Quello che non sapete è che quando certe cose si decidono di fare su più blog a volte mettersi d’accordo è complicato (e non ci si mette) altre è immediato, altre ancora è immediato ma poi ci si maledice per avere detto “sì”.
L’idea era di proporre la versione di ognuno de “le canzoni degli anni 90′” quelle che ci sono piaciute di più (quindi dal gusto personale imprescindibile) riprendendo il listone di NME. Con una differenza NME ha listato 100 canzoni, l’idea di Kekko (e troverete un post analogo oggi sia su Bastonate che su Stereogram) era dieci. E dieci saranno. Inutile vi dica l’incompletezza e la difficoltà della cosa, quindi scrivere “manca questo o manca quello” verrà da sè, fate una cosa, se vi va fate la vostra, se volete usate i commenti o il vostro blog o quello che è.
Queste sono le mie
10 Oasis – Whatever
La Wonderwall prima di Wonderwall. Gli Oasis la fecero uscire come bonus di Definitely Maybe ma era una canzone da primo singolo. I violini, l’acustica e quel sound di quel disco lì, a cui da quello dopo sono state aggiunte cose su cose.
9 Pearl Jam – Animal
Sui dischi dei Pearl Jam ho cambiato idea 3/4 volte, da poco ho capito che Vs è il disco che a me la vita l’ha cambiata un bel po’. Animal era il secondo schiaffone in faccia dopo quel disco, che era molto meno hard rock del precedente ed iniziava ad essere rock quasi puro. La pesantezza e la magnitudine del riff iniziale é un pezzo grosso degli anni 90.
8 PJ Harvey – Rid of me
Scrivere qualcosa su PJ e su Rid of me lo reputo quasi insultante. Il disco rimane di una produzione da schifo, quasi inascoltabile (e sticazzi se c’era Albini eh) da uno stereo se non mettendolo al massimo del volume. Forse la bellezza di Rid of me é quando alzavi il volume.
7 Deftones – Be quiet and drive
Gli anni 90 sono stati anche nu-metal e i Deftones (provenendo da tutt’altra parte, l’hc, ma nel calderone nu metal a forza erano stati infilati)sono un gruppo che li ha passati indenne grazie anche a Be quiet and drive, una canzone che ho percepito venire sempre dagli Smashing Pumpkins, melliflua, andante. A suo modo una ballata
6 Tom Waits – I don’t wanna grow up
Uno dei miei 5 dischi dei 90 é Bone Machine in cui scegliere qualcosa é umanamente impossibile. Sentire peró sta nenia catarrosa che dice di non volere crescere a 18 anni ti faceva sentire meno solo. Anche oggi
5 Fugazi – Blueprint
Uno dei 5 gruppi della vita. Ringraziate iddio che non le ho messe tutte e dieci dalla loro discografia
4 Soundgarden – Black hole sun Il “capolavoro” degli anni 90. I Beatles suonati dai Black Sabbath, un disco enorme e un video Lynchiano (c’é anche Bob del resto). S’é sentita tanto lo so, la sentiste una volta di più ne capireste l’enormità
3 Therapy? – Nowhere
Feci una cassetta da 46 con solo Nowhere da una parte e dall’altra. I 4 accordi, la canzone punk del gruppo più vicino al post punk metal dei 90.
2 Sonic Youth – Sugar Kane
Sui Sonic Youth il mio giudizio é cambiato negli anni, oggi li considero alla pari dei Beatles il gruppo più importante della storia. Sugar Kane é un simbolo di come il noise possa essere piegato alla forma pop rock. Ne potevo scegliere 30 altre lo so
1 dEUS – Suds and soda
Per me é la canzone dei 90. Ha tutto dalla prima volta che l’ho sentita che scambiai il violino come una sirena sotto casa. Poi l’incedere sgangherato alternative, l’esplosione. I dEUS
“Good morning. Good morning. Good morning. Why are we up so f—ing early? How important can this speech be if we’re giving it at noon? Every decent musician in town is asleep. Or they will be before I’m done with this thing, I guarantee you.
Bruce Springsteen fa il suo discorsone programmatico all’SXSW. Inutile dire che è epocale. E qui c’è tutto, c’è tutto Springsteen, c’è tutta l’Americana che abbiamo imparato ad amare e quella che ci ha insegnato ad amare lui. 56 minuti di cuore vero.
