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12 anni fa per pagarmi gli studi ho lavorato come standista al bioparco di Roma. Ad oggi rimane una delle cose più sensate fatte, anche dopo una laurea anche dopo un lavoro a tempo indeterminato.
Pizzette, caffè panini e gelati per due settimane e dieci ore al giorno erano e sono ad oggi la cosa più umana e sensate che credevo di avere fatto.
Domenica ho servito ai tavoli.
No, non ho cambiato lavoro, no, non mi sono licenziato, semplicemente ho fatto una di quelle cose che si fanno quando ti porta il cuore. E tra quelle c’è il servire ai tavoli.
Può essere criptica come cosa ma spiegarla (ed è facilmente intuibile) non ha senso, importanza o quello che è.
Mettersi il grembiule nero e riuscirsi a fare il fiocco alla cieca, dietro, già era sembrata una piccola conquista, iniziare a servire ai tavoli, prima gli affettati in piattoni grandi e tondi portati due per volta (facendo attenzione a non toccare le cose nel piatto – provateci col pollice e con un piatto colmo) poi le frittele di fiori di zucca e poi di farina di castagne è oltre la conquista, diventa un tetris per dove mettere i piatti su un tavolo quando è praticamente pieno, cercando e trovando (a volte) la compiacenza di qualcuno che mangia e ti fa spazio. In cucina preparano qualche frittella anche per te, le prendi in mano e ci spruzzi al volo il sale, pulisci le mani fronte e retro sul grembiule, con un fazzoletto che hai nella tasca davanti la bocca e rientri in sala dove guardi se piatti da portata sono vuoti e da liberare. C’è chi ti chiede una bottiglia di naturale, chi se gli apri una bottiglia di bianco o di rosso. Ti sorridono tutti e ti rendi conto che quando sei tu al posto loro al cameriere non fai caso. Ora capisci cosa vuol dire.
Metti i piatti fondi dopo avere tolto quelli da antipasto e porti per ogni tavola due enormi piattoni tondi pieni i ravioli ricotta e spinaci con sugo al ragù. Ne preparano un piatto per te e insistono quasi che tu lo finisca prima di andare in sala. Ne metti in bocca due per assaggiarli e torni di là. Preso da quel qualcosa di nuovo che ti tira avanti. Giri per i tavoli, controlli le acque, ringrazi che ci siano tavoli che appena finito di mangiare impilano i piatti sporchi così non devi girare intorno.
Fai caso quando li levi se c’è qualche indumento intorno che può sporcarsi e se vedi una forchetta che penzola dici “non cadere perdio non cadere” e ti senti come Houdini se riesci a tenerla dritta e tutti incolumi, vestiti e tovaglie.
I piatti li porti al lavabo, prima li svuoti poi li lasci dentro.
In cucina hanno messo su i Belle and Sebastian e capisci che tutto questo, che é il parlare di musica, lo spararsi le pose, i concerti e l’onniscenza ventilata, reiterata che rende sto mondo qua, un mondo di sciovinisti, sono cose di cui non ti fotte veramente un cazzo.
Prenderesti a calci quel registratore e diresti “ho altro da fare ora, recensisci questo” eppure lo lasci suonare per assaggiare la lontananza dei due mondi.
Porti i secondi, cosciotto d’agnello, arrosti e una tagliata su un letto di rucola. Ti sembra di “sapere vivere” perchè porti dei piatti e non fai casini, ti senti un giusto, per come fai le cose e ad oggi passaggio tra le porte con i piatti in mano ti senti pronto, pronto non sai cosa ma pronto. Anche a farlo per tutta la vita. Alzi l’assicella e pensi che tutto questo sia più reale, più concreto e infinitamente più vero di un mondo fatto di bilanci, blog ed mp3.
Porti anche le patate, nel piatto che lasciano in cucina volano le mani, con leggerezza e una sana avidità, come dei bambini che infilano le mani nelle boule delle caramelle. Osservi la cosa, ci pensi un secondo e ri-voli di là. Il dolce è una sfoglia con crema chantilly e frutta, tutto fatto a mano, tutto sotto i miei occhi, con la cura certosina di uno scultore che incava riempie e modella con mirtilli e zucchero a velo. Mentre succede questo con le mani spolpi due cosciotti d’abbacchio e li dividi con chi è all’opera. è tutto naturale, cosí naturale. Ed é tutto così lontano, il resto, dico.
La gente sorride, un tavolo brinda con spumante e in fondo al cuore essere arrivato in fondo é un palloncino pieno d’acqua che sta per esplodere perchè il tuo ritorno alla futilità, all’inconcludenza è dietro l’angolo.
Sono passate quasi 3 ore e mezza e la doccia è l’unica cosa che separa te dall’essere una persona completamente felice.

