Sono uno della vecchia scuola e sottolineo il vecchia, che di scuole in questo paese non è il caso di parlare. Talmente di vecchia scuola a fine anni 90 facendo il dj e inondato ogni sera di richieste, sempre le stesse (nel senso di gruppi) ricordo che lo stranimento verteva su una frase “che me metti Valvonauta”. Io è da lì che ho inziato a detestare i Verdena, non loro 3, poverini che neanche li conoscevo. Ma quella canzone, quel riff, quel “mi affogherei” a cui aggiungevo sempre “mammagari” non ce la facevo, ero una vittima in senso passivo del battage della MTV dei tempi. C’era bisogno di un’icona rock giovane in Italia e la prima palla fu presa al balzo e furono i Verdena.
Vado avanti a 12 anni dopo e mi rendo conto di quanto i Verdena abbiano da lì fatto parte della mia vita. Sono impazzito con Solo un grande sasso, li ho incensati con il Samurai ed elevati col meraviglioso e sottovalutatissimo Requiem, che rimane il disco per me migliore del mucchio. Così. Tutt’a un tratto. Ma il primo disco m’era sempre stato sulla bocca dello stomaco, mi ero fermato a Valvonauta e Viba. Imparai anni dopo che c’era anche Ultranoia, per dirne una. Capii dopo, molto dopo che quel disco lì era stato scritto da ragazzi di 21 anni, con l’esigenza di quegli anni lì. Io non ne avevo molti di più ma non mi bastava. O forse non ci arrivavo. Ehi Verdena, vi sto chiedendo scusa, insomma. Facciamo ditino ditino?
Arriviamo ad oggi. 12 anni dopo.
Wow è il disco della definitiva consacrazione dei Verdena. Non una roba facile, un doppio, poche chitarre sul monte delle canzoni e una rivisitazione del concetto di pop cantautorale italiano. Non parlo della fuffa che riempie a volte festival vacanzieri fatti per limonare e mettersi magliette a righe. Parlo di sostanza. E il primo termine di paragone che mi è venuto in mente anche solo come accostamento di un attimo, di sensazioni e di mood è stato In Rainbows dei Radiohead.
Presente l’amico che non vedi da anni e ti si mette seduto davanti e non te l’aspetti ma ti dice che si è sposato ed ha due figlie e ti fa andare di traverso il caffè? Ecco.
Così.
Io a wow non ero preparato, in nessun modo. Me ne avevano parlato sì, ma non avevo capito si parlasse di un disco così.
Così enorme.
Così sostanziale.
Così fottutamente internazionale.
Una roba di quelle che tutto quello che è uscito da Hai paura del buio in giù sbianca e perde le mutande per strada.
Perchè come la vedo io non è una gara ma certe cose le hai o non le hai, e scriverle su un foglio in html e complicato. Parliamo di un disco che ha stravolto e stravolgerà tutto, soprattutto per chi verrà dopo e magari vorrà misurarcisi.
E dubito ci sia qualcuno così stupido.
Ora di anni i ragazzi ne hanno 32 o giù di lì. Sempre qualcuno meno di me. Ma cazzo, figlioli miei se avete messo un punto sul decennio
- Quella volta che ti ha scritto un direttore di giornale (e se non è il direttore quello che è) : quasi tre anni fa mi trovo una mail, mi dice ci piace il tuo pezzo, non lo tocchiamo, se per te va bene va sul prossimo Rolling Stone. A parte che ho speso una ricarica da 25 euro per chiamare chiunque potesse essere ad aver tirato su uno scherzo di quel tipo dopo un paio di mail capisco che non è uno scherzo. Lo dico a sei persone, di cui due mio padre e mia madre. Forse 8. Non faccio annunci su twitter o facebook, non ci scrivo un post per autocelebrazione. Dico solo “Pearl Jam/Rolling Stone/Io” per una settimana, riducendo tutto il discorso a tre parole. Il post per inciso era questo qui e su quel Rolling Stone c’erano i Depeche Mode. Lo presi in edicola ed uscì il giorno stesso della mia prima trasferta Barcelonese per il Primavera Sound, so che suonava abbastanza sciovinista portarselo dietro ma non ho resistito.
Per inciso non volli mai soldi. Non ci avevo lavorato su, era una cosa del mio blog di cui continuavo comunque a mantenere i diritti e via mail scrissi “che un mio pezzo sui Pearl Jam sia pubblicato su Rolling Stone credo sia già abbastanza”.
Per la cronaca fu il mio unico post pubblicato su cartaceo.
- Quella volta che hai comprato il vinile e avevi il piatto rotto. Cioè, non era rotto, non funzionava e non si capiva perchè. Ma Vitalogy anche in Italia usciva una settimana prima in vinile rispetto a tutti gli altri formati. Andai da Rinascita, a via delle Botteghe Oscure, lo presi ed in motorino andai da mio zio. Al Torrino. Da Garbatella.
Non lo sentii neanche. Lo registrai solo su cassetta controllando 20 volte che il walkman funzionasse per poterlo sentire sullo scooter, e dopo 3 registrazioni, di cui le prime due con tempi calcolati male per lato di cassetta e per equalizzazione troppo attufata tornai a casa. Con un vinile che riuscii a sentire solo sei mesi dopo.