(se iniziava con “I haaaad a dream” era lo stesso)
We take care of our own – le campanelle di Hungry Hears il neo Springsteenianesimo riportato in auge dagli Arcade Fire (perché l’abbiamo detto Springsteen copia gli Arcade Fire che copiano Springsteen), un disco che parte col dito alzato e che già ti fa venire voglia di cantare
Easy money – che è la ballata a quattro quarti ignorante che suonavano tipo gli ZZ Top su Ritorno al futuro parte III quello che rendeva The Rising più che accettabile e quello che mostra lo Springsteen trascinatore di masse e politico. Viene in parte dalle Seeger Sessions in parte dalla truzzaggine, il gospel i violini, la caciara. A questo punto sono in ginocchio a rinnovare il voto della mia vita per Bruce. Ed è solo la seconda traccia
Shackled and drawn – dicevamo coatto. Ricordi quando Howl dei Black Rebel Motorcycle Club faceva schifo al cazzo a tutti, ma proprio tutti? Ecco, invece a te piaceva. Ce lo vedo il piedone di Bruce a tenere il tempo su sto gospel che ogni tanto diventa folk ogni tanto diventa una pastorale che ti fa venire voglia di battezzarti da solo nella vasca da bagno di casa tua
Jack of all trades – il ballatone triste, desolato, che parte col pianoforte invece della chitarra acustica. Il ballatone che ti getta nello sconforto lì tutto da solo, ad affrontare il mondo. Si mangia City of ruin con mezzo boccone. Parte una tromba lontana. Fatevi un favore, sentitela non da soli (non come me) abbracciati a qualcuno. Magari stretti e ballatevi un lento
Death to my hometown – Daje co sta irlanda, su le mano. Andiamo tutti su questo viaggio di gente immigrata e per cui oggi adoriamo Scalabrine dei Chicago Bulls. Non c’è un attimo di pausa in questo disco, non ci sono filler. Lo manderemo a memoria come tutto il resto ma questo di più, oh se vi assicuro di più
This depression – ballatona di cui mi preservo un giudizio dal secondo ascolto in giù, è forse la traccia che mi convince di meno, anche perché a me st’aura di produzione alla Phil Collins tipo groovykindoflove m’è sempre stata un po’ sui maroni. Basta con sto riverbero Bruce su
Wrecking ball – lo Springsteen che mi ha fatto compagnia in tutti i viaggi, quello cantastorie, che parte voce e chitarra, come Tom Joad, come le cose più belle di The Rising, come tanto tanto tanto altro. E’ la title track, insomma state ancora lì seduti? ps Arcade Fire
You’ve got it – quando si scarnifica tutto, e si torna a fare Johnny 99. Ecco, c’è il discorso che è passato in maniera più che sbagliata che se non ti piace Springsteen il tuo disco preferito è Nebraska (perché fa un po’ figo) ma preferisci o Darkness o The River. E’ na cazzata. Se ami Springsteen ami quello che dice, come lo dice. Ed ami You’ve got it anche sa chitarra slide è fuori moda dall’89
Rocky ground – parte con cori da chiesa episcopale, poi entra Springsteen. Un po’ la versione Like a Prayer di Springsteen post ceneri di Obama. Mi è venuta così. E’ na cagata lo so
Land of hope and dreams – aridaje col gospel (ma è bellissimo eh), la batteria elettrica che a me è sempre stata sul cazzo (ma è bellissima) poi l’hammond la chitarra sparata, il sax di Big Man, aprite i finestrini anche se la macchina è ferma. Se esiste il rock, se esiste Springsteen è perché siamo in movimento anche se siamo fermi
We are alive – la canzone di resistenza umana del disco, dove c’era The rising ora c’è we are alive, sussurrata all’orecchio. Applausi
è un disco bellissimo, non ce lo aspettavamo nessuno ma è un disco bellissimo.
è Natale. Bruce è tornato.
Lui doveva arrivare a momenti ma lui non arrivava mai.
Capra, più o meno, ci dice: Volevamo chiudere con Nevica ma ci hanno detto di farne un’altra e lo stomaco ha iniziato a stringersi. Poi un’altra ancora, con lo stomaco stretto, e un’altra ancora, con lo stomaco che ormai aveva le dimensioni di uno scroto.
Capra, più o meno, ci dice: L’altra notte ho sognato di salire sulle spalle di Jacopo. Capra ci dice che quando è successo ci è rimasto, più o meno.
Jacopo Lietti – quello dei Fine Before You Came, dei Verme, del sito di legno – che arriva all’ultimo momento giusto in tempo per cantare Senza Di Te – quella della cantina, quella che ha scritto lui – e si prende in spalla Capra; i sogni che si realizzano. Per Capra che ce lo dice, per noi che stavamo là sotto.
Craig Finn è quel simpatico tizio con gli occhiali che col suo gruppo fa canzoni fighe (a tratti più, a tratti meno) in cui si capisce che se non ci fosse stata la discografia di Springsteen a questo punto
magari stava facendo il commesso al Walmart così, per mantenere un contatto in qualche modo con la musica.
Craig Finn è uno di quelli colpiti dal raggio di Coach Taylor sulla via di Damasco, perché sì è vero questo blog parla abbastanza spesso di Friday Night Lights ma non lo fa perché siamo scemi e babbei, ma
perché ecco, insomma, è una delle serie tv più belle della storia.
