Stai sfogliando l'archivio delle categorie per la categoria ‘milestones’ .

L’avevo promesso che non avrei parlato di PJ Harvey per un mese, quindi parlerò del nuovo bellissimo disco di John Parish, che casualmente vede coprotagonista PJ Harvey.
Passatemela su, siate buoni, è da un po’ che state assistendo al declino infantile di un uomo perchè fermare questa discesa agli inferi.
Per un disco così, A woman a man walked by il titolo, non ci sono scelte se non il traccia per traccia, perchè farne un tema unico, almeno per me, è impossibile

Black Hearted Love – è una di quelle tracce che ha la capacità di costituire il tema ideale di PJ Harvey, ad ascoltarla potrebbe essere incluso in uno qualsiasi dei suoi dischi “centrali”, da Is this Desire, a Stories a Uh Uh Her, guida una chitarra a tratti sinuosa e ruvida, un’esplosione centrale. Sembra una delle produzioni di Albini di In Utero.

Sixteen, Fifteen, Fourteen – quando la voce di PJ diventa quasi mantrica, una preghiera quasi da rock art cabaret, testo guidato da nomi di donna, si conclude in un qualcosa che sembra una delle zingarate alla Stones fine anni 70. Ipnotica e ossessiva

Leaving California – Voce in falsetto e un piano filtrato, una di quelle tracce che entrano di diritto tra le outtake di White Chalke, almeno come spirito. Evocativa, lancinante.

The Chair – Qui invece le atmosfere scendono ai tempi di Is This Desire, blu e diafane nella loro leggerezza e nel loro senso di incompiutezza, con break drammatici e sospesi.

April - PJ miagola (presente quando prenderesti a cazzotti in bocca le CocoRosie? Ecco), organo e batteria e basso a riempire. Sono convintissimo che a suo modo è una ballata tipica dello jazz club che può avere in mente una come lei. Distorta, scarsamente rassicurante e nera nella sua acidità

A woman a man walked by – dall’ascolto del cd era evidente alla terza traccia che PJ stesse ripercorrendo tutta la sua carriera, aspettavamo tutti il ritorno a Rid Of Me, furiosa, con batteria sincopata e un cantato tra la macchietta interpretativa, strilli e sospiri languidi. Fa molto discutere il suo strillo “I want your fuckin ass”. Forse non ci si rende conto che la Harvey fino a poco tempo fa (e tutt’ora vestita da signora della morte) canti “lick my legs I’m on fire”.

The Soldiers – E’ PJ Harvey che diventa un po’ Woodie Guthrie un po’ la mamma che sul bordo del letto canta la buonanotte. Minimale, rassicurante, bellissima. Un’altra che è collocabile per stile dalle parti di White Chalk, con un pianoforte spettrale e un organetto a fare i dueling banjos della situazione

Pig Will Not - Quando arrivate a questo punto fate una cosa. Spingete pausa, alzate al massimo e spaccatevici le orecchie. Questo è perchè per molti quella lì di Rid Of Me o di Dry non c’era più, era andata e affogata negli occhiali da sole e da una messa in piega. Auguri

Passionless, Pointless – Mi viene da dire atmosfere shoegaze, chitarre filtrate e in linea con un suono molto Slowdive, PJ sintonizza la sua voce che scalda e riempie i vuoti.

Cracks in the canvas – Il saluto del disco, recitato come guida per la voce mentre un’altra PJ lontanissima dietro interpreta il fantasma di sè stessa. Non so perchè ma mi fa venire in mente la Sweet Jane rifatta dai Cowboy Junkies. Brevissima eppure così completa.

Volevamo tutti il disco della definitiva (e non ce ne era bisogno, dopo White Chalk) consacrazione di quella che a conti fatti è l’artista femminile più importante e influente degli ultimi vent’anni. Eccocelo servito, su un piatto d’argento. Roba che bisognerebbe inventarsi un premio Nobel, per robe così.

E ricordo ancora la prima volta che mi trovai davanti alla cosa chiamata Pearl Jam: andavo spesso a Porta Portese e dove “stavano i russi”, sotto Piazzale della Radio, c’era questo ragazzo alto, magro e con gli occhiali, perennemente col chiodo. Vendeva cassette duplicate, una roba che ovviamente non era il massimo della legalità, e lì sfidai “l’ordine” forse tra le prime volte della mia vita e presi i Jane’s Addiction e una cassetta mista che  conteneva in pratica la summa del grunge del momento, Bleach dei Nirvana, Badmotorfinger, Mother Love Bone, Mudhoney e i Pearl Jam, appunto.
Da un lato c’era Black e dall’altro c’era Even Flow se non sbaglio.
Da lì la corsa da Disfunzioni Musicali nel giro di due giorni fu una conseguenza inevitabile per prendere Ten. In cassetta.
Dopo un anno in cd.
Dopo qualche mese recuperai Temple of the Dog, poi gli Screaming Trees, poi i Nirvana e poi per ultimi i Soundgarden. Gli Alice In Chains iniziai a prenderne coscienza più in là. Uscivo fresco fresco dagli ascolti dei Led Zeppelin e mi sembrava la cosa più naturale, stavo stravolgendo tutto ma a quindici anni sei una spugna e non guardi in faccia a nessuno. Dei cambiamenti te ne accorgi solo vent’anni dopo.

Ten era il disco che ha probabilmente inciso (col senno di poi) sul corso dei 4-5 anni successivi e forse su tutta la vita, sarebbe più preciso dire ovviamente non solo “Ten”, i Pearl Jam proprio. Ricordo ancora il 93 col cuore in gola per il concerto degli U2 e loro, piccolini e con questo solo alle spalle (dopo qualche mese sarebbe uscito Vs) in un palco immenso e con suoni tarati alla meno peggio a rispondere ai “fuck you” del popolo romano.
Vedder rispose “fuck me? nope, Bono wants to fuck you”.
Da lì guadagnarono rispetto, come si fa in strada.
E guadagnarono tanta, tantissima strada perchè la cavalcata dei Pearl Jam è inutile e stupido che sia io a spiegarvela. Non ha un briciolo di senso.
I Pearl Jam sono come i Sonic Youth, come i R.E.M., come i pochissimi gruppi per cui il solo ripetere il nome riempie la bocca più di una cucchiaiata di purè raffreddato, appartengono a quella strettissima cerchia di gruppi il cui fanatismo diventa una quasi religione a cui si è adepti per scelta, vocazione o incidente. Come il mio caso. Rientrano in quella schiera di artisti di cui (per me) si compra il disco senza neanche averli “testati”, si accolgono e basta.
Poi ovvio, si giudicano e ci si incazza come animali se il disco non è secondo le attese, se per l’ennesima volta ci si trova davanti a un disco “onesto”, che è la maniera più carina per dire “sì vabbè però che coglioni”, insomma, tutto teso ad un ascolto magari anche poco attento ma tanto felici perchè si sa che poi arriva la tournee, arrivano i loro concerti, unici. L’ultimo, due anni fa a Pistoia, fu qualcosa di davvero grosso. E per grosso intendo una roba da non avere la voce per due giorni.
Ah a me, per inciso l’”avocado” era piaciuto, e neanche poco.

Il 2009  sarà l’anno in cui in un certo senso i Pearl Jam diventeranno “grandi” e per grandi intendo iniziare a parlare di un probabile disco nuovo (il nono se escludiamo il live e le rarità) e la  ristampa deluxe di Ten  contenente (occhio che è lunga) la ristampa del disco e un nuovo missaggio di Brendan O’Brien (che un giorno vorrei capire per quale cazzo di motivo sta sempre tra i coglioni), il dvd dell’unplugged per MTV, vinile di un live del 92 “Drop in the park”, una replica della cassetta tre pezzi con le linee vocali originali di Vedder che il gruppo faceva girare per club per suonare, una replica del quaderno originale su cui Vedder scriveva i testi, foto e memorabilia varie, roba per cui credo spenderò soldi (ma questo non è importante) e ovviamente inediti.
Per dire, Brother era un brano che già era incluso nella raccolta di inediti Lost Dogs, in versione strumentale e a cui solo quest’anno è stata aggiunta la linea vocale, ne è uscita fuori una cosa che va molto vicina alla Breathe contenuta su Singles. Una roba che i Pearl Jam vuoi perchè invecchiati, vuoi perchè persi su altre vie sembrava non fossero in grado di scrivere più, neanche con l’aiuto del cane da tartufi.
E con un ritornello di quelli che ti fanno rimanere senza voce per altri cinque minuti, dopo quelle due ore che durano ormai vent’anni.

