Tranquilli è tutto sotto controllo
04 mercoledì gen 2012
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04 martedì ott 2011

Avete presente gli speciali di Vh1 sui dischi rock dove una volta su due c’è Scott Ian degli Anthrax, Alice Cooper e le gemelle Olsen che parlano dei loro ricordi legati al disco? Ecco, Kekko ha voluto fare qualcosa del genere ma molto meglio, perchè ci sono tante persone imbazzate qua e là, gente che suona, che ascolta, che scrive di chi suona eccetera. Il tema è il ventennale di Nevermind ed è pieno di piccoli racconti veloci veloci da leggere prima di andare a dormire, un po’ la preghierina di fronte alla maglietta con lo smile o con la copertina del disco che adesso usate solo per imbiancare casa e che ha dei buchi grossi come un palla da biliardo. Lo potete trovare qui, in pdf così lo stampate e in epub così lo potete leggere sui vostri smartquellochevolete in giro. Anzi, intanto che ci siete spargete il verbo che merita.

01 lunedì ago 2011
Tutto questo parlare di un sacco di cose fatte bene e non sapere nemmeno minimamente ed umanamente chi ci sta dietro. Così ho fatto due domande a Jacopo e Fabio di (vita di) Legno e loro, con le dovute tempistiche, mi hanno risposto.
Ciao amici di (vita di) legno, come state? Raccontateci un po’ chi siete e cosa fate che noi siamo ignoranti e ne ignoriamo il tutto. Legno for dummies.
noi due siamo amici da un sacco di tempo. poi ci siamo perduti. ma non perché non ci volessimo più bene. poi ci siamo ritrovati e improvvisamente ci è venuto in mente che non avevamo detto e fatto un sacco di cose. quindi stiamo cercando di recuperare il tempo perso. così un giorno forse avremo meno rimpianti.
Dall’epoca degli assiro babilonesi i regaz del giro della musica indipendente sono sempre stati in mezzo all’arte, alla grafica, ai fumetti e via di matite e pastelli. Non voglio chiedervi il perché, voglio solo sapere come procedono i lavori di Legno e se magari mi raccontate due cosine riguardo i primissimi e gli ultimi lavori.
c’è da metterei puntini sulle i. Legno e (vita di) legno sono due cose indipendenti. (vita di) legno racconta e Legno fa. è come se uno fosse un diario e l’altro invece una lista delle cose da fare. Legno è un piccolo studio di grafica e serigrafia che permette a jacopo e stefano (holidays records) di pagare le bollette stampando dischi, magliette, poster e facendo cose legate alla musica indipendente e non.
c’è della passione ma anche la necessità di portare a casa del pane.
(vita di) legno racconta delle cose di relativissima importanza. a volte parliamo di musica. a volte pubblichiamo racconti di amici. altre volte tagliamo conversazioni che facciamo su scaip e gli diamo la forma di racconti (telegrafi) scritti a 4 mani. lo facciamo prima di tutto per noi due. perché il febio ha la memoria di reinmen e jacopo invece fa fatica a ricordarsi il suo nome.
ci piacerebbe fare una fanza prima o poi. con un po’ di racconti. con delle cose così. senza pretese. ci stiamo lavoricchiando a tempo perso. non sarà facile ma un giorno ce la faremo.
e poi prestone esce la cassetta dei do nascimiento che coproduciamo insieme a two two cats bad tapes. mentre siam qui a rispondere il daunlò gratuito è già partito da qualche settimana. e magari ne faremo altre. magari no. boh. insomma non ci costringe nessuno. finché ci fa piacere fare queste cose le facciamo. un giorno forse non avremo più tempo e non avremo più voglia e jacopo comincerà a giocare a pocher su internet, mentre il febio si appassionerà al giuoco della pétanque.
Ieri sera mentre appendevo il poster di Legna pensavo che fare le foto e appenderle al muro è un po’ la stessa cosa che facevano gli uomini barbuti della pietra e del fuoco dentro alle caverne. Che ne pensate? No dai, diteci un po’ dei dischi che state più che giustamente pompando e magari due paroline anche dietro alla scelta un po’ collettiva di mettere tutto in fri daunlò.
il fri daunlò è a parer nostro la strada più giusta ed eticamente più corretta in questi tempi di social netuorc e vita sul ueb. è un bel modo di creare un legame tra la banda e chi ascolta. è un bel modo per creare empatia riguardo alla bellezza di fare un disco e farlo girare e ricevere dei commenti positivi. grazie al fri daunlò tutti si sentono coinvolti da subito e le canzoni non sono più solo della banda ma di tutti coloro che le condividono. condividere qualcosa che parla della persona che condivide ma anche della persona con cui si condivide qualcosa fatto da qualcuno con cui si ha da condividere delle cose. cosa? dài, ci siamo capiti.
Ma che poi noi siamo anche degli stronzi a cui piace l’emo quello bello senza fronzoli ma con la frangia, voi che ci siete in mezzo e c’eravate e ci sarete, che dite, fa ancora beccare la musica frignona? Tipo che adesso doveste far colpo sulla bella della scuola, quali sarebbero i pezzi da farle venire il magone?
non riusciamo a rispondere bene a questa domanda. probabilmente nel micsteip per la bella della scuola jacopo metterebbe del rep e bionsè; il febio invece sam cooke, o marvin gaye, quel soul che ti fa ballare i lenti stettistretti e insieme togliere i vestiti di dosso. a un certo punto della vita ci son delle canzoni che son come guardare delle foto vecchie. non è vivere nel passato ma vivere la giornata con l’entusiasmo di quando eravamo un po’ più spensierati. questo che si tratti di emo o panc o roc o rep. ci piacciono i gruppi che si sentono a proprio agio ovunque senza sentire la necessità di appartenere a una nicchia, perché quello che fanno lo fanno col cuore in mano e senza preconcetti. Il cuore è lo strumento che si fa più sentire.
Ma che poi, di sto micropippone via mail che ne uscirà? Tipo Luca Carboni che c’è rimasto negli anni ‘80 e fa combutta con il sosia di Paul McCartney?
noi ci siamo presi molto sul serio. forse siamo scemi.
23 sabato apr 2011
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Creatività nell’arte del fare spot pubblicitari. Dopo un piccolo Darth Vader wannabe nello spot Volkswagen, ora un piccolo Thor distrugge un’automobile per sponsorizzare l’uscita dell’imminente film. Ci sono alte probabilità che questo spot sia più bello di quanto vedrete al cinema. Ah no dai, nel film almeno c’è la Portman.
12 martedì apr 2011
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Ve lo ricordate il finto trailer che uscì l’anno scorso per attirare l’attenzione dei produttori su un ipotetico reboot del film di Mortal Kombat? Tale idea è stata colta al volo dai producer (sono ancora Boon e Tobias?) ed ecco il primo episodio di questa miniserie visibile al momento solo su web, creata per presentare e rinnovare la storia del nuovo capito della saga del videogames, che non è altro che un – rullino i tamburi – un reboot dei primi tre MK, rimpastati in una storia dove Raiden del futuro manda un messaggio al sè stesso del passato per informarlo della vittoria di Shao Khan contro le forze del bene.
Qua il nuovo trailer e qua il primo episodio.
Ah sì, poi c’è pure questo:
21 lunedì mar 2011
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Chè in effetti gli manca solo quello per diventare dominatore del mondo.
Fatto è che Fake Vintage Tech Posters immagina eventuali campagne pubblicitarie di Social Network o applicazioni varie (Facebook, Twitter, Youtube etc) partorite alla fine degli anni 50. Come se ci fosse la Sterling e Cooper dietro insomma.
Bellissimo
18 venerdì mar 2011
Cerco di usare con parsimonia termini come “geniale” “capolavoro” e cose così. Anzi non li uso quasi mai.
Ma entrambi i termini accostati a Lynch sono più che adatti, e per l’autore e per le sue opere.
Detto questo fottutamente genio è chi si è messo a paragonare le capigliature del caro James Stewart venuto da Marte con dettagli di capolavori di pittura.
Applausi, davvero.
05 sabato mar 2011
Non solo la colonna sonora di Tron (peraltro abbastanza dimenticabile) non solo un disco di remix della stessa (che si spera migliorino non di poco la situazione), non solo l’uscita a brevissimo della Daft Cola (non ci credete? guardate sotto)

Ma ora i Daft Punk (ok non proprio loro) vi faranno perdere almeno quelle due ore del vostro tempo, basta la vostra tastiera (non c’è da installare nulla) e andare qui. Potrete mettere gli Harder, Faster etc vocoderizzati a vostri piacimento.
Io ho dovuto spegnere il pc per smettere.
05 mercoledì gen 2011
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Che succede se pesti i piedi a un pittore, e soprattutto se la guerra si fa a graffiti. Musica 8 bit e grafica Banksiana.
Paraculo ma bello
19 domenica dic 2010
Sono salito in casa di fretta facendo gli scalini a due e due con il buon intento di mettermi qua e buttare giù un bel po’ di righe. Però come spesso mi capita il foglio bianco del programma di videoscrittura non è il miglior punto di partenza per far lavorare il cervello. O forse fuori faeva troppo freddo e sia mani che materia grigia stanno ancora cercando di sghiacciare il vetro della macchina e scaldare il motore.
Natale e natale, questo strano periodo che vivo in maniera sempre diversa. Ne ho avuti di migliori ma anche di molto peggiori di questo pensandoci bene. Almeno sto provando ad entrare in percentuale minima nello spirito, mettendo qualche passo davanti all’altro pian pianino, come se dovessi indossare il costume di Santa Claus e fare una sorpresa alla prima elementare della scuola del mio paese. Molto probabilmente non lo farei perchè non è una mansione retribuita.
Insomma, capita che spinto dalla voglia di festeggiare la nascita del bambino Gesù in largo anticipo mi metta di buon impegno e compili un bel cd di diciassette canzoni natalizie. Ci sono i Coldplay del caso che capitano a fagiuolo ma anche le scelte scontate di Bright Eyes e Sufjan Stevens (direi perlopiù ievitabili) e ascolto solo questo cercando di apprezzare il periodo.
Dieci di sera (circa un’ora fa ma chissà quando lo posterò), prima di uscire dal locale faccio un paio di saluti a chi mi ha abbeverato, chi ha messo i dischi e chi ha organizzato la serata e intanto mi preparo già all’escursione termica con giacca, sigaretta e cuffie pronte nelle orecchie. Primo passo fuori dall’uscita do un colpo all’accendino e frugando nella tasca schiaccio play a casaccio.
Miracolo o magia del natale dagli altoparlanti esce la canzone perfetta per la situazione. Se fossi stato in un film natalizio la musica prima si sarebbe sentita piano come se la stessi ascoltando solo io, poi al bancone dei suoni qualcuno avrebbe fatto esplodere le casse della tv con quell’accordo ostinato di chitarra pulita continuo.
Continuo a camminare facendo lo slalom fra i cumuli di neve rimasti intatti in via San Romano e rido ai cartelli delle bancherelle dei cinesi che millantano di vendere prodotti ferraresi tipici fra banane e bottiglie di Ceres. Sotto la giacca con il partire della voce di Caithlin De Marrais cresce uno strato extra di pelle d’oca sopra quello dovuto dal freddo. Fissando le luci intermittenti degli addobbi natalizi, fra il gelare della mano lasciata senza guanto per poter fumare e la gente che passa con le borse dei negozi piene, parte il cantato:
no one defies artificial light
simultaneous sitting ’til you atrophy
maybe you try to be pretty instead of kind
why is this technology an anathema to me?
I brividi continuano per tutta la canzone, mentre cammino fino al parcheggio sullo strato di ghiaccio rimasto sulle scale, rischiando la caduta ad ogni passo. Spengo l’iPod e parto dritto verso casa, un po’ sperando di trovare qualcuno, magari una ragazza bellissima sul divano che suona la chitarra e fuma una sigaretta, un po’ Carla Bruni o un po’ Emily Haines, o anche il mio coinquilino che prepara un sacco di cioccolata in tazza dicendomi che ci sarebbero stati ospiti a breve. Invece salito di corsa come scritto sopra non c’è nessuno, ma sorrido comunque e mi lancio sul divano un secondo a togliermi le scarpe.
Via di pantofole di Batman e pigiama, in tv parlano dei Pink Floyd.
Buon Natale in anticipo!
03 mercoledì nov 2010
Tag
BFI, bruce springsteen, Bruuuuuce, cake or death?, cose buone e giuste, cose mie, credo, Darkness on the Edge of Town, esseri umani, faith, fans, fede, fede ben posta, Festa del Cinema di Roma, gente che non sta bene, gente famosa, gente molto felice, grazie a dio sono atea, idolatria, Londra, New Jersey, ossessioni, prolissità, religiosità, Roma, The Boss, The Promise, vediamo quanti crazy christians arrivano qui con queste tag, worshipping at the Church of Springsteen
Dicono che non dovresti mai conoscere i tuoi idoli perché la delusione è garantita. Forse io sono stata fortunata perché nella mia vita diciamo da adulta consapevole, cioè dai 15 anni in poi (perché prima di allora c’erano Michael J. Fox, Tom Hanks, Bryan Adams e Freddie Mercury e non li contiamo, ok?) ho sempre avuto grandi passioni e infatuazioni più o meno serie per gente alla quale – per via del mio lavoro – mi sono ritrovata piuttosto vicina, e con la quale ho potuto intrattenere almeno una conversazione, se non addirittura arrivare a sviluppare un rapporto di amicizia, a volte anche relazioni sentimentali. In molti di questi casi – specialmente nel caso di attori e scrittori, direi – c’è da constatare che la sostanza è poca, ma delusioni grosse non ne ho avute. (Vigorose spremute di cuore sì, bisogna ammetterlo.)
Mantenere le aspettative a un livello gestibile non mi è stato troppo difficile. Io non credo al processo alchemico del talento, a quella cosa mistico-cosmica che dovrebbe trasformare una persona normale che si sveglia con la piega storta della federa del cuscino stampata in faccia, si fa un caffè e va al cesso come tutti gli esseri umani, in una specie di flauto magico attraverso il quale soffia il genio dell’Arte quando sale su un palco o si siede al suo scrittoio. Non ci credo perché sono atea e perché la trascendenza ha poco a che vedere con il mazzo tanto che gli artisti (o anche gli sportivi) che più ammiro si fanno quotidianamente per arrivare dove sono arrivati/e. Certo, una base di attitudine particolare ci deve essere, ma una volta che hai visto un attore fare gli esercizi di testo a casa, preparare le corde vocali, andare in palestra, allentare l’elastico della mascella per meglio adempiere alle richieste del pentametro giambico, c’è poco di sovrumano.
Eppure c’è gente che quando sale su un palco si trasforma in un qualcosa di più. Quando Bruce Springsteen sale su un palco con una chitarra in mano è difficile mettersi a pensare alle ore e ore che deve aver passato da ragazzino ossessivo a imparare a fare gli accordi, ai tagli e ai calli che ti crescono sulle dita quando cominci ad allenarti, alla tendinite e all’artrite che ti aspettano quando le falangi si disarticolano sempre più per arrivare a un paio di tasti più in là, allargando le ottave che riesci a comandare. Quando andai al mio primo concerto di Springsteen scrissi, da atea convinta, che la cosa più vicina a quell’esperienza doveva essere la festa di compleanno di dio. La mia conversione alla Chiesa di Springsteen la raccontavo qui. E in effetti, pur con tutto il Santommasismo che mi ritrovo, confesso che mi è difficile non vedere la mia adorazione completa di Springsteen, Bruce Frederick Joseph come una specie di fede. Che ha il suo credo (I believe in the love that you gave me, I believe in the faith that can save me, I believe in the hope and I pray that someday it may raise me), il suo paternoster (hey-ho rock’n’roll deliver me from nowhere), i suoi salmi che parlano di terre promesse e di sogni Americani, la formula per il matrimonio, per il divorzio, e per tutti i sacramenti.
Con questo approccio la cosa che è più difficile da tenere in mente quando Bruce te lo ritrovi davanti un venerdì di ottobre sotto al ponte di Waterloo, se prima d’ora l’hai visto solo da lontano, o al massimo a un paio di metri di distanza in mezzo a una folla di 80000 persone passandogli un cartellone (ti guarda dritto negli occhi e ti chiede se sei tu quella che si sposa le settimana prossima, e se la canzone è per te – ti senti come se il sonar di una balena ti stesse facendo uno scan a ultrasuoni dell’anima e gli rispondi solo con un deciso “sì”, neanche in inglese), è che alla fine è un essere umano come te. I Wayfarers neri probabilmente ce li ha perché ha le occhiaie ed è sfatto dal jet lag (che si sa a venire in qua è molto peggio che a andare in là), non solo perché i flash dei paparazzi sono veramente abbaglianti. Quando lui arriva la gente applaude e parte il solito coro “Bruuuuce” – mi sorprende solo che non abbiamo automaticamente cominciato a fare “Oooooh oooooh ooooh oooh-oh” intonando Badlands come hanno fatto a Roma, ma si sa che i londinesi sono compìti, e dopo poco si tranquillizzano. A differenza di Roma non c’è tanta gente, e la security è rilassata, quella di Londra è una premiere intima, quasi segreta. Lui fa un gesto come a dire c’è posto per tutti, lasciate che i pargoli vengano a me, e scende una specie di silenzio trepidante. Si calma tutto tranne le mie mani, che mentre cerco di fare più foto possibili rendono il lavoro più difficile possibile all’autofocus della mia macchina fotografica. Stringo un pennarello, il catalogo di una mostra di foto di Eric Meola, e il mio cd di Darkness on the Edge of Town (i miei vinili – maledizione – sono a casa a Francoforte dove ho il giradischi).
Di fianco a me una ragazza gli passa un biglietto da 5 Euro e Bruce mi guarda e dice “is this legal? Can I sign this?” Io sorrido, non lo so, lui ghigna e le dice “ok, but don’t put it on eBay”. E a questo punto è il mio turno, ho un sorriso enorme stampato in faccia e non so cosa dire, la gioia è talmente tanta e lui è molto più basso e bello del previsto. “What have you got here?” Gli passo il catalogo che è pieno di foto di lui, tutte bellissime, che raccontano una storia di prima che io nascessi. Lo sfoglia, mi chiede cos’è; gli spiego che in Settembre qui a Londra c’è stata questa mostra delle foto che gli fece Eric Meola per la copertina di Darkness – la copertina che non fu, perché alla fine fu la faccia della celeberrima foto di Frank Stefanko, l’amico non professionista, a raccontare la storia della stanza di Candy, di quelli che vanno a fare le corse in macchina, di quelli che cercano disperatamente qualcosa nella notte al bordo dell’oceano su Kingsley Avenue (dove anche io mi sono persa cercando di trovare lo Stone Pony), e del suo papà assordato dalle macchine della fabbrica di plastica (la fabbrica maleodorante che ho visto a Freehold, New Jersey l’anno scorso, quando ho fatto il pellegrinaggio Springsteeniano). Sono tra le mie storie preferite.
Lui dice che non sapeva della mostra, mi chiede se mi è piaciuta, temo che mi esca dalla bocca un cosa vuoi che ti dica Bruce, sì o no? Se vuoi ti do anche il PIN del mio bancomat, un rene, un figlio, tieni, prendi tutto ciò che vuoi. Invece lo guardo, sorrido, sono calma, non mi sembra neanche vero – poi mi chiede se voglio che firmi anche Darkness perché ce l’ho in mano, e io certo, e poi respiro e dico grazie. No, grazie davvero, sai, grazie perché l’anno scorso a Roma hai suonato la mia canzone. Davvero, fa lui, e che canzone era? Era I’m on Fire, il cartello diceva che mi sposavo la settimana dopo – ah, fa lui, il cartello non me lo ricordo, ma che abbiamo suonato la canzone sì. La paralisi dei muscoli facciali ora è accompagnata da un’emozione profondissima ma anche da una grande tranquillità, il tempo si è fermato e mi sembra che potrei parlare con lui per un’eternità e che sarebbe sempre così gentile. “So, how’s the marriage thing working out for you?” mi riporta in terra, e gli rispondo che va tutto benissimo, che siamo ancora sposati e ci amiamo tantissimo. E lui, serio, dice solo “That’s important. That’s good.” Queste sono le cose serie, capito. Gli chiedo se possiamo fare una foto insieme e lui mi guarda e sorride e annuisce e dice “if you can figure it out…” – la mia mano destra trema e non riesco a pensare che sarebbe meglio passare la macchina a qualcuno lì di fianco a me, e che ho ancora lo zoom da prima quando cercavo di fargli un primo piano. Allungo un braccio con l’obiettivo rivolto verso di me, e Bruce mi dice guarda che devi venire più vicino perché così non ci si vede tutti e due. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé. Scatto. “Fa’ vedere,” dice, e attraverso gli occhiali scuri non so cosa veda in realtà ma mi dice “I like that. That’s good.”
That’s good è una cosa che Bruce dice spesso, e davvero non riesco a pensare a un’altra frase che possa rappresentarlo meglio. Perché semplicemente è buono sapere che quando metti tanta fiducia, rispetto, e una specie di forma adolescenziale di amor cortese in un uomo che molto probabilmente non saprà neanche che esisti, tutta questa fede non è mal posta. Ma anche che sia un gran bene che quello che hai davanti sia un essere umano e non una divinità, uno che capisce la tua emozione ed è capace di comportarsi con te come un equivalente essere umano. Che risponde a quello che dici e fai, e che ti fa sentire come se in quel momento le altre duecento persone lì non contassero perché la sua attenzione è per te. Capisci che quello che vedi sul palco è carne e ossa, e che per la magia e il momento della consacrazione l’ingrediente fondamentale sei tu – che è un po’ la cosa che dice qualche ora più tardi, quando invece di andare via dopo la proiezione stampa Bruce rimane al cinema e torna dentro per presentare la proiezione per i comuni mortali. Che sono la cosa più importante, dice, i fan, la conversazione che ho avuto con voi dall’inizio fino ad oggi, voi che mi avete ascoltato e che avete risposto a quel che avevo da dire mentre cercavo di avvicinarmi a capire chi sono.
Mi hanno detto alcuni che avevano i posti in fondo che a circa venti minuti dalla fine Bruce è rientrato nel cinema e si è seduto a guardare il film – che era il documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town. Quando lo vedrete (e vedetelo anche se non siete fans, perché è un bellissimo film musicale, e un grande documentario sulla creatività), vedrete più o meno questo:
Chissà che effetto deve fare rivedersi com’eri a ventisette anni, posseduto da una mania che non è perfezionismo, ma desiderio furioso di essere capito, e terrore di essere frainteso. Vedersi magrissimo e stanco in cima ad una collina con in mano tutto quel che hai, con addosso il peso di aver capito che scappare da ciò che ti spaventa non è possibile, che l’oscurità ai margini della città va guardata dritta, affrontata, compresa e incassata. Chissà come deve essere guardarsi nel passato ed essere in grado oggi di avere questa onestà:
My music was a tool for detective work. At some point I think that’s why the records took a long time, I identified with music so deeply… And I’m still so deeply connected to my work that the questions that I tried to answer at 27: who am I? Where do I belong? What’s it mean to be working? What’s possible to address as a musician? What does it mean to be an American? What does it mean to be a son? A friend, you know? Later on, a father? These are all things that I felt driven to search through the mysteries of in my music.
I don’t know if it was a choice. I think in the end very often your stories choose you, rather than you choosing your stories.
And I think as a young man I had so much confusion that this was my way to try and resolve and repair. All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing work.
And that was how I thought of my craft. *
Chissà se ci si sente orgogliosi o imbarazzati quando la tua musica fa da colonna sonora alle vite di tante persone tutte diverse tra loro, e queste persone quando le incontri ti ringraziano per cose di cui non sai quasi niente. Non riesco a immaginare che cosa penserà Bruce Springsteen quando si ritrova davanti ragazze con l’espressione di Bernadette davanti alla madonna, uomini grandi e grossi con tatuaggi tamarri della sua faccia sui bicipiti pompati che gli porgono un pennarello con gli occhi lucidi e la lacrima pronta, bambini accompagnati da genitori che sperano nel contagio genetico del contatto con il Boss e li mandano col cartellone che al concerto non aveva suonato a farselo firmare “to Mom, Bruce Springsteen.”
Ma c’erano professionisti delle star, ministri, ex direttori generali della BBC, scrittori in erba, scrittori affermati, comici Gallesi sfigati, un Ragazzo Disegnato Male, e davanti a Bruce Springsteen la settimana scorsa tutti avevano la stessa faccia delle grandi occasioni che avevo io. Lui ha firmato qualsiasi cosa (tranne un biglietto FFSS di una cretina Italiana che è arrivata attratta dal tappeto rosso come un torello alla corrida, e ha commentato: “ah, Bruce Springsteen a me non piace, ma è famoso, dai prendiamo l’autografo” e ovviamente non è stata fatta passare da nessuno), ha parlato con un sacco di gente, stretto mani, fatto sorrisi che avevano tutta la parvenza di essere genuini con una generosità e una calma straordinarie.
Forse la cosa sta non tanto nello scegliere le proprie ossessioni con certezza, ma nella fortuna di essere ossessionati da cose in cui vale la pena credere. Se i tuoi idoli sono esseri umani è tutto molto più a portata di mano. E’ molto più facile non rimanere delusi. E’ molto più facile credere in questo con tutta la follia che la cosa richiede. E’ molto più facile vedere le prove inconfutabili dell’esistenza dell’uomo – and that’s good.
P.S.: Qui c’è Emiliano che vi racconta l’apparizione di Springsteen alla Festa del Cinema di Roma. Quello che Emiliano non dice è che l’odore di Bruce Springsteen non è odore di autoabbronzante o di profumi burini tipo CK One. Springsteen profuma di uomo buono e pulito, con retrogusto di giacca di pelle, ha le rughe e la barba grigia e non usa il gel. (Non scherzerete mica, questa cosa mi preoccupava tantissimo.) E che comunque la sua abbronzatura è stata ben più color Venditti in certi altri momenti di quanto non fosse la settimana scorsa. Ma forse tra Londra e Roma si è fatto una lampada, non saprei.
P.P.S: Qui c’è The Promise, cha dà il titolo al nuovo/vecchio album di outtakes di Darkness – una canzone che se siete di quelli che Thunder Road è LA canzone, questo è il seguito. E’ seconda solo a Racing in the Street nella lista di cose che mi fanno versare fiumi di lacrime.
02 giovedì set 2010
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Una volta ci si registravano mixtape e film, oggi con le pellicole dei nastri e delle vhs ci si fanno ritratti di personaggi famosi e scene di film.
Qui la galleria
28 mercoledì apr 2010
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Mi avessero chiesto due settimane fa “chi è Stephen Shore” avrei risposto “non saprei”.
Poi caso vuole che capiti al Museo di Roma in Trastevere in un pomeriggio di domenica e che ci si dica “andiamo”. Ed entriamo forse più stuzzicati dalla retrospettiva su Ferlinghetti che altro.
Invece ci troviamo di fronte a una serie di scatti, di Stephen Shore appunto, che a me scatenano una serie di voli pindarici cinematografico letterari del tipo: è così che ho sempre immaginato i romanzi di Lansdale, di McCarthy e di Richard Yates. Dettagli, scatti e semplici panoramiche dell’america di provincia, quella dei motel e dei ranch, dei cinema di b-movie e dei ristorantini da 4 soldi.
Una meraviglia, per chi (me come moltissimi altri al mondo) amano la letteratura americana moderna e che sono affezionati a quel realismo da carta di celluloide di romanzieri citati sopra.
Biographical Landscape, fotografie di Stephen Shore 1969-1979 è fino al 23 maggio al Museo di Roma in Trastevere, io fossi in voi ci andrei.
13 martedì apr 2010
I Papa Roach sono uno di quei gruppi che ha una responsabilità storica (un po’ come Fini Casini e Bossi che per vent’anni sono stati alleati di Berlusconi) sì quelle robe che a nominarle quando si è vecchi ci si vergogna per loro e per i danni che hanno fatto.
Ecco i Papa Roach furono uno di quei gruppi manifesto motivo fondante per cui il nu-metal è finito a puttane (la lista dietro loro diventerebbe lunga ma loro sono nella top 3, poi magari ci faccio un post con Kekko Farabegoli) .
Sembra che non basti questa di responsabilità ma che a tutto ciò vada aggiunta un’onda di revivalismo spiccio, sono diventati insomma una di quelle cose da risentire dopo anni che per metà ti fanno dire “mazza però oh, c’aveva un bel tiro” e per metà dire “ma come cazzo facevo io ad ascoltare certa roba”.
Last Resort è una di quelle canzoni che a me, ogni volta che capita di beccarle da qualche parte (Virgin Radio di solito ha una playlist talmente sfigata da prenderli in considerazione) mi mettono un brivido lungo la schiena.
Evidentemente questo brividone lungo la schiena non è venuto a tale Dj Schmolli, uno che ha la genialità di presentare un suo singolo con una copertina mashata, già:

E che come se non bastasse si allinea alla moda (che era molto decennio scorso ma si sa, le cose facili difficilmente muoiono) e all’arte del mashup.
Insomma, acchiappa Last Resort e la masha con Rude Boy di Rihanna (quello sì, gran pezzo) e ne tira fuori una cosa che fa dire quello di cui sopra, ma soprattutto, se soffro io soffrite tutti (enunciato secondo della legge del “mal comune mezzo gaudio”)
Dj Schmolli - Rude Boy Resort (Mp3)
Dj Schmolli - Rude Boy Resort (Video)
Bonus (perchè oh ci voleva)
Dj Schmolli – Scream Aim Dance (che è un po’ la stessa cosa ma con i Bullet for my Valentine e Lady Gaga)
Si ringrazia Stereogram per la segnalazione
25 giovedì mar 2010
Sì che questa canzone è ormai solo un ricordo perchè effettivamente Piero Pelù e Ghigo Renzulli il grande passo poi l’hanno fatto veramente, il verso in questione però è ormai il leit motif per quei gruppi che hanno deciso di separarsi e che magari hanno deciso di continuare ognuno per conto suo ma che per noi ascoltatori evidentemente proprio la stessa cosa non è.
Mi vengono in mente i Pavement e gli Arab Strap per dirne due.
Ma soprattutto gli Oasis. Io Oasisss tornate insiemee ho iniziato a cantarlo dal giorno dopo lo scioglimento perchè pur avendo una fortissima sensazione che Noel Gallagher da solo valga quasi quanto il gruppo intero mancherebbe sempre e comunque qualcosa.
Se Liam, con Gem Archer e Andy Bell ha già annunciato che per ottobre dovrebbe uscire un nuovo singolo (non si sa ancora a che nome e che progetto) di Noel si aspetta un doppio concerto live il 25 e il 26 marzo; la situazione per ora non sembra portare a spiragli di nessun tipo. Purtroppo.
Tranne per Noel chiamato dall’Adidas nell’ennesimo spot ammucchiata (con Snoop, Beckham e frattaglie varie) assieme a Ian Brown. Una di quelle cose che più guardo e più non capisco se sia una cosa buona o no.
Ecco, il fatto di vederlo suonare acustico, per strada, un certo effetto lo fa. Sperando che non sia tristemente premonitore.
23 martedì mar 2010
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E prima o poi facciamo tutti i conti con un bellissimo post a punti su Lady Gaga.
