo stemma sotto cui ti vuoi mettere per avere una certezza di un riconoscimento e una tracciabilità musicale, come appartenere a una gang dei Guerrieri della Notte, tutti sognavamo quelli vestiti da giocatori baseball e gli orfani facevano ridere un po’ tutti.
Per l’etichetta è così, o almeno io la vedo così.
Puoi essere un gruppo buono o meno, ma se ti vedo andare sotto uno stemma che adoro vali dieci di più, è forse una tara mentale ma vedo certe cose come scelte, da parte di chi investe e da parte di chi suona. Nel mondo delle etichette ci si sceglie, c’è democrazia. E democraticamente si va nelle orecchie della gente. Con la musica ed un marchio di garanzia.
E’ così che ho conosciuto la Count Your Lucky Stars Records, una di quelle cose piccole che fanno un microcosmo, una roba alla Stephen King. Se non avete letto Stephen King non avete ben chiara l’idea di trovarsi dentro a un nocciolo, ben delimitato, con le sue figure e le sue debolezze, in cui dopo dieci pagine riconosci limiti e prospettive. Una cosa che ti fa sentire a casa
Un’etichetta d’istanza in Michigan e con tentacoli in Canada, Stati Uniti e Germania) un tratto riconoscibile non per la produzione in sè, nella maggior parte dei casi più che scarna. Garage nel senso di raggiungimento dell’obiettivo canzone con ogni mezzo necessario e Indie nel senso di apertura all’orecchio per quanto necessaria. Una serie di gruppi che vanno dall’emo vecchia maniera alla Mineral, al post-hc Fugaziano, allo spleen agrodolce dei Karate per finire con l’indie puro stile Menomena e Broken Social Scene e continuare con manierismi folk che tanto manierismi non sono ma che vanno dritti all’obiettivo.
Tutto ciò ovviamente grazie ad un m-blog che ne ha pubblicato un sampler qualche giorno fa.
Dicevo Stephen King e i suoi paeselli, i suoi laghi. Un po’ come il Michigan, appunto
Non é detto che si debba parlare di cose necessariamente grandi o in odore di hype. O forse è meglio dire che non sempre quel tipo di cose lì sia rappresentativo di un mondo, un genere, una scena.
Tutt’altro.
Ecco, in un’ottica di questo tipo i Vessel solo una di quelle cose non necessariamente grandi (vuoi perchè la pubblicazione attuale è quella di un ep digitale, vuoi perchè nella blogsfera indie se non si parla di fuffa sembra ci si senta male mentre ci si fanno seghe su accessi e conteggio di lettori di feed) ma di valore vicino all’assoluto.
Mettete già il valore intrinseco dei tre attori protagonisti: Gismondi (Pitch), Nuccini e Reverberi (Giardini di Mirò). Dovrebbe bastare, penserete voi.
Evidentemente no, perchè da queste parti qui di gruppi all-star buoni per lo scarico del cesso (i them crooked vultures, per dirne uno) se ne hanno abbastanza piene le tasche e il giudizio di forma non si tramuta spesso e volentieri in un giudizio di sostanza.
I Vessel, in questo, sono pura sostanza, una diaspora tra il cantautorato elevato e organizzato e la wave, post punk degli anni 80 con le metafore e i cavilli degli anni 90 e degli anni a seguire.
Se ne sentiva il bisogno? Probabilmente sì, sicuramente più il bisogno di questo che dell’ennesimo gruppo cover dei Weezer o dei Get up kids che lasciano ampiamente il tempo che trovano e però stranamente trovano consolazione e carezze da parte degli “amici” nelle testate italiche, a dimostrazione che qualcosa di strano e di estremamente lurido in questo mondo qui, non il mio ma quello da cui derivano i Vessel, c’è. E vi assicuro che ci torneremo, perchè di Minzolini, amici miei ne è pieno il mondo, anche indie.
I Vessel invece, anche nel loro piccolo di un ep (ad offerta libera qui), a cui ne seguiranno altri sempre prodotti dalla 24 l’etichetta digitale mutaforma della 42 records, hanno voglia di cambiare le cose, tirare fuori un qualcosa che è talmente fuori dagli schemi, rispettandoli, tanto da suonare quasi eversivo, sedendosi sulla riva del fiume e aspettando di vedere che colore è l’acqua che gira da sotto il ponte.
Sapendo comunque che il primo bagno della stagione 2010 è il loro.
Vessel - Famous blue raincoat (Leonard Cohen Cover) (Video)
Vessel - 90′s lover (Video)
Che io mi occupi non tanto frequentemente di misuca italiana, nè in particolar modo degli isterisimi (inutili il più delle volte) innescati dalla blogosfera italiana, fa sì che per quello che riguarda il personalissimo orticello io non venga (e Dio renda grazia di questo) incluso in quella che è la indie scena italiana e soprattutto sentirmi “pulito” (termine ai più in circolazione sconosciuto, si sa) e “libero” di parlare di quello che mi va.
Ma su questo credo arriveranno a breve termine un paio di post. Per le polemiche c’è sempre tempo.
Tornando a noi, i Vessel sono uno dei piccoli gioielli che rischia di rimanere un po’troppo nascosti per il loro effettivo valore. Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi (Giardini di Mirò) Alessandra Gismondi (Pitch, remember?) tirano su questo trio tanto debitore al cantautorato (e non quello innocuo a cui purtroppo ci si è abituato in tempi recenti ma di quelli con i gradi sulla spalla che neanche il generale Patton) quanto alla wave anni 80, dalle ipnosi Manchesteriane a tum-tu-tum dei Jesus and Mary Chain (per dirne uno ma le derivazioni sono più di una e tutte disponibili alle vostre orecchie.
Insomma “Tales of Memento Island” è speriamo per ora “solo” un sette tracce a cui si spera segua prima o poi un disco sulla lunga durata, mica per altro per avere la certezza di avere non un’altra meteora che si sperava si fermasse a farsi osservare un bel po’ ed aveva fretta di andarsene.
Il disco, scaricabile su offerta libera esce per 24 (il progetto nuovo di pacca della 42records) ed è scaricabile qui.
Poi oh voleste continuare ad andare dietro alla fuffa, l’indie italico ne è pieno. Accomodatevi.
Vessel - Famous blue raincoat (Video)
Vessel - 90′s lover (Video)
Se ne è parlato già da un po’ e in giro. Da qualche parte si è indicato come il principale gruppo alternativo abbia fatto il definitivo passo verso un termine conosciuto come sdoganamento per altri invece si tratta di tradimento.
Che gli Afterhours scrivano una canzone, Adesso è facile (perchè la canzone è, a tutti gli effetti un brano degli Afterhours, e scritto apposta per la situazione) e lo adattino a Mina (dopo avere imprestato alla Mazzini Dentro Marilyn) personalmente lo considero un fatto ben più che positivo.
Qui non è in discussione il valore in sè della canzone, peraltro molto buono, ma il circuito in cui il gruppo auspicabilmente sta entrando, ed in cui è già entrato da un po’ a piccoli passi accompagnati da qualche clamore come la partecipazione a Sanremo e la conseguente ottima idea della compilation de Il paese è reale. Quel circuito fatto di prime time in televisione e musica in televisione che troppe volte lascia a bocca asciutta e quasi senza speranza quell’altro mondo di ascoltatori, quelli che sono in minoranza.
Quelli, per dire come me e come di molti che leggono questo blog.
E non è un discorso, credetemi, di alienazione di culo (che poi ad un certo punto uno con la musica sua ci fa quello che vuole, a meno che non si rinneghi, sport ormai diventato nazionale), ma semplicemente di uscire dal guscio, diventare adulti e magari farsi promotori (se non loro, chi?) di un’intero mondo, un’intera scena che altrimenti si divertirebbe a tirarsi pugnette a livello di fanzine e indie-blog. E niente di più.
E’ un mondo che vuole uscire fuori. E Cristo, viva la faccia di chi ci prova.
Viva gli Afterhours
Gira voce che siano ragazzi al primo anno di college, gira voce che siano i nuovi Cool Kids, gira voce che se li incontrate la mattina vi potreste svegliare senza un rene, girano voci, insomma sui Chiddy Bang.
Di cosa parliamo quando parliamo di Chiddy Bang? Di hip hop a quanto sembra nato dalle mani di due ragazzini (Chidera Anamege e Xaphoon Jones) e delle noiose tratte in bus verso New York.
La cosa particolare che fa sì che io butti giù queste venti righe sono i mattoncini con cui giocano questi due: i beat e l’indie. L’indie che piace a tutti voi (e in qualche caso noi) certo. Quell’indie lì.
Sì perchè The Swelly Express che è sì un mixtape di quelli classici fatto di skit e hip hop talmente cadenzato dal rasentare l’old school è anche fatto di sampler dei Belle and Sebastian, live dei Radiohead, featuring dei Passion Pit e una manipolazione di Kids dei MGMT (ma c’è anche Joe Strummer and the Mescaleros eh) che è tutta da ascoltare e scaricabile gratuitamente da qui.
Come a dire, c’è una cultura hip hop che nasce dai dischi black, soul, funk e dalle colonne sonore di Morricone e una che, forse, potrebbe nascere dalle manipolazioni dell’indie rock, quello che magari dopo un po fa noia. Invece sembra battersi una nuova strada che va un pochino oltre il mashup e che ridisegna a suo modo il termine cross-over. Quando la musica bianca incontra la nera è sempre e comunque un’esperienza nuova, in ogni sua sfumatura, sembra essersi abituati a qualcosa perchè ne arrivi una un briciolo diversa e siamo pronti con le orecchie tese a capire se dobbiamo battere le mani o deluderci di una nuova isteria collettiva che non lascerà il segno.
Una sorpresa insomma che anche se non fa gridare al miracolo apre una finestra su un qualcosa che magari aperto era già ma non messa così bene a fuoco.
Primo anno di college, io a occhio e croce non avevo ancora la patente.
Chiddy Bang - All things go (Mp3) (via)
Chiddy Bang – The opposite of adults (Kids) (Mp3) (via)
Disclaimer: questo post in qualche punto potrebbe risultare sopra le righe e magari un attimo misogino. Se andate avanti è colpa vostra.
Zooey Deschanel è una cagna.
Ma non nel senso di lei donna. Di lei artista.
Anzi no, neanche di lei artista perchè She and Him non è neanche accio.
Zooey Deschanel è una cagna di attrice. Ecco.
Mettiamo a fuoco la questione.
Mi rendo conto di avere più di un motivo per averne i coglioni pieni di sto essere umano. Analizziamoli uno per uno. Che son tre. Ed è un post corto.
1) se hai un tumblr, e vedi una dashboard sei sicuro che in un giorno vedi qualcosa che riguarda
- gatti
- frames (eoh)
- Berlusconi
- Inglourious Basterds
- Zooey Deschanel (indipendentemente dal fatto che ora sia in sala quella merda di 500 days of summer. Sì hai letto bene MER-DA)
dicendo a me i lolcats piacciono, che Inglorious Basterds è il film dell’anno e che i frames.. vabbè i frames sono i frames, il male è riconducibile a due punti evidenti. E vi dico che mi tengo sei mesi in più Berlusconi se si levasse dai maroni l’esposizione tumbleristica della Deschanel.
Ok scherzavo. Due mesi.
2) ha il nome preso da uno dei miei libri preferiti.
Zooey Deschanel (named after Zooey Glass, the male protagonist in J. D. Salinger’s ”Franny and Zooey”
E a me sinceramente, non so a voi una roba così sta sui maroni a prescindere. Sto odiando Salinger. Preferirei odiare il mio gatto. Giuro
3) è la sintesi del fatto che la hipster culture è il male
Motivi per cui piace Zooey Deschanel, a parte le tette intendo.
Si sposa Ben Gibbard
Ha fatto un disco con M.Ward
Veste opportunamente indie
Tradotto, avete rotto il cazzo con i gonnellini svolazzanti da femdom uscite da un film 50′s, il mondo non va così. Accendete canale 5 o Italia 1 prendete su un modello serio e crescete, che un lavoro in questo paese non lo troverete mai. Volete sposare anche voi un cantante indie? You’re welcome. Io preferirei Tom Araya. Continuate a non dare retta al vostro Presidente. Continuate a non cercare il puttaniere che vi mantenga. Mettete i gonnellini e sentite musichina adeguatamente scuoti maroni
L’indie. Tsk. Mavaffanculo
4) la sua enorme capacità interpretativa che ogni volta mi trasporta.
E qui vostro onore conduco prove a mio carico:
Si annoti vostro onore che parliamo di sei film differenti, sei situazioni differenti, sei generi altrettanto diversi. Una performer, insomma.
