Doppio: Caravels – Lacuna e Alkaline Trio – My Shame Is True
Pubblicato: marzo 28, 2013 Archiviato in: hardcore, punk | Tags: alkaline trio, caravels, doppio Lascia un commento »Double Feature come al cinema, con un film che fa saltare dalla sedia ed un sequel di uno che ha smesso di essere bello parecchi episodi fa, ma che finiamo sempre e comunque a vedere (e forse usciamo dalla sala pure più felici e spensierati di quando siamo entrati).
Lacuna potrebbe essere recensito in quattro parole in croce: è un gran bel disco dei Daïtro, parte con la stessa marcia di Laissez Vivre Les Squelettes, e in mezzo a tutti gli altri starebbe da dio fra i dischi dei Pianos Become The Teeth, dei We Were Skeletons e dei Celeste (di cui ricordo un concerto strumentale al buio, tutti con la fascetta in testa con attaccata la lucina da bici ed il cantante impegnato nel vomitare dentro ad un secchio. Davvero). Chiuso in fretta e felici tutti quanti. Potrei davvero farlo, perché preso di petto mi è sembrato così, però appena è finito ho sentito il bisogno di farlo subito ripartire, un po’ perché la prima sensazione di disco unico diviso in singoli atti, una volta arrivato alla settima canzone, Hanging Off, era scomparsa, e un po’ perché mi aveva onestamente lasciato un po’ di confusione. Difatti, al secondo giro, la sensazione di solidità e di divisione in parti un po’ forzata scompare lasciando maggior spazio alla comprensione del tutto, facendo risultare una nitidezza in crescere con l’ascolto, sebbene quella sensazione di intricata omogeneità del pacchetto intero rimanga, ma sembra quasi l’architettura su cui si basa il gioco, colpevoli le linee melodiche fatte intrecciare dalle chitarre ed il cantato recitato screamo, entrambe ragioni per il paragone con i due gruppi francesi. La prima parte rimane comunque la più compatta, mentre la seconda è più frammentaria. In totale confonde e lascia pochissimi attimi di respiro, alle volte pare quasi essere una corsa che non si ferma nemmeno un secondo a tirare il fiato perché ha altri giri di campo da fare. É un disco in cui perdersi e ritrovarsi, che trasmette ansia e richiede un po’ di tempo perché cresca per bene e per riuscire ad ascoltare con attenzione tutti i piccoli passaggi che sembrano essere lì nascosti apposta per essere scoperti, per ribaltare la struttura e trarne il senso, però è un ragionamento che ho fatto per parecchi dischi del genere ultimamente, quindi potrebbe essere solo un ‘problema’ mio. Va digerito.
Se il disco dei Caravels sta al nuovo slasher movie pieno di sangue e girato con un certo gusto artistico, My Shame Is True è, sulla carta, l’ultimo episodio di Saw o di Final Destination, quello che guardi per fedeltà e sentimento nel rispetto di chi l’ha girato e delle idee che avevano reso belli quelli precedenti (ma qui sto già parlando degli Alkaline Trio, non dei film). La cosa bella è che per quanto sia ancora il ‘solito’ disco degli Alkaline Trio, quello che più o meno ci si aspetta da loro, riesce ancora a scivolarti addosso senza pretese e con freschezza, forse anche meglio dell’operazione Damnesia e delle ultime cose prima di questa. Le dodici canzoni sono uno scoppiettare di ruffianaggine e voci intercambiabili. I feat. con Brendan Kelly e con Tim McIlrath ci stanno più o meno bene (forse meglio la canzone con il cantante dei Lawrence Arms, ma io i Rise Against li digerisco a fatica di mio. Mi è capitato di vederli e dopo un’ora e tre quarti di concerto, con tanto di tre encore, sono andato a sedermi sulle sedie in fondo all’Estragon, quelle che quando entri e le vedi ti chiedi ‘chi cazzo è che paga il concerto per poi andare a rompersi i coglioni lì?’.) e come al solito sembra prendersi per nulla sul serio. Basterebbe I Wanna Be A Warhol con ‘I wanna be a Warhol hanging on your wall, you down there looking up at me’ per far capire chi vince a mani basse il premio semplicità pur facendoti battere il piedino in felicità. Le voci di Matt Skiba e soprattutto quella di Dan Andriano non mi hanno ancora stufato, ritorna sempre a cadenza regolare la voglia di ascoltarli quindi un disco nuovo fa solamente bene. Dai che quando si fa veramente primavera torna la fotta Alkaline Trio e ci sono dei cd vuoti da riempire.
Reggie e l’effetto Scimmia dell’Ikea
Pubblicato: febbraio 20, 2013 Archiviato in: emo, hardcore, meme songs, punk | Tags: american football, papa kinsella 2 Commenti »
Internet è roba assalita dai giovani, ma internet in mano ai giovani è peggio di una bomba a mano che appena esplode riprende subito a ticchettare. Escono gif delle serie tv ancora prima che vengano rilasciati i sottotitoli in lingua madre e i meme sono diventati, con il passare degli anni, delle cose pazzesche e super divertenti, ma pure un trend a volte complicato a cui stare dietro. Il caso emblema dell’estremizzazione dell’hic et nunc usato (e gettato) come pretesto per tirarci in mezzo anche la musica (calcolando che Tumblr sta diventando praticamente la posta del cuore della Polyvinyl anni ’90) è l’IKEA Monkey, la gag della scimmietta dispersa all’IKEA di Toronto, durata forse qualche giorno e passata fra le mani di un tizio turco, che ne ha preso il frame e ha ricreato (per modo di dire) una serie di copertine di dischi emo e hardcore ‘vecchi’ e più o meno recenti. Da buon intenditore e quasi ancora giovane avevo ‘followato immediatamente’ la pagina, ma non so se ne faccia ancora. Erano indubbiamente divertenti, ma il mio senso dell’umorismo è purtroppo (o per fortuna, dipende) poco condiviso. Fra le tante c’era il selftitled degli American Football.
Forse figlia di questo ed ultima, in ordine cronologico, delle manate alla nostalgia per mano dei giovani è Emo Song At Double Speed: blog di tumblr con canzoni al doppio della velocità, tipo Tim Kinsella che canta con la voce di Alvin, i Dowsing con la voce di Alvin, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die con quella voce lì. Pure gli American Football, chiaramente. Nulla di più, fondamentalmente una cazzata delle più scontate,ma i reblog sono già quasi a quattro cifre.
Minnie’s – Ortografia
Pubblicato: febbraio 14, 2013 Archiviato in: punk | Tags: minnie's, ortografia, sono forse un po' di parte 1 Commento »Non so quanto potrò essere giusto nei confronti del nuovo disco dei Minnie’s, sono estremamente di parte perché gli voglio bene da tempo. Quindi, ecco, non so quanto potrà essere un parere arbitrario il mio. Poi che non si dica che non siete stati avvisati.
Come le altre volte, come per tutti gli altri loro dischi, l’ascolto di Ortografia è partito con l’idea che fosse tutta una passeggiata in una strada comoda, che il punk rock sia sempre qualcosa di fin troppo semplice, veloce ed immediato, quando invece, fatto alla loro maniera, è sempre un bel percorso fatto di scalini e specchi su cui riflettere, qualche curva a gomito e una salita non troppo ripida, ma che comunque fa venire il fiatone e permette di considerare anche il peso delle parole. Ed è il loro bello, lo è sempre stato ed è il motivo per cui aspettavo questo disco: c’era la curiosità di sapere se pure questa volta sarebbe stato lo stesso. Magari al primo colpo può sembrare ‘meno d’impatto’ rispetto agli altri, ma cresce bene e le canzoni ti si attaccano addosso senza accorgertene. Ortografia è nuovamente – e non è da leggere come un ripetizione di sé stessi, ma come una qualità che si rinfresca con il tempo – un bell’album di foto da tenere sotto le coperte fino all’arrivo della stagione mite, una libreria di canzoni – considerando che esce pure in free download – da caricare subito sull’iPod ed ascoltare in bici, una raccolta di racconti brevissimi da tenere sempre con sé. Il fatto che esca il giorno di San Valentino non cambia più di tanto la cosa, al massimo potrà rappresentare una storia in più da raccontare, nel migliore dei casi. Nel peggiore non accadrà nulla di male, solo un’occasione in più per farlo ripartire. Avevo avvisato che sarei stato forse troppo poco obiettivo .
