Forse sono un po’ stronzo.
Non solo perché ho scelto come titolo un verso – pure recente!- del sommo Max nazionale (non Stèfani , ovviamente, ma Pezzali, -colui il quale ha scaldato il cuore di tutti i bimbi della mia generazione insieme ad un immenso monumento chiamato Mauro Repetto), ma perché sto consigliando

Parte dell'equipaggio della Destiny
una serie che è stata ufficialmente cancellata e che sancisce la fine dell’intero universo Stargate.
Metto le mani avanti:
Sono uno sporco infedele: non sono mai stato un seguace di SG-1, né di SG Atlantis.
Tale premessa appare doverosa, visto che la ragione per cui Stargate Universe ha avuto vita breve è da rintacciarsi proprio nell’ostilità mostrata dai fan storici della serie. Un sentimento d’odio facilmente comprensibile considerando che, oggi, il fan americano medio della fantascienza (o di serie che si avvicinano a tematiche fantascientifiche) è molto vicino ad un cerebroleso che agogna un incrocio tra Star Trek, Star Wars e, appunto, Stargate classico ripetuto ad libitum, con un paio di bocce ogni tanto per catturare l’attenzione. Tale paradigma non ammette eccezioni: nessuna serie che si distacca troppo da questo schema (l’unica eccezione, per fortuna, è Doctor Who, l’unica serie straniera che gli Americani riescono a guardare senza sentire l’esigenza di fare un remake) riesce a durare.
E così è morta Firefly, salvata solo in extremis da un bel film conclusivo (anche se ci sono voci interessanti sul web…).
E recentemente è morta anche Stargate Universe, che non ha avuto la stessa “fortuna” della serie creata da Whedon e, a meno di miracoli, di ripescaggi, o di collette inverosimili, resterà per sempre senza un finale.
Perché, dunque, consigliare una serie che non avrà mai un finale? Perché, e qui ci sta bene la saggezza popolare di Pezzali, in questa serie l’importante è davvero il viaggio e nessun finale avrebbe mai potuto eguagliare la meraviglia di quell’atmosfera di avventura attraverso l’ignoto spazio profondo che si respira nel corso degli episodi.
Senza rovinare la visione, Stargate: Universe è incentrato sulle vicende di un equipaggio composto da civili, militari e personale scientifico che si trova a dover affrontare una convivenza frozata. Questi personaggi, infatti, sono finiti tramite uno stargate su una nave chiamata Destiny, appartenente ad una razza aliena estinta (gli Antichi) che, all’apice della sua evoluzione, ha dato il via ad un processo di ascensione finalizzato alla trasformazione in pura energia.
Ok, molto nerd, ma altrettanto affascinante.
Il nuovo equipaggio della Destiny non può fare ritorno sulla Terra e si ritrova a decine di milioni di anni luce da casa. Se le esigenze immediate sono relative alla sopravvivenza (i titoli dei primi episodi si riferiscono alle diverse problematiche che i Nostri si trovano ad affrontare), successivamente l’equipaggio si spaccherà sulla scelta di tentare la via di casa, o continuare la missione idealmente iniziata dagli Antichi: la ricerca dell’origine dell’universo.
Se qualcuno dice “Star Trek Voyager” non sbaglia, ma il livello qualitativo di SGU e i suoi mezzi sono di un altro pianeta.
Inoltre, quello che STV non aveva è quel senso di “comunità” costantemente minata da contrasti che rende SGU davvero unica. Troviamo un’umanità persa, alla deriva, che deve affrontare una convivenza forzata e difficile: troviamo la scienza, la volontà di andare avanti nella ricerca per trovare risposte a domande sepolte nell’alba dei tempi, perfettamente incarnata dal Dott. Nicholas Rush (magistralmente interpretato da Robert Carlyle, mica cazzi!), la gerarchia e la necessità di mantenere un ordine sulla nave, ovvero il Colonnello Young, la democrazia, la politica, i diritti civili e moti “insurrezionali” di Camille Wray e, per rappresentare “l’uomo comune” che, come sempre, nasconde grandi doti, troviamo il gigantesco personaggio di Eli.
Gli episodi sono perfettamente equilibrati tra avventura, azione e approfondimento psicologico, il tutto filtrato attraverso un uso incredibilmente personale della distorsione del continuum spazio-temporale (grazie, Doc!) che trova i suoi risultati più geniali e commoventi nelle puntate “Time”, “Visitation” ed “Epilogue”.
Perché SGU
non ha avuto successo? Semplice: i non appassionati di sci-fi si sono tenuti a debita distanza da un prodotto recante il marchio Stargate. I geek americani non hanno sopportato una serie cupa, opprimente, fatta di tematiche adulte, con momenti anche romantici e, soprattutto, con numerose puntate introspettive.
Una serie che, pur riprendendo tematiche care alla fantascienza classica (molte puntate seguono lo schema di Star Trek classico), ha saputo evolversi in modo originale, intenso e coinvolgente, scommettendo contro tutti e tutto (non è di certo il miglior periodo per la fantascienza) con coraggio e classe e, nonostante la cancellazione, ha saputo regalare ai suoi pochi fan un finale (apertissimo) semplicemente meraviglioso.
Per concludere, se non volete credere a me, credete al Generale Max e se proprio non riuscite a concepire una serie senza finale, considerate che la terzultima e già citata puntata, “Epilogue pt. 2″, come suggerisce il titolo può fungere da finale.
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