Alfredo, la scena è molto semplice: basito lui, basita lei, macchina da presa fissa, luce un po’ smarmellata e daje tutti che abbiamo fatto! (Renè Ferretti)
Anche se poco convincenti in veste live i Bishop Allen sono una di quelle cose piccole e minute per cui mi dovrei vergognare dell’ascolto (come i Los Campesinos) ma per cui alla fine me ne vanto quasi.
Il loro ultimo Grrr per inciso non era anch’esso una grandissima cosa ma se uno sostiene, sostiene. Punto.
Che è un po’ come guardare i risultati del baseball americano, non capirci niente e vedere i Mets a che punto stanno.
Il video True or False però uscito di recentissimo è suggestivo e veramente, scusate il termine, di una “carineria” e “puccismo” estremo. Ispirato all’ Ed Sullivan show (anche se c’erano arrivati prima Shirley Bassey e i Last Shadow Puppets e il mondo) è una delle cose più divertenti e fatte bene da tanto tempo.
Insomma c’è un mondo lì fuori e fatto bene anche se è di risultati in quarta pagina o nei trafiletti.
E comunque i Pixies hanno messo in download gratuito un ep del loro Doolittle tour. Qui.
Tracklist
1. Dancing the Manta Ray
2. Monkey Gone to Heaven
3. Crackity Jones
4. Gouge Away
Sì lo so, è un post di poche parole ma non ho voglia di spiegare che cosa non hanno significato per me i Pixies per tanto tempo e cosa significhino da poco. A me i post di quelli che dicono “li ho scoperti tardi” sono sempre stati sui maroni, e io non sono un precisetto di quelli che pesano tutte le parole, io non ho ricordi legati ai Pixies, nè ritengo di volerne avere, a questo punto.
Voglio loro solo tanto bene, e questo penso vi debba bastare.
Anzi deve bastare solo a me.
E Kim Deal è sempre più bella.
Intervistato del New York Magazine Damian Abraham (cantante di uno dei più grandi gruppi del pianeta hc, i Fucked Up) con il ricavato del Polars Prize (20000 $) ha comunicato di avere messo su un supergruppo con destinazione la creazione di un singolo per beneficienza, ospiti, a suo dire
David Cross, members of Vampire Weekend, TV on the Radio, Broken Social Scene, the GZA, Bob Mould, No Age, and Yo La Tengo are all confirmed. I’m still waiting on confirmation from Feist, Jarvis Cocker, and M.I.A. We wanted the biggest people we could get. If we could get a Jonas Brother on this, I would get a Jonas Brother. [*]
Da attesa spasmodica, ovviamente, ancora di più se vi dico la canzone, che metteranno su.
Questa qui sotto.

E sì che non è mio amico ma se dovessi dire cinque persone in cui identifico fisicamente il concetto di “roba alternativa/indie” Lou Barlow rientrerebbe sicuramente nella lista.
Gli altri poi ci penso.
A come la vedo io credo sia insultante mettere giù quelle prime tre righe che di solito a cappello di un post spieghino chi è la persona di cui si stia parlando, nel caso di Lou Barlow in particolare.
Cioè passiamo a un punto 2.0 dove io non ho più bisogno di spiegare le cose e se a voi che leggete magari piacciono andate un po’ da voi a capire di chi si sta parlando, superiamo un secondo questa cementificazione mentale che neanche i litorali sardi tra un anno. Che ne dite?
Lou Barlow è tornato nel 2009 con due lavori, uno in compagnia The Farm con i Dinosaur Jr, disco molto ma molto apprezzato da queste parti e di cui non sarà mai troppa la carta che ne raccoglie gli elogi, e soprattutto il suo nuovo disco solista, Goodnight Unknown, disco passato fin troppo in sordina e che è veramente una delle gemme dell’anno.
Barlow ci mette tutto un cuore hardcore con la spina staccata, passando da melodie agrodolci a malinconia pura con una capacità di sintesi mirabile (leggi nè un brano in più nè uno in meno per poter risultare perfetto). Un lavoro che in altri tempi si sarebbe definito lo-fi (e magari lo si definisce ancora) e di cui si sentiva veramente bisogno. Non in un’ottica di revivalismo (per quello c’è la wave) ma in un’ottica di ascoltare grandissime canzoni che tanto sanno aprire il cuore tanto chiuderlo a chiave.
Un lavoro hardcore, nel vero senso del termine.
Pur essendo a spine staccate.
Lou Barlow - Bulletproof (LaRoux Cover) (Mp3)
Poco più di un anno fa eravamo qui a sbracciarci e strapparci il cuore, io almeno, per il disco dei Dadamatto. Sembrava una meteora una di quelle 2-3 cose che passano ogni cinque o sei anni e rendono chiara l’idea che gli anni 90 sono stati un passaggio verso qualche cosa e non verso il nulla.
Il Teatro degli Orrori rientrano nella stessa categoria.
Gli Shout anche.
Manuale per non suicidarsi, uscito per 42records, titolo che già di suo ha una matrice quasi letteraria, quasi Wallace-iana è un piccolo e prezioso breviario di generi, un milkshake con dentro stoner, surf, pop deviato, revisionismi rock cantautorali, punk cabaret e tinteggiature noise.
Ingredienti che dietro a una dose massiccia di ascolti, studi, vita di tutti i giorni, illusioni e disillusioni sono stati vomitati di getto in un cd di 12 tracce, accattivante e cattivo nel suo sminuzzare melodie, nel toglierti di bocca il ritornello che stavi per cantare e reimpostare la cosa nel rock di matrice Butthole Surfers e/o Queens of the stone age, a cui si sovreppongono testi che vanno dal nichilismo ad un realismo manipolato da psicofarmaci.
C’è tutto nel disco degli Shout, tutto quello che potevate pensare fosse rimasto chiuso nei vostri anni 90 e che viene lucidato impastoiato con il senso di inquietudine del nuovo decennio.
Un disco che sembra strillare “vaffanculo voi e gli anni zero, io voglio campare, in qualche modo”.
Ci sentiamo tutti un pochino meno soli.
Davvero
Shout – Nausea moderna (video)
O forse no?
A volte viene voglia di farsi una domanda: perchè l’indie ha voglia di rimanere nascosto?
Io si sa, vengo da un altro mondo, alternativo a suo modo ma per altri versi più concreto, che è quello metal hardcore, chiacchiere sì ma discorsi più diretti, botte al limite, è per questo che a volte le mie uscite vengono scambiate (a volte non lo nego, lo sono) per sparate in piena regola, altre addirittura per “flame”.
Riconoscendomi in parte in una situazione “indie”, più per ascolti che per ambiente (e sì ho amici che ne fanno parte ma sono stati una conseguenza e dei miei ascolti e delle mie letture online) di galleggiamento sociale, mi sono reso conto di questa paura di emergere, mascherata con uno stupidissimo e scarsamente proficuo economico e culturale snobismo di fondo.
Un po’ la volpe e l’uva, un po’ la sindrome del “forse ce l’ho troppo piccolo”. Fatto sta che in un primo momento mi sono sorpreso anche io in certi “cambiamenti” a dire “ma che cosa ci vanno a fare i Sonic Youth a Gossip Girl” o chessò, ma che ci fa tutta quella gente sulla colonna sonora di New Moon, film vessillo della gioventù bimbominkiale de noantri e internazionale?
Mi sono guardato allo specchio e mi sono dato uno schiaffo e messo all’angoletto per un quarto d’ora.
Il maestrino che è in me mi ha detto: caro il mio coglione e saputello, quante volte ti sei lamentato dei palinsesti musicali televisivi e radiofonici, quante volte hai detto “basta con i dARI o, basta Beyonce – che comunque ha un suo valore”, quante volte hai detto “perchè i Death Cab for Cutie non fanno video e non li vedo mai e perchè Dio mi proponi questa roba tutti i giorni in tve in radio? Perchè devo sapere i testi dei Lost e devo dimenticarmi chessò quelli dei Pizies? perchè devo ululare se in un serial tv sento Bon Iver o Iron and Wine manco mi trovassi di fronte al ritrovamento dell’arca perduta e non dovrei considerarla una cosa “normale”?”.
Perchè?
Ecco, molti perchè di questo tipo troverebbero una risoluzione in quello che potrebbe essere il successo di una colonna sonora, quella di New Moon. Il seguito di Twilight.
Un roba con una copertina così

E una scaletta così.
1. Death Cab for Cutie, ‘Meet Me on the Equinox’
2. Band of Skulls, ‘Friends’
3. Thom Yorke, ‘Hering Damage’
4. Lykke Li, ‘Possibility’
5. The Killers, ‘A White Demon Love Song’
6. Anya Marina, ‘Satellite Heart’
7. Muse, ‘I Belong to You (New Moon Remix)’
8. Bon Iver and St. Vincent, ‘Rosyln’
9. Black Rebel Motorcycle Club, ‘Done All Wrong’
10. Hurricane Bells, ‘Monsters’
11. Sea Wolf, ‘The Violet Hour’
12. Ok Go, ‘Shooting The Moon’
13. Grizzly Bear, ‘Slow Life’
14. Editors, ‘No Sound But The Wind’
15. Alexandre Desplat, ‘New Moon (The Meadow)’
e sentire parlare i Death Cab for Cutie così.
We are very excited to be a part of this amazing series of novels set in our own backyard. It just seemed a perfect synergy that a band from the Northwest would create a song for a series of novels set in the Northwest. We wrote ‘Meet Me On the Equinox’ to reflect the celestial themes and motifs that run throughout the Twilight series and we wanted to capture that desperate feeling of endings and beginnings that so strongly affect the main characters. This song marks the first attempt that Death Cab for Cutie has ever made at contributing new, unreleased material for a film and we are proud to be a part of the Twilight legacy.” — Nick Harmer
Sì sono impallidito anche io, e ho avuto un po’ di paura anche io. La paura di vedere un qualcosa che potrebbe essere il nuovo emo, nel senso di (come era nato emo e cosa è diventato) “fine”. L’indie, che diventa il nuovo emo, il nuovo nu-metal, il nuovo whatever, insomma.
Fa paura vero?
Posso capirlo, posso comprendere perfettamente la paura, il terrore di vedersi vicino ai concerti a prototipi umani lontanissimi dalla mia e dalla vostra concezione di “accettabilità”, posso capire e posso anche venirvi incontro.
Qui però c’è un discorso e un passo in più da fare: se si vuole uscire dal ghetto in cui ci si è auto segregati le cose come la colonna sonora di New Moon e i Sonic Youth a Gossig Girl, servono.
Anzi “servono” non è abbastanza, si deve sperare che non siano una luce nel buio, che vadano bene e che debbano considerarsi vitali per un’autoalimentazione del genere, per proporsi, per far capire se si vuole fare una partita con quelli dal grande budget e proporsi per una qualità diversa, acquisire un proscenio differente, maggiore. Sapendo che inevitabilmente non si piacerà a tutti, si piacerà anche a quelli “non giusti” ma sostanzialmente si piacerà. L’obiettivo è quello. Piacere, e alle proprie condizioni artistiche.
Questo serve, e prima lo si capisce, prima si va avanti.
E lo dico a me per primo
I They might be giants sono uno di quei gruppi che provengono direttamente da lì giù, dalla profonda gola degli anni 90. Il post sarà breve, ve lo dico subito e marginalmente parlera di loro.
Cioè, di base sono loro, l’argomento principale e la loro Meet the elements canzone che proviene dritta dal loro ultimo Here comes science (che dovrebbe completare una trilogia di album per bambini dopo Here Come the 123s e Here Come the ABC’s) e di cui Boing Boing (sito geek per definizione, un po’ il youporn di quello che passa tempo a scrivere codici html e lo trova più rassicurante di una masturbazione) ha creato un video assai simpatico (e assai innocuo stilisticamente parlando, ma tant’è) in cui tutta l’evoluzione del mondo viene posta in relazione agli elementi.
Scrivere stringhe a manetta fa venire le occhiaie. Io ve l’ho detto.
All’inizio della primavera, prima che la mia vita diventasse una successione di scadenze, compiti da correggere, e appuntamenti con la legge, avevo promesso a GiorgioP una serie di post su un tema a me caro: il giuoco del baseball. La serie si sarebbe chiamata Take Me Out to the Ball Game, come la canzone che si canta negli stadi Americani durante il 7th inning stretch. (Qui se volete ce n’è una versione *ad alto tasso alcolico* di Eddie Vedder che è un fan dei Chicago Cubs, ma a me piace tanto quella di Gene Kelly e Frank Sinatra.) In qualche breve ma simpaticissimo post vi avrei spiegato come semplicemente guardando Major League in media due volte alla settimana all’età di dieci anni, e leggendo i fumetti dei Penauts (ma lo sapevate voi che il Charlie Brown che diede il suo nome al bambino con la testa rotonda di Schulz era un lanciatore per i Cleveland Spiders con una media di 7.77 nel 1897?), si può arrivare ad amare il baseball, prima dall’Italia (dove di baseball se ne vede poco) e poi dall’Inghilterra (dove se ne vede ancora meno, perché il baseball è “the bastard son of our own, much superior and more cerebral game of cricket“).

Eli Roth is a batter
Ok, confesso, io del baseball non sono un’esperta ma una fangirl. Visto che soffro di dislessia numerica, non capisco praticamente niente delle statistiche che sono il cuore della stagione, la media di battute, di corse e di innings guadagnati. E poi alla fine le cose che mi piacciono di più del baseball non sono tanto gli homeruns, le basi rubate, gli strikeouts o le curveballs.
No, quello che amo veramente è l’esperienza estetica e sensoriale della partita, l’hotdog e l’inno nazionale, tifare per Lincoln nella Corsa dei Presidenti, e guardare l’ondata di gente che cerca di afferrare una palla in volo sopra agli spalti.
Per non parlare delle sottomaglie bianche con le maniche colorate, i cappellini con la lettera-logo della squadra, i calzettoni lunghi e bianchi, e i pantaloni al ginocchio con le ghette colorate (like, so vintage). Adoro guardare il pitcher scambiare occhiate e rispondere ai segnali del catcher: fly ball, slider, change-up, fast ball – e a volte su ESPN fanno vedere da vicino come si muove la mano del lanciatore, aggiustando la presa a seconda del segnale. Mi commuovo ogni volta che un battitore si sacrifica all’altare di un pitcher e soffro per tutti i passi che fa per tornare dal piatto al dugout. Il bello di un homerun non è la corsa a casa, è il viaggio della palla sempre più in alto, sempre più lontano, fuori dallo stadio (che se siamo puristi – e se non siamo Yankees – non si chiama ‘stadium’, si chiama ‘ballpark’.) Amo le cuciture rosse della palla e il ‘tock’ tuonante e sordo che si sente quando una mazza di legno sferra il colpo perfetto, come nel gran finale di uno dei film di baseball più belli della storia, The Natural.
(Pare che piaccia anche a Quentin Tarantino e ad Eli Roth quel suono lì, se avete presente il passatempo preferito del ‘Bear Jew’ – occhio al piccolo spoiler se cliccate.)
C’è chi dice che il baseball è la religione nazionale Americana, eppure il baseball si gioca con ossessiva passione in Giappone, Nicaragua, Cuba, Panama, Puerto Rico, Colombia, Venezuela. La baseball Hall of Fame non è solo Ty Cobb e Babe Ruth, ma anche e soprattutto Joe Di Maggio, Roberto Clemente, Ichiro Suzuki: Italia, Puerto Rico e Giappone. (Niente Shoeless Joe Jackson nella Hall of Fame: nonostante la consacrazione ne L’Uomo dei Sogni, altro film feticcio dell’amante del baseball, la storia della corruzione del risultato nelle World Series del 1920 è ancora appiccicosa – ma chissà, “se lo costruiscono…”) Il Giappone, tra parentesi, ha recentemente vinto entrambe le edizioni del torneo World Baseball Classic, battendo in finale Cuba nel 2006, e Corea del Nord nel 2009 (occhio, non le World Series, che a dispetto del nome si giocano solo tra squadre Americane). E dal 9 al 27 Settembre la Coppa del Mondo di Baseball si giocherà in Europa, con gli ottavi di finale giocati interamente in Italia, e la finale a Roma. (Bologna ha anche una buona squadra sette volte campione d’Italia; peccato che sulla maglia abbiano uno stemmino con un’aquila posata su una grossa F blu che mi previene dal tifare con stima e affetto.)

Azucar el rey del curveball
A questo proposito, se per caso l’argomento interessa, c’è un film indipendente molto carino che è stato presentato al Sundance Film Festival 2008 che si chiama Sugar, e che racconta la storia di un pitcher Dominicano che viene allevato nei ‘pulcini’ ispanici per il campionato nazionale statunitense. Miguel ‘Sugar’ Santos viene selezionato per il first team di un’immaginaria squadra di serie B chiamata Kansas City Knights, e parte per l’America pieno di speranze e con un vocabolario Inglese che consiste esclusivamente di termini da partita e “french toast”. Non vi racconto cosa succede dopo, ma se non vi piacciono i film sportivi trionfalisti e vi interessa vedere come è l’ambiente vero del baseball fuori dal relativo glamour della prima classe – niente all-rounders dopati che escono con Madonna, né battitori gatto-omicidi che appaiono in Sex & the City – questo piccolo film potrebbe fare al caso vostro. Non so se è uscito in Italia, ma sarebbe ideale vederlo in lingua originale (Spagnolo/Inglese) per apprezzare pienamente lo sforzo dei due registi di cogliere le differenze negli accenti e nello stile dei vari personaggi, che provengono da tutti i principali gruppi di immigrati Americani di prima e di seconda generazione, in particolar modo dall’America Latina. (E poi se avete letto Oscar Wao, come vi aveva consigliato GiorgioP qui, anche qui ne hanno da dire a palate sul fukù e sul fascino del Dominicano medio.)
L’altra cosa che vi volevo raccontare era il grande entusiasmo all’inizio della stagione per un paio di acquisti e ritorni alla forma della mia squadra – che, come quasi tutte le mie squadre con cui non sono nata ma che supporto a distanza, è stata scelta un po’ a caso basandomi sul saggio criterio prevalentemente femminile noto come: ‘mi piace il colore della maglia’; e che praticamente c’ha ‘putrida sfiga’ scritto in corsivo svolazzante sotto a ‘New York Mets’ – ma purtroppo a poche settimane dalla finale delle World Series i Mets languono penultimi in fondo alla classifica della Divisione Est. Per giunta Divisione Est che in questo momento è dominata dai Phillies di Philadelphia, a.k.a. Il Male Parte II (dopo gli Yankees = Il Male Parte I). Oltre al danno…
Quindi niente, come dicono i Mets tutti gli anni verso Ottobre, “sarà per l’anno prossimo”. Nel frattempo se vi volete preparare, eccovi una canzone dei Belle & Sebastian che parla di un Mets dei bei tempi andati, l’Italoamericano Mike Piazza. Perché gli Yankees c’avranno pure Nils Lofgren che gli scrive la canzone per il nuovo stadio, ma noi abbiamo più indie-cred di tutti. Three strikes, you’re out.
Belle & Sebastian - Piazza, New York Catcher (Mp3)
1) Perchè nella copertina c’è anche Scarlett Johansson (del resto il disco è Pete Yorn & Scarlett Johansson)
2) Perchè nel disco canta Scarlett Johansson
3) Perchè nel disco non canta sempresempresempre Scarlett Johansson
4) Vabbè perchè nel disco a volte “fa i cori” Scarlett “Romina Power” Johansson (Yorn però non sembra Al Bano)
5) Perchè nelle foto stampa c’è Scarlett Johansson.
6) Perchè nelle foto stampa Scarlett Johansson è mora e sul cd è bionda. Dimostra eclettismo
7) Perchè è comunque “un disco di Pete Yorn con a volte la voce di Scarlett Johansson” (il che può sembrare un ovvietà ma non lo è)
8) Perchè la voce da papera di Scarlett Johansson fa un suo effetto. Fosse stata di una persona qualunque sarebbe stata una voce normale da papera ma così è “la voce da papera di Scarlett Johansson” il che è tutta un’altra cosa, fidatevi
9) Perchè è un buon disco che ho deciso di sentire mica perchè c’era Pete Yorn (cazzomenefregaamediPeteYorn) ma perchè c’è Scarlett Johansson, quindi “dude, epic win!”.
10) Perchè a questo punto credo sia confortante sapere che una come Scarlett Johansson canti come Scarlett Johansson, insomma dare la voce e i campanellini e le fatine a quello che uno pensa quando la vede in foto/film/whatevah è cosa sana e giusta e di cui difficilmente si può fare almeno. Di Scarlett Johansson, dico.
Pete Yorn & Scarlett Johansson - Someday (Mp3)







