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Ecco il caso eclatante, i paladini del nu metal, quel gruppo che ho tanto amato e che alla resa dei conti ai tempi sfornò un uno/due con i primi due dischi che in effetti cambiarono il corso del metal torna dopo 2 dischi che definire poco dignitoso è fargli un favore e sostitutivo di “grandissima merda” con

1) Ross Robinson alla produzione (ovvero uno che aveva prodotto i primi loro due, gli At the Drive in e gli Amen, tanto per)

2) Roadrunner come etichetta.

Il titolo del disco “Remember who you are” non mi tranquillizza per niente dato che il segaiolo Take a look in the mirror era una cosa che gridava vendetta per la vergogna che faceva.

Flashback: sabato mattina, messaggio a Kekko Farabegoli

Io “oh c’è il leak dei Korn, prodotto da Ross Robinson e Roadrunner”

Lui “manda anche se non ho molta fiducia”
Si chiederà perchè non gliel’abbia più mandato.
Perchè ti voglio bene Francesco e tengo alla tua amicizia.

Trent Reznor è uno di quelli che prima dice che “basta Nine Inch Nails” poi dice “non è vero”.
Un altro da queste parti avrebbe detto “sono stato frainteso non è vero niente, è la stampa di sinistra”.
Peccato insomma che Reznor tutto questo non lo sappia perchè altrimenti avrebbe motivazioni sufficienti per spiegare come mai ad un anno “quasi” dallo scioglimento ufficiale dei Nine Inch Nails (con tanto di Farewell Tour) esca in questi giorni una traccia, a nome del gruppo come colonna sonora di Tetsuo – The Bullet Man di (ovviamente) Shinya Tsukamoto.
Una cosa che ci sta perfettamente, film manifesto della cultura cyber, brano industrial accattivante strumentale, dalle parti di The Fragile (un attimo più pomposo ma siamo lì).
Insomma, Trent, “chi prendi per il culo?”

Ora è anche uscito ufficialmente quindi bando alle ciance.

Gli eremiti della musica pesa, quelli che ormai giocano uno sport tutto loro hanno confezionato l’ennesimo disco della madonna.
Così vedo i Deftones, dopo 15 anni di onoratissima carriera, un inizio da comprimari di quella che era la “big thing” del crossover, i Korn (R.I.P.), una freccia messa con sorpasso a destra e sportellata sulla fiancata a stabilire chi era veramente il gruppo che aveva qualcosa da dire, una serie di album sempre ficcanti con picchi inarrivabili (Around The Fur e White Pony), la passione si per l’hardcore e l’emocore applicato al “nuovo metallo” ma anche una sensibilità difficilmente rintracciabile in un gruppo di ispanici/skaters che provengono da Sacramento, quella per la wave, quel tipo di mood un pò inglese. Facilmente rintracciabile nella miriade di cover e tributi che negli anni hanno dedicato agli Smiths, ai Cocteau Twins, ai Depeche Mode, ai Duran Duran, ai Cure (Chino Moreno disse che l’ascolto di Pornography fu una grossa ispirazione ai tempi del pony bianco…). Una botta tremenda come quella del coma di Chi Cheng, ormai da un anno e mezzo, la sostituzione con Sergio Vega (ex-Quicksand, per riallacciarmi ad un post recente).

Così li vedo i Deftones, fuori dal tempo, come una squadra che continua a giocare benissimo uno sport di cui nessuno conosce più le regole, e di conseguenza come qualcosa di cui hai perso il riferimento di paragone.
L’unico, indiscutibile, è quello strettamente personale. E la consapevolezza che ogni volta che tornano sono pronto ad abbandonare dicendo “grazie mille ragazzi per questi anni” e poi invece spingo play e come 15 anni fà mi arrendo all’evidenza. E il pensiero diventa “ma quanto cazzo era bello quello sport”.

Ahò… è pure dimagrito.

Questo è un bonus perchè mi sono infoiato col discorso delle cover ed è la più oscura ed incredibile.

Peter Steele (1962 – 2010)

I Papa Roach sono uno di quei gruppi che ha una responsabilità storica (un po’ come Fini Casini e Bossi che per vent’anni sono stati alleati di Berlusconi) sì quelle robe che a nominarle quando si è vecchi ci si vergogna per loro e per i danni che hanno fatto.
Ecco i Papa Roach furono uno di quei gruppi manifesto motivo fondante per cui il nu-metal è finito a puttane (la lista dietro loro diventerebbe lunga ma loro sono nella top 3, poi magari ci faccio un post con Kekko Farabegoli) .
Sembra che non basti questa di responsabilità ma che a tutto ciò vada aggiunta un’onda di revivalismo spiccio, sono diventati insomma una di quelle cose da risentire dopo anni che per metà ti fanno dire “mazza però oh, c’aveva un bel tiro” e per metà dire “ma come cazzo facevo io ad ascoltare certa roba”.
Last Resort è una di quelle canzoni che a me, ogni volta che capita di beccarle da qualche parte (Virgin Radio di solito ha una playlist talmente sfigata da prenderli in considerazione) mi mettono un brivido lungo la schiena.
Evidentemente questo brividone lungo la schiena non è venuto a tale Dj Schmolli, uno che ha la genialità di presentare un suo singolo con una copertina mashata, già:


E che come se non bastasse si allinea alla moda (che era molto decennio scorso ma si sa, le cose facili difficilmente muoiono) e all’arte del mashup.
Insomma, acchiappa Last Resort e la masha con Rude Boy di Rihanna (quello sì, gran pezzo) e ne tira fuori una cosa che fa dire quello di cui sopra, ma soprattutto, se soffro io soffrite tutti (enunciato secondo della legge del “mal comune mezzo gaudio”)

Dj Schmolli - Rude Boy Resort (Mp3)
Dj Schmolli - Rude Boy Resort (Video)

Bonus (perchè oh ci voleva)

Dj Schmolli – Scream Aim Dance (che è un po’ la stessa cosa ma con i Bullet for my Valentine e Lady Gaga)

Si ringrazia Stereogram per la segnalazione

Godflesh has announced that they will reform for a single European performance at Hellfest in France on June 18-20, 2010. [*]

E io non lo so se sia la reunion che ne vale dieci messe insieme o solamente una cosa davvero bella.
Che cosa sia Justin Broadrick, che cosa significhi veramente almeno per quelli che nella musica vanno un briciolo più a fondo di quello che può essere un ascolto dei Tapes n’ Tapes (questa è gratuita lo so ma mi andava di dirla e non rompete i coglioni). Emiliano, per dirne uno ne scrisse più di due anni fa, cosa volesse dire essere Justin Broadrick. Senza andare a cercare tanto più in là basta vedere la top ten di due anni fa, da queste parti qui, per capire che Broadrick, come e forse anche più di Reznor sia stato un simbolo. Un simbolo vero per una delle stagioni migliori dell’industrial una roba che iniziava con Godflesh, Scorn e chiudeva il suo cerchio nel metal più estremo. Con dischi epici, per dirne uno su tutti Covenant dei Morbid Angel (parlo almeno per me).

La reunion dei Godflesh non rientra nel tag “sò finiti i soldi e a sto punto altro giro, altra ruota, c’ho il mutuo da pagare” (e ce ne sono almeno 3 di situazioni così oggi, ma non le scrivo perchè poi sono insulti nei commenti), o forse sì.
No, non è così.
E’ umore, Justin Broadrick è un personaggio lunatico, umorale, estremamente complesso. Uno che non si accorge che la gente gli sta dicendo di tutto perchè è autisticamente impallato da un Mac su un palco a suonare (se suonare è la parola giusta) roba dei Final.
Justi Broadrick è quello che non ti aspetti, e lui stesso forse è il primo a non aspettarsi.
Mai.
E questa è veramente la notizia, l’ultima, che pensavo avrei mai letto.
Vince su Berlusconi che si dimette e chiede scusa.

Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.

Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.

Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.

Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.

Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!

(Foto di Aurora Demasi)

Sembra passato un secolo da quando vidi gli Zu per la prima volta al Brancaleone.
Mi aggiravo per quel locale romano sulla fine degli anni ’90 per le serate
drum ‘n’ bass, genere che all’epoca mi aveva rivoluzionato la vita ma che durò a conti fatti molto poco.
Fu un’esperienza live che mi rimase dentro. Quel gusto per il noise con tutti quei fiati in giro. Non esitai un secondo a comprarmi l’album, quella sera stessa.
Fu una cotta passeggera. Di quelle estive. Li etichettai subito come gruppo
prettamente “live”. Su disco non riuscivo ad entusiasmarmi. Anche per il successivo Igneo le cose non cambiarono e continuai a godermeli dal vivo quando se ne presentava l’occasione.
Carboniferous cambia le carte in tavola. Si staglia come un monolite nero sul
panorama musicale italiano. E’ fuoco e ferro. E magma.
Fin dall’iniziale Ostia, sorta di danza tribale che ascoltata dal vivo mi ha fatto
addirittura ballare, si ha la sensazione di trovarsi di fronte all’ascolto di un
qualcosa di senso compiuto.
Le derive jazz rimangono grazie al sax di Luca Mai ma qui il suono si perfeziona in un omogeneità sonoro-matematica impressionante. La Ipecac di Patton che presta l’ugola in un paio di pezzi e la chitarra di Buzzo dei Melvins fanno il resto.
Ma mi piace pensare che l’artefice principale di questo “mostro” sia la presenza oscura ma non troppo di Giulio Favero, ex One Dimensional Man e componente del Teatro degli Orrori, che per chi non li conoscesse sono una band CLAMOROSA nel coniugare il cantautorato italiano all’hardcore-noise, dientro al banco di regia.
Ma non vorrei distogliere troppo l’attenzione dai nostri tre eroi. Artefici di un lavoro tanto bello quanto importante per il nostro paese.
E poi vederli suonare dal vivo è semplicemente impressionante, ma questa è un’altra storia. Se qualcuno ha ancora orecchie per questi suoni scali la montagna del carbone. Senza indugi. (Pistakulfi)

Il circolo degli artisti sembra una venue da grandi occasioni stasera, si respira veramente l’aria “dell’evento”. Gente di tutte le possibili estrazioni musicali, un range di età dai venti ai quaranta. Ambiente caldo, fremente. Carboniferus è uscito da poco e questa è la prima botta di live di presentazione dello splendido cd degli Zu.
L’apertura è lasciata ai Mesmerico che per la durata del loro live act diventano il mio gruppo preferito, duo chitarra e batteria, ritagli di metal e riff sabbathiani. Ci si sente di tutto, dallo sperimentalismo a frammenti avanguardistici a sketches metal. Per chiudere con un paio di suite che rimandano a produzioni Broadrick, Jesu su tutte. L’idea è che se ne risentirà parlare presto, iniziano il live tra il quasi scetticismo iniziale e lo chiudono tra gli applausi più che convinti.
Salgono gli Zu sul palco, la disposizione è da “battaglia” da sinistra a destra sax batteria e basso. Tutto sulla stessa linea. Vado indietro a dieci anni fa, il circolo stava vicino alla stazione Termini e suonavano gli Shellac. Disposti alla stessa maniera, stesso impatto scenico e nello stomaco, stesso schiaffo in faccia così lontani e così vicini dagli Zu (anche se i due generi qualche scaglia in comune ce l’hanno, i loop ossessivi, il noise compulsivo, la rabbia controllata)  vidi tutto il concerto sotto gli scarponi di Weston, mancava che mi sputasse in bocca e avrei fatto del noise la mia vita. Così non è stato e l’ho buttata nel cesso.
Detto ciò gli Zu spolverano tutto o quasi Carboniferus, dal vivo rimane una roba potentissima, più sporca negli arrangiamenti e sicuramente più noise. Non voglio essere frainteso, nel genere si parla di un disco perfetto e aggiungerci qualcosa dal vivo vuol dire sapere per bene cosa si vuol dire, musicalmente parlando. Al jazz-core ora si oppone una formula più determinata, più forma canzone che pseudo improvvisazione (che poi improvvisazione non è). Controllo e rabbia e rumore bianco
E’ tutto un tripudio, si accennano balli su Ostia che parte con un annuncio e una cassa dritta e che coniuga perfettamente un qualcosa di disco metal, il resto si perde tra il basso hardcore rifinito di Pupillo, il sax esasperatamente Zorniano di Luca Mai e la chirurgia di Jacopo Battaglia alla batteria, vero front man del gruppo.
Si va via dopo un’ora e venti, non si potrebbe assolutamente chiedere di più, si va via con l’idea di avere visto qualcosa di grosso.
Davvero grosso. (GiorgioP)

Il nuovo Metallica è materiale che scotta. Per tanti motivi, per la storia del gruppo californiano, che a discapito di chi non li ama è comunque l’espressione più alta di quello che fu il thrash metal anni 80, per la parabola artistica discendente degli ultimi lavori, per il fatto che loro vogliono far credere che sono cambiati. Paladini della guerra antidownload per parecchi anni ora sembra abbiano imboccato strade diverse, a me la questione ha sempre interessato poco quindi per me possono pure portarmi a casa il loro album su una chiavetta USB. Il punto rimane sempre quello… che cosa c’è dentro?
Hanno parlato di ritorno alle origini, hanno chiamato Rick Rubin, stanno facendo un tour in cui gli ultimi 15 anni non vengono considerati, insomma le premesse ci sono. Fino al 1991 li considero fondamentali, ma penso di non essere così fan da avere giudizi di parte. Bene. Lo dico subito. Death Magnetic è effettivamente un ritorno alle origini. Ma c’è un problema grosso. Hanno esagerato. Credo che i Metallica del 2008 non hanno idee a sufficienza per fare un album che duri 75 minuti. In 10 brani poi. Fate voi la durata media. Il discorso cadrebbe se in quei 7-8 minuti a brano l’ispirazione fosse sempre alta, ma non sempre è così. Però quando accade ci troviamo di fronte ad una delle macchine musicali più incredibili sulla faccia della terra. La partenza è fulminante. That Was Just Your Life è la risposta alla richiesta del 1988 di Giustizia Per Tutti. The End of the Line gioca su un riff alla Tom Morello. Mentre Broken, Beat & Scarred è forse la cosa più incredibile dell’album, con i suoi tempi stranissimi, gli incastri infiniti, la cerebralità Tooliana. Si non stanno bluffando ti viene da pensare, Rubin è uno che sa il fatto suo, i quattro cavalieri sono tornati… Poi cominciano i problemi. Dal singolo The Day That Never Comes e il suo intro che tanto ricorda un pezzo dei Wolfmother. Arrivare al quarto minuto assume i contorni dell’impresa. Il problema è che poi diventa una cavalcata thrash impressionante totalmente slegata dalla prima parte. Ciò conferisce poca compattezza a mio avviso. Come se all’interno di un singolo brano ce ne fossero in realtà due o tre. Dopo All Nightmare Long, che comunque si piazza fra i brani migliori dell’album, si arriva al pezzo che hanno proposto dal vivo quest’estate. Cyanide è la loro visione del nu-numetal. Non farebbe cattiva figura sulle piste da ballo. The Unforgiven III è una di quelle cose che avrei evitato. Non solo per il titolo. Venitemi in aiuto, c’è mai stato un pianoforte simile in un pezzo dei ‘tallica? Ma soprattutto, Creed Puddle of Mudd o (nel migliore dei casi) Stone Temple Pilots? In vena di ritorni al passato abbiamo anche il pezzo instrumental da 10 minuti Suicide & Redemption fino alla chiusura di My Apocalipse. Su questo voglio spendere due parole. E’ il brano più corto, appena 5 minuti, ed è il vero ritorno thrash dei Metallica. Un pezzo senza compromessi dall’inizio alla fine. Giudizio generale: devo dire che forse sono stato un pò severo con le cose che non mi sono piaciute. Death Magnetic è sicuramente il loro miglior lavoro da 17 anni, cosa di per sè non clamorosa me ne rendo conto visti i precedenti, l’impressione è che abbiano deciso di tornare a quei riff e a quegli assoli (Hammett ne infila parecchi come non faceva da tempo), che Hetfield sia guarito e sia tornato a graffiare e che Trujillo si sia inserito bene. Avrei preferito 8 brani come negli anni ottanta e magari smussati nel loro eccesso di condensare tutto quello che significa suonare come loro, ma di Metal stiamo parlando e di Metal in giro ne abbiamo veramente poco. Bentornati.
Tra le cose più belle e da me più sentite del 2008 c’è indubbiamente la reunion dei Rage Against the Machine.
Ora, non c’è bisogno che io vi dica che l’impegno politico di Zach De La Rocha e soci sia una componente di pari importanza rispetto alla musica, che dopo un po’ suona tutta uguale alle orecchie di chi sente distrattamente ma che a mio modestissimo parere è stata sempre di elevato valore.
Fatto sta che martedì i Rage Against the Machine avrebbero dovuto suonare ad un festival, una sorta di happening contro i repubblicani.
Fatto sta che non siano stati fatti salire sul palco dalla polizia perchè arrivati mezz’ora dopo le 19, ora in cui sarebbero stati chiusi a prescindere baracca e burattini.
Fatto sta che comunque Bulls on parade abbiano trovato la maniera di farla.
A cappella.
Capita che in una scampagnata fuori porta si trasformi innanzitutto in due incidenti semi mortali scampati, in una cena per 3/4 di noi abbastanza vomitevole e in un fresco rinfrancante, almeno siamo andati in pareggio.
Capita anche che headliner della serata fossero i Liars, a contorno, per tre quarti una rosa di gruppi dal metal in su.
Io personalmente stavo lì per gli Inferno.
Sulla carta il nome è poco rassicurante, poco attraente e ai limiti dell’anacronismo per qualsiasi cosa che possa essere taggato come metal, in pratica, ad oggi, gli Inferno sono la più alta manifestazione del metal in Italia.
Dal vivo ne sono una dimostrazione, una miscela conturbante che prende scaglie di Locust, Dillinger Escape Plan (che però il Valerio – il chitarrista ex Physique du Role – direbbe “ora hanno messo su le paillettes”) e soprattutto Fantomas.
Brani fatti di riff quadratissimi, di accelerazioni e di squadrature dispare (tenere il tempo è un’impresa ardua) messi su live da uno dei pochi gruppi in circolazione che ad oggi, in Italia, sa perfettamente cosa sta facendo, sa come farlo e sa come andare avanti. Roba da considerare poco un concerto di quaranta minuti di impatto sonoro devastante e volerne ancora.
L’orgoglio di fare ancora le corna metal, e non sentirsi vecchi.

(disco nuovo fuori a novembre 2008 per Subsound records, perchè ho la nettissima sensazione che sarà uno dei dischi dell’anno?)

Inferno – Will Smith (Mp3)
Inferno – Folsom Prison Blues (Johnny Cash cover) (Mp3)

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart