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we will party hard
E’ con questa frase che sono entrato nell’affascinante e unico mondo di quel personaggio dal nome Andrew Fetterly Wilkes-Krier.
In arte Andrew W.K.
2001, se non sbaglio e al tempo tra gli errori di giovinezza che si possono compiere c’era che il giovedì aspettavo dal giornalaio che arrivasse NME, non chiedetemi perchè ma è così.
Inutile dire che il giornale in sè nonchè tutte le sue ispirazioni musicali erano spunto per chi scrive, alla scoperta compulsiva della next big thing e dei nuovi Strokes.
Andrew W.K. mi rapì subito, dalle foto. Non aveva un abbigliamento hipster, maglia bianca da pizzaiolo, pantaloni bianchi, capelli unti. Sembrava uscito da un qualsiasi gruppo metal del momento (era ancora alta l’onda del numetala) e non capivo cosa c’entrasse con tutto quel popò di indielavanderia.
Mi avvicinai al suo singolo. Party Hard.
E a quella frase che dà il titolo al post.
Ora, condivido pienamente l’idea letta da qualche parte (mi si perdoni se non ricordo dove *) che la prima volta che si ascolta AWK sono due le cose:
- o si spegne il supporto che lo sta suonando, si prende il cd e lo si spezza in quattro parti uguali, gli si dà fuoco e lo si sotterra sotto un salice centenario e e con le spalle al mare si implora Dio e Manitù di essere perdonati
- si scende in strada e per la botta di adrenalina si sale sui cofani delle macchine e a forza di martellate si sfasciano i parabrezza.
Diciamo che l’impatto non è stato il primo. Almeno per me.
Da quel momento per circa tre anni (e tutt’oggi) considero I Get Wet il disco che ha cambiato totalmente la mia idea di: divertimento, ironia, adrenalina e musica.
E sostanzialmente mi fa dividere il mondo in due macro gruppi:
- sei con AWK
- non sei con AWK
Con forte impulso al razzismo nei confronti del secondo gruppo. La colpa è vostra, quindi, non mia.
Detto ciò iniziai ad usare il disco a mò di antidepressivo e mi resi conto che funzionava, della serie “come puoi sentire una canzone del genere e stare a flirtare con le sfighe del mondo?”.
Deve essere stata una concezione comune perchè da quel momento e nell’ultimo periodo (diciamo tre anni) quello che viene dai più riconosciuto come un irriducibile cazzone ma col cervello inizia a girare per le università americane con la bocca piena di discorsi motivazionali.
Una cosa così
Questo sembra essere un abbozzo di un personaggio direttamente uscito dal video di Fight for your right (to party) dei Beastie Boys, incrociato con i Twisted Sister e che alla fermata dell’autobus per passare l’incrocio legge Hesse e manualistica spicciola da DIY. Ma funziona, funziona talmente tanto che inizia anche a fare uno show televisivo dal nome Your friend, Andrew WK, una roba di MTV2 in cui rispondeva a lettere di gente con problemi, insomma. Siamo nel 2004 e il mondo è suo. Almeno per i giusti che lo seguono, il personaggio dimostra di essere non cartapesta dello show business ma un poliedrico dispensatore di sè stesso.
Musicalmente parlando inoltre buona parte dello star system alternativo inizia a sdoganare il personaggio a 360°. C’è ben oltre i Twisted Sister insomma, vedi i Wolf Eyes, vedi il disco prodotto a Lee Scratch Perry, vedi la collaborazione con Bonnie Prince Billy.
Sì quel Bonnie Prince lì (al piano)
Insomma, stiamo parlando di uno che nel suo piccolo ha cambiato l’idea di essere un personaggio musicale, una persona che come dicevo poco sopra dispensa, emana sè stesso levando il tappo per tutto quello che ha da dire ed il mondo musicale sembra ormai riconoscergli un ruolo, anche in questo.
Un ruolo che fino a poco tempo fa era consacrato a personaggi tipo Henry Rollins. Per dirne uno.
Da qui il suo ritorno Destroy, Build, Destroy: una specie di Kids’ game per Cartoon Network in cui il nostro, affiancherà adolescenti a distruggere macchinari, prenderne gli scarti e gli elementi base e costruirci macchine da distruzione. Una roba così.
We will party hard, insomma.
Sempre su Andrew W.K.
Valido su Sterogram
L’intervista di Francesco Farabegoli su Nero
* stranamente la frase era sempre di Valido
6- Neil Young
Trovarsi di fronte a un mostro sacro come Neil Young è per forza di cosa emozionante, a prescindere dal fatto che uno ami il rock o la techno. Parliamo di qualcuno che come Obama unisce i popoli nella comune fratellanza.
Si presenta sul palco vestito (a suo modo) da sera. Camicia bianca e jeans, giacca nera con righe bianche e inizia il suo personalissimo show. Il cartellone del festival nel doveroso rispetto di sua altezza in quel momento non propone null’altro e scivola via una cavalcata rock che va a raccogliere moltissimi dei suoi classici (Hey hey my my sparata praticamente subito) resi ancora più enormi da una presenza scenica per nulla scalfita dagli anni che passano. Chiusura con A day in the life dei Beatles e strappo delle corde della chitarra. Unico neo il numero di persone che ormai a quel punto affollano il festival (da me non calcolato al momento) che rendono quasi invivibile la cosa. Ma è Neil Young, e probabilmente è inevitabile tutto questo.

7- Lightning Bolt
Mi ci sono avvicinato nella quasi totale ignoranza, spinto dalle vampate di suono che provenivano al palco da cui stavo ascoltando i Vaselines. Mi ci sono fiondato e il duo composto da bassista e batterista (inquietantissimo con una maschera con microfono incorporato) hanno proposto un live furioso fatto di potenza rock e violenza rave. Ritmi furiosi e per nulla devoti a un genere unico. Un pout pourrì di generi che subito ha mandato nella furia del pogo la folla e che ha aperto gli occhi a chi, come me, raramente si è trovato di fronte a qualcosa di simile. Inavvicinabili per impatto in questo festival

8- Fucked Up
Con i Lightning Bolt il vero concerto -core del festival. I canadesi sembrano un’armata Brancaleone tra ragazzini sul palco, una bassista che sembra la zia del gruppo a fare da guida a una gita e il frontman Father Damian a dominare totalmente la scena. Parliamo di hardcore, strillato e di stampo A Minor Threat accordi apertissimi e ruvidi fatti per il pogo e poco altro. A tratti si sente qualche spunto wave nelle intro ma è solo una parentesi in un mare di sudore. Damian si fa tutto il concerto tra la gente che rimarrà ad abbracciare a fine concerto e concede qualche siparietto alla “assassino del silenzio degli innocenti” (cazzo in mezzo alle gambe) e culo di fuori (e cazzo mostrato alla bassista). Io mi commuovo sempre quando vedo cose così. Sì che sono vecchio ma di fronte all’autenticità di tutto questo non si può che sorridere e sentirsi meno soli.

9- Sonic Youth
Anche se il disco non mi ha pienamente convinto (”a che serve un disco così”) ho trovato la mia risposta nel loro live, quadratissimo e votato anche qui allo spirito dell’harder faster. Scaletta tirata con brani proposti per lo più da The Eternal (appunto) che dal vivo prendono una piega diversa, più ruvida. Più Sonic Youth. Kim Gordon al centro della scena stasera si prende il ruolo di front-girl cantando la maggior parte delle canzoni, maglietta bianca lunga, pantaloncini neri e calze strappate. Cinquantasei anni. E la coscienza che certe cose sono nate solo per essere “Sonic Youth”. E punto.

10- Alela Diane
Oh il genere molto probabilmente lo troviamo affascinante solo io ed Emiliano Colasanti ma all’uscita non trovavamo parole minori di “bellissimo”. La cantautrice sale sul palco e presenta il padre e sembra di stare da subito a un festival di redneck, poi sale una sua amica corista (e lì mi scappa la battuta “sì e ora anche l’amministratore del condominio), poi a completare l’opera un bassista e un batterista che sembrano usciti scongelati dagli anni 60, pantaloni a zampa, canotte viola attillatissime e ci si trova proiettati in un altro mondo fatto di canzoni root folk come da tempo non se ne sentivano (almeno con quell’attitudine lì). Senza tanti fronzoli, puro e semplice traditional spirit. Bellissimo e a suo modo commovente. Ps per chi avesse voglia di snobbare si rendesse conto che metà dei riff richiamavano alla mente canzoni di Sky blue sky dei Wilco.

Fermarsi a parlare del Primavera Sound è una cosa che prenderebbe tanto, tantissimo tempo. Che indubbiamente innescherebbe un discorso riguardante innanzitutto il valore che nel nostro paese ha la musica alternativa (persa tra una dimensione assai limitata e logiche da quartierino abbastanza noiose) sia la conseguente cultura dell’ascoltatore medio sia (e non per ultimo) la logica degli spazi destinati ad eventi di una certa portata.
Ma su questo credo si possa noi tutti poco, sul resto, beh sì.
Detto questo è il mio secondo anno al Primavera Sound festival che va a raccogliere la crema della musica alternativa del momento (più spesso e volentieri succose reunion di quelle che fanno contento chi ne sa) il posto è Barcellona e il posto di Barcellona è il Forum, area dedicata ai grandi eventi a ridosso del mare. Poesia pura insomma.
Il report della quattro giorni (compresa l’apertura del 27) sarà strutturato così: ora i dieci migliori live, a seguire un post riepilogativo (a minestrone) di tutto il resto.
L’anno prossimo, se potete, veniteci anche voi.
1- My Bloody Valentine
Non è che mi servissero particolari motivi per tornare al Primavera ma appena saputo del live dei My Bloody Valentine diciamo che non ho più temporeggiato nell’acquisto del biglietto.
Vedere il loro live a dieci metri dal palco (quindi di fronte alle casse) è qualcosa di autenticamente doloroso, vuoi per l’attesa di anni vuoi perchè i decibel erano da sangue dal naso; il fatto è che però dal vivo si parla di un gruppo che è per come lo si è sempre immaginato, immobile, emana un’onda di suono, feedback e voci sotterrate dagli amplificatori. E’ la definizione del masochismo del pop. Della coscienza che certe canzoni sono nate anche per fare male, anche fisicamente e dal vivo sono suonate impeccabilmente da quattro personaggi mai scomposti, fermi sulle loro gambe e che alzano la testa solamente per cantare o minacciare di botte il fonico.
Se avete chiaro in testa cosa possa voler dire una frase come “emozioni della vita” immaginate bene di cosa sto parlando

2- Zu / Dalek
E non è una questione di orgoglio romano, è vero e basta che gli Zu si sono conquistati (convincendo) un post di assoluto rispetto che travalica ormai i confini dei “pochi appassionati” e dello jazz-core. Vederli dal vivo con un live che tendenzialmente era molto simile a quello di qualche mese fa al Circolo degli Artisti acuisce solamente la forza con cui si crede che le distanze tra quello che esce da questo paese e il resto del mondo non sono incolmabili (per quello che passa il convento poi aspetteremmo anni) se si ha qualcosa di importante da mettere sul piatto e lo si propone con classe e determinazione. Gli Zu sono un’autentica macchina da guerra del ritmo, Battaglia Mai e Pupillo padroneggiano la materia da maestri, senza paura e sbavature.
Il concerto, aperto da Dalek e i suoi splendidi beat oscuri e dalle tinte dark apre il festival (il giorno prima nel mezzo dei festeggiamenti per la vittoria della Champions League del Barcellone) è davvero una roba a cinque stelle. Una roba di quelle per cui si parlerà a lungo, anche non solo da noi.
3- Bat For Lashes
Uno dei live da me più attesi (anche e soprattutto sull’onda dell’ottimo Two Suns) non smentisce per nulla. Natasha Kahn e il suo gruppo ripropongono i suoni tardo 80 dell’ultimo lavoro in maniera decorosissima e molto ma molto conservativa (per il genere).
Può sembrare un difetto ma vi assicuro che per un genere come l’electro pop anni 80 è facilissimo cadere in rappresentazioni o molto poco credibili o pacchiane. Il live di Bat for lashes invece ha senso della misura, divertimento e non ultime le canzoni a renderlo un ottimo live che accende gli animi e la malinconia fino alla inevitabilissima Daniel in chiusura.
Note, io non lo sapevo ma sono stato felicissimo di sapere che nel gruppo live fosse presente Charlotte Hatherley (ex Ash)

4- Shellac
Già l’anno scorso fu a detta di molti “il live” del festival. Lo è stato e sicuramente molto, di livello quest’anno. Il trio di Chicago si presenta ovviamente con il piglio del gruppo stronzissimo e di levatura che ha la faccia di non volere concedere nulla a chi sta sotto il palco. Ma alla fine il velo cade sotto le mosse caracollanti di Weston e gli scatti di Steve Albini. Scaletta impeccabile, immediata e con un’impronta fortemente post hardcore sbattuta lì, dritta in faccia.
Scene collaterali: mezzo cartellone del festival che era a bordo palco a seguire il concerto (Natasha Kahn/Bat for Lashes, Fucked Up e Jesus Lizard), Todd Trainer che a un certo punto stacca il rullante e inizia a girare sul palco minacciando gente e il finale da applausi con annesso smontaggio della batteria stessa.
Fino a che non avete visto live gli Shellac tendenzialmente non sapete cos’è un live. Per me è stato quasi toccante rivederli dopo la mia prima, quasi dieci anni fa.

5- The New Year
Una di quelle cose che si sono segnate appena letto il cartellone e che si è giurato da subito non si sarebbero mai perse per nulla al mondo. La creatura dei Kaneda bros vive il suo splendido live all’Auditori (vedi il discorso sopra degli spazi) dove trova probabilmente la collocazione ideale per il suo slow core fatto di poesia e di cuori rotti. Si sospende tutto per tre quarti d’ora e si va in apnea in un live dolorissimo e intenso, che passa in rassegna gran parte del loro ultimo omonimo (una delle cose migliori dello scorso anno nel genere e non solo) con la delicatezza e la compiutezza che solo i grandissimi gruppi hanno. Si vorrebbe bene alla gente per molto meno di qualcosa di questo tipo. Figurarsi dopo averli visti ed esserci quasi partiti per.
[continua]
Il tempo di svegliarsi e scrivere un bel po’ e si parlerà di Primavera. Un attimo di pazienza

No, è estate, ma per noi (almeno un paio di noi di qui) è Primavera

Trent Reznor, Peter Murphy e Tv on the radio – Dreams

Ok, è un tantino pretenzioso e fuori misura come titolo ma domani, 18 aprile sarà il Record Store Day, una roba che nella pratica vuol dire poco ma in sostanza è un un piccolo segno che vuol dire molto.
Si chiede in pratica a voi, me, tutti, amanti della musica (o semplici ascoltatori) di entrare (perchè si suppone che è da un po’ di tempo che non lo facciate) nel vostro negozietto di dischi di fiducia. Vi ci facciate un giretto e magari, perchè no, scartabellando tra vinili e cd compriate qualcosa.
La premessa alla base di tutto è che il “vostro negozietto” esista ancora. Sì, perchè in epoca di download, di cecità discografiche e di distribuzione sono proprio loro, i negozietti, quelli che si prendevano le nostre paghette da ragazzini accumulate settimana dopo settimana i primi a non esserci più.
Da qui il giorno dedicato al vostro negozietto di fiducia. Un segno piccolo, minuscolo che in parte sensibilizza gli animi nei confronti dell’”arte di vendere dischi” che è ben diversa dall’attuale “arte di disporre i dischi in vetrina” e che sta scomparendo piano piano. Perchè da una “figata di lavoro” è sostanzialmente divenuto un lavoro per kamikaze, coraggiosi, gente che ha voglia di rovinarsi in qualche modo la salute e le finanze. Spinti dalla sola passione, non è poco.
Domani quindi un giorno puramente simbolico, il giorno in cui tutti quei negozi e non i soliti megastore magari avranno un po’ più di gente che passa a salutare, a ricordare, e magari riprendere uno di quei dischi presi con la paghetta di dieci anni fa.
Perchè scrivere questo post, quindi, tolta la dichiarazione d’intenti.
Magari per farne un contenitore, per aprirlo ai vostri commenti e magari segnalare il vostro negozio di fiducia, dove è (dove era) e magari se domani ci tornerete. Sarebbe bello se i commenti diventassero una mappa, insomma. Anche dei ricordi
Io, per inciso, sarò a Torino, e un giro a Les Hyper Sound di via Rossini non me lo leverà nessuno. Se state a Roma un consiglio, passate da Radiation Records (uno dei più completi per quello che riguarda indie, black, hardcore-punk e funk) o da Hellnation (autentica patria dell’hardcore), o magari se siete dalle parti di Frosinone andate da Marco, nel suo negozio Nord Ovest che a quanto pare ha anche organizzato un qualcosa di speciale per le vento.
E voi, insomma, che farete..
Quando ho visto l’immagine qui sotto è stato un attimo ma mi è passata davanti tutta la vita. Senza avere tutta la vita davanti.
Subito dopo mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e il perchè non lo so, o almeno mi sono detto “non lo so” pur sapendolo. A un consistente numero di anni è cosa più logica e immaginabile realizzare che i sogni, in qualche modo, finiscono, e che se proprio non si riescono a cancellare si comincia a dare loro il giusto peso. Che è una cosa tristissima, davvero, ma che essenzialmente dovrebbe portarti in una terra chiamata ragione, vita reale, transizione verso il mondo adulto.
Ecco io sta roba qui non volevo farla, non ne avevo voglia, per nulla, non mi andava, e Calvin & Hobbes era (come i Peanuts) qualcosa a cui rimanere attaccato, qualcosa di infantilmente fermo, sciolto nel suo essere continuamente “piccolo”, commovente a rimanerlo per sempre.
Come se il tempo fosse fermo e in quel tempo si potessero specchiare tutti i rimpianti, tutte le cose che non si sarebbero mai volute sapere, tutto quello che non avrei mai voluto imparare.
Porto uno zaino Eastpak per muovermi e ora vedo per la prima volta che quella era una tigre di pezza e in un attimo rinuncio a tutto.

di Nami86
E ricordo ancora la prima volta che mi trovai davanti alla cosa chiamata Pearl Jam: andavo spesso a Porta Portese e dove “stavano i russi”, sotto Piazzale della Radio, c’era questo ragazzo alto, magro e con gli occhiali, perennemente col chiodo. Vendeva cassette duplicate, una roba che ovviamente non era il massimo della legalità, e lì sfidai “l’ordine” forse tra le prime volte della mia vita e presi i Jane’s Addiction e una cassetta mista che conteneva in pratica la summa del grunge del momento, Bleach dei Nirvana, Badmotorfinger, Mother Love Bone, Mudhoney e i Pearl Jam, appunto.
Da un lato c’era Black e dall’altro c’era Even Flow se non sbaglio.
Da lì la corsa da Disfunzioni Musicali nel giro di due giorni fu una conseguenza inevitabile per prendere Ten. In cassetta.
Dopo un anno in cd.
Dopo qualche mese recuperai Temple of the Dog, poi gli Screaming Trees, poi i Nirvana e poi per ultimi i Soundgarden. Gli Alice In Chains iniziai a prenderne coscienza più in là. Uscivo fresco fresco dagli ascolti dei Led Zeppelin e mi sembrava la cosa più naturale, stavo stravolgendo tutto ma a quindici anni sei una spugna e non guardi in faccia a nessuno. Dei cambiamenti te ne accorgi solo vent’anni dopo.

Ten era il disco che ha probabilmente inciso (col senno di poi) sul corso dei 4-5 anni successivi e forse su tutta la vita, sarebbe più preciso dire ovviamente non solo “Ten”, i Pearl Jam proprio. Ricordo ancora il 93 col cuore in gola per il concerto degli U2 e loro, piccolini e con questo solo alle spalle (dopo qualche mese sarebbe uscito Vs) in un palco immenso e con suoni tarati alla meno peggio a rispondere ai “fuck you” del popolo romano.
Vedder rispose “fuck me? nope, Bono wants to fuck you”.
Da lì guadagnarono rispetto, come si fa in strada.
E guadagnarono tanta, tantissima strada perchè la cavalcata dei Pearl Jam è inutile e stupido che sia io a spiegarvela. Non ha un briciolo di senso.
I Pearl Jam sono come i Sonic Youth, come i R.E.M., come i pochissimi gruppi per cui il solo ripetere il nome riempie la bocca più di una cucchiaiata di purè raffreddato, appartengono a quella strettissima cerchia di gruppi il cui fanatismo diventa una quasi religione a cui si è adepti per scelta, vocazione o incidente. Come il mio caso. Rientrano in quella schiera di artisti di cui (per me) si compra il disco senza neanche averli “testati”, si accolgono e basta.
Poi ovvio, si giudicano e ci si incazza come animali se il disco non è secondo le attese, se per l’ennesima volta ci si trova davanti a un disco “onesto”, che è la maniera più carina per dire “sì vabbè però che coglioni”, insomma, tutto teso ad un ascolto magari anche poco attento ma tanto felici perchè si sa che poi arriva la tournee, arrivano i loro concerti, unici. L’ultimo, due anni fa a Pistoia, fu qualcosa di davvero grosso. E per grosso intendo una roba da non avere la voce per due giorni.
Ah a me, per inciso l’”avocado” era piaciuto, e neanche poco.

Il 2009 sarà l’anno in cui in un certo senso i Pearl Jam diventeranno “grandi” e per grandi intendo iniziare a parlare di un probabile disco nuovo (il nono se escludiamo il live e le rarità) e la ristampa deluxe di Ten contenente (occhio che è lunga) la ristampa del disco e un nuovo missaggio di Brendan O’Brien (che un giorno vorrei capire per quale cazzo di motivo sta sempre tra i coglioni), il dvd dell’unplugged per MTV, vinile di un live del 92 “Drop in the park”, una replica della cassetta tre pezzi con le linee vocali originali di Vedder che il gruppo faceva girare per club per suonare, una replica del quaderno originale su cui Vedder scriveva i testi, foto e memorabilia varie, roba per cui credo spenderò soldi (ma questo non è importante) e ovviamente inediti.
Per dire, Brother era un brano che già era incluso nella raccolta di inediti Lost Dogs, in versione strumentale e a cui solo quest’anno è stata aggiunta la linea vocale, ne è uscita fuori una cosa che va molto vicina alla Breathe contenuta su Singles. Una roba che i Pearl Jam vuoi perchè invecchiati, vuoi perchè persi su altre vie sembrava non fossero in grado di scrivere più, neanche con l’aiuto del cane da tartufi.
E con un ritornello di quelli che ti fanno rimanere senza voce per altri cinque minuti, dopo quelle due ore che durano ormai vent’anni.
Pearl Jam - Brother (Mp3)
Io i sogni a parte non ricordarli mai, mi rendo conto di non saperli davvero raccontare. C’è chi lo fa meglio di me, sicuramente e consiglio di leggere quelli di post più poetici di quello che sto per scrivere.
Ma questo era bello.
Sono in macchina, con Paolo credo e guida lui. La macchina mia il che è già strano di suo. Siamo qui, vicino a Garbatella e risaliamo via Pellegrino Matteucci, di solito trafficata come un sabato di saldi. Invece sembra ci siano poche macchine, o almeno fanno poco rumore.
Ci affianchiamo in doppia fila come per caricare su una mignotta, il fatto è che non è una mignotta ma PJ Harvey, vestita di nero con una gonna lunga fin sotto il ginocchio e scarpe nere col tacco. Ha le labbra rosso fuoco ed è seduta sul cofano di una macchina. Ci fermiamo e lei inizia a cantare Desperate kingdom of love, e le dà un senso tutto diverso, la strilla e accavalla le gambe come fosse un incrocio tra Marlene Dietrich e Rita Hayworth; per strillare intendo che secondo me la sentono a duecento metri di distanza. Io guardo col braccio sporto fuori dal finestrino, ovviamente ci sembra tutto normale. Normalissimo.
Finisce la canzone e io inizio a chiederle del disco con John Parish che lei definisce alzando il tono della voce come per farsi sentire in un pub “fuckin’ good” e io mi sento non so perchè davvero felice.
Starei lì ore probabilmente a chiederle il mondo ma mi sveglio.
Però ve lo dico, era bello davvero.
You’re like an indian summer in the middle of winter (Thinking of you / Katy Perry)
Qui le chiamiamo ottobrate, di là il nome è più bello, le chiamano Indian Summer. Questione di punti di vista, questione soprattutto di trovare più affasciante un’estate indiana che un’ottobrata. E io non lo so perchè o almeno non me lo spiego perchè a volte sembra tutto più semplice se una qualsiasi cosa non la chiami con il suo nome, ne prendi un altro e ce l’attacchi sopra.
Eppure oh, vivo in mezzo a gente che non trova di meglio da fare che tradurre titoli. Creativi da far paura a volte.
Ma a volte la cosa migliore è cambiare il nome delle cose e tenere quello che suona in tutt’altro modo.
E’ che è finito un anno, un altro e non ci puoi fare un benemerito cazzo, lasci stare gli auguri, gli spumanti e butti giù qualche riga perchè alla fine Indian Summer è un termine che ti gira in testa da un po’; poi realizzi che per certe cose cambiare il nome è inutile, oppure semplicemente non si può fare.
Lo diceva una delle canzoni must, di quelle che davvero qualcosa la dicono
We’ll come back for indian summer (Indian Summer / Beat Happening)
E viene quasi da pensare che Ottobrate è davvero un nome stupido, che Indian Summer funziona di più e a loop capire che alla fine sta roba qui dei nomi, è davvero una roba stupida.
Tanto ora sempre freddo fa.
Ci divertiamo a giocare, e per “ci” intendo “noi”. E “noi” da qualche mese (almeno da come l’ho vissuta io questa roba) è me, Emiliano Colasanti, Francesco Farabegoli, Giulia Blasi, Matteo Zuffolini e Vanessa Carmicino.
Spoilerin, insomma. Magari qualcuno di voi lo conosce già. Magari altri no.
Il fatto è che divertendoci a giocare abbiamo divertito, pare; e che in tutto questo qualcuno abbia avuto l’idea di investire sulprogetto Spoilerin’. Di investire nel senso: farci un libro.
E quel qualcuno è la signora editrice Rizzoli.
Sembra un post per pensierini, quelli scritti alle elementari quando la maestra ti dice che sei prolisso, scordi le virgole, i punti e i punti e virgola; non è cambiato nulla, scrivo ancora così.
Il fatto è che per Spoilerin non è mai stato un problema perchè scrivo i pensierini, appunto, e lì funziona.
Tutto questo giro di parole per dire che oggi, 26 novembre esce in libreria “La mamma di Psycho è lui con la parrucca” il libro di Spoilerin, quello dove quasi mille finali di film sono svelati in tono comico, cialtronesco a tratti, essenziale e puro o di pancia.
Noi ci siamo divertiti.
Noi appunto.
E da oggi siamo un libro.
C’è una cosa che pur essendo contemplata da molti nello “schifo cinematografica” è, nella mia sfera personale, tra quelle che non cambierei mai per nulla al mondo.Il viaggio finale di Elizabethtown.
Ora “gli altri” hanno sicuramente ragione a definirlo un esempio aulico di retorica, sentimentalismo spicciolo e scarsa recitazione (e regia), è un tuttovero che però almeno per quello che mi riguarda ha funzionato, e funziona ancora.
Per inciso, Elizabethtown, l’ho visto una volta al cinema e da solo.
Voglio dire: se lo rivedo ancora mi viene un groppo in gola grosso così, già lo so, perchè en passant una volta ho rivisto il finale e ne sono rimasto ipnotizzato.
Avevo i lucciconi agli occhi. Per chi se lo chiedesse.
Vuoi per la colonna sonora “americana” nel senso più puro dell’accezione vuoi per il trasporto del momento ma quel viaggio lì dava la sensazione di portare da qualche parte. Non era più l’ “Elizabethtown” film fine a sè stesso con una che fa faccette per due ore di film e uno che fino a un film prima faceva il surf sugli scudi con le orecchie a punta e che risponde alle faccette di lei con un’espressione fissa tra il coma e il “sono arrivati i marziani dove mi trovo”.
No
Ecco, avevo iniziato a scrivere questo post perchè sentendo i Papermoons ho lentamente realizzato che molti di noi, me compreso, cercano qualcosa. Nella musica, nei film, nei libri. A volte anche nella vita. Fondamentalmente questo.
Ecco io ho capito che anche se pieno di difetti, di falle e di ridicolaggini io cerco qualcosa così.
Quella sensazione di viaggio anche stando fermo che ti fa andare via rimanendo lì dove sei, anche se chi guardi ha la faccia di un comatoso non conta, è il come arrivare alle cose, immaginarsi di arrivarci con una musica americana che magari qualcuno ha preparato per te e passare tempo a capire capire capire.
Che poi alla fine forse non c’è niente da capire nè niente da perdonarsi se si sogna ancora qualcosa a trentatre anni. Che forse poi si rimane con lo sguardo da comatoso e se ti guarda qualcuno non è una gran cosa.
Però, volevo dire in sostanza, ha un senso che questo abbia ancora un senso.
Ce l’ha.
Succede, lo so. Il fatto è che si è rotto in una maniera che per ripararlo probabilmente (dato che avrei comunque dovuto cambiare la batteria) quasi mi sarebbe convenuto comprarne uno nuovo.
Ne ho comprato uno nuovo.
Ho riconvertito la mia portabilità di Mp3 da 30 giga a 8.
Stessa marca.
Prima di andare oltre vi dico che questo non è un post per elencarvi peculiarità teconologiche o altro. Questo post sostanzialmente non significa un cazzo.
E’ che mi sono reso conto che una mia grande psicosi riconducibile al motto quantità fa sicurezza, probabilmente sta definitivamente scorrendo via.
Mi sono reso conto che per quanto possa essere utile giravo con discografie intere con l’idea dell’”hai visto mai un giorno potrebbe andarmi di sentire Crucify di Tori Amos”. Per inciso quella voglia lì non ce l’ho avuta mai, nè quella nè almeno dieci giga di altre.
Mi sono detto che forse era la crisi, forse mi stavo facendo coinvolgere dall’ansia del crollo degli istituti di credito, forse anche io mi stavo abituando mentalmente ad utilizzare il minimo indispensabile.
Ovviamente non sono arrivato a questo punto ma ho lentamente iniziato a comprendere che il discorso era diverso e forse tutt’altro. Che a un certo punto subentra l’età, che di portarmi dietro zavorre e pesi inutili ha un senso fino a un certo punto e che forse nel mucchione generale avessi bisogno di sentire cose “adesso per adesso” e non “caricarle adesso per chissà quando”.
Insomma ho capito che senza 22 giga campo meglio, ho capito che basta quello e che dopo anni oggi mi sono riascoltato Mellow Gold e che sì bene o male di qualche gruppo ho caricato due album (Built to Spill e Wilco) ma alle discografie non credo più.
Una volta, da ragazzino mettevo tutto in borsa, il walkman, le mie tre cassette preferite e un pacco di batterie nuove, il libro che stavo leggendo, uno da iniziare e il libro dei testi degli U2, una merendina che poi tutti i giorni tornato a casa rimettevo a posto, un quaderno bianco e una penna a sfera che puntualmente si sfasciava e macchiava tutto. Casomai non dovessi tornare più dicevo.
Ecco, il casomai non dovessi tornare più erano diventati un disco fisso da 30 giga con un bel design da fighetto.
Con otto giga forse cambierà tutto, forse è passato anche il pensiero di partire, un giorno, e non tornare più.
A completamento di ogni esperienza live, soprattutto di quelle indimenticabili, cerchiamo spesso (io sì almeno) il feticcio, il ricordo, la madeleine per ricordare il momento.
Che poi sarebbe splendido succedesse almeno più spesso, ma mi rendo conto che immagini serigrafate non siano semplicissime da produrre insomma, ci si sta. Il fatto è che ovunque questa pratica qui, dell’arte grafica accostata ai live è viva da un po’ e qui sotto ne vedete un esempio, con un live dei The National.Non abbiamo nulla da invidiare, lo so, però dite la verità scorrendo questa galleria: non sarebbe bellissimo averli tutti?

O quasi.
I pantaloni dell’Adidas erano un indumento in voga ai tempi dell’onda numetal, io li mettevo spesso ma non necessariamente indica che si parlerà solo di questo, anzi.
Nel 1997 ero al terzo anno di università, ascoltavo musica non in quantità industriale (lo facevo al liceo questo, all’università mi ero abituato al fatto che l’ambiente – economia e commercio – fosse non proprio pieno di impulsi artistici) e avevo come punti di riferimento il grunge, che comunque batteva la sua coda ed era morente, gli Smashing Pumpkins di Mellon Collie e poco, pochissimo altro.
Non so perchè mi ritrovai ad ascoltare Radio Rock e le trasmissioni di Flavia Cardinali e Franz Andreani.
Di Flavia divenni in breve tempo ottimo amico e quella radio e la sua musica diventava passo passo sempre più mia, Fugazi, Cop Shoot Cop, Three Mile Pilot, Shellac, Catherine Wheel, cambiava tutto e in maniera vertiginosa.
Cominciai a spendere botte di paio di centomila lire ogni due settimane per comprare dischi, rimettermi in paro, e per chi c’era sa che periodo florido fosse quello, quindi si renderà conto del tracollo economico del momento, ma ne valeva la pena.
Presi atto delle cornamuse un giorno. E lì bene o male cambiò tutta o quasi la mia vita.
Le chiamavano così. Le cornamuse. Punto.
Franz se la memoria non mi abbandona e voleva dire che stavano per mettere Shoots and Ladders, i Korn.
Ora la premessa è che per me il metal erano i Metallica e i Pantera, qualcosa di sentito alle medie tipo il thrash dei Celtic Frost, poi i Faith No More e i Rage against the macine al liceo. Insomma la classica trafila.
Shoots and ladders era diversa, i Korn erano diversi da tutto quello fuori fino a quel momento.
Le chitarre ribassate, niente assoli, il cantato che proprio cantato non era ma neanche melodico, insomma un casino. Veniva da muoversi, e tanto, ad ascoltarli, ma non parlo di headbangin’, parlo proprio di ballare e per la prima volta mi ritrovo a farlo. Nella camera mia più che altro perchè non ho nessun giro di amicizie particolare che frequenti club.
Inizio a frequentare la radio ed il giro arriva da sè, conosco Flavia come dicevo e un gruppo crossover nu metal che ascolta le stesse cose che inizio ad ascoltare in quel momento. I Know for integrity, KFI. Il chitarrista per inciso è quello che farà poi la grafica di questo blog (un passo avanti direi) e diventerà un fratello col tempo.
Inizio a frequentarli e dopo un po’ entrerò anche nel gruppo (magari poi ve ne parlo) come dj rumorista (la risposta garbatelliana a Dj Lethal dei Limp Bizkit).
Inizio ad accompagnare Flavia che fa la dj per le serate prima al Frontiera che è un capannone industriale enorme e bellissimo, poi al Terminal.
Inizo a mettere i pantaloni dell’Adidas ma non ballo, ancora no, guardo intorno a me ed inizio ad amare vedere la gente ballare, quelli che si appartano, quelli che vengono rimbalzati. Più che altro mi sistemo vicino ai vinili, la scaletta la so a memoria e glieli sistemo in ordine, lei è metodica prepara l’attacco in maniera autistica almeno 15 volte, giri indietro e lanci, giri indietro e lanci, sembra quasi Karate Kid.
Dall’altra parte i cd, non ci sono ancora i lettori attuali (con cui anche un monco riesce a preparare l’attacco dei brani) per cui è tutto un spingere il pause velocissimo fino a che non si arriva al punto desiderato. Se toppi cazzi tuoi, viene una merda.
Vedo cosa piace alla gente ed è ovviamente Bullet degli Smashing Pumpkins, qualsiasi cosa dei Nirvana, Basket Case, Spoonman dei Soundgarden e i Clash, a volte Faget dei Korn. Imparo cosa deve avere un pezzo per essere ballato ed è la capacità di ciondolare, di ondulare, di tenere il ritmo senza particolari strappi. Senza necessariamente cercare il pogo.
Flavia in 4 ore scarse riesce a girare 4 generi musicali, io tendevo le orecchie soprattutto per le chitarre.
Volevo farlo anche io: rimedio un altro lettore cd ed un mixerino a due piste ed inizio a fare cassette di prova.
Ci passo 3 ore buone al giorno per 4 mesi prima di far sentire una cassetta a qualcuno, con vergogna e mi chiedono tutti chi mi avesse insegnato. Dico sempre Flavia, anche se lei non lo sapeva.
Mi inizio a mettere i pantaloni dell’Adidas, mi sento pronto per ballare.
Semplicemente Paolo (Pistakulfi) è una di quelle cinque sei persone che mi sopporta da tipo almeno dieci anni, sono un grande fan del suo blog e dato che lì scriveva sempre di meno gli ho detto una sera “magari se scrivi con me scrivi di più”.
Ecco, poi non è dato sapere perchè qui dovrebbe scrivere di più ma tant’è oh, io ci provo perchè ne vale la pena e ve ne renderete conto, spero.
Con questa settimana le novità non finiscono perchè soprattutto grazie all’ingresso di Paolo potrò coronare il mio desiderio di aprire una nuova tag chiamata “vestivamo i pantaloni dell’Adidas”, che raccoglierà i nostri ricordi del clubbing rock numetal wave e hardcore romano (e non solo), insomma un meme che andrà avanti (credo in maniera interessante) nel tempo; ed un’altra chiamata milestones ovvero i nostri (miei e suoi) capisaldi, dischi non necessariamente storici ma che per noi hanno un vero e fondamentale perchè, quelli che consiglieremmo a chiunque, basta che respira, in maniera “assoluta”.
Il canovaccio su cui ci muoviamo è quello di quando entriamo in un negozio di dischi, usciamo con una metà scelta da chi compra l’altra sono consigli dell’altro del tipo “questo ce l’hai? no? e allora compratelo”.
Una roba così.
Per il resto non cambia niente e scorrerà tutto come prima. Nessuna rivoluzione tranne che noi ci stiamo già divertendo.
Lui ora farà lo sborone e vi racconterà l’Oya e i Pukkelpop e io leggerò.
Ah, ha un ordine preciso, non chiamarmi MAI “il padrone di casa”.
Un paio di varie ed eventuali:
- Walk this way! il programma radiofonico definitivo e dietrologo si ferma, ricomincerà il 13 settembre (e forse da qui a lì ci saranno altre belle novità in merito). Sul tumblr trovate la penultima e la terz’ultima puntata, l’ultima ve la faccio soffrire un po’ (in realtà non ho avuto tempo).
- Quando tornerò ce ne saranno di cose di cui parlare (ovviamente fuori tempo massimo): Hellboy, Fringe, The dark knight, il disco di Mirah, Conor e dei War on drugs magari anche.
Insomma voi state lì o come me vi fate una settimana scarsa di ferie.
Io parto e torno.
Ci si vede prestissimo.
Qui, ripeto, rimane aperto.
Ah, ci fosse qualche genio che si vuole divertire nei commenti con bestemmie, epiteti o inni alla Lazio sappia che sarà puntualmente controllato (il blog, non da me) e che saranno cancellati.
Giusto per essere chiari eh.
Ri-saluti
L’hai fatto perchè ci sono i dEUS e sì, l’ultimo disco non è questa grandissima cosa, sì le premesse sono di scalette piene di Vantage point e sì, li hai già visti con un disco non indimenticabile come Pocket revolution.
Il punto cruciale è che li hai già visti ed è per quello che hai visto l’altra volta (quindi quello che ti aspetti che sei lì).
Ecco già stare seduti, e partire così, a un concerto dei dEUS fa molto “mutande taglia baby”: non ci si riesce, è difficile, batti il piede ma niente, tutti fermi.
Barman a suo modo è sul palco l’uomo più bello del mondo, senza vestiti trendy ma con una camicia da gangster a righe, colletto e polsini bianchi, un gilet nero sopra e pantaloni neri. Vicino a lui un individuo in canotta, gli altri normali, sembra più un soundcheck, una roba da sala prove e inizia così. Fino a che Barman scavalca le spie (il palco è rialzato di tipo una settantina di centimetri rispetto alle poltroncine e non ci sono ovviamente transenne) suona tra i dEUS e il pubblico, con un gesto della testa spinge la gente ad alzarsi e tempo la fine della canzone giù sono tutti in piedi.
Io per la cronaca sto su, in tribuna e bestemmio però non ce la faccio a stare seduto e vado a mettermi in piedi a lato, appoggiato alla ringhiera.
Da lì diventa in effetti “il concerto dei dEUS”, quadratissimo, sudato e superiore alla maggior parte dei live act in circolazione per antonomasia.
I dEUS sono uno dei gruppi che si contano sulle dita di una mano che se fanno brani non dico brutti (non credo abbiano mai fatto brani “brutti”) ma perlomeno dimenticabili, dal vivo li rivoltano, li riempiono di non so cosa e sembrano fighi. I dEUS hanno hit non avendone, fondamentalmente, cioè, le hanno anche (e il concerto ha 4 5 passaggi fenomenali con Roses, Serpentine, Turnpike vede privilegiare nel ripescaggio lo splendido In a Bar..) ma per loro sembra non esserci differenza fra il suonare brani maggiori e minori.
Anzi se c’è è perchè sui brani minori caricano parecchio di più.
Al concerto dei dEUS ci sono bambini, tanti, che magari hanno accompagnato i genitori ma se un paio ballano anche vuol dire che cresceranno sicuramente intelligenti, differentemente da strappone che isolate in mezzo alla tribuna ballano ogni canzone come fossero Demi Moore su striptease. Senza palo però. Rincontro anche Stefanone e lo rincontro sempre ai concerti quelli fighi.
Stefanone li ha visti credo 18 volte, tipo come i Motorpsycho. Ha 42 anni e gioca ancora a basket nei campetti con quelli di venti. Ah lui vince sempre semmai ve lo steste chiedendo.
Due ore di concerto e al bis tornano sul palco, azzardo anche che Barman è a questo punto “cionco come uno a Santa Maria in Trastevere” esplode in risate sataniche, parla continuamente e fomenta la folla manco fosse di fronte a una curva calcistica, scritta è un’immagine che fa rabbrividire eppure lui è e rimane impeccabile.
Fa un altro passo verso la gente sotto il palco, vuol dire per il linguaggio dei concerti “salite su”.
Salgono su, almeno duecento persone e finisce con Barman i dEUS e tutti che saltano.
La canzone è Suds and soda.
Finisce lì e ho un sorriso che avevo un anno fa, stesso periodo a Torino per i Wilco.
Un’altra cosa difficile da scordare.
Saluto Stefanone e col pugno alzato dico “campioni del mondo, campioni del mondo”.
Ri-incrocio la strappona lap dancer all’uscita che corre verso l’entrata dei camerini e rido.
Era anche un cesso, ovviamente.
Thank you for the roses.