Oh, premesso che da queste parti non si fanno snobberie e che il personaggio piace vi avverto, non troverete reprimende. Troverete solo il gusto e gli aspetti collaterali dell’essere Lady Gaga, oggi. Un fenomeno. Checchè se ne dica.
Arrendetevi insomma.
- La bibbia. Innanzitutto il meraviglioso Fuck Yeah Lady Gaga il tumblr LadyGagologo (si dirà così) vera fonte di ispirazione per i dieci minuti di pausa lavorativi. Una bibbia insomma, dato che il personaggio è tale anche e soprattutto per la forma.
- Avere un cazzo da fare nella vita. Bellissimi e avantissimo i tutorial per il make up alla Lady Gaga. Se non bastava il look cyber anni 90 di Poker Face aggiungiamoci gli occhioni di Bad Romance (che a me un po’ impresssione hanno sempre fatto a dire il vero)
- Prima non era proprio così. Ah ovviamente lo sapevate che in arte si chiama Lady Gaga ma nella vita Stefani Germanotta e che ci aveva provato in tutti i modi, e capiamo perchè ora funziona e prima no, vero?
- Anvedi li ho visti tutti. Oh, prima di arrivare a Telephone ed entrarci dentro, lo sapevate che il regista Jonas Akerlund è uno di quelli che avete amato, ballato e adorato dagli anni 90 in giù, vero?
- Complottisti a me:
Lady Gaga is a pawn of the Illuminati and a peddler of the occult. Her music video “Telephone” is a brazen attempt at recruiting teenagers into mind control programs
Cioè la Germanotta sarebbe uno strumento in mano degli Illuminati per la manipolazione delle menti dei giovani ascoltatori. Le prove? eccole qua. E questa è solo un’analisi di due righe.
Se non ci credete leggete queste due. 1 2
- Il viral, le imitazioni. Non solo del make up ma delle canzoni. A novembre vi parlai dei PomplaMoose (0vvero Jack Conte e Nataly Dawn) beh, ad oggi in rete sta spopolando la loro versione di Telephone, quasi un remix. Anzi sostanzialmente un remix
In acustico invece esce fuori questo gran medley (e ci si rende conto che magari le canzoni di Lady Gaga non sono solo una tamarrata anni 90 ma che sotto ci sono delle signore canzoni) di Sam Tsui e Kurt Hugo Schneider che non so chi siano assolutamente però ci sanno fare.
- Le idiozie. Beh i cani messi come Lady Gaga o i cookies a forma della divina ve li aspettavate no?
- Lady Gaga e Tarantino. Voi pensavate forse che l’inserimento della Pussy Wagon su Telephone fosse un furto vero?
I mostly love the way he uses different forms to create something new. His direct involvement in the video came from him lending me the Pussy Wagon [fromKill Bill]. We were having lunch one day in Los Angeles and I was telling him about my concept for the video and he loved it so much he said, ‘You gotta use the Pussy Wagon.
Quindi la porta è quella: Tarantino sembra addirittura considerare un video con Gaga. E a quel punto cercherò chiunque salirà sul carro dei vincitori neanche fossi The Bear Jew
- Il product placement. Aspetto positivo per quello che riguarda il suo ultimo Telephone è la lunghezza. Non solo per dipanare una storia con una sua sceneggiatura (e avrà un seguito) ma anche per sfruttare portentosamente una cosa chiamata product placement. Ricordate Nino Manfredi che teneva le sigarette in vista quando faceva cinema? Lo stesso, ma qui molto più sfacciato. In ordine HP Envy 15 Beats, Auricolari Monster disegnati da Dr. Dre (120 dollari), Polaroid (di cui Lady Gaga è diventata direttore creativo di una nuova linea), cibarie varie, il sito per appuntamenti PlentyOfFish, Virgin Mobile che sponsorizza il suo tour e ovviamente le mitiche Diet Coke.
- Non è “solo” un video. Telephone deconstructed e soprattutto la versione corta del video. Semmai voleste sentire la canzone e fottervene della storia
- Ditelo a Maroni. Lady Gaga scende dall’aereo con le Diet Coke di cui sopra come bigodini. Come la mettiamo col body scanner?

- Thanks God. Io non conto un cazzo ma almeno in questo non sono solo
Lada Gaga = Fischerspooner with tits
but also
Lady Gaga = Fischerspooner, with hits (Simon Reynolds)
24 mercoledì feb 2010
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(questa se la vede Benedetto XVI si incazza)

20 mercoledì gen 2010
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30 lunedì nov 2009
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19 giovedì nov 2009
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E vi giuro che veramente non ridevo così da tanto, tanto tempo.
La storia prosegue qui