Iniziamo così, con quella che per molti può essere giudicata una mossa azzardata, impopolare, ridicola.
Per molti, per me e per molti di qua dentro no, ce ne sbattiamo.
Fate una statistica, se avete un account twitter guardate quanti followers perdete se nominate Tiziano Ferro. Fate e capirete meglio quello che intendo.
Fatto sta che a me Tiziano Ferro piace, e in maniera smodata anche. All’inizio lo sopportavo poco, Rosso Relativo, la quasi cover di R Kelly (chiamiamolo quasi plagio, volontario o meno), in più stavo con una ragazza che si chiama Paola, ed era diventato un refrain al tempo che scatenava le maledizioni. Tipo non si iniziava un discorso che non usciva fuori Paaaaolaaaa ooohh Paooolaaaaa.
Da lì Tiziano Ferro per me è cambiato, e come per tutti credo sia cambiato con Sere Nere e con Non me lo so spiegare, era ancora un cantautorato in linea con la classifica italiana, pronto all’uso, ma almeno con melodie quasi internazionali, incastri di parole che avevano poco a che fare con la scrittura dei testi in italiano e poi veniva da Latina, e aveva (ha) come mito il fratello più piccolo. Uno differente insomma, non uno di quelli che dice di essere meglio dei Beatles, per dirne due a caso.
Uno che stava al posto suo, non inondava i social network (che ancora non erano così presenti, ma anche ora che lo sono non lo fa, non li inonda, non li usa proprio, che è una mossa di marketing suicida ma che è in linea col personaggio).
Poi le chiacchiere da sottobosco sulla sua vita sentimentale, sulla sua sessualità, per inciso becere, l’unica cosa per cui noti indie blogger nominavano Tiziano Ferro, perché si sa, mai dire che mi piace, prenderlo per il culo perché è gay AH! sai le risate.
A me non faceva ridere, non ha mai fatto ridere, ho sempre pensato che la sessualità è una roba di una persona che non va sindacata, mai (o perlomeno non adrebbe giudicata).
Poi l’outing, con un libro, che per un momento ho avuto il terrore monopolizzasse tutto il discorso “Tiziano Ferro” da lì (un anno e qualcosa fa) a venire.
Essere una pop-star e dichiarare la propria sessualità all’apice della carriera è una cosa non semplice, anche qui quasi suicida eppure eccolo lì, ancora Tiziano Ferro che stupisce.
Nel frattempo altri 3 dischi, con canzoni splendide, ballate per lo più (e per me lo fa perché dal vivo è quello il suo impatto, quello sa fare, quello fa, e non scassa i coglioni come Bublè) tutte capaci di far venire i brividi già solo a leggere il titolo. Sentirle poi a tratti era passare dal balsamo alle unghie nella carne ma è quello che conta, l’impatto, la voglia di emozionare.
E anche qui i testi incastrati, i giochi di parole, il dire in maniera totalmente diversa quello che molti provano a dire, e quasi nessuno ci riesce, con quella intensità.
Sai che in ogni disco di Ferro, a un certo punto, ce ne sono almeno sei di canzoni così, ed è quello che aspetti, compreso l’ultimo L’amore è una cosa semplice, un titolo bellissimo, un disco orientato (mi sento di dire) al fare un passo più in là (io per inciso avrei escluso il pezzo samba bossanova e il brano da quasi crooner, perché sviano un po’ il discorso) al suono internazionale, Coldplay e U2, per dirne uno.
Chitarre e cassa a quarti, quasi dritta. Non un cambiamento radicale se sotto rimane sempre il concetto di emozione, sempre tantissima e il senso di arrivare dritti, arrivare prima e colpire forte e al petto.
A tratti riuscitissimo (l’inizio è una bomba) a tratti no (ma nei dischi internazionali ci sono i cosiddetti filler, e questo conferma la mia teoria), è un disco che non ti delude, ti fa tornare indietro per risentire le frasi, se erano belle e importanti per come le avevi capite, ti fa incastrare sulle tracce. Ti fa tornare sedicenne.
JunkiePop quest’anno comincia così, nella maniera forse più impopolare per molti. Dicendovi che Tiziano Ferro, oggi come oggi, in Italia, in quello sport lì non ha neanche un rivale che possa arrivare in seconda posizione. Tiziano Ferro è quello che ad uno che sente accacì, punk, hip hop e post rock ha sventrato il cuore, e da subito.
Uno di quelli a cui non bevendo offrirei, se beve una birra, anche a distanza, anche se non sarà mai, solo per dirgli grazie.
Come il Subterrean Homesick Blues, ma al quadruplo della velocità con tanto (poco) senso dell’estetica, insomma torna Andrew Wk che fa Andrew Wk (e quindi non roba con Baby Dee o al pianoforte) con il tema portante del World Snowboarding Championship, Go Go Go Go.
Sia messo agli atti che su questo sito tra chi ci scrive I Get Wet è stato disco del decennio.
E sia messo agli atti che la mia venerazione arriva ad indossare questa maglietta qui. Ho anche testimoni
Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram
Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.
Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso. Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.
Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno. In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.
G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament. Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.
E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.
G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone. I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto. L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?
E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo. Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto. Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.
G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo. Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70. Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli. E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine. I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé. Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.
E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo). Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…
G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome. Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato. Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita. A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.
E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!” Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico. Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?
G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.
E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla. Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.” Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.
Life is so very fragile. We are all vulnerable. And we will all at some point in our lives fall. We will all fall. We must carry this in our hearts. That what we have is special (Coach Eric Taylor)
Difficile l’idea di sentirsi solo. Difficile l’idea che il sentirsi solo è perchè chiudi una serie tv.
Friday night lights però non è “un’altra serie tv”. Friday night lights è quella cosa che stabilisce cosa è giusto o meno nella vita di una persona, in un determinato momento.
La breve sinossi, brevissima, è la storia di 5 anni di carriera di un allenatore di football americano liceale, della sua famiglia, del Texas e di ragazzini di 17 anni. E di qualche adulto.
Capire dove vado ad infilarmi io, che figli non ne ho, allenatore non lo sono (anche se ho sempre sognato di), e soprattutto di anni ne ho più del doppio di 17, è difficile, quasi impossibile.
La cosa per cui parlano giustamente tutti di Friday night lights è la colonna sonora, che è una specie di esercizio di namedropping dell’indie alternativo degli ultimi vent’anni: Explosions in the sky (che prestano il tema portante), Sufjan Stevens, Sparklehorse, Daniel Johnston (con una sua cover), Scott Matthews, Fink, Iron and Wine e potrei andare avanti per altre venti righe, ma cadrei vittima del namedropping di cui sopra. L’idea è, presente una scena di partita di football col post rock anzichè i Nickelback? Non ridete, se vi capita usate il tubo, poi mi dite.
Questo è l’aspetto che vi diranno tutti, come primo. E chi sono io per essere diverso da tutti.
La cosa vera di Friday night lights, é il naturale affetto per ogni singolo personaggio, nella sua semplicità, nella sua incoscienza e nelle sue debolezze.
Ognuno ha avuto 17 anni e sa cosa vuol dire essere un perdente, un emarginato, avere una cotta non corrisposta che lo fa soffrire come un cane e avere una correttezza, una linea educatrice e morale da seguire. Difficile. Anche solo a pensarci e scriverlo.
Friday night lights è quella cosa che in 5 serie che in 75 puntate di 40 minuti l’una racconta queste storie, quelle banali domestiche e quelle brufolose e tracotanti di chi affronta la vita come un trentenne.
I dolori delle perdite e di quello che viene tolto, la naturale conclusione di storie nel bene o nel male, le sconfitte nella vita e quelle sul campo, il rialzarsi e il non riuscirci.
La sconfitta come catarsi e la vittoria come riscatto, come una seconda possibilità.
L’affetto, insomma, è la soluzione sotto la riga finale, come per gente di famiglia. Forse di più.
Questo è quello che manca, che mancherà e che lascia dietro una serie (bellissime tutte, la seconda un po’più debole per lo sciopero degli sceneggiatori) come questa.
Ah dimenticavo, la cosa più importante che lascia (è mio).
Due parole sui Rival Schools non bastano. 202 neanche. Cercherò di non essere prolisso e di infilare meno possibile gli affari miei in questa lunga storia.
Ho due magliette che mi porto dietro da dieci anni, solo quelle due. Una è dei Tool e la prima bruscata che ci ho fatto sopra a momenti si portava via una aritmia al mio sistema cardiaco, l’altra è blu ed è col logo giallo di United By Fate, finto esordio dei Rival Schools. Diciamo che con quella maglia ho vissuto i primi cinque di questi dieci anni, e gli ultimi due. Per tre anni è stata in un contenitore di plastica sotto a un letto.
Con me che pensavo ad un certo punto di averla persa, magari l’ho lasciata a casa di quella e magari il suo nuovo convivente la mette come fa con un altro paio che ho lasciato lì. *
Che la gente ha comunque buongusto, se non nella vita almeno a vestire.
I Rival Schools sono stati qualcosa che in momenti come questi (e come quelli) sono stati da vestire, in tutti i sensi e parlo di me. Del resto del mondo non me ne frega molto.
Fatto è che non parliamo del gruppo della vita in senso canonico, come i Beatles, per dire, ma di un gruppo che il destino sembra fartelo apposta di tirartelo fuori a cavolo, nei momenti più disparati. E neanche ci fai caso subito ma dopo. In un certo senso ilgruppodellavita (o “uno dei” come gli AC/DC per dire), quelli che ci sono stati e non te ne sei neanche accorto.
Metti quando un mio amico partiva per lavoro per Milano e gli regalai United by fate, metti l’unica volta che noi i giovani di Spoilerin siamo stati nello stesso posto per un giorno, Matteo Valido aveva messo la maglietta dei Rival Schools.
Certo non sono i segni dei Maya e della fine del mondo ma sono segni miei. Con quel cerchio così retrò e quel ragazzo e quella ragazza che corrono per mano.
Io non so se mi spiego e mi faccio capire se dico che ad un certo punto parlare del nuovo disco Pedals sia quasi diminuitivo almeno per me. Non perchè sia meno che bellissimo (lo è, bellissimo) ma perchè quanti gruppi puoi dire di averti steso di avere sentito 5000 volte su disco, a repeat (e il nuovo vive la stessa sorte, come lo split con i onelinedrawing, come united by fate, come quello che non è mai uscito) per ricordarti che se c’è qualcosa, qualcuno, che ha inquadrato quello che volevi dire per come lo volevi dire puoi essere tranquillo che esiste, c’è.
Che insomma Undercovers On è una canzone che negli anni ha fatto bene e ha fatto male ma rimane Undercovers On e che dieci tracce bastano per cercare la nuova che farà bene e farà male. Anzi no, neanche dovrai cercarla, perchè verrà lei a trovare te.
Ecco perchè i Rival Schools, ecco perchè Pedals è qualcosa per me talmente oltre da essere sopra qualsiasi giudizio, mentre il mondo magari cerca di non fare altro
*per inciso (hai visto mai che qualcuno sia suscettibile) con la persona in questione io non ho mai convissuto.
è nel momento in cui ho letto che un malware aveva infettato questo blog che ho visto le sfighe di un mese e mezzo sbattere la loro coda veementemente.
Più facilmente mi sono reso conto che volente o nolente io a questo posto, al pensiero di perderlo, di ricominciare da capo e magari lasciarlo alle cazzo di foto Justin Timberlake con i Neptunes che portano la sfiga dentro, beh io voglio un bene grande così.
Presente quando il film sembra finito ed era solo il primo tempo?
ecco.
Caro presidente del consiglio, questa è forse l’unica lettera che le arriverà in questi giorni che 1) non le auguri qualcosa di male 2) che scriva “forza silvio vai avanti così”.
La mia, è una semplice constatazione, lunga vent’anni ma alla fine giunta a una tesi finale.
Io la ringrazio.
La ringrazio di aver fatto capire veramente a tutti, slogan elettorali a parte, cosa sono veramente gli italiani. Ce l’eravamo un po’ scordati dopo il ventennio, la seconda guerra mondiale e l’epoca dorotea. Gli italiani sono un popolo di vacche, neanche tanto floride e anche un po’ sceme. Non tutti, certo, ma sopra il 60% sì. Dovrei rammaricarmene? No presidente, perchè mai? Leggo fumetti e anche lì ci sono i Pippo, i Jonah Jameson, insomma, non si può essere tutti Spider Man. Sai che noia poi.
Uno dei modelli degli italiani è Totti, un altro è Belen Rodriguez, un altro ancora Corona. Per finire lei, presidente. Si immagini una foto presidente, vi vedete in formazione tipo squadra di calcio? Metà in piedi metà accovacciati. La Belen accovacciata e vicino a lei, così si capisce chi è il vero maschio dei tre.
Pensi che le vacche sceme aspirano a diventare Totti senza saper giocare a pallone e parlando come lui, Belen rifacendosi le tette e Corona vestendosi come un pappone di dubbio gusto. E come lei andando in giro a dire “meglio un figlio morto che frocio. Io col pisello mio ci schiaccio le noci. Io quella me la sono fatta, lei la su’mamma e la su’sorella. E viva il Milan”. Scusi se la taglio qui ma non basterebbe un blog per breviario.
Io la ringrazio presidente perchè lei dicendo che “è meglio guardare le belle donne che essere omosessuali” mi (ci) ha dato uno slogan. E non uno slogan da partito, uno slogan per andare avanti di fronte a tutto questo (sempre per chi magari invece di sentirsi una vacca scema si sente una vaccapunto).
Io sono meglio di lei. Io sono meglio di tutto questo.
è qui che lei ha scritto la sua sconfitta Presidente. Non elettorale certo, ma più importante. Quella morale.
Per quelli come me, disillusi da un cambiamento politico e sull’orlo dell’annientamento beh, fino all’altro ieri era dura, davvero. Ci si poteva appigliare al calcio, al 2012, a rifarsi la tessera alla videobank e sfondarsi di porno.
Poi quella sua frase “meglio le belle donno che essere omosessuali”.
Erano anni, anni, che una frase non mostrava che il re viziato e vizioso era un essere umano, ormai preso dai deliri di onnipotenza, lontano dalla realtà. Craxi la disse nell’hotel Rafael con la gente pronta a tirargli 500 lire e a sventolargli le famose mille al grido di “vòi pure queste, Bettino vòi pure queste”. Craxi disse “questo è il popolo”. Le vacche sceme secondo lui, le vacchepunto, secondo me che ero lì.
Lei mi ha dato una speranza Presidente Berlusconi, che io sono meglio di tutto questo, io sono meglio di quello che fa 20 gol a campionato e tromba la Belen. Io sono meglio di razzisti e omofobi come lei e la stragrande maggioranza delle vacche sceme. Io, presidente, ce la faccio da solo e non chiedo aiuti a nessuno, e soprattutto non cerco scorciatoie, non uso telefonate per fare pressioni, aiuto gli amici ma per cose semplici, se gli si scarica la batteria o sono giù per altri motivi, io non picchio e non voglio vedere morto chi la pensa differentemente da me.
Una delle persone a cui voglio bene è una giornalaia che la vota, pensi un po’. E ha anche conosciuto la mia ragazza.
Io, presidente del Consiglio, sono meglio di lei. E ora lei può anche restare anni dove è, ma questo, Lei, non potrà mai cambiarlo. Grazie per avermelo fatto capire.
Ci sono dei momenti in cui a occhio e croce la massima idea che ti balena in testa è che non ci stai capendo un cazzo. Non intendo un cazzo “di qualcosa” ma un cazzo “della vita” e piacevole è forse l’ultimo aggettivo che si possa mettere vicino allo stato d’animo. La prima volta che è successo a me non lo ricordo, davvero (e non è una voglia di fare l’incasinato, ma davvero non so dove sia cominciata sta roba qui) ma so l’ultima, me la ricordo bene. Ed era il primo giorno di febbraio di quest’anno qui. So che ero su un treno e che arrivavo in mattinata a Roma Termini, e so che avevo un numero di cellulare su una mail sempre sullo stesso cellulare di quella che a conti fatti è la migliore amica che ho. Scendo dal treno e chiamo.
Spiego la situazione e da quella persona vado una volta a settimana, da due giorni dopo quel punto e prima di andarmene lascio sul tavolo sessanta euro. Qualche coglione magari farà la battuta ora, ma vado oltre, come fai con le merde per strada, le vedi, le scavalchi. Io so che avevo paura, che fosse una cosa lunga, che non fossi pronto, che non avrei parlato e non avessi la forza di portare a termine la cosa e che non ne sarei mai uscito. Ne parlai con una grande amica a Londra, mi rincuorò a metà e quel a metà mi fece bene da un lato e male dall’altro.
Ero con i piedi, le ginocchia e l’inguine nella peggiore situazione di tutta la mia vita eppure per la prima volta avevo deciso di non turarmi il naso ed andare giù a candela ma di provare ad andare verso una riva. La cosa brutta di una situazione così è che metti in conto delle buche che non vedi, la corrente e una cascata di merda che ti piove dal cielo anche senza una nuvola. La cosa buona è che sei così disperato che non fa niente e vai avanti, perchè forse è l’ultima cosa che fai prima di rinunciare ad essere una persona decente.
Per te, non per gli altri.
Mi sono sempre detto “Giò a te (ti) fottono le canzoni tristi”, in quel momento avevo capito che mi stavo fottendo da me. In ogni posizione immaginabile. C’è che da una parte c’era la paura di perdere qualcosa di grande e dall’altra l’essere fatti così a cazzo dal non sapere altro che fare di tutto per perderla. E forse questo è rendersi conto di cosa voglia dire amare qualcuno e di “fare di tutto” per qualcuno.
Questo per me ad oggi è “di tutto”, lo è anche ora che dopo 8 mesi si passa sopra a tutto ma non sopra al fatto che si è sputato sangue veramente, e da soli, senza coinvolgere nessuno per arrivare a quella riva.
Ci sono quasi ma la vedo bene. Non so se profuma o è inodore ma almeno non è la melma dove stavo piantato mani e piedi.
C’è che per quanti difetti possa avere V for Vendetta ha una cosa bellissima, i titoli di coda. Ed io non me li ricordavo più.
C’è che ora Street fighting man la sento.
12 anni fa per pagarmi gli studi ho lavorato come standista al bioparco di Roma. Ad oggi rimane una delle cose più sensate fatte, anche dopo una laurea anche dopo un lavoro a tempo indeterminato.
Pizzette, caffè panini e gelati per due settimane e dieci ore al giorno erano e sono ad oggi la cosa più umana e sensate che credevo di avere fatto.
Domenica ho servito ai tavoli.
No, non ho cambiato lavoro, no, non mi sono licenziato, semplicemente ho fatto una di quelle cose che si fanno quando ti porta il cuore. E tra quelle c’è il servire ai tavoli.
Può essere criptica come cosa ma spiegarla (ed è facilmente intuibile) non ha senso, importanza o quello che è.
Mettersi il grembiule nero e riuscirsi a fare il fiocco alla cieca, dietro, già era sembrata una piccola conquista, iniziare a servire ai tavoli, prima gli affettati in piattoni grandi e tondi portati due per volta (facendo attenzione a non toccare le cose nel piatto – provateci col pollice e con un piatto colmo) poi le frittele di fiori di zucca e poi di farina di castagne è oltre la conquista, diventa un tetris per dove mettere i piatti su un tavolo quando è praticamente pieno, cercando e trovando (a volte) la compiacenza di qualcuno che mangia e ti fa spazio. In cucina preparano qualche frittella anche per te, le prendi in mano e ci spruzzi al volo il sale, pulisci le mani fronte e retro sul grembiule, con un fazzoletto che hai nella tasca davanti la bocca e rientri in sala dove guardi se piatti da portata sono vuoti e da liberare. C’è chi ti chiede una bottiglia di naturale, chi se gli apri una bottiglia di bianco o di rosso. Ti sorridono tutti e ti rendi conto che quando sei tu al posto loro al cameriere non fai caso. Ora capisci cosa vuol dire.
Metti i piatti fondi dopo avere tolto quelli da antipasto e porti per ogni tavola due enormi piattoni tondi pieni i ravioli ricotta e spinaci con sugo al ragù. Ne preparano un piatto per te e insistono quasi che tu lo finisca prima di andare in sala. Ne metti in bocca due per assaggiarli e torni di là. Preso da quel qualcosa di nuovo che ti tira avanti. Giri per i tavoli, controlli le acque, ringrazi che ci siano tavoli che appena finito di mangiare impilano i piatti sporchi così non devi girare intorno.
Fai caso quando li levi se c’è qualche indumento intorno che può sporcarsi e se vedi una forchetta che penzola dici “non cadere perdio non cadere” e ti senti come Houdini se riesci a tenerla dritta e tutti incolumi, vestiti e tovaglie.
I piatti li porti al lavabo, prima li svuoti poi li lasci dentro.
In cucina hanno messo su i Belle and Sebastian e capisci che tutto questo, che é il parlare di musica, lo spararsi le pose, i concerti e l’onniscenza ventilata, reiterata che rende sto mondo qua, un mondo di sciovinisti, sono cose di cui non ti fotte veramente un cazzo.
Prenderesti a calci quel registratore e diresti “ho altro da fare ora, recensisci questo” eppure lo lasci suonare per assaggiare la lontananza dei due mondi.
Porti i secondi, cosciotto d’agnello, arrosti e una tagliata su un letto di rucola. Ti sembra di “sapere vivere” perchè porti dei piatti e non fai casini, ti senti un giusto, per come fai le cose e ad oggi passaggio tra le porte con i piatti in mano ti senti pronto, pronto non sai cosa ma pronto. Anche a farlo per tutta la vita. Alzi l’assicella e pensi che tutto questo sia più reale, più concreto e infinitamente più vero di un mondo fatto di bilanci, blog ed mp3.
Porti anche le patate, nel piatto che lasciano in cucina volano le mani, con leggerezza e una sana avidità, come dei bambini che infilano le mani nelle boule delle caramelle. Osservi la cosa, ci pensi un secondo e ri-voli di là. Il dolce è una sfoglia con crema chantilly e frutta, tutto fatto a mano, tutto sotto i miei occhi, con la cura certosina di uno scultore che incava riempie e modella con mirtilli e zucchero a velo. Mentre succede questo con le mani spolpi due cosciotti d’abbacchio e li dividi con chi è all’opera. è tutto naturale, cosí naturale. Ed é tutto così lontano, il resto, dico.
La gente sorride, un tavolo brinda con spumante e in fondo al cuore essere arrivato in fondo é un palloncino pieno d’acqua che sta per esplodere perchè il tuo ritorno alla futilità, all’inconcludenza è dietro l’angolo.
Sono passate quasi 3 ore e mezza e la doccia è l’unica cosa che separa te dall’essere una persona completamente felice.
Sono passati anni, tanti e l’ultima cosa che pensavo avrei fatto a 35 anni era
1) andare ad un tuo concerto
2) ricominciare a giocare a pallacanestro
3) scriverti una lettera che non leggerai mai
Sabato sono andato a pranzo da mia madre e mi sono portato via il pallone Spalding che ho comprato 4 anni fa e che ancora non ha toccato una retina; per ora è sulla libreria ma penso che presto rimbalzerà.
La sera sono venuto ad un tuo concerto, allo stadio Olimpico ed eccomi qui, a scriverti una lettera. Le ultime cose pensavo avrei mai fatto dicevamo. Ed è una sorta di contrappasso di questi ultimi tempi trovarmi a fare cose che pensavo avrei mai fatto, si cambia. Tu ci scrivi canzoni su robe così. Magari ti viene l’ispirazione.
Vedi Luciano, io in fondo ti devo delle scuse, profonde anche. Le stesse cose che direi alla ragazzina del liceo che piaceva solo a me e mi prendevano un po’ tutti in giro perchè era bella, ma a modo suo e non aveva due tette tanto e non la dava chissà perchè. Ecco, io incontrassi quella ragazza diventerei un po’ rosso e forse non riuscirei a guardarla negli occhi mentre le chiedo scusa. Scusa di che, chiederebbe lei molto probabilmente lei, scusa perchè non sono stato dalla tua parte quando dovevo starci. Fosse stato anche solo per due minuti ma starci.
Sì perchè Luciano, io negli anni 90 sentivo tutte quelle robe che mi hanno fatto grande, Nirvana, Pearl Jam, Led Zeppelin, Sonic Youth, Helmet, Henry Rollins e i Black Flag, poi sentivo anche te. Ma da subito. Dalla prima volta che vidi il video di Balliamo sul mondo e comprai (in vinile) il disco. Non avevo fatto alla profonda asetticità e tristezza del video (ne converrai, ora) ero rimasto lì con la bocca aperta come uno stoccafisso. Di italiano non sentivo nulla, odio e odiavo Vasco, i Litfiba e i Diaframma. Molti diranno “te lo meriti Ligabue”, beh Luciano, a questo punto sì. Ti merito.
Ti ho seguito spasmodicamente per anni, vedendoti in concerto per i miei 18 anni nel tour di quello splendido disco (lo dico ancora) che era Sopravvissuti e Sopravviventi, menavi anche, il suono era massiccio, ero sempre lì lì per dire “oh a me piace Ligabue” ma alla fine lo sapevano in pochissimi.
Visto che ci siamo tiriamoli fuori tutti gli altarini, ho iniziato a suonare la chitarra suonando le canzoni tue, le sapevo fare tutte quelle dei primi 4 dischi, sicuro attaccassi il jack saprei suonarle ancora. Molti rideranno e diranno che tanto le scale sono sempre le stesse e forse diresti anche tu lo stesso, ma chi se ne frega.
Non ti ho difeso, e in fondo, ho avuto poco rispetto di conseguenza, per me e quello che pensavo. Credevo fossi la bruttina che lasciala lì. Un codardo, e un po’ me lo merito sto senso di colpa.
Pensa che sabato sera sono andato con un mio amico, uno che posso dire che mi conosce abbastanza bene e oh, neanche a lui ho avuto il coraggio dire che fino al quarto disco “copro tutto”. Cioè io so che Braido ha suonato A che ora è la fine del mondo e mi ricordo ancora la copertina del Mucchio col tuo ritorno dopo i Clan Destino. Questo è perchè Luciano eri la bruttina ma sapevo anche come mangiavi a ricreazione anche se gli altri mi portavano da un’altra parte.
Oggi Luciano non sei più la bruttina, e non hai più bisogno di me, nè io ad un certo bisogno ho avuto più bisogno di te e dei tuoi dischi. Non abbiamo fatto qualcosa di cattivo nessuno dei due, le strade semplicemente si dividono e senza rancore. Ogni volta che esce un tuo singolo lo sento, lo ascolto e molti (giuro) mi piacciono e parecchio.
Per dire, una canzone tipo Il centro del mondo è una di quelle che (testo a parte) mi fa pensare e capire che quella bruttina lì ora, dopo anni, piace a tutti. Ci sono stadi di persone a farle il filo e ad aspettare solo che esca di casa.
Ecco Luciano, in molti ti scambiano per la sintesi del piattume, per me sei un altra cosa, un qualcosa che continuerò sempre ad osservare, da un passo più lontano di prima, a sorridere se non ti vedo cambiato e a ricordare che a ricreazione, quando mangiavi la pizzetta e ti guardavo, beh, mi cambiavi le giornate.
Ho letto il post di Margherita una ventina di volte. Alcuni estratti anche trenta, ho girato e rigirato le parole per trovare un alibi ad un reato di cui mi sono sempre macchiato (se per sempre vogliamo intendere un periodo di una ventina d’anni) per capire poi che non c’era alibi. Perchè non c’era reato.
Avere 23 anni oggi è dura, durissima, soprattutto per chi da sè si aspetta un livello di vita dignitosa, almeno che non vada contro i propri principi di vita, di moralità. Averli 12 anni fa era quasi lo stesso. Quasi perchè tra oggi e 12 anni fa cambia l’isolazionismo dell’oggi e la socialità sessantottina del fu. Perché oggi é sì tutto un po’ più pratico e facile, più breve nel tragitto tra idea e traduzione in risultato, ma 12 anni fa pur sentendoti vecchio, allo stesso modo c’era il gusto della scoperta a carissimo prezzo (e incerta) da lasciarti lì a volte a sentirti l’Indiana Jones di te stesso. Fermo anche in mezzo a un cataclisma.
Io ero fuori dall’Hotel Raphael a sventolare le mille lire e io ho preso le sassate dagli autonomi e me le sono giurate con quelli della FIGC nelle occupazioni di scuola a 18 anni. Trovarmi a 23 con la fidanzatina, le polo e l’università dei figli di papà (fuori corso anche in questo) mi faceva sentire allo stesso tempo un vecchio traditore di me stesso. Uno che su quello che era ci stava sputando ogni mattina ogni volta che apriva bocca e si riempiva la mente di Keynes e zero couponb bond.
Prendevo la laurea in quanto di più lontano dalla poesia e i presupposti di una vita che volevo fosse tutta una lotta, contro la famiglia, il sistema, contro tutto, anche contro me e i miei principi avessi mai finito l’elenco dei miei nemici.
Mi sentivo come Noel Gallagher e la sua chitarra, sentivo i Nirvana e i Pearl Jam. Quando leggevo “drop the leash we are young” ci credevo veramente a sovvertire tutto e a pagare il pezzo più grande.
Ecco, la chitarra di Noel Gallagher è un segno di qualcosa che nel tempo è cambiata, e come la teneva lui un mio approccio alla vita. Da una vita passata da semplici accordi, pochi ma giusti, suonati con compostezza e rudezza come chi non ha bisogno delle lezioni di nessuno le cose si sono complicate qualche abbozzo di assolo qui, qualche effetto là, un capello un po’ più lungo e un atteggiamento più guascone fino a volte a cambiare la Supernova per che ne so, una Fender Jaguar. Provare a tornare ad essere i Nirvana a trent’anni, per capire praticamente subito che quel genere di vita lì, era finita e che non aveva più un senso portarla avanti.
Suona triste lo so, ma a 35 so che a 23 per forza si dice che i compromessi sono quanto di più contrario alla propria esistenza, quanto di più lontano dalle proprie aspirazioni. Dicevo che avrei portato sempre i capelli come volevo e che non avrei mai messo una giacca e una cravatta.
Ora vado a volte a lavoro in giacca e cravatta e come trasgressione ci metto le Vans sotto. Il mio tocco da 19enne che non si faceva problemi ad essere sospeso e che oggi, lo so, sembra ridicolo.
Ma questo io posso.
E non è un senso remissivo o disilluso. Io ci credo ancora, io non ho mai smesso di crederci che tutto questo un giorno lo considererò inutile. La depressione, i tradimenti, la tristezza e i dolori, l’analisi e la fine del tunnel.
Forse.
Perchè questo ho imparato dalla vita, in questi 12 anni, che purtroppo dall’assolutismo si deve prendere in considerazione il “forsismo”, l’idea di incertezza, sul lavoro, i sentimenti, la casa, la vita la famiglia. Tutto.
Niente è per sempre, niente è purtroppo per sempre.
E io dico a te Margherita, che avessi avuto 23 anni avrei scritto qualcosa dai contenuti simili ai tuoi (lo stile ovviamente sarebbe stato carente rispetto al tuo) e leggendoli oggi, ci ho creduto come fosse ieri.
Ma è l’incertezza che fotte tutto, questo forse lo sai già, l’incertezza che spinge a smottarsi come fossi i sanpietrini a roma sotto gli autobus. Si lisciano sempre di più e si spostano di frazioni di centimetri ma sono sempre lì.
Loro e i loro bambini se ne vorranno avere. Io, per dire, sono uno di quelli che mettevi davanti al piatto quella parola e diceva “no grazie, passo”, ora, sia come sia, vada come vada, è una necessità. Il mio battere i pugni sul tavolo per reclamare qualcosa di decente per me. Senza pensare a tradimenti di quel me. Ora sono così e non sono mai più stato uguale a me stesso, tolti i miei principi.
E non avevo nonni che mi facevano discorsi profondi, erano gente semplice e mio nonno copiava le risposte della Settimana Enigmistica dall’enciclopedia. Sapevamo tutti che lo faceva eppure continuava ad aprirla di nascosto da noi.
Ecco io un’enciclopedia non ce l’ho sottomano eppure sento che alla fine, farcela è solo una questione di aspettare che tutti siano in un’altra stanza.
Fa caldo, caldissimo e sono iniziati i Mondiali. Voi ci credete se io vi dico che ancora non mi sono visto una partita? Non vi frega niente? Avete ragione.
Oltre a fare caldo e oltre ai Mondiali nella mia vita di tutti i giorni è da un anno che sento parlare de “La canzone dei mondiali dei Cat Claws”, vi giuro che a un certo punto era diventata una chimera del tipo “a Roma non muoiono mai i cinesi” o “a Roma da quando ci sono i ristoranti cinesi non si vedono più gatti in giro”. La differenza con la chimera è che però la canzone dei Cat Claws è viva, vera ed è qui. Ed è 90 Minutes, canzone che se per caso seguite la Gialappa’s sarà la colonna sonora pre-partite dell’Inghilterra.
Non solo, le mani in pasta non sono quelle del noise, del rock e del (a suo modo) post punk virato in pop, ma anche del Radion che contribuisce col suo lato clubbing e pop con citazioni allo stesso tempo di Madonna e del noise più becero e storto. Insomma roba che ci piace.
Parlando di cose più concrete e musicali è un succulento anticipo di quello che è un attesissimo ritorno a due anni da quel Magic Powers che qui fu riconosciuto tra i dischi italiani migliori dell’anno, un ritorno che speriamo più rumoroso verdeum o grigium (toccherebbe chiedere a Caizzi) che mai.
Ah ovviamente esce per 42records, sempre più garanzia per le nostre orecchie.
Su segnalazione di Federico Bernocchi viene proposta anche un’altra diciamo così “ispirazione” grafica, il termine di paragone principale è uno dei più grandi dischi post-hardcore della storia (e dei secoli amen) Jane Doe, dei Converge, il copycat del caso il greatest hits di Giorgia. Sì la nostra Giorgia. Sconvolgente, ai limiti del plagio. Me ce la vedo a fare lo screamo.
La copertina del disco nuovo di Anouk (rendetevi conto delle condizioni della discografia mondiale, ANOUK) ricorda vagamente la copertina di uno dei capolavori – culto dell’ultimo decennio.
I Get Wet di Andrew WK.
Iniziamo a dire che oltre a scarseggiare le idee musicali iniziano a scarseggare anche quelle dell’area grafica/marketing?
Che i Black Eyed Peas siano un parto naturale del pop post duemila è a questo punto un dato di fatto, quasi incontestabile. Possono piacere o meno però la capacità di mashare generi, pezzi di roba, slang metropolitano, hip hop e cinema del gruppo è la cosa più rilevante e sicuramente tra le più importanti del pop dei giorni nostri, perchè ad un certo punto è innegabile quando il pop sembra avere detto tutto scopri che ti stavi per perdere qualcosa
Diceva qualche giorno fa Emmebi riguardo il loro singolo I Gotta Feeling
altro non è che un efficace aggregatore di potenziali standard per cori da stadio
Niente di più vero e prima lo capiamo e prima prendiamo contatto con quello che potrebbe essere il pop. Un passo dopo Midnight Vultures di Beck da una parte un passo oltre Future sex love sounds di Justin Timberlake. Un qualcosa di diverso, un qualcosa che rispecchia in pieno gli ascolti smozzicati di mp3, myspace. Un mashup delle vostre 8 ore davanti al pc. Da Frank Sinatra ai Sex Pistols per capirci. E loro, forse questo l’avevano capito 30 anni fa. Il pop, il rock non hanno frontiere e se le hanno sono fatte per essere abbattutte.
Detto questo per l’inaugurazione della 24a stagione dell’ Oprah Winfrey i Black Eyed Peas hanno deciso di battere il record per il più numeroso flash mob del mondo. 21000 persone, ok? 21000.
Con quel brano lì, la sintesi perfetta della blackness e della whiteness. Un go down umano impressionante e di enorme impatto visivo. Potevano farci il video, dubito non l’abbiano fatto. E noi che ci eravamo fermati a bocca aperta per le palline colorate della pubblicità del Sony Bravia
Il mondo va avanti, il pop anche e soprattutto anche per queste cose. Perchè diciamolo dai, chiunque pur odiando i Black Eyed Peas quando parte sta canzone rimane bloccato per 3 minuti e nella migliore delle ipotesi batte il piede.
Nella peggiore balla, ovunque si trovi. Magari all’ Oprah Winfrey Show Party everyday p-p-p-party everyday
Comunque qui il video (che inizia dal minuto 2, esclusa la presentazione, per trovarlo in HD una faticaccia). Un consiglio solo, guardatelo solo se potete alzare il volume, che sennò non rende
dary!!
Dopo un mese di vacanza (ok, cinque settimane ma siamo lì) si torna in radio, frequenza è la stessa Radio Città Aperta se si usa lo streaming online, 88,9 in FM per chi invece abbia voglia di ascoltare in analogico.
Non è Walk this way!
No.
Fugo immediatamente il dubbio da un qualsiasi tipo di pensiero balordo, o equivoco, io ed Emiliano Colasanti non abbiamo ancora deciso di fare come John e Paul (o Kobe e Shaq, o Al Bano e Romina, o Cochi e Renato), quindi la coppia della trasmissione più fortunata e fregnona della radiofonia italiana rimane immutata.
Sarà un qualcosa in “attesa di” Walk this way, che tornerà nel suo massimo splendore e con qualche novità i primi di ottobre. Ma di questo ne parleremo poi.
Per ora c’è Gimme Five. Perchè come Jovanotti agli albori che si affiancava come risposta maccheronica ai RUN DMC saremo noi stessi in maniera del tutto autoreferenziale una versione light della nostra cara e amata trasmissione madre.
Quindi?
Niente collegamenti, più musica, le minchiate dette rimarranno per lo più su uno standard da cui non riusciamo ad allontanarci (per natura più che per impostazione).
Ah e soprattutto un orario nuovo.
Dalle 21, così vi mandiamo di traverso la cena.
Io non lo so se quello di ieri era un concerto d’addio, ci credo poco, pochissimo. Però sulla carta lo era, l’ultimo concerto (almeno a Roma, conseguenza della tournee d’addio) dei Nine Inch Nails.
Chi scrive questo è GiorgioP, poi magari il post verrà aggiornato con la visione di Pistakulfi a seguire. Quindi, ma non credo avrete una visione completa della cosa.
Premessa l’idea che liquidare gli Animal Collective con un sempre bravi, sempre belli, sono riusciti a far battere le mani anche al popolo industrial, gente che (e fidatevi che li conosco tutti uno per uno, anche se è un modo di dire) di suonetti e coretti alla Beach Boys v’assicuro ne hanno un ricordo delle medie, e neanche lo so. Comunque dicevo, Animal Collective gruppo che conferma le bellezze dei propri lavori in studi. Anche se messi alle sette di sera in effetti sono stati penalizzati.
Che i Tv on the Radio fossero il gruppo che attendessi alla prova del live (dato che non li avevo mai visti) era lecito, che alla fine ne rimanessi soddisfatto a mezza bocca un po’ meno, anche se era preventivabile. Live diventano un gruppo sporco, sporchissimo, non voglio dire che alcune canzoni arrivano a mostrare la propria faccia hardcore ma quasi garage sì. Sì che parliamo di volumi non tarati sulle frequenze giuste per la loro miscela di black-wave e sì che la situazione richiede magari un concerto un po’ più muscolare del previsto, ma a un certo punto pare quasi che i muscoli prevalgano su melodie, arrangiamenti ed interpretazione stessa.
Arrivare ai Nine Inch Nails dopo una quasi ora di cambio palco è snervante, iniziamo tra le file a giocare a “indovina il motivo dell’annullamento del concerto”.
Il concerto c’è. Ed è qualcosa di veramente grosso. Io lo immagino Reznor che entrato nei quaranta si è definitivamente scocciato di presentare live qualcosa che a conti fatti era scritta da un’altra persona. Ecco, io forse ho interpretato l’addio con Reznor che non ha più voglia di vestire i panni da Reznor. Sentite i testi vecchi. Sentite i nuovi. Two worlds apart.
Il concerto non delude, per niente, i fan hardcore, sbuca una Mr. Self Destruct, su cui stare in piedi è un vero problema, (come Gave Up e March of the pigs annunciata da uno “c’mon pigs!”) il concerto è la più alta espressione di cazzodurismo in anni, scaletta che saccheggia The Downward Spiral, The Fragile e Pretty Hate Machine e che lascia un po’ indietro With Teeth e Year Zero. Mai una sbavatura, la perfezione del suono e dell’interpretazione che fa sì dire subito “c’erano sotto le sovraincisioni e le basi”. A dieci metri dal palco però vi assicuro che il 98% del suono proveniva dai 4 (leggasi quattro che sembravano 46) sul palco.
Formazione ridotta all’osso, come a dire i Nine Inch Nails sono un’idea sempre più ridotta all’osso. Sempre più scarnificata dagli orpelli del goth e della wave (e con tutto il rispetto ringraziando iddio di gente ridicola sotto il palco ce ne era poca), ora il gruppo sale sul palco in bermuda e camicia a maniche corte, niente fango (è lontana Woodstock) niente tute e salopette da operaio della rhur.
Oggi i Nine inch nails sono muscoli e sudore, tirati e sforzati verso l’esaurimento di qualcosa di enormemente grande che come tutte le cose grandi e di cuore trovano la bellezza nella loro fine.
In una Hurt che veramente per la prima volta si apprezza più per la sua bellezza che per il suo masochismo.
Eviterò qualsiasi forma di madeleine per scrivere di ieri, del concerto di Springsteen allo stadio Olimpico. L’ultima volta che ci sono entrato, allo stadio Olimpico era forse un Roma Parma. Millenni fa.
Per vedere un concerto non ci sono mai entrato. Sul prato neanche a parlarne. Premesso che si era lì per un motivo tutto tranne che sportivo (cioè c’era sudore, puzza, truzzi e gente da stadio ma mancava il pallone) per la prima ora abbondante ci si guarda intorno come ragazzini di sei anni e di capire perchè da ragazzini sul tema “che vorresti essere da grande” scrivevi “Falcao”.
Sto divagando.
Non è mia intenzione mettermi in nessun tipo, dicevo, di introspezione o di punto di vista di quello che “sente Springsteen da bla bla bla anni e non l’aveva ancora mai visto” e amenità simili. No.
Mi metto più che altro nei panno del cyborg di Blade Runner, serie ho visto cose che voi umani..
Tipo ieri sera ho visto un sessantenne entrare sul palco e salutare uno per uno altri sei presunti ergastolani sul palco come se non li vedesse da tre mesi, baci e abbracci a tutti. Ho visto Badlands che vincendo scommesse a mani basse diventa popporopopporopo, io lo sapevo. I know my people, dico. Non mi credevano.
Ho visto una bambina di sei anni cantare Waitin for a sunny day, ma era americana, non vale e un bambino, presumibilmente tentare di cantare sul palco Hungry Heart. Bambino, mentre cantavi Springsteen col pollicione ti faceva “tutto ok”, se tua madre fosse stata d’accordo t’avrebbe anche adottato lì per lì.
Ho visto Atlantic City/Thunder Road/The promised land fatevi un giro, trovate un chicchessia che abbia tre canzoni così e poi venite semmai a sdrumare i maroni con l’indie e le altre amenità da giornaletto parrocchiale. Perchè se Springsteen è una cattedrale il resto si riduce a parrocchia, e pure un po’ sgarrupata come dicono i guappi.
Ho visto salire sul palco Mamma Adele che faceva la segretaria e che grazie a Dio ha detto al figlio “vai in giro con gli ergastolani degli amici tuoi e vai a suonare”, mi immagino la prima volta che è entrato in quella casa Steve Van Zandt e Clarence Clemons. Il servizio buono quando sono usciti sicuramente si è ricontrollato se era ancora tutto al suo posto.
Ho visto Clarence Clemons un po’ the Undertaker un po’ il protagonista di Jeepers Creepers, fare dieci metri dieci in tutto il concerto. Le unghie con lo smalto d’oro. Chissà se si incazza Clemons che succede.
Ho visto one of the most adorable MILF ever seen in life, ovvero quella che dal vivo occupa il posto in casa palco Springsteen di Patti commessa Scialfa. Che probabilment è rimasta a casa a controllare che i figli non la vendessero.
Ho visto arrangiamenti imbarazzanti, ma non fa niente perchè poi partivano Atlantic City e Outlaw Pete. Working on a dream è stata imbarazzante, ecco, quello sì, ma tre ore di concerto.
Ho visto tutto intorno a me diventare a botte il 1960 con Pink Cadillac o il 1970 con Bobby Jean.
Ho visto The Rising che è una di quelle canzoni che ho sempre amato odiare ma dal vivo è una di quelle per cui ti viene voglia di prendere la cittadinanza americana. Tipo subito.
Ho visto la Mamma Adele di cui sopra salire sul palco, mi ero dimenticato e ballare la quadriglia con la zia del figlio, su American Land, presente la sagra di paese, ecco. Poi ho visto Little Steven che finita la canzone ha accompagnato fuori le signore e Springsteen che a gesti le spingeva fuori come un bambino che chiude la porta in faccia alla mamma perchè “l’ultimo pezzo e poi vengo a cena”.
Ho visto la scena dei cartelli, che per chi non lo sa è il momento in cui la gente alza scritte con la canzone che vorrebbe sentire e ho visto alzare il cartello di un’amica e scrittrice di questo posto con scritto “I’m getting married in one week. I’m on fire”. Ho visto me stesso impazzire quando Springsteen ha alzato quel cartellone e dire 1, 2, 3 e cominciarla.
Ecco io non so in che condizioni mentali sarei oggi per una cosa così. So che era bello vedere Irene a fine concerto, di quella contentezza che davvero capita una volta nella vita.
Ho visto Springsteen prendere una ragazza dal pubblico e ballarci Dancin’ in the dark e ho visto con commozione l’incredulità di qualcuno a cui si materializza tra le braccia un sogno. Un qualcuno che in una giornata di luglio per 12 ore abbondanti ha atteso quel momento sotto il sole, essere presa in braccio e non battere mai le palpebre “perchè quando ti ricapita” che hai la faccia a 30 cm da quello lì e ho visto lo stato confusionale di non capire una parola che è una e dire solamente “i love you, i love you” e mollargi un bacio vicino all’orecchio. Non si laverà per tre mesi. Ragazza, sappi che siamo tutti con te.
Ho visto Morozzi, a fine concerto con la stessa faccia felice di tutti noi, tutti. Un po’ l’invasione degli ultracorpi al contrario, degli ebeti felici. Settantamila o quanti sono stati.
Con la certezza che cose così passano una volta nella vita. Anche se sembrano una festa di paese.