Insomma Craig Finn che fa, probabilmente rosica tantissimo che nessuna canzone del suo gruppo, che sono gli Hold Steady poi, sia stata usata per la colonna sonora della serie di cui sopra (e ad occhi è
praticamente l’unico gruppo alternativo o quasi a non esserci entrato) e siccome gli piace tanto, Friday Night Lights, parafrasa una frase,
quella dell’immagine header del blog (non “junkiepop”, deficiente, quella sotto) e chiama il disco Clear Heart Full Eyes.
Un disco da solo, un po’ (con le dovutissime distanze) come Springsteen (solo che lui citava Tom Joad, il segno dei tempi che passano etc etc) il disco è bello, a modo suo. Finn canta sempre allo
stesso modo, a tratti strascica e velocizza come se passasse da 33 a 45 giri e diventa quasi uno spoken album, di storie da raccontare e ispirate dall’avere visto quella serie lì.
Le canzoni scivolano via, a tratti dimenticabili, a tratti ti fanno spingere repeat, poco ma sicuro che non riportano la potenza delle canzoni degli Hold Steady ma un livello di intimità maggiore, rock insomma ma misurato.
Un risultato giusto insomma, emozionante, perché alla fine l’emozionante non deve essere nè sublime, nè perfetto, nè altro. Deve essere unico e deve farti capire che lo scarto dal resto del mondo è che quelle cose lì (e sono poche, non tante) saranno riconoscibili e ti richiameranno un mondo dietro solo a nominarle. Il resto anche se sublime non è detto, invece.
Ogni volta che torna Springsteen con un disco nuovo sembra Natale.
Dici che ormai sei troppo grande, che sei abituato alle sorprese, che ormai quel candore di quando eri ragazzino e credevi a Babbo Natale non c’è più, che poi che palle i parenti e che due maroni la cena e poi per carità didddio la tombolata. No. Non ce la puoi fare, o ce la fai ma parti con un ghignetto del tipo “io sono qui per farvi un favore siete voi che avete bisogno di me non io”.
Il Natale poi finisce che sei quello che prepara i film da vedere in fila, che declama citazioni ad alta voce, che esige il tombolino e si ubriaca come una merda.
Questo su per giù quello che mi aspetto da Wrecking Ball, il nuovo disco di Springsteen, che ovvio in post seri leggerete del fatto che è un disco disincantato un po’ dalla era Obama, che è cattivo come Nebraska e cazzuto come The River che insomma è il meglio Springsteen di sempre.
Non sarà così ma è come il Natale, e quindi un po’ sti cazzi.
(ah a me il pezzo piace, ha un bel po’ di Lonesome Day e ormai è chiaro che gli Arcade Fire sentono Springsteen sì ma anche che Springsteen sente tanto gli Arcade Fire, ma quanto è bello tutto questo?)
Come il Subterrean Homesick Blues, ma al quadruplo della velocità con tanto (poco) senso dell’estetica, insomma torna Andrew Wk che fa Andrew Wk (e quindi non roba con Baby Dee o al pianoforte) con il tema portante del World Snowboarding Championship, Go Go Go Go.
Sia messo agli atti che su questo sito tra chi ci scrive I Get Wet è stato disco del decennio.
E sia messo agli atti che la mia venerazione arriva ad indossare questa maglietta qui. Ho anche testimoni
A volte il talento è una malattia. E il nocciolo della questione è il parere della gente, se tu sia malato o meno, se tu abbia talento o no. Pensateci, la dialettica della musica è tutta lì.
Nessuno, nessun artista ha un corredo di pareri unanimi positivi, o negativi, tutti ci scanniamo per chiederci “cos’avrà tizio di speciale, perchè lo ascolti e cose così”.
Quando spiego il mio amore per Ryan Adams tocco con mano quell’emarginazione fatta propria di chi ascolta qualcuno che quasi tutto il mondo trova sopravvalutato, eccessivamente produttivo, uno che ha poco da dire.
Io dove è nato questo amore lo so, ed è da demolition, recuperato sbagliando dopo avere visto il video di New York, che era su Gold. Non sapendo avevo preso il percorso giusto e Ryan Adams è il classico autore da percorso sbagliato.
Quello che va sulle copertine di NME per 3 anni, che viene subito etichettato come il nuovo Dylan, che ha un po’ lo stesso principio di augurarti merda nella tua carriera come “il nuovo Shaq” “il nuovo Ronaldo” “il nuovo Lynch”, stretto in relazioni da copertina come Winona Ryder (che se li è fatti tutti, e per tutti intendo TUTTI), poi con una stronza ex eroinomane famosa che è andata a biascicare parole come Bossi il cui significato era “s’è sputtanato soldi di mia figlia”. Poi almeno un disco all’anno, una volta rock, una volta hard rock, una volta Cardinals, insomma, stargli dietro a Ryan Adams è complicato, difficile, quasi votivo.