Lo si scarica gratuitamente qui, lo si preordina da qui e il vostro amore nei loro confronti lo si dimostra qui.
Tre allegri. Io un po’ meno.
Pubblicato: dicembre 10, 2012 Archiviato in: punk | Tags: davide toffolo, La prima cosa bella, nel giardino dei fantasmi, paolo virzì, tre allegri ragazzi morti, valerio mastandrea 2 Commenti »Chiedo scusa da subito se in queste righe ci saranno cose personali, a volte capita di mettersi a nudo, in momenti così, in cui è difficile fare finta di niente e tutto quello che vorresti dire lo tiri fuori dalla gola. E va finito scritto in html.
Se mi chiedessero una cosa che mi identifica è La prima cosa bella, di Virzì, il momento in cui Mastandrea stringe la mamma e gli dice piano piano “mamma perchè io non riesco ad essere mai felice” e la mamma neanche lo sente.
Sarei stupido se dicessi di non sentirmi così, in un anno come questo poi, in cui ho avuto non tanto da ridere (ma anche cose belle). Magari non sembra perché sono alto unoenovanta e la gente pensa magari che se si è grossi così uno sia tenuto a non stare male. Succede invece il contrario. Ed è successo questo 2012, che non assumerà per questo a titolo di anno di merda ma semplicemente a titolo di anno in cui sono successe certe cose. Non belle.
Scusate la ripetizione.
Davide Toffolo sono convinto che sia una persona che un fondo di malinconia la abbia, altrimenti non scriverebbe quelle graphic novel bellissime (e malinconiche) e non avrebbe chiamato il suo gruppo Tre allegri ragazzi morti.
L’anno 2012 è quello che esce un loro disco (dei tre allegri) che si chiama Nel giardino dei fantasmi, che è un disco strano, triste a suo modo (per i contenuti) e bellissimo.
Diciamo che ci sono dei dischi, e delle canzoni che stanno dentro a quei dischi, che ti cercano, che aspettavano in un certo modo. A te viene da dire “ma non te potevi fa i cazzi tua?” e invece a suo modo che ci sia qualcuno, un po’ come te, ti consola.
Tornando a noi, il disco riprende un po’ quel reggae cantautorale del disco precedente (ed io odio il reggae ma questo e così lo amo) con le deviazioni tipo Violent Femmes, che sono un po’ più nelle corde dei TARM e di quella malinconia.
C’è che tutto gira intorno alle parole di chi chiude qualcosa e che una maniera per andare avanti a suo modo la trova, o la cerca. Io ancora non l’ho trovata ma diciamo che ci giro intorno e la troverò.
C’è che ci sono quei dischi, e quelle canzoni che non le aspettavi ma arrivano. Che forse era meglio tenere dentro un cassetto ma che benedici che ti centrino come un martello.
Nel giardino dei fantasmi è quel disco che mi ha riconosciuto, che non era meglio stesse nel cassetto perché di cose da dire ne ha e tante (almeno a me) e che diciamolo, una volta tanto, che stare male a volte fa bene.
Tutto qui
è un momento poi passa. Giuro passerà.
Le sorprese della domenica mattina
Pubblicato: novembre 27, 2012 Archiviato in: punk, rock | Tags: and you will know us by the trail of dead, lost songs 2 Commenti »Sarebbe un atto estremamente disonesto dire che quando uscirono Madonna prima e Source Tags and Codes non gridai al miracolo. Quando poi uscì The secret of Elena’s Tomb (ep) ero sul punto della devozione, su World Aparts ho detto “siamo tanto così dentro alla magnitudine giusta tipo Smashing Pumpkins ma anche a tanto così dal cagare fuori dal vaso”.
Non lo avessi mai detto, perché davvero i Trail of Dead la fecero fuori dal vaso, e tanta anche, che non bastavano pale, bidoni e container.
Ad un certo punto si poteva parlare quasi più di gruppo flop, di quelli che partono con le buonissime intenzioni e poi boh, iniziano a non capirci più una mazza, loro per primi, figuriamoci chi gli ascolta, come gli Interpol, come i Bloc Party.
Quando meno te lo aspetti e con un approccio molto simile all’accendere la televisione e vedere il risultato delle primarie del PD, metto su di domenica mattina Lost Songs, l’ultimo e torno qauttro volte al pc per capire se per caso abbia sbagliato a mettere su disco, questi non sono quei segaioli che erano a tanto così dall’opera lirica, questi fanno canzoni da tre minuti / quattro con un arrangiamento pari a zero e con tutta la furia del quasi punk, della ruvidezza del quasi garage, del quasi tutto (perché ci sono anche delle “ballate” a modo loro ma non quelle per cui dopo 8 minuti inizi a sanguinare dal naso come se avessi girato la chiave dell’isola di Lost). Ma in maniera figa, molto, intendo.
Lost Songs dopo tre ascolti sembra uno di quei dischi per cui si dice il classico “ritorno alle origini”, con pezzi cosiddetti strappa mutande su cui spicca una su tutte, Catatonic, vera furia manifesto dell’album.
Io ho pensato che questo disco fosse uno scherzo, perché se un gruppo fa queste cose e in questa maniera le sa fare da sempre e non è che se le scorda, in pratica vuole cazzeggiare un po’, ma eravamo a tanto così dal buttare tutto a mare cari Trail of Dead. Ho pensato anche che se un anno fa mi avessero detto che il mio disco chitarre rock del 2012 sarebbe stato da quelli col nome coi puntini davanti mi sarei messo a ridere e avrei detto “ma per cortesia”.
Invece le domeniche mattina sono fatte per stupirci
Io me e i Tre allegri ragazzi morti
Pubblicato: ottobre 3, 2012 Archiviato in: punk | Tags: primitivi dal futuro, quindiciannigià, tre allegri ragazzi morti Lascia un commento »La mia storia coi Tre Allegri Ragazzi Morti è semplice e a suo modo quasi complicata.
Io ho sempre amato il punk, partiamo da questo, e la prima “botta” che ho avuto dai treallegri è stata quindiciannigià e, voglio dire, non era una botta da poco, quindi l’incipit era stato di tifo assoluto. A me l’idea dei tre massimo quattro accordi e del uantutrifor è sampre piaciuta, tanto, vuoi perché non so suonare, vuoi perché le canzoni così sono le più facili da imparare e vuoi perché durano poco e non ti annoiano mai e si cantano in compagnia.
Insomma a me i TARM (facciamo così, che è più breve) sono piaciuti e da subito. E tanto anche, pur non avendo mai comprato un disco era un rito di cassettine, video su vhs e cose così che era un po’ brutto sfatare (e ad oggi non ho un disco, sarebbe il caso che iniziassi) e insomma, le cose vanno in modo che io li continui ad ascoltare, la gente intorno a me un po’ li detesta un po’ dice “maddai gruppo da pancabbestia” appena li sente nominare e io stupidamente, un po’, mi inibisco.
Il salto è un po’ in avanti, con sto uovo sodo che non va né su, né giù come diceva Virzì, con me che un po’ fatico a dire che i TARM sono un gruppo che ascolto, di cui so i testi, e quelle poche volte che mi scappa, il mio gusto, e lo dico, la gente intorno non mi capisce, ride. Ma vabè, roba in più roba in meno per cui la gente ride di me che differenza fa.
