Col maiale ero più tranquillo

E ci ritroviamo qui, un anno dopo (più o meno) l’esplosione della mini serie Black Mirror. O meglio dell’esplosione del genio di Charlie Brooker, il suo creatore.
Nulla di differente, Black Mirror é e rimane una critica caustica agli attuali mezzi di comunicazione/informazione, un paradosso cinico e per qualche caso molto vicino ad una realtà che ha sempre meno del reale e sempre più del finto e di facciata.
I tre nuovi episodi (e penso che siano solo tre perché al dunque sono episodi sconvolgenti che lasciano da scrivere pensare e parlare per molto tempo) alzano anche l’assicella rispetto la scorsa stagione dove a fronte di un episodio shockante (il maiale) metteva in fila un episodio sul reality del futuro meraviglioso e un terzo più che citazione di Strange Days.
Nella nuova serie parliamo sostanzialmente di tre e propri film per consistenza e densità, soprattutto il nuovo episodio dedicato al reality.
Poi Brooker in coda mette un episodio che spero dimostri la profonda stupidità del mezzo e di chi l’ascolta, perché in The Waldo Moment il protagonista é un orso blu digitale dietro cui uno staff decide di tentare l’assalto alla politica. A botte di vaffanculo.

Ma questo grazie all’idiozia del nostro di paese credo sia un episodio che vada oltre la finzione e che probabilmente durerà più di quaranta minuti. Del resto se abbiamo deciso che la nostra posizione fosse quella aldiqua dello schermo (ed é questo il punto di Brooker, la passività di fronte a qualsiasi merda ci sia proposta) beh é un po’il futuro che ci siamo apparecchiati da soli.
Senza fiatare.

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The World’s Largest Utopia

Scriviamo la sinossi, così vi esplode il cervello, criminali sono alla ricerca di una graphic novel chiamata The Utopia Experiment che sembra contenere segreti irrivelabili sul futuro dell’umanità e vogliono appropriarsene a tutti i costi. 5 appassionati di fumetti e della graphic novel si trovano in mezzo.

Questo è Utopia, mini serie di sei episodi auto conclusiva prodotta da Channel 4 e chiusa da una decina di giorni.
La regia (e la scrittura di Dennis Kelly) è una delle robe più cinematografiche (per tv) che mi possano venire in mente anche pensandoci un bel po’. Chi è Dennis Kelly? uno che ha fatto una tonnellata di teatro e Spooks. Non lo conoscete? Amen.
Insomma Utopia si va ad inserire in quello spicchio fatto di immaginario fumettistico e cospirazionista, cosa che a suo modo scende da Watchmen, passa per V for Vendetta e arriva a Y. Lo stile della serie prende un po’ le distanze dal british old school, quello fatto di tanto tanto artigianato e sposta il faretto sulla fotografia, la tensione e gli incastri. Rimodula il linguaggio del genere (che poi alla fine parliamo di un genere abbastanza “scarno” dopo l’ottimo Rubicon), ne fa un esempio di dilemmi e di brutture politiche e di incoscienza giovane.
La voglia di scoprire, quella che è insita in ognuno di noi, e gli eventi che sono una sequenza senza soluzione di continuità sono il moto del tutto. L’onore della scena è tutto in mano a un cast perfetto, una regia a tratti (molti) Kubrickiana e soprattutto una trasposizione dell’immaginifico cospirazionista (ad esempio la famosa stanza dei bottoni, una delle cose più belle che io ricordi da tempi immemori, una roba agghiacciante) vicina alla fantascienza e a quella voglia di ignoto che anima lo sci-fi e che in qualche modo ci ha cresciuto un po’ tutti.

Scrive questo uno che ama credere a qualsiasi tipo di cospirazione, le scie chimiche, i rettiliani, i templari quindi faccio testo fino a un certo punto a livello di entusiasmo. Ma Utopia a mani basse è una delle (se non LA) serie dell’anno.

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Il danno che chiude tutto

Quando finisce una serie è un po’ come se un po’ di te se ne va, e finisce. Come le altre cose (più importanti, certo) della vita.
Damages è una di quelle cose che inevitabilmente ti legano nei ricordi e nelle viscere a qualcuno che lì starà sempre e con tutto il bene del mondo, ed è una cosa che con l’affetto, coi sentimenti, con il volere bene c’entra poco, anzi pochissimo.
La storia è quasi banale perché parte dall’assunzione di una novella avvocata da parte del peggiore squalo della storia degli avvocati, che poi è Glenn Close, a cui lo squalo viene benino (eufemisticamente parlando); da lì una discesa agli inferi in cui ogni stagione è un caso portante, guidato dalle notizie del momento, i magnate, l’ambientalismo, i leak assangiani, a cui si aggiungono sotterfugi, doppi e tripli giochi, la merda insomma.
Tutto retto da un’enorme Glenn Close, che ad occhio con tutti i premi che ha messo su per questa serie c’ha rifatto il caminetto di casa, e sporadiche guest star come Ted Danson, William Hurt, John Goodman, Jenna Elfman. Un all star di quelli che sembrano difficilmente digeribili eppure vi do tre puntate, anzi due, della prima serie, che se ve le vedete vi fate serie intere nel giro di due giorni.
Oh ovviamente è una serie coi suoi difetti, senza particolari buchi ma in cui il duello tra le due avvocatesse (chè le cose vanno a Sud dopo qualche puntata eh, che credevate) è avvincente, scava nel profondo della merditudine umana e soprattutto non guarda in faccia a nessuno. Non dico la serie perfetta, anzi, ma quella che ha un cliffhanger a puntata, nella prima serie, anzi nelle prime due, quota che cresce in maniera esponenziale. Intrattenimento ma anche profondamente dark, senza speranze. Agghiacciante.
Finire la serie, come dicevo all’inizio, è un po’ lasciarsi dietro cose belle, anche se imperfette, chiudere un capitolo e andare avanti, anche senza capitoli. E pensare che quelle sere d’estate, sul lettone, col Mac in mezzo non torneranno più.


A little Moone Boy

Come molte delle cose belle, Moone Boy è una cosa piccola piccola così. Ma allo stesso tempo grande grande.
Il serial, iniziato da un paio di settimane per lo Sky Inglese si inserisce in un panorama, quello delle serie tv anche per ragazzini, non popolatissimo. Anzi.
Che poi che v’hanno fatto i ragazzini, dico io, che quando ero ragazzino sono cresciuto con SuperVicky, Arnold e Casa Keaton. Ecco, Casa Keaton magari non era propriamente per ragazzini ma io amavo Mallory (Justine Bateman) quindi lo vedevo, perdendomi molto dell’economia comica sul discorso dell’essere repubblicani, pro Reagan e figli dei fiori.
Ma stiamo deragliando dal discorso principale che è Moone Boy.
Serie co-scritta da Chris O’Dowd (mai visto the It Crowd? male, molto male. Visto The boat that rocked? quello che prende le corna da Betty Draper per capirci), racconta la storia di un ragazzino nell’Irlanda fine anni 80. E fin qui voi potreste dire che c’è di diverso da chessò, This is England?
Poco, risponderei io, se però ci mettiamo l’aggiunta che Chris O’Dowd stesso interpreta l’amico immaginario, un po’ infantile, molto poco grillo parlante, e molto cialtrone bambinone cresciuto del bambino beh, spero che i vostri occhi siano istantaneamente diventati a cuoricino.
Le prime due puntate beccano tutto il bello che vi potete aspettare da una serie FATTA BENE (scritto maiuscolo) con questi presupposti, lo slancio Hornbyano di About a boy, la low-middle class britannica di This is England, e l’amore per la fantasia che è propria di Sendak; quella della creazione e dell’immaginazione, quella della stratificazione della realtà in quello che è conosciuto come amico immaginario, che poi diciamo, li abbiamo avuti un po’ tutti. Che io l’abbia ancora magari ne parlerò un giorno dalla mia altra parte (quella chiamata La mia vita come un fumetto, il link è di lato).
Una regia limpida e inserti di animazione aiutano parecchio, certo, ma Moone Boy è quel qualcosa che veramente mi sento di dire che mancava. La favola di un bambino che finisce per forza di cose per essere per adulti.
Quella in cui scarichi probabilmente il meglio di te, che non si arrende a un presente grigio e in qualche maniera trova un modo per scappare. Quella che ti fa accettare un po’ tutto, ma con la serenità che qualcuno, in fondo, che ti capisce tu lo abbia sempre. Anche se vicino a te gli altri vedono che non c’è nessuno


A lion still has clows

Nella mia lista infinita di serie tv da iniziare c’è Games Of Thrones e forse sono stato un mezzo scemo a non aver ancora fatto il primo passo dell’episodio pilota. Di certo adesso c’è un motivo in più. Matt, beone barbuto, ma quanto bene ti si vuole?


Romanzo (Super)Criminale

C’era una volta Romanzo Criminale, la serie, quella famosa per la “becerità criminale” tutta romana condita da “e mò m’hai rotto er cazzo” e morti ammazzati. Quella serie, si sa, ha generato un culto (il più delle volte sbagliato, soprattutto per chi di cervello ne ha poco e di chi di maturità ancora meno) ma che a portato ad identificare i tre protagonisti Francesco Montanari, Vinicio Marchioni, Alessandro Roja su tutti ma anche i personaggi di contorno come fazze a cui volere bene.
Questa è la premessa.
C’è poi Flop tv, che tira fuori Super G una serie piccina, da dieci minuti a puntata, fatta tanto per giocare, che racconta di supereroi omosessuali, che segano il lavoro per guardare la Roma e tirano cocaina, insomma la destrutturazione totale del sistema, l’altra faccia. Pasolini meets Marvel direi in maniera sacrilega.
Protagonisti per lo più i ragazzi di Romanzo Criminale, Libanese, Fierolocchio e Scrocchiazeppi.
Nell’ordine Supercane, Superbotta e Supercicala.

Ecco, fate un attimo la tara, spingete play e poi morite dal ridere

qui la serie


Ho chiamato i miei insuccessi morso di ragno

Partiamo da un presupposto, cioè questo. No, seriamente, partiamo dal presupposto che un tale marchio consolidato da anni e anni di produzione di storie e gadgetistica venda ancora grazie ad una serie di incroci multimediali che posano la loro fortuna su diverse piattaforme ulteriori a quella su cui esso è nato. Facciamo che questo ‘prodotto’ – e solo tutti i soldi che ho speso per comprare i fumetti sanno quanto mi dia fastidio chiamarlo così, come se ne disprezzassi il tutto – sia una figata pazzesca e che stia per uscire un film che dai trailer sembra essere una bella bomba e che grandi e piccini siano pronti ad entrare al cinema sudati marci a luglio per prendersi una broncopolmonite per colpa del climatizzatore del multisala (della località marittima dove i loro nonni avevano comprato casa 30 anni fa e che ora gli tocca tenerla sulle spalle). Come li attirate ancora di più questi ragazzini che hanno visto gli altri tre film in tv e che adesso sono pronti per compiere il grande passo di vedere Emma Stone farsi portare in giro per New York da un tizio mascherato?

Ultimate Spider-Man è la nuova serie animata di Disney XD – e all’alba del quarto di secolo, per colpa di un network televisivo, ho scritto quell’emoticon per la prima volta, mi sento sporco – basata sull’universo parallelo creato dalla Casa Delle Idee dopo i fatti dell’11 Settembre e che è ha avuto un totale di vendite talmente alto al punto di andare a toccare anche la produzione delle pellicole cinematografiche uscite negli ultimi anni, che hanno proprio quell’impostazione rebootata dell’universo Ultimate – quello che ha un nuovo Uomo Ragno che assomiglia a Pharrell Williams e un Thor che dire ‘manifestante’ è forse riduttivo e fuorviante. Dietro a questo cartone animato non c’è la sola supervisione dei pezzi grossi Marvel soliti – la firma contrattuale di Stan Lee e qualche stagista obbligato dall’editor-in-chief a dare una letta alla sinossi delle varie puntate – ma un lavoro a più mani di autori della carta stampata e forse il segno lo si nota, bensì Ultimate Spider-Man sia una serie umoristica, fatta di richiami ai videogame, all’humor dei teen movie anni ’80 ambientati nei corridoi della scuola e non la fotocopia televisiva di Peter Parker adolescente a cavallo fra i quadrangoli amorosi con Mary Jane – Gwen – Kitty e in combutta con dei cattivi ancora più cattivi della versione normale come nelle pagine dei fumetti. I nomi di Brian Michael Bendis, Paul Dini, Joe Kelly e Joe Casey dovrebbero bastare per il lettore medio per far capire che qui, detto proprio villanamente, non si scherza un cazzo.

In realtà si scherza un sacco: le gag toungue-in-cheek con i suoi sidekicks sono fighe e Peter è il solito scemo che ha appassionato tutti. È un cartone animato e magari il pregiudizio ci potrebbe essere, però 21 minuti rilassanti se li dovrebbero concedere tutti, poi con testa di tela sono ancora meglio.


Quel giorno in cui capisci che sei sfigato davvero ma non sei solo, The League

Il disclaimer é semplice questo post a) rischia di essere gravemente maschiale b) potrebbe far sembrare molto (ma molto) sfigato chi lo ha scritto.

Del punto b credo che dopo 6 anni non vi preoccupiate né io me ne faccia un cruccio più di tanto. Per il punto a) mi spiace, vi tocca.

Ora, la sfiga é tutta in questa frase “la vita non esiste é sopravvalutata, esiste solo la fanta-vita”. Per fanta-vita si intende quell’universo parallelo in cui tot sfigati (8-10-16) si sfidano a qualche fanta sport:nba, calcio e baseball. Per dirne tre a caso.
Del fantacalcio sapete tutti, del fantanba anche, del fanta-baseball forse un po’ di meno, mettete che peró le tre cose coprono 12 mesi l’anno. Dodici. Feste comprese.
Ogni fanta-giocatore attende impazientemente l’asta di fine agosto, il draft di aprile o di ottobre, per prendere giocatori, quelli che si coccolerà o su cui smadonnerà per i seguenti mesi.
Forse per tutta la vita.

Fortunatamente ho capito che in questo mondo non siamo soli, gli americani, su queste merde che siamo noi, hanno tirato su un business, una cultura che levati. E ci hanno fatto, ca va sans dire, una serie tv.
The League.
Ecco, perché vi parlo di The League? Mettete 5 amici, beceri, idioti e sopra i 30 anni che farebbero di tutto (e sottolineo il tutto) per incularsi l’un l’altro e vincere il fanta campionato.
Che sia di football americano é un particolare quasi irrilevante ai fini della storia. Fatto é che la comicità é di una rudezza devastante e a suo modo lo é lei stessa, scritta secondo i canoni scurrili e diretti alla Apatow maniera, mette di fronte l’uomo ad una scelta, vita da una parte e fanta-vita dall’altra.
Il mio amico Stefano ve lo puó confermare, abbiamo passato nottate via mail a tramare, ipotizzare, smadonnare, non ci siamo MAI chiesti “oh, stronzo, come va oggi?”.
Ecco, the League é questo, forse il miglior ritratto sociologico del genere, un po’ realista, un po’ malinconico.
Sicuramente cattivo come un calcio nei coglioni.
Vedetelo. Se vi va.
E capirete quanto sono sfigato


Hasta siempre, Don


\m/ (Game Of Thrones Edition)

Sono sono uno di quei pochissimi che (sicuramente colpevolmente) non ha visto una puntata che è una di Game Of Thrones, il serial fantasy tratto dai libri di grandissimo successo di Martin etc etc. Insomma del serial se ne è parlato non meno che “benissimo” ovunque, e il miracolo vero è che le parole spese bene sono di molti “a cui del genere fantasy non potrebbere fottere di meno di una mazza” e quindi la curiosità c’è. Io di mio lo recupererò, è lì in quel posto che non si può scrivere perché sennò pare brutto e pronto coi sottotitoli. Fatto è che siamo agli sgoccioli e dopo vari trailer che sembra (io non li ho visti e non ve li linko per pura cattiveria) abbiano montato a neve le aspettative per la seconda serie la sfera di tv series addicted è pronta ad imbracciare una nuova stagione che promette miracoli.
(Ribadisco che io so solo che c’è Sean Bean in tutto questo e null’altro).

Direte quindi: a che serve un post così? A niente, è solo per pubblicare la foto sotto, perché stimo la gente che ci scherza su e si mette a fare un air band in costumi da fatine, damigelle e cavalieri zozzoni.


Ci perdete una mattinata

è il meme del momento, occhio che genera dipendenza, io vi ho avvertiti.

Batman Running Away from S**t

in pratica i Batman e Robin anni 70 montati su scene della storia del cinema e non (improbabili)


Questione di Luck

è complicato stare dietro alle serie tv, é complicato e ci vuole tempo (oddio, se uno non guarda la televisione e la programmazione fossilizzata negli anni 80 – come approccio culturale – il tempo c’é).
Luck é la complicazione nella complicazione.
- inserisci qua attimo di suspance -
Perché in effetti a chi potrebbe fregare un cazzo di una serie che parla di ippica?
Questa non é una frase qualunquista, questa é mia, l’ho detta io, come penso milioni di altri, e un po’ me ne dolgo.
Poi uno va a vedere.
Allora. Primo episodio diretto da Dio sceso in terra, Michael Mann, presente quando per esagerare si dice “quello potrebbe cantare le pagine gialle” ecco, d’ora in poi si potrà dire “quello potrebbe girare anche le corse dei cavalli.
Secondo poi. Prodotta e interpretata da Dustin Hoffman. Sì direte voi, Hoffman fa anche la pubblicità sulle Marche. Sì diró io, un Hoffman così non si vedeva da boh. Neanche ne ho idea.
Terzo poi, la serie in sé, il mondo dell’ippica, che se ci pensi é fatto da allibratori, fantini, allenatori, faccendieri, malfattori, cavalli, e insomma, una serie corale, come Treme per dirne una, in cui la storia principale é fatta da tanti satelliti, tanti racconti di microumanità che levati.
Quarto poi. Nick Nolte. Voi merdacce avete visto Warrior? No? Cazzi vostri. Il vecchiaccio in quattro puntate tira fuori il cuore dal petto per presenza debordante e voce strascicata, ruvida come la carta vetrata, e la sua storia da perdente o non vincente.
Quinto poi. HBO che produce. E voi siete stati più tempo con lei che con il vostro/a partner, ve l’assicuro.
Detto questo. Parla di ippica.
Peró secondo me se gli buttate un occhio non sbagliate

ps e poi appena ti giri un attimo (tolta la sigla) tirano fuori i Massive Attack che è una bellezza


Elementare Watson

Benedict Cumberbatch (Sherlock) alla Prova del Cuoco inglese (suppongo)
Fa più lui in 9 minuti che la Parodi in 40 puntate

(grazie a Laura per la segnalazione)


(Zoppeus è una parola bellissima)

Caro Gesù, quando nella preghierina di Natale ti avevo chiesto di sterminare dal mondo i medical drama non pensavo mi avresti preso alla lettera.

Caro Gesù, devo dirti grazie, perché due su tre non è una brutta media, ma caro Gesù, vai dall’oculista perché hai lisciato clamorosamente Grey’s Anatomy.

Invece hai preso


Bravi stronzi

Domenica la NBC ha trasmesso alla chetichella, in un giorno che non era quello del palinsesto originale, le ultime due puntate di Prime Suspect. Bravi stronzi.

Che fossero le ultime puntate è una specie di segreto di Pulcinella, perché lo sappiamo tutti da quel dì che il telefilm è stato cancellato, anche se non esiste un comunicato stampa ufficiale: in compenso però sono scomparsi tutti i materiali per i giornalisti dal sito NBC Media Village, che deve essere l’equivalente per il mondo della tv di quando Beyoncé canta “to the left, to the left, everything you own in the box to the left”.

Non è che voglia difendere a forza un telefilm dalla qualità altalenante, ma quando si parla di NBC (vi rimando in fondo al post per un breve riassuntino) ci vedo rosso.

Poi sinceramente trovo demenziale stoppare la produzione quando ormai la qualità della scrittura stava decollando, forse pure grazie alla decisione di liberarsi della zavorra “siamo il remake americano di Prime Suspect con Helen Mirren”, che a ben vedere a questo Prime Suspect non aveva portato altro che rogne e scarogne. Già dopo quattro o cinque episodi c’era stato, anzi, uno scollamento abbastanza netto tra versione americana e originale inglese, e la forbice era andata allargandosi nelle settimane successive.

Andando con ordine, ufficialmente il nuovo P.S. era il remake del primo ma:
a) le protagoniste non hanno lo stesso nome
b) né la stessa età
c) una è alcolizzata grave, quella americana invece sta cercando di smettere di fumare e forse le riesce pure (la cosa non viene più citata da un certo punto in avanti)
d) una è una stronza, l’altra semplicemente un po’ sulla difensiva
e) la stronza di cui sopra al massimo ammette i suoi problemi e va dagli alcoolisti anonimi, la difensiva nel tempo fa emergere il suo senso materno/pucciosità estrema e diventa praticamente come Babbi l’Orsetto
f) sempre la stronza odia ed è odiata dai colleghi tutti maschi; Babbi l’Orsetto fa la sostenuta ma segretamente vorrebbe essere accettata nel loro clubbone
g) Maria Bello ha una spalla fenomenale che nell’originale manca ed è un fedora che Dame Helen Mirren non avrebbe indossato mai. Ma mai mai. Un cappello in testa a Helen? Ma levete. Basta l’accessorio moda a squalificare l’intera “operazione remake”: e questi di NBC invece ci costruiscono un’intera campagna marketing, con tanto di gallerie (viste con questi occhi ma dimentico dove) “Trova un cappello mejo a Jane Timoney”. E bravi stronzi (bis).

Insomma, stringendo: ma remake di che cosa?

Che poi dovreste essere informati del fatto che il sostituto di Prime Suspect ha un rating che per averlo così basso P.S. almeno ci ha messo dieci settimane. Trattasi di serie nata da The Firm, nel senso del film con Tom Cruise, nel senso del libro di John Grisham, e nel senso che è peggio di un remake: è un sequel. Solo che NBC l’ha comprata a scatola chiusa, completa di ventidue episodi, e avendo già speso quei soldi probabilmente la propinerà tipo mangime alle oche da ingrasso. E bravi stronzi (ter).

Piccole cose che mi mancheranno di questa serie, comunque (a parte il fedora di Timoney):
- il tocco: ogni puntata aveva una frase famosa scritta a gessetto su una lavagna del distretto, opera del tenente cui piace leggere e fare il filosofo con i sottoposti. Non mi ricordo se c’era in originale, dubito fortemente: che qualcuno la salvi!
- il sottocast di meravigliosi caratteristi, compreso l’ensemble di poliziotti minchioni Brìan F. O’ Byrne, Damon Gupton, Kirk Acevedo, Tim Griffin ed Elizabeth Rodriguez: che qualcuno salvi pure loro (e possibilmente regali un ruolo da protagonista a Tim Griffin)!
- delle bellissime riprese di New York: aeree o elicotteree che fossero, sospetto siano opera di un service perché le ho viste tali e quali in A Gifted Man. Ma service o no, sono di una magnificenza e di una poesia che sembra di giocare a Death From Above in Call Of Duty: Modern Warfare.

In tutto questo, Prime Suspect è stato comprato da La 7. Uhm.
Non sarà come la Rai che acquisisce il remake cancellato di Charlie’s Angels, ma è abbastanza da farmi dire “e bravi stronzi” per la quarta volta.

Il quale E bravi stronzi volendo può trasformarsi in una formula da recitare come un Ora pro nobis quando si sgrana la lista tristissima dei prodotti di qualità cancellati e molto rimpianti (ma non dal Pavone, ingrati che mettono in pausa pure Community. tsé), da noi. Da NOI. Ecco dunque un pensiero per:

- Kings (e bravi stronzi)
- Studio 60 on the Sunset Strip (e bravi stronzi)
- Mercy (e bravi stronzi)
- Life (e bravi stronzi)
- Day One (e bravi stronzi)
- Freaks and Geeks (e bravi stronzi)
- Friday Night Lights (e bravi stronzi)
- Free Agents (e bravi stronzi)
- The Event (e bravi stronzi)
- Journeyman (e bravi stronzi)
- – …Heroes? (vabbé, sono aperta a una serena valutazione del caso)


Sherlock, recensione brevissima

Elementare, Watson.

Se non ami lo Sherlock del ventunesimo secolo sei una brutta persona.

 

Bonus tracks: Il blog del Dr Watson. It’s for realz.


Slightly Off

Un buongiorno a me e un buongiorno a voi.

Quando Giorgio mi ha chiesto di entrare a far parte del novero di autori di JunkiePop ho fatto un controllo di sicurezza: mi sono andata a leggere la lista del meglio della tv dell’anno secondo The AV Club. Non sarà l’elenco definitivo, ma è molto rappresentativo di quello che succede sul piccolo schermo che interessa a noi (noi come generazione di tardoni digitali, noi come giovani ed ex giovani pressoché bilingue, noi che difficilmente guardiamo la programmazione di Italia1… noi, insomma).
Il risultato è piuttosto sconsolante: delle serie elencate o non ho mai visto niente, o ho interrotto la visione dopo un po’.

I motivi per queste mancanze sono dei più vari (quel giorno mancava la luce; colpita da amnesia, pensava fosse il 1518; il gomito mi fa contatto col piede, eccetera), ma credo che importino complessivamente poco quando invece mi sento di poter ben rappresentare il pensiero di chi mi ha letto fin qui, e che dovrebbe essere all’incirca:

ma se non guarda quelle serie, allora cosa guarda?

La risposta è: altro.
E questo è il contributino piccino picciò che vorrei portare a JunkiePop finché non mi cacciano via a pedate e/o smettono di rispondermi al citofono: serie belle ma cancellate? Célo. Network sfigati che a malapena registrano un bip sulle montagne russe dello share? You got it. Scivoloni, figuracce, momenti altissimi dei quali non s’è accorto nessuno? Yesssuìchen. Col vostro permesso, s’intende.

Per esempio.

Leggi il seguito di questo post »


Il più grande spettacolo dopo la gang bang

Io non ho mai visto niente (NIENTE) in vita mia come Black Mirror prima di tre sere fa.

Cos’é Black Mirror? Nulla che riguardi gli Arcade Fire, bensì una miniserie di 3 episodi, 45 minuti l’una proveniente direttamente dal paese padre (o madre) di tutte le serie tv che ti fanno cascare dal divano, l’Inghilterra, nello specifico Channel 4.
Facciamo così perché solo a provare a spiegarlo mi esce il sangue dal naso, vado di sinossi della prima puntata.
Viene rapita la principessa d’Inghilterra (chiaramente ispirata a Kate Middleton), la richiesta per il riscatto é una che entro le 16 il primo ministro, in diretta nazionale, senza trucchi e senza inganni si scopi un maiale.
E credo che qui io vinca tutto per quello che riguardi le chiavi di ricerca: ciao maniaco, sì sto parlando di scoparsi un maiale.
Detto ció, fate i vostri conti, con il nichilismo, il cinismo che riempie i media (e i new media ovviamente) di oggi, Black Mirror (il cui unico trait d’union nelle 3 puntate é la divisione in  atti come un’opera teatrale e il fatto di essere autoconclusive, ognuna una storia a sè) é una serie che ha il suo punto di vista nell’alienazione dei mezzi d’informazione, i format disturbati e disturbanti sociologicamente come i reality e la commistione sanguinolenta e assoluta con la vita di tutti i giorni, il consumismo, l’emulazione, la manipolazione di massa.
Capite da voi che entriamo in un panegirico intellettuale imbarazzante dove la sintesi ultima è che tutto sia una merda, noi siamo merde, questo mondo è una merda ed è guasto e sicuramente non c’è mai, MAI, il lieto fine. Giratela come volete ma è così, ma non ci sono speranze. Fondato su uno stile che richiama a tratti il nichilismo assoluto di Haneke e Von Trier e a tratti la visionarietà di Park Chan Wook e Michel Gondry Black Mirror è un Twilight Zone ma in acido, acidissimo e virato fortemente sulle debolezze e l’edonismo del 21esimo secolo, é da considerarsi la “cosa” televisiva di fine 2011, troppo fuori dagli schemi, troppo artistico e assoluto per essere paragonato a qualsiasi altra cosa voi abbiate visto, e non intendo negli ultimi sei mesi.

Una roba enorme.


Le vostre serie dell’anno

Che ormai la tv se non il primario è il quasi primario mezzo per la stesura di nuovi linguaggi, tanto per quello che riguarda le sceneggiature quanto i personaggi e le trame vere e proprie (Aaron Sorkin per dire, viene da lì e ora di là se lo litigano) per il cinema il 2011 è stato forse l’anno con più alto valore qualitativo di sempre sparso nelle varie serie tv. Ormai (o siamo noi che ci facciamo caso ora) il panorama è completissimo, ogni branca tematica è occupata da uno o più racconti e insomma. Se vi va qui sotto c’è l’elenco (non completissimo ma quasi) delle 30 serie tv completate (iniziate o finite, o solo finite) nel 2011.
Ci abbiamo messo anche American Horror Story per una questione di voyeurismo e masochismo, insomma lo abbiamo fatto per i lol.
5 voti come per i dischi dell’anno (avete controllato i risultati? A chi legge JunkiePop è piaciuto tanto Bon Iver, giusto per spoilerare un po’ – e anche I Cani). Mi rendo conto che dopo cenoni e pranzi sia complicato avere la lucidità però insomma, se vi va siamo curiosi (e se volete dire la vostra sul perché e il per come i commenti sono a vostra disposizione)
Insomma fate il vostro gioco. Io potrei al limite anche dare un solo voto: Clear eyes full hearts can’t lose.


Il sondaggione

della serie tv che tutti amano dire: ho visto

iio il mio entusiasmo lo contengo, invece


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