Perché Treme mi mancherà un casino

Ecco, lo sapevo. Va sempre così. Parto scettica, parto critica, e poi mi innamoro. Mi è successo SEMPRE, con l’eccezione del giorno in cui ho conosciuto mio marito (mi sono innamorata subito, anche se lui si lamenta perché dice che ci ho messo “almeno due ore”) . Niente, all’inizio avevo detto:

“eh ma figurati se potrà mai spaccare quanto The Wire
“eh ma dice Amico di New Orleans che hanno fatto grossolanità nella timeline degli eventi e che c’è tanto da criticare per quanto riguarda l’autenticità della rappresentazione della città”
“eh ma che palle questo stile di montaggio dove non fanno mai andare avanti una storia senza interromperla per inserirne un’altra solo perché fa più manuale di cinema del primo anno/aspirazioni marxiste”
“eh ma sti intermezzi musicali sono lunghissimi”
“eh ma sti intermezzi musicali sono cortissimi”
“eh ma il personaggio di Steve Zahn non si regge”
“eh ma il beignet chissà com’è indigesto”
“eh ma Big Chief rispetto a Lester Freamon ha lo spessore di un cartonato”
“eh ma ormai sull’uragano Katrina c’è già il documentario di Spike Lee”

Non mi rimangio niente. Eppure, cazzo, domani c’è l’ultima puntata della serie finale di Treme, e ho questo magone, questa sensazione di non può finire qui, cazzo. E invece finisce Treme, con una quarta stagione accorciata che segue una prima intrigante, una seconda frustrante, una terza immensa. E già lo so che mi mancherà un casino.

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Mi mancherà la musica di Treme, che ha collezionato una colonna sonora perfetta dall’inizio alla fine, senza dubbio la migliore mai sentita in una serie televisiva. La musica che è cultura, la musica che non c’è bisogno di spiegare. La musica che porta le gente per strada tutte le sante domeniche, la musica apparentemente allegra ai funerali e quella serissima nei bar dove si affoga la tristezza. La musica che di New Orleans è la storia. La musica che a New Orleans è corpo – tessuto connettivo che si rigenera, tessuto che si strappa e sanguina – un corpo che continuamente muore e risorge, si immola e ritorna a vivere. La musica che “viene da dove viene”, non quella che viene da dove la metti.

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Mi mancheranno i personaggi di Treme. Personaggi le cui vite si intersecano in maniere inaspettate e non forzate, con lo stesso principio di caotica casualità della vita – quel modo che hanno certe esperienze di assumere un senso solo quando le guardi a ritroso. Personaggi profondamente fallati. Personaggi completamente falliti. Personaggi coi quali comunque è un piacere passare del tempo. Mi sono affezionata a tutti, mi mancheranno da morire tutti. Ma più di tutti Big Chief Albert Lambreaux (che con quell’andare un po’ storto e quell’orgoglio cocciuto mi ricorda mio nonno) e LaDonna (che si chiama così perché è La Donna per eccellenza). Mi manca già Creighton Burnette, da un bel pezzo. Mi mancano quelli che sono eccezioni alla regola. E la regola in Treme è quello stronzo proverbio giapponese: sette volte cadi, otto volte ti rialzerai.

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Mi mancherà soprattutto questo modus operandi di scrivere una storia collettiva e contemporanea che ha David Simon, che in Treme ha messo non solo la giusta rabbia della Storia, ma anche il piacere e il profondo dolore della vita a servizio di questa narrativa sgangherata. The Wire aveva una tale perfezione strutturale che dava alla serie un portentoso potere morale, una coesione estrema e bisognosa di pazienza e acume da parte dello spettatore. Come The Wire, Treme è una serie che non ha mai imboccato lo spettatore con spiegoni e paternali inutili, ma si è anche data il tempo e lo spazio per vivere le emozioni insieme ai suoi personaggi. The Wire ti ferisce dicendo che, alla fine, tu, bianco di classe media che guardi HBO e i cofanetti delle serie americane, la gente come Avon Barksdale e Stringer Bell e Jimmy McNulty non la frequenti e non ne sai niente. Treme invece ti ferisce dicendo che alla fine di gente come Antoine Batiste e Jeanette Desautel e Davis McAlary ne conosci a palate: sono tutti i tuoi amici, sarebbero tutti i tuoi amici se la tua città fosse stata sommersa da un diluvio universale. La gente di Treme la sai.

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Mi mancherà tutto di Treme, perché è stato più di un ciclone, una massa d’aria organizzata in musica e parole, una serie di corpi e suoni, un’irresistibile energia centripeta che si avvita su se stessa e si ammassa fino a creare una città, un mondo, un’arca di Noè. Treme è diventata per me come una zattera su cui stiamo tutti quanti, in qualche equilibrio precario tra ambizioni e paure, fallimenti e gioie, in preda ai rovesci atmosferici e ai grandi errori di sistema. Ancora capaci, nonostante tutto, e non si sa bene perché, di restare a galla.

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #10: Each Time You Break My Heart

La bieca citazione musicale in apertura (ma ne faccio di altri tipi?) è quanto mai adatta, perché oggi ho il cuore preventivamente in pezzi per una serie che sento mi casseranno.

“Mi”, perché ovviamente l’ABC ha come fine ultimo farmi un torto.

Magari fosse per amore, qui è proprio che butta male.

Magari fosse per amore, qui è proprio che butta male.

Quante volte nella vostra vita telefilmica VI hanno interrotto una serie, magari sul più bello?
Io ho rosicato perfino per Flash Forward che, diciamolo, non è che fosse ‘sto capolavoro assoluto, però, dai, si faceva guardare; in altri casi l’annullamento delle trasmissioni è stata una benedizione, come per Happy Endings e – diciamolo senza timore – 1600 Penn.
Mi direte giustamente: ma se ti fan cacare, perché guardarli fino alla fine, sperando che vengano cancellati?

Perché sono una cretina, è ovvio, ma adesso è meglio non discuterne.

James, so che mi capisci.

Le serie per cui mi sono più stizzita sono (in ordine sparso):

MOCKINGBIRD LANE: il remake de I Munsters, con Jerry O’Connell, Portia De Rossi e Eddie Izzard (capite? Eddie Izzard che tipo prendimi Eddie sono tua per sempre!), è durato il tempo di un pilot. Un pilot costosissimo e abbastanza gradevole, che non ha racimolato il pubblico sperato. Risultato? Eh, ce la prendiamo in saccoccia.

ME AND MRS JONES: Una commediola leggera su una milf. Non è una battuta. Gemma Jones (Sarah Alexander) si prende una cotta per il migliore amico del figlio, Billy (Robert Sheehan), in un crescendo di imbarazzo e puccyness. Una stagione secca, gli Inglesi son gente seria, ‘ste cose languide sono poco apprezzate.

Chiamiamola stronza, allora.

Chiamiamola stronza, allora.

LUCK: la mega produzione di HBO, una specie de Il Padrino ambientato in un ippodromo, con nomi tipo Michael Mann (produzione e regia), Dustin Hoffman, Nick Nolte e Dennis Farina, è stata interrotta a fine prima stagione per la morte di tre cavalli durante le riprese.
Io non ci crederei così tanto. Diciamo che il dato 474.000 spettatori alla settima puntata mi sembra una motivazione più plausibile.
Comunque, un peccato.

BORED TO DEATH: una serie buffa, con personaggi RIDICOLI:  Ted Danson impareggiabile, Zack Galifianakis fumettista, e Jason Schwartzman nei panni di uno scrittorucolo annoiato che mette un annuncio da investigatore privato su Craiglist, e tutti e tre son dei fattoni da antologia. Casi surreali, e surreali soluzioni. I dialoghi avevano picchi di genialità, il pubblico non ha gradito.  Tre stagioni da 8 episodi l’una, e poi Bye Bye Baby, Baby Goodbye.

"Sei come me, Jonathan. Noi prima affasciniamo, poi deludiamo. Una volta per me funzionava per anni, ora solo per un paio di settimane. Se sto con una donna più a lungo di così, c'è qualcosa di sbagliato in lei."

“Sei come me, Jonathan. Noi prima affasciniamo, poi deludiamo. Una volta per me funzionava per anni, ora solo per un paio di settimane. Se sto con una donna più a lungo di così, c’è qualcosa di sbagliato in lei.”

 

FREAKS AND GEEKS:  Ne devo aver già parlato, perché in realtà ne parlo sempre, tipo anche agli sconosciuti sull’autobus. F&G uscì contemporaneamente a Dawson’s Creek, era ambientato negli anni ’80, aveva una colonna sonora seria (Tipo Free Bird, mica ADOUONNAUEI) e un cast da strapparsi i peli delle sopracciglia: James Franco, Jason Segel, Seth Rogen, Linda Cardellini, Busy Philipps, per dire giusto i primi. Non era una roba fintona e mal sceneggiata come Dawson’s Creek, e infatti il risultato è stato SEI stagioni a UNA per DC.
Una stagione tra l’altro trasmessa un po’ a cazzo, con gli ultimi tre episodi mandati in onda per pietà e compassione degli spettatori disperati.

Capirete anche voi che con queste premesse arrivo alle serie con un senso di predestinazione, se così vogliamo dire. Tipo che ho i turbamenti nella forza già dai titoli di testa.

Il mio presagio negativo di quest’anno è tutto per THE GOLDBERGS.
The Goldbergs è la storia (fortemente autobiografica) di una classica famiglia anni ’80 (state iniziando a capire qual è il mio soft spot, eh?), raccontata anche attraverso le riprese del figlio minore, che gira spessissimo con una telecamera in spalla e ha una passione per il seno femminile.
No, non è nulla di nuovo, e no, non è una cosa imperdibile. Ma è una di quelle serie che fanno leva sulla (mia) nostalgia, un po’ come The Wonder Years, e la mattina ti alzi sperando di avere ancora 16 anni.

Sono ancora un fiore.

Sono ancora un fiore.

Immagino che, arrivati a questo punto, vi chiederete il perché di questo elenco, e che ci dobbiate fare.
Semplice: dovete recuperare tutto.
Potrei fare un discorsone sulla bellezza della caducità, su come queste serie acquistino ancor più valore proprio perché incompiute, ma non lo farò: dovete recuperarle semplicemente perché sono belle, anche se finiscono.
E soprattutto ho bisogno di tutto il vostro karma positivo per evitare che mi cancellino anche i Goldbergs, se no piango.

Di nuovo.

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #9: Sarà capitato anche a voi/di avere una musica in testa

Se sì, si chiama schizofrenia.

Ad ogni modo, stamattina al risveglio mi sentivo più stupida del solito. Il signor Lucio era in cucina a fabbricarmi un cappuccino, allora ho deciso di arrotolare il lenzuolo e poi passarmelo fra le caviglie come fosse una fune.
A quel punto mi sono messa a urlare
AIUTO AIUTO ANNEGO, UN’ALGA MI HA PRESO!

Questa ero io nelle mie intenzioni. Anche se ecco, nel film non era proprio un'alga.

Questa ero io nelle mie intenzioni. Anche se ecco, nel film non era proprio un’alga.

Mentre un altro marito avrebbe chiamato il numero di quel divorzista che tiene sotto il cuscino dal giorno delle nozze, il mio si è precipitato in camera cantando
Some people stand in the darkness, afraid to step into the light

Vi rassicuro, non era un preludio erotico, è che proprio giochiamo così, come i bambini. Vabbè.
A quel punto, mentre mi liberava dall’alga (uhm), ho avuto una di quelle illuminazioni da lampadina sopra la testa come nei cartoni. E ho berciato:
Ho trovato: il prossimo articolo di JunkiePop lo faccio sulle sigle!

Il solito altro marito mi avrebbe presa a male parole, il mio ha controberciato:
Che fissa! Però ci vanno un sacco di link!

Sì, amici, ci saranno un sacco di link.

Magari non meglissimo, ma sì. Youtube è meglio.

Magari non meglissimo, ma sì. Youtube è meglio.

In molti casi, la SIGLA (la metto in maiuscolo per ribadire che è questo l’argomento del post, se no poi mi confondo) è parte integrante della serie, in altri casi meno fortunati è l’unica cosa che valga la pena ricordare di una serie disastrosa.
Ma partiamo con la nostalgia.

Chi ha ormai raggiunto una certa età (alla faccia dell’amica che vorrebbe io mantenessi più riserbo sulle nostre caratteristiche anagrafiche) ricorderà con tenerezza le BELLE SIGLE ANNI ’80. Erano più belle, è un dato di fatto. Tipo quelle dei cartoni animati, che prima ci avevamo gli Oliver Onions e mo’ ci abbiamo la Valeri Manera che scrive brutti testi e copia i bridge da Madonna (dite di no? Provate a sentire tutto il ritornello di Sailor Moon e il Cristallo del Cuore, diciamo da 0:56 a 1:30, cantandoci sopra La Isla Bonita e poi ne riparliamo).

Parliamo intanto delle belle sigle CANTATE, tipo CASA KEATON. Io non so voi, ma mi commuovo ancora a It’s like I started breathing on the night we kiiiiissed/ when I can’t remember what I ever did befooooore. Ewwiwa l’amore, ewwiwa i fricchettoni.
RALPH SUPERMAXIEROE invece era la sigla dell’inadeguatezza. Nel testo si dice apertamente che in fondo Believe it or not I’m walking on air, cioè tipo non ve l’aspettavate, stereonzi, eh? Un’altra tenerissima sigla familiare era GENITORI IN BLUE JEANSAs long as we’ve got each other, cioè, amiamoci e stiamo insieme per semprissimo.

Questa sovrabbondanza d’amore dura per buona parte degli anni ’80; negli anni ’90 poi abbandoniamo le famiglie, ci emancipiamo e abbiamo le grandi dichiarazioni d’amicizia eterna tipo FRIENDS, con corali proclami di I’ll be there for youuuuu anche se sappiamo che n’è vero gnente. D’altra parte erano i primi anni ’90 e tutto andava per il meglio. Invece, verso la fine abbiamo capito che la vita è una lunga sequenza di disdoro e sconforto, e so per certo che saprete di cosa parlo, se dico
ADONUòNNAUEI!
(che poi era tipo Non voglio aspettare, voglio sapere ora come sarà, e la risposta era ovviamente UNA MERDA! SARA’ UNA MERDA!)

Ogni volta che sento la sigla di Dawson's Creek mi trasformo in statua, col muschio che mi mangiucchia la schiena.

Ogni volta che sento la sigla di Dawson’s Creek mi trasformo in statua, col muschio che mi mangiucchia la schiena.

I Depeche Mode dicono che words are very unnecessary, e temo che – a proposito di questo nostro argomento – abbiano abbastanza ragione.
Infatti, i prossimi  titoli avevano sigle solo strumentali che comunque chiunque è in grado di mugugnare, fischiettare, tamburellare, e che a volte ci perseguitano nei sogni.
Rientrano in questa categoria tutti i TELEFILM CAFONI. C’è una macchina? Una moto? Più macchine? Un elicottero? Si spara?
Daje de chitarrine funky, bassi possenti, e cafonaggine spinta.
SUPERCAR, l’A-TEAM, MAGNUM P.I., i CHIPS, sono fatti apposta per risvegliare il nostro animo terra terra.
Quand’ero più giovane, avevo fatto una compilation con tutte queste musichine cafonine, e le sentivo guidando col gomito fuori dal finestrino della mia Micra 1.3 verde del ’97.
Una volta, a un semaforo, il mio corpo astrale s’è fatto un viaggetto e mi son vista da fuori. Mi son vergognata profondamente, da allora in macchina ascolto solo robe tipo FRINIRE DI GRILLI LUNGO LA STRADA STATALE 158 e vado in giro composta.
[che poi, no, tipo i Chips. Come se da noi facessero un poliziesco chiamato I PIZZARDONI. Fate voi.]

Pure questi c'hanno le moto.

Pure questi c’hanno le moto.

Altro pezzo strumentale storico era la sigla di Strega per amore, che in realtà parlava di una genietta in bottiglia, quindi strega un par di palle, ma nacque come rivale di Vita da Strega, e in qualche modo anche in Italia si andava al traino delle mode.
Ad ogni modo, Strega per amore fu campionato dai Dimples D nel 1990, con risultati non peggiori di quanto si potrebbe pensare.
Una specie di seconda giovinezza, toccata anche a Sanford & Son, tema stracantato da Turk e J.D. in Scrubs (e suonato orchestrale in 30 Rock, per dire).

La parte del leone fra i pezzi strumentali la fa chiaramente la sigla di Beverly Hills 90210, tunununu tununununu cià cià.

Vi siete rilassati con questi bei ricordi musicali?
Avete fatto male.

L’ultima categoria di sigle indimenticabili è composta da quelle IN ITALIANO.
La prima è la sigla di MORK E MINDY, per molti anni erroneamente attribuita ad Adriano Pappalardo (what the what?) e invece cantata da Bruno D’Andrea. Qui troviamo picchi lirici come Se prendo il tè non proprio come fai te Non stupirti se ti dico che io parlo con le piante, millepiedi e l’elefante, perché vengo da lontano.

Subito a ruota, HAZZARD, in totale spregio delle più basilari regole della grammatica, tipo  Loro certamente no, non sono eroi, ma SCAVEZZACOLLI proprio come noi, ma anche raggiungendo picchi di nonsense come Inseguimenti, botte, gran battaglie e poi/ Risate a squarciagola fatte insieme a noi/ Le strade san di whisky e chewing gum/ ma tutto in libertà con Bo e Luke, e concludendo con uno chicchissimo Se QUALCHEDUNO un giorno poi li incontrerà.

L’ultima grande pietra miliare dell’adattamento delle canzoni originali ci è stata donata da Edoardo Nevola, con la sigla di WILLY, IL PRINCIPE DI BEL AIR. Non vi dico nulla, tanto so benissimo che la sapete a memoria anche voi.

Un capitolo a parte va fatto per SIGLE CHE HAN FATTO PIU’ DANNI DELLA GRANDINE.
Nello specifico, le sigle e i promo di CSI, CSI Miami, CSI NYC, CSI Sgurgola Marsicana, CSI Sabaudia.
Ma come, direte voi, ci sono gli Who! Sono bellissime!

No, amici. Pensateci bene. Poi recatevi in un luogo affollato, tipo la metro A nello snodo di Termini, fate partire Baba O’Riley a stecca e sentite se il vociare più frequente sarà un composto Toh guarda, gli Who oppure uno sguaiatissimo CIOE’ PORCODDENA SI ES AI!
Ecco.
Propongo quindi pene corporali per chiunque osi usare ancora Baba O’Riley negli show televisivi (sì, Aaron Sorkin, dico anche a te).

Ti capisco, Pete, roderebbe il culo anche a me.

Ti capisco, Pete, roderebbe il culo anche a me.

Bene, come al solito non ho la pretesa di aver incluso ogni sigla meritevole di menzione, ed è qui che mi aspetto partecipazione da parte vostra, perché sono una rincoglionita e sicuramente mi son scordata robe macroscopiche.
Ad ogni modo, vi saluto con questi versi immortali, sperando che vi siano d’ispirazione:

Some people stand in the darkness
Afraid to step into the light
Some people need to help somebody
When the edge of surrender’s in sight…

Don’t you worry!
It’s gonna be alright
‘cause I’m always ready,
I won’t let you out of my sight!

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #8: Ti a…mo, e chiedo per…dono!

Mentre l’estate avanza, i miei riferimenti musicali scivolano sempre più in un abisso di melma.

Ad ogni modo, ispirata da me stessa nel post precedente, ho deciso di stilare un’altra classifica, una classifica senza vergogna, una classifica che manifesti in toto che sono una disadattata, soprattutto a chi pensa
Uh, LOL, ma com’è sgarzola e simpatica! Sicuramente esagera!

No, amici. Non esagero. Sono così.

Avrei potuto scegliere una foto simpatica, invece ho scelto l'emblema del disagio giovanile: Annette. Qui sta cercando  di ammazzare il suo migliore amico.

Avrei potuto scegliere una foto simpatica, invece ho scelto l’emblema del disagio giovanile: Annette.
Qui sta cercando di ammazzare il suo migliore amico.

Non voglio dire di aver avuto problemi di socializzazione, ma in effetti qualche difficoltà minima l’ho incontrata.
Alle elementari ero ostracizzata dalle femminucce (eravamo tre in totale), che mi consideravano un maschio perché appunto giocavo sempre coi maschi.
Alle medie ero imbranata e priva di slanci negativi (mentre le ragazzine, oh, sì, sono cattive, lo sapete? Perfide, malvagie): le mie compagne si truccavano, si facevano blandamente palpeggiare, baciavano i ragazzi, e io al massimo correggevo i loro temi.
Al liceo mi sono normalizzata, diciamo, o forse ho avuto la fortuna di inserirmi in un ambiente tendenzialmente più simile a me, sta di fatto che boh, vabbè, poi all’improvviso mi guardavano anche se giravo in jeans a zampa e magliettina dell’adidas (vestita “da bimba raver” come diceva un mio ex), e mi guardavano anche se mi rasavo i capelli, insomma, avevo messo su un fisico adulto nonostante tutti i tentativi di rimanere serenamente amorfa.

Ma non divaghiamo.

Tutto questo serviva a spiegare che, fra le elementari e le medie, la mia vita sociale è stata molto ridotta. E, se la tua vita sociale è molto ridotta e d’estate al massimo vai alla piscina di quartiere o ti fai un mese in vacanza coi tuoi mentre i tuoi pochi amici ti dimenticano, quale miglior rimedio della TV?
Non storcete i nasini, non guardavo solo la TV. Leggevo, anche. O ascoltavo musica. Ma non fingerò di non aver guardato la tv, soprattutto da mezza-bambina, ed è ora di rivelare al mondo i miei Grandi Amori Televisivi.

Badate bene: ora non ne ho. Ora ho della sana ormonella televisiva, anche in serie merdose, tipo Grimm, o al limite dell’arresto, tipo Awkward, ma non è AMORE. Prima, lo è stato.

Mi piaci perché sei un ottimo attore e Grimm è la serie più bella del mondo.

Mi piaci perché sei un ottimo attore e Grimm è la serie più bella del mondo.

Quindi, dimentichiamo ogni pudore e tuffiamoci nei dolci ricordi di quegli ometti che – ammettiamolo – hanno fatto battere il cuore anche a voi.

10.  A.J. SIMON (Jameson Parker, Simon & Simon)

Gniff.

Gniff.

Simon & Simon era una serie su due fratelli investigatori privati. Uno era Rick (Gerald McRaney, più tardi visto anche in Agli Ordini Papà/Major Dad), lo scavezzacollo, l’altro era A.J., il bravo ragazzo.
Io, che sono sempre stata una conformista, in fondo, amavo il bravo ragazzo.

9.  JAMES “WILD BILL” HICKOK (Josh Brolin, I Ragazzi Della Prateria/Young Riders)

Okay, inizio a provare un po' di vergogna.

Okay, inizio a provare un po’ di vergogna.

I Ragazzi Della Prateria era una merda con base pseudo-storica che raccontava le gesta dei primi pony-express. Ovviamente io amavo quello che sarebbe finito ammazzato durante una partita di poker, tenendo stretta in mano la famosa “Mano Del Morto”: due assi e due otto, di fiori e picche. Questo l’ho imparato dalla tv. Evviva la cultura.

8. CHARLES (Scott Baio, Babysitter/Charles in charge)

Oh, beh.

Oh, beh.

No, se vi devo spiegare chi è Scott Baio me ne vado.

7. SBERLA (Dirk Benedict, A-Team)

Bad guy.

Bad guy.

Sebbene Murdock fosse indubbiamente più affascinante, era penalizzato da una scarsa capigliatura. Piccola Luce, allora, ripiegò su Sberla che, in barba alla fama di rubacuori, poi in realtà era davvero un romantico, no? Capite la tenerezza? Tipo che la Piccola Luce l’avrebbe SALVATO!

6. THOMAS MAGNUM (Tom Selleck, Magnum P.I.)

"Pronto, Luce? MA CHE CAZZO DICI? Lo sanno tutti che sono gay!"

“Pronto, Luce? MA CHE CAZZO DICI? Lo sanno tutti che sono gay!”

Io non sapevo che Tom Selleck fosse gay. Però era gay. Comunque me ne fregava ben poco, mi bastava guardare tutto quel pelo anni ’70 (per fortuna i miei gusti negli anni si sono affinati).
Rimane il fatto che Magnum è stato un simbolo di perizia e di cazzonaggine per maschi e femmine, faceva ridere, e io ho sempre amato gli uomini che mi facevano ridere.

5. POTSIE (Anson Williams, Happy Days)

E' carino, no?

E’ carino, no?

Ma come, direte voi, proprio il più sfigato?
Sì, va bene? Sì, il più sfigato! Quasi peggio di Ralph, che almeno fa ridere! O di Chuck, il fratello maggiore di Richie, che a un certo punto sparisce dalla serie e nessuno si chiede nemmeno perché!

4. ALEX P. KEATON (Michael J. Fox, Casa Keaton/Family Ties)

Quanta nostalgia.

Quanta nostalgia.

Su Casa Keaton, e più nello specifico su Michael J. Fox, spero di non dover dire nulla. Sta di fatto che solo a distanza di anni capii il potenziale del personaggio, lo yuppie figlio di fricchettoni, il ’68, gli anni ’80, il boom, e così via. Lui comunque era adorabile.

Spero siate pronti ora per l’apice dell’imbarazzo, la top 3.
Se non ve la sentite, le uscite di sicurezza sono lì, lì e lì.

3. SAMUEL BECKETT (Scott Bakula, In viaggio nel tempo/Quantum Leap)

Lo so, fa rime equivoche.

Lo so, fa rime equivoche.

Spero per voi che abbiate visto almeno una volta almeno una puntata di Quantum Leap. La RAI lo trasmise a merda nei primi anni ’90 (credo che, la prima volta che fu trasmesso, si siano fermati alla quarta stagione, omettendo la quinta), e di recente dovrebbe essere uscito il cofanetto (una confezione orrenda dal prezzo stratosferico).
Se non avete mai visto nemmeno una puntata, vi dirò solo
Viaggi nel tempo, fisica quantistica, aggiustare le vite altrui, tanto amore, tanto dolore, immensi rimpianti
Sapete di poterlo recuperare. Recuperatelo.

2. JONATHAN CHASE ( Simon MacCorkindale, Manimal)

Biondissimo.

Biondissimo.

Se avete rimosso Manimal, vi capisco. Una sola stagione di otto episodi (anche se io ne ricordo miliardi, chissà com’è) che floppò in maniera spaventosa, in patria (era anche il diretto avversario in fascia di Dallas, fate voi). In Europa invece piacque, ma vabbè, accontentiamoci di otto episodi d’amore.
Jonathan Chase scopre di aver ereditato dal padre la possibilità di trasformarsi in animale, lui dice in qualunque animale, ma io me ne ricordo tipo tre: falco, serpente e pantera.
Più del naso appuntito, del sorriso sbieco, dell’impeccabile eleganza, la cosa che mi fece innamorare del dottor Chase fu… l’orrore.
Mi spiego: le scene di trasformazione erano fatte alla vecchia maniera, non c’era nulla di digitale, il che le rendeva spaventosissime e irresistibili allo stesso tempo. Rimanevo a fissare con la faccia del BLEAH per poi desiderare un fidanzato che mi portasse a spasso trasformato in pantera.

1. NICK RYDER (Joe Penny, Riptide)

Mi rendo conto solo ora di aver passato la prima adolescenza ad amare attori palesemente gay. Se non è l'apice dell'autosabotaggio, nulla lo è.

Mi rendo conto solo ora di aver passato la prima adolescenza ad amare attori palesemente gay. Se non è l’apice dell’autosabotaggio, nulla lo è.

Sì, lo confesso. Amavo Nick. Lo amo ancora adesso, se proprio devo essere sincera. Con quei capelli intagliati nel tek, gli occhioni azzurri e le rughine ai lati della bocca. Tipo che se mi portate Nick Ryder qui, adesso, metto la varechina nella cena di mio marito e fuggo.
Riptide era una serie investigativa classica deliziosa. Soprattutto aveva, come elemento aggiuntivo (oltre all’elicottero), il genio dei computer, Murray, che era ovviamente un cesso inguardabile e non sapeva dare i pugni. L’ultimo elemento era un altro Village People, cioè Perry King nei panni di Cody Allen, baffone machissimo di pelo rossiccio.  Nulla di nuovo, eh, ma godibile.

Ne approfitto per ultimare lo svergognamento: amai profondamente Nick (ricordate: si ama il personaggio, MAI l’attore!) nella puntata in cui i suoi ex compagni di scuola saltano in aria su una barca. Nick piange. Fa proprio i goccioloni. Occhioni blu+Goccioloni=Luce che ce crede.
Mi convinsi che si era commosso davvero, e lo amai, e anche ora che so che stava ovviamente recitando lo amo, e lo amerò per sempre.

Se siete arrivati fin qui e avete quindi percorso la mia personalissima Hall Of Shame, vi ringrazio di cuore, e vi invito (soprattutto se maschi, così non ci accapigliamo) a condividere con me i vostri incolpevoli, imbecilli amori televisivi.

 

———————— EDIT

Come supponevo, questo post è stato un’esca irresistibile per il nostro cuoricionissimo GiorgioP, il quale ha già promesso una risposta al maschile… stay tuned! :D

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #7: Don’t Fear The Reaper

Intanto voglio scusarmi con voi per aver saltato una puntata, martedì scorso.
Sicuramente non ve ne siete accorti, ma mi serviva un appiglio per iniziare.

Ultimamente sto avendo qualche acciacco (sarà l’umidità della caverna), quindi quale miglior argomento della MORTE?

Fatevela pia' a bene.

Fatevela pia’ a bene.

Iniziamo dicendo che c’è morte e morte. Ci sono quelle drammatiche che ci fanno piangere per giorni e quelle merdose che ci fanno venir voglia di lanciare la TV dalla finestra.
Nel secondo gruppo vanno sicuramente inserite LE MORTI PER ABBANDONO.
Siete degli attori che sentono di essere incastrati in una serie che non sopportano più? L’unico modo per uscirne dignitosamente è morire, ma attenti a come lo chiedete, gli sceneggiatori sono spesso creaturine dispettose. L’esempio più emblematico è la morte di Mitch Leery (padre di Dawson in Dawson’s Creek).
La telefonata fra John Wesley Shipp (già Flash nell’omonima serie) e gli sceneggiatori andò più o meno così:

JWS: Ragazzi, io non ce la faccio più.
SCEN: Ma no, ma perché, il tuo personaggio cresce, si evolve, insegna, è cornuto, poi no, poi ristoratore…
JWS: Voi non capite, la serie è proprio una merda! Fatemi morire, per favore!
SCEN: Uhm.
JWS: Davvero, dai, voglio morire! Però che sia una cosa bella, commovente…
SCEN: Tranquillo. Ci pensiamo noi.

Sappiamo tutti com’è finita. Mitch sta mangiando un bel gelatone mentre torna a casa in macchina, una pallina di gelato gli cade mentre fa il coglione, lui si china a pulire il tutto e fa un frontale.
Se volete potete rileggere le ultime righe, ma è tutto vero.

In altri casi, le morti telefilmiche sono stati veri e propri traumi: sempre in Dawson’s Creek, Jen ci regala un monologone da moribonda che sfida anche il cuore più arido; in Buffy la morte di Tara punisce l’amore omosessuale e trasforma Willow in una strega malvagissima; in Game Of Thrones non ve lo sto a dire, se no non la finiamo più; in Breaking Bad basta la morte di Jane (la ragazza di Jesse)  a farci rivalutare l’uso di antidepressivi.

Ora, io sono una piagnona epica. Ho pianto durante ogni singolo cartone Disney/Pixar, piango durante V per Vendetta ogni volta, anche se l’ho visto millemila volte, piango per la pubblicità della P&G, quindi forse non faccio testo.
(tipo adesso sto piangendo perché ho rivisto lo spot. Sono bambini, capito? Le loro mamme li guardano e vedono dei bimbi! Sono piccoli! La P&G è Satana ma loro sono minuscoli!)

Però è anche vero che gli sceneggiatori sono dei bastardi. Più delle scene d’amore, più dei litigi, il vero impatto emotivo è quello della perdita, del dolore.
Proverò quindi a fare una classifica delle morti più dolorose della mia vita telefilmica, perché in fondo è estate e noi la vita la odiamo.

Luce a 16 anni. Potete notare l'espressione solare e aperta e l'ostinazione nel mantenersi VESTITA E ALL'OMBRA.

Luce a 16 anni. Potete notare l’espressione solare e aperta e l’ostinazione nel mantenersi VESTITA E ALL’OMBRA. Luce: hating life since 1995.

DECIMO POSTO: BILLY (Ally McBeal)
Dopo avercela tirata in lungo per tre stagioni e averci anche un po’ fatto odiare il personaggio, Billy (Gil Bellows) se ne va alla grande, dichiarando il suo amore sempiterno per Ally. Ovviamente a causa del tumore al cervello, se no non si spiega.

NONO POSTO: AMBER (House M.D.)
Da quando faceva il suicida Neil Perry ne L’Attimo Fuggente ho avuto un debole per Robert Sean Leonard, anche se è diventato un po’ bolso e paffuto. In House è forse l’unico personaggio integralmente buono, quindi assistere alla morte di Amber, la sua donna, per colpa dello stesso House (si era fatto venire a prendere ubriaco) è stato un colpo bassissimo. Wilson le stacca il bypass cardio-polmonare su sua richiesta, e lei se ne va ben consapevole di cosa sta succedendo. Ma porca puttana.

OTTAVO POSTO: LUCY (E.R.)
Lucy era la tirocinante del dottor Carter. L’attrice (Kellie Martin) la ritroveremo più in alto in classifica per altri motivi.
In sostanza, Lucy muore per mano di uno psicopatico che lei aveva segnalato senza esser cacata da nessuno. Ma non è che muore subito, no: viene accoltellata e cercano di salvarla. L’apice del panico si ha quando il dottor Romano, rinomato stronzone freddissimo, inizia a perdere la calma e le urla, cercando di tenerla viva
Non puoi morire, Lucy, abbiamo speso troppo per la tua educazione!
Bell’epitaffio, eh?

SETTIMO POSTO: JACK MCKAY – ma per finta (Beverly Hills 90210)
Sarà perché l’ho visto da ragazzina, ma la morte del padre di Dylan nell’esplosione della macchina mi lasciò di merda abbastanza a lungo. Poi vabbè, aveva finto, era stato tutto per il LOAL, va bene così. Forse lo preferivo morto, comunque.

SESTO POSTO: JESSE (Una famiglia come le altre, in originale Life Goes On)
La serie di per sé era già una presa a male. Famiglia americana con un figlio down e due figlie, una delle quali avuta dal capofamiglia in un precedente matrimonio. Sostanzialmente altro che Life Goes On, Life’s a Bitch piuttosto: assistiamo impotenti alle difficoltà di Corky (il figlio maschio) per integrarsi, il suo desiderio di avere una famiglia e così via. Come se questo non bastasse, la figlia minore, la stessa Kellie Martin dell’ottavo posto, che qui si chiama Rebecca, conosce il bellissimo e fichissimo Jesse (Chad Lowe), che è SIEROPOSITIVO. La loro storia va avanti a cazzo per un bel po’, e nella prima puntata dell’ultima stagione, ambientata 25 anni dopo, apprendiamo a sorpresa che Jesse, il ragazzo bellissimo e fichissimo, è morto.
Così, tipo come se vi schiaffeggiassero con una manciata di fango e ghiaia.

QUINTO POSTO:  MAUDE FLANDERS (The Simpsons)
La dolce moglie di Ned muore in modo stronzissimo (tipo il papà di Dawson, ma peggio): colpita da una raffica di magliette per colpa di Homer. Cioè, dai, la guardano i ragazzini, ‘sta roba!

QUARTO POSTO: CHARLIE (Lost)
Non sono una gran fan di Lost (potete insultarmi, se volete), ma la fine che fa il nostro Meriadoc Brandybuck è davvero straziante. Come tutte le morti eroiche, è una morte di merda.

Dedico quest'immagine alla revver MiaWallace, la quale ci ha costretti al silenzio per evitare gli spoiler su Lost. E ce l'ha fatta, a vederlo senza spoiler, nonostante i nove anni di ritardo sull'umanità.

Dedico quest’immagine alla revver MiaWallace, la quale ci ha costretti al silenzio per evitare gli spoiler su Lost. E ce l’ha fatta, a vederlo senza spoiler, nonostante i nove anni di ritardo sull’umanità.

TERZO POSTO: BEN (Scrubs)
Ho amato molto Brendan Fraser, perché ha la faccina da farlocco scemotto e ha fatto quel gioiello di ridicolezza che è Blast From The Past. In Scrubs è il fratello di Jordan, la moglie del dottor Cox, a cui è molto legato. In una puntata TRADITORA DI MERDA, in cui crediamo che Cox si stia preparando per il primo compleanno del figlio, ci troviamo a sorpresa, nel finale, al cimitero.
Sì, sapevamo che Ben era malato, però porca eva, oh.

SECONDO POSTO: SEYMOUR (Futurama)
Matt Groening è un uomo di merda. La puntata sul cane di Fry è quanto di più devastante ci si possa aspettare nell’immediato dopopranzo, momento di solito dedicato al sollazzo.
Sollazzo una minchia, Seymour il cane muore aspettando Fry.
Muore.
Aspettando.
Fry.
E Fry non lo immagina nemmeno, e distrugge la macchina per la clonazione. Ma WTF.

PRIMO POSTO: EDDARD STARK (Game Of Thrones)
Sì, mi piace giocare sporco.
Quando ho iniziato a vedere GoT, non avevo ancora letto i libri (come il 99% delle persone che ora sostengono di essere fan da anni: certo, proprio). Anche Sean Bean è stato un mio grande amore, e a questo punto mi chiedo se il problema non sia io, e in più era sulla foto promozionale della prima stagione. Se metti un tizio sulla foto promozionale NON LO AMMAZZI, va bene?

Come a dire che guardo Stuart Little e Stuart muore, no? Il protagonista non muore, e non venitemi a dire che non era il protagonista, okay? OKAYYYYYY?

Come a dire che guardo Stuart Little e Stuart muore, no? Il protagonista non muore, e non venitemi a dire che non era il protagonista, okay?

Forse non ho scelto le peggiori o le più toccanti universalmente, ma queste sono le mie morti che proprio NO.
Ora scusate, vado a piangere al buio, voi sentitevi liberi di contribuire con le vostre morti traumatiche, e magari anche col numero del vostro terapeuta di fiducia.