Ho una storia con una ragazza che la prima cosa che mi dice è che le piacciono i treallegri; ok non sarà la prima cosa che dice ma tra le prime, e a quel punto mi sento “libero” di professare che ascolto un gruppo punk italiano che viene da Pordenone. Intervisto anche Enrico Molteni per la riedizione dei demo dei Fargo. Compro graphic novel di Toffolo e insomma, a suo modo tutto quadra.
Uno degli insegnamenti della vita è che quando sembra che tutto quadra, tutto non quadra per il cazzo e così è.
E io per un po’ non riesco più a neanche sentir nominare i treallegri, li identifico con troppo, uno stato di libertà e una delusione che a suo modo fa punk, ma di punk sono belle le storie degli altri, quando le racconti te è una merda, e fa male.
Fino a sabato, che me ne vado al Romics e ascolto per la prima volta Primitivi dal futuro, un disco che col punk non c’entra nulla, c’entra col reggae e col cantautorato (a suo modo). E io odio il reggae.
Fatto è che Primitivi dal futuro è un disco bellissimo, che mette un po’ di pace tra la delusione e la disillusione, ci sono storie tristi, certo, ma che le cose “vadano così” e quel “così” non è detto che sia per forza “bene” non è scontato. L’importante è che vadano, cresci, e che la voglia di andare avanti ce l’hai.
Ecco, forse la voglia di questo post fuori tempo è di dirvi che a me i treallegri piacciono, e tanto. E non me ne vergogno.
Come ogni tanto di essere triste, deluso eppure con la voglia ancora, di andare avanti.
I 5 minuti di Bob
Pubblicato: agosto 30, 2012 Archiviato in: punk | Tags: bob mould, silver age 2 Commenti »
Bob Mould non è una bestia strana come tante icone rock. Non so se vi sia capitato tra le mani la sua bellissima biografia scritta da Azerrad, Mould è una persona normale, come un po’ tutti. Uno che ha subito e male delusioni e tutte da persone che gli erano vicine, uno che passa dalla depressione alla resurrezione e lo fa sembrare un iter necessario, consapevole, anche se faticoso.
Uno che liquida gli Hüsker dü quasi con due parole e definisce il periodo con gli Sugar il periodo più bello della sua vita (un po’ come quelli che dicono che il gruppo vero erano i Kinks e non i Beatles), che passa a dischi semiacustici, elettronici, suona techno e poi ricomincia. Uno che a seconda del momento della giornata potrebbe scrivere un disco struggente e totalmente acustico o un disco punk.
Silver Age è i secondi 5 minuti di Mould, quelli punk rock, quasi come gli Sugar ma non di Copper Blue ma quelli nascosti di Beaster, un disco per forza di cose incompleto e quasi ingenuo nelle sbavature ma onesto. Me lo vedo che dice “va bene così anche se non va bene”. Perché il punk rock è una cosa che necessariamente è per definizione imperfetta, dove le canzoni di un disco che skipperesti sono 3, 4 ma le tieni e le senti perché sai che dopo viene la cosiddetta botta.
Ecco Mould stavolta le botte le ha studiate tutte e bene, le ha infarcite di testi di autoconsapevolezza e scarsa fiducia nel futuro (the descent) e nella certezza che niente è fatto per restare e che se un momento è imperfetto e scheggiato vale sempre la pena di essere vissuto.
Tony Sly (1970 – 2012)
Pubblicato: agosto 2, 2012 Archiviato in: punk | Tags: no use for a name, tony sly 1 Commento »So long, pal
Banana Splittone
Pubblicato: luglio 26, 2012 Archiviato in: emo, punk | Tags: do nascimiento, Gazebo Penguins, splittone, verme Lascia un commento »
Ieri stavo riascoltando lo splittone al mare, mentre l’omino del cocco – l’uomo dalla faringe che fa invidia anche a Jacob Bannon – ha sfoderato la sua arma più forte, un movimento sexy mimato in tutto il suo stile con le anche assieme ad un paio di noci sopra i capezzoli, per dare forma ad un mostro di sudore con la bandana impuntato ad attirare l’attenzione di una signora tedesca che stava leggendo un libro di Danielle Steel poco distante da me. Poi dicono le coincidenze, ‘lo squallore del panorama’ – e non c’entra nulla con il disco in sé, quella della spiaggia è un’immagine un po’ abusata, lo so anche da me, ma mi andava di dirlo perchè lo splittone è uscito il giorno del mio compleanno e quindi è automaticamente il disco dell’estate. È breve, d’impatto, da cantare tutti assieme e soprattutto rappresenta al meglio la serie di amici che se ne vanno e sai che il prossimo anno non torneranno, quelli che fortunatamente sono tornati e non vedevi l’ora di rivedere e quelli che eri sicuro sarebbero tornati, te lo avevano detto loro poco tempo fa facendosi sentire. Chiaramente la coincidenza fa anche ridere.
Gli amici che sono tornati sono i Do Nascimiento e si mettono subito sul podio con una bella medaglia d’oro al collo. Tombino e Amplificatore sono le canzoni perfette per questa estate abbastanza piatta e vuota, piena di paragoni con quelle passate che non aiutano per niente, ma che a quelle sensazioni le canzoni riescono a dare un po’ di senso, recriminando lo star bene e le ingiustizie in parole semplicissime. Boccia vicino al boccino e vittoria in un tripudio di vecchietti che bestemmiano con il bicchiere pieno di acqua brillante, testi che fanno davvero paura per quanto belli – e non lo dico come iperbolone ruffiana, ma proprio a sentimento – e quelle chitarre che devo averlo già detto mille volte quanto mi piacciono. Amici che ho rivisto davvero davvero volentieri e spero si facciano vivi il prima possibile per stare un po’ più a lungo.
I Verme invece sono quelli che ti salutano con un abbraccio di quelli forti, che sai non rivedrai più – e un po’ hai sempre saputo che non sarebbero tornati sempre con cadenza regolare. Lo Squallore Del Tonno e L’inutilità Del Panorama sono le foto degli amici del mare tenute nel cassetto con le altre, perchè i regaz purtroppo hanno detto ciao sul serio, regalando due bombette classiche del loro stile. Punk rock veloce con la Delorean puntata al ’98, o a palla nella mia Punto di quell’anno lì con le birre calde sotto il sedile, con tanta distorsione e il fattore cori al massimo. Nessuno ha mai chiesto nulla di diverso e sono arrivate sempre delle gran soddisfazioni nell’ascoltarli. Peccato, ovvio, che ora tocca tenere strette le poche canzoni che ci hanno lasciato.
I Gazebo Penguins non se ne sono mai andati, sono sempre rimasti lì a tirare fuori canzoni, prima da soli e poi accompagnati. Sono sempre loro che parlano di cose che parlano di cose e di persone, di gruppi, di scacchi, di nostalgie e scatoloni di cose fragili. Solita pacca e giochi di parole.
Tutto questo è disponibile da scaricare gratuitamente grazie al lavoro collettivo di To Lose La Track, Que Suerte!, Neat Is Murder, Two Two Cats. Io l’ho preso un po’ come un regalo bellissimo di compleanno.
Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – ghiboebd – 5/5
Pubblicato: giugno 8, 2012 Archiviato in: pop, punk, robe, top ten, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: dieci canzoni degli anni 90 5 Commenti »La cosa principale è che fino all’ultimo non ho capito se avessi dovuto mettere le canzoni che realmente ascoltavo durante gli anni ’90 o quelle che più mi piacciono di quegli anni. Ne è uscito un mischione senza verso alla fine, l’ordine è sparso e ho dovuto togliere un sacco di gruppi, quindi non la rileggo nemmeno altrimenti finisce che non finisce più.
10) Bran Van 3000 – Drinking In L.A.
Doppione con quella di Mattia, ma è davvero l’essenza pura degli anni ’90. Non erano nemmeno tutti musicisti, o almeno così mi sembra di ricordare. Un pizzico di rap, Adidas qua e là e tanta melodia, più anni 90 di questo ci sono solo le Gazzelle.
9) Sunny Day Real Estate – Seven
Durante uno speciale sui Nirvana su una tv straniera fecero passare un video dei Foo Fighters e chiesi a mio babbo ‘Ma perchè il batterista canta?’. Dopo passarano pure gli SDRE ma ci sono voluti degli anni per ‘ribeccarli’.
8) The Get Up Kids – Ten Minutes
Devo davvero spiegare perchè?
Perchè due accordi sono solo due accordi, oppure sono i Weezer ed è tutta un’altra roba. Folgorato al primo ascolto, peccato non ricordare quando è stato o come ci sia arrivato.
6) Slint – Good Morning, Captain
Altro doppione con Mattia (le nostre top sono in qualche modo gemellate). ‘And I miss you, but not in a Slint way‘.
Scelta senza paraculismi da necrologio. Crescere nella provincia dispersa ti fa rinchiudere in quelle nicchie obsolete di stograncazzo, poi arrivano i Bestie Boys e magari capisci che il rap non è il male. Pezzone e discone.
4) Green Day – Nice Guys (Finish Last)
Ormai una decina di anni fa io e un mio amico, che si sta facendo crescere la barba ma che ha schifato i Mastodon quando li ha visti dal vivo, ci mettevamo a giocare alla playstation sul mio letto, poi prima che lui tornasse a casa guardavamo MTv. Non so perchè collego sempre questa canzone a quella vecchia abitudine durata un paio di annetti buoni. Ciao Alex, ci troviamo un pomeriggio di questi a giocare ad Ape Escape?
3) Mineral – Five, Eight and Ten
Dawson guarda la finestra ma non entra nessuna Joey. Uno dei miei dischi preferiti.
2) Snapcase – Harrison Bergeron
Questa è colpa di un sampler di Rock Sound, o forse di un tizio che adesso sta a Berlino che lo aveva prestato al fratello che a sua volta lo aveva prestato a me. Mi sembra non ci fosse precisamente questa, però ricordo la sensazione che ho provato a sentire quella pacca di rullante che poi non ho più trovato da nessuna parte.
Ammetto tristemente che questa era una delle mie canzoni preferite, poi però sono guarito e il cappellino della new era l’ho rimesso solo per fare dei lavori in giardino. Sì, ero a casa da solo e avevo messo su Three Dollars Bill Y’All$.
Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – ale-bu 4/5
Pubblicato: giugno 6, 2012 Archiviato in: punk, rock, top ten, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: dieci canzoni degli anni 90, gambe di burro, green day, nofx, Pearl Jam, r.e.m., smashing pumpkins, Sottopressione, the get up kids, the muffs, the queers, Weezer 2 Commenti »Prima erano i pezzi che ascoltavo negli anni ’90. Dopo le canzoni più belle degli anni ’90. Poi ancora le canzoni degli anni ’90 a cui sono più legato anche se le ho scoperte dopo gli anni ’90. Quindi non ci ho capito più niente di come dovevo farlo, ho tagliato la testa al toro e ho scelto così come veniva tra tutti i miei CD, vinili e MP3. Che sono tanti, visto che ancora oggi la musica di quel decennio la fa da padrona nella mia libreria. Però le cassette non le ho guardate, quindi sicuramente avrò mancato qualcosa.
In ogni caso, i miei ’90 sono cominciati nel ’94. Il prima nemmeno lo considero. Visto da fuori ero il ragazzino di paese che la mamma metteva sul pullman per andare a scuola vestito come Garrone del Libro Cuore. E che di nascosto si infilava non so perché un cappellino con la scritta “Nigga With Attitude”. Poi “Do you have the time” e tutto è cambiato. A partire da quel cappello chiuso in un cassetto assieme al sogno della Grande Etiopia e della beatificazione di Hailé Sélassié e alle le carte di Magic – successivamente vendute ad un compagno di scuola in cambio della focaccia a merenda. Per quanto riguarda il mio aspetto, comunque, ripensando ad una certa giacca di velluto, alla sciarpa “della Jamaica” (negli anni ’90 si diceva così) lunga fino ai piedi e ai capelli lavati col sapone di marsiglia, non è che la rivoluzione del ’94 sia stata poi ‘sto upgrade. Forse mia mamma non aveva tutti i torti.
Memories apart (che non so nemmeno se si possa tradurre davvero con ricordi a parte, ma suonava bene), ho fatto una faticaccia a ridurre la lista a soli 10 pezzi. Ogni volta che pensavo di averla chiusa, ne aggiungevo 3 e toglievo 2. Anche per i meno avvezzi alla matematica dovrebbe risultare evidente come la metodologia applicata presentasse delle lacune. Ad un certo punto ho dovuto quindi chiudere gli ingressi e invitare la sicurezza ad accompagnare fuori alcune canzoni che si sarebbero stra-meritate di stare qui dentro. Le ultime escluse sono state Feel the Pain e Boxcar. Spero di non aver barato citandole.
Visto lo sforzo, non mi sogno nemmeno di dare un ordine ragionato alla lista. Già è stata dura così. Per cui sempre viva il caro “prima i più vecchi”.
R.E.M. – Find the River [1992]
Automatic for the People credo sia il disco che ho ascoltato più volte. In assoluto, intendo. E ogni volta che arrivo in fondo ancora oggi metto il repeat sull’ultimo pezzo per canticchiarlo sottovoce. Dico sottovoce perché sono stonato come una campana, non per atmosfera. Però cazzo, vi ho visti 4 volte dal vivo, almeno una volta potevate suonarla.
Green Day – Basket Case [1994]
Ogni didascalia sarebbe superflua. I miei anni ’90 sono finiti sottosopra qui, guardando questo video. E anche quelli di Mino Reitano.
Tutto quello che ho messo in questa lista me lo sono portato dietro. Nel senso che continuo ad ascoltarlo, come fossero dischi comprati 10 giorni fa. Però lo spazio che uno ha disposizione non è infinito, come disse il mio 486SX dopo l’ennesima installazione di un punta&clicca della LucasArts, e giocoforza qualcosa si è costretti a lasciare indietro, ad abbandonare lungo la strada. Ecco, io i Pearl Jam saranno 10 anni che li ho abbandonati. Però mi ricordo che ai tempi Vs. era una piccola e piacevole droga. E Daughter la usavo per tappare qualsiasi buco delle cassette da 90.
Sottopressione – Climamorfosi [1994]
“L’odore della lana bagnata dalla pioggia”. Il primo disco dei Sottopressione è uscito 18 anni fa. E ad oggi, per me, questo resta uno dei più bei testi HC mai scritti.
Weezer – The World Has Turned And Left Me Here [1994]
Un mio compagno di liceo, nerd parecchio prima che diventasse cool, mi aveva fatto scoprire il video di Buddy Holly nascosto nel CD di installazione di Win 95. L’avrò guardato 8000 volte. Poi ho comprato il Blue Album. E quando sono arrivato alla terza traccia mi è caduta la mascella.
The Muffs – Sad Tomorrow [1995]
A metà degli anni ’90 volevo sposare Kim Shattuck. Ma sposarla per davvero. Principalmente a causa di questo video, di questo pezzo e di Lori Meyers dei NOFX.
PS: Kim, se dovessi leggere queste righe, non è che io abbia cambiato idea, anzi. Nel caso chiamami che ci organizziamo. Sono quello che in Spagna 3 anni fa ti ha detto 30 o 40 volte “We came from Italy to see you”.
PPS: Courtney Love chiiiiii?
The Queers – Punk Rock Girls [1996]
Nel suo piccolo, una chiave di volta della mia formazione (a)socio/culturale. Con Don’t Back Down (disco) ho scoperto che il “punkrock” (accezione latissima del termine) esisteva al di là di quei 4 grupponi visti in TV, e che avrei potuto sacrificare il 90% di una faticosissima vita sociale andando a vedere gruppi-fichi-pur-senza-video-su-Videomusic su per giù 2 o 3 volte alla settimana. I Queers da allora li avrò visti una decina di volte, l’ultima due mesi fa. Per cui grazie Joe King, you made my life much easier. E hai scritto una chicca di disco.
Smashing Pumpkins – 1979 [1996]
In macchina. Di notte. Nel 2007. Tornando da un concerto dei Chixdiggit a Torino. Tu guidi, gli altri 3 dormono. Ma dormono dormono. A Novara parte 1979. 6 occhi si aprono, restano aperti più o meno 4 minuti e mezzo, si richiudono. Una delle voci assonate commenta: “Gran pezzo”. Eh già, gran pezzo. [versione solo leggermente romanzata di un fatto realmente accaduto. E mi sono autocensurato per non citare la leggenda di Billy Corgan - Jamie Lawson di Super Vicky]
All’inizio avevo scelto Linoleum. Mi sembrava la scelta più ovvia. Poi però mi sono ricordato che The Decline è uscito nel ’99 e l’ho comprato praticamente subito, convinto che sarebbe stato il disco di addio dei NOFX. E del sorriso da ebete stampato in faccia per 18 minuti e 19 secondi, cercando di capire perché non potevo passare alla traccia 2 del disco.
The Get Up Kids – Valentine [1999]
Ormai gli anni ’90 erano quasi finiti. Le cose stavano come stavano e potevi cominciare a pensare a quelli che sarebbero stati inopinatamente definiti “questi cazzo di anni zero”. Poi esce un disco che ribalta parecchie delle carte in tavola, capace di farti sognare di oltrepassare a piedi pari la soglia del ridicolo cantando a squarciagola “You’ll be mine” ad una Valentine qualsiasi. Che poi magari si chiamava pure Silvia o Barbara e ti volevo vedere poi a sistemare la rima.
Ecco fatto. So che non ci sarebbe bisogno di giustificazioni. In fondo, una lista è una lista, e chi può sindacare sul fatto che sia corretta, completa o chissà che altro? Però una piccola postilla la devo fare. Quantomeno a me stesso. Lo so bene che non ci sono né Ramones né Descendents. È che nella mia testa sono due gruppi degli anni ’80. In ogni caso avrei scelto Poison Heart e When I Get Old. Ecco. Ora mi sento più in pace.
Un’ultimissima cosa, questa volta davvero. Non varrebbe, però una fuori classifica mi permetto di metterla. Perché è una cosa a parte, e ci tenevo un po’. Alla fine mica ho firmato un regolamento. Al massimo mi tengo i 4 punti di penalizzazione e le due giornate a porte chiuse per la prossima stagione.
Gambe di Burro – Fuochi Pirotecnici [1998]
Gli anni ’90 per me sono stati anche e soprattutto “i gruppi dei miei amici”. Sono stati la scusa per cui ci siamo conosciuti, per cui abbiamo cominciato ad uscire assieme, per cui avvicinandoci ai “20 anni dopo” continuiamo a vederci più o meno tutte le sere, ad andare ai concerti assieme e a scrivere SMS tipo “ma dove sei? tutto bene? perché non sei qua? sei un paccaro!” a chi per una volta, per un aperitivo della domenica sera, ha semplicemente di meglio da fare. Avrei potuto sceglierne una qualsiasi, tra tanti gruppi e tantissimi pezzi. Ma alla fine ho scelto questa.
Ps: quasi mi dimenticavo. Ecco le altre top 10 di Junkiepop.
I got three chords and a f*ck you
Pubblicato: aprile 6, 2012 Archiviato in: live, punk | Tags: #mimettoancoraleallstar, 30 is the best age for punkrock, head, hischool dropout, leeches, manges, queers 9 Commenti »Alla fine, se ascolti punkrock et similia in Italia, dal piacentino/parmigiano ti capita di passare spesso. E non solo per mangiare pisarei e fasò.
A Fidenza c’è il Taun, che è uno dei posti più belli che esiste dove guardare/ascoltare un concerto (prima o poi giuro che scrivo la top5 delle mie venues – che parolone, sembra di essere a Santa Monica – preferite). Perché il palco è rasoterra, il concerto sembra sentirsi sempre perfetto anche quando per un qualche motivo non si capisce un cazzo, le facce della gente sono simpatiche e le birre in bottiglia sembrano più buone che altrove. E in più il biliardino nella sala accanto sembra messo lì apposta per farti tornare a casa molto più tardi di quanto avessi preventivato.
01:13 PM
“Oh, appena finiscono però ce ne andiamo che domani mi alzo presto.”
“Ok dai, ne facciamo una veloce al 6 e ci mettiamo in macchina”
…….
02:21 PM
“Dai, siamo 9 partite a 2 e sei passato sotto tre volte…domani non ti dovevi alzare presto?”
“Non rompere le palle. Stai zitto e butta la pallina che ti buco col portiere”.
A Salsomaggiore c’è il Devil’s Den, dove ho passato uno dei più bei capodanni che si possa immaginare, dove ho visto il concerto acustico di Kepi Ghoulie più intimo che si possa immaginare (intimo è un eufemismo per “eravamo in 4 gatti”, ma è stato divertente come se fossimo in 100), dove c’è il proprietario che suona in uno dei gruppi più sopra le righe che si possa immaginare e che tiene il blog più addictive che si possa immaginare. E Massoneria Ramonica è uno dei nomi più belli che…vabbeh, si è capito dai.
Poi c’è il Madly, che non so ancora bene dove sia e ogni volta per arrivarci pare di fare un viaggio di 600km. Non ho mai conosciuto qualcuno capace di ricordarsi la strada e di [mode esagerazione]evitare un’odissea tra buie stradine sulle colline[/mode esagerazione], tranne Steps che ogni volta cita un aneddoto casuale di sua zia che abita lì vicino e della pizzeria dove andava anni fa. Poi c’è ‘sto Spazio4, di cui io non avevo mai sentito parlare ma nelle prossime due settimane ci suonano i Sepultura*(!!!) e soprattutto i Chixdiggit.
Poi…poi…poi….vabbeh, poi ce ne saranno sicuramente altri che adesso non mi vengono in mente, e alla fine di questa lista c’è anche il Fillmore. Uno di quei posti di cui senti parlare da una vita ma non ti è mai capitato di metterci piede. Tipo il Covo a Bologna o il New Age Club a Roncade, per intenderci. Il capannone fuori città, in mezzo al nulla col parcheggione davanti. Un Alcatraz di provincia. Che magari né Covo né New Age c’entrano nulla con questa descrizione, ma io me li immagino così. E invece una volta arrivato scopri che è tutt’altro posto, un vecchio teatro riconvertito in mezzo al paese, ed è anche bello. Proprio bello.
In ogni caso, il Fillmore è poco che ha ricominciato a far suonare. O almeno così mi hanno detto. E sabato ci siamo andati per il Three Chords Fest, che era una sorta di capodanno del punkrock. Sì, capodanno: se i cinesi festeggiano il capodanno a fine Gennaio, non vedo perché i “punkrocker” non possano festeggiarlo a Marzo. Informazione di servizio: quest’anno siamo nell’anno del Drago. Per il calendario cinese, non per il punkrock.
Comunque, Highschool Dropouts, Leeches, Manges, Queers e per la prima volta in Europa gli Head. Se ascolti quella roba lì (i Tre Accordi – volutamente maiuscoli – cui sopra) e abiti ad una distanza ragionevole (diciamo 200km, che sono un po’ la linea di confine tra la “sbatta” e il “domani sarà un dramma” per andare a vedere un concerto in serata) una tappa semiobbligata.
Infatti c’era un sacco di gente che veniva un po’ dappertutto. Bergamaschi, bresciani, genovesi, milanesi, modenesi, noi brianzoli e tanti altri che non ho idea di quanta strada si siano fatti. Ma soprattutto tantissime facce conosciute. Ma proprio tante. Quasi tutte, a dire il vero. Senza scomodare la parola innominabile (s___a), una testimonianza di una passione condivisa. Che va al di là del semplice “mi piace quel gruppo lì e vado a vederlo stasera”. E che rende il giro saluti alla fine della serata una specie di tour de force di un’oretta buona, tempestato di “cazzo, un attimo che ho dimenticato quelli là”, col risultato che la mattina dopo le occhiaie arrivano dove comincia la panza ma il sorriso ti resta stampato sul muso come il timbro sul polso.
Nel suo piccolo, dicevo, un evento. Franz, appena entrati, ci ha detto “se volete comprare una maglietta degli Head sbrigatevi, che stanno finendo”. “Finendo? Ma se sono le 9? Ostrega, mi sa che è una serata un po’ diversa dal solito”. Non trovo un modo più facile per dirlo: è stato divertentone. A partire dagli Highschool Dropouts, che io sinceramente conoscevo proprio poco se non per essere un pezzo dei Proton Packs (nel senso che ci suona gente dei, non una canzone dei) ma sono stati un’ottima apertura.
I Leeches invece sono senza mezzo dubbio la migliore live band italiana (per me sono probabilmente la miglior band italiana tout court, ma voglio essere parco e moderato coi giudizi), suonano ogni volta meglio di quanto si possa sperare, sono talmente potenti e pieni che sono riusciti a rompere il palco e i pezzi nuovi promettono una bomba di disco (che in più glielo produce Daniel Rey, non un Maurizio Seimandi Seymandi chiunque). Non che il mio giudizio valga qualcosa, ma se qualcuno non li ha mai visti dal vivo ha una lacuna da colmare. Che poi uno scelga di non farlo, beh, quello rientra nella sfera delle sacrosante libertà individuali e quindi son cazzi suoi. In fondo, anche Lucio Dalla loves The Leeches and I Know Why. E resta il fatto che si meriterebbero il doppio del pubblico che li segue.
Gli Head sono la testimonianza vivente che dopo 20 anni di volontaria reclusione nell’autoanonimato (parafrasando Andrea Manges) si può continuare a spaccare i culi, a divertirsi e a far divertire (perché, personalmente, gran parte del segreto si nasconde in questa parola) senza farsi le pippe con tecnica, precisione e minchiate varie, ma mettendo sul palco una camionata della seconda parola proibita (a________e, le soluzioni a pag.37 del prossimo numero). Best review della serata:
Sono la cosa più simile ai primi due Ramones che io abbia mai sentito – cit. RT ex RB
Mi girano un po’ le palle per non averli cagati come avrebbero meritato prima del concerto, perché mi sarei divertito un sacco di più conoscendo di più i pezzi. Ma la speranza è che a questo punto tornino presto. Mal che vada come testimonial della gelateria più punkrock d’Italia.
Per Manges e Queers cosa si può dire? I primi sono l’unico gruppo italiano capace di crearsi quel tipo di seguito, e un motivo ci sarà, no? E se le prime esibizioni di Mayo alla chitarra mi avevano lasciato un po’ così, questa volta mi son piaciuti molto di più. E pure gli ho comprato il 7″ con gli Head. I secondi quando hanno voglia di suonare (mannaggia a due settimane prima all’Amigdala) sono la definizione esatta di quello che, per me, vuol dire punkrock. E lo sono da 30 anni, tra le altre cose.
Fortunatamente sabato di voglia ne avevano, oltre a dei pessimi occhiali da sole (Joe Queer) e una parrucca discutibile (Lurch). E chi se ne incula se Debra Jean l’han seccata più o meno dall’inizio alla fine. Non penso di aver abbassato il dito o smesso di cantare per un solo minuto, se non per schivare il genio che si è sfracellato a terra 3 volte rivisitando il concetto di stage diving.
In entrambi i casi, 500 persone e 1000 All Star (secondo l’organizzazione, 13 secondo la questura) sotto il palco a cantare tutti i pezzi dall’inizio alla fine, a sudare tutti i 30 anni che in parecchi avevano sulle spalle, a chiederne ancora – di pezzi, non di anni – quando finisce e a commentare la buona riuscita del concerto (thumbs up per Otis Tours, quando ci vuole ci vuole) per l’intero viaggio di ritorno, mettendoci tutta la soddisfazione che l’umarell più accanito manifesterebbe di fronte alla costruzione del Ponte di Brooklyn:
Eh però, sono stati proprio bravi. Quando un lavoro è fatto bene, è fatto bene
* Fillmore. Cartello fuori che recita “Sabato 17 Sepultura Live @ Spazio4″. All’arrivo vediamo una volante della Finanza che parla con un po’ di gente sulle scale. “Si sono fermati qua davanti. Hanno letto il cartello e hanno chiesto se c’era un funerale.” #truestory
Ps: thanx a Danny e ai Secretions per il titolo del post
I’m still young and I’d like to stay that way ’cause growing up won’t make everything okay
Pubblicato: aprile 3, 2012 Archiviato in: punk | Tags: la macchina della nostalgia, mxpx 1 Commento »Qua nel mio appartamento a Ferrara ho una pila di giornali di musica tutta disordinata e ammucchiata su una cassettiera, di fianco a quella dei fumetti (molto più ordinata, ma è anche superfluo dirlo) e a roba varia. In mezzo a quell’ammasso di riviste dovrebbe esserci il numero di Alternative Press che ho preso da Hot Topic a San Francisco due anni fa, letto riga per riga durante l’infinito e tristissimo viaggio di ritorno in terra natia. Se non fossi pigro (e lo sono eccome) andrei a cercarlo per beccare la mega intervista ai gruppi pop punk in voga dieci anni fa che raccontano come riescono a campare fino a fine mese ora che sono finiti nell’ombra delle numerose nuove leve.
Il concetto di base del concerto degli MxPx All Stars Band di ieri sera è stato praticamente questo. Mike Herrera assieme ad una backing band (gli svizzeri Cancer) alle prese con i pezzoni e qualche canzone dal disco nuovo uscito oggi ma che tutti hanno grazie al leak di un paio di settimane fa. Batterista e chitarrista non pervenuti a causa delle rispettive famiglie e full time jobs, la croce sullo stile di vita supergiovane di cui sono stati i paladini in tempi più luminosi.
Io a quei tempi non sono mai stato un loro grandissimo fan. C’era troppa carenza di ‘piangerone’ in quel genere, quindi consumavo i loro dischi solo durante i mesi al mare passati a casa dei miei genitori, con spiaggia e birre fino a tardi e ragazze che giocavano a pallavolo. Non essendo mai andato in skate poi quelle cose le ho sempre assimilate in modo diverso, o almeno chi conoscevo che praticasse quello sport era con il pop punk fino al collo, mentre io ero quello dei lagrimoni che si faceva spezzare il cuore, infatti ogni estate finiva categoricamente più in mood Mass Pike che in Punk Rawk Show.
La scintilla che me li ha fatti ricordare anni dopo averli messi un po’ in disparte è stata la conoscenza di una ragazzina americana – suffisso ina perchè ai tempi aveva diciassette anni e no, non è come sembra – in vacanza studio ai lidi ferraresi – che poi cosa studia una a metà luglio al mare non lo so, ma tant’è – che in risposta ad un cd che le avevo fatto per farle conoscere i gruppi italiani lei me ne spedì uno da Seattle con Say Anything, Sonic Youth, Sleater-Kinney e Move To Bremerton degli MxPx. Ce l’ho ancora da qualche parte. Dovrei aver tenuto anche la confezione del servizio postale americano con la dedica che aveva scritto sopra.
A ripensarci forse avrei dovuto passare il tempo che ho speso muovendomi per andare a trovare morose varie lontane da casa – avuta una sola in loco, tutte distanti le altre – imparando ad andare sullo skate o a fare qualche sport wannabe californiano in cui magari non ci fosse bisogno di un equilibrio stabile o necessitasse di saltare da alte quote.
Ieri sera comunque Mike ha mantenuto la promessa che mi ha dato prima del concerto e Move To Bremerton l’ha suonata. È stato super alla mano e tranquillissimo. Ha fatto una manciata di canzoni acustiche tra cui una dei Tumbledown e poi via ancora con le chitarre elettriche.
Poi vabbè, c’era pure una ragazza bellissima fra il pubblico quindi per citare gli incitabili mi sono invaghito al punk rock show.
Winona, me e il punk
Pubblicato: gennaio 19, 2012 Archiviato in: cinematic, punk | Tags: è amica di courtney love, dave pirner, david duchovny, helmet, meglio amici della merda, page hamilton, punk, ryan adams, se li è fatti tutti, sex pistols, winona ryder 1 Commento »Tornando a casa, alle 20 e 30, da lavoro, ho realizzato che Winona Ryder è la metafora più lapalissiana ed evidente della vita mia e di molti altri.
Faccio un passo indietro e guardo il me poco più che 15enne che vede per la prima volta Mermaids (Sirene) e perde totalmente la testa per quella ragazza che ad un certo punto si veste da Cher, si trucca da Cher e perde la verginità col bello in moto (e gli lecca la giacca di pelle). Non credo di avere mai voluto così tanto essere qualcosa di inanimato come una giacca, di pelle per giunta.
Contemporaneamente quella stessa ragazza se la faceva con lo stronzo più stronzo di tutti (e per questo lo odiavamo un po’ tutti anche perché poi era il fratello bastardo di Robin Hood) ossia Christian Slater, non so se se la facesse veramente ma su Schegge di follia sì, se lo faceva (e ammazzava anche le persone) e se sei al liceo ad occhio di persone ne vuoi ammazzare almeno una sessantina soprattutto se sei sfigato.
Non credete mai a chi vi dirà “io mi sono innamorato di Winona su Beetlejuice” non esiste, non è possibile, a quell’età le occhiaie non piacciono, si hanno.
Detto ciò avevo la mia Brigitte Bardot o la mia Marilyn, capivo ogni volta che mio padre parlava di Rita Hayworth (pur rendendomi conto che con tutto l’amore non parlavamo di Rita la rossa) ed era un po’ come sentire il mio primo disco punk. Quando senti il tuo primo disco punk senti solo quello, non so se lo sapete, per tipo dieci anni. E il mio primo disco punk fu la colonna sonora di The Great Rock’n'roll Swindle. Per me, che ancora non capivo una mazza perché come letteratura musicale mi affidavo ai 500 album rock da salvare di Ernesto Assante, roba che ci sono dentro i 10000 Maniacs per capirci, e la mia concezione di punk era aleatoria, stupida e per lo più sintetizzabile nei “quattroaccordi”. Però era bello, Sid Vicious che canta sguaiato My Way era la cosa più bella del mondo (e lo è ancora) e Winona era i Sex Pistols. In tutto e per tutto.
E io per anni ho dato a Sid Vicious la faccia di Gary Oldman.
Poi Winona Ryder diventa WINONA RYDER, nel senso che il film e il cinema diventano un po’ tutto nella tua vita e il tuo diventa tifo e non vera e propria scienza. Winona Ryder fa tutti film bellissimi che solo a scriverli diventi scemo, Dracula, Night On Earth, Edward Mani di forbice, la moglie minorenne di Jerry Lee Lewis su Great Balls of fire.
Nel frattempo Winona Ryder se li fa veramente TUTTI, e tutti inarrivabile, tipo:
- La prima serie televisiva che ho amato alla follia è stata X-Files e il mio mito era ovviamente Fox Mulder (quindi David Duchovny). Fuori Uno
- Il primo disco veramente alternativo che compri ragionando è Mellow Gold
- ti piacciono i Soul Asylum (e lei si porta Dave Pirner anche in Reality Bites)
- Il primo (forse) film che definisci della vita è Will Hunting
- ami Gold di Ryan Adams e lei ovviamente anche pare
Insomma la faccio breve, hai la fissa del Frat Pack e lei si fa Rob Lowe, Charlie Sheen, Johnny Depp e per davvero Christian Slater, copre tutto l’arco parlamentare chiamato rock alternativo da Adam Duritz e Jakob Dylan a Dave Grohl e Evan Dando, si butta anche sul country con Chris Isaak e arriva a Page Gesù Hamilton.
Sì quello degli Helmet.
Arriva anche a Dodi Al Fayed ma questo facciamo finta non sia mai successo.
Non dico bugie
Insomma Winona è una cagna di attrice (col senno di poi) che riesce a fare film con Jarmusch e Scorsese, che addirittura fa un Alien e se la vince con tutto il mondo perché passi da un aurgh, nooo ad un ohhhh appena appare lei sullo schermo. E solo ora capisci che Winona è un segno, il segno che marchia le cose imperfette che segnerà la tua vita, non ti piacerà mai l’oggettivo ma il soggettivo, i quattro accordi, sguaiati, suonati male ma che sono stati un po’ con tutti.
Ed ecco là che nel momento in cui apri un tumblr decidi che il sottotitolo sarebbe stato “era meglio morire da piccoli che vedere Winona Ryder rubare un tanga in un supermercato e Jar Jar Binks” in cui c’è un po’ tutta l’imperfezione del punk, di quel volere essere differenti ma in fondo un po’ uguali a tutti, ordinari e allo stesso tempo alternativi. Perché poi, ad un certo punto scopri che Winona Ryder piaceva e piace a TUTTI, quelli della tua età, che a loro modo sono punk senza sapere di esserlo. Winona però rubava, ad un certo punto ha dato fuori di testa, è stata fuori dal giro ed è tornata che faceva la mamma di Spock.
Voglio dire se le scrivono una biografia la chiamano Filthy Thong e non fanno una lira di danno.
Sta storia finisce con Black Swan, dove la Winona Ryder di oggi prende il posto della Winona Ryder di ieri, solo che a me la Winona Ryder di oggi non piace (Natalie Portman) troppo costretta in uno stile, troppo perfetta, troppo amabile, forse sono 3, forse sono 5 accordi.
Ma non sono 4, solo Winona Ryder è quattro accordi, come quelli che dici te
At the Drive-in & Refused: rather be dead. E invece…
Pubblicato: gennaio 13, 2012 Archiviato in: hardcore, punk, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: at the drive-in, gli at the drive-in li faranno suonare con gli shandon?, l'unica reunion che mi ha fatto piangere è stata quella delle gambe di burro, mega, mudhoney, quest'anno riabilitiamo....rullo di tamburi....il grunge, refused, reunion show 11 Commenti »At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.
Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.
Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”
In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.
In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…
In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.
Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì, “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:
We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us
Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.
Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.
Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.
Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.
* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.
Tru Punx
Pubblicato: novembre 18, 2011 Archiviato in: comics, punk | Tags: blake, fletcher, la scena, mitch clem, nothing nice to say 1 Commento »Il coinquilinaggio perfetto non esiste. Non esiste nemmeno la parola coinquilinaggio a detta del correttore di word ma non penso sia un problema per nessuno. Esistono però forme di convivenza narrate sullo schermo e sulla carta che sembrano essere la combo perfetta di gag e pace comune, ad esempio il cast di Tre Cuori In Affitto, Mary Tyler Moore assieme alla padrona di casa Rhoda o i soliti battibecchi fra Ben Grimm e Johnny Storm prima che quest’ultimo morisse (perchè è morto adesso, vero?).