Quando lessi dentro Bush Boia mi sentii fiero di essere romano. E di avere il Campidoglio perchè così Vedder si era potuto sposare
- Dell’unico collage che hai fatto nella vita. Non so perchè ma in casa c’era da tempo un pannello di cartoncino alto un metro per settanta centimetri. Non so perchè (cioè lo so) avevo da parte da tempo foto e ritagli dei Pearl Jam, fino a quando Vedder non si era tagliato i capelli un po’ più corti per VS. Avevo anche un numero storico, la causa del contendere per cui per anni i Pearl Jam non rilasciarono più interviste a giornali. Il Rolling Stone (daje) americano su cui venne scritto un articolo che neanche Sallusti al meglio in cui si diceva che Vedder era peggio di Hitler e che odiava Abruzzese e che lo aveva cacciato lui e la rava e la fava. Io non so quanto oggi possa valere quel numero ma l’ho ridotto a brandelli per completare il mio collage. Che mia madre tiene ancora a casa dietro una porta, hai visto mai che torni un giorno o l’altro e lo voglia riattaccare
- Il concerto di Atlanta. E’ stata una di quelle cose crocevia della mia generazione. Il concerto in diretta su Radio Rai passato in due o tre puntate (questo non lo ricordo) è stato veramente una specie di Woodstock nella camera da letto di ogni 17 enne dei miei tempi. I giorni dopo non si parlava d’altro, era tutto un “hai sentito questo o quell’altro” era tutto un richiamo, un urlo o un air guitar. Avevo i capelli lunghi, anche. E se facevo Eddie Vedder davanti allo specchio facevo finta di avere un microfono gli avambracci a fare un triangolo con la punta in alto con le mani serrate e lo sguardo in alto a destra. A guardare il piumone messo sopra l’armadio. Quel live scoprii dopo poco tempo che era incompleto, erano state tolte tre canzoni che sarebbero andate poi su Vitalogy (Whipping, Not for you, Better Man). Casomai vi avessi fatto venire la curiosità.
- Il primo momento di crisi con una ragazza. Che è arrivata tardi, a quasi diciotto anni. Si limonava molto e si quagliava poco ma non era quello il problema. Il problema era che quando cerchi la tua Ramona, ti sembra di trovarla e per assurdo la hai, ti accorgi che è una Ramona e che stava bene lì, in mezzo ai fiorellini e alle tue canzoni cinematografiche fatte di sfiga e momenti di voglia paradossale di solitudine e malessere. La stavo andando a prendere in palestra, con quel motorino di cui sopra. Sentivo questa, proprio questa. Ed alright era veramente un cazzo. Rimasi con lei altri due anni. Paura di lasciarsi. A 17 anni.
- Se sono da solo su una via, e di sera. Faccio ancora la V con le braccia. Qualche volta mi hanno visto, credo. I peruviani qui sotto sicuramente
- Oltre i limiti umani. Concerto di Pistoia. Esco da lavoro alle 16. Prendo un treno per Firenze dove mi aspetta Fabio. Arrivo a casa sua in autobus. Aspettiamo che arrivi Massimo da Roma. Partiamo per Pistoia, arriviamo in piazza per Interstella Overdrive (sì la cover) e a concerto finito, due ore e mezza circa dopo (quindi l’una circa) torniamo alla macchina perdendoci almeno 3 volte. Riportiamo Fabio a Firenze e alle 5 siamo a Roma. Alle 8 attacco a lavoro.
La cosa è che non mi sono detto “mai più”
- Al concerto degli U2. Quello dello Zoo Tv fu un tour considerato veramente qualcosa di grosso. A Napoli, per dire ci suonava Ligabue che aveva fuori l’omonimo. Insomma dai. A Roma i Pearl Jam. Ci andai col mio compagno di liceo Augusto Albanesi e la sorella, che la patente non l’avevo. Ricordo distintamente lui che diceva non tanto a bassa voce alla sorella “batti le mani sennò Giorgio ci rimane male”. Mica era vero, però ho apprezzato il gesto. Io posso dire di essere tra i primi ad avere visto i Pearl Jam in Italia (e già allora erano tra i miei assoluti) ad esclusione di quelli che sei mesi prima li avevano visti in un localetto a Milano. Un concerto che per altro Videomusic trasmetteva in heavy rotation e che da qualche parte magari ho ancora.
- Quel qualcosa di nuovo. Sempre loro, settembre 2009 con sulle spalle una storia che stava per finire e in preda alla fretta (il giorno) per trovare camicie che andassero bene perchè il giorno dopo dovevo fare da testimone al matrimonio del mio amico Luca. Era uscito da poco Backspacer, almeno il leak e come tutti caddi vittima di Unthought Known. Canzone per cui il concetto di “repeat/Pearl Jam” è quasi un manuale d’uso. Iniziavo a scrivermi con Barbara.
- L’arte di essere un ragazzino che va in puzza. Che non è mai andata via. Per me i Pearl Jam sono una religione, anche più di Springsteen. Anzi, sicuramente di più, chè me li sono vissuti tutti addosso. Ogni volta che sento qualcuno riderci su non dico che mi viene l’impulso Freddo del tipo “perchè sennò che fai te strizzi i coglioni e canti in falsetto” ma mi viene voglia di togliere la parola. Giuro che è così. Mi fermo ogni volta ma l’impulso è quello.
A me non importa molto che un disco sia riuscito o meno, nè ho la tracotanza di dire “tutti capolavori” dico “nessun disco brutto” o “più o meno riuscito”. Non è una questione di tifoseria o di religione, è veramente proprio come se fosse una roba mia, o di un fratello che non ho. Che anche se ci sono 3 pezzi buoni entrano di corsa nello shuffle del lettore e bastano anche solo quelli, perchè tanto alla fine da urlare a polmoni pieni ce ne è. Sempre.
- Perchè non ho voglia di fare i mixtape. Quelli vanno fatti solo per le persone importanti. Ma le mie dodici ve le metto qui sotto
Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.
Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.
Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).
A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.
Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.
Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.
Dicono che non dovresti mai conoscere i tuoi idoli perché la delusione è garantita. Forse io sono stata fortunata perché nella mia vita diciamo da adulta consapevole, cioè dai 15 anni in poi (perché prima di allora c’erano Michael J. Fox, Tom Hanks, Bryan Adams e Freddie Mercury e non li contiamo, ok?) ho sempre avuto grandi passioni e infatuazioni più o meno serie per gente alla quale – per via del mio lavoro – mi sono ritrovata piuttosto vicina, e con la quale ho potuto intrattenere almeno una conversazione, se non addirittura arrivare a sviluppare un rapporto di amicizia, a volte anche relazioni sentimentali. In molti di questi casi – specialmente nel caso di attori e scrittori, direi – c’è da constatare che la sostanza è poca, ma delusioni grosse non ne ho avute. (Vigorose spremute di cuore sì, bisogna ammetterlo.)
Mantenere le aspettative a un livello gestibile non mi è stato troppo difficile. Io non credo al processo alchemico del talento, a quella cosa mistico-cosmica che dovrebbe trasformare una persona normale che si sveglia con la piega storta della federa del cuscino stampata in faccia, si fa un caffè e va al cesso come tutti gli esseri umani, in una specie di flauto magico attraverso il quale soffia il genio dell’Arte quando sale su un palco o si siede al suo scrittoio. Non ci credo perché sono atea e perché la trascendenza ha poco a che vedere con il mazzo tanto che gli artisti (o anche gli sportivi) che più ammiro si fanno quotidianamente per arrivare dove sono arrivati/e. Certo, una base di attitudine particolare ci deve essere, ma una volta che hai visto un attore fare gli esercizi di testo a casa, preparare le corde vocali, andare in palestra, allentare l’elastico della mascella per meglio adempiere alle richieste del pentametro giambico, c’è poco di sovrumano.
Eppure c’è gente che quando sale su un palco si trasforma in un qualcosa di più. Quando Bruce Springsteen sale su un palco con una chitarra in mano è difficile mettersi a pensare alle ore e ore che deve aver passato da ragazzino ossessivo a imparare a fare gli accordi, ai tagli e ai calli che ti crescono sulle dita quando cominci ad allenarti, alla tendinite e all’artrite che ti aspettano quando le falangi si disarticolano sempre più per arrivare a un paio di tasti più in là, allargando le ottave che riesci a comandare. Quando andai al mio primo concerto di Springsteen scrissi, da atea convinta, che la cosa più vicina a quell’esperienza doveva essere la festa di compleanno di dio. La mia conversione alla Chiesa di Springsteen la raccontavo qui. E in effetti, pur con tutto il Santommasismo che mi ritrovo, confesso che mi è difficile non vedere la mia adorazione completa di Springsteen, Bruce Frederick Joseph come una specie di fede. Che ha il suo credo (I believe in the love that you gave me, I believe in the faith that can save me, I believe in the hope and I pray that someday it may raise me), il suo paternoster (hey-ho rock’n’roll deliver me from nowhere), i suoi salmi che parlano di terre promesse e di sogni Americani, la formula per il matrimonio, per il divorzio, e per tutti i sacramenti.
Welcome to the Church of Springsteen
Con questo approccio la cosa che è più difficile da tenere in mente quando Bruce te lo ritrovi davanti un venerdì di ottobre sotto al ponte di Waterloo, se prima d’ora l’hai visto solo da lontano, o al massimo a un paio di metri di distanza in mezzo a una folla di 80000 persone passandogli un cartellone (ti guarda dritto negli occhi e ti chiede se sei tu quella che si sposa le settimana prossima, e se la canzone è per te – ti senti come se il sonar di una balena ti stesse facendo uno scan a ultrasuoni dell’anima e gli rispondi solo con un deciso “sì”, neanche in inglese), è che alla fine è un essere umano come te. I Wayfarers neri probabilmente ce li ha perché ha le occhiaie ed è sfatto dal jet lag (che si sa a venire in qua è molto peggio che a andare in là), non solo perché i flash dei paparazzi sono veramente abbaglianti. Quando lui arriva la gente applaude e parte il solito coro “Bruuuuce” – mi sorprende solo che non abbiamo automaticamente cominciato a fare “Oooooh oooooh ooooh oooh-oh” intonando Badlands come hanno fatto a Roma, ma si sa che i londinesi sono compìti, e dopo poco si tranquillizzano. A differenza di Roma non c’è tanta gente, e la security è rilassata, quella di Londra è una premiere intima, quasi segreta. Lui fa un gesto come a dire c’è posto per tutti, lasciate che i pargoli vengano a me, e scende una specie di silenzio trepidante. Si calma tutto tranne le mie mani, che mentre cerco di fare più foto possibili rendono il lavoro più difficile possibile all’autofocus della mia macchina fotografica. Stringo un pennarello, il catalogo di una mostra di foto di Eric Meola, e il mio cd di Darkness on the Edge of Town(i miei vinili – maledizione – sono a casa a Francoforte dove ho il giradischi).
Di fianco a me una ragazza gli passa un biglietto da 5 Euro e Bruce mi guarda e dice “is this legal? Can I sign this?” Io sorrido, non lo so, lui ghigna e le dice “ok, but don’t put it on eBay”. E a questo punto è il mio turno, ho un sorriso enorme stampato in faccia e non so cosa dire, la gioia è talmente tanta e lui è molto più basso e bello del previsto. “What have you got here?” Gli passo il catalogo che è pieno di foto di lui, tutte bellissime, che raccontano una storia di prima che io nascessi. Lo sfoglia, mi chiede cos’è; gli spiego che in Settembre qui a Londra c’è stata questa mostra delle foto che gli fece Eric Meola per la copertina di Darkness – la copertina che non fu, perché alla fine fu la faccia della celeberrima foto di Frank Stefanko, l’amico non professionista, a raccontare la storia della stanza di Candy, di quelli che vanno a fare le corse in macchina, di quelli che cercano disperatamente qualcosa nella notte al bordo dell’oceano su Kingsley Avenue (dove anche io mi sono persa cercando di trovare lo Stone Pony), e del suo papà assordato dalle macchine della fabbrica di plastica (la fabbrica maleodorante che ho visto a Freehold, New Jersey l’anno scorso, quando ho fatto il pellegrinaggio Springsteeniano). Sono tra le mie storie preferite.
Autograph on the Edge of Town
Lui dice che non sapeva della mostra, mi chiede se mi è piaciuta, temo che mi esca dalla bocca un cosa vuoi che ti dica Bruce, sì o no? Se vuoi ti do anche il PIN del mio bancomat, un rene, un figlio, tieni, prendi tutto ciò che vuoi. Invece lo guardo, sorrido, sono calma, non mi sembra neanche vero – poi mi chiede se voglio che firmi anche Darkness perché ce l’ho in mano, e io certo, e poi respiro e dico grazie. No, grazie davvero, sai, grazie perché l’anno scorso a Roma hai suonato la mia canzone. Davvero, fa lui, e che canzone era? Era I’m on Fire, il cartello diceva che mi sposavo la settimana dopo – ah, fa lui, il cartello non me lo ricordo, ma che abbiamo suonato la canzone sì. La paralisi dei muscoli facciali ora è accompagnata da un’emozione profondissima ma anche da una grande tranquillità, il tempo si è fermato e mi sembra che potrei parlare con lui per un’eternità e che sarebbe sempre così gentile. “So, how’s the marriage thing working out for you?” mi riporta in terra, e gli rispondo che va tutto benissimo, che siamo ancora sposati e ci amiamo tantissimo. E lui, serio, dice solo “That’s important. That’s good.” Queste sono le cose serie, capito. Gli chiedo se possiamo fare una foto insieme e lui mi guarda e sorride e annuisce e dice “if you can figure it out…” – la mia mano destra trema e non riesco a pensare che sarebbe meglio passare la macchina a qualcuno lì di fianco a me, e che ho ancora lo zoom da prima quando cercavo di fargli un primo piano. Allungo un braccio con l’obiettivo rivolto verso di me, e Bruce mi dice guarda che devi venire più vicino perché così non ci si vede tutti e due. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé. Scatto. “Fa’ vedere,” dice, e attraverso gli occhiali scuri non so cosa veda in realtà ma mi dice “I like that. That’s good.”
Prove inconfutabili dell'esistenza di dio. No, cioè, dell'uomo.
That’s good è una cosa che Bruce dice spesso, e davvero non riesco a pensare a un’altra frase che possa rappresentarlo meglio. Perché semplicemente è buono sapere che quando metti tanta fiducia, rispetto, e una specie di forma adolescenziale di amor cortese in un uomo che molto probabilmente non saprà neanche che esisti, tutta questa fede non è mal posta. Ma anche che sia un gran bene che quello che hai davanti sia un essere umano e non una divinità, uno che capisce la tua emozione ed è capace di comportarsi con te come un equivalente essere umano. Che risponde a quello che dici e fai, e che ti fa sentire come se in quel momento le altre duecento persone lì non contassero perché la sua attenzione è per te. Capisci che quello che vedi sul palco è carne e ossa, e che per la magia e il momento della consacrazione l’ingrediente fondamentale sei tu – che è un po’ la cosa che dice qualche ora più tardi, quando invece di andare via dopo la proiezione stampa Bruce rimane al cinema e torna dentro per presentare la proiezione per i comuni mortali. Che sono la cosa più importante, dice, i fan, la conversazione che ho avuto con voi dall’inizio fino ad oggi, voi che mi avete ascoltato e che avete risposto a quel che avevo da dire mentre cercavo di avvicinarmi a capire chi sono.
Mi hanno detto alcuni che avevano i posti in fondo che a circa venti minuti dalla fine Bruce è rientrato nel cinema e si è seduto a guardare il film – che era il documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town. Quando lo vedrete (e vedetelo anche se non siete fans, perché è un bellissimo film musicale, e un grande documentario sulla creatività), vedrete più o meno questo:
Chissà che effetto deve fare rivedersi com’eri a ventisette anni, posseduto da una mania che non è perfezionismo, ma desiderio furioso di essere capito, e terrore di essere frainteso. Vedersi magrissimo e stanco in cima ad una collina con in mano tutto quel che hai, con addosso il peso di aver capito che scappare da ciò che ti spaventa non è possibile, che l’oscurità ai margini della città va guardata dritta, affrontata, compresa e incassata. Chissà come deve essere guardarsi nel passato ed essere in grado oggi di avere questa onestà:
My music was a tool for detective work. At some point I think that’s why the records took a long time, I identified with music so deeply… And I’m still so deeply connected to my work that the questions that I tried to answer at 27: who am I? Where do I belong? What’s it mean to be working? What’s possible to address as a musician? What does it mean to be an American? What does it mean to be a son? A friend, you know? Later on, a father? These are all things that I felt driven to search through the mysteries of in my music.
I don’t know if it was a choice. I think in the end very often your stories choose you, rather than you choosing your stories.
And I think as a young man I had so much confusion that this was my way to try and resolve and repair. All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing work.
Chissà se ci si sente orgogliosi o imbarazzati quando la tua musica fa da colonna sonora alle vite di tante persone tutte diverse tra loro, e queste persone quando le incontri ti ringraziano per cose di cui non sai quasi niente. Non riesco a immaginare che cosa penserà Bruce Springsteen quando si ritrova davanti ragazze con l’espressione di Bernadette davanti alla madonna, uomini grandi e grossi con tatuaggi tamarri della sua faccia sui bicipiti pompati che gli porgono un pennarello con gli occhi lucidi e la lacrima pronta, bambini accompagnati da genitori che sperano nel contagio genetico del contatto con il Boss e li mandano col cartellone che al concerto non aveva suonato a farselo firmare “to Mom, Bruce Springsteen.”
Ma c’erano professionisti delle star, ministri, ex direttori generali della BBC, scrittori in erba, scrittori affermati, comici Gallesi sfigati, un Ragazzo Disegnato Male, e davanti a Bruce Springsteen la settimana scorsa tutti avevano la stessa faccia delle grandi occasioni che avevo io. Lui ha firmato qualsiasi cosa (tranne un biglietto FFSS di una cretina Italiana che è arrivata attratta dal tappeto rosso come un torello alla corrida, e ha commentato: “ah, Bruce Springsteen a me non piace, ma è famoso, dai prendiamo l’autografo” e ovviamente non è stata fatta passare da nessuno), ha parlato con un sacco di gente, stretto mani, fatto sorrisi che avevano tutta la parvenza di essere genuini con una generosità e una calma straordinarie.
Forse la cosa sta non tanto nello scegliere le proprie ossessioni con certezza, ma nella fortuna di essere ossessionati da cose in cui vale la pena credere. Se i tuoi idoli sono esseri umani è tutto molto più a portata di mano. E’ molto più facile non rimanere delusi. E’ molto più facile credere in questo con tutta la follia che la cosa richiede. E’ molto più facile vedere le prove inconfutabili dell’esistenza dell’uomo – and that’s good.
E Springsteen vide che era cosa buona
P.S.: Qui c’è Emiliano che vi racconta l’apparizione di Springsteen alla Festa del Cinema di Roma. Quello che Emiliano non dice è che l’odore di Bruce Springsteen non è odore di autoabbronzante o di profumi burini tipo CK One. Springsteen profuma di uomo buono e pulito, con retrogusto di giacca di pelle, ha le rughe e la barba grigia e non usa il gel. (Non scherzerete mica, questa cosa mi preoccupava tantissimo.) E che comunque la sua abbronzatura è stata ben più color Venditti in certi altri momenti di quanto non fosse la settimana scorsa. Ma forse tra Londra e Roma si è fatto una lampada, non saprei.
P.P.S: Qui c’è The Promise, cha dà il titolo al nuovo/vecchio album di outtakes di Darkness – una canzone che se siete di quelli che Thunder Road è LA canzone, questo è il seguito. E’ seconda solo a Racing in the Streetnella lista di cose che mi fanno versare fiumi di lacrime.
Succede che tu e la tua futura moglie ve ne stiate in spiaggia a farvi le foto del fidanzamento e del futuro matrimonio. Lì, tranquilli e rilassati, al tramonto sul Jersey Shore. Fa anche un po’ caldo e ve ne state in allegria magari assaporate il momento che sta andando via della vostra libertà e l’inizio della vostra vita insieme. E intorno non c’è The Situation no, e voi non siete coatti.
Ridete molto.
Poi arriva quest’uomo con una chitarra, in jeans e occhiali da sole, cammina scalzo sulla spiaggia e vi osserva incuriosito, vi dedica una canzone e si spara qualche foto con voi.*
Cazzo se gli hai fatto Hungry Hearts Bruce sei un eroe**
*E’ tutto vero (via)
**Ah, Bruce, altri 61 di questi giorni eh
E la domanda è rivolta a Rivers Cuomo, leader dei Weezer.
Ora, tolto il declino giunto ormai a livelli di guardia (vedere canzone dei mondiali di qualche post fa, ve lo cercate se volete) i Weezer torneranno per la metà di settembre con un album nuovo che brandisce la nuova partnership con la Epitaph (un po’ una di quelle mosse che si chiamano rifarsi una verginità quando non ce l’hai più e da un po’) preannunciato da un singolo Memories, che non lascia presagire nulla di buono (iper prodotto, iper coatto l’anti Weezer per definizione, ma tanto dopo Pinkerton ci siamo abituati) l’album avrà titolo Hurley.
E questa a quanto pare è la copertina (non scherzo).
(il guaio è che i Weezer hanno perso anche il gusto di far ridere)
E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.
Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.
Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.
Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.
Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.
Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.
A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.
Sentire un disco qualsiasi di Mark Kozelek (ma proprio qualsiasi, del tipo buttati in un sacco tutti e tirato fuori uno a caso) si trasforma il più delle volte in un rito privato, quasi esclusivo.
Per intenderci l’esclusività non è nell’essere roba di pochi o di tanti (che poi, chi se ne frega) ma nel momento, in quello che si crea fra gli auricolari o le casse, il laser del lettore e te che sei lì davanti.
Ogni disco di Kozelek è a suo modo, solo in questo, ripetitivo; per l’esperienza vera e propria che diventa assorbire le canzoni e memorizzarle, ammirare la monotonia della voce eppure armonizzarsi dentro con quell’aria monocorde eppure pregna di tutto che sono quei dischi lì.
Non sono dischi facili, quelli di (ora) Sun Kil Moon e tantomeno lo è l’ultimo Admiral Fell Promises, così scarno, così genuino e puro, così unico nel suo essere identitario, coraggioso tanto da mettere sul piatto la canzone per così come esce fuori, voce e chitarra.
Perchè questa è la forza dei dischi di Mark Kozelek, tutti-sottolineo, l’immediatezza il mettersi davanti a te e farti capire subito cosa sei. E se stai andando da qualche parte.
Avercene.
Anzi no, basta lui.
Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)
Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.
Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle
E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend
Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.
Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.
Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.
E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.
Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.
L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.
Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)
Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.
Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.
Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.
Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.
Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.
E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.
Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)
Il live degli Alice in Chains ovvero come vincere una sfida apparentemente impossibile.
Questa serata parte da molto lontano. Parte da quando lessi per la prima volta la notizia che Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney avevano deciso di tornare in pista, prima alternando alla voce ospiti illustri poi avvalendosi definitivamente di tale William Duvall per sostituire lo voce più tormentata e sofferta di tutta l’epopea grunge, l’inarrivabile Layne Staley.
Cosa che non mi fece che pensare ad imprecazioni e insulti. Se Kurt Cobain è stata l’icona indiscussa per fama, importanza e uscita di scena, Layne ha rappresentato il contraltare oscuro, l’immagine pura della sofferenza e del disagio. La solita infanzia difficile, i problemi con l’eroina, la difficoltà di presentarsi in pubblico che causarono due tour ridottissimi a seguito di due dischi CLAMOROSI come Dirt e l’omonimo, co-autore del disco che in definitiva sancisce la fine di quell’era, lo splendido Above del supergruppo Mad Season, la morte prematura dell’unico amore della sua vita, l’eremitaggio nella sua casa di Seattle conclusosi nell’aprile del 2002 ritrovato a due settimane dal decesso ucciso da una dose letale di speedball, solo, abbandonato e dimenticato. L’immagine della sconfitta.
Questa serata prosegue un anno fa in un negozio di dischi di Roma. Mentre sono intento a cercare chissà cosa facendo roteare indice e medio sui bordi di inutili cd parte un brano diffondendosi prepotente dall’impianto. Le dita smettono di roteare e la testa si alza ad altezza primo piano. Questa è la chitarra di Cantrell… l’ha fatto. Ha fatto un nuovo disco a nome Alice In Chains mentre Layne marcisce sottoterra. Rimango in attesa di elaborare improperi vari e invece rimango fermo ipnotizzato. Il commesso che conosco da tempo nota il mio stand-by e passandomi alle spalle butta lì un “guarda che è un album che merita… sentitelo”. Passo il resto del pomeriggio nel negozio con le cuffie ad ammettere che si, merita eccome, Jerry ha scritto l’album che sarebbe dovuto uscire nel 97-98 se solo non… etc etc.
Questa serata prende forma il pomeriggio del 10 giugno 2010 a poche ore dal concerto degli Alice in Chains all’Atlantico di Roma quando varco l’ingresso del negozio delle prevendite live sotto casa mia. Ci vado e vediamo. Forse non sarà uno sbaglio.
Entro nella sala contemporaneamente a loro sul palco e parte It Ain’t Like That. Il locale non è pieno, lo è il giusto e lasciatemi dire che c’è chi ci doveva essere, nessun avventore inutile, c’era chi per un certo periodo di tempo si è fatto lacerare l’anima dalla loro musica e dai loro testi ed è stato privato di questo rito collettivo.
Non è stato il live degli Alice In Chains. E’ stato il live del popolo degli Alice In Chains. E non ho cose migliori da offrire per confutare questo che dirvi sudore, lacrime, sorrisi, entusiasmo e la voglia di gridare all’unisono
Ora è anche uscito ufficialmente quindi bando alle ciance.
Gli eremiti della musica pesa, quelli che ormai giocano uno sport tutto loro hanno confezionato l’ennesimo disco della madonna.
Così vedo i Deftones, dopo 15 anni di onoratissima carriera, un inizio da comprimari di quella che era la “big thing” del crossover, i Korn (R.I.P.), una freccia messa con sorpasso a destra e sportellata sulla fiancata a stabilire chi era veramente il gruppo che aveva qualcosa da dire, una serie di album sempre ficcanti con picchi inarrivabili (Around The Fur e White Pony), la passione si per l’hardcore e l’emocore applicato al “nuovo metallo” ma anche una sensibilità difficilmente rintracciabile in un gruppo di ispanici/skaters che provengono da Sacramento, quella per la wave, quel tipo di mood un pò inglese. Facilmente rintracciabile nella miriade di cover e tributi che negli anni hanno dedicato agli Smiths, ai Cocteau Twins, ai Depeche Mode, ai Duran Duran, ai Cure (Chino Moreno disse che l’ascolto di Pornography fu una grossa ispirazione ai tempi del pony bianco…). Una botta tremenda come quella del coma di Chi Cheng, ormai da un anno e mezzo, la sostituzione con Sergio Vega (ex-Quicksand, per riallacciarmi ad un post recente).
Così li vedo i Deftones, fuori dal tempo, come una squadra che continua a giocare benissimo uno sport di cui nessuno conosce più le regole, e di conseguenza come qualcosa di cui hai perso il riferimento di paragone.
L’unico, indiscutibile, è quello strettamente personale. E la consapevolezza che ogni volta che tornano sono pronto ad abbandonare dicendo “grazie mille ragazzi per questi anni” e poi invece spingo play e come 15 anni fà mi arrendo all’evidenza. E il pensiero diventa “ma quanto cazzo era bello quello sport”.
Ahò… è pure dimagrito.
Questo è un bonus perchè mi sono infoiato col discorso delle cover ed è la più oscura ed incredibile.
Si chiamano Girls in the Eighties e ad essere sincero per puro caso mi sono imbattuto in loro (come per Wavves un annetto fa quando ne parlai a Colasche lo prese tanto a cuore) e più o meno come coordinate siamo lì. Quello che comunemente viene intitolato come shit-gaze.
Che sarebbe direte voi?
Sono un trio di Nashville, Tennesse che invece di imbracciare le chitarre per i rodeo country hanno tirato fuori dai loro ampli un miscuglione di noise, fuzz, rock, beat elettronici e filtri su voce. Una cagnara assoluta insomma. Di quelle da avere coraggio a spingere play.
Quello che però me li ha fatti uscire fuori dal coro è l’essenzialità delle canzoni, l’essere concise, a loro modo determinate verso una forma immediata.
Mettete un po’ come se i Violent Femmes suonassero con gli amplificatori e gli strumenti dei My Bloody Valentine e ci andate vicino.
In più, a dimostrazione che stiamo parlando di qualcosa di diverso il loro disco Teenage Royalty è sì acquistabile online ma da loro stesso messo in download gratuito qui . Ma qui è un discorso di marketing musicale per cui ai discografici italioti ci sarebbe solamente da prenderli per il culo e sottolineare che davvero, figli miei, non avete capito un emerito cazzo.
Insomma niente di sbagliato, su tutta la linea.
Next big thing? Ma chi se ne fotte (come direbbe Capovilla).
Io a questi voglio bene.
Bene, bravi. Bis.
Ed è un appellativo decente, il più pubblicabile che mi venga in mente per Courtney Love, la regina non del grunge ma delle Yoko Ono dei nostri tempi.
I motivi sarebbe inutile reiterarli. Credo. Basta che insomma si leggano intorno le speculazioni che dal personaggio in questione vengono messe in atto non sulla sua di vita, ma sulla morte di Cobain.
Premesso questo la Love vista l’aria delle reunion (che a me inizia a mettere una tristezza immonda seconda solo al trio del Festival di Sanremo Pupo/Principe/Tenore) ha deciso di rimettere su le Hole.
Oddio, rimettere su è un po’ grossa come cosa.
Lei da sola con tre turnisti aspettando (forse) Melissa Auf der Maur (che comunque era entrata nelle Hole nell’ultimo disco quindi sarebbe un ulteriore palliativo. Fatto sta che tirato fuori un disco solista pressochè ignobile e nascosto (o quasi, la ricordate Mono? na roba che al confronto Alice di Burton è un capolavoro) un secondo lavoro che figuriamoci cosa fosse le è forse sembrata la sua unica maniera per rimanere ancorata al mondo della musica.
E’ passata anche il 19 febbraio a Milano (a ridosso della settimana della moda se non erro, a dimostrazione che la sete di lucine dello show biz è sempre lì ed è quella di un vampiro) e la gente sembra sia stata tutta con lei come dieci e passa anni fa.
A corollario di tutto ciò un nuovo singolo, Skinny little bitch che io non mi stupirei fosse dedicata a Taylor Momsen di Gossip Girl con cui sembra ci sia stata una faida bella grossa e che è un pezzaccio ruvido e niente male, un po’ troppo prodotto ma dalle parti di Pretty On the Inside.
Guarda te, sta stronza.
Se io avessi vent’anni i Gaslight Anthem sarebbero il mio gruppo faro. Vent’anni non ne ho e i Gaslight Anthem purtroppo (o meno male, questione di punti di vista) sono “solamente” un gruppo che mi piace molto. Forse è riduttivo dire mi piace molto o forse entriamo in una sfera sbagliata, semplicemente i Gaslight Anthem sono uno di quei gruppi per cui provo una vera e proprio mozione d’affetti. Perchè questo sia avvenuto credo che sia riconducibile a qualcosa di veramente merdoso, il New Jersey.
Il New Jersey è la vera merda, anzi mmmerda, con tre m, e con tutto il rispetto mi fa venire in mente robe tipo una Latina un po’ più grande (con tutto il rispetto per Latina) con il pregio che s’è portato con sè (non Latina, il New Jersey) Bruce Springsteen. A questo punto lo vedo il coro che innalza un caleidoscopico e a 148 pollici “che due maroni”, un coro che troverebbe anche un senso e il mio appoggio, ma non posso farci niente.
E’ così.
A me chi smarmitta motorini e trucca i cavalli delle macchine e la sera va a suonare nei garage con gli amici fattoni e il grasso sotto le unghie è il manifesto della mia concezione allo stesso tempo di rock e sogno americano andato a male. A Springsteen non è andata male ma qui parliamo dei Gaslight Anthem. Quindi. Quindi il discorso sostanzialmente non cambia perchè parliamo di un gruppo di tardo adolescenti cresciuti con due ascolti, Springsteen (See I’ve been here for 28 years.Pounding sweat beneath these wheels.We tattooed lines beneath our skin.No surrender, my Bobby Jean per dirne una, ma basta spingere play e non essere sordi per accorgersene) e il punk rock direzione Get Up Kids di Something to write home about. Qualcosa che potrebbe essere veramente scontato insomma, e che unisce quello che negli Stati Uniti viene più immediato unire. Con tanto cuore, e tante, tante canzoni che si infilano dentro. Mozione d’affetti insomma.
Per roba inutile.
E vi ho parlato di un disco di due anni fa che sono 8 mesi che non smetto di ascoltare.
Se ne è parlato già da un po’ e in giro. Da qualche parte si è indicato come il principale gruppo alternativo abbia fatto il definitivo passo verso un termine conosciuto come sdoganamento per altri invece si tratta di tradimento.
Che gli Afterhours scrivano una canzone, Adesso è facile (perchè la canzone è, a tutti gli effetti un brano degli Afterhours, e scritto apposta per la situazione) e lo adattino a Mina (dopo avere imprestato alla Mazzini Dentro Marilyn) personalmente lo considero un fatto ben più che positivo.
Qui non è in discussione il valore in sè della canzone, peraltro molto buono, ma il circuito in cui il gruppo auspicabilmente sta entrando, ed in cui è già entrato da un po’ a piccoli passi accompagnati da qualche clamore come la partecipazione a Sanremo e la conseguente ottima idea della compilation de Il paese è reale. Quel circuito fatto di prime time in televisione e musica in televisione che troppe volte lascia a bocca asciutta e quasi senza speranza quell’altro mondo di ascoltatori, quelli che sono in minoranza.
Quelli, per dire come me e come di molti che leggono questo blog.
E non è un discorso, credetemi, di alienazione di culo (che poi ad un certo punto uno con la musica sua ci fa quello che vuole, a meno che non si rinneghi, sport ormai diventato nazionale), ma semplicemente di uscire dal guscio, diventare adulti e magari farsi promotori (se non loro, chi?) di un’intero mondo, un’intera scena che altrimenti si divertirebbe a tirarsi pugnette a livello di fanzine e indie-blog. E niente di più.
E’ un mondo che vuole uscire fuori. E Cristo, viva la faccia di chi ci prova.
Viva gli Afterhours
Io sono uno di quelli che diceva “non si scapperà dalla reunion dei Soundgarden” e il mondo, nessuno escluso (nessuno) diceva in tutta risposta “ma che cazzo stai a dì”.
Eccoveli qui allora belli (nsomma) e pimpanti a riscuotere in cassa un ritorno mai ventilato per dodici anni che solo i meccanismi della reunion decade (vogliamo trovare un nome al decennio passato? eccovelo) perchè alla fine oh, ci guadagnano tutti e un bel giro di rinfrescate al conto corrente non fa mai male.
Chi ha da perdere qualcosa? Tutti. O quasi.
Chi non ha da perderci nulla e potrebbe farsi una nuova verginità? Quel poveraccio (che non nominerò) che ha fatto un disco con Timbaland. Sì il front-man che una volta veniva conosciuto come forse il miglior front-man del rock alternativo (più di Vedder, più di Cobain, più di Staley sicuramente più di Arm che comunque non era un front-man) e che dallo scioglimento del gruppo (giusto e perfetto con un disco che non era una gran cosa ma che alla resa dei conti poi tanto schifo non faceva – Down on the upside) si è buttato in robe temerarie di fronte al quale, permettete forse anche Bobby Solo si sarebbe posto qualche scrupolo.
Ora io non vengo a ricordarvi il paradosso degli Audioslave, l’ossimoro di una canzone per James Bond (il problema non è per CHI è la canzone ma il problema era LA canzone) e un disco con Timbaland. Se fai quello che fai (compresi gli Audioslave e chi se ne frega di Mann eh) e quello che fai è questo e soprattutto VA TUTTO MALE, anzi MALE non rende bene, va tipo le fogne di Calcutta beh qualche problema o qualche deduzione alla resa dei conti dovresti incontrarla. Che forse, tu, non sei quel front-man e che forse tu, avevi un senso in quel gruppo lì abbandonato 12 anni fa. Da qui una reunion che è un maquillage alla fica di Cornell. Nient’altro.
Ps almeno Bobby Solo a 63 anni collabora con Asso. Cornell guarda un po’ da chi hai da imparare
Io la storia dei Rage Against the Machine non l’ho mai capita.
Cioè non è che non capisca tuttatutta la storia dei Rage Against the Machine. Non ne capisco una parte. Quella finale.
E sì, perchè se comunque guardiamo al 1992 e all’uscita di un disco omonimo che vuoi o non vuoi ma ha cambiato la musica tutta (quella che da lì – e da the Real Thing dei Faith No More in poi – veniva conosciuta come crossover) tanto da essere riconosciuti come pionieri di un genere che era arrivato ad essere mainstream nella fine degli anni 90, ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata e pure tanta. Chi non dà il giusto valore alla “cosa” Rage Against the Machine non capisce un cazzo di quella cosa chiamata musica.
Ma un cazzo veramente.
Ma il mio dilemma non è questo.
Mi spiego meglio.
I RATM si sciolgono (con quello che pensa un po’ se non fosse che è un disco di cover probabilmente è il loro disco migliore, Ranagades) nel 2000 e mi rendo conto che, cavoli un gruppo così, che fa dell’attivismo politico e dell’antiamerikanismo la propria etica, il proprio verbo comunicativo, chiudere i battenti nel 2000, ad un anno dal 2001 non dico sia sfiga ma intempestivo.
Non riaprirli, nel 2001 diciamo che era oltre l’intempestivo, era la dimostrazione che la rabbia non c’era più e che era rimasta la macchina. E che di contro, a quel punto forse non era necessario ci fosse più nulla.
Zack de la Rocha tira fuori un singolo con Dj Shadow March of death (gran bel pezzo) e da lì si inizia a parlare di un suo disco in cui sembra siano coinvolti tutti: roba da KRS-One a Aphex Twin a Gesù.
Niente. Non esce nulla.
Esca una mondezza buona per rimastoni Zeppeliniani dal nome Audioslave, una roba che sentita Cochise dici “beh dai i riff sono quelli”. Il problema è il resto.
E non conta che siano uno dei gruppi usati da Mann, per la suggestione, in Collateral. Mann ha usato anche i Linkin Park e personalmente mi ci pulisco un po’ il culo.
Coi Linkin Park intendo.
Da lì una reunion tanto per fare live, un paio d’anni fa ed un nuovo hiatus. E ad oggi dei Rage Against the Machine non si sa più nulla, zero progetti, zero tournee (che a questo punto magari un senso lo avrebbero, o magari no, perchè ora c’è Obama e Obama è nero. Viva Obama). Si sa solo che in Inghilterra hanno detto “piuttosto che comprare il singolo del vincitore di X-Factor comprate la copia digitale di Killing in the name” e il rapporto è stato 50000 download a 500000 per i Rage Against the Machine.
Numeri uno in classifica nel Natale dell’anno di nostro Signore 2009. 17 anni dopo. Una storia che sembra riaprirsi continuamente, che sembra continuamente richiamarli indietro a chiedere un bis, quando l’artista è già sulla macchina per andarsene via.
Una macchina ormai in garage col terrore enorme di uscire da lì, sembrare una Gran Torino del 72 ed essere guardata e lucidata e rimessa a posto. Senza neanche essere ceduta per testamento a qualcuno che con un cane sopra, magari ci fa più un giro sopra.