Speciale Libri e Graphic Novel 2012

Questi i libri(graphic novel, fumetti, libri illustrati, romanzi eccetera) usciti quest’ anno che più sono piaciuti a Giorgio e me.
Nessuna recensione o parere da esperti, nessuna pretesa di verità, solo la nostra opinione, solo la bellezza che ci hanno lasciato.
E se non vi piacciono, parte la mossa di Hokuto.

ROMANZI

arteL’arte di vivere in difesa di Chad Harbach

Già la immagino Irene che salta sulla sedia, ne aveva scritto lei e tanto e bene l’anno scorso. Solo per dirvi che alla fine il libro in Italia è uscito è bellissimo e cose così passano due o tre volte a decennio (assieme a Kavalier & Clay e La fortezza della solitudine). Rileggetevi la recensione di un anno fa e filate di corsa a comprarvelo. Fidatevi. Ah e subito dopo leggetevi Moby Dick, se non l’avete già fatto. (GiorgioP)
Compra

sofia

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti

La storia di una ragazza irrisolta, semplice così. Cognetti è uno di quegli scrittori veramente bravi che come pochi altri sanno scrivere bene di donne pur non essendolo. E chiaramente non è una cosa facile.
Un libro semplice che si accartoccia su storie di vita (di Sofia e famiglia) poco semplici. Ma alla fine l’essenzialità, la natura della scrittura è il messaggio e farlo arrivare nella maniere più breve, delicata e comprensibile possibile.
Tutte cose che Cognetti fa, e sa fare alla grande. (GiorgioP)

Compra

resistere

Resistere non serve a niente di Walter Siti

Siti da moltissimi viene riconosciuto come l’erede naturale di Pasolini. Un po’ è vero. Lo ricorda moltissimo nelle fenditure e nella coscienza che la natura della letteratura e del racconto è anche lo sporcarsi le mani con quello che è estremamente differente da chi vede e scrive. Il ceto medio basso, quello che a volte rialza la testa e a suo modo trova una via nella giungla dentro cui farsi strada. Con le regole della giungla e della new economy, di fondi tossici e della nuova crisi. In mano a squali di borgata. (GiorgioP)

Compra

battutoHo battuto Berlusconi! Racconto in due tempi (più supplementari e rigori) di John G. Davies

So che il titolo fa esclamare un “che du maroni un altro libro di Gomez e Travaglio” invece fermi. Così non è. Berlusconi c’entra ma marginalmente e alla fine. Questo è il Febbre a 90° di un tifoso del Liverpool, meno fighetto di Hornby sicuramente (sia nei modi che per la squadra che tifa che per l’ambiente) e a mio parere molto più emozionante. Scritto come un monologo di teatro in cento pagine va dal fomento da stadio alle crisi famigliari alla crisi alla disoccupazione e di nuovo all’esaltazione per la vittoria. E a Berlusconi. Sorpresa dell’anno. (GiorgioP)

Compra

amanoTutti ti amano quando sei morto. Un viaggio tra fama e follia. di Neil Strauss

Nella mia ignoranza non conoscevo Neil Strauss, ad occhio però il redattore di Rolling Stone è uno di quelli che ha intervistato il mondo e qui c’è un po’ di compendio (500 pagine) delle teste di minchia immani (perché tolto Springsteen e Johnny Cash questo è quello che penserete alla fine del libro) che compongono lo showbiz odierno. Lady Gaga che non scopa perché non vuole perdere energie, Snoop Dogg che va a comprare i pannolini, Springsteen in analisi, John Casablancas che ad occhio è intelligente quanto una scimmia urlatrice. Spassoso. Agghiacciante anche se pensate che a sta gente gli si danno i soldi).
(GiorgioP)

Compra


stonerStoner
di John E. Williams

Pubblicato per la prima volta nel 1965, ristampato in italia soltanto quest’anno.
Un libro bellissimo scritto in modo superbo, che mi ha lasciata sveglia la notte e che mi sono tenuta stretta per tanto tempo, in silenzio.
La normalità di un uomo “sbagliato”, la quotidianità della sua vita, del suo sentire; il dolore, l’infelicità, l’amore forte, le abitudini… nulla di eclatante: un semplice uomo che bada al necessario senza perdersi troppo oltre, un uomo immensamente grande, che con leggerezza e delicatezza scava dentro il lettore un solco profondo e sacro a cui si sa di poter tornare e ritrovarlo sempre. (LauraLali)

Compra

limonovLimonov di Emmanuel Carrère
Le cose sono spesso più complicate di come si pensa, cominciamo così.
E continuiamo dicendo che si può raccontare la storia di qualcuno, la sua vita, le sue scorrettezze politiche e umane, la sua arte, le sue follie, i suoi orrori in tanti modi. Esiste il modo di Carrère di farlo. Limonov e Carrère, l’osservato e l’osservatore, lo scrittore russo e l’intellettuale francese, sono i due centri di questo libro. Con un sovrapporsi di piani, uno spessore storico e uno stile che rende tutto ancora più interessante e profondo.
Limonov a tratti mi ha dato il voltastomaco, a tratti l’ho amato, leggerlo è stato un po’ come quando sali in macchina con la nausea, e poi piano piano passa perché decidi di fissare un punto e lo tieni saldo finché non arrivi a destinazione, come con le pagine di questo libro che non riesci a lasciare più, fino alla fine. (LauraLali)

Compra

raccontiI racconti di John Cheever
Sessantuno racconti, quasi tutti apparsi sul “New Yorker” fra il 1935 e il 1978, pubblicati in un’unica raccolta Italia per la prima volta quest’anno. Finalmente.
Un libro che dovrebbe leggere e rileggere soprattutto chi ama il racconto come forma di narrazione. Ce ne sono di geniali e di una bellezza spaventosa (“La geometria dell’amore”, “La chimera”, “Il nuotatore”, “Addio, fratello mio”, “Una radio straordinaria” per dirne solo alcuni).
In tutti, le ossessioni, i diversi punti di osservazione che si possono/dovrebbero avere delle cose e delle persone, una densità umana che pochi hanno saputo osservare e raccontare senza perdere né i dettagli né la leggerezza.
Uno sguardo ironico, intelligente e cinico che non tralascia la bellezza, lo stupore e la potenza delle emozioni. (LauraLali)

Compra

innamGli innamoramenti di Javier Mariàs

Per la serie facciamoci del male. Ma facciamocelo bene. C’è una coppia perfetta di innamorati perfettamente perfetti e una donna decisamente scombinata, dubbiosa, cinica che li osserva come si osserva qualcosa di bello e felice. Poi c’è una morte. Poi c’è dell’amore ancora. Ma di quello che fa assai male e fa capire che le cose si possono vedere e rivedere in modo diverso. Che non tutto è come sembra. Che la perfezione, guardampo’, non esiste. E no, non dirò altre banalità, giuro. Dico solo che questo libro è stato una sorpresa, un noir che non mi aspettavo di leggere. Ora capisco il sorriso beffardo del commesso della libreria. O forse no? (LauraLali)

Compra

GRAPHIC NOVEL E LIBRI ILLUSTRATI


segretiI segreti del Quai d’Orsay. Cronache diplomatiche: 2
di Blain e Lanzac

Neanche si comincia. I segreti è la graphic novel dell’anno.
Seguito (per modo di dire) del volume uno uscito l’anno scorso è la storia di un comune ghost writer al soldo del ministero degli Esteri francese.
Se il primo episodio si reggeva tutto sulla stesura di un discorso e la sua difficile approvazione, il secondo si sposta all’ONU.
Se pensate che sia una critica al modo di fare politica oggi, lo è, alla mania di grandezza lo è, e se soprattutto tutto ciò vi suona come un passaggio al lato oscuro del ghost writer troverete pane per i vostri denti.
Recuperatelo assolutamente. (GiorgioP)

Compra


salaLa sala da tè dell’orso malese
di David Rubin

Primo libro in quota Tunuè edizioni (tenetela d’occhio). Il centro della storia è una caffetteria (ma che fa solo tè) tenuta da un orso malese, dove eroi e supereroi passano per raccontare le proprie disgrazie e le loro (forse) risalite.
Estremamente toccante, bello come solo le storie di chi ha tanta fantasia sanno essere, è un continuo richiamo all’esasperazione dell’umanità del superuomo e della solitudine. (GiorgioP)

Compra


addioAddio, Chunky Rice
di Craig Thompson

Verrebbe da dire che forse la prima opera di Thompson sia la migliore. Storia anch’essa di estrema fantasia della storia d’amore di una tartaruga e una topolina che come da titolo spoilerone, felice non è e sicuramente non vi lascerà gli occhi asciutti. ne ho già scritto. (GiorgioP)

Compra


tempoIl tempo materiale
di Luigi Ricca e Giorgio Vasta

Vasta aveva scritto il libro tempo fa e Luigi Ricca ci ha fatto una splendida graphic novel. Minimale e dolorosa. Fatta di un bianco e nero curatissimo che può ricordare Gipi ma senza gli eccessi da overdose.
Il tempo materiale è una storia di emulazione sbagliata e di anni di piombo e di ragazzini che sbagliano la parte da cui stare. Eppure è un libro che arriva dentro e che non lascia scampo alle riflessioni. Secondo libro in quota Tunuè. (GiorgioP)

Compra


paginePagine nomadi. Storie non ufficiali dell’ex Unione Sovietica
 di Igort

Quando ho preso questo libro in mano a momenti la signora della Coconino mi limona davanti a tutti. Mi ha detto “questi due” avevo preso anche Asterios Polyp “non sono libri comuni ma sono da biblioteca”.
In effetti è vero, su Pagine nomadi (che è tutto tranne che un libro facile) Igort racconta ciò che gli è stato tramandato della cultura dell’ex Unione Sovietica da Cechov a Majiakowski per finire con il massacro ceceno. Fatto di diari scritti a mano, tavole di fumetti, reportage fotografici, un libro prezioso. (GiorgioP)

Compra


cronacheCronache di Gerusalemme
di Guy Delisle

Delisle è uno dei maestri del graphic journalism (Pyongyang e Shenzen) qui racconta il suo passaggio di un anno a Gerusalemme al seguito della compagna che partecipava ad una missione di MSF. Con la calibratura che solo i grandi fumettisti (e i grandi scrittori) sanno dare Delisle racconta con l’occhio occidentale tutto quello che c’è da capire (e che a volte sfugge anche all’occhio di chi scrive) delle contraddizioni della diaspora israeliana. Con mini racconti a tratti comici, a tratti riflessivi, a tratti commoventi. Straconsigliato. (GiorgioP)

Compra 

polpUn polpo alla gola di Zerocalcare
Che dire, gli si vuole bene, molto. Tipo cotta adolescenziale. E questo libro è stato la conferma che di talento il signor Calcare ne ha a bizzeffe, non che si avesse bisogno di conferme eh, ma di libri e tavole sue sì, sempre. Mi ha fatto piangere e sorridere, senza banalità con una storia ben scritta, personaggi definiti e l’immancabile ironia che diverte, accompagnata da uno spirito noir che non mi aspettavo. Insomma sposami.
Va bene la smetto, ne ha scritto molto più lucidamente Giorgio qui. (LauraLali)

Compra

vaderDarth vader and son di Jeffrey Brown
Immaginate solo le mie urla di gioia alla scoperta di questo libro.
Da brava fan di Star Wars non potevo perdermi questo gioiellino: la vita di un papà particolare come Darth Vader alle prese con un quattrenne Luke Skywalker. I giochi, le domande, i capricci, le lezioni di vita, la quotidianità. Uno spasso per chi ha voglia di sorridere e far sorridere anche gli occhi. Buffo e dolce come solo i veri duri sanno essere. Imperdibile. (LauraLali)

Compra

brunoBruno- Il bambino che imparò a volare di Nadia Terranova, Ofra Amit (llustratore)
Un libro difficile e sottile. Un racconto che a volte fa mandar giù magoni e stringere i pugni ma che prende tutta la sua dolcezza dalle tavole della bravissima Ofra Amit, tavole di una bellezza disarmante. Bruno è un bambino, poi un adolescente e un uomo, è Bruno Schulz scrittore e intellettuale polacco.
Bruno è un bimbo ebreo con una testa molto grossa, un bimbo chiuso e timido
E ha un papà adorato, estroso e strambo capace di mutare e diventare tante cose diverse e folli e che gli insegnerà a volare e a fuggire in tanti modi dal Male che lo inseguirà. (LauraLali)

Compra

coseCose che non vedo dalla mia finestra di Giovanna Zoboli, Guido Scarabottolo (illustratore)
Con una leggerezza assoluta parla proprio di questo: di quelle cose che non si vedono, dell’abitudine che rende le cose invisibili.
Bici rubate, bottoni, animali fuggiti, cartoline mai spedite, pensieri nascosti, personaggi strani, strade inesistenti, oggetti scomparsi, cuori instabili…tutto quello che c’è ma non si vede o forse sì, basta stare in silenzio e osservare spalancando gli occhi all’ironia e lasciandosi guidare da disegni semplici ed evocativi. (LauraLali)

Compra

Speciale Top Mostre 2012 – unavoceacaso

Come spiegavo nel mio ultimo post, la classifica degli album 2012, questo è stato un anno che per la maggior parte mi ha tenuto occupato con quello che dovrebbe essere/vorrebbe essere/in fin dei conti é ciò che faccio: guardare l’arte e commentarla. Ma se da un certo lato il mio ruolo si è sempre “ridotto” ad un marginale (che, attenzione, rimane sempre la migliore posizione per la critica in un sistema), passivo vedere-indicare-nominare, quest’anno invece è stato caratterizzato dal sentirmi dentro la Cosa che chiamo Arte; paradossalmente, a pensarci bene, non ho mai scritto meno. Allora perché questo sentimento di partecipazione attiva? Qual è, tirando le somme, il compito di un critico? Ecco secondo me il compito di un critico è essere presente: alla produzione della Cosa e a ciò che ne sta dietro, a chi compone la Cosa e a ciò che ne sta dentro. E infine certo, anche produrre la Cosa. Per questo colgo di nuovo l’opportunità che questo blog mi da per fare qualcosa di utile e metter già un paio di pensieri su quelle che sono state, a mio avviso, le mostre più belle del 2012.

ITALIA

alberto-garuttipac-milano-11Alberto Garutti: Didascalia/Caption @ PAC Milano (16 Novembre 2012 – 3 Febbraio 2013) cur. Hans Ulrich ObristPaola Nicolin

Hans Ulrich Obrist è una specie di figura mitologica ubiqua, una specie di Steve Albini dell’arte: cura mostre e scrive libri a dozzine, compare e scompare in parti del mondo fra loro distantissime. Un tycoon senza baffi e sigaro che produce o partecipa alla produzione di buona parte di ciò che nel sistema dell’arte è definito importante.

Alberto Garutti invece è una figura mitologica personale: ho incrociato le sue opere solo in un paio di occasioni negli anni ma sentito nominare innumerevoli volte in Accademia, essendo un docente semi-idolatrato quanto temuto dai suoi studenti, molti dei quali miei amici.

La mostra è stata quindi un temuto esercizio di equilibratura tra l’esperienza mediata dei racconti che alimentava questo mito e l’esperienza diretta della conoscenza di ciò di cui si parla, esercizio che si è rivelato inaspettatamente positivo, come quando leggi un classico e capisci perché è tale. L’opera di Alberto Garutti è un sollievo per chi come me ha mal sopportato un’arte dell’impegno etico dai dubbi risvolti pratici  e dai brutti risultati estetici (ad esempio alla Biennale di Berlino di  quest’anno): Garutti crea un dialogo produttivo fra suggestioni personali, caratteri autobiografici (le cui soluzioni formali ricordano molto da vicino Alighiero Boetti, uno dei miei artisti preferiti) a una dedizione al sociale che se mira alla Rivoluzione lo fa attraverso il contatto umano con i micro-ambienti (la provincia) che hanno segnato una vita.

Didascalia/Caption è oltretutto una mostra curata da manuale, che sfrutta in modo ineccepibile gli spazi difficili del PAC, scegliendo per ogni sala i lavori più adeguati (il cui rapporto qualità/quantità è altissimo), dalla quale addirittura traggono forza.

Consiglio fortemente  a chiunque di andare al PAC prima che chiuda questa mostra di rara forza. Per quanto mi riguarda conto di tornarci con i miei genitori per, citando un amico, “spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa”.

 

RESTO DEL MONDO

DVD Dead Drop @ Museum of the Moving Image NY (16 Agosto – ?) cur. Aram Bartholl

Premessa necessaria: occorre dire che non ho visitato la mostra nel senso tradizionale del termine, e che se tenessi di più a salvaguardare piuttosto che a perdere il confine fra reale e virtuale avrei dovuto assegnare questo spazio alla bellissima retrospettiva su Hélio Oticica al Museu Berardo di Lisbona (grazie Irene per il consiglio). Fine premessa necessaria.

DVD Dead Drop è un’installazione dell’artista tedesco Aram Bartholl per il Museum of the Moving Image di New York, consistente in un foro nel muro nella quale si è invitati a inserire un dvd vuoto. Dall’altra parte un computer masterizza automaticamente sul vostro dvd dei video selezionati da Bartholl.

È un caso di importanza rara oltre che di una semplicità e accessibilità altrettanto difficili da trovare per l’arte che ha come soggetto e forma i nuovi media, di cui Bartholl è uno dei migliori portabandiera. La bellezza del progetto sta tanto nella sua efficacia ed effettiva qualità (potete vederlo voi stessi grazie a quei geni benefattori di 0-DAY ART, che hanno fatto un torrent della prima mostra) quanto nella sua replicabilità come format curatoriale che trae proprio dal binomio fisico/digitale la sua forza.

Top Film 2012 – Byron

Top20

Per parafrasare quel tale, “il cinema sta morendo, ma a volte mi diverto a guardare il corpo che si decompone”.

Holy Motors è stata per me l’esperienza cinematica più gratificante e stimolante dell’anno. Un film sbalorditivo, che ti fa ricredere quando pensi che il cinema abbia finito di sorprendere. Holy Motors è un’elegia per un cinema che non è mai esistito e un epitaffio per tutto quello che è già stato fatto. Allo stesso tempo è un’urna ricolma di ceneri fumanti dalle quali esce una fenice con le fattezze di Denis Lavant – un attore puro, che capisce la potenza devastante della ‘bellezza del gesto’ e ne incarna il significato col suo corpo flessibile come un metallo in fucina, e col suo volto dalla finezza sconfinata, tanto nel mélo più romantico quanto nel grottesco più espressionista. Holy Motors è un film difficilissimo da consigliare perché non lascia scampo: o lo ami o lo odii (e per capire se lo ami ci metti almeno tre giorni). Holy Motors è per me una vetta insormontabile della classifica di quest’anno, tutto il resto al confronto impallidisce.

Abendland è un prodotto ibrido – un documentario narrativo senza dialoghi che incontra la video arte concettuale – che rappresenta il mondo misterioso dell’Europa occidentale di notte. È un prodotto in egual modo affascinante e repellente, girato in digitale ad altissima definizione che impone grande rigore estetico sul materiale. Uno di quei film di non-fiction che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo.

Di Marina Abramovic The Artist is Present ho già detto un sacco di cose qui, e di Skyfall ha già parlato Giorgio – entrambi film del cuore, pieni di grandi emozioni dalle più alte alle più basse. Bravi, è per questo che si va al cinema. (Vi potrei raccontare l’aneddoto di quando ho conosciuto Daniel Craig prima che fosse Bond, ma magari nei commenti).

Jagten (Il Sospetto) ha la performance dell’anno – un Mads Mikkelsen strepitoso con in mano il ruolo della carriera. È anche un film gestito in maniera magistrale, pieno di tensione e di grosse domande, che usa la scusa di un argomento di grande sensibilità corrente per parlare di tutt’altro: è un film su una società fortemente maschile che si illude che ci siano grandi differenze tra bambini e adulti, e tra innocenza e violenza. Se Vinterberg fa un film ogni dieci anni ma gli escono robe come Festen e questo, io sono a posto. (Si può dire che il cinema scandinavo spacca? Ecco.)

Tabu lo vedrete tutti l’anno prossimo e mi direte che avevo ragione. (Attenzione, è un po’ lento, ma che ci volete fare, è un film portoghese. Fa anche abbastanza ridere e c’è un coccodrillo).

Hiver nomade è stato il film più bello visto alla Berlinale 2012: un documentario gentile e ben fatto su due pastori che praticano la transumanza in Svizzera. In questo film ci sono due umani, tre asini, quattro cani e ottocento pecore che recitano meglio del 99% del cast di Downton Abbey, e anche una quantità infinita di neve. Un paradiso.

Nostalgia de la luz è un altro documentario (ho lavorato per metà del 2012 per una compagnia che distribuisce documentari, si vede?) che parla del deserto più vasto del mondo in Cile, dove gli unici abitanti sono gli astronomi che studiano la nascita delle galassie e le donne che ancora a distanza di decenni cercano i resti dei loro desaparecidos. È un film potentissimo che ci ricorda che polvere siamo e polvere ritorneremo, e che la storia di un essere umano e la storia dell’universo intero sono due specchi che si riflettono a vicenda. Potentissimo.

Seguono quattro film sull’inevitabilità e le complicazioni dell’amore in tutte le fasi della vita: dai giovani di Un amour de jeunesse le cui vite si attorcigliano fino a soffocare, a quelli di Weekend che si incontrano e imparano a respirare insieme per la prima volta, fino ai vecchi di Le Havre e Amour, testimoni di miracoli e di trasformazioni dolorose e liberatorie. (Un grazie particolare va fatto ad Amour per averci regalato @Michael_Haneke, ovvero l’account twitter più divertente dell’anno. Tweet tipo: “Xmas joke: who only haz one parmz dor? terruns malik lol” o “Why did terruns malik cross the road: to take a lingering shot of a leaf on a tree lol”.) Parmz dorz per tutti.

Come altri film che ho amato quest’anno, Tomboy parla di crescita e di identità, è un film delicato e osservato con cura (è anche un film – ghhh – ffffrancese, un fatto che va notato perché io che in generale mal sopporto la cultura gallica quest’anno ho visto un sacco di roba interessante provenire da oltremanica).

È stato il figlio e Reality andrebbero a parimerito come elaborazioni dell’identità italiana di questo secolo, entrambi prodotti con grande stile e una voce che si fa sempre più distinguere nella mediocrità generale del cinema italiano, che visto dall’estero continua mancare di ambizione (per quanto anche il film dei fratelli Taviani sia stato un segno positivo di una certa voglia di fare altro). (La cosa che non ho ancora detto di Reality è che mi è piaciuto il suo non essere un film sulla reality-tv, ma sul desiderio di identità e di affermazione dell’italiano medio; il tocco leggero di Garrone qui secondo me è persino meglio della man forte che aveva messo a Gomorra. Ha prodotto un film che sembra quasi un racconto di Italo Calvino, e non c’è complimento più grande. Di Ciprì potrei dire lo stesso, e aggiungere che visivamente ha gran stile, come lo ho sempre avuto, e che sarebbe bello se si mettesse a fare il regista a tempo pieno).

Take Shelter è forse il film definitivo sul millenarismo apocalittico scatenato dalla cultura post-11 Settembre e combinato con la crisi finanziaria globale-totale. Poi a fare il matto come lo fa Michael Shannon non c’è nessuno, bravo.

The Master al 17mo posto è invece sintomo di grande delusione verso colui che con There Will Be Blood aveva sbaragliato il cinema post-11 Settembre. The Master è tecnicamente un capolavoro di fotografia e inquadrature vastissime in cui un essere umano non può che vagare senza infamia e senza lode, senza meta e senza biglietto; è un film dispersivo e diffuso, a cui manca la compattezza di cui sappiamo che PTA è capace. Detto tutto ciò, quando l’ho visto avevo 38.5°C di febbre, quindi prima di dire che è una ciofeca lo rivedo e ne parliamo.

Dans la maison dev’essere il primo film di François Ozon che mi diverte (appunto perché c’è quella cosa del mio ostacolo con la cultura francese), così come Moonrise Kingdom è il primo di Wes Anderson che non mi irrita a morte – entrambi confezionati a puntino (il primo da un punto di vista strutturale e di sceneggiatura; il secondo è così bello a vedersi nonostante il peccato di zoom che andava premiato).

Poi, last, but not least (e neanche last, in effetti, bensì 19mo), vi devo dire che Il cavallo di Torino, l’ultimo film di Bela Tarr, l’ho visto finalmente tre giorni prima di finire la classifica. Normalmente uno dei miei criteri di valutazione per le classifiche di fine anno è “quanto mi rimane in testa il film dopo averlo visto”, e quindi evito di inserire i last minute. Ma questo è un film che non lascia spazio agli indugi. Silenzioso, nichilista, essenziale e desolato, Il cavallo di Torino è l’esatto opposto di Holy Motors, e il suo perfetto accompagnamento. È l’opera di un cineasta che ha smesso di credere nel cinema, che lo lascia perché lo ama troppo, perché davanti all’eccesso dell’immagine non sa più rispondere con altre immagini. Nonostante l’ascetismo del film e il rigetto del mezzo, Tarr si dimostra ancora una volta incapace di produrre un film che non sia ricco, misterioso, ipnotico e irrevocabilmente capace di vita propria.

Mi sembra quindi un’ottima conclusione a questo riassunto del mio anno al cinema, scritto tra Natale e capodanno, quando l’anno vecchio è finito e quello nuovo sta per arrivare. Stappiamo lo champagne: il cinema è morto, lunga vita al cinema.

Top Film 2012 – GiorgioP

lista-film-20122

Cominciamo dall’inizio (premesso che ricordatevelo sempre una classifica è per definizione una cosa estremamente soggettiva e nessuno deve trovare alibi alle proprie scelte, è che di parecchi di questi film non ne ho mai parlato, nè qui ne su twitter).
Shame è stato il film che più in assoluto mi ha scavato dentro e rivoltato come un calzino, lo difendo a spada tratta allo stesso modo in cui farò per Prometheus che per me è la sintesi di quello che intendo per fantascienza.
La talpa è un film di un’eleganza incredibile, un orologio perfetto scritto da Dio. Il sospetto, proprio lì lì allo scadere delle classifiche è un film enorme che ti tormenta dentro. Skyfall il film bomba dell’anno, quello che si guadagna la palma del “lo rivedo trentasei volte e dirò ancora”.
Amour l’ennesimo grande cazzotto malessere di Haneke, The Artist is Present, per un ignorante di arte come me un film che fa scoprire molto.
Millennium invece è il film di Fincher da riscoprire, quello per cui le atmosfere fanno molto, tantissimo, Paranorman l’innamoramento numero uno dell’anno, un film prezioso e incredibile. Tim Burton si taglierebbe una mano per fare un film così.
Detachment è l’innamoramento numero due, e il film per cui ricorderò preziosamente questa mia classifica.
Hugo Cabret è un meraviglioso omaggio al cinema di Scorsese, avercene.
Reality film italiano dell’anno e già ne ho scritto.
War Horse è una splendida storia di amicizia, e guerra, se poi ci metti Spielberg e le lacrime (tante) completi l’opera.
Another Earth il film sorpresona dell’anno. A dimostrazione che con pochissimi mezzi si può scrivere un grande film di neo fantascienza.
The Dark Knight Rises il film di pancia di Nolan, un po’ distratto ma ti rivolta dentro.
Tutti i santi giorni il film che difenderei fino alla morte, c’è tutto Virzì, pregi e difetti, però ti porta dove vuole lui. Bedtime il film di Balaguero che è meno horror e per assurdo il più terrorizzante, da recuperare se non l’avete visto.
Moneyball il film per me, per chi inizia ad amare il baseball e ama il fantasy game. Toccante come la canzoncina finale.
Brave forse film sottovalutato dell’anno. C’è più Pixar in questo che in tanti altri.
Killer Joe brucia sul filo Quella casa nel bosco, mica per altro, perché alla seconda visione il secondo non mi ha convinto tantissimo. Non lo ha fatto manco Killer Joe. Vince però per la sceneggiatura redneck e assurda.

Top Film 2012 – ale-bu

Ok, appena ho chiuso il post sui dischi che mi sono piaciuti di più la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “mamma mia quanti dischi non ho ascoltato quest’anno”. Ora ho appena messo in ordine i miei 15 film 2012 e sto giusto giusto pensando “mamma mia quanti film non ho visto quest’anno”. A parte che sto cominciando a chiedermi che cazzo abbia fatto negli ultimi 12 mesi, questo è per dire che sarei pronto a fare una classifica dei film che ho perso. Ai primi 3 posti, sulla fiducia, ci sarebbero Amour, Skyfall e La parte degli angeli. Scusami Ken.

Ormai mi sono affezionato al numero 15. Per arrivare a 20 avrei dovuto aggiungere Edgar, e non mi pareva il caso.

Ormai mi sono affezionato al numero 15. Per arrivare a 20 avrei dovuto aggiungere Edgar, e non mi pareva il caso.

Quest’anno scegliere la prima posizione è stato facilissimo. Quando sono uscito dal cinema dopo aver visto Moonrise Kingdom avevo gli occhi che brillavano. Ma brillavano davvero, come quelli di Ciclope quando toglie gli occhiali, senza però fare un casino ogni volta che giravo la testa. E’ la favola perfetta. Quella che alla fine dei titoli di coda ti nasconderesti sotto la sedia del cinema per stare dentro a rivederla di nascosto. Solo che era mezzanotte e il terzo spettacolo non c’era. Per cui ho dovuto rinunciare. Oltretutto, il mio pacchetto di M&M’s forse non sarebbe bastato per me e Chiara fino al pomeriggio successivo.

Laputa (il titolo in giapponese mi piaceva troppo per non scriverlo) vince il premio paraculata 2012, degno erede di This is England dell’anno scorso. Stessa identica motivazione: è dell’86, l’avrò visto per la prima volta 10 anni fa, ma gli impicci della distribuzione italiana l’hanno portato al cinema solo adesso. Ed è bellissimo, con tutti i suoi rimandi a Conan. Tolto Totoro, che fa storia a sé, fa parte di quello che per me è il trittico perfetto di Miyazaki, con Nausicaa e Mononoke. Più della Città Incantata. Più di Kiki’s. Persino più Porco Rosso.

A completare il podio c’è A Simple Life, che in due parole è un film dove non succede niente. Ma davvero: proprio quasi niente. Però alla fine del film mi sembrava che fossero passati dieci minuti invece di due ore, e non mi ero nemmeno accorto della tempesta di zanzare che mi aveva martoriato durante il cinema all’aperto. Avevo il magone e i lucciconi che solo le storie belle ti regalano.

Passando a casaccio la classifica (che poi classifica non è, ma un ordine ce lo dovevo pur dare. Le foto a casaccio non riuscivo a metterle) Argo è una figata, nonostante gli addominali di Ben Affleck messi lì senza un perché a un certo punto. E John Goodman e Alan Arkin sono splendidi. Un sapore di ruggine e ossa e Monsieur Lazhar nascondono tanta bellezza dietro un muro di tristezza che metà ne basta. The Avengers dopo il primo X-Men è IL Marvel Movie. Diaz e Il sospetto mi hanno fatto arrabbiare e pensare tanto a quanto fa paura l’impotenza in certe situazioni. Lo stesso, anche se il film non è assolutamente così bello (però Favino parla un milanese sensato, al contrario di Kim Rossi Stuart in Vallanzasca), vale per Romanzo di una strage. Ma passare davanti a Piazza Fontana più o meno tutti i giorni ti fa sentire un po’ tua anche una storia che non hai vissuto direttamente (vecchio sto diventando vecchio, ma non così tanto). Fatto salvo che in realtà quella è un po’ una storia di tutti.

Per il resto, Tutti i santi giorni è una bella storia, surreale e reale al tempo stesso, quanto basta per fartene un po’ innamorare. Più in piccolo, lo stesso ragionamento vale per Safety Not Guaranteed (sorpresona in positivo) e Ruby Sparks. Infine Bones Brigade è un gran documentario, forse un po’ lunghetto (special modo se visto coi pinguini all’aperto durante il MFF), ma pieno di passione per quello che racconta. E i deliri di Rodney Mullen valgono da soli il prezzo del biglietto.

Ok, non dovrei avere dimenticato nessuno. Ah no, Hugo Cabret. E’ stato il primo film della mia vita che ho visto in 3D, scoprendo che è una tecnologia con un fondo di razzismo verso chi senza i propri occhiali non vede un’acca. Però ci sono gli orologiai, le stazioni e il racconto della magia del cinema sullo schermo del cinema. Mi ha anche fatto scoprire Georges Miélès (va ora in onda la prima puntata de “l’ammissione di ignoranza di ale-bu”, sceneggiato in 4 parti).

Per fare le cose fatte bene dovrei citare la delusione dell’anno. John Edgar, dove sei che tocca a te?