Questo discorso molto probabilmente non l’ho mai fatto con il mio ex chitarrista Matteo – che ora trovate qui – ma in sala prove fra migliaia di gag e racconti vari molto probabilmente ha capito bene con chi avesse a che fare, soprattutto conoscendo i miei gusti musicali e ovviamente sapendo di quei quattro annetti circa passati a scrivere biografie di gruppi su ebd, e discorsi sulle nostre esperienze di coinquilinaggio ne sono uscite un vagone. Succo del discorso è che per il mio compleanno si presenta con un pacco alto un tot di centimetri, che io ho scartato con la stessa foga del bambino del video Nintendo Sixty-Four, al cui interno c’erano due libri: Jpod di Douglas Coupland, letto in scaglioni di dieci-quindici minuti per due volte al giorno mentre aspettavo la mia collega in ufficio in perenne ritardo, e Nothing Nice To Say, raccolta del secondo ciclo di strisce più o meno quotidiane disegnate e pubblicate da Mitch Clem sulla sua pagina internet Nothing Nice To Say.
In cosa consiste Nothing Nice To Say? Consiste nella vita quotidiana di Blake e Fletcher (poi appena li li si vede si capisce subito da chi sono ‘parzialmente’ ispirati) assieme ad una serie di simpatici attori che ricoprono cliché e ruoli un po’ assurdi – ma veritieri – della scena punk di oggi che vuol essere quella di ieri, la solita minestra della nostalgia di tempi mai vissuti in chiave ironica e molto più brillante di altri tentativi di porre la questione sul ridere. Non vengono a mancare quindi lo sharp, il ragazzino emo, il tipo con la cresta e un orso (!!) con una maglietta che sembra quella di GI dei Germs ma che non lo è (e no, non sono i Verme, purtroppo). I testi sono un conseguirsi di battute e controbattute acide fra i due personaggi principali e le spalle varie e qualche comparsata dello stesso Clem in versione fumettistica. Vegetariani affacciati alle finestre di un fast food, femministe, ripetersi di quei quattro accordi, reunion show, sellout ma anche incapacità della gente di capire il suo umorismo in sé – cioè quegli ‘episodi bottiglia’ in cui l’autore stesso ammette di non sapere di cosa scrivere e fare della sana autoironia.
Metto come esempio una delle recenti:

Qual’è quindi la motivazione di celebrare un fumetto che è sul mio comodino dal mio compleanno di due anni fa e che non ha fatto, appunto, nulla di nuovo, se non che il buon Mitch abbia recentemente ricominciato a disegnare nuove vignette ogni tot? È successo in realtà che il nostro disegnatore svogliato preferito abbia chiuso una specie di cerchio, nato con la prima vignetta e conclusosi con il flyer di un concerto segreto dei Green Day svoltosi al Red 7, che è un locale in America non so dove precisamente. Ecco qua:


Bravo Mitch!
esci con la maschera di legno
Pubblicato: agosto 1, 2011 Archiviato in: punk, robe Lascia un commento »Tutto questo parlare di un sacco di cose fatte bene e non sapere nemmeno minimamente ed umanamente chi ci sta dietro. Così ho fatto due domande a Jacopo e Fabio di (vita di) Legno e loro, con le dovute tempistiche, mi hanno risposto.
Ciao amici di (vita di) legno, come state? Raccontateci un po’ chi siete e cosa fate che noi siamo ignoranti e ne ignoriamo il tutto. Legno for dummies.
noi due siamo amici da un sacco di tempo. poi ci siamo perduti. ma non perché non ci volessimo più bene. poi ci siamo ritrovati e improvvisamente ci è venuto in mente che non avevamo detto e fatto un sacco di cose. quindi stiamo cercando di recuperare il tempo perso. così un giorno forse avremo meno rimpianti.
Dall’epoca degli assiro babilonesi i regaz del giro della musica indipendente sono sempre stati in mezzo all’arte, alla grafica, ai fumetti e via di matite e pastelli. Non voglio chiedervi il perché, voglio solo sapere come procedono i lavori di Legno e se magari mi raccontate due cosine riguardo i primissimi e gli ultimi lavori.
c’è da metterei puntini sulle i. Legno e (vita di) legno sono due cose indipendenti. (vita di) legno racconta e Legno fa. è come se uno fosse un diario e l’altro invece una lista delle cose da fare. Legno è un piccolo studio di grafica e serigrafia che permette a jacopo e stefano (holidays records) di pagare le bollette stampando dischi, magliette, poster e facendo cose legate alla musica indipendente e non.
c’è della passione ma anche la necessità di portare a casa del pane.
(vita di) legno racconta delle cose di relativissima importanza. a volte parliamo di musica. a volte pubblichiamo racconti di amici. altre volte tagliamo conversazioni che facciamo su scaip e gli diamo la forma di racconti (telegrafi) scritti a 4 mani. lo facciamo prima di tutto per noi due. perché il febio ha la memoria di reinmen e jacopo invece fa fatica a ricordarsi il suo nome.
ci piacerebbe fare una fanza prima o poi. con un po’ di racconti. con delle cose così. senza pretese. ci stiamo lavoricchiando a tempo perso. non sarà facile ma un giorno ce la faremo.
e poi prestone esce la cassetta dei do nascimiento che coproduciamo insieme a two two cats bad tapes. mentre siam qui a rispondere il daunlò gratuito è già partito da qualche settimana. e magari ne faremo altre. magari no. boh. insomma non ci costringe nessuno. finché ci fa piacere fare queste cose le facciamo. un giorno forse non avremo più tempo e non avremo più voglia e jacopo comincerà a giocare a pocher su internet, mentre il febio si appassionerà al giuoco della pétanque.
Ieri sera mentre appendevo il poster di Legna pensavo che fare le foto e appenderle al muro è un po’ la stessa cosa che facevano gli uomini barbuti della pietra e del fuoco dentro alle caverne. Che ne pensate? No dai, diteci un po’ dei dischi che state più che giustamente pompando e magari due paroline anche dietro alla scelta un po’ collettiva di mettere tutto in fri daunlò.
il fri daunlò è a parer nostro la strada più giusta ed eticamente più corretta in questi tempi di social netuorc e vita sul ueb. è un bel modo di creare un legame tra la banda e chi ascolta. è un bel modo per creare empatia riguardo alla bellezza di fare un disco e farlo girare e ricevere dei commenti positivi. grazie al fri daunlò tutti si sentono coinvolti da subito e le canzoni non sono più solo della banda ma di tutti coloro che le condividono. condividere qualcosa che parla della persona che condivide ma anche della persona con cui si condivide qualcosa fatto da qualcuno con cui si ha da condividere delle cose. cosa? dài, ci siamo capiti.
Ma che poi noi siamo anche degli stronzi a cui piace l’emo quello bello senza fronzoli ma con la frangia, voi che ci siete in mezzo e c’eravate e ci sarete, che dite, fa ancora beccare la musica frignona? Tipo che adesso doveste far colpo sulla bella della scuola, quali sarebbero i pezzi da farle venire il magone?
non riusciamo a rispondere bene a questa domanda. probabilmente nel micsteip per la bella della scuola jacopo metterebbe del rep e bionsè; il febio invece sam cooke, o marvin gaye, quel soul che ti fa ballare i lenti stettistretti e insieme togliere i vestiti di dosso. a un certo punto della vita ci son delle canzoni che son come guardare delle foto vecchie. non è vivere nel passato ma vivere la giornata con l’entusiasmo di quando eravamo un po’ più spensierati. questo che si tratti di emo o panc o roc o rep. ci piacciono i gruppi che si sentono a proprio agio ovunque senza sentire la necessità di appartenere a una nicchia, perché quello che fanno lo fanno col cuore in mano e senza preconcetti. Il cuore è lo strumento che si fa più sentire.
Ma che poi, di sto micropippone via mail che ne uscirà? Tipo Luca Carboni che c’è rimasto negli anni ‘80 e fa combutta con il sosia di Paul McCartney?
noi ci siamo presi molto sul serio. forse siamo scemi.













