Alle volte basta un video per capire bene con chi si ha a che fare: ragazza di bell’aspetto che sta diventando il nuovo fenomeno (loal o meno) della internet grazie ad un mac e quegli occhi che non capisci se è fatta o lo fa per scena oppure è proprio così. Ma focalizziamoci su una cosa: ha un mac pieno di adesivi, con i pacchetti di aggiornamenti di garage band, un microfono, un software che funge da vocoder, una pagina di tumblr (perchè dai, sì) e magari qualche contatto che ha rebloggato una foto di Ellen Page in X-Men (o magari possiede una copia di tale film o ancora meglio legge i fumetti – e in tal caso ritirerei qualsiasi parola scritta precedentemente per chiederla in sposa). E qui sarebbe da dire che ormai fan musica tutti, che basta un computer figo, con la roba figa eccetera e sarebbe giusto ma anche basta.
La canzone è di per sé abbastanza innocua – non ha senso star lì a far diatribe sul bello o brutto di un fenomeno che potrebbe, sì e no, durare una settimana o magari arrivare addirittura a fare più carriera della Britney. Vedremo cosa diranno i giovani di questa signorina che si fa chiamare come la ragazza intangibile della Marvel. Se si potesse avere una wannabe non-ho-capito-cosa così che prende il monicker dai fumetti alla settimana il mondo, forse, non sarebbe nemmeno così brutto.
s’è svegliato già il mercato, cantava Baglioni.
Invece c’è stata la sveglia tarda, il dolcissimo fare niente (ma proprio niente) e soprattutto il nuovo singolo dei The Magnetic Fields, Andrew in drag.
Leggi Stephen Merritt, leggi rivoltare la giornata anche solo per tre minuti.
L’essenza del pop insomma
Iniziamo così, con quella che per molti può essere giudicata una mossa azzardata, impopolare, ridicola.
Per molti, per me e per molti di qua dentro no, ce ne sbattiamo.
Fate una statistica, se avete un account twitter guardate quanti followers perdete se nominate Tiziano Ferro. Fate e capirete meglio quello che intendo.
Fatto sta che a me Tiziano Ferro piace, e in maniera smodata anche. All’inizio lo sopportavo poco, Rosso Relativo, la quasi cover di R Kelly (chiamiamolo quasi plagio, volontario o meno), in più stavo con una ragazza che si chiama Paola, ed era diventato un refrain al tempo che scatenava le maledizioni. Tipo non si iniziava un discorso che non usciva fuori Paaaaolaaaa ooohh Paooolaaaaa.
Da lì Tiziano Ferro per me è cambiato, e come per tutti credo sia cambiato con Sere Nere e con Non me lo so spiegare, era ancora un cantautorato in linea con la classifica italiana, pronto all’uso, ma almeno con melodie quasi internazionali, incastri di parole che avevano poco a che fare con la scrittura dei testi in italiano e poi veniva da Latina, e aveva (ha) come mito il fratello più piccolo. Uno differente insomma, non uno di quelli che dice di essere meglio dei Beatles, per dirne due a caso.
Uno che stava al posto suo, non inondava i social network (che ancora non erano così presenti, ma anche ora che lo sono non lo fa, non li inonda, non li usa proprio, che è una mossa di marketing suicida ma che è in linea col personaggio).
Poi le chiacchiere da sottobosco sulla sua vita sentimentale, sulla sua sessualità, per inciso becere, l’unica cosa per cui noti indie blogger nominavano Tiziano Ferro, perché si sa, mai dire che mi piace, prenderlo per il culo perché è gay AH! sai le risate.
A me non faceva ridere, non ha mai fatto ridere, ho sempre pensato che la sessualità è una roba di una persona che non va sindacata, mai (o perlomeno non adrebbe giudicata).
Poi l’outing, con un libro, che per un momento ho avuto il terrore monopolizzasse tutto il discorso “Tiziano Ferro” da lì (un anno e qualcosa fa) a venire.
Essere una pop-star e dichiarare la propria sessualità all’apice della carriera è una cosa non semplice, anche qui quasi suicida eppure eccolo lì, ancora Tiziano Ferro che stupisce.
Nel frattempo altri 3 dischi, con canzoni splendide, ballate per lo più (e per me lo fa perché dal vivo è quello il suo impatto, quello sa fare, quello fa, e non scassa i coglioni come Bublè) tutte capaci di far venire i brividi già solo a leggere il titolo. Sentirle poi a tratti era passare dal balsamo alle unghie nella carne ma è quello che conta, l’impatto, la voglia di emozionare.
E anche qui i testi incastrati, i giochi di parole, il dire in maniera totalmente diversa quello che molti provano a dire, e quasi nessuno ci riesce, con quella intensità.
Sai che in ogni disco di Ferro, a un certo punto, ce ne sono almeno sei di canzoni così, ed è quello che aspetti, compreso l’ultimo L’amore è una cosa semplice, un titolo bellissimo, un disco orientato (mi sento di dire) al fare un passo più in là (io per inciso avrei escluso il pezzo samba bossanova e il brano da quasi crooner, perché sviano un po’ il discorso) al suono internazionale, Coldplay e U2, per dirne uno.
Chitarre e cassa a quarti, quasi dritta. Non un cambiamento radicale se sotto rimane sempre il concetto di emozione, sempre tantissima e il senso di arrivare dritti, arrivare prima e colpire forte e al petto.
A tratti riuscitissimo (l’inizio è una bomba) a tratti no (ma nei dischi internazionali ci sono i cosiddetti filler, e questo conferma la mia teoria), è un disco che non ti delude, ti fa tornare indietro per risentire le frasi, se erano belle e importanti per come le avevi capite, ti fa incastrare sulle tracce. Ti fa tornare sedicenne.
JunkiePop quest’anno comincia così, nella maniera forse più impopolare per molti. Dicendovi che Tiziano Ferro, oggi come oggi, in Italia, in quello sport lì non ha neanche un rivale che possa arrivare in seconda posizione. Tiziano Ferro è quello che ad uno che sente accacì, punk, hip hop e post rock ha sventrato il cuore, e da subito.
Uno di quelli a cui non bevendo offrirei, se beve una birra, anche a distanza, anche se non sarà mai, solo per dirgli grazie.
Questo post è una statistica, chiedete a chiunque abbia visto Drive (il film) la cosa che ricorda di più. Due su tre vi diranno “quella canzone lì molto anni 80 che faceva atmosfera”.
Ecco, poi da queste parti io e Tobwaylan ci scriviamo addirittura due post (sul film) e neanche tanto marginalmente prendiamo atto che quella canzone lì – A real hero – è una di quelle canzoni che “fanno” anche il film, come Lust for life per Trainspotting, come la cover dei Tears for Fears su Donnie Darko.
Il gruppo in questione si chiama Electric Youth, leggono i post (pensa che esce fuori col traduttore di google, ho paura) e ci chiedono se vogliamo sentire l’ep.
Come ci si potrebbe aspettare sembra un gruppo uscito e scongelato dalle colonne sonore anni 80 (da Scarface in giù) quelle che poi hanno fatto la fortuna dei canali radio di GTA (e torniamo sempre lì che secondo me la principale ispirazione del film è il gioco della Rockstar, pur avendo nulla di ludico).
L’ep è come potete immaginarvi, quelle batterie finte e ovattose, quella voce che fa molto Kim Wilde e Mandy Smith (eh averci 36 anni che peso è non lo potete immaginare) fatto è che è godibilissimo e che si incastra benissimo come titoli di coda di un film che per molti è diventato un culto, per altri un film di macchine, per altri ancora semplicemente un film.
Qui si sta nella prima fascia, e per inciso, se ce ne fosse bisogno rimane altro da dire che forse non chiedevamo altro che questo per godere 20 minuti di più.