Caro Luciano. Caro Luciano Ligabue.
Sono passati anni, tanti e l’ultima cosa che pensavo avrei fatto a 35 anni era
1) andare ad un tuo concerto
2) ricominciare a giocare a pallacanestro
3) scriverti una lettera che non leggerai mai
Sabato sono andato a pranzo da mia madre e mi sono portato via il pallone Spalding che ho comprato 4 anni fa e che ancora non ha toccato una retina; per ora è sulla libreria ma penso che presto rimbalzerà.
La sera sono venuto ad un tuo concerto, allo stadio Olimpico ed eccomi qui, a scriverti una lettera. Le ultime cose pensavo avrei mai fatto dicevamo. Ed è una sorta di contrappasso di questi ultimi tempi trovarmi a fare cose che pensavo avrei mai fatto, si cambia. Tu ci scrivi canzoni su robe così. Magari ti viene l’ispirazione.
Vedi Luciano, io in fondo ti devo delle scuse, profonde anche. Le stesse cose che direi alla ragazzina del liceo che piaceva solo a me e mi prendevano un po’ tutti in giro perchè era bella, ma a modo suo e non aveva due tette tanto e non la dava chissà perchè. Ecco, io incontrassi quella ragazza diventerei un po’ rosso e forse non riuscirei a guardarla negli occhi mentre le chiedo scusa. Scusa di che, chiederebbe lei molto probabilmente lei, scusa perchè non sono stato dalla tua parte quando dovevo starci. Fosse stato anche solo per due minuti ma starci.
Sì perchè Luciano, io negli anni 90 sentivo tutte quelle robe che mi hanno fatto grande, Nirvana, Pearl Jam, Led Zeppelin, Sonic Youth, Helmet, Henry Rollins e i Black Flag, poi sentivo anche te. Ma da subito. Dalla prima volta che vidi il video di Balliamo sul mondo e comprai (in vinile) il disco. Non avevo fatto alla profonda asetticità e tristezza del video (ne converrai, ora) ero rimasto lì con la bocca aperta come uno stoccafisso. Di italiano non sentivo nulla, odio e odiavo Vasco, i Litfiba e i Diaframma. Molti diranno “te lo meriti Ligabue”, beh Luciano, a questo punto sì. Ti merito.
Ti ho seguito spasmodicamente per anni, vedendoti in concerto per i miei 18 anni nel tour di quello splendido disco (lo dico ancora) che era Sopravvissuti e Sopravviventi, menavi anche, il suono era massiccio, ero sempre lì lì per dire “oh a me piace Ligabue” ma alla fine lo sapevano in pochissimi.
Visto che ci siamo tiriamoli fuori tutti gli altarini, ho iniziato a suonare la chitarra suonando le canzoni tue, le sapevo fare tutte quelle dei primi 4 dischi, sicuro attaccassi il jack saprei suonarle ancora. Molti rideranno e diranno che tanto le scale sono sempre le stesse e forse diresti anche tu lo stesso, ma chi se ne frega.
Non ti ho difeso, e in fondo, ho avuto poco rispetto di conseguenza, per me e quello che pensavo. Credevo fossi la bruttina che lasciala lì. Un codardo, e un po’ me lo merito sto senso di colpa.
Pensa che sabato sera sono andato con un mio amico, uno che posso dire che mi conosce abbastanza bene e oh, neanche a lui ho avuto il coraggio dire che fino al quarto disco “copro tutto”. Cioè io so che Braido ha suonato A che ora è la fine del mondo e mi ricordo ancora la copertina del Mucchio col tuo ritorno dopo i Clan Destino. Questo è perchè Luciano eri la bruttina ma sapevo anche come mangiavi a ricreazione anche se gli altri mi portavano da un’altra parte.
Oggi Luciano non sei più la bruttina, e non hai più bisogno di me, nè io ad un certo bisogno ho avuto più bisogno di te e dei tuoi dischi. Non abbiamo fatto qualcosa di cattivo nessuno dei due, le strade semplicemente si dividono e senza rancore. Ogni volta che esce un tuo singolo lo sento, lo ascolto e molti (giuro) mi piacciono e parecchio.
Per dire, una canzone tipo Il centro del mondo è una di quelle che (testo a parte) mi fa pensare e capire che quella bruttina lì ora, dopo anni, piace a tutti. Ci sono stadi di persone a farle il filo e ad aspettare solo che esca di casa.
Ecco Luciano, in molti ti scambiano per la sintesi del piattume, per me sei un altra cosa, un qualcosa che continuerò sempre ad osservare, da un passo più lontano di prima, a sorridere se non ti vedo cambiato e a ricordare che a ricreazione, quando mangiavi la pizzetta e ti guardavo, beh, mi cambiavi le giornate.
Ciao
Giorgio.

Ho letto il post di Margherita una ventina di volte. Alcuni estratti anche trenta, ho girato e rigirato le parole per trovare un alibi ad un reato di cui mi sono sempre macchiato (se per sempre vogliamo intendere un periodo di una ventina d’anni) per capire poi che non c’era alibi. Perchè non c’era reato.
Avere 23 anni oggi è dura, durissima, soprattutto per chi da sè si aspetta un livello di vita dignitosa, almeno che non vada contro i propri principi di vita, di moralità. Averli 12 anni fa era quasi lo stesso. Quasi perchè tra oggi e 12 anni fa cambia l’isolazionismo dell’oggi e la socialità sessantottina del fu. Perché oggi é sì tutto un po’ più pratico e facile, più breve nel tragitto tra idea e traduzione in risultato, ma 12 anni fa pur sentendoti vecchio, allo stesso modo c’era il gusto della scoperta a carissimo prezzo (e incerta) da lasciarti lì a volte a sentirti l’Indiana Jones di te stesso. Fermo anche in mezzo a un cataclisma.
Io ero fuori dall’Hotel Raphael a sventolare le mille lire e io ho preso le sassate dagli autonomi e me le sono giurate con quelli della FIGC nelle occupazioni di scuola a 18 anni. Trovarmi a 23 con la fidanzatina, le polo e l’università dei figli di papà (fuori corso anche in questo) mi faceva sentire allo stesso tempo un vecchio traditore di me stesso. Uno che su quello che era ci stava sputando ogni mattina ogni volta che apriva bocca e si riempiva la mente di Keynes e zero couponb bond.
Prendevo la laurea in quanto di più lontano dalla poesia e i presupposti di una vita che volevo fosse tutta una lotta, contro la famiglia, il sistema, contro tutto, anche contro me e i miei principi avessi mai finito l’elenco dei miei nemici.
Mi sentivo come Noel Gallagher e la sua chitarra, sentivo i Nirvana e i Pearl Jam. Quando leggevo “drop the leash we are young” ci credevo veramente a sovvertire tutto e a pagare il pezzo più grande.
Ecco, la chitarra di Noel Gallagher è un segno di qualcosa che nel tempo è cambiata, e come la teneva lui un mio approccio alla vita. Da una vita passata da semplici accordi, pochi ma giusti, suonati con compostezza e rudezza come chi non ha bisogno delle lezioni di nessuno le cose si sono complicate qualche abbozzo di assolo qui, qualche effetto là, un capello un po’ più lungo e un atteggiamento più guascone fino a volte a cambiare la Supernova per che ne so, una Fender Jaguar. Provare a tornare ad essere i Nirvana a trent’anni, per capire praticamente subito che quel genere di vita lì, era finita e che non aveva più un senso portarla avanti.
Suona triste lo so, ma a 35 so che a 23 per forza si dice che i compromessi sono quanto di più contrario alla propria esistenza, quanto di più lontano dalle proprie aspirazioni. Dicevo che avrei portato sempre i capelli come volevo e che non avrei mai messo una giacca e una cravatta.
Ora vado a volte a lavoro in giacca e cravatta e come trasgressione ci metto le Vans sotto. Il mio tocco da 19enne che non si faceva problemi ad essere sospeso e che oggi, lo so, sembra ridicolo.
Ma questo io posso.
E non è un senso remissivo o disilluso. Io ci credo ancora, io non ho mai smesso di crederci che tutto questo un giorno lo considererò inutile. La depressione, i tradimenti, la tristezza e i dolori, l’analisi e la fine del tunnel.
Forse.
Perchè questo ho imparato dalla vita, in questi 12 anni, che purtroppo dall’assolutismo si deve prendere in considerazione il “forsismo”, l’idea di incertezza, sul lavoro, i sentimenti, la casa, la vita la famiglia. Tutto.
Niente è per sempre, niente è purtroppo per sempre.
E io dico a te Margherita, che avessi avuto 23 anni avrei scritto qualcosa dai contenuti simili ai tuoi (lo stile ovviamente sarebbe stato carente rispetto al tuo) e leggendoli oggi, ci ho creduto come fosse ieri.
Ma è l’incertezza che fotte tutto, questo forse lo sai già, l’incertezza che spinge a smottarsi come fossi i sanpietrini a roma sotto gli autobus. Si lisciano sempre di più e si spostano di frazioni di centimetri ma sono sempre lì.
Loro e i loro bambini se ne vorranno avere. Io, per dire, sono uno di quelli che mettevi davanti al piatto quella parola e diceva “no grazie, passo”, ora, sia come sia, vada come vada, è una necessità. Il mio battere i pugni sul tavolo per reclamare qualcosa di decente per me. Senza pensare a tradimenti di quel me. Ora sono così e non sono mai più stato uguale a me stesso, tolti i miei principi.
E non avevo nonni che mi facevano discorsi profondi, erano gente semplice e mio nonno copiava le risposte della Settimana Enigmistica dall’enciclopedia. Sapevamo tutti che lo faceva eppure continuava ad aprirla di nascosto da noi.
Ecco io un’enciclopedia non ce l’ho sottomano eppure sento che alla fine, farcela è solo una questione di aspettare che tutti siano in un’altra stanza.

Informazione di servizio, questo blog torna ad avere un twitter (nella fattispecie il mio – GiorgioP).

Qui

Faccio pace col cervello, lo so lo so.

Fa caldo, caldissimo e sono iniziati i Mondiali. Voi ci credete se io vi dico che ancora non mi sono visto una partita? Non vi frega niente? Avete ragione.
Oltre a fare caldo e oltre ai Mondiali nella mia vita di tutti i giorni è da un anno che sento parlare de “La canzone dei mondiali dei Cat Claws”, vi giuro che a un certo punto era diventata una chimera del tipo “a Roma non muoiono mai i cinesi” o “a Roma da quando ci sono i ristoranti cinesi non si vedono più gatti in giro”. La differenza con la chimera è che però la canzone dei Cat Claws è viva, vera ed è qui. Ed è 90 Minutes, canzone che se per caso seguite la Gialappa’s sarà la colonna sonora pre-partite dell’Inghilterra.
Non solo, le mani in pasta non sono quelle del noise, del rock e del (a suo modo) post punk virato in pop, ma anche del Radion che contribuisce col suo lato clubbing e pop con citazioni allo stesso tempo di Madonna e del noise più becero e storto. Insomma roba che ci piace.
Parlando di cose più concrete e musicali è un succulento anticipo di quello che è un attesissimo ritorno a due anni da quel Magic Powers che qui fu riconosciuto tra i dischi italiani migliori dell’anno, un ritorno che speriamo più rumoroso verdeum o grigium (toccherebbe chiedere a Caizzi) che mai.
Ah ovviamente esce per 42records, sempre più garanzia per le nostre orecchie.

Su segnalazione di Federico Bernocchi viene proposta anche un’altra diciamo così “ispirazione” grafica, il termine di paragone principale è uno dei più grandi dischi post-hardcore della storia (e dei secoli amen) Jane Doe, dei Converge, il copycat del caso il greatest hits di Giorgia. Sì la nostra Giorgia. Sconvolgente, ai limiti del plagio. Me ce la vedo a fare lo screamo.

jane

La copertina del disco nuovo di Anouk (rendetevi conto delle condizioni della discografia mondiale, ANOUK)  ricorda vagamente la copertina di uno dei capolavori – culto dell’ultimo decennio.
I Get Wet di Andrew WK.
Iniziamo a dire che oltre a scarseggiare le idee musicali iniziano a scarseggare anche quelle dell’area grafica/marketing?

awkanouk

Che i Black Eyed Peas siano un parto naturale del pop post duemila è a questo punto un dato di fatto, quasi incontestabile. Possono piacere o meno però la capacità di mashare generi, pezzi di roba, slang metropolitano, hip hop e cinema del gruppo è la cosa più rilevante e sicuramente tra le più importanti del pop dei giorni nostri, perchè ad un certo punto è innegabile quando il pop sembra avere detto tutto scopri che ti stavi per perdere qualcosa
Diceva qualche giorno fa Emmebi riguardo il loro singolo I Gotta Feeling

altro non è che un efficace aggregatore di potenziali standard per cori da stadio

Niente di più vero e prima lo capiamo e prima prendiamo contatto con quello che potrebbe essere il pop. Un passo dopo Midnight Vultures di Beck da una parte un passo oltre Future sex love sounds di Justin Timberlake. Un qualcosa di diverso, un qualcosa che rispecchia in pieno gli ascolti smozzicati di mp3, myspace. Un mashup delle vostre 8 ore davanti al pc. Da Frank Sinatra ai Sex Pistols per capirci. E loro, forse questo l’avevano capito 30 anni fa. Il pop, il rock non hanno frontiere e se le hanno sono fatte per essere abbattutte.

Detto questo per l’inaugurazione della 24a stagione dell’ Oprah Winfrey i Black Eyed Peas hanno deciso di battere il record per il più numeroso flash mob del mondo. 21000 persone, ok? 21000.
Con quel brano lì, la sintesi perfetta della blackness e della whiteness. Un go down umano impressionante e di enorme impatto visivo. Potevano farci il video, dubito non l’abbiano fatto. E noi che ci eravamo fermati a bocca aperta per le palline colorate della pubblicità del Sony Bravia
Il mondo va avanti, il pop anche e soprattutto anche per queste cose. Perchè diciamolo dai, chiunque pur odiando i Black Eyed Peas quando parte sta canzone rimane bloccato per 3 minuti e nella migliore delle ipotesi batte il piede.
Nella peggiore balla, ovunque si trovi. Magari all’ Oprah Winfrey Show
Party everyday p-p-p-party everyday

Comunque qui il video (che inizia dal minuto 2, esclusa la presentazione, per trovarlo in HD una faticaccia). Un consiglio solo, guardatelo solo se potete alzare il volume, che sennò non rende

Qui dall’alto, non fosse chiaro l’effetto

dary!!
Dopo un mese di vacanza (ok, cinque settimane ma siamo lì) si torna in radio, frequenza è la stessa Radio Città Aperta se si usa lo streaming online, 88,9 in FM per chi invece abbia voglia di ascoltare in analogico.
Non è Walk this way!
No.
Fugo immediatamente il dubbio da un qualsiasi tipo di pensiero balordo, o equivoco, io ed Emiliano Colasanti non abbiamo ancora deciso di fare come John e Paul (o Kobe e Shaq, o Al Bano e Romina, o Cochi e Renato), quindi la coppia della trasmissione più fortunata e fregnona della radiofonia italiana rimane immutata.
Sarà un qualcosa in “attesa di” Walk this way, che tornerà nel suo massimo splendore e con qualche novità i primi di ottobre. Ma di questo ne parleremo poi.
Per ora c’è Gimme Five. Perchè come Jovanotti agli albori che si affiancava come risposta maccheronica ai RUN DMC saremo noi stessi in maniera del tutto autoreferenziale una versione light della nostra cara e amata trasmissione madre.
Quindi?
Niente collegamenti, più musica, le minchiate dette rimarranno per lo più su uno standard da cui non riusciamo ad allontanarci (per natura più che per impostazione).
Ah e soprattutto un orario nuovo.
Dalle 21, così vi mandiamo di traverso la cena.