Eppure uno potrebbe dire, ma chi te lo fa fare, Springsteen lo capisco ma Ryan Adams.. ed è qui che allungo la mano ad Alt, dico “basta e dico”,
ora parlo io.
Ryan Adams c’era la prima volta che ho sentito La cienega e mi si stava sbriciolando il cuore e la vita, tu non lo sai ma gli ultimi 7 anni sono stati a tratti bruttissimi e a tratti bellissimi e Ryan Adams faceva quasi contemporaneamente cose bellissime e cose bruttissime. Sentilo te Love is hell appena uscito mentre va a puttane una convivenza dai, dimmi che hai un disco così e sto zitto e non parlo più. Sentila te Come pick me up da solo dentro un cinema mentre vedi uno dei più bei film di tutti i tempi girato da quello che è forse il Ryan Adams dei film (Elizabethtown/Cameron Crowe). Trovalo tu qualcosa di a volte così inutile e superfluo come comprare due chitarre elettriche per pura bulimia sentimentale e imparare a suonarci canzoni che acustiche vengono sicuramente meglio.
Ecco, l’inadeguatezza e l’andare avanti con un errore fatto, con dischi stampati ma fieri comunque di averli fatti. Annunciare da un momento all’altro un disco hard rock in cui non sai se stai prendendo per il culo te o prendi per il culo il mondo e poi silenzio. E poi una cosa piccola ma enorma che decidi di chiamare Ashes and fire, e ascoltarlo in un momento in cui sei in pace, con te, col mondo, con tutto. 11 canzoni con voce chitarra armonica e testi piccoli, quasi pensierini ma che messi insieme diventano una tela che ti fa e ti disfa, su e giù, come sull’ottovolante su cui non hai mai avuto il coraggio di salire perchè boh. Le vertigini sai.
E rimanevi sotto a vedere la tua ragazza del liceo che andava sola e si divertiva, senza di te.
E’ il senso dei dischi di Ryan Adams, ci stai o non ci stai si divertono da sè, si amano da sè. Se poi gli apri la porta e decidi di salire magari le vertigini per una volta non funzionano.
E ora continua a dire quello che stai dicendo, scusa se ti ho interrotto.
A Roma per “parrucca” si intende qualcuno che fa finta, che imita bene. Ad oggi per dire i Killers sarebbero dei parrucconi. Insomma le parrucche con questo post c’entrano sì e no un menga però era la maniera più veloce per parlare di James Maynard Keenan. Quello dei Tool. Coso dei Tool. Quello che canta e sta girato insomma.
Ah in ricordo di Third Eye in questo post potrebbero spuntare a casaccio immagini minchione di Keenan, così, in ricordo dei bei tempi.
Per molti il più grande pensatore degli ultimi vent’anni, per altri un sonorissimo paraculo con la cabala nel cervello che canta sui dischi di tre geni musicali con la passione del prog e della cabala. *
UNO
Sia messo agli atti che io il concerto dei Tool a Marino non gliel’ho ancora perdonato per quanto ha fatto schifo.
Io vengo da un’età in cui Aenima era il disco importantissimo che ti facevano fare il gesto della mano a coppetta sui maroni a dire “suca” a chiunque ascoltasse musica “perchèiosentoitool.iosoaenimaamemoria.iocholasegreteriachedicevaiasucarecazzisuunaereo” quindi per me Maynard Keenan è uno grosso. Finchè sta nei Tool.
è quando va in giro a fare casini che un po’ come dire, mi lascia perplesso.
Se gli A Perfect Circle hanno fatto sempre dischi belli (o perlomeno molto piacevoli) il problema sorge se si tirano fuori i Puscifer. Che è un po’ l’anagramma de “la merda vera”.
DUE
Che fanno questi Puscifer, uno dirà. Mah, gli direi, metti che ti svegli la mattina e metti il sale nel caffè ma conscio di questo decidi di sapere che gusto ha e te lo bevi tutto, usi anche il cucchiaino per prendere il sale alla fine, neanche sputi poi vai a lavoro ti chiedi tutto il giorno del perchè l’hai fatto ma sai che potrai raccontare un giorno “io ho bevuto il caffè col sale” e allora via con st’aperitivo le paccone vere sulle spalle ahah quanto è simpatico Giorgio che sagoma.
E tu che dici in fondo al tuo cuore “ma chi cazzo me l’ha fatto fare” e per questo intendi, il caffè, il sale, il lavoro, l’aperitivo e le pacche.