The AV Club: One interviewer circa Workbook called you “the most depressed man in rock.” That’s quite a title.
Bob Mould: He’s never met Stephin Merritt, obviously.
Conosci Stephin Merritt? Io l’ho conosciuto che forse son quattro anni da poco. Mettiamo subito in chiaro una cosa: è un genio. Certo, non è proprio la persona più loquace che tu possa trovare a New York: è depresso, ha ragione Bob Mould. Non mi accompagna mai ai concerti; io insisto, ma lui niente. È per colpa dell’iperacusia, lo stesso motivo per il quale fa così raramente concerti – e quando lo fa si tappa le orecchie durante gli applausi – e l’unico genere che non sopporta è l’”heavy rock“. Dice che “il pop è fondato sul precedente, sulla copia creativa” e ha ragione; quindi insomma, il fatto che conosca ogni canzone mai incisa da, diciamo, Irving Berlin, come poi tra l’altro ha anche chiamto il suo chihuahua, non è un vanto da nerd-autistico quanto uno strumento per comporre e scrivere bellissima musica. Ah, la musica di cui parlo è quella dei Magnetic Fields, ma non solo. Ti rendi conto? Ormai hanno ormai nove album all’attivo, e l’anno prossimo ne uscirà uno nuovo. Quando me l’ha detto, tre settimane fa, sottolineando enfaticamente che esce su Merge (si vede che mi conosce bene), sono quasi trasalito. Se poi conti che il 23 di questo mese esce un suo disco di b-sides e rarità puoi capire l’entità della cosa. Roba da antologia, da scriverci su dei lbri, da farci dei film. E infatti l’han fatto. E poi non fare quella faccia: credimi quando ti dico che un album di rarità di Stephin Merritt non è da bollare mentalmente coi tag “scarto” e “pagare le bollette”: il fatto è che la qualità media delle canzoni dell’uomo è altissima. E così è facile trovare capolavori POP – rigorosamente col caps lock, anche a voce: POP – nei side projects (coi The 6ths fa cantare le canzoni che scrive e compone ad Altri, anche qua rigorosamente con la A capitale, Gothic Archies, dove “ogni speranza è perduta” e Future Bible Heroes che boh) quanto negli album storici, dai primi lavori tipo Holiday a “Man’s greatest achievement“, 69 Love Songs.
Ecco, mi soffermo un attimo su questa cosa. Sulla parola love. Tanto per cominciare Merritt e le sue band fanno canzoni pop, il cui tema principale è l’amore. Da sempre. Prendiamo le 69 Love Songs: è un lavoro coraggiosissimo perché sviscera l’argomento come nessuno aveva mai fatto, se ne frega del trito perché ha autocoscienza, sa da dove viene, sa di non andare da nessuna parte, ma con coerenza e palle che flotte di intellettualoidi dovrebbero invidiare. E a loro, agli intellettualoidi, mentre li sgama in flagrante a canticchiare una a caso delle melodie appiccicosissime, dice con una gigantesca trollface: “Mi sa che non hai colto la citazione”.
E va bene, te lo concedo: fare del pop e dell’amore ragione del proprio lavoro è pregevole ma per quanto i temi siano vasti il dubbio di aver un po’ rotto il cazzo viene. E qui arriva il punto in cui ti annoio lodando la capacità di innovarsi. Perché, indovina un po’?, Merritt ne è capace. Diciamo per tre motivi.
1) Perché l’uomo è una fottutissima enciclopedia del pop quindi attinge dal suo supercefalo per innovare solo la forma e non il contenuto di un discorso che per motivi x e y ha a cuore (forse perché è “the most depressed man in rock”. Forse sì). Contenuto che alla fine è fatto di cose che alla gente piacciono: storie, testi semplicemente bellissimi (di una neanche-troppo-sottile complessità) e melodie idem (POP quindi orecchiabili, cantabili, di nuovo “appiccicose”).
2) A parte il fatto che lui sa suonare tipo qualsiasi strumento mai inventato, la sua è più di una backing-band: i Magnetic Fields (in tutte le sue varie istanze) sono musicisti e cantanti di livello che hanno saputo sempre adattarsi alle sue idee con coerenza e capacità. Blablablà. Sono molto bravi, insomma.
3) Stephin e compagnia bella godono di una meritata reputazione (chiamiamola indie-cred) unica e invidiabile, vera e propria band(/s) di culto anche presso gente famosa tipo Neil Gaiman. Uno che di scrittura e fantasia ne sa qualcosa.
Così di culto da farci un film, come ti dicevo prima: è un documentario che si chiama Strange Powers: Stephin Merritt and the Magnetic Fields ed è stato presentato al Sundance l’anno scorso, mi pare. L’hai visto? No appunto, nemmeno io; è che non ha una distribuzione in Italia. Ma ti giuro che mo’ lo ordino e lo faccio volare fin qua. Cioè, con un trailer del genere..
- So why are they making a documentary about you for?
- Because I’m fascinating. I write wonderful music.
- What’s your last name?
- Merritt.
- Merritt?
- Yeah.
- Never heard of you.
- I know.
Il modo in cui dice “I know”. Per me lì c’è dietro tutto un mondo. Poi la voce di qualcuno evidentemente troppo brutto per essere ripreso che dice “Stephin is an indie-rock God”. Ecco, io non so se il tizio ha ragione. A livello personale sì, certo, lo è. Ma la cosa che più mi fa piacere è che abbia detto quelle paroline lì, “indie-rock”: è una cosa che non ha più senso, e parole che spesso mi vergogno troppo anch’io per utilizzare davvero. Ma l’indie-rock, per me, è questa cosa qua: un tizio che dice “sì, lo so che non sai chi sono. (Ma scrivo bellissima musica e c’è gente pronta a giurartelo)” e dopo poco le scritte che vengon fuori: I Magnetic Fields hanno pubblicato album per 20 anni; per alcuni, sono una band iconica, per la maggior parte, sono completamente sconosciuti.
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Insomma, questi in venti di carriera ci hanno fuori nove album e un bell’EP, e ancora nessun Best of?! A parte che non ci sono dettagli sul nuovo album quindi potrebbe essere che-. Ma secondo me no, e comunque spero sia un disco di inediti. Magari un concept album folle.
Fatto sta che ho voluto fare questo regalino ai lettori di Junkiepop. Una raccolta di personalissime scelte delle loro canzoni che amo di più (impossibile parlare di migliore; e poi la selezione è stata già abbastanza dura o IMPOSSIBILE per quanto riguarda 69 Love Songs). Un Best of per chi li conosce già e un modo per dire “Dai vieni, te li presento” al mio ipotetico interlocutore che non sa di cosa si parla però vorrebbe. Ecco, questo è il momento. Scarica. Pensa la cosa come una specie di Guide for dummies.
Potete scaricare l’album con Mediafire qui sotto. Dentro ci sono anche un file di testo con un paio di informazioni su ogni traccia e la copertina fatta da me che mi ha impegnato non poco tempo. Quindi usa quella anche se il risultato è quel che è.
Special tèncs: Questo post sarebbe stato decisamente meno decente senza la fantastica monografia scritta da Veronica Rosi su ondarock. Se volete leggere qualcosa di veramente bello sui Magnetic Fields andate lì.
P.S.: La cosa è anche un piccolo regalo a me e a byronic, con cui si parlava da tempo di un post su 69 Love Songs. Oggi è il nostro compleanno, quindi auguri!
Tracklist after the jump (ho sempre voluto dirlo!).
A me ha sempre fatto ridere come uno si immagina le persone. Ora con internet e i social network basta inserire il nome ed eccola lì la bella facciona del nostro mr x.
Quando internet non c’era ci si accontentava dei giornali, per dire, coi tool, nelle foto senza didascalia nascevano per me sempre dubbi. E per anni pensavo che Maynard Keenan avesse le sembianze di Bottrill. Son cose lo so.