Pearl Jam - Brother (Mp3)


1995. Londra. Uh che modo fico di cominciare… a parte gli scherzi io all’epoca ero ancora a digiuno con i Primus,
c’era stato solo il video di quel pezzo da Pork Soda, quello che ha dato loro un pò di visibilità persino su MTV, My name is Mud, e poco altro.
A conferma del fatto che non sono gruppo da singolo, la cosa si fermò lì e amen.
Londra dicevo, tappa di un viaggio interrail. Tower Records. Io fanatico del cd originale mi ero ripromesso di prenderne uno là dentro. Si i negozietti e tutto il resto ok, ma era l’esordio a Londra. Volevo l’immenso, la più ampia possibilità di scelta. Crisi piena. Dopo due ore ancora a mani vuote. Non che non ci fossero dischi. Ma i soldi all’epoca erano quello che erano. Pochi.
E la lira con la sterlina faceva la figura di un qualsiasi avversario di Tyson sul finire degli anni ’80.
Avevo con me una rivista musicale italiana, la solita quella che sbeffeggiamo un giorno si e l’altro pure, e dentro un articolo su un gruppo che aveva appena fatto uscire il proprio nuovo album.
Il titolo era semplice.
Primus: I migliori.
Porca miseria!!! Mi fidavo di quella rivista e di quel recensore. Veramente lo faccio tutt’ora anche se oramai non con la stessa cieca fiducia. Sarà lui l’album di questo viaggio. Quello che riporterò a casa. Quello con l’etichetta Tower Records (ancora sta lì…).
Tales From The Punchbowl dei Primus.
Lettore cd pronto all’uso. Non ero solo però, ero in viaggio con la mia ragazza dell’epoca, la prima volta a Londra e l’attenzione a quello che usciva dalle cuffie non fu elevata. Insomma i primi ascolti non furono entusiasmanti.
Il problema era che non lo trovavo brutto. Sarebbe stato semplice. Lo trovavo inusuale. Dove sono i riff? Strofa-refrain-ritornello? Nessun appiglio di quelli che cerchi quando sei in difficoltà, tipo “uhm… assomigliano a…”, oppure “però senti che voce…”, già la voce. Ma che gli hanno messo una molletta sul naso? Diciamola tutta. Ero ancora un pivello musicalmente parlando.
Tornato a Roma lo depositai nella mia collezione con un pizzico di amarezza per il costo eccessivo.
Non ricordo bene quale fu la chiave di lettura determinante. Però quando trovi le chiavi delle cose inavvicinabili e sconosciute ti si apre il mondo.
Fatto sta che improvvisamente cominciai a riuscire a “leggere” i Primus.
Professor Nutbutter’s House of Treats con la quale si apre l’album è uno dei miei pezzi preferiti di sempre e il loro preferito in assoluto. Ancora non ho scritto Les Claypool e Basso. Ora l’ho fatto. E leggetelo.
Lungi da me l’intenzione di voler fare l’esaltato del virtuosismo. Anzi. Semmai direi il contrario. Però lui è l’esempio più alto di virtuosismo al servizio della canzone al contrario dei virtuosi classici che usano i brani per infilare a tradimento il loro essere al di sopra la media.
Se non avete presente il pezzo di cui sopra dedicate sette minuti all’ascolto di uno dei brani più “cazzoni” della storia ma sentite come è suonato e quanta sostanza ne esce fuori. Roba aliena.
Per non parlare di Mrs. Blaileen e Wynona’s Big Brown Beaver e il suo allucinante video con loro cowboy stile Art-Attack (cartapesta e colla vinilica).
O dei viaggi psych di Southbound Pachyderm e Over the Elecrtic Grapevine.
O della pazzia di Hellbound 17 1/2. O della filastrocca country di De Anza Jig.
E più in generale del loro mondo fatto di testi assurdi e personaggi strampalati in luoghi assurdi.
Les Claypool è un mostro di bravura per il semplice fatto che riesca anche a cantare mentre suona in quel modo. Pazzesco. Tim “Herb” Alexander alla batteria prova a stargli dietro e già questo è sinonimo di talento. Larry Lalonde è il chitarrista perfetto per Les. Colui che ricama la cornice attorno al mare magnum di suono che esce dal basso.
Riferimenti… pochi. Sinceramente hanno sempre fatto corsa a loro. C’è chi dice Zappa, chi i Crimson. Ma alla fine ci può stare come approccio free alla composizione. D’altro canto non è che abbiano influenzato molti gruppi e ci credo pure. Io li ho risentiti solo in alcuni passaggi dei Battles.
Quindi si. Milestone a tutti gli effetti.
Primus… i migliori? Non lo so. Forse quell’estate si però.
E poi commentare dei Primus è come ballare d’architettura… (citazione. doppia)

Primus – Professor Nutbutter’s House of Treats (wma)

Il nostro peer to peer era Rentun, un posto dove affittavi per tre giorni o due cd, facevi la cassetta e riportavi indietro. Se ti piaceva il cd ovviamente si comprava. La cosa bella, quasi bellissima era l’esposizione, i libretti dei cd in una bustina attaccata al muro, immaginatevi muri enormi pieni di copertine cd. Sai oggi le foto su flickr, al limite dell’opera d’arte. Immaginatevi copertine da colori accesissimi, o inquietanti o oscure, i Lush, i Dinosaur Jr, i Meat Puppets, i Soundgarden, i Mother Love Bone, come un album di figurine enorme dove bastava affondare la mano.
Io gli Sugar li ho conosciuti così. 1992 mi barcamenavo tra l’acquisto saltuario di Rockerilla e i consigli di chi ascoltava musica al liceo ma quella volta lì non andai su nessun tipo di sensazione, se non la copertina (che a vederla oggi diresti di un gruppo shoegaze). Sentivo i R.E.M. di Automatic for the people (il disco dell’oltretomba) e avevo capito dalle colonne sonore dei film che amavo particolarmente una cosa chiamata college rock. Mica c’era nessuno che mi aveva spiegato cos’erano gli Husker Du (che non erano college rock), non ero così fortunato.
Quindi per me Bob Mould ha iniziato ad essere “Bob Mould” con Copper Blue l’esordio degli Sugar. Non bastava la copertina stupenda, no. C’era anche il cd e messo a casa, a volume alto come si confa a uno di neanche diciotto anni, la sensazione fu che quello era il posto giusto in cui stare una volta nella vita. Mi dicevo, ma questo chi è, come fa a fare tutto con una chitarra sola, ci sentivo dentro i R.E.M. soprattutto, i Replacements, qualcosa che avevo sentito di Paul Westerberg.
Ci sentivo un suono di chitarra corposo e rifinito e melodie che ora la gente chiama punk rock, al tempo non c’era la foga delle etichette. C’era quel sound lì e per la prima volta (o una delle prime) uscivo dalla mentalità del “singolo” che al tempo c’era ancora, di quei dischi presi per una o due canzoni puntualmente programmate per registrarle in una cassetta che ovviamente andava a finire sempre da contenitore. Era una delle prime volte che un disco mi piaceva in toto, con canzoni che da lì non si sono più scollate, The Act we act, Changes, If I Can’t change your mind (che canto tutti i giorni, giuro), A good idea che poi col tempo quel giro di basso collegai come citazione dei Pixies appena sciolti. C’era poi la voce di Bob Mould così simile a quella di Michael Stipe solo che come immaginario mi andò a sovrapporsi a qualsiasi cosa, perchè Mould non solo aveva quella voce ma era anche quel suono enorme di chitarra, quegli arpeggi, sembravano dieci, era una sola.
Al Primavera quest’anno Mould ha iniziato il suo concerto con The Act We Act, la traccia che apriva quel disco. Si era chiuso un cerchio. Capivo finalmente che Mould era Mould.
E Copper Blue uno di quei pochissimi dischi che potesse cambiare la vita di qualcuno.
Fortunato che la vita in questione fosse la mia

Sugar – If I can’t change your mind (Video)

Visto che il ragazzo mi esordisce la tag milestones con un pezzo da novanta (ed Achtung Baby lo è indubbiamente) ho pensato di cambiare tutto ma proprio tutto e di parlare di un disco che mi è ricapitato per le mani dopo diversi anni di un gruppo sicuramente meno conosciuto degli U2 (bella forza…).
Questo milestones lo dedico a Junkiepop e alla sua ritrovata vena HC. In dieci anni e spero di non sbagliare mi sembra che non ne abbiamo mai parlato. Poi magari lo conosce però è una sorpresa. Anche per ribadire che non è una redazione quella fra noi due…

1995. Epoca in cui l’Hardcore-Punk comincia a divenire qualcos’altro. Uno dei generi più metropolitani (e da dove se non da una metropoli poteva nascere questo genere) deve fare i conti col fatto che molti gruppi HC-Punk stanno passando alla cassa. Il fil-rouge che unisce Minor Threat e Black Flag passando per gli Husker Du e i Fugazi ha bisogno di nuova linfa. Il grunge ha esaurito la sua spinta propulsiva ed è il momento del neo-punk (Green Day, Offspring e a breve Blink182). Ma qualcuno ha in serbo qualche sorpresa.
L’hardcore diventa post-hardcore (come tanti altri generi, mi rendo conto che il nome non è il massimo dell’originalità ma tant’è…) e tra i vari dischi di quell’anno (ce n’è un altro clamoroso di cui probabilmente parlerò in futuro) esce questo The Gato Hunch degli Stanford Prison Experiment.
L’ispirazione è quella fugaziana ma più noise e “nervosa”. L’album si apre sulle note di You’re the Vulgarian, vera dichiarazione d’intenti per tutto quello che verrà dopo, il barrage chitarristico è semplicemente impressionante. Repeat Removal si rivela un pò meno ostica strizzando l’occhio ai Girls Against Boys. (Very)Put Out è straight allo stato puro con voce e batteria lanciati a perdifiato,
intramezzati da un riff ribassato. Cansado è un esercizio di imbarazzante somiglianza con i maestri Fugazi seguita a ruota da Flap e i suoi ricami obliqui della sei corde. Il trittico So Far, So Good-El Nuevo-The Accomplice svela altri piccoli particolari di questo splendido disco. Se la prima si regge su un riff di ampio respiro, la seconda è un hardcore-punk che strizza l’occhio alla pista da ballo e la terza un concentrato di chitarre “soniche”. Hardcore Idiot è la summa dell’SPE sound e un pò di tutto l’immaginario HC nell’anno ’95. Swoon è la loro ultima scrittura e tiene in serbo il ritornello più emo, ma nulla a che vedere con l’emo che purtroppo infesterà negli anni a venire. Ma l’ultima vera traccia del disco è la cover di Worst Case Scenario dei Babyland semisconosciuto gruppo electronic-punk ed è talmente riuscita che rischia di fare la figura del brano di punta. In sintesi una scrittura ispirata e multiforme, che evita il ripetersi di reiterati schemi che troppe volte hanno fatto venire a noia le produzioni di dischi HC-punk, fa di questo disco un piccolo gioiello da custodire con cura.

I milestones d’ora in poi quando leggerete le tag dei post (abituatevici se capitate di qui, firma del post e tag, ricordatevi) indicheranno un post a puntate, che prenderà tempo e spazio da queste parti tra me e Paolo e con cui vorremmo tirare fuori le “nostre” pietre miliari: dischi di valore, alcuni assoluto altri personale, che hanno tirato su la nostra crescita musicale. Insomma, in un certo senso i nostri “immancabili”.

Fino a quel momento (e di striscio) per me gli U2 erano quel gruppo che un po’ stuccava con i singoloni di The Joshua Tree, o andando indietro erano Pride o in maniera del tutto fortuita data la fissa per Desire avevano la titolarità di uno dei primi due cd che avevo comprato. Rattle and Hum (l’altro era Sgt Pepper’s).
Quando uscì Achtung Baby avevo sedici anni e per me cambiò totalmente l’idea di musica. O di mio approccio alla musica, che forse così è più giusto. Mi ricordo perfettamente imbambolato di fronte a Videomusic, la prima volta che passò il video di The Fly, rimasi annichilito, con la bocca aperta come un pesce rosso e mi dicevo, ancora ancora.
Ne voglio ancora.
Non fu salutato immediatamente come un capolavoro, anzi, molti dei fan dei vecchi u2 si allontanarono “non è Boy, non è Joshua”, insomma Achtung Baby era il coraggio di un gruppo che aveva buttato tutto sul tappeto verde della roulette, senza avere nè paracadute ne altro. Si giocavano tutto, davvero in quel momento con l’altissimo rischio di non essere compresi e di fronte a questo tirarono fuori The Fly.
Io rimasi shockato, letteralmente a bocca aperta, comprai subito la cassetta perchè nel walkman volevo sentirlo come Dio comanda, poi il vinile. Solo due anni fa l’ho preso in cd.
Non mi vergogno a dire che credo di avere sentito quel disco e praticamente nient’altro per un anno intero, un disco assurdo, per un gruppo che faceva rock e che si metteva a mischiare con l’industrial, con le pazzie di Brian Eno e nei fantasmi dell’Hansa Ton di Berlino.
Bono stesso parlò di fantasmi che si respiravano durante le registrazioni e fu il primo a mutare, a nascondere la voce dietro a filtri, a deframmentare la propria voce mentre tutto il gruppo si abbandonava a fare altrettanto mutando il suo ruolo da predicatore a quello che il predicatore di solito teme, abbandonando le solite e rassicuranti chitarre effettate col delay, batterie elettroniche. Gli u2 che entravano nel nuovo millennio mentre intorno era il 1991.
Per dire, lo stesso anno usciva Badmotorfinger dei Soundgarden uno di quei dischi motrice del movimento grunge che faceva perno sulla musica anni 70 (in parte), gli u2 facevano musica in anticipo su Nine inch nails con gli stessi presupposti ma partendo da I will follow e Where the streets have no name, in poche parole, smisero di essere quello che erano e si trasformarono in qualcos’altro. Totalmente.
Il fatto è che nell’immensa omogeneità di un lavoro mastodontico (per valore e mole) brillano canzoni assolute, Until the end of the world (per anni canzone preferita di Michael Stipe e sicuramente una delle mie cinque canzoni della vita), Mysterious Ways e la sua ridefinizione del pop industrial, Acrobat in cui gli u2 che furono facevano capolino e la stordente e manifesto Zoo Station. Non solo, il disco è una saga di perle per cui oggi che di anni ne sono passati 17 continua ad essere avanti ad ogni cosa che possa essere considerato attuale.
Achtung baby fu anche una tournee con le Trabant attaccate ai soffitti, l’interconnessione televisiva, uno spettacolo visivo che fu l’ideale controparte sensoriale del disco che suonavano nei loro live. Achtung baby è senza ombra di dubbio un disco che non solo ha cambiato la mia maniera di sentire musica, che mi ha fatto pensare ai sempre e soliti 4 accordi ma che ha spinto l’assicella più in là.
E che mi ha fatto vedere cosa sarebbe diventata la musica, con dieci anni d’anticipo.

U2 – Zoo station (Video)

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart