.. e probabilmente in pochi ne sentivano il bisogno ma sembra che il ritorno agli anni 90 sia un qualcosa di fatto (e a me a questo punto viene il dubbio di non esserne mai uscito in un loop che sembra ci sia dietro la sceneggiatura di Lindelof e Cuse).
Il ritorno dei Lali Puna, dopo sei anni è qualcosa che è talmente fuori tempo che neanche la reunion dei Sex Pistols. Una riavviata di lancette così violenta che sembra quasi che qualche meccanismo dell’orologio si sia rotto, tanto era la voglia di risentire e di tornare a stati d’animo quasi dimenticati.
Come se si soffrisse una volta sola e la sofferenza di dieci anni fa fosse una sofferenza differente. Ovvio che non sia così ma il ragionamento è un po’ quello. Quello di un gruppo che ha fatto del coverare sè stesso un must, una chiave di lettura importante e quasi univoca come approccio da e verso l’ascoltatore.
Per me i Lali Puna sono essenzialmente questa cosa qui sotto
quella che è una delle sequenze sì strazianti ma vicine al limite della perfezione da accarezzarlo e poi schiaffeggiarlo.
La canzone era Scary World Theory che è una di quelle canzoni che la prima volta che la senti quasi non ci fai caso e la seconda ti cambiano la vita o quasi. I Lali Puna tornano, quindi e che sia il loro quarto album e che si chiami Our Inventions ha un’importanza molto ma molto relativa.
Di più ce l’ha sentire che le cose sembra che non siano mai cambiate. Che la sofferenza di dieci anni fa magari è sempre la stessa, come la malinconia, come gli anni persi a pensare perchè mai quella traccia non riuscivi a levartela mai dalla testa
Parlare di Suzanne Vega e dire qualcosa di sensato che non risulti allo stesso tempo banale o retorico è un’impresa che considero improba. Non mi ci cimenterò, così siamo tutti contenti.
Basti dire che a suo modo, negli anni si è sentito dire “la nuova Madonna” un milione di volte e molto spesso (quasi sempre) non ci si è mai preso, io ho sempre pensato a quella che sarebbe stata la nuova Suzanne Vega.
E sì che un paio me ne vengono in mente solo allo schioccare della frase (Maria Taylor su tutte).
Suzanne Vega è una di quelle cose piccole nell’essere grandi, quella che non si sa perchè ci si scorda sempre (sia perchè la gente è scema sia perchè alla fine ringraziando Dio non è un personaggio che cerchi un’esposizione monumentale) che però alla fine riacchiappi per i capelli e nel lettore mp3 ce la infili sempre.
Tempo fa parlando credo con Emiliano (la mia vita è solitaria, io parlo praticamente solo con Emiliano) e suonandola in radio mi dicevo che la produzione delle sue bellissime canzoni suonava datata, quasi fuori tempo. Neanche mi avesse sentito ecco Close Up primo di una serie di 4 volumi (e il primo è Love Songs) dove il suo repertorio viene suonato in quello che per un amante di quel pop cantautorale e malinconico che io identifico nel “momento in cui muore qualcuno a Scrubs o si abbracciano e si vogliono bene” è il karma assoluto. In acustico.
Insomma, rimarrà una cosa piccola, rimarrà un qualcosa che alla fine verrà sempre citata dopo il mondo di cantautrici ma Suzanne Vega, a suo modo, un regalo l’ha fatto.
Un regalo di malinconia voce e chitarra.
Se avevate un’idea migliore di come straziarvi il cuore rimanendo felici dubito avreste trovato una maniera migliore.
Lo nascondo bene (e di solito non lo faccio) ma con questo, di guilty pleasure davvero ho dovuto farci un po’ a cazzotti. Per un paio di mesi.
La premessa piccola è che per me i Groove Armada sono un gruppo ben oltre il titolo di insignificante, quelli buoni per fare prima o poi l’hit buona per i telefonini, quelli di cui si iniziava a parlare di rimbalzo, perchè in un’epoca in cui nel big beat c’erano i Zidane e i Kakà loro erano il terzino panchinaro buono per l’occasione, quello che vinceva la coppa e la toccava per ultimo ma che insomma, a conti fatti, l’odore dei soldi lo sentiva.
I won’t kneel, pur con tutta la mia prevenzione è un pezzo che amo alla follia, e quando in televisione ho letto chi ne era l’autore ho detto in tutta risposta “no, cazzo”. Non potevo crederci che qualcosa di buono potesse venire da qualcosa di talmente insignificante.
Ora, se non la conoscete non vi aspettata chissà cosa o chissà che livello mai di innovazione. Il brano sembra un classicone uscito dritto dagli anni 80, con una voce femminile un po’ Annie Lennox, un po’ fate voi. Una paraculata a-là Goldfrapp insomma di quelle che è difficile cambiare canale o spingere stop (se poi ci riuscite oh, il problema è solo il mio, ma ci sono abituato). Con quella malinconia giusta lì, da film di storie di decadimento sociale o di coppia lui punk e lei studentessa per bene che alla fine del film si baciano o da serata pop in discoteca, uno di quei brani da domenica mattina alle 4, di quelli che anticipano i lenti che mandano tutti a casa mentre la gente, quelle venti persone rimaste, limonano sui divanetti e tu pensi che è un’altra serata buttata via e domani si lavora.
Tutto questo, i Groove Armada.
E’ proprio vero che sto diventando vecchio.
Lada Gaga = Fischerspooner with tits
but also
Lady Gaga = Fischerspooner, with hits
(Simon Reynolds)
La prima volta che ho sentito il nome Lady Gaga è stato da qualcuno che mi chiedeva se avessi visto il video di una sedicente imitatrice di Christina Aguilera che si esibiva in un pezzo che definire tamarro era fargli un complimento.
Il pezzo era Poker Face, quello che dopo un po’ avrebbe ridisegnato l’iperbole del popopo. Lo vidi. Risi per quanto lo trovai ridicolo, pacchiano, fuori misura e senza un briciolo di gusto squisitamente pop. Una roba che Rihanna sembrava i Dresden Dolls, tanto per capirci.
Di Lady Gaga, la seconda volta ne ho letto sui giornali, mentre quel popopo diventava un inno del nuovo millennio, un inno di quelli che si pensa durino una stagione come tanti ne sono passati sotto i ponti delle classifiche di Billboard et similia, di “nuova Madonna” che è l’etichetta che le ho visto appioppata da più di una fonte se ne sono riempite le casse da morto. Ho bollato Lady Gaga come la nuova Madonna della stagione in queue di dipartita.
Poker Face era di circa 15 mesi fa. E se ne parla ancora, non solo della canzone, ma di Lady Gaga, in arte Stefani Germanotta.
Il fenomeno ha iniziato a stuzzicarmi nel momento dell’uscita del singolo successivo, Paparazzi, una di quelle canzoni che differentemente dalla tamarrata alla M2O precedente metteva in luce il suo lato più – se possibile – intimo e morbidamente pop.
Un pezzo quadrato, lucido che mi ha fatto respingere la pulsione dal cambiare canale e rimanere lì. Procuratomi il disco mentirei a me stesso, prima di tutti, se non dicessi che Paparazzi è stato uno dei pezzi più ascoltati da me nell’ultimo anno.
Sì, perchè il mistero di Lady Gaga, il vero mistero per quello che riguarda il mio approccio nei suoi confronti è il senso di repulsione che mi scatena ad ogni botta di singolo o video. Un senso di pulsione avversa che accosto anche alla sua immagine, costruita prendendo dal catalogo dello stile pop-rock, da Ziggy Stardust a Grace Jones, da Marilyn Manson a Madonna. Lady Gaga si è trasformata in quello che è un reality pop filmato da Flora Sigismondi.
Un reality degli eccessi che prima respingi e poi non ti dico che ti venga da amare ma ci siamo vicini.
Ed è qui che ho capito la vera vittoria dell’artista. Quel suo spingere l’ascolto partendo dalle corde sbagliati, porsi in un mondo costruito da preparatori vocali e stilisti rock sulla stessa linea d’onda. Giocando con l’immagine, costruendosi e passando da duetti più o meno elevati ad esibizioni in tanga con rock band al seguito, a mascherate di fronte alla regina per finire in soliloqui voce e pianoforte degni di cantautrici più amate dal gotha alternativo (vedi Amanda Palmer).
E’ per questo che Lady Gaga ha vinto ed è un simbolo, il migliore e il più giusto di questo 2009 fatto di finzione e del gusto del flirtare con il proprio antagonismo e la propria repulsione della cultura pop. Lady Gaga ha vinto perchè ci fa convivere con i propri difetti e perchè ha potuto veramente mostrare una via, che è quella dello snobismo. L’ottavo peccato capitale, quello dei vostri anni zero.
Per cui ad un certo punto risulta antitetico e amoralmente snob continuare ad affermare il proprio dissenso di fronte ad un’opera a prima vista dozzinale, becera, fuori le righe.
Ma che ti lascia lì a non cambiare canale a convivere col senso di colpa dei tuoi peccati
The Magnetic Fields sono uno di quei gruppi che “ama fare musica non attuale”, anche se poi le venature pop-shoegaze sono quasi giunte ad un livello di riverniciatura dei fasti dei primi anni 90.
Diciamo che The Magnetic Fields di Stephen Merritt sono uno di quei gruppi culto, che tranquillamente potrebbero essere proiettati da quell’epoca lì alla nostra direttamente col Tardis. Ne abbiamo parlato diffusamente l’anno scorso di quanto fosse importante un disco come Distortion ma anche di quanto lo fosse 69 Love songs, disco che datava 1999.
Ovviamente per i motivi di cui sopra.
Oggi a dieci anni dall’uscita del disco l’iniziativa più bella e che fa della multimedialità in effetti un gran bel mo(n)do di approcciarsi alle cose si è deciso di tributare un giusto valore a un disco importante, di vero (e mi si perdoni se mi ripeto), culto.
E’ nato quindi 69 Songs, illustrated dove ogni canzone del disco (e se non lo sapete già il disco è triplo con 23 canzoni per ogni supporto rotondo quindi 3×23 indovinate quanto faccia) viene rielaborata e dipinta su tavole, come fossero dei comics/musicali. Quasi storyboard di video.
Progetto bellissimo, affascinante. Giusto che sia per un disco così
Con Soundgarden ed Alice In Chains ormai sciolti, non c’era molto da fare nel 1997.
Per cui insomma, se ne esce fuori il mio amico e vicino di casa a invitarmi a vedere Michael Jackson a S.Siro, e io penso “beh, è l’occasione per vedere se è davvero una persona vera” e accetto con piacere.
Penso anche: “ma arriverà davvero sul palco in astronave, come dicono?”.
Vi risparmio le avventure che ci capitarono durante la giornata, roba da farne un post a parte, e arrivo al dunque. La prima cosa che faccio una volta sul prato del Meazza comunque è sputare sul dischetto del rigore da dove qualche mercoledì sera prima Aron Winter era riuscito a centrare i cartelloni pubblicitari.
Ad aprire lo show, l’organizzazione aveva ingaggiato i B-NARIO.
Ve li ricordate? Io, se non fosse stato per quell’occasione, e per un’amica a cui piacevano, no. Per nulla. Comunque erano quelli che cantavano Battisti dove sei. Mentre la proponevano a un Meazza già mezzo pieno, la gente era tutta voltata dall’altra parte a guardare chi entrava nella tribuna VIP (nell’ordine Pavarotti, Zucchero, Ramazzotti, Valeria Marini). Chissà come dev’essere cantare davanti a 30.000 persone che ti danno le spalle.
Poi è il turno di… dai, indovinate. Sparatene una. Una bella trash nazional-popolare. Ok ve lo dico: PAOLA E CHIARA.
Vi ricordo che era il 1997: tempi del primo album, pochi mesi dopo Sanremo, Amici come prima e immagine ancora folk-rock. Il loro ingresso non me lo scorderò mai: entra prima la band, iniziando un ritmo in crescendo, e al culmine ecco che arrivano loro, contemporaneamente, correndo, chitarra in mano, inchiodano fianco a fianco sul bordo del palco schitarrando pesante e facendo headbanging sincronizzate come manco le figlie di Angus Young. E-pi-co. L’altra cosa che non dimenticherò mai è l’intero stadio che, dopo averle fischiate ininterrottamente per tutto lo show, durante Amici come prima si esibisce in una compattissima ola col dito medio.
Comunque sia, dopo il rituale cambio palco si spengono le luci e si accende il megaschermo. Inquadra Michael Jackson, a casa sua, che entra nell’astronave parcheggiata nel giardino. Poi parte. Attraversa il mondo velocissimo. Fumana esagerata sul palco. Il fumo si disperde, e l’astronave è lì. Dopo una suspance infinita Michael scende, e attacca Scream.
È una persona vera? Non lo so.
È una cosa a sè. È effettivamente di un altro mondo.
Quello che fa, come si muove.
E comunque tutto lo show è fuori dal mondo.
Ogni tanto Michael apre bocca per dirci che ci ama, in italiano, e lo fa con la voce che immagino abbiano gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Noi tutti ci crediamo come se ce l’avesse detto la nostra anima gemella.
Michael ha il tipo di repertorio galattico che non gli basterebbe un solo spettacolo per fare tutto, per cui la soluzione che trova lui è di far partire dei filmati con medley di cose che non suonerà, nell’intervallo tra un cambio di scenografia e l’altro.
Uno degli highlight naturalmente è l’inno dell’Inter Non mollare mai, per la quale l’alieno Michael fa salire dalla prima fila una ragazza brutta che ha l’onore di toccarlo/avvinghiarcisi stile edera. Niente panico: Michael schiocca le dita e parte il playback, che gli consente di ballare teneramente con la sanguisuga senza interruzioni. Ma tanto quasi tutto lo spettacolo era in playback, per dargli la libertà di ballare senza freni, e a tutti andava bene così. La vera chicca però è un medley del periodo Motown che parte da I Want You Back e finisce con I’ll Be There: S.Siro crolla di schianto.
Poi c’è Thriller: a metà pezzo Michael si trasforma in lupo mannaro, viene chiuso in un sarcofago, perforato con degli spuntoni e dato fuoco. Gesù resuscitò in tre giorni: Jacko ci impiega 30 secondi, riappare magicamente sulle nostre teste sospeso da un braccio meccanico a cantare Beat It e, mentre durante l’assolo io urlo TI AMO a Jennifer Batten, 60.000 persone cambiano religione.
E poi il Capolavoro. Earth Song. Dedicata/ispirata alla guerra in Bosnia. A metà pezzo, sul palco entra un CARROARMATO. Ne esce un soldato pazzo, assatanato, che punta il fucile a Michael. Michael lo guarda come per dire “ma sei cretino?” (in senso compassionevole), abbassa la canna, e fa un cenno. Si avvicina una bambina zingara con un fiore. La bambina dà il fiore al soldato. Il soldato butta il fucile e si getta in ginocchio piangendo. In questo momento, per quanto ci voglio pure a lui un bene dell’anima, se si fosse avvicinato Jarvis Cocker gli avrei abbaiato dietro e azzannato un polpaccio a morsi. “Vattene, miscredente! Tu non salverai mai il mondo!”.
Michael invece sì.
Bianchi, neri, soldati, zingare, licantropi, ragazze brutte.
I concerti più belli della mia vita sono stati altri.
Ma quello non fu un concerto.
Mi piace pensare che Michael non sia morto, ma solo partito in astronave verso mondi più bisognosi.
In ogni caso oggi siamo nel 2009, e qualcuno ha messo su Youtube tutto lo show.
Se c’è qualcosa che va riconosciuto al pop senza rischiare di essere pro o contro il genere e dividersi in schieramenti è la certezza che molto spesso pur contro la nostra volontà ci sarà quella canzone di fronte a cui ci si inginocchierà e si alzerà bandiera bianca.
Beautiful scritta da Linda Perry e cantata da Christina Aguilera rientra in quel gruppo di canzoni per cui alla terza volta che l’ascolti ti ritrovi a cantarla, scaricarti l’mp3, metterla sul lettore ed ascoltarla di nuovo almeno venticinque volte. Per poi magari inorridire e chiedere scusa al nostro ego snob frustrato dal fatto che si sta cantanto la canzone di una che che cantava “I’m a genie in a bottle you’ve got to rub me the right way” (che pure quella lì mica era male.
Semmai foste tra quelle tre persone che non conoscono la versione originale eccola
Cosa succede a questo punto. Che nel mondo pop rock e pop e rock in senso stretto scatta una specie di corsa tra eletti che riconoscono il valore della canzone (e viceversa il valore della canzone è riconosciuto grazie alle loro reinterpretazioni) Beautiful e ci si rimettono su. Un po’ per gioco, un po’ per davvero.
A iniziare il tutto l’ex Suede Brett Anderson in una versione melodrammatica voce e pianoforte, e non dite che non sembra un pezzo scritto su misura per lui perchè vengo lì e vi picchio
A seguire una versione un po’ più elaborata, classy, visto il personaggio, Elvis Costello ma che viene a mancara un pizzico di pathos (sì che forse rispetto all’originale qualsiasi altra versione da questo punto di vista sarebbe carente). Se non erro andava a far parte della colonna sonoria di una serie a caso di House MD. Forse
Infine il nostro personale vincitore di questa piccola sfida di variazioni sul tema. The Lemonheads di Evan Dando ne ripropongono una versione molto folk rock (alla Ryan Adams, vedetela in qualche prossimo film di Cameron Crowe, io l’avevo detto) dall’ultimo (non bellissimo ma a caval donato non si guarda in bocca) disco di cover Varshons. Beautiful è una canzone di voce e uno con questa voce qui può davvero tutto. Epic Win
Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.
Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.
Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.
Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.
Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!
Ha senso scrivere di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective dopo la pioggia di consensi piovuta loro sul capo in queste prime settimane del nuovo anno?
Da Pitchfork a Wire e giù in cascata è tutto uno sbrodolarsi addosso con frasi che vanno dal disco dell’anno al disco del mese, tranne rarissime eccezioni.
Avrebbe senso se partissi con una stroncatura coi fiocchi ma obiettivamente non è questo l’intento del post.
Proprio non posso parlare male di un disco simile.
Psichedelia magistrale scorre nella quasi ora che si spende per tale ascolto, suoni perfetti amalgamati ad intrecci vocali ultraterreni.
Intrecci che in alcune tracce mi riportano alla mente il periodo d’oro shoegaze ma forse questa è una deformazione mia.
Insisto sull’uso delle voci non a caso. Riescono a dare quel qualcosa in più che rendono questo lavoro importante, lo portano in un mondo originale e inesplorato. Gospel e blues.
Evitano che l’ascolto non si trasformi “solo” in un viaggio psichedelico alterato.
E lo fanno svettare alto. Si, è il disco del momento.
Ma allora perchè queste poche righe? Fondamentalmente per porre un quesito piccolo piccolo, che sarebbe la giustificazione di tutto il post.
Ma dove erano tutti quando solo quattro mesi fa usciva Snowflake Midnight dei Mercury Rev?
“Yes she can”, è così che ha titolato l’ultimo numero del Rolling Stone americano, in copertina lei, Britney con la maglietta tirata su a metà pancia a sfoggiare addominali rinati. Presente le fotodi copertina di Men’s health? Ecco una cosa di questo tipo.
Ed è qui che si chiude un cerchio, in un certo senso, con l’uscita del sesto disco della Spears, titolo semplice Circus, foto di copertina photoshoppata in maniera agghiacciante, a molti sembra anche strabica.
Circus, un titolo migliore non poteva esserci e non so quanto vicino alle intenzioni di essere probabilmente il termine che in maniera autobiografica possa essere accostato alla vita della pop-star. Vita che assurge quasi a un ruolo di simbolo per un paese che ama particolarmente il più classico degli american way of life, i puri come chessò Springsteen, Obama, e via dicendo (quelli venuti dal nulla e che sono la più chiara espressione del sogno americano) quanto quelli che sono stati rovinati dal sogno americano e sull’orlo del precipizio lottano per risalire.
Britney in questo è probabilmente l’esempio numero uno.
Poi Robert Downey Jr.
Show me how you want it to be Tell me baby cause I need to know now oh because
(Hit me baby one more time)
Da un momento all’altro la vita della Spears è diventata un film di Apatow che non fa ridere o uno dei Farrelly con lei e non la Diaz come protagonista, una tragicommedia dell’assurdo con parole chiave “circo” o “teatro dell’assurdo”. Appunto. Solo che a quel punto un po’ tutti ci sentivamo un po’ in colpa e quasi responsabili.
Eh sì, responsabili, perchè in un certo qual modo a tutti sembrava normale che il nuovo oggetto erotico fosse una sedicenne che vestita da scolaretta e con le trecce cantasse Hit me baby one more time (coniugata da noi romani con “damme n’altra botta”), passasse a cantare i’m not a girl not yet a woman e poi sprofondasse in un giro di Toxic e Slave for u, con pose sempre meno da pop-star, sempre più barcollanti dalle parti del trash, sempre più al limite del soft porno
I’m a slave for you. (take that) I cannot hold it; I cannot control it
(Slave 4 U)
Spears era la materializzazione del desiderio, più che l’oscuro oggetto del desiderio di una platea che andava dai quindicenni ai quarantenni che hanno voglia di proiettare quanto sia zoccola l’amichetta che il figlio si porta a casa il pomeriggio. Insomma tutti spettatori, tutti tifosi del “passo più in là” (che sarebbe arrivato con il sex tape mai pubblicato), tutti in qualche modo responsabili del fatto che tutto queste aspettative, magari, se avessero trovato un territorio appena appena fertile – vedi il cervello di Britney – avrebbero portato a una inevitabile rovina. Per quella, la rovina, credo sia stato necessario leggere le pagine dei giornali degli ultimi due anni.
I’m Miss American Dream since I was 17 Don’t matter if I step on the scene
I’m Miss bad media karma Another day another drama
(Piece of me )
Ora il ritorno, successivo al bonifico fatto da MTV (che in questo melodramma assume un po’ il ruolo dello Hugh Hefner della figa della Spears) agli MTV music awards con il mucchio di premi riportati a casa nell’incredulità generale (ma col tacito assenso di tutti, perchè probabilmente una Britney è evidentemente un personaggio che fa una rete, o quasi, da sola); con una canzone – Piece of me – che tra l’altro è una via di mezzo tra un’autodifesa e un attacco alla propria genesi e ai media che vivono del personaggio.
Un ritorno quello di Circus che è anche un signor ritorno, indubbiamente il miglior disco dei sei finora prodotti, con una pletora di produttori che neanche a via del Corso il sabato, bello, quadrato e insospettabilmente vigoroso.
Insomma il Circo è riaperto.
O forse è chiuso definitivamente?
Ogni anno ha il suo luridissimo disco pop che non si sa il perchè, non si sa il percome ma alla fine si ascolta quanto un disco di quelli “normali”.
