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Per due giorni (anzi tre) mi son detto, va, non scrivere del Wu-Tang Clan, la roba hip hop è una roba seria, piena di gente pronta a riprenderti e a fare la punta al cazzo e soprattutto a mettere i famosi puntini sulle i che poi non te li levi dallo stomaco neanche con la levapunti. Poi ho detto bon, pazienza. Bisognerebbe partire dal considerare la cosa “concertoWu-tangClan” un evento. Di quelli che se ci sei, hai trecento cose da vedere e raccontare, se non ci sei te le raccontano, e molto spesso si dimenticano qualcosa.
Il posto è il PalaAtlantico, l’ex Palacisalfa di Roma e il solo pensare a un posto del genere nella settimana più calda dell’anno, con un quasi tutto esaurito che vibra dagli strilli dei forum è una cosa che dimostra coraggio.
Andarci, poi, ti fa sentire Bruce Willis che decide di tirare una macchina della polizia ad un elicottero. Una roba che ci pensi un nanosecondo di più dici “sto a casa a guardarmi Rai News, si fotta il Wu-tang”. E’ la gente la cosa più bella del rap, fuori tante magliette da pallacanestro (nè conterò alla fine 3 di – ehm – Ginobili, e i più quotati in giro erano Iverson e Bryant, meravigliose le vintage di Willis Reed, Gugliotta e Mourning tempo Hornets) pantaloni larghi e cappellini storti d’ordinanza.
Tutti o quasi Yankees.
Asciugamani messi nel tascone di dietro che sembra ti sia pulito il culo di corsa e sia rimasta attaccata la carta igienica, fide strappone al seguito che manco Rihanna o versioni strappne a là Pina per chi non ci arriva, tante scarpe sneakers alte (tutte differenti, difficile trovarne due paia uguali), gente col due piastre nello zaino che vorresti capire se e dove si metterà ad andare di break; insomma una passerella che manco alla serata dei Globes. Dentro fa all’inizio fresco, c’è l’aria condizionata (spenta praticamente subito Dio vi fulmini) e alle prime luci spente sulle basi di un dj che non so chi sia (nè voglio saperlo) maciulla l’arte del mixing con degli strappi che neanche le due peggiori mani sinistre di Roma potrebbero.
Iniziano a salire i primi vapori di erba e nero. Inutile dire di cosa odori al mio ritorno a casa, a parte sudore, i vestiti torneranno all’odore di Coccolino dopo 4 lavaggi probabilmente ma questa è un’altra storia. Non sembra più un club o un palazzetto. Sembra un quartiere. Un quartiere dove suonano hip hop e se dici “Matt Barnes ha firmato per i Lakers” quello che ti sta davanti ti chiede se è vero e ci parli anche un po’. Sul palco prima i Colle der Fomento. Emozionanti e riverenti (giustamente) per ciò che avverrà da lì a poco, scandagliano tutto il repertorio, chiamo addirittura Farabegoli su Prova Microfoni, mi risponde via sms “a 35 anni mi chiami per farmi sentire i Colle der Fomento, stiamo perdendo tutti”.
Forse è vero, forse no, perchè il live è qualcosa di veramente grosso grosso. Che solo il campanilismo vissuto al contrario può rivoltare in un “sì vabbè c’è il Wu Tang”. Dopo di loro i Noyz Narcos, a me fa ridere e da subito il piccoletto che sembra il classico piccoletto delle ghenghe tipo Ritorno al Futuro messo lì perchè così riproducono bene la scalata darwiniana in una congrega.
Mi dicono che è quello di cui avere paura, ma per me il rap, l’hip hop è sempre stata una questione di dischi lontana dagli ambienti rappusi e conviviali. Il rap è anche e soprattutto quello, mi manca un pezzo ma continuo a trovarlo ridicolo, come l’esibizione intera dei Noyz, una roba west coast pacchiana e misogina, e gangsta de noantri più pose che rime, più forma che sostanza chiusa con una toppa clamorosa e fischi che salutano gli eroi dell’arena e li rimandanano a casa. Il contrario del Colle. Roba che ti fa tenere stretto l’hardcore. E infatti se fai così, in tutti i sensi, non sbagli mai. Alla fine il Wu-Tang Clan, ci sono tutti, Method Man a tirare la carretta, gli altri a mangiarsi il palco con lui, GZA, Cappadonna tutti perfettamente nella loro parte. Una roba potente caciarona e sguaiata ma compatta nel suo essere “storia”. Hai davanti la storia, cazzo e i tre gruppi hip hop che hai visto suonare sono loro i Public Enemy e i De La Soul. Ci puoi stare dai.
Il caldo diventa opprimente e insostenibile, vedo più di metà concerto fuori dal locale e dalle porte aperte. Va bene così, anche se le gambe non mi reggono più e fatico a non sbadigliare ma dalla stanchezza. Il concerto è roba grossa e potrei dirvi dello spelling O.D.B. G.O.D. che è un po’ una bestemmia o degli intro mandati giù a memoria da più di duemila persone neanche fossero Baglioni.
Sostanza, tanta, quella che ti rendi conto che la storia ti sta passando davanti e non sai se e quando ricapiterà. L’hip hop è anche questo, l’hip hop è anche la scena. L’hip hop sono i beat che sembrano vecchi e non invecchiano veramente mai anche se fa caldo e ti sudano anche gli occhi e devi chiuderli.
Li senti e li sentirai sempre.