Insomma i Puscifer fanno sta roba qui. L’avevano fatta per un disco e il mondo aveva strillato unito “ANCHE NO!”. Hanno deciso che non bastava ed è uscito Conditions of my parole **
Che è un po’ una cosa che uno va oltre il vedere come sono vestiti sti imbecilli “ah! che simpatico Maynard col suo travestitismo, uno che va oltrissimo, pure senza cabala”. Perchè davvero di una roba tipo “gli Yes che incontrano i Morphine mentre sculettano davanti ai Calexico che fanno le cover della colonna sonora di Pulp Fiction” non credo che il mondo ne avesse bisogno. O almeno io no
TRE
Detto questo insomma ritorniamo al momento principale, le parrucche, che alla fine non voglio mica dire che Maynard sia una parrucca (fa anche Karate e secondo me ha una suscettibilità tale che ti verrebbe a cagare sullo zerbino senza un minimo tentennamento) ma che un po’ ecco, se rimane a fare le cose controllato dai tre malati della cabala e del prog beh siamo un po’ tranquilli.
Maynard se non altro fallo per te più che per noi, che dopo un po’ la mano a coppetta ce la fanno gli altri quando ci dicono “pure i Puscifer?”.
* io ero iscritto alla religione Maynard al tempo
** Letterman è visibilmente sconvolto ed è testuale il suo “ma che me state a prende per culo?”
Voi non sapete quanto sia difficile scrivere di qualcuno che adorate in maniera asettica, credibile e poco tifosa.
O forse lo sapete e fate finta di niente o non ci fate la chiosa di apertura di un discorso.
Voi non sapete quanto sia difficile per me in tal senso parlare di Noel Gallagher.
Sì perché alla fine parliamo del chitarrista e principale compositore di un gruppo che, pur non cambiando le sorti del mondo, pur essendo un gruppo di allegrissime e pomposissime teste di minchia, è uno di quelli “sempre presenti etc etc”.
Voglio dire, un po’ come una nonna, un vicino di casa. C’è lo vedi, lo saluti, noti se ha cambiato pettinatura, senti se scazza, noti se fa una spesa diversa.
Così insomma, senza sembrare uno stalker perché con i gruppi uno si limita a comprare un cd, vedere i video, andare a un concerto. Sempre stalkeraggio ma con più discrezione, mascherata dalla massa.
Succede che questi due grandissimi coglioni (Noel e il fratello scemo) abbiano pianificato in grandissimo stile lo scioglimento degli Oasis (che poi oh, se avete voglia di credere a Liam che usa la chitarra tipo Thor col martello fate, a me fa ridere molto) farsi i cazzi propri (avendo già i pezzi pronti) per 3-4 anni e tornare con una reunion che ha dello scontato tipo “Ancelotti sulla panchina della Roma”. Prima o poi. O forse mai tanto che già Liam ha iniziato a parlare di 2015 a cui Noel ha risposto con un succosissimo e poco fraintendibile “inculati te e tre quarti della palazzina tua”.
Fatto é che il fratello scemo tira fuori un disco che senza mezzi termini (perché le cose bisogna chiamarle col proprio nome almeno su un blog) é una MERDA. E parlo dei Beady Eye. L’unico difetto é che gli vanno dietro Archer e Bell ma oh, anche loro avranno il mutuo e le rate della macchina da pagare.
Noel si prende il suo tempo, lascia al fratello scemo la prima mossa e prima dice che farebbe il turnista con qualcuno, poi che il City st’anno spacca i culi e poi tira fuori un singolo: una cover spietatissima di je sò pazzo e celeste nostalgia a nome Noel Gallagher e gli uccelli che volano alto.
Fa un po’ ridere a noi che siamo cresciuti con la doppia cassetta di Sanremo anni 80 e che non sai perché ma appena senti un intro strilli “JE SO PAZZO!” pur detestando Pino Daniele e tutta la pletora del folk funk napoletano, ma oh, é una canzone e di quelle che solo in 3 minuti e qualcosa fanno esclamare “ecco perché il fratello scemo é l’altro”.
Il disco alla fine é una serie di b-sides (su per giù) degli Oasis o meglio di canzoni che ha scritto Noel nell’ultimo periodo negli Oasis, quella roba che nel sound era stata la variante forse vitale per la (r)esistenza del gruppo. Mucky Fingers, the importance of being (che a sua volta era una cover de l’italiano di Cutugno), get off your high horse e via dicendo. Insomma se c’erano canzoni differenti che non skippavi negli ultimi tre dischi era perché vuoi perché ora usa la roba buona, vuoi per le doppie cassette di cui sopra, Noel ci aveva messo mano.
Roba che, per dire, il fratello scemo non scriverebbe neanche dopo tre trapianti di cervello.
La prima cosa che ho pensato del disco é stata “all killers no fillers” e gliel’ho detto al mio amico Carlo in macchina qualche settimana fa. Poi ho visto che kekko ha scritto la stessa cosa su bastonate e ho pensato che prima degli Slayer qualche doppia cassetta l’avesse anche lui.
Detto ció un disco che non ha riempitivi, con titoli presi dal premaster ma da un grandissimo senso di compiutezza. E l’ha fatto con la sinistra mentre con l’altra cercava foto di Mancini da mettersi come sfondo al pc.