William Fitzsimmons ad ascoltare i dischi me lo sono sempre immaginato per come effettivamente è. Barbone (nel senso di barba lunga) non particolarmente piacente, uno di quelli che noti sicuramente ma che poi non pensi faccia del cantautorato strappacuore. Al massimo bassista in una band sludge metal ma cantautore no.
Invece le cose non sempre sono semplici e scontate come uno le immagina.
Che poi a pensarci, anche Sam Beam / Iron and wine ha il barbone (ma i capelli da santone) e con lui condivide non il giudizio sull’ultimo lavoro (bruttarello per Iron and Wine bello o comunque di livello per Fitzsimmons) lo stesso approccio intimo e allo stesso tempo immediato della melodia.
Quel tipo di canzoni che poi le risenti nei film nei momenti in cui l’allenatore e il quarterback sono da soli, o lui vede lei con un altro o via dicendo.
Le canzoni che ti portano via il cuore.
Che poi io ho un’idea tutta mia, che Fitzsimmons scriva una canzone sola e ci faccia 14 arrangiamenti differenti e quindi un disco.
Però funziona.
Si chiama Pictures i Drew on My Phone e non è lecito sapere nè con che telefono nè con che programma (se voi lo sapete fate un fischio, la mia non è geekness ma è curiosità) ma molti sono davvero belli; la galleria prende spunto da artisti hip hop, alternativi, attori (molti sono anche su richiesta) insomma tirano fuori quel gusto pop-art che fa sempre piacere vedere.
Non solo la colonna sonora di Tron (peraltro abbastanza dimenticabile) non solo un disco di remix della stessa (che si spera migliorino non di poco la situazione), non solo l’uscita a brevissimo della Daft Cola (non ci credete? guardate sotto)
Ma ora i Daft Punk (ok non proprio loro) vi faranno perdere almeno quelle due ore del vostro tempo, basta la vostra tastiera (non c’è da installare nulla) e andare qui. Potrete mettere gli Harder, Faster etc vocoderizzati a vostri piacimento.
Io ho dovuto spegnere il pc per smettere.
Mélanie Laurent (con l’accento sulla e) è entrata nell’immaginario collettivo di pressochè chiunque abbia visto Inglourious Basterds (a meno che non appartenente alla gioventù Hitleriana).
Sull’onda del film di Tarantino l’anno scorso nelle nostre sale era arrivato anche Le Concert (che a quanto pare non era assolutamente male) e soprattutto l’attrice francese incontra Damien Rice (non un omonimo, quel Damien Rice) che la convince (forse l’avrà sentita cantare mentre faceva la spesa, o boh, chissà a casa sotto la doccia ma qui è fare gossip) a fare un disco, che ancora non ha titolo e ancora non ha data di uscita ma ha un singolo En t’attendant.
Non so a voi ma a me le canzoni in francese, con quel pop così sotto molto elegante e molto d’atmosfera alla fine finiscono per assomigliarsi tutte, però è bella. La canzone dico
Col demo, su cui hanno messo su le mani i Neptunes della nuova canzone di Justin Timberlake.
Una roba a metà tra Senorita e vocoderate alla Kanye che a questo punto fanno attendere il disco, se già ce ne fosse il bisogno, come nient’altro forse prima d’ora
Non chiedetemi come ci sono arrivato perchè non lo so neanche io, o almeno non me lo ricordo. Il fatto è che LA internet è tutta una roba di link in cui ti perdi e a culo trovi cose che potrebbero interessarti.
Sono capitato così sul myspace di Porcelain Raft, progetto dietro a cui a quanto capisco c’è tale Mauro R. pare di Roma. Fatto è che di lì in poi non è che io abbia sta gran voglia di scrivere a qualcuno e chiedergli “oh chi sei da dove sei” se mi risponde “un fiorino” poi tutti i torti non li ha.
Le canzoni tra cui l’ultimo scaricabile da bandcamp fa sì che però la rarefazione di questo autunno si circondi di echi di stampo New Order e Radio Dept. A me piace insomma.
Che poi sta roba del passaggio tra link et similia io non ho mai capito, nel senso che se uno non ha culo?
Se uno, tipo me, negli ultimi mesi perso tra lavoro, un trasloco e anche un minimo di vita privata passa mano su quanto è l’informazione musicale quasi del tutto, non è che ad un momento possa svegliarsi e dire “aoh, ci sono i Metric sulla colonna sonora di Eclipse (che per chi ancora non lo sapesse è il terzo film della saga dei vampiri che non lo danno e delle spasimanti che non lo ricevono).
La canzone, pensa te la fantasia, si chiama Eclipse (All yours), e il risultato è una traccia abbastanza buona (ma io fatico a vedere e sentire i Metric nella brevissima distanza, anomalia di un gruppo che vive di singoli) con il falsetto di Emily Haines che diventa tale dopo un intro che faceva quasi pensare ad una svolta a là Emily Haines and the Soft Skeleton (seh, ma chi ci credeva poi) e la solita gragnuola di martellate chitarristiche pop che sono quasi un timbro di fabbrica.
Messa come l’ho scritta sembra quasi stia parlando di un pezzo dei Muse, ecco, ci siamo vicini. Ma allo stesso tempo molto ma molto lontani (ringraziando Gesù).
Ps che poi io Eclipse lo vedrei anche eh, se solo trovassi mai il tempo nella vita di fare le cose. Twilight era del resto così tanto divertente che avrei voglia di sedermi in sala e commentare ad alta voce in mezzo ai ragazzini. Chi viene con me?
Tornando al discorso della commercialità della cosa chiamata musica torniamo un po’ sempre al discorso che certe cose bisogna saperle fare. Fin da quando ero giovane e mi facevo dare dalle compagne di classe i poster di Cioè dove c’era Madonna a me del pop è sempre fregato tantissimo.
Sto posto altrimenti non si chiamerebbe così.
Sentivo le Bangles, sentivo le Bananarama e soprattutto Kylie Minogue. In molti casi poi ci si è persi (anche se l’amore per Susanna Hoffs delle Bangles non è mai finito, voi lo sapete che ha fatto un disco con Matthew Sweet?) e in altri casi è partita da queste parti una crociata a spada tratta a difesa delle cosiddette paladine del pop.
Persa in un certo senso Madonna, l’obiettivo era la difesa di Kylie, scordata fino a quel tormentone che 7-8 anni fa fu il principio (o quasi) del mondo del mashup (Can’t get you out of my head) che la riportò al piano superiore della cresta dell’onda e per continuare con un paio di dischi che nè ne sminuivano nè ne rinvigorivano le sorti.
Voglio dire, a un certo punto “essere Kylie” era un punto di arrivo.
La Minogue sta per tornare e in tema di quelle cose chiamate “robe pop fighe dal primo ascolto e che ce ne frega se saranno tormentoni o no ma anzi, speriamo tutto il disco sia così” c’è il suo nuovo All the lovers, una di quelle tracce che i residuati degli anni 80 non potranno non amare alla follia (un po’ il discorso dei Groove Armada ma all’ennesima potenza) e che danno ragione veramente a Manuel Agnelli sul fatto di uscirne vivi.
Siamo nel 2010, quasi trent’anni dopo e forse mi inizio a sentire come le persone di 50 anni che conosco e che si sono fermati agli MC5.
Da queste parti si è sempre avuta una spiccatissima simpatia per Katy Perry.
Il silenzio è d’obbligo per farvi prendere le misure alla frase di cui sopra, ci avevo scritto anche un post, insomma lo sapevate e non fatemene una colpa più grande di quello che è.
Vuoi per mille motivi ma soprattutto uno (Lady Gaga, ma lo avete visto il video della Aguilera? Ancora siete lì che dite che è una fiammella che col tempo si spegnerà?) l’inversione di tendenza (cosa peraltro poco auspicabile) nel sound della Perry nel suo nuovo Teenage Dream (titolo per cui inopinatamente i Beach House si sono incazzati perchè “ricorda Teen Dream”-state male) si preannuncia non dico aberrante ma quantomeno discutibile.
Una roba che al confronto Ke$ha sembra Madonna, con tanto di featuring di Snoop Dogg.
A me ha fatto venire voglia di bere l’acido citrico, voi non so
..anche se questa storia un senso non ce l’ha.
Mi sembra dicesse così la canzone di Vasco Rossi e dopo circa boh, 7 anni (?) mi trovo a pensare questo degli Interpol, un gruppo di quelli partito con un disco più che notevole, un secondo che era un pochino peggio, un terzo piatto a tratti imbarazzante.
Gli Interpol tornano con una traccia scaricabile gratuitamente dal loro sito, una traccia che non affonda mai il colpo, non graffia e, assurdo pensarlo per un gruppo che ha scritto Turn on the bright lights e quella splendida collezione di amarissime gemme che era quell’album, innocua.
Una traccia che sembra tirata avanti tanto per campare in cui quel sound tanto (ma tanto) vicino ai Chameleons si è dissipato in un’improba coveratura dei She Wants Revenge.
Che sarebbe un po’ come dire Maradona che prova a rifare le giocate di Cassano a grandissime linee e con le dovute distanze.
Ci si accontenta di poco, insomma.
Io neanche mi accontento più, però ve la lascio qui. Hai visto mai a voi piaccia.
Il titolo c’entra pochissimo con il senso del post e soprattutto con Tori Amos. Questa è un’avvertenza.
Fatto sta che i Beach House sono uno di quei gruppi che viene sempre messo in un cantuccio, velocemente, pur sfornando sempre dischi di livello altissimo, sicuramente sopra la media della maggior parte delle cose che si sente in giro.
Ecco per me che si sprechino copertine di giornali, post, e twittate masturbatorie sui Baustelle e non si faccia per i Beach House è un mistero, quasi come la nascita di Cristo.
Detto questo Teen Dream, il loro ultimo lavoro sicuramente non si affranca da un giudizio più che lusinghiero, narcotico, dream pop che sfonda i muri della cameretta (cazzo ogni tanto iniziate a pensare anche ad un appartamento e non rimanete nei 20 mq) e trascina tutto dentro una vallata. Un disco prezioso. Prezioso e bellissimo.
A cui viene dato un grande merito da un gruppo di ragazzini di una scuola elementare covera Zebra. Appunto.
Insomma a volte si è più lucidi a 10 anni che a 30.
E’ un peccato, che ci vuoi fare.
Quando uno non ha grandissimi dilemmi nella vita, escluso il preminente se l’Italia sia ancora una democrazia o una terra di conquista per ladri ed imbroglioni (fugato nell’ultimo fine settimana senza alcun minimo dubbio), mi chiedevo tempo fa che fine avesse fatto Kate Nash.
Ve la ricordate no? Quella di Foundations, che tipo 3 anni fa fece innamorare la quasi totalità del mondo indie pop col suo genere paraculissimo a metà tra il pop glitch alla Lily Allen e il suo gusto un po’ retrò.
Ecco, lei.
La risposta al mio dilemma è venuta da sè con l’annuncio del nuovo lavoro intitolato My best friend is you e un video nuovo dal titolo Do Wah Doo (e il titolo da sè è già abbastanza retrò) ambientato su un aereo, lei nei panni di un’hostess, e un’atmosfera molto simile alla Learn to Fly dei Foo Fighters.
Nessuno scossone per quello che riguarda il genere perchè siamo rimasti lì, glitch pop etc etc.
Di cui però alla resa dei conti e terminati i 2 minuti e 41 del video mi sono reso conto di averne abbastanza.
Sono diventato vecchio. Io.
Magari voi no