PistaKulfi’s records in this strange year

Volevo fare tutto un discorso per parlare dei “miei” dischi preferiti tutausenennain, quelli che hanno accompagnato questi mesi nella cattiva e nella buona sorte, con la pioggia e con il sole, anche perchè volevo evitare di mettermi a dare i numeri.

E invece alla fine più per necessità che per voglia, vi beccate la classica numerazione e la classica lista, che tanto sapete di cosa si tratta.
Dei dischi intendo. Lo dico prima. Quelli che non appaiono è perchè non li ho sentiti oppure perchè non mi sono piaciuti abbastanza.

1# Crippled Black Phoenix – The Resurrectionists/Night Raider : multigruppo con dentro Aitchison dei Mogwai. Ballate senza tempo su base pinkfloydiana che oscillano tra il folk e il doom.

2# A Place To Bury Strangers – Exploding Head : Oliver Ackermann leader della band costruisce e vende effetti pedali con la sua Death By Audio. Ma li usa pure e parecchio bene. Noise applicato all’industrial-shoegaze. Una tempesta sonora.

3# The Flaming Lips – Embryonic : era da Soft Bulletin che uno dei gruppi che ho più amato nei ’90 non mi faceva godere così tanto. Un disco di suoni e diavolerie freak con dietro un concept “astrologico”. Qualcuno ne sa qualcosa? Del concept dico…

4# Sonic Youth – The Eternal : oh ci ho provato a resistere ma niente… alla fine li ho piazzati ai piedi del podio. Manco fosse l’ennesimo capolavoro di una band in giro da più di 25 anni…

5# The Horrors – Primary Colours : qua invece ho resistito. O meglio ho cercato di essere più realista su un disco che sentito live non ha soddisfatto come doveva. Per mesi ho creduto fosse l’album del 2009. Comunque… complimenti!

6# Blank Dogs – Under And Under : Mike Sniper stavolta ha voluto far sapere che adora il post-punk. Anche io.

7# The Big Pink – A Brief History Of Love : qualcuno, forse non a torto, crede che spariranno in una bolla di sapone. Certo che un disco così ispirato che strizza l’occhio all’electro e all’indie colto in salsa gaze non può passare inosservato.

8# Editors – In This Light And On This Evening : la marchetta della classifica? Frega un cazzo. Quando uscì il secondo mi sembrò molto più paraculo. Levate Papillon e il suo facile appeal, il resto è gelo “che scalda”.

9# Animal Collective – Merriweather Post Pavillion : e quindi? Grandissimo disco. Punto.

10# Fever Ray – Fever Ray : Karin al top. Elettronico ma allo stesso tempo così poco artificiale. Druidico quasi.

11# The Phantom Band – Checkmate Savage : da Glasgow canzoni trasversali ed oblique. Secondo me troppo inosservati.

12# Zu – Carboniferous : mai sentiti degli Zu a questi livelli. Qualcuno ricorda l’Apolo a Barcellona?

13# De Rosa – Prevention : compagni di Phantom Band. Più classici. Ogni brano un gioiello.

14# Screen Vinyl Image – Interceptors : Kevin Shields elettroacido. Questi spariranno veramente in una bolla di sapone. Magari no.

15# Il Teatro degli Orrori – A Sangue Freddo : riescono a trovare nuove soluzioni al cantautorato hardcore del primo album. E vincono.

16# Polvo – In Prism : per la serie “a volte i grandi ritornano”. Questo disco l’ho visto come una grazia dal cielo.

17# The Pains Of Being Pure At Heart – S/t : senza essere troppo trionfalistici però va riconosciuto che hanno scritto un “classico”.

18# zZz – Running With The Beast : due olandesoni intrippati con gli anni ’80 e con… Elvis!!!

19# The Black Heart Procession – Six : Ennesima conferma. E’ che li sento proprio dentro.

20# Action Beat – The Noise Band From Bletchley : Outsiders puri. Il titolo dice cosa fanno e da dove vengono. Un bellissimo casino.

Altri dischi che avrebbero meritato ma… (in rigoroso ordine alfabetico che sono stanco di numerare)

Alice In Chains – Black Gives Way To Blue
And You Will Know Us By The Trail Of Dead – The Century Of Self
Arctic Monkeys – Humbug
Bat For Lashes – Two Suns
Crocodiles – Summer Of Hate
Din[A]Tod – Westwerk
Dinosaur Jr. – Farm
The Girls – Yes No Yes No Yes No
Hatcham Social – You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil
Isis – Wavering Radiant
The Maccabees – Wall Of Arms

Metric – Fantasies
Mission Of Burma – The Speed The Light The Sound
Piano Magic – Ovations
Silversun Pickups – Swoon
Therapy? – Crooked Timber
The Twilight Sad – Forget The Night Ahead
Patrick Wolf – The Bachelor
Yeah Yeah Yeahs – It’s Blitz!

What’s next?

A tutt’oggi mi sento di dire che questo 2009, musicalmente parlando, ha regalato tante soddisfazioni. E sembra proprio che altre ne regalerà. Ci sono diversi album da attendere, così in ordine sparso, il ritorno degli Arctic Monkeys e la loro svolta “desertica” con Josh Homme, il ritorno degli Editors, per me al momento vero gruppo di punta nella categoria rock-arena, la seconda parte del lavoro di Patrick Wolf, il primo – The Bachelor – è un gran disco, per non parlare dell’attesa maggiore, cioè il doppio Embryonic dei Flaming Lips.
Nel mio piccolo attendo con ansia anche Eros dei Deftones dai quali mi aspetto un album molto sofferto, il bassista è ancora in coma, e poi via con Yo La Tengo, Built to Spill e gli Spoon di cui ha parlato Giorgiop… a quanto pare sono in studio pure Arcade Fire e Broken Social Scene ma dubito se ne escano entro l’anno.

Ed ora posso aggiungere altri due nomi.
Uno lo faccio con molto piacere ed è quello dei Black Heart Procession, gruppo da podio nel gotico d’autore. Poche sorprese e molte conferme nell’ascoltare Rats dal nuovo album Six previsto ad ottobre.

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The Black Heart ProcessionRats (Mp3)

Il secondo è invece una grossa sorpresa. Vederli lo scorso anno a Barcellona fu per me una di quelle cose a cui non credi più che invece si realizzano ed ora tornano con un nuovo album a settembre dal titolo In Prism e si può ascoltare in anteprima Beggar’s Bowl. Il più bel segreto dell’indie americano sta tornando. Polvo is back!!!

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PolvoBeggar’s Bowl (Mp3)

Wigs or talents?

Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.

Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

THE HORRORS

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.

Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!

Finally the punk rockers are taking acid

Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

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L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.

Screen Vinyl ImageFever (Mp3)
Screen Vinyl ImageUntil the End of Time (Mp3)

Vedere i Faith No More non ha prezzo. Per tutto il resto…

Metti una macchina, anzi due, e nove amici. Partenza da Roma a metà mattinata. Una delle macchine è la mia. Vuoi mettere quanto si risparmia. E’ pure diesel. Programma rispettato con soste sull’A1. Tutto procede per il meglio. Finalmente vedrò i Faith No More. Dopo quasi 20 anni di attesa. Chissenefrega se prima ci saranno tutta una serie di gruppi poco significativi. Chissenefrega dei Limp Bizkit. Anzi, sono curioso di vederli. Chissenefrega se hanno spostato la location dall’Idroscalo al PalaSharp.
“L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai”… Piacenza sud messa alle spalle. Improvvisamente capisco che qualcosa non va. Accosto. Il cruscotto è pieno di luci accese manco fosse un albero di Natale. Manca l’acqua. Panico. I primi timidi tentativi ci fanno capire che da qualche parte c’è una perdita. Avrò fuso qualcosa. Non c’è altra soluzione che chiamare l’Aci. E qui inizia l’odissea. Ci dividiamo. Ci rivedremo molto più tardi. Io e i Fedelissimi ci facciamo trainare fuori dal fratello di Mihajlovic fino ad un’officina di Piacenza. Peccato sia domenica e non aprirà prima dell’indomani. Non abbiamo molta scelta. Di corsa alla stazione per prendere il primo treno per Milano. Trovare un albergo e il modo di raggiungere il PalaSharp con la metro. Tutto ciò ci fa arrivare sul posto mentre i Bizkit rientrano per i bis. Che saranno Behind blue eyes degli Who e il pezzo che faceva da colonna sonora alle acrobazie di Tom Cruise. Vedere due pezzi così mentre ti godi la vista della folla che poga è forse il miglior modo per apprezzarli live.
Poi è solo attesa per i FNM. Il palco prende le sembianze del Maurizio Costanzo Show con i drapponi rossi stile teatro. Ed improvvisamente uno dei gruppi che più ho amato mi si materializza davanti.

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Il Patton avevo già avuto modo di vederlo con i Mr. Bungle e la fiducia che riponevo in lui è stata ampiamente spazzata via. Farà un concerto ben oltre quello che giustamente mi aspettavo. Entra elegantissimo vestito da crooner col bastone. Capello impomatato. Il primo pezzo è una oscura cover dal titolo profetico “Reunited”. Poi si comincia a fare sul serio. The Real Thing e From Out of Nowhere e mi sembra di impazzire. Land of Sunshine e Caffeine, queste me le aspettavo di meno. Ed è perciò ancora più bello. Capisco dopo pochi minuti che non mi interessa quali pezzi faranno, tale è l’entusiasmo e il livello che i cinque ci stanno mettendo. Evidence viene trasformata in italiano “sembro Eros Ramazzotti”. Surprise you’re Dead fa venire giù il PalaSharp. C’è anche il tempo per una riuscitissima cover di Lady Gaga, Poker Face, per le imprescindibili Midlife Crisis ed Epic, per l’accoglienza elevata riservata anche ai pezzi dell’ultimo album, una trascinante Ashes to Ashes e la magica Stripsearch con l’intro di Chariots of Fire, fino alla conclusione di We Care a Lot… e ci crediamo.
Mai reunion, tra quelle che ho visto, è stata più convincente di questa. Sono venuti a rivendicare ciò che spetta loro, uno dei gruppi fondamentali per il crossover, genere dalla vita tanto breve e funesta. E il suonare dopo i Limp Bizkit che hanno portato quel discorso al ridicolo mi sembra il cerchio che si chiude.
Il Generale Patton ha guidato i suoi in maniera impeccabile. I Faith No More suonano alla grandissima, e per niente datati. Lui è senza ombra di dubbio il più talentuoso singer dal vivo che io abbia mai visto. Ed è proprio quello che manca alle generazioni di band attuali. Mancano i cantanti, i performers, coloro che ti prendono un buon concerto e lo portano all’apice. La sua ottima confidenza con la nostra lingua ha generato le seguenti chicche:
“Buonasera… è bello essere qui in Sicilia… a Milazzo!!!”
Dov’è finito il mio batterista? Segaiolo di merda!
“Sono troppo vecchio per queste cazzate!”
FENOMENALI.
Si esce dal Palasharp stanchi ed emozionati… dove ho parcheggiato la macchina? Oh no…

P.S. lo so che è quasi impossibile vederli tutti ma i link ai video meritano sia per capire di cosa si è trattato sia perchè sono di qualità molto elevata. Epic e Stripsearch in particolare. Qui altri brevi estratti… The Gentle Art of Making EnemiesEasyBe Aggressive

P.P.S. si era rotto un tubo sotto il collettore… (boh io non ci capisco nulla) la macchina sono tornato a recuperarla il fine settimana successivo, dopo aver discusso a lungo il lunedi mattina. Ma non c’è stato niente da fare. Siamo dovuti tornare con la mitica Freccia del Sud, il treno che parte da Milano ed arriva ad Agrigento.
A Patton questo viaggio sarebbe piaciuto molto.