Ecco la grandezza di Noel Gallagher. Ecco perché a sto punto terminano qui le discussioni su chi dobbiamo ringraziare per almeno l’ultimo lustro di Oasis. Forse pure il resto va.
Avete presente gli speciali di Vh1 sui dischi rock dove una volta su due c’è Scott Ian degli Anthrax, Alice Cooper e le gemelle Olsen che parlano dei loro ricordi legati al disco? Ecco, Kekko ha voluto fare qualcosa del genere ma molto meglio, perchè ci sono tante persone imbazzate qua e là, gente che suona, che ascolta, che scrive di chi suona eccetera. Il tema è il ventennale di Nevermind ed è pieno di piccoli racconti veloci veloci da leggere prima di andare a dormire, un po’ la preghierina di fronte alla maglietta con lo smile o con la copertina del disco che adesso usate solo per imbiancare casa e che ha dei buchi grossi come un palla da biliardo. Lo potete trovare qui, in pdf così lo stampate e in epub così lo potete leggere sui vostri smartquellochevolete in giro. Anzi, intanto che ci siete spargete il verbo che merita.
Oggi si sciolgono gli R.E.M. Caso vuole che in questo blog si parli, oggi a parte di template rotti, di gruppi che hanno deciso di andare avanti come i Pearl Jam un gruppo che con quello di Athens è sempre stato a suo modo così lontano e così vicino.
Forse se ne parlerà nei prossimi giorni, forse no.
Perchè alla fine non è che abbia un senso spenderci su troppe parole, che magari potrebbero sembrare ridondanti e retoriche.
So long, Michael, Mike, Peter. Magari adesso ci sarà una bella foto anche con Bill, da fare da qualche parte.
I was central
I had control
I lost my head
I need this
Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram
Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.
Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso. Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.
Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno. In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.
G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament. Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.
E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.
G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone. I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto. L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?
E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo. Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto. Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.
G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo. Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70. Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli. E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine. I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé. Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.
E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo). Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…
G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome. Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato. Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita. A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.
E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!” Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico. Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?
G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.
E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla. Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.” Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.
A volte la musica è una roba strana. A volte passi il tempo a sentire i dischi a vedere concerti, poi torni a casa o spegni lo stereo e pof è tutto finito.
Le varianti subentrano nel momento in cui magari conosci qualcuno che quei dischi li fa, li suona. Poi magari ci diventi amico, scopri che siete andati nella stessa scuola e che ne so, magari passi il tempo ad andare in macchina e ce l’hai vicino che tira le lattine ai passanti (e fortunatamente non li prende).
Ecco io 4 anni fa non conoscevo i Cat Claws, poi sì. O almeno li ho conosciuti col disco, poi Marco e poi Lavinia (non me ne vorrà Guido), li ho visti per la prima volta al Traffic e lì praticamente per la seconda volta ho parlato anche con Emiliano, o la terza boh. Chi se lo ricorda. Il disco mi piacque, molto anche e se andate a vedere la classifica di qualche anno fa lo trovate lì, a far bella mostra di sè.
A me dei Cat Claws è sempre piaciuto il fatto di essere dei minchioni che fanno musica seria, non seri. Ma seria.
Quel pop noise rock che fa un po’ tutto e che a volte, spesso anzi, ha il potere di cambiarti quella parte di giornata quando serve.
Sabato sarà l’ultimo concerto dei Cat Claws, per un po’ almeno.
Ci si vede al Circolo degli Artisti, suoneranno dopo i Jacqueries, in una serata tutta 42Records. Non voglio pensare sarà una serata triste. Tanto non è un addio. Ho fiducia
A me i Bush sono sempre piaciuti. E per sempre intendo che mi sono piaciuti tutti i dischi.
I primi due stra belli un fottio di singoli, derivativi assai rispetto ai Nirvana ma comunque meglio dei Silverchair e di altre amenità successive, gli altri due così così ma uno loro porco dovere lo facevano comunque.
Io in qualche modo li ho sempre rispettati (li ho visti anche live una volta a Roma e fu una roba sostanzialmente grossa).
Da lì senza motivo c’è stato Wonderlust un disco solista abbastanza anonimo, il matrimonio con Gwen Stefani (per cui nel tempo da che lei era “la signora Rossdale” si è arrivati al “signor Stefani) e qualche particina su qualche film (perchè è una vera fazza da cinema, ricordate Constantine?) il nulla.
Il nulla fino ad ora perchè il 13 settembre uscirà The sea of memories, ritorno dopo 12 anni circa, annunciati da un singolo che forse arriva fuori tempo massimo, forse no (comunque devono essersi guardati in faccia e devono avere capito che visto il successo dei Kings of Leon un paio di tirate di gancio alla slot machine andava data) dal titolo The sound of winter.
Io non avevo bei ricordi sugli Arcade Fire fino a qualche anno fa.
Ricordo il video di Power Out, oscuro, malinconico, sentito a volume basso a letto per non svegliare chi mi era accanto e forse proprio in quei momenti iniziava ad essere infelice. E forse in parte era anche colpa mia. Gli Arcade Fire tornavano e ritornavano con quel video che sintetizzava tutto, una fine delle colpe i mostri della coscienza, mille cose. Non belle.
Un paio d’anni dopo Funeral fu il primo disco che dopo un bel po’ consigliai a Paolo, come acquisto immancabile. Ci avevo fatto pace, col disco, che con Paolo non ci avevo mai litigato. Io non so se Paolo mi è grato della dritta o no, io però sono contento di averglielo consigliato.
Non ero a Ferrara nel 2007, anche lì altri problemi, non ero a Bologna l’anno scorso perchè qualche giorno dopo sarei dovuto partire per Lisbona e sarebbe stato un casino, avevo i biglietti per dicembre a Londra, ma hanno deciso di chiudere gli aeroporti per neve due giorni. Indovinate quali giorni.
A Lucca però c’ero. Sabato c’ero. E l’ho detto sì e no a 4 persone, la scaramanzia era arrivata a questo punto. E la scaramanzia é durata fino a tutto il concerto degli A Classic Education (bravi ma mi si scusi se non stavo pensando a loro) hai visto mai che ne so, una scaletta scivolosa, un infortunio dell’ultimo momento, l’impianto, le cavallette, i tortelli che hanno fatto indigestione. Poteva accadere tutto.
Poi è apparsa Regine sul palco, saltellante e io e chi mi stava vicino abbiamo iniziato a piangere. Ecco. in quel momento c’é stata la pace con il passato, con la sfiga, con tutto. Lì, alle luci accese, alla musica che parte (Ready to start) è diventato tutto presente, il dietro che non c’è più. O magari c’é ma rimane un ricordo, una mano stretta un abbraccio e un bacio sulla guancia, ma non é più lì come uno spettro. Esci fuori che siamo amici, qua la mano.
Viene quasi da sè che gli Arcade Fire, come Springsteen, come Pj Harvey, come i Pearl Jam e poco altro sono un gruppo che nella vita una sua importanza, grossa, unica, ce l’abbia a questo punto. Troppe cose collegate, troppe volte messi lì sembra apposta, sembra da film, a volte. Dovessi fare una cassetta sulla mia vita ci aggiungerei solo i Beatles poi avremmo fatto. Viene da sè che vederseli cambia tutto, in maniera tridimensionale, c’è il peggio, il meglio e ci sono gli Arcade Fire dal vivo.
Ne avrete letto in giro sicuramente scritto meglio che qui.
Ma se mi chiedessero come sono dal vivo non saprei che dire, in formato canonico.
Metti i dischi loro, ma suonati a volume trenta volte superiore. No non basta.
Metti il volume e metti che piangi tanto perché per la prima volta vedi le facce vedi il sudore e ne capisci veramente il senso. No non basta.
Metti tutto quello messo dentro casa tua da 8 persone che in quel momento sono le persone a cui vuoi più bene al mondo, anche se è una piazza, e che hanno solo un fine. Infilarti le loro canzoni una per una dentro lo stomaco.
Ecco. Forse ci siamo.
Dovresti sentire Month of may, satura che non ti senti neanche più le orecchie, e forse capiresti tutto quello che voglio dire.
Gli Arcade Fire (classico gruppo di quelli che “li sentono ora più di venti persone, meglio i primi dischi”) dal vivo sono un corpo unico, 8 persone che vivono il concerto come mai nessun gruppo visto prima (la e-street band probabilmente e basta) in simbiosi, come un corpo unico.
Basta vederne sei in fila a bordo palco a strillare nel microfono. In quel momento lì se gli Arcade Fire dicessero “rivoluzione” i problemi di sto cazzo di paese e di altri sarebbero finiti.
Fa niente se il corale diventa slabbrato, sguaiato, imperfetto. A me è venuto in mente quello che disse Irene tempo fa “é così che ho sempre immaginato il compleanno di Dio” ecco, lo stesso. Sembrava ci fosse qualcosa da festeggiare, l’energia di qualcosa di grande, di superiore, oltre il concerto. Sembro matto e poco chiaro me ne rendo conto, ma dalla scena sullo schermo di Scene from the suburbs vi giuro che il senno se ne è andato a fottere.
Finisce che dopo un’ora e mezzo per la prima volta nel concerto non c’è feedback, non ci sono sfondi, niente, Win che parla e io che capisco da me che sarebbe successo. Alzo i pugni mentre ancora c’é nulla che viene dalle casse. Power Out.
Arriva tangibile quella pace che si cercava da tempo. Viene e batte tra le costole e non ci capisco più nulla. Più niente.
Wake up diventa a quel punto quasi un dettaglio pur nella sua enormità.
Perché quando ti trovi di fronte all’enormità di un gruppo, di una vita, di un’emozione alla fine riesci anche a distinguere su cosa sia più o meno enorme. Ed è bellissimo.
Caro lettore che stai per andare a vedere i The National a Ferrara, che Iddio ti fulmini ora, perchè io non ci sarò (ma qualcuno di JunkiePop ci sarà) e suppongo che tu sappia di stare per vedere qualcosa di grosso.
Bon.
In qualche modo io Giorgio ci sarò, grazie ad un’idea di Ciccsoft che un mesetto fa mi scrisse “vogliamo fare delle cartoline da regalare fuori dal concerto, sarete tu ed altri e dovrete parlare di una canzone in particolare dei National, una roba da starci in una cartolina”.
Bon, sta cosa alla fine si è fatta e sono contento di esserci stato dentro io, Cidindon, Chiara e Inkiostro con il supporto dei ragazzi di Maciste ad illustrare il tutto. Insomma una cosa bella, qui trovate tutte le info.
E dico grazie io, speriamo vi piaccia. Ah, sono 500, correte e prenotatele, qui tutto il da farsi (che poi è poco alla fine).
Ah, piccolissimo spoiler, la canzone che ho scelto è questa
Che The Suburbs fosse un disco enorme da queste parti se ne è parlato spesso e volentieri (che poi io abbia una dose di sfiga personale con gli Arcade Fire è un altro discorso e ora non stiamo parlando di questo).
Che fosse uscito (The Suburbs) con n copertine differenti come cromatismo lo sappiamo.
Che fosse rieditato con due tracce in più sembrava quasi una furberia.
Che una fosse dimenticabile c’era nel conto.
Che l’altra (Speaking in tongues) diventasse automaticamente un instant classic (almeno per me) no.
Che ci fosse David Byrne neanche (sul finale).
E che io riesca a sentire ed amare una canzone con lui era altamente improbabile.
Finisce sempre che mi ripeto all’inverosimile ma sembra proprio che molte mie vicende divertenti o che meritano di essere raccontate (tutti tranquilli, racconto un sacco di cazzate a chiunque, non mi limito solo a scriverle qui) abbiano una costante: la Fiat Multipla di mio babbo. Anzi no, facciamo che questa storia non la racconto partendo dalla macchina del papi, facciamo che a questo giro la partenza venga da un’azione di brainstorming in solitario. Io se penso alle parole Bow Wow mi viene alla mente il rapper nero, se penso ai Forty Winks penso alla serie tv Californication. Perchè?
Nasce tutto da un forum dove bazzicano nomi della ‘scena’ italiana in cui girano un sacco di cazzate ma soprattutto utili informazioni per l’organizzazione di concerti e per il download selvaggio di dischi più o meno famosi. Qualche anno fa qualcuno fece richiesta di una a me sconosciuta cover di Surrender dei Cheap Trick fatta dai Forty Winks – che se non ricordo male era tipo in qualche 7” o una b-side di qualche singolo o boh. Insomma, chi ha visto la prima serie di Californication (io mi sono fermato a quella) sa che la figlia di David Duchovny è una bimba ganza e suona la chitarra in una band con cui propone proprio una cover di Surrender in una puntata del serial. Ora, via gli occhi da Madeline Zima che ci sono cose importanti da dire.
Ad esempio che questo nuovo disco dei Forty Winks esce per la bolognese Unhip Records dopo tre anni di silenzio, che è di un hard rock – power pop 70s ‘eeesticazzi’ (cit.) che nemmeno i Cheap Trick stessi e che ha certi organetti da paura. I riff catchy delle chitarre pur rimanendo in prima linea lanciano assist e passano palle in tutte le canzoni ai tasti bianconeri di Hammond, sintetizzatori e piani elettrici vari, che danno un senso tutto diverso al suono della band bolognese, anche se ora c’è pure Riccardo dei Rituals/Hell Demonio in mezzo. Tutto il disco si basa sul lavoro complice di sei corde e tastiere, in un comune accordo di melodie da top 40 FM ascoltata ad una discreta velocità con tanto di gomito fuori e accenno di baffo. Non c’è da preoccuparsi però, non hanno stravolto così tanto il loro suono da essere un gruppo nuovo.
La formazione delle influenze ha preso a mani piene dal passato, fra un Bowie d’annata, l’Elvis del caso (anche se io ci sento più Costello che il re di Menphis, eh) e il piglio melodico dei Kinks. Senza soffermarsi a parlare di maturità artistica e cazzi vari, dico solo che qua c’è un immaginario settantiano volontario o meno ma suonato eccellentemente, roba da felpe dei college con le iniziali rattoppate vicino ai bottoni o da serata passata in giardino ad ascoltare gli Stooges a suon di birra e giacche di jeans con le maniche tagliate. Da spararselo all’aria aperta, che con queste belle giornate anche solo la scusante di andare a prendere le sigarette è buona per farsi due passi con le cuffie o ancora meglio sfruttando la macchina e poter mettere lo stereo a palla.