Una volta ragionavo più o meno così: se la passano le radio una canzone vuol dire che è già corrotta, che è fatta per piacere alle masse io sono lontano dalle masse e la rava e la fava e bon, mandavo affanculo tutto il circondario.
Per questo motivo per anni ho snobbato Amy Winehouse (salvo poi rendermi conto che Back to black lo considerassi tra i dischi del decennio scorso, col senno di poi) e un altro paio.
Altra artista che rischiavo di snobbare è Rox una di quelle artiste che sembrano fatte apposta e messe lì per clonare alla bell’e meglio chi di successo ne ha già avuto e chi di classe ne ha mostrata da vendere.
La Winehouse di cui sopra è ovviamente il punto di riferimento.
Ancora non avete capito chi sia? All’anagrafe Roxanna Tatei è quella che sta spopolando sulle nostre radio commerciali con My baby left me, uno di quei tormentoni facilissimi da incastrarsi e memorizzare e ahimè, da detestare alla seconda volta.
Se ancora non avete capito

Il fatto è che poi dietro c’è un disco, che non fosse stato per qualche rivista nostrana molto probabilmente non avrei neanche ascoltato di striscio, Memoirs che non arriva sicuramente alle definizioni del NME (“un Back to black stavolta con sentimento” senso della misura nel culo come al solito) ma che è sicuramente una delle cose migliori in ambito soul funk di quest’anno.
Anzi più che funk, doo wop, uptempo e a tratti rock steady lievemente accelerato.
Fatto è che dentro Memoirs ci sono “canzoni” nel senso stretto del termine e pur suonando come una collezione invece di un lavoro omogeneo lascia contenti pressochè tutti, e col pensiero che costei di anni ne abbia 21, e le speranze che siamo fin dall’inizio sulla strada giusta è più che rassicurante.

Senza dubbio

roger1La pigrizia è una delle nostre “doti” primarie.
Associata ad alcuni spiacevoli eventi (uno in particolar modo) accadutici alla fine dello scorso anno, hanno fatto si che il nostro lavoro da queste parti latitasse.
Ci siamo anche chiesti cosa avremmo potuto postare…l’abbondanza di materiale porta a questi dilemmi.
Alla fine abbiamo scelto questo album di uno dei più importanti funkster dei 70’s/80’s.
Parliamo in questo articolo di Roger Troutman fondatore dei famigerati Zapp ed in parallelo autore di una proficua carriera solista nonché di produzioni e collaborazioni di vario genere e spessore.
L’album in questione è il suo esordio come solista datato 1981 e titolato “The many facets of Roger”.
Il lavoro fa’ il paio, come qualità ed importanza, al conclamato esordio dei funkosissimi Zapp che vedeva alla produzione il grande Bootsy Collins.
Di cosa parlare? Questo è un album di p-funk puro e duro, uno dei 10 dischi IMPRESCINDIBILI del genere e potreste comprendere meglio questa mia affermazione ascoltando il brano di apertura che altro non è che una personalissima rilettura del classico “I heard it through the grapevine” (Creedence Clearwater Revival, Marvin Gaye….ricordate?).
Il brano si snoda e si dilata per 10:44 dove il nostro infilza, tritura  e rimastica il pezzo trasformandolo in un mostro funk senza precedenti! Una versione micidiale!
Ma la classica “Do it Roger” non è da meno…
E che dire Della spastica “Maxx axe”?
Un capolavoro che è stato ristampato in digitale nel 2002 dalla amatissima Rhino Records con 3 bonus tracks e che, naturalmente, vi consigliamo di mettervi in casa a tutti i costi (peraltro abbastanza esigui).
Per quel che può interessare, Prince gli deve qualcosa, 2Pac gli deve tutto e la sua caratteristica è stata l’uso della talk box (la famosa Yamaha DX100 FM synthesizer), diletto ripreso da molti altri negli anni successivi.
La storia di Roger Troutman si conclude tragicamente il 25 aprile del 1999 con un omicidio/suicidio insieme al fratello Larry. Aveva 47 anni.

Roger Troutman - I Heard It Through The Grapevine (Mp3)

Prima di dire di musica vorremmo specificare che questa rubrica – Paint it black – ha il solo scopo di cercare di diffondere una musica/genere musicale che qui da noi (come tante altre cose in fondo) non ha visibilità né particolare appeal ma che, invece, stimola molto l’interesse delle persone a cui viene, più o meno consapevolmente, proposto.
31rkixsfy-l__sl110_Noi ci limiteremo a segnalare,di quando in quando, alcuni lavori di artisti più o meno noti che speriamo di recuperare all’attenzione del maggior numero di persone possibile.
Detto ciò esordiamo con una artista di cui è stato fatto cenno, qui e la, anche su riviste nostrane grazie al suo album d’esordio per la Truth (sussidiaria della Stax Records), “Woman to woman”, uscito nel 1974.
Stiamo parlando di Shirley Brown, artista scoperta in una chiesa battista (background comune praticamente a tutti gli artisti del periodo) da Oliver Sain che la aiutò a registrare un paio di singoli di discreto appeal per il mercato locale.
Successivamente fu notata da un grande maestro, Albert King, che le procurò il contratto con la Stax di cui sopra.
Dopo la bancarotta dell’etichetta la nostra si accasò presso la Arista Records con cui diede alle stampe il suo secondo album titolato semplicemente “Shirley Brown” uscito nel 1977.
Il lavoro in questione è frutto della collaborazione insieme a Bettye Crutcher (rimarchevole il suo “Long as you love me”) e Jeff Stewart ed è un magnifico esempio di southern soul che farebbe invidia alla migliore (ed incredibilmente sottovalutata)Aretha Franklin dei mid-seventies.
L’album si apre con una dichiarazione d’amore da far tremare le rotule! “Blessed is the woman (with a man like mine) è struggente in ogni singola nota ed è la degna apertura di un lavoro che non conosce nessuna flessione e può essere considerato come uno dei massimi esempi del genere, superiore, a parere di chi vi scrive, al pur eccelso esordio.
La line-up di musicisti vede la collaborazione della crema del southern soul con Lester Snell alle tastiere, Donald “Duck” Dunn al basso e DJ Rogers alle voci ed arrangiamenti.
Brani migliori:
Tutti, ma ne segnalerei 3 che a me provocano reazioni indicibili:Blessed is the woman (with a man like mine),Midnight rendezvous, (I’ll be right here) lovin’ you
Nel 2007, fortunatamente, la Soul Brother ha provveduto a ristampare il lavoro con l’aggiunta di 3 brani precedentemente usciti su singolo che contribuiscono ad accrescere la bellezza di un album strepitoso.
Siete ancora lì? Cosa aspettate a procurarvelo?

Shirley Brown – Blessed is the woman (Mp3)

L’autoreBlacksouleagle pseudonimo dietro cui si nasconde Marco Clementi, voce di Radio Città Aperta (Funk Drops) e grandissimo appassionato di black music (e non solo). Da queste parti si occupa di suggerire dischi,disegnare scene e far rivivere ricordi di quel mondo black troppo spesso dimenticato in cantina ma sempre più miniera d’ispirazione per lo scenario musicale attuale

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