Di bruciature e tradimenti

untitledMettere da parte le cose, qualsiasi cosa, è un po’ sempre una fatica, di quelle grandi.
Metterle da parte, scriverle, porle in mezzo ad un microcosmo in cui ogni parte è destinata a mettere qualcosa da parte, scansarla (per quanto possibile in alcuni casi) o farsene travolgere è un po’ il centro dell’ultimo libro di Antonella Lattanzi. Prima che tu mi tradisca.
Il titolo di per sé è in un certo senso una mezza sinossi, la storia complicata di due sorelle, un segreto che le divide, le fa perdere e le lascia appese col dubbio se si ritroveranno mai.
E’ un libro sospeso a metà come l’essere irrisolte di Angelagei e Michela (Micky Mouse) le due sorelle protagoniste, in un certo modo così lontane così vicine, così vittime di un sistema che ha mentito da sempre e che le ha portate ad essere loro stesse bugiarde di sé stesse.
Prima con sé stesse anzi, poi con tutto il resto che le circonda.
Una storia sospesa tra una Bari descritta in maniera coraggiosa e di “cuore” nei suoi lati più nascosti, più reali e nei suoi passaggi più dolorosi come il bombardamento durante la seconda guerra mondiale (uno dei più bei incipit di romanzi che io ricordi è in Prima che tu mi tradisca) e l’incendio del Petruzzelli; una storia sospesa in dinamiche famigliari che tutto fanno pensare tranne all’epilogo, alle motivazioni, a quei momenti, quei dettagli che possono far deragliare un rapporto classico, customizzato quasi, “padre madre figlia figlia” o possono sostenerlo.
Antonella Lattanzi non ha alcun tipo di accondiscendenza verso i suoi personaggi, vuole loro bene, e si vede, ma sa porre l’accento sulla critica dell’irrisolutezza, sulle dinamiche distorte, ottuagenarie, sui credo di quartiere, di città, di religione. Non c’è un “giusto o sbagliato” tra le righe, c’è una visione, una visione tra il severo e il chirurgico che a tratti sfocia nell’empatia pura.
E’ un passaggio all’inizio piccolo, quello delle due sorelle che partono dalle strade di Bari Vecchia e poi si spostano su Roma, su San Giovanni, San Lorenzo, dall’afa e dall’asfalto di Bari al caos, le macchine, il senso di dispersione di Roma, un passaggio che le porta a cercarsi, più che perdersi o ritrovarsi (e sto facendo il bravo cercando di non darvi alcun indizio), a cercarsi per capire, una di fronte all’altra cosa sia successo, chi sono veramente.
Il punto centrale di Prima che tu mi tradisca è il tradimento ma anche la relatività, cosa si è per chi, cosa non si vuole essere rispetto a chi, quale posto guadagnarsi nella graduatoria famigliare, nella considerazione popolare o nella propria vita. Logiche che viviamo tutti i momenti, ogni istante della giornata. Fulcro centrale invece della storia delle due sorelle. La vita dell’una vissuta come mancanza della vita dell’altra. Ruolo compreso, affetto anche.
Angelagei e Michela sostanzialmente sono protagoniste di una tragedia di stampo quasi Shakespeariano, in cui un trono c’è ma è invisibile ed è quello della quiete dopo la tempesta, una tempesta di vent’anni, un luogo a suo modo tanto metaforico quanto fisico quanto sostanzialmente voluto e non voluto da nessuno.
Antonella Lattanzi dopo Devozione scrive quello che si può definire il suo “grande romanzo” (e spesso i grandiromanzi passano per raccontare saghe famigliari) supera ampiamente i dubbi della mole del libro (430 pagine) lascia un senso di appartenenza a Bari (pur non avendola vista io quasi manco in cartolina) e alle due sorelle Angela Jr e Michela, che prenderesti a pizze, abbracceresti, a cui urleresti in faccia e da cui scapperesti. E di corsa.
E a cui rimani comunque legato e stretto fino all’ultimo punto.

unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Air – All I need (1998)

€13,89 di Frédéric Beigbeder (2001)

9788807817915_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLetto ancora quando il titolo era “Lire 26.900” poi diventato “€13,89″ e in originale “99 franchi”. Poco cambia, siamo sempre più merce su uno scaffale, consumatori plasmati a tavolino che vivono vite pilotate nei desideri senza nemmeno saperlo. Paranoia. Ma vera, e questo libro di sicuro si fa portatore di un pensiero a cui non possiamo sfuggire.  Anzi, prima  lo mettiamo a fuoco prima possiamