Volevo fare tutto un discorso per parlare dei “miei” dischi preferiti tutausenennain, quelli che hanno accompagnato questi mesi nella cattiva e nella buona sorte, con la pioggia e con il sole, anche perchè volevo evitare di mettermi a dare i numeri.
E invece alla fine più per necessità che per voglia, vi beccate la classica numerazione e la classica lista, che tanto sapete di cosa si tratta.
Dei dischi intendo. Lo dico prima. Quelli che non appaiono è perchè non li ho sentiti oppure perchè non mi sono piaciuti abbastanza.
2# A Place To Bury Strangers – Exploding Head : Oliver Ackermann leader della band costruisce e vende effetti pedali con la sua Death By Audio. Ma li usa pure e parecchio bene. Noise applicato all’industrial-shoegaze. Una tempesta sonora.
3# The Flaming Lips – Embryonic: era da Soft Bulletin che uno dei gruppi che ho più amato nei ’90 non mi faceva godere così tanto. Un disco di suoni e diavolerie freak con dietro un concept “astrologico”. Qualcuno ne sa qualcosa? Del concept dico…
4# Sonic Youth – The Eternal: oh ci ho provato a resistere ma niente… alla fine li ho piazzati ai piedi del podio. Manco fosse l’ennesimo capolavoro di una band in giro da più di 25 anni…
5# The Horrors – Primary Colours : qua invece ho resistito. O meglio ho cercato di essere più realista su un disco che sentito live non ha soddisfatto come doveva. Per mesi ho creduto fosse l’album del 2009. Comunque… complimenti!
7# The Big Pink – A Brief History Of Love : qualcuno, forse non a torto, crede che spariranno in una bolla di sapone. Certo che un disco così ispirato che strizza l’occhio all’electro e all’indie colto in salsa gaze non può passare inosservato.
8# Editors – In This Light And On This Evening : la marchetta della classifica? Frega un cazzo. Quando uscì il secondo mi sembrò molto più paraculo. Levate Papillon e il suo facile appeal, il resto è gelo “che scalda”.
A tutt’oggi mi sento di dire che questo 2009, musicalmente parlando, ha regalato tante soddisfazioni. E sembra proprio che altre ne regalerà. Ci sono diversi album da attendere, così in ordine sparso, il ritorno degli Arctic Monkeys e la loro svolta “desertica” con Josh Homme, il ritorno degli Editors, per me al momento vero gruppo di punta nella categoria rock-arena, la seconda parte del lavoro di Patrick Wolf, il primo – The Bachelor – è un gran disco, per non parlare dell’attesa maggiore, cioè il doppio Embryonic dei Flaming Lips.
Nel mio piccolo attendo con ansia anche Eros dei Deftones dai quali mi aspetto un album molto sofferto, il bassista è ancora in coma, e poi via con Yo La Tengo, Built to Spill e gli Spoon di cui ha parlato Giorgiop… a quanto pare sono in studio pure Arcade Fire e Broken Social Scene ma dubito se ne escano entro l’anno.
Ed ora posso aggiungere altri due nomi.
Uno lo faccio con molto piacere ed è quello dei Black Heart Procession, gruppo da podio nel gotico d’autore. Poche sorprese e molte conferme nell’ascoltare Rats dal nuovo album Six previsto ad ottobre.
Il secondo è invece una grossa sorpresa. Vederli lo scorso anno a Barcellona fu per me una di quelle cose a cui non credi più che invece si realizzano ed ora tornano con un nuovo album a settembre dal titolo In Prism e si può ascoltare in anteprima Beggar’s Bowl. Il più bel segreto dell’indie americano sta tornando. Polvo is back!!!
Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.
Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.
Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.
Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!
Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.
L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.
Metti una macchina, anzi due, e nove amici. Partenza da Roma a metà mattinata. Una delle macchine è la mia. Vuoi mettere quanto si risparmia. E’ pure diesel. Programma rispettato con soste sull’A1. Tutto procede per il meglio. Finalmente vedrò i Faith No More. Dopo quasi 20 anni di attesa. Chissenefrega se prima ci saranno tutta una serie di gruppi poco significativi. Chissenefrega dei Limp Bizkit. Anzi, sono curioso di vederli. Chissenefrega se hanno spostato la location dall’Idroscalo al PalaSharp.
“L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai”… Piacenza sud messa alle spalle. Improvvisamente capisco che qualcosa non va. Accosto. Il cruscotto è pieno di luci accese manco fosse un albero di Natale. Manca l’acqua. Panico. I primi timidi tentativi ci fanno capire che da qualche parte c’è una perdita. Avrò fuso qualcosa. Non c’è altra soluzione che chiamare l’Aci. E qui inizia l’odissea. Ci dividiamo. Ci rivedremo molto più tardi. Io e i Fedelissimi ci facciamo trainare fuori dal fratello di Mihajlovic fino ad un’officina di Piacenza. Peccato sia domenica e non aprirà prima dell’indomani. Non abbiamo molta scelta. Di corsa alla stazione per prendere il primo treno per Milano. Trovare un albergo e il modo di raggiungere il PalaSharp con la metro. Tutto ciò ci fa arrivare sul posto mentre i Bizkit rientrano per i bis. Che saranno Behind blue eyes degli Who e il pezzo che faceva da colonna sonora alle acrobazie di Tom Cruise. Vedere due pezzi così mentre ti godi la vista della folla che poga è forse il miglior modo per apprezzarli live.
Poi è solo attesa per i FNM. Il palco prende le sembianze del Maurizio Costanzo Show con i drapponi rossi stile teatro. Ed improvvisamente uno dei gruppi che più ho amato mi si materializza davanti.
Il Patton avevo già avuto modo di vederlo con i Mr. Bungle e la fiducia che riponevo in lui è stata ampiamente spazzata via. Farà un concerto ben oltre quello che giustamente mi aspettavo. Entra elegantissimo vestito da crooner col bastone. Capello impomatato. Il primo pezzo è una oscura cover dal titolo profetico “Reunited”. Poi si comincia a fare sul serio. The Real Thing e From Out of Nowhere e mi sembra di impazzire. Land of Sunshine e Caffeine, queste me le aspettavo di meno. Ed è perciò ancora più bello. Capisco dopo pochi minuti che non mi interessa quali pezzi faranno, tale è l’entusiasmo e il livello che i cinque ci stanno mettendo. Evidence viene trasformata in italiano “sembro Eros Ramazzotti”. Surprise you’re Dead fa venire giù il PalaSharp. C’è anche il tempo per una riuscitissima cover di Lady Gaga, Poker Face, per le imprescindibili Midlife Crisis ed Epic, per l’accoglienza elevata riservata anche ai pezzi dell’ultimo album, una trascinante Ashes to Ashes e la magica Stripsearch con l’intro di Chariots of Fire, fino alla conclusione di We Care a Lot… e ci crediamo.
Mai reunion, tra quelle che ho visto, è stata più convincente di questa. Sono venuti a rivendicare ciò che spetta loro, uno dei gruppi fondamentali per il crossover, genere dalla vita tanto breve e funesta. E il suonare dopo i Limp Bizkit che hanno portato quel discorso al ridicolo mi sembra il cerchio che si chiude.
Il Generale Patton ha guidato i suoi in maniera impeccabile. I Faith No More suonano alla grandissima, e per niente datati. Lui è senza ombra di dubbio il più talentuoso singer dal vivo che io abbia mai visto. Ed è proprio quello che manca alle generazioni di band attuali. Mancano i cantanti, i performers, coloro che ti prendono un buon concerto e lo portano all’apice. La sua ottima confidenza con la nostra lingua ha generato le seguenti chicche:
“Buonasera… è bello essere qui in Sicilia… a Milazzo!!!”
“Dov’è finito il mio batterista? Segaiolo di merda!“
“Sono troppo vecchio per queste cazzate!”
FENOMENALI.
Si esce dal Palasharp stanchi ed emozionati… dove ho parcheggiato la macchina? Oh no…
P.S. lo so che è quasi impossibile vederli tutti ma i link ai video meritano sia per capire di cosa si è trattato sia perchè sono di qualità molto elevata. Epic e Stripsearch in particolare. Qui altri brevi estratti… The Gentle Art of Making Enemies – Easy – Be Aggressive
P.P.S. si era rotto un tubo sotto il collettore… (boh io non ci capisco nulla) la macchina sono tornato a recuperarla il fine settimana successivo, dopo aver discusso a lungo il lunedi mattina. Ma non c’è stato niente da fare. Siamo dovuti tornare con la mitica Freccia del Sud, il treno che parte da Milano ed arriva ad Agrigento.
A Patton questo viaggio sarebbe piaciuto molto.
Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.
Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.
Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.
Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.
Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!
Sentivate la mancanza? Ho ottenuto il permesso di oziare un poco da queste parti
ma sono stato richiamato all’ordine. Scherzo ovviamente…
Nel frattempo fra mille situazioni e impegni ho continuato ad ascoltare e consumare suoni. Da che parte ri-cominciare è stato difficile. Ho deciso per il caro vecchio ordine cronologico.
Questo è un disco che oramai è nei negozi da più di due mesi.
Trattasi di Running With the Beast del duo olandese zZz, nome alquanto bizzarro e fuorviante. Ed è un lavoro, lo dico subito, totalmente riuscito per chi si
abbevera alla fonte wave eighties e che purtroppo deve sorbirsi dischi e dischi
di tentativi di riattualizzare quel periodo con risultati spesso imbarazzanti.
Questi due orange invece fanno centro pieno, sia quando c’è da far ballare, valga
come esempio la traccia di apertura Lover, favolosa in tutti i suoi tre minuti con
intro lanciato ed esplosioni varie al suo interno, oppure la più eclettica Sign of
Love giocata quasi tutta sull’organo, per non parlare della title-track puro
Suicide-sound come un treno lanciato nella notte.
Il tutto gira attorno ad una batteria essenzialissima ed una serie di tasti più o
meno sintetici. Il batterista si occupa anche di dar voce alle composizioni e il suo
timbro aiuta a non perdersi totalmente nel deja-vu anni ’80.
L’accoppiata Amanda-Majeur fa intendere cosa sarebbe potuto venir fuori se Elvis
avesse salvato la pellaccia e avesse attraversato quel decennio.
La resa finale avviene con Angel, pura devozione alle ballad dark-gothic stile
Sisters of Mercy.
Visti dal vivo poco tempo fa a Roma davanti una cinquantina di persone (me ne
aspettavo qualcosa in più visto che un loro pezzo – Grip – è finito per essere
utilizzato in uno spot di una nota casa automobilistica torinese che ne ha ripreso
anche l’idea video) hanno superato la prova live in maniera molto soddisfacente.
L’impressione è che in fondo siano due vecchi freak olandesi con la sola voglia di
intrattenere l’audience. E ci riescono benissimo.
zZz… chi dorme corre con la bestia…
Ma cosa si fa a Glasgow? The Phantom Band viene da Glasgow a scaldare il freddo inverno che ci morde di questi tempi.
Checkmate Savage è il loro primo lavoro sulla lunga distanza ed uscirà per la Chemikal Underground e racchiude in un colpo solo il post-rock (Mogwai of course) il songwriting (Bonnie “Prince” Billy) il kraut-rock (Neu!) il blues sperimentale (Captain Beefheart) e l’appeal dell’ indie-wave più rispettabile (National).
Un miracolo di composizione e scrittura.
Proprio dall’ultimo di tutti questi ingredienti si apre l’album.
The Howling è sinuosa e incalzante e balza immediamente alle orecchie il non trascurabile timbro vocale che per interpretazione ricorda Berninger dei National.
Burial Sounds, complice il titolo, sembra una versione blues-stomp della lezione di Burial o forse mi sono solo lasciato trasportare.
Folk Song Oblivion è uno dei brani più immediati sospeso fra kraut, un cantato crooner e un organo obliquo, appunto, a complicare altrimenti un esercizio che a prima vista potrebbe sembrare fin troppo scontato. Stupenda.
A seguire lo strumentale Crocodile i nostri infilano la risposta britannica ai Tv On The Radio, come se non bastassero gli infiniti riferimenti apparsi finora, nella affascinante Halfhound.
Per non parlare di Left Hand Wave, forse la mia preferita al momento, il loro pezzo gotico d’autore in odore di Black Heart Procession o della successiva hyperballata fleetfoxiana Island che riescono a tenerla incredibilmente in piedi per quasi nove minuti.
La gioiosità e i coretti che ti fanno venir voglia di ballare vengono affidati a Throwing Bones, mentre la chiusura di The Whole Is On My Side racchiude talmente tante idee che una band qualsiasi ci avrebbe fatto due brani ed è la mia resa definitiva nei confronti della sua voce così calda.
Troppa carne al fuoco? Ascoltare per giudicare.
L’insieme risulta magicamente omogeneo.
Sotto qualche assaggio ma consiglierei di ascoltarlo per intero perchè ritengo sia la cosa migliore da fare. Li voglio al Primavera Sound 2009.
Ma cosa si fa a Glasgow? “O si beve… o si suona”
Ha senso scrivere di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective dopo la pioggia di consensi piovuta loro sul capo in queste prime settimane del nuovo anno?
Da Pitchfork a Wire e giù in cascata è tutto uno sbrodolarsi addosso con frasi che vanno dal disco dell’anno al disco del mese, tranne rarissime eccezioni.
Avrebbe senso se partissi con una stroncatura coi fiocchi ma obiettivamente non è questo l’intento del post.
Proprio non posso parlare male di un disco simile.
Psichedelia magistrale scorre nella quasi ora che si spende per tale ascolto, suoni perfetti amalgamati ad intrecci vocali ultraterreni.
Intrecci che in alcune tracce mi riportano alla mente il periodo d’oro shoegaze ma forse questa è una deformazione mia.
Insisto sull’uso delle voci non a caso. Riescono a dare quel qualcosa in più che rendono questo lavoro importante, lo portano in un mondo originale e inesplorato. Gospel e blues.
Evitano che l’ascolto non si trasformi “solo” in un viaggio psichedelico alterato.
E lo fanno svettare alto. Si, è il disco del momento.
Ma allora perchè queste poche righe? Fondamentalmente per porre un quesito piccolo piccolo, che sarebbe la giustificazione di tutto il post.
Ma dove erano tutti quando solo quattro mesi fa usciva Snowflake Midnight dei Mercury Rev?
1. Have A Nice Life – Deathconsciousness (Enemieslist) Disco dell’anno. Del decennio. Della vita.
2. The Notwist – The Devil, You + Me (City Slang) Il ritorno meno esaltato in generale. Il disco che ho più ascoltato nel 2008. Con grandissimo piacere. .
3. Portishead – Third (Island) Il ritorno più esaltato in generale. Giustamente. Trip-dark e Beth Gibbons. BETH GIBBONS.
4. Fleet Foxes – Fleet Foxes (Sub Pop) Barbe. Capelli medio-lunghi. Camicione a scacchi. Seattle. A ritroso fino agli anni ’60 e ritorno con una manciata di brani meravigliosi. .
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5. Wire – Object 47 (Pink Flag) Indie-wavers di tutto il mondo unitevi. In fila per due dietro ai Maestri. Ancora una volta.
6. M83 – Saturday=Youth (Mute) Dream-pop sintetico come non lo si sentiva da anni. Le ennesime vittime degli anni ’80. Come il sottoscritto. .
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7. Cat Claws – Magic Powers (42 Records) Graffi anni ’90 uniti a muscoli anni ’80. I Sonic Pixies de noantri. Ragazzi tenete botta. Vi adoro.
8. The Dresden Dolls – No, Virginia (Roadrunner) E queste sarebbero le canzoni scartate dai primi due album? No, Virginia… queste sono tra le migliori scritte da Amanda e Brian. .
9. MGMT – Oracular Spectacular (Columbia) Ziggy Stardust ritorna sulla Terra. Accompagnato da Wayne Coyne.
10. The Zen Circus – Villa Inferno (Unhip Records) Gente che oltre ad avere qualcosa da dire ha anche cose da suonare. Accompagnati da Ritchie e dalle sorelle Deal. .
11. British Sea Power – Do You Like Rock Music? (Rough Trade) Premio il numero di ascolti. E il numero di canzoni di qualità superiore alla media. Hanno imparato da qualcuno più bravo di loro. Ma bene però.
12. Mogwai – The Hawk Is Howling (Wall Of Sound) In silenzio come al solito. Primo ascolto e pensi che è la solita roba. Secondo e pensi che però così non la fa nessuno. Terzo e sei fregato. .
13. All The Saints – Fire On Corridor X (Touch And Go) Sorpresa dell’ultimo periodo. Ciclicamente la cerebralità e l’impatto dei God Machine vengono risvegliati. Stavolta con lode.
14. Deerhunter – Microcastle (Kranky) Anche loro in tackle al novantesimo. Frullato di ogni sottogenere indie-rock. Di quelli densi. E nutrienti. .
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15. Mercury Rev – Snowflake Midnight (V2) Quanto mi piaccono i Mercury! Come fanno a mantenersi sempre un filo dietro l’imbarazzo prog?
16. The Black Angels – Directions To See A Ghost (Light In The Attic) Psychedelic Underground. Nel senso di Velvet. .
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17. Tv On The Radio – Dear Science (4AD) Come il primo della classe che delude all’esame. Ma viene promosso.
18. The Magnetic Fields – Distortion (Nonesuch Records) Il primo disco di cui ho avuto consapevolezza di ritrovarmelo a fine anno qui. Merritt scrive divinamente. Ma perchè non viene in Italia? .
19. No Age – Nouns (Sub Pop) Hanno perso gradualmente posizioni. Ma è un album importante. Shoegaze ed irruenza punk-rock.
20. Evangelicals – The Evening Descends (Dead Oceans) Da Oklahoma City. Dice niente? Horror-pop. La sorpresa dell’anno. .
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21. Offlaga Disco Pax – Bachelite (Santeria) Il cuore l’hanno rubato anni fa. Stavolta si confermano rubando anche le orecchie.
22. Lightspeed Champion – Falling Off The Lavender Bridge (Domino) Pensavo fosse del 2007. Inserirlo all’ultimo istante forse non gli rende giustizia nella posizione. .
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23. These New Puritans – Beat Pyramid (Domino) Sono giovanissimi. Speriamo non si perdano. Le intuizioni dei migliori Bloc Party che incocciano gli spigoli dei Fall.
24. Pete & The Pirates – Little Death (Stolen Recordings) Bisogna pure far festa ogni tanto. Difficile sentire tutti di fila così tanti anthem pop-rock. .
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25. R.E.M. – Accelerate (Warner) Mi inchino rispettosamente di fronte una delle migliori band del mondo.
26. Sons & Daughters – This Gift (Domino) Altro album di canzoni riuscite ed ispirate. Blues. Garage. Punk alla Patti Smith. .
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27. The Cure – 4:13 Dream (Geffen) In fondo è solo il nuovo lavoro del gruppo della mia vita. Non vorrete mica strillarmi? I brani ci sono. E’ come suona che stranisce.
28. The War On Drugs – Wagonwheel Blues (Secretly Canadian) La tradizione statunitense più onesta. Quella di gente come Spingsteen. Però filtrata attraverso l’essere una band e non un nome e cognome. .
29. Love Is All – A Hundred Things Keep Me Up At Night (What’s Your Rupture) Che la festa continui. Altra scaletta di songs indie-rock per muovere il culo direttamente dalla Svezia.
30. Amanda Palmer – Who Killed Amanda Palmer? (Roadrunner) Addicted to Amanda Palmer. Definitivamente.
Sono caduto con tutte le scarpe nel vortice della classifica di fine anno.
La vicinanza bloggara con Giorgio mi responsabilizza di questo atto intimo ed universale che sembra, ed in certi casi lo è, inutile.
Ma inutile non vuol dire brutto. Bello vuol dire utile. Ed è bello fissare il momento e “giocare” con tutto ciò.
Leggere le top degli altri, e far leggere la propria.
Insomma ci siamo. E nel pensarla (cosa che si fa sempre, per lo meno io, anche se non avessi un posto pubblico dove metterla) arriva come ogni anno il momento del “colpo di coda”. Quei dischi che per pigrizia, mancanza di tempo, pregiudizi o anche banalmente, perchè escono negli ultimi mesi dell’anno, finiscono con lo stravolgere le tue sicurezze.
Di uno non dirò nulla per il semplice motivo che sarà oggetto di “sfida dialettica” col principale autore di questo blog in un post prossimo futuro.
Parlando con Colas in un noto locale romano qualche sera fa ho pensato che non potevo andare incontro all’evento senza aver ascoltato Accelerate degli R.E.M.
Gli R.E.M. sono uno dei gruppi che più ho seguito negli anni 90. Fino ad Up senza perdere un colpo.
Poi l’interesse è calato ma il rispetto mai. Ascoltare gli R.E.M. è come entrare in una bottega di un artigiano, magari non ti fà impazzire il suo lavoro, ma lo guardi con rispetto e devozione. Certo del fatto che non potrà mai fare qualcosa di brutto.
Accelerate è un gran bel lavoro. Diretto ed essenziale. Un pò il loro Monster degli anni 00. Probabilmente il migliore degli anni 00. Sono rimasto stregato dall’esercizio sonico di Man-Sized Wreath. Vabbè penso che ormai lo conoscete un pò tutti l’album. Il colpo di coda del Tyrannosaurus Rex…
Poi ci sono gli All the Saints che vengono da Atlanta col loro Fire On Corridor X. Lavoro che sembra uscito dai primissimi anni 90. Sezione ritmica che ricorda i Tool più acerbi o gli indimenticabili God Machine unita a chitarre shoegaze psichedeliche e circolari. Regal Regalia, Papering Fix e la title track sono esemplari da questo punto di vista. Ed i mantra di Hornett e Outs faranno scalare loro diverse posizioni nella classifica di fine anno.
Infine a rompere le uova nel paniere c’è stato il nuovo Deerhunter, dal titolo Microcastle. In verità in fase di acquisto si è rivelato un doppio cd con il compare Weird Era Cont. a fare da contraltare. Ottima sorpresa ma questa seconda parte ancora devo assimilarla per bene.
Con Microcastle invece sono rimasto contagiato dal dream rock di questi ragazzi. L’album sembra essere diviso in tre parti soprattutto per la decisione di piazzare nel cuore di esso gli episodi più eterei. Per il resto le composizioni vanno dal vivace (Nothing Ever Happened) al sognante (Little Kids) sempre in bilico fra la distorsione e la ricerca dell’appiglio (spesso trovato) pop. A me hanno ricordato un’altro bell’album di questo 2008 ovvero The Evening Descends degli Evangelicals ed anche i sottovalutati Film School che nel revival dream-shoegaze di questi anni hanno rilasciato dei gran lavori.
Ma del vero scardinatore di classifica, del terrorista della playlist, del vero “colpo di coda” parlerò come ho detto un’altra volta.
Sono pronto (forse) per onorare la mia playlist 2008.
Accade tutto perchè il Black Out comincia a cambiare fisionomia.
Dopo quattro stagioni intere passate lì dentro, soprattutto di venerdì, nel 1998 come ogni ciclo che si rispetti il presidente (il gestore del club) decide di cambiare allenatore.
Demian non è più il dj del Black Out. Viene sostituito da Sandro (Skunk) e tutto sommato la cosa risulta abbastanza indolore. Insomma si continua a frequentare Via Saturnia, anche se si registra quell’anno un’altra sostanziale differenza.
La tessera d’ingresso gratuito entro una certa ora è a pagamento. La può acquistare chiunque e questo comporta tutta una serie di pro e contro che non sto ora ad elencare.
Tornando a noi, si diceva che il venerdì continua ad essere terra incontrastata ma l’affetto che io e altri della mia comitiva nutriamo nei confronti di Demian ci spinge a cercare di scoprire se il nostro “eroe” sia ancora in giro o meno.
Finchè non scopriamo che si trova a mettere i dischi in un locale che risponde al nome di Frontiera. Nome interessante pensiamo. E azzeccatissimo nel suo significato di “lontano”, soprattutto per chi, come noi, abita nella zona sud-est di Roma.
Questo capannone industriale si trova all’interno di uno dei petali dell’uscita 1 del GrandeRaccordoAnulare (che circonda la capitale… ecc ecc), praticamente nella parte opposta della città.
Ma cosa non si fa per fare i piccoli alternativi? E poi la serata è di sabato quindi nessun conflitto d’interessi.
Il posto è grande, forse troppo, e difficilmente si riempie, a meno che non ci siano concerti di riguardo. Ma la cosa non dispiace affatto, si sta tranquilli, si balla, ci si diverte. La console è posta parecchio in alto e complice la confidenza con Demian, nel giro di poche settimane ci ritroviamo a passare le serate al piano superiore, praticamente dietro ai dj, pronti a scendere quando arrivano i pezzi giusti.
Facciamo la conoscenza di Valerio (l’altro dj) e della compagna che organizza la serata. Con Valerio scatta subito il feeling, tanto che si arriva al punto di portare noi qualche cd da farsi mettere durante la serata. Altro che richieste a voce o scritte su un foglio…
C’è anche un altro personaggio che si aggira per il locale, ma parla poco e si vede anche meno e non si riesce a capire bene cosa faccia…
Un sabato sera si entra come al solito al Frontiera e si scopre che Valerio non c’è. Ci guardiamo con Demian per capire. Ci dice che si sono lasciati (Valerio e l’organizzatrice) e lui non metterà più i dischi.
Maledette storie sentimentali… E quindi? Quindi al posto suo c’è lui… Giorgio! Il ragazzo misterioso che si aggira per il posto. Praticamente viene accolto con lo stesso scetticismo di Zavarov che sostituisce Platini.
E poi mi giunge subito la voce (infondata) che ci stia provando con la mia (dell’epoca) compagna. No… Giorgio e Paolo non cominciano proprio con il piede giusto.
Ma un medley clamoroso (te lo ricordi?) segna l’inversione di tendenza.
Se c’è una sola cosa che ho fatto di concreto in ambito musicale, che non sia la passione “passiva” tipo acquistare album, andare a concerti partecipare ad eventi o serate, è stata quella di prendere un basso e occupare una saletta insieme ad altri quattro amici per passare del tempo e suonare.
Suonare senza un motivo preciso che non fosse semplicemente quello di divertirsi per un paio di ore. Venne spontaneo, quasi naturale, mettersi a fare cover dell’unico gruppo che stimolava un minimo tutti quanti, a dirla tutta mi vennero molto incontro, visto che sono tendenzialmente più “metallari” di me.
Deftones. I Deftones sono l’unico gruppo che gode di un certo rispetto fra coloro che non amano o hanno amato il crossover. Non parlo di nu-metal. Il nu-metal se lo sono inventato i detrattori. Nel periodo 94-97 si parlava di crossover. Unire l’hardcore, il metal, l’hip hop, l’industrial e la wave. Il cuore degli anni 90. Loro sono sempre stati ai margini, non sono mai passati alla cassa come i Korn tranne che per i mesi successivi alla pubblicazione di White Pony. Sono tutt’ora l’unico gruppo di quel filone a significare qualcosa, a proporre ancora lavori intensi ed attuali. Per inciso, non hanno sbagliato un disco che sia uno. I Deftones “starebbero” per pubblicare il loro sesto album dal titolo Eros. Starebbero. Nella saletta di TorPignattara io ero/sono il bassista. Ero/sono Chi Cheng.
E come un fulmine a ciel sereno una decina di giorni fa è giunta la notizia che Chi Cheng è rimasto coinvolto in un incidente stradale insieme alla sorella che era alla guida. In questo momento si trova ricoverato in coma vigile in un ospedale della California del Nord. Le ultime notizie sembrano incoraggianti, pare abbia dato i primi segni di risveglio, anche se le condizioni permangono gravi. Su questo blog gli aggiornamenti della situazione.
Chi Cheng, oltre ad essere un membro dei Deftones da sempre, è laureato in Letteratura Inglese ed è un grande appassionato di poesia tanto da aver pubblicato un cd spoken word dal titolo The Bamboo Parachute dove recita le sue poesie. Non lo conosco personalmente Chi Cheng, ma avendo seguito il gruppo dagli esordi e quindi parliamo di tredici anni, l’impressione è quella di una persona forte di spirito e di grandissimo equilibrio.
Spero solo di non sentirmi un pò più solo nel prossimo futuro. Forza Chi… stai calmo e svegliati…
Questo album è qualcosa di inspiegabile.
Primo interrogativo. Ma che bisogno c’era di far uscire per forza nuovo materiale a poco più di un anno dal secondo lavoro? Provando a rispondere non si può non pensare al fatto che A weekend in the city sia andato probabilmente al di sotto delle loro aspettative in termini di vendite e in credibilità critica.
A me non era dispiaciuto affatto. L’avevo trovato abbastanza coraggioso. Aggettivo speso da qualcuno anche per questa
terza fatica. E coraggioso lo è sicuramente. Però…
L’inizio non sarebbe neanche troppo malvagio. Ares utilizza quel pattern che oramai ribattezzo in “giro alla Tomorrow Never Knows dei Beatles”, quello che non sentivamo da Setting Sun dei fratellini chimici per intenderci.
E ciò che la lega alla successiva Mercury è il tentativo di Kele di provare a fare il Tunde Adebimpe.
E qui scatta il secondo interrogativo ed una provocazione.
Sono voluti uscire a ridosso di Dear Science? A che pro? A me sembrerebbe un suicidio e non credo sinceramente sia così. E poi, ma se questi due brani si fossero trovati sul nuovo TVOTR(con tutte le differenze del caso), come ne avremmo parlato?
L’album prosegue fra medi e bassi. Dove i medi sono gli assalti banali e scontati di Halo e Trojan Horse e la delicatezza di Biko e i bassi la inascoltabile One Month Off (di chi è la colpa di quei break da disco becera anni ’80?) e le confuse ed inutili Zephyrus e Better Than Heaven.
Il problema principale è secondo me la perdita del ritmo dettato dalla batteria, sostituito dal singulto elettronico quasi mai in grado di dare alle composizioni quell’urgenza e quella tensione che si avevano in passato.
E non accetto neanche la giustificazione che i Bloc Party non sono all’altezza e quindi Intimacy è la “normale” conseguenza delle loro limitate capacità.
Io li ritengo in grado di scrivere musica sopra la media e la delusione è per questo più cocente.
1995. Londra. Uh che modo fico di cominciare… a parte gli scherzi io all’epoca ero ancora a digiuno con i Primus,
c’era stato solo il video di quel pezzo da Pork Soda, quello che ha dato loro un pò di visibilità persino su MTV, My name is Mud, e poco altro.
A conferma del fatto che non sono gruppo da singolo, la cosa si fermò lì e amen.
Londra dicevo, tappa di un viaggio interrail. Tower Records. Io fanatico del cd originale mi ero ripromesso di prenderne uno là dentro. Si i negozietti e tutto il resto ok, ma era l’esordio a Londra. Volevo l’immenso, la più ampia possibilità di scelta. Crisi piena. Dopo due ore ancora a mani vuote. Non che non ci fossero dischi. Ma i soldi all’epoca erano quello che erano. Pochi.
E la lira con la sterlina faceva la figura di un qualsiasi avversario di Tyson sul finire degli anni ’80.
Avevo con me una rivista musicale italiana, la solita quella che sbeffeggiamo un giorno si e l’altro pure, e dentro un articolo su un gruppo che aveva appena fatto uscire il proprio nuovo album.
Il titolo era semplice.
Primus: I migliori.
Porca miseria!!! Mi fidavo di quella rivista e di quel recensore. Veramente lo faccio tutt’ora anche se oramai non con la stessa cieca fiducia. Sarà lui l’album di questo viaggio. Quello che riporterò a casa. Quello con l’etichetta Tower Records (ancora sta lì…).
Tales From The Punchbowl dei Primus.
Lettore cd pronto all’uso. Non ero solo però, ero in viaggio con la mia ragazza dell’epoca, la prima volta a Londra e l’attenzione a quello che usciva dalle cuffie non fu elevata. Insomma i primi ascolti non furono entusiasmanti.
Il problema era che non lo trovavo brutto. Sarebbe stato semplice. Lo trovavo inusuale. Dove sono i riff? Strofa-refrain-ritornello? Nessun appiglio di quelli che cerchi quando sei in difficoltà, tipo “uhm… assomigliano a…”, oppure “però senti che voce…”, già la voce. Ma che gli hanno messo una molletta sul naso? Diciamola tutta. Ero ancora un pivello musicalmente parlando.
Tornato a Roma lo depositai nella mia collezione con un pizzico di amarezza per il costo eccessivo.
Non ricordo bene quale fu la chiave di lettura determinante. Però quando trovi le chiavi delle cose inavvicinabili e sconosciute ti si apre il mondo.
Fatto sta che improvvisamente cominciai a riuscire a “leggere” i Primus.
Professor Nutbutter’s House of Treats con la quale si apre l’album è uno dei miei pezzi preferiti di sempre e il loro preferito in assoluto. Ancora non ho scritto Les Claypool e Basso. Ora l’ho fatto. E leggetelo.
Lungi da me l’intenzione di voler fare l’esaltato del virtuosismo. Anzi. Semmai direi il contrario. Però lui è l’esempio più alto di virtuosismo al servizio della canzone al contrario dei virtuosi classici che usano i brani per infilare a tradimento il loro essere al di sopra la media.
Se non avete presente il pezzo di cui sopra dedicate sette minuti all’ascolto di uno dei brani più “cazzoni” della storia ma sentite come è suonato e quanta sostanza ne esce fuori. Roba aliena.
Per non parlare di Mrs. Blaileen e Wynona’s Big Brown Beaver e il suo allucinante video con loro cowboy stile Art-Attack (cartapesta e colla vinilica).
O dei viaggi psych di Southbound Pachyderm e Over the Elecrtic Grapevine.
O della pazzia di Hellbound 17 1/2. O della filastrocca country di De Anza Jig.
E più in generale del loro mondo fatto di testi assurdi e personaggi strampalati in luoghi assurdi.
Les Claypool è un mostro di bravura per il semplice fatto che riesca anche a cantare mentre suona in quel modo. Pazzesco. Tim “Herb” Alexander alla batteria prova a stargli dietro e già questo è sinonimo di talento. Larry Lalonde è il chitarrista perfetto per Les. Colui che ricama la cornice attorno al mare magnum di suono che esce dal basso.
Riferimenti… pochi. Sinceramente hanno sempre fatto corsa a loro. C’è chi dice Zappa, chi i Crimson. Ma alla fine ci può stare come approccio free alla composizione. D’altro canto non è che abbiano influenzato molti gruppi e ci credo pure. Io li ho risentiti solo in alcuni passaggi dei Battles.
Quindi si. Milestone a tutti gli effetti.
Primus… i migliori? Non lo so. Forse quell’estate si però.
E poi commentare dei Primus è come ballare d’architettura… (citazione. doppia)
Have a Nice Life
Deathconsciousness Enemieslist – 2008
Sono mesi e mesi che medito di scrivere queste righe e penso sia giunto il momento di farlo.
Di cosa parliamo quando parliamo di Arte? Al netto risponderei di emozioni. Poi possiamo stare tutta la vita a parlare di gusti.Quelli veicolano al più.
Poi alla fine hai a che fare con cose poco fastidiose, a volte piacevoli o divertenti, altre volte entusiasmanti ed innovative e, raramente, con opere che riescono ad emozionarti e coinvolgerti fino alle lacrime.
A me la profondità emoziona un casino, d’altronde se si chiedono determinati paesaggi e sensazioni ad un’opera d’arte non mi vengono certo in mente i Limp Bizkit o i RedHotChiliPeppers o gli MGMT.
A me viene in mente il dark o il gothic o chiamatelo come più vi piace e tutto l’immaginario che gira attorno ad esso.
E’ lì che risiedono le angosce e le paure ma anche le emozioni più forti che abbia mai provato con l’ausilio di un impianto stereo.
Gli Have a Nice Life sono un duo del Connecticut, al secolo Tim Macuga e Dan Barret, un duo che è riuscito a mettere insieme 85 minuti di musica suddivisa in due parti.
Stiamo parlando di un disco, di musica, ma stiamo parlando prima di tutto di un vero e proprio trattato sulla Morte.
L’unica, vera, costante della storia umana.
Gli Have a Nice Life si sono avvalsi di una produzione inesistente, di un computer, di un Logic, un MIDI controller, una vecchia pianola giocattolo, una tastiera degli anni 80, una chitarra ed un basso.
Si sono chiusi al 2 Brainard, probabilmente uno studio della Enemieslist (la loro distribuzione), ed hanno scritto e suonato Deathconsciousness dal 2002 al 2007. Cinque anni. Forse fanno altro per tirare avanti nella vita. Forse non hanno l’ambizione di riempire i palazzetti in tour. Ma cosa importa?
Poi hanno contattato un professore di antropologia e storia religiosa, esperto di eresia medievale e Antiochianesimo (spero si scriva così…) per scrivere un trattato di 80 pagine che costituisce il booklet dell’album.
Un trattato che fa riferimento alla figura di un certo Antiochus e parla di religione e soprattutto del rapporto del genere umano nei confronti della Morte. Insomma una cosa molto impegnativa. Il nome del professore sul libro rimane anonimo.
“We’re playing songs in a dead genre about believers in a dead religion, who’s going to want to listen to that?“
Già. Chi ha voglia di ascoltare ciò nel 2008? Io.
Il primo capitolo porta il sottotitolo The Plow That Broke The Plains.
Si apre con A Quick One Before the Eternal Worm Devours Connecticut. Una chitarra acustica nella nebbia più fitta che possiate immaginare avvolta da suoni sintetici, uno strumentale che lascia molti dubbi sulle coordinate stilistiche del duo. Bloodhail svela qualcosa di più. La profondità del basso è 1981 puro, la batteria elettronica è precisa e metronomica, la chitarra è essenziale, e la voce o meglio le voci cominciano a portarti laggiù dove tutto si fa più difficile. “I feel the top of the roof come off, kill everybody there” l’incipit fino alla chiusura di “and it lasts as long as it possibly can“. Uno dei picchi di tutto il lavoro. The Big Gloom parte con una chitarra shoegaze fino a quando non entra la pelle elettronica e la nube della sei corde si fa ancora più densa e spessa tanto da sotterrare il cantato che accompagna tutto il brano. Hunter è un altro dei passaggi fondamentali. Industrial slow come lo si vorrebbe da Mr. Reznor incorniciato da tocchi di piano e basso ed una voce ai limiti della commozione. Poi è un crescendo e quei rintocchi a metà brano ti stanno avvisando che stai per cedere. Perchè quando entra quel giro di chitarra c’è dentro quasi tutta la mia vita musicale. Quella che conta per davvero.
E la commozione si fa liquida.
Con Telephony si torna alle sonorità di Bloodhail con basso chitarra e batteria elettronica a farla da padrone. Intro Pornography-co “If science is half the man it says it is then i can build it the machine that snaps all of time in half“. E’ la drum machine a dettare i tempi di quello che potrebbe essere “quasi” il singolo. Who Would Leave Their Son Out in The Sun stempera i toni in un’elegia accompagnata da una chitarra acustica tetra e depressa. Suono chiuso e compresso come se venisse dalle profondità di un pozzo. There Is No Food chiude la prima parte con una tastierina stile Offlaga Disco Pax a svettare su un tappeto post-rock.
Ce ne sarebbe già abbastanza per gridare al miracolo. Ed invece siamo solo a metà lavoro.
Il secondo capitolo porta il sottotitolo di The Future.
Ed è tendenzialmente più dinamico.
Qua l’apertura non fa prigionieri. Waiting for Black Metal Record To Come In The Mail viene lanciata da un feedback che esplode in una chitarra deathrock con tutti gli stilemi classici del gothic sound, quindi basso profondo e drum machine lanciata. Holy Fucking Shit:40,000 sorprende rispostando l’asticella verso il post-rock. Un pezzo bellissimo stratificato su un loop di synth piano e chitarra acustica ed un’altra magnifica interpretazione vocale. Poi arriva uno storming industriale martellante. Fino al finale per sola chitarra acustica.
Lo strumentale The Future continua a muoversi su coordinate postrock, ma più cadenzate, quasi trip-hop alla maniera dell’ultimo capolavoro firmato Portishead, con quei drones che ti entrano nello stomaco. Deep, Deep la fa da padrone nella categoria “brano da batcave”. Vorrei avere la possibilità di mettere una sola canzone in una dancehall rock. Prenderei questo pezzo e via. Se la pista si svuota ‘fanculo. Ma quei tre o quattro che rimarranno danzeranno su un basso metallico ed un giro di tastiere tanto semplice quanto essenziale. E diverrei il loro eroe per una notte.
Una voce effettata ci introduce I Don’t Love, altra spirale sonora distortissima e angelica, con il testo forse più depresso della storia della musica “I don’t feel anything where this love should be“.
Il passo conclusivo è semplicemente monumentale. Earthmover. Undici minuti e ventotto secondi di spleen emotivo in cui racchiudono tutto quello che sono riusciti a donarti.
E me li immagino laggiù, in quello studio nel Connecticut, buttati in un angolo mentre si guardano sfiniti e invecchiati di cinque anni.
Questo lavoro è immenso, qualcuno potrà obiettare sul fattore derivativo, e si, ho evitato di elencare tutte le possibili influenze provenienti da questo o quell’altro gruppo, e la lista sarebbe molto lunga, ma secondo me ci troviamo di fronte ad una sincera assimilazione e ad una onesta evoluzione stilistica.
Un disco sulla consapevolezza della Morte attraverso gli occhi e soprattutto le orecchie degli unici che possono farlo.
Mercury Rev
Snowflake Midnight V2 – 2008
Ai margini di qualsiasi scena musicale, i Mercury Rev continuano il loro percorso di band comunque ultra rispettata ed ultra citata nei discorsi che riguardano quel modo così psichedelico e spaziale di intendere la musica.
Dopo l’accoppiata Deserter’s Songs/All Is Dream, che li ha consacrati come ottimi songwriters dopo gli esordi sperimentali, il lavoro del 2004 aveva lasciato un pò l’amaro in bocca.
Questo Snowflake Midnight ripresenta i Mercury in forma e immutati nella sostanza di esecutori di atmosfere sognanti ma non nella forma mai come questa volta immersa in contesti elettronici.
L’inizio è monumentale. Snowflake in a Hot World si poggia su un piano elettro-prog fino a diventare grassa e satura di suoni sintetici accompagnata dalla splendida esecuzione vocale di Donahue.
La successiva Butterfly’s Wing è più tranquilla e ambient-ale. Come se Jonathan cantasse su una base dei maestosi Orbital.
Senses on Fire, che se non ho capito male funge da singolo o qualcosa di simile, è probabilmente il pezzo più pop-oriented e difatti risulta abbastanza irresistibile nella sua carica a ritroso iniziale fino all’esplosione del ritornello.
Non è semplicissimo l’ascolto di un gruppo simile. Se si riesce a tenergli testa e parlo dell’infinità di suoni che propinano non c’è n’è veramente per molti.
Primo passaggio fondamentale è infatti People Are So Unpredictable, quasi sette minuti di suite musicale stupefacente per emotività e cambi repentini.
Il secondo poco più avanti porta il titolo di Dream of a Young Girl as a Flower (il grado di fricchettonaggine è elevato I know…) e per il discorso fatto prima può essere considerato il più estenuante del lotto oppure il capolavoro all’interno dell’album. Un caleidoscopio di suoni effetti e visioni, che passano dall’aurora boreale ad un capannone industriale gremito di ravers.
A chiudere Faraway from Cars e A Squirrel and I confermano l’anima elettronica e prog di tutto il lavoro che più di una volta mi ha fatto pensare agli Ozric Tentacles.
Un buon ritorno, molto omogeneo, che ci voleva proprio. Può risultare un tantinello noioso alla lunga, difetto di molti dischi dall’anima progressive e direi che rende al meglio in determinate condizioni psico-fisiche. Insomma uno di quei dischi da ascoltare quando si vuole andare “da qualche altra parte”…
1994. Gennaio. Frequentare una palestra è una di quelle cose che tenti per cercare di non essere troppo diverso dagli altri.
Tutto potresti immaginare tranne il fatto che da lì, una palestra di TorBellaMonaca, partirà un percorso della tua vita abbastanza fondamentale.
La segretaria di tale palestra (ragazza bellissima) nota i miei lunghi capelli e le magliette che spaziavano dal grunge al metal e da lì parte l’approccio e domande del tipo “Ma la sera dove vai a ballare?” “Ballare??? Io? No non mi piace la musica da discoteca…” “Ma nel posto che dico io mettono musica diversa, rock alternativo, cose che potrebbero piacerti”. Apriti cielo.
Entrare al Black Out di Via Saturnia a Roma nel 1994 a 19 anni ha la stessa valenza di un bambino che ottiene il permesso di accompagnare il padre a fare Babbo Natale per i fratelli minori in un negozio di giocattoli all’ingrosso (si mi è successo anche questo… nell’occasione mi “regalai” Rattle&Hum e Pump degli Aerosmith). Praticamente divenne la mia seconda casa.
Il venerdì sera era una fucina di scoperte. La serata era incentrata fondamentalmente sulla dark-wave anni 80 e sull’industrial (Ministry-NIN).
Mi rendo conto che posso ballare, che mi piace un casino ballare, piede avanti piede indietro, testa bassa, air guitar quando è il caso.
I primi mesi li passo andando sia il venerdi che il sabato. Di sabato la selezione era più classica. Il grunge ancora imperava indisturbato, ma passavano anche i gruppi storici, c’era il momento Metal, c’erano pure le Posse.
Era veramente un posto eccitante. Erano anni in cui non andavi a chiedere al DJ se ti passava quel pezzo che avevi sentito sul myspace degli Unbelievable Dickinson, andavi dal DJ a chiedere “ma questi chi sono?”.
Il Dj all’epoca si chiamava Demian, e oramai non lo vedo da tempo, o meglio so cosa sta facendo e il mio affetto per lui è tuttora intatto. Sarà fondamentale per l’incontro con Junkiepop…
Per almeno due-tre anni è stato un posto fantastico e ne facevi veramente parte solo se possedevi la tessera che ti permetteva l’ingresso gratis prima delle 23:30. Dopo quattro mesi di frequentazione due volte la settimana ininterrotta una sera il figlio del sor Enzo (il boss :D) mi prende da parte e mi fa “tieni… quando entri vai a fare la tessera”. Me la ero guadagnata! Ero pronto anche io per ballare e per fare parte di uno dei posti più importanti nell’immaginario collettivo alternativo della capitale.
Se volete divertirvi ad esplorare… qui ma è l’ultima incarnazione del posto, non esattamente quella che scoprii nel 1994.
Ed arriviamo alla terza ed ultima giornata del Pukkelpop 2008, che sennò tra un pò è ora dell’edizione 2009….
16 Agosto:
The Ocean: a mezzogiorno non sono proprio il massimo. Nel senso che non sembra proprio l’ora per del Metal Progressive. Saranno l’antipasto per quello che sarà il concerto dei Neurosis. Li ricordano molto. Se non fosse per tutti quei growling… (6)
The Whip: per la serie “salto di palco in frasca”. Mi tuffo nella dance hall creata da questi mancuniani e dalla loro discomusic. Roba fresca, carina quanto basta per far ballare, ma che stufa troppo presto. Superflui. (5.7)
Black Kids: dalla Florida. Anche loro festaioli quanto basta. Un pò troppo quindi. Il solito occhio agli anni 80. Potrebbero essere la risposta americana ai Go! Team. Simpatiche le due coriste. Ma tutto sommato non lasciano il segno. (6.2)
Fuck Buttons: non ci andare se non ti piacciono no? vabbè sono voluto andare. L’album, una delle cose più chiacchierate del 2008, mi aveva lasciato abbastanza indifferente, nel senso che non mi sembravano giustificate tutte le seghe mentali a riguardo. Mi son detto magari dal vivo… 45 minuti-3 drones-2 strilli nel microfono della chicco. L’asiatico avrà toccato 3 volte gli strumenti(?)!!! Ma stiamo scherzando? Da chiuderli nelle loro stanze e buttare la chiave. Stanze separate ovviamente. (5)
The National: gente che suona. E come suona. Concerto per certi versi migliore che ad Oslo. La scaletta è rimasta praticamente quella ma sarà che chiudono il tour europeo con questa data e l’aria è quella da ultimo giorno di scuola. Quindi mi sembrano meno contratti e più sciolti e suonano con la consapevolezza di non dover dimostrare nulla. Si divertono a tal punto che li dovranno cacciare dal palco. (7.5)
Two Gallants: non sono un grande appassionato del country, ma questi due ragazzi devo dire che mi sono piaciuti non poco. Concerto molto vivace con una forte partecipazione del pubblico. Bravi bravi bravi. (6.7)
Coem: qua mi ci ritrovo per caso. Vago per il festival ed entro nel tendone circense. Ci trovo questo gruppo belga. Da tenere d’occhio. Il loro indie-rock è abbastanza storto e deviato da non perdersi nella marea di gruppi che oramai suonano così. In più hanno i fiati a rendere la cosa più accattivante. (7)
Yeasayer: sono loro il passo successivo ai TV on the Radio? Sicuramente hanno un pizzico di soul. Sicuramente hanno qualcosa di psichedelico. Sicuramente hanno quel pò di gusto pop-rock che evita di renderli troppo sperimentali. Sicuramente sanno suonare. (7.1)
MGMT: quelli del Pukkelpop non seguono internet. A posteriori hanno toppato la location per gli MGMT. Ne serviva una più grande. Impressionante quante persone siano accorse al concerto e quante di queste conoscessero i brani. E’ stata una piccola consacrazione. A me loro piacciono, certo se continua così la loro crescita ce li ritroveremo mentre scegliamo i surgelati al supermercato. Comunque netto passo avanti rispetto al Primavera Sound. (7.3)
The Dresden Dolls: tutti hanno le proprie debolezze. Una delle mie si chiama Dresden Dolls. E’ difficile spiegare perchè, nel senso che non si tratta solo di musica. Dentro di loro ci sono troppe cose. Emotivamente è il concerto che più mi coinvolge. Lacrime trattenute altre no. E poi oh… ma lo avete mai visto un loro concerto? Al di là di tutto sono due fenomeni. Punto. Soprattutto su un palco. E se c’è una Donna con la D maiuscola nella musica alternativa il suo nome è Amanda Palmer. Datemela. Subito.(8.3)
Bloc Party: per loro vale un pò il discorso fatto per gli Editors. Completamente a loro agio di fronte le migliaia di fan adoranti. Però stavolta mi hanno lasciato un pò freddino. E poi quel paio di novità proposte non lasciano presagire nulla di buono. Certo che il materiale passato è ottimo ma il concerto alla fine non sarà indimenticabile. Il bassista non c’era. E’ diventato papà. Auguri. (6.8)
Neurosis: scopro che il concerto è stato anticipato. Vado e sento. I Neurosis più che un gruppo sono una filosofia. Tutto nero. Tutto scuro. Nessuna parola. Solo un magma sonoro post-metal. Si segue il tutto in religioso silenzio. Ostici e intransigenti, neanche un saluto quando vanno via. Vabbè ma mica siamo amici. (7.2)
Sigur Ros: l’anticipo dei Neurosis mi permette di dare agli islandesi un’altra chance dopo Oslo. E le cose vanno meglio. Suonano sul main stage e quindi orchestra schierata, scenografia con megapalloni viola completa. Insomma il contorno è come si deve. E la noia questa volta rimane latente. Ma non vi ci abituate. (6.5)
M83: confesso che quello di questi quattro francesi era uno dei concerti più attesi dal sottoscritto. Il loro dream-pop moooolto anni 80 è stata una piacevole sorpresa in questo 2008. Dal vivo confermano e migliorano ampiamente il giudizio. Come se i Talk Talk, i Cocteau Twins e gli Slowdive facessero un’orgia a casa di Dave Gahan. Il pubblico è rimasto un quarto d’ora a richiamarli ma gli organizzatori sono stati intransigenti. (7.8)
Soulwax: in Belgio siamo. E agli idoli locali spetta la chiusura del festival. La cosa si risolve in una sorta di jam elettronica che ricorda più una discoteca che un concerto. Io avrei preferito l’esecuzione integrale di qualche brano ma è un mio problema, il resto dell’audience apprezzerà parecchio. (6.9)