L’anno scorso fu Rihanna, quest’anno indubbiamente Katy Perry. Lo so. Vi fa schifo quello che ho appena detto ma vado avanti. Non è questione di sex appeal, a me della terza di tette frega fino a un certo punto e Zooey Deschanel (a cui Katy Perry somiglia un bel po’) mi lascia abbastanza impassibile, per non dire che la trovo blandamente passabile. Il fatto è che One of the boys è il disco vergogna del 2008 semplicemente perchè funziona, dall’inizio alla fine, ovviamente se ne è parlato per I kissed a girl e UR so gay (dai testi vagamente omofobici) ma è tutto il resto quello che conta e il disco funziona per davvero. Non ci proverete e lo immagino bene (nè comunque vi perdereste Blood on the tracks di Dylan eh) ma se mettete un’ideale linea tra l’esordio di Gwen Stefani solista e uno qualsiasi dei dischi di Avril Lavigne avete in mente il Frankenstein musicale di cui sto parlando. Glamour ma sguaiata, trendy per quanto sa essere sopra le righe (la musica più del disco) sfiora sempre il kitsch ma senza mai toccarlo; troppo misurato è vero, ma Let go di Avril Lavigne non è forse il più grande disco di pop che suona punk ma non lo è? Potreste negare questo? Madonna ha detto o no che è la nuova migliore artista o sbaglio del resto? Mettete Kate Nash, l’anno scorso ecco, Made of bricks può solo baciare il culo a un disco come One of the boys e solo per il fatto che nonostante tutto Katy Perry suoni più onesta nella cazzonaggine, perchè sì le ragazze carine e anni 50 vanno tanto di moda ma alla fine quella che fa due rutti ci piace un pizzico di più. E qui arrivo al personaggio Perry, costruito su carta e per questo degno di biasimo a prescindere ma in fondo un moto d’affetto lo proviamo a sentire canzoni buttate lì, con un arrangiamento pauroso rette da un birignao vocale che va molto a pescare da Gwen coscialunga e e dopo che ha tirato su la lenza diventa puro pop rock e con tonalità molto più rough, imperfette eppure che suonano da Dio. A questo punto dovreste sentire una cosa qualsiasi di quel disco, scegliete a caso, e giuro che non sbagliato. Ovvio poi che io vi abbia detto di ascoltare e di non lasciarvi ipnotizzare dalla terza della Perry, mica per altro, fareste un torto a voi. E forse anche a lei.
Era forse un paio di mesi fa che M.I.A., forse il simbolo di cosa può essere veramente innovativo e di qualità nel mondo pop-dancefloor (assieme agli LCD Soundsystem, Justice e poco altro), annunciò il suo ritiro dalle scene live. Si parlò al tempo di consunzione, di estremo affaticamento. L’undici di questo mese a Brooklyn in una festa di una nota marca di abbigliamento, con live annesso si è forse capito da cosa provenisse quella voglia di staccare, perchè M.I.A. è apparsa con una pancia tanta. Leggi incinta. Quindi si spera, allarme ritiro rientrato, speranza di vederla prima o poi live e soprattutto auguri e figli maschi. Il fatto è che non è che sia stata avvistata nel parterre de roi della serata, no. Ma sul palco. E viene da dire quasi che vista l’esibizione visibilmente sfasciata e caciarona con sul palco anche Pharrel Williams e una pletora di passanti, quasi dei festeggiamenti al Circo Massimo con basi dub, vedere un trascinamento tale pur condizionato dalla “panza al limite dei movimenti umani” e ali limite dell’incoscienza le si vuole anche più bene
L’aspettavamo, da tanto a dire il vero, da quando ai VMA’s di un mesetto fa fece (e c’è chi dice immeritatamente e un po’ a risarcimento per la figuraccia in mondovisione di un anno prima) man bassa di premi per la splendida Piece of me Ora Britney Spears torna con Womanizer. La canzone l’abbiamo anche ascoltata all’esordio di Walk this way (e lì sulla colonna di destra c’è il pulsante per il tumblr e il conseguente podcast), brano che ci ha fatto uscire totalmente di testa e che è uno dei veri perchè del pop 2008. Il video? E’ un po’ un revival del Britney style a metà tra tutto quello che c’è tra il culopizzismo (classica posa Britneyana) e le aperture mascellari da sex doll. Una Toxic after rehab insomma. Insomma Brit’s back, stavolta pare per davvero.