Io non lo so se quello di ieri era un concerto d’addio, ci credo poco, pochissimo. Però sulla carta lo era, l’ultimo concerto (almeno a Roma, conseguenza della tournee d’addio) dei Nine Inch Nails.
Chi scrive questo è GiorgioP, poi magari il post verrà aggiornato con la visione di Pistakulfi a seguire. Quindi, ma non credo avrete una visione completa della cosa.
Premessa l’idea che liquidare gli Animal Collective con un sempre bravi, sempre belli, sono riusciti a far battere le mani anche al popolo industrial, gente che (e fidatevi che li conosco tutti uno per uno, anche se è un modo di dire) di suonetti e coretti alla Beach Boys v’assicuro ne hanno un ricordo delle medie, e neanche lo so. Comunque dicevo, Animal Collective gruppo che conferma le bellezze dei propri lavori in studi. Anche se messi alle sette di sera in effetti sono stati penalizzati.
Che i Tv on the Radio fossero il gruppo che attendessi alla prova del live (dato che non li avevo mai visti) era lecito, che alla fine ne rimanessi soddisfatto a mezza bocca un po’ meno, anche se era preventivabile. Live diventano un gruppo sporco, sporchissimo, non voglio dire che alcune canzoni arrivano a mostrare la propria faccia hardcore ma quasi garage sì. Sì che parliamo di volumi non tarati sulle frequenze giuste per la loro miscela di black-wave e sì che la situazione richiede magari un concerto un po’ più muscolare del previsto, ma a un certo punto pare quasi che i muscoli prevalgano su melodie, arrangiamenti ed interpretazione stessa.
Arrivare ai Nine Inch Nails dopo una quasi ora di cambio palco è snervante, iniziamo tra le file a giocare a “indovina il motivo dell’annullamento del concerto”.
Il concerto c’è. Ed è qualcosa di veramente grosso. Io lo immagino Reznor che entrato nei quaranta si è definitivamente scocciato di presentare live qualcosa che a conti fatti era scritta da un’altra persona. Ecco, io forse ho interpretato l’addio con Reznor che non ha più voglia di vestire i panni da Reznor. Sentite i testi vecchi. Sentite i nuovi. Two worlds apart.
Il concerto non delude, per niente, i fan hardcore, sbuca una Mr. Self Destruct, su cui stare in piedi è un vero problema, (come Gave Up e March of the pigs annunciata da uno “c’mon pigs!”) il concerto è la più alta espressione di cazzodurismo in anni, scaletta che saccheggia The Downward Spiral, The Fragile e Pretty Hate Machine e che lascia un po’ indietro With Teeth e Year Zero. Mai una sbavatura, la perfezione del suono e dell’interpretazione che fa sì dire subito “c’erano sotto le sovraincisioni e le basi”. A dieci metri dal palco però vi assicuro che il 98% del suono proveniva dai 4 (leggasi quattro che sembravano 46) sul palco.
Formazione ridotta all’osso, come a dire i Nine Inch Nails sono un’idea sempre più ridotta all’osso. Sempre più scarnificata dagli orpelli del goth e della wave (e con tutto il rispetto ringraziando iddio di gente ridicola sotto il palco ce ne era poca), ora il gruppo sale sul palco in bermuda e camicia a maniche corte, niente fango (è lontana Woodstock) niente tute e salopette da operaio della rhur.
Oggi i Nine inch nails sono muscoli e sudore, tirati e sforzati verso l’esaurimento di qualcosa di enormemente grande che come tutte le cose grandi e di cuore trovano la bellezza nella loro fine.
In una Hurt che veramente per la prima volta si apprezza più per la sua bellezza che per il suo masochismo.

Eviterò qualsiasi forma di madeleine per scrivere di ieri, del concerto di Springsteen allo stadio Olimpico. L’ultima volta che ci sono entrato, allo stadio Olimpico era forse un Roma Parma. Millenni fa.
Per vedere un concerto non ci sono mai entrato. Sul prato neanche a parlarne. Premesso che si era lì per un motivo tutto tranne che sportivo (cioè c’era sudore, puzza, truzzi e gente da stadio ma mancava il pallone) per la prima ora abbondante ci si guarda intorno come ragazzini di sei anni e di capire perchè da ragazzini sul tema “che vorresti essere da grande” scrivevi “Falcao”.
Sto divagando.
Non è mia intenzione mettermi in nessun tipo, dicevo, di introspezione o di punto di vista di quello che “sente Springsteen da bla bla bla anni e non l’aveva ancora mai visto” e amenità simili. No.
Mi metto più che altro nei panno del cyborg di Blade Runner, serie ho visto cose che voi umani..
Tipo ieri sera ho visto un sessantenne entrare sul palco e salutare uno per uno altri sei presunti ergastolani sul palco come se non li vedesse da tre mesi, baci e abbracci a tutti. Ho visto Badlands che vincendo scommesse a mani basse diventa popporopopporopo, io lo sapevo. I know my people, dico. Non mi credevano.

Ho visto una bambina di sei anni cantare Waitin for a sunny day, ma era americana, non vale e un bambino, presumibilmente tentare di cantare sul palco Hungry Heart. Bambino, mentre cantavi Springsteen col pollicione ti faceva “tutto ok”, se tua madre fosse stata d’accordo t’avrebbe anche adottato lì per lì.
Ho visto Atlantic City/Thunder Road/The promised land fatevi un giro, trovate un chicchessia che abbia tre canzoni così e poi venite semmai a sdrumare i maroni con l’indie e le altre amenità da giornaletto parrocchiale. Perchè se Springsteen è una cattedrale il resto si riduce a parrocchia, e pure un po’ sgarrupata come dicono i guappi.
Ho visto salire sul palco Mamma Adele che faceva la segretaria e che grazie a Dio ha detto al figlio “vai in giro con gli ergastolani degli amici tuoi e vai a suonare”, mi immagino la prima volta che è entrato in quella casa Steve Van Zandt e Clarence Clemons. Il servizio buono quando sono usciti sicuramente si è ricontrollato se era ancora tutto al suo posto.
Ho visto Clarence Clemons un po’ the Undertaker un po’ il protagonista di Jeepers Creepers, fare dieci metri dieci in tutto il concerto. Le unghie con lo smalto d’oro. Chissà se si incazza Clemons che succede.
Ho visto one of the most adorable MILF ever seen in life, ovvero quella che dal vivo occupa il posto in casa palco Springsteen di Patti commessa Scialfa. Che probabilment è rimasta a casa a controllare che i figli non la vendessero.
Ho visto arrangiamenti imbarazzanti, ma non fa niente perchè poi partivano Atlantic City e Outlaw Pete. Working on a dream è stata imbarazzante, ecco, quello sì, ma tre ore di concerto.
Ho visto tutto intorno a me diventare a botte il 1960 con Pink Cadillac o il 1970 con Bobby Jean.
Ho visto The Rising che è una di quelle canzoni che ho sempre amato odiare ma dal vivo è una di quelle per cui ti viene voglia di prendere la cittadinanza americana. Tipo subito.
Ho visto la Mamma Adele di cui sopra salire sul palco, mi ero dimenticato e ballare la quadriglia con la zia del figlio, su American Land, presente la sagra di paese, ecco. Poi ho visto Little Steven che finita la canzone ha accompagnato fuori le signore e Springsteen che a gesti le spingeva fuori come un bambino che chiude la porta in faccia alla mamma perchè “l’ultimo pezzo e poi vengo a cena”.
Ho visto la scena dei cartelli, che per chi non lo sa è il momento in cui la gente alza scritte con la canzone che vorrebbe sentire e ho visto alzare il cartello di un’amica e scrittrice di questo posto con scritto “I’m getting married in one week. I’m on fire”. Ho visto me stesso impazzire quando Springsteen ha alzato quel cartellone e dire 1, 2, 3 e cominciarla.
Ecco io non so in che condizioni mentali sarei oggi per una cosa così. So che era bello vedere Irene a fine concerto, di quella contentezza che davvero capita una volta nella vita.
Ho visto Springsteen prendere una ragazza dal pubblico e ballarci Dancin’ in the dark e ho visto con commozione l’incredulità di qualcuno a cui si materializza tra le braccia un sogno. Un qualcuno che in una giornata di luglio per 12 ore abbondanti ha atteso quel momento sotto il sole, essere presa in braccio e non battere mai le palpebre “perchè quando ti ricapita” che hai la faccia a 30 cm da quello lì e ho visto lo stato confusionale di non capire una parola che è una e dire solamente “i love you, i love you” e mollargi un bacio vicino all’orecchio. Non si laverà per tre mesi. Ragazza, sappi che siamo tutti con te.
Ho visto Morozzi, a fine concerto con la stessa faccia felice di tutti noi, tutti. Un po’ l’invasione degli ultracorpi al contrario, degli ebeti felici. Settantamila o quanti sono stati.
Con la certezza che cose così passano una volta nella vita. Anche se sembrano una festa di paese.

Ps qui il report di Emiliano

we will party hard

E’ con questa frase che sono entrato nell’affascinante e unico mondo di quel personaggio dal nome Andrew Fetterly Wilkes-Krier.
In arte Andrew W.K.
2001, se non sbaglio e al tempo tra gli errori di giovinezza che si possono compiere c’era che il giovedì aspettavo dal giornalaio che arrivasse NME, non chiedetemi perchè ma è così.
Inutile dire che il giornale in sè nonchè tutte le sue ispirazioni musicali erano spunto per chi scrive, alla scoperta compulsiva della next big thing e dei nuovi Strokes.
Andrew W.K. mi rapì subito, dalle foto. Non aveva un abbigliamento hipster, maglia bianca da pizzaiolo, pantaloni bianchi, capelli unti. Sembrava uscito da un qualsiasi gruppo metal del momento (era ancora alta l’onda del numetala) e non capivo cosa c’entrasse con tutto quel popò di indielavanderia.
Mi avvicinai al suo singolo. Party Hard.
E a quella frase che dà il titolo al post.

Ora, condivido pienamente l’idea letta da qualche parte (mi si perdoni se non ricordo dove *) che la prima volta che si ascolta AWK sono due le cose:

- o si spegne il supporto che lo sta suonando, si prende il cd e lo si spezza in quattro parti uguali, gli si dà fuoco e lo si sotterra sotto un salice centenario e e con le spalle al mare si implora Dio e Manitù di essere perdonati

- si scende in strada e per la botta di adrenalina si sale sui cofani delle macchine e a forza di martellate si sfasciano i parabrezza.

Diciamo che l’impatto non è stato il primo. Almeno per me.
Da quel momento per circa tre anni (e tutt’oggi) considero I Get Wet il disco che ha cambiato totalmente la mia idea di: divertimento, ironia, adrenalina e musica.
E sostanzialmente mi fa dividere il mondo in due macro gruppi:

- sei con AWK

- non sei con AWK

Con forte impulso al razzismo nei confronti del secondo gruppo. La colpa è vostra, quindi, non mia.
Detto ciò iniziai ad usare il disco a mò di antidepressivo e mi resi conto che funzionava, della serie “come puoi sentire una canzone del genere e stare a flirtare con le sfighe del mondo?”.
Deve essere stata una concezione comune perchè da quel momento e nell’ultimo periodo (diciamo tre anni) quello che viene dai più riconosciuto come un irriducibile cazzone ma col cervello inizia a girare per le università americane con la bocca piena di discorsi motivazionali.
Una cosa così

Questo sembra essere un abbozzo di un personaggio direttamente uscito dal video di Fight for your right (to party) dei Beastie Boys, incrociato con i Twisted Sister e che alla fermata dell’autobus per passare l’incrocio legge Hesse e manualistica spicciola da DIY. Ma funziona, funziona talmente tanto che inizia anche a fare uno show televisivo dal nome Your friend, Andrew WK, una roba di MTV2 in cui rispondeva a lettere di gente con problemi, insomma. Siamo nel 2004 e il mondo è suo. Almeno per i giusti che lo seguono, il personaggio dimostra di essere non cartapesta dello show business ma un poliedrico dispensatore di sè stesso.
Musicalmente parlando inoltre buona parte dello star system alternativo inizia a sdoganare il personaggio a 360°. C’è ben oltre i Twisted Sister insomma, vedi i Wolf Eyes, vedi il disco prodotto a Lee Scratch Perry, vedi la collaborazione con Bonnie Prince Billy.
Sì quel Bonnie Prince lì (al piano)

Insomma, stiamo parlando di uno che nel suo piccolo ha cambiato l’idea di essere un personaggio musicale, una persona che come dicevo poco sopra dispensa, emana sè stesso levando il tappo per tutto quello che ha da dire ed il mondo musicale sembra ormai riconoscergli un ruolo, anche in questo.
Un ruolo che fino a poco tempo fa era consacrato a personaggi tipo Henry Rollins. Per dirne uno.
Da qui il suo ritorno Destroy, Build, Destroy: una specie di Kids’ game per Cartoon Network in cui il nostro, affiancherà adolescenti a distruggere macchinari, prenderne gli scarti e gli elementi base e costruirci macchine da distruzione. Una roba così.
We will party hard, insomma.

Sempre su Andrew W.K.

Valido su Sterogram
L’intervista di Francesco Farabegoli su Nero
* stranamente la frase era sempre di Valido

 

6- Neil Young
Trovarsi di fronte a un mostro sacro come Neil Young è per forza di cosa emozionante, a prescindere dal fatto che uno ami il rock o la techno. Parliamo di qualcuno che come Obama unisce i popoli nella comune fratellanza.
Si presenta sul palco vestito (a suo modo) da sera. Camicia bianca e jeans, giacca nera con righe bianche e inizia il suo personalissimo show. Il cartellone del festival nel doveroso rispetto di sua altezza in quel momento non propone null’altro e scivola via una cavalcata rock che va a raccogliere moltissimi dei suoi classici (Hey hey my my sparata praticamente subito) resi ancora più enormi da una presenza scenica per nulla scalfita dagli anni che passano. Chiusura con A day in the life dei Beatles e strappo delle corde della chitarra. Unico neo il numero di persone che ormai a quel punto affollano il festival (da me non calcolato al momento) che rendono quasi invivibile la cosa. Ma è Neil Young, e probabilmente è inevitabile tutto questo.

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7- Lightning Bolt
Mi ci sono avvicinato nella quasi totale ignoranza, spinto dalle vampate di suono che provenivano al palco da cui stavo ascoltando i Vaselines. Mi ci sono fiondato e il duo composto da bassista e batterista (inquietantissimo con una maschera con microfono incorporato) hanno proposto un live furioso fatto di potenza rock e violenza rave. Ritmi furiosi e per nulla devoti a un genere unico. Un pout pourrì di generi che subito ha mandato nella furia del pogo la folla e che ha aperto gli occhi a chi, come me, raramente si è trovato di fronte a qualcosa di simile. Inavvicinabili per impatto in questo festival

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8- Fucked Up
Con i Lightning Bolt il vero concerto -core del festival. I canadesi sembrano un’armata Brancaleone tra ragazzini sul palco, una bassista che sembra la zia del gruppo a fare da guida a una gita e il frontman Father Damian a dominare totalmente la scena. Parliamo di hardcore, strillato e di stampo A Minor Threat accordi apertissimi e ruvidi fatti per il pogo e poco altro. A tratti si sente qualche spunto wave nelle intro ma è solo una parentesi in un mare di sudore. Damian si fa tutto il concerto tra la gente che rimarrà ad abbracciare a fine concerto e concede qualche siparietto alla “assassino del silenzio degli innocenti” (cazzo in mezzo alle gambe) e culo di fuori (e cazzo mostrato alla bassista). Io mi commuovo sempre quando vedo cose così. Sì che sono vecchio ma di fronte all’autenticità di tutto questo non si può che sorridere e sentirsi meno soli.

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9- Sonic Youth
Anche se il disco non mi ha pienamente convinto (“a che serve un disco così”) ho trovato la mia risposta nel loro live, quadratissimo e votato anche qui allo spirito dell’harder faster. Scaletta tirata con brani proposti per lo più da The Eternal (appunto) che dal vivo prendono una piega diversa, più ruvida. Più Sonic Youth. Kim Gordon al centro della scena stasera si prende il ruolo di front-girl cantando la maggior parte delle canzoni, maglietta bianca lunga, pantaloncini neri e calze strappate. Cinquantasei anni. E la coscienza che certe cose sono nate solo per essere “Sonic Youth”. E punto.

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10- Alela Diane
Oh il genere molto probabilmente lo troviamo affascinante solo io ed Emiliano Colasanti ma all’uscita non trovavamo parole minori di “bellissimo”. La cantautrice sale sul palco e presenta il padre e sembra di stare da subito a un festival di redneck, poi sale una sua amica corista (e lì mi scappa la battuta “sì e ora anche l’amministratore del condominio), poi a completare l’opera un bassista e un batterista che sembrano usciti scongelati dagli anni 60, pantaloni a zampa, canotte viola attillatissime e ci si trova proiettati in un altro mondo fatto di canzoni root folk come da tempo non se ne sentivano (almeno con quell’attitudine lì). Senza tanti fronzoli, puro e semplice traditional spirit. Bellissimo e a suo modo commovente. Ps per chi avesse voglia di snobbare si rendesse conto che metà dei riff richiamavano alla mente canzoni di Sky blue sky dei Wilco.

alela diane

Fermarsi a parlare del Primavera Sound è una cosa che prenderebbe tanto, tantissimo tempo. Che indubbiamente innescherebbe un discorso riguardante innanzitutto il valore che nel nostro paese ha la musica alternativa (persa tra una dimensione assai limitata e logiche da quartierino abbastanza noiose) sia la conseguente cultura dell’ascoltatore medio sia (e non per ultimo) la logica degli spazi destinati ad eventi di una certa portata.
Ma su questo credo si possa noi tutti poco, sul resto, beh sì.
Detto questo è il mio secondo anno al Primavera Sound festival che va a raccogliere la crema della musica alternativa del momento (più spesso e volentieri succose reunion di quelle che fanno contento chi ne sa) il posto è Barcellona e il posto di Barcellona è il Forum, area dedicata ai grandi eventi a ridosso del mare. Poesia pura insomma.
Il report della quattro giorni (compresa l’apertura del 27) sarà strutturato così: ora i dieci migliori live, a seguire un post riepilogativo (a minestrone) di tutto il resto.
L’anno prossimo, se potete, veniteci anche voi.

1- My Bloody Valentine
Non è che mi servissero particolari motivi per tornare al Primavera ma appena saputo del live dei My Bloody Valentine diciamo che non ho più temporeggiato nell’acquisto del biglietto.
Vedere il loro live a dieci metri dal palco (quindi di fronte alle casse) è qualcosa di autenticamente doloroso, vuoi per l’attesa di anni vuoi perchè i decibel erano da sangue dal naso; il fatto è che però dal vivo si parla di un gruppo che è per come lo si è sempre immaginato, immobile, emana un’onda di suono, feedback e voci sotterrate dagli amplificatori. E’ la definizione del masochismo del pop. Della coscienza che certe canzoni sono nate anche per fare male, anche fisicamente e dal vivo sono suonate impeccabilmente da quattro personaggi mai scomposti, fermi sulle loro gambe e che alzano la testa solamente per cantare o minacciare di botte il fonico.
Se avete chiaro in testa cosa possa voler dire una frase come “emozioni della vita” immaginate bene di cosa sto parlando

mbv
2- Zu / Dalek
E non è una questione di orgoglio romano, è vero e basta che gli Zu si sono conquistati (convincendo) un post di assoluto rispetto che travalica ormai i confini dei “pochi appassionati” e dello jazz-core. Vederli dal vivo con un live che tendenzialmente era molto simile a quello di qualche mese fa al Circolo degli Artisti acuisce solamente la forza con cui si crede che le distanze tra quello che esce da questo paese e il resto del mondo non sono incolmabili (per quello che passa il convento poi aspetteremmo anni) se si ha qualcosa di importante da mettere sul piatto e lo si propone con classe e determinazione. Gli Zu sono un’autentica macchina da guerra del ritmo, Battaglia Mai e Pupillo padroneggiano la materia da maestri, senza paura e sbavature.
Il concerto, aperto da Dalek e i suoi splendidi beat oscuri e dalle tinte dark apre il festival (il giorno prima nel mezzo dei festeggiamenti per la vittoria della Champions League del Barcellone) è davvero una roba a cinque stelle. Una roba di quelle per cui si parlerà a lungo, anche non solo da noi.

3- Bat For Lashes
Uno dei live da me più attesi (anche e soprattutto sull’onda dell’ottimo Two Suns) non smentisce per nulla. Natasha Kahn e il suo gruppo ripropongono i suoni tardo 80 dell’ultimo lavoro in maniera decorosissima e molto ma molto conservativa (per il genere).
Può sembrare un difetto ma vi assicuro che per un genere come l’electro pop anni 80 è facilissimo cadere in rappresentazioni o molto poco credibili o pacchiane. Il live di Bat for lashes invece ha senso della misura, divertimento e non ultime le canzoni a renderlo un ottimo live che accende gli animi e la malinconia fino alla inevitabilissima Daniel in chiusura.
Note, io non lo sapevo ma sono stato felicissimo di sapere che nel gruppo live fosse presente Charlotte Hatherley (ex Ash)

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4- Shellac
Già l’anno scorso fu a detta di molti “il live” del festival. Lo è stato e sicuramente molto, di livello quest’anno. Il trio di Chicago si presenta ovviamente con il piglio del gruppo stronzissimo e di levatura che ha la faccia di non volere concedere nulla a chi sta sotto il palco. Ma alla fine il velo cade sotto le mosse caracollanti di Weston e gli scatti di Steve Albini. Scaletta impeccabile, immediata e con un’impronta fortemente post hardcore sbattuta lì, dritta in faccia.
Scene collaterali: mezzo cartellone del festival che era a bordo palco a seguire il concerto (Natasha Kahn/Bat for Lashes, Fucked Up e Jesus Lizard), Todd Trainer che a un certo punto stacca il rullante e inizia a girare sul palco minacciando gente e il finale da applausi con annesso smontaggio della batteria stessa.
Fino a che non avete visto live gli Shellac tendenzialmente non sapete cos’è un live. Per me è stato quasi toccante rivederli dopo la mia prima, quasi dieci anni fa.

shellac
5- The New Year
Una di quelle cose che si sono segnate appena letto il cartellone e che si è giurato da subito non si sarebbero mai perse per nulla al mondo. La creatura dei Kaneda bros vive il suo splendido live all’Auditori (vedi il discorso sopra degli spazi) dove trova probabilmente la collocazione ideale per il suo slow core fatto di poesia e di cuori rotti. Si sospende tutto per tre quarti d’ora e si va in apnea in un live dolorissimo e intenso, che passa in rassegna gran parte del loro ultimo omonimo (una delle cose migliori dello scorso anno nel genere e non solo) con la delicatezza e la compiutezza che solo i grandissimi gruppi hanno. Si vorrebbe bene alla gente per molto meno di qualcosa di questo tipo. Figurarsi dopo averli visti ed esserci quasi partiti per.

[continua]

Il tempo di svegliarsi e scrivere un bel po’ e si parlerà di Primavera. Un attimo di pazienza

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No, è estate, ma per noi (almeno un paio di noi di qui) è Primavera

Trent Reznor, Peter Murphy e Tv on the radio – Dreams

Ok, è un tantino pretenzioso e fuori misura come titolo ma domani, 18 aprile sarà il Record Store Day, una roba che nella pratica vuol dire poco ma in sostanza è un un piccolo segno che vuol dire molto.
Si chiede in pratica a voi, me, tutti, amanti della musica (o semplici ascoltatori) di entrare (perchè si suppone che è da un po’ di tempo che non lo facciate) nel vostro negozietto di dischi di fiducia. Vi ci facciate un giretto e magari, perchè no, scartabellando tra vinili e cd compriate qualcosa.
La premessa alla base di tutto è che il “vostro negozietto” esista ancora. Sì, perchè in epoca di download, di cecità discografiche e di distribuzione sono proprio loro, i negozietti, quelli che si prendevano le nostre paghette da ragazzini accumulate settimana dopo settimana i primi a non esserci più.
Da qui il giorno dedicato al vostro negozietto di fiducia. Un segno piccolo, minuscolo che in parte sensibilizza gli animi nei confronti dell’”arte di vendere dischi” che è ben diversa dall’attuale “arte di disporre i dischi in vetrina” e che sta scomparendo piano piano. Perchè da una “figata di lavoro” è sostanzialmente divenuto un lavoro per kamikaze, coraggiosi, gente che ha voglia di rovinarsi in qualche modo la salute e le finanze. Spinti dalla sola passione, non è poco.
Domani quindi un giorno puramente simbolico, il giorno in cui tutti quei negozi e non i soliti megastore magari avranno un po’ più di gente che passa a salutare, a ricordare, e magari riprendere uno di quei dischi presi con la paghetta di dieci anni fa.
Perchè scrivere questo post, quindi, tolta la dichiarazione d’intenti.
Magari per farne un contenitore, per aprirlo ai vostri commenti e magari segnalare il vostro negozio di fiducia, dove è (dove era) e magari se domani ci tornerete. Sarebbe bello se i commenti diventassero una mappa, insomma. Anche dei ricordi
Io, per inciso, sarò a Torino, e un giro a Les Hyper Sound di via Rossini non me lo leverà nessuno. Se state a Roma un consiglio, passate da Radiation Records (uno dei più completi per quello che riguarda indie, black, hardcore-punk e funk) o da Hellnation (autentica patria dell’hardcore), o magari se siete dalle parti di Frosinone andate da Marco, nel suo negozio Nord Ovest che a quanto pare ha anche organizzato un qualcosa di speciale per le vento.
E voi, insomma, che farete..

Quando ho visto l’immagine qui sotto è stato un attimo ma mi è passata davanti tutta la vita. Senza avere tutta la vita davanti.
Subito dopo mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e il perchè non lo so, o almeno mi sono detto “non lo so” pur sapendolo. A un consistente numero di anni è cosa più logica e immaginabile realizzare che i sogni, in qualche modo, finiscono, e che se proprio non si riescono a cancellare si comincia a dare loro il giusto peso. Che è una cosa tristissima, davvero, ma che essenzialmente dovrebbe portarti in una terra chiamata ragione, vita reale, transizione verso il mondo adulto.
Ecco io sta roba qui non volevo farla, non ne avevo voglia, per nulla, non mi andava, e Calvin & Hobbes era (come i Peanuts) qualcosa a cui rimanere attaccato, qualcosa di infantilmente fermo, sciolto nel suo essere continuamente “piccolo”, commovente a rimanerlo per sempre.
Come se il tempo fosse fermo e in quel tempo si potessero specchiare tutti i rimpianti, tutte le cose che non si sarebbero mai volute sapere, tutto quello che non avrei mai voluto imparare.
Porto uno zaino Eastpak per muovermi e ora vedo per la prima volta che quella era una tigre di pezza e in un attimo rinuncio a tutto.


di Nami86

E ricordo ancora la prima volta che mi trovai davanti alla cosa chiamata Pearl Jam: andavo spesso a Porta Portese e dove “stavano i russi”, sotto Piazzale della Radio, c’era questo ragazzo alto, magro e con gli occhiali, perennemente col chiodo. Vendeva cassette duplicate, una roba che ovviamente non era il massimo della legalità, e lì sfidai “l’ordine” forse tra le prime volte della mia vita e presi i Jane’s Addiction e una cassetta mista che  conteneva in pratica la summa del grunge del momento, Bleach dei Nirvana, Badmotorfinger, Mother Love Bone, Mudhoney e i Pearl Jam, appunto.
Da un lato c’era Black e dall’altro c’era Even Flow se non sbaglio.
Da lì la corsa da Disfunzioni Musicali nel giro di due giorni fu una conseguenza inevitabile per prendere Ten. In cassetta.
Dopo un anno in cd.
Dopo qualche mese recuperai Temple of the Dog, poi gli Screaming Trees, poi i Nirvana e poi per ultimi i Soundgarden. Gli Alice In Chains iniziai a prenderne coscienza più in là. Uscivo fresco fresco dagli ascolti dei Led Zeppelin e mi sembrava la cosa più naturale, stavo stravolgendo tutto ma a quindici anni sei una spugna e non guardi in faccia a nessuno. Dei cambiamenti te ne accorgi solo vent’anni dopo.

Ten era il disco che ha probabilmente inciso (col senno di poi) sul corso dei 4-5 anni successivi e forse su tutta la vita, sarebbe più preciso dire ovviamente non solo “Ten”, i Pearl Jam proprio. Ricordo ancora il 93 col cuore in gola per il concerto degli U2 e loro, piccolini e con questo solo alle spalle (dopo qualche mese sarebbe uscito Vs) in un palco immenso e con suoni tarati alla meno peggio a rispondere ai “fuck you” del popolo romano.
Vedder rispose “fuck me? nope, Bono wants to fuck you”.
Da lì guadagnarono rispetto, come si fa in strada.
E guadagnarono tanta, tantissima strada perchè la cavalcata dei Pearl Jam è inutile e stupido che sia io a spiegarvela. Non ha un briciolo di senso.
I Pearl Jam sono come i Sonic Youth, come i R.E.M., come i pochissimi gruppi per cui il solo ripetere il nome riempie la bocca più di una cucchiaiata di purè raffreddato, appartengono a quella strettissima cerchia di gruppi il cui fanatismo diventa una quasi religione a cui si è adepti per scelta, vocazione o incidente. Come il mio caso. Rientrano in quella schiera di artisti di cui (per me) si compra il disco senza neanche averli “testati”, si accolgono e basta.
Poi ovvio, si giudicano e ci si incazza come animali se il disco non è secondo le attese, se per l’ennesima volta ci si trova davanti a un disco “onesto”, che è la maniera più carina per dire “sì vabbè però che coglioni”, insomma, tutto teso ad un ascolto magari anche poco attento ma tanto felici perchè si sa che poi arriva la tournee, arrivano i loro concerti, unici. L’ultimo, due anni fa a Pistoia, fu qualcosa di davvero grosso. E per grosso intendo una roba da non avere la voce per due giorni.
Ah a me, per inciso l’”avocado” era piaciuto, e neanche poco.

Il 2009  sarà l’anno in cui in un certo senso i Pearl Jam diventeranno “grandi” e per grandi intendo iniziare a parlare di un probabile disco nuovo (il nono se escludiamo il live e le rarità) e la  ristampa deluxe di Ten  contenente (occhio che è lunga) la ristampa del disco e un nuovo missaggio di Brendan O’Brien (che un giorno vorrei capire per quale cazzo di motivo sta sempre tra i coglioni), il dvd dell’unplugged per MTV, vinile di un live del 92 “Drop in the park”, una replica della cassetta tre pezzi con le linee vocali originali di Vedder che il gruppo faceva girare per club per suonare, una replica del quaderno originale su cui Vedder scriveva i testi, foto e memorabilia varie, roba per cui credo spenderò soldi (ma questo non è importante) e ovviamente inediti.
Per dire, Brother era un brano che già era incluso nella raccolta di inediti Lost Dogs, in versione strumentale e a cui solo quest’anno è stata aggiunta la linea vocale, ne è uscita fuori una cosa che va molto vicina alla Breathe contenuta su Singles. Una roba che i Pearl Jam vuoi perchè invecchiati, vuoi perchè persi su altre vie sembrava non fossero in grado di scrivere più, neanche con l’aiuto del cane da tartufi.
E con un ritornello di quelli che ti fanno rimanere senza voce per altri cinque minuti, dopo quelle due ore che durano ormai vent’anni.

Pearl Jam - Brother (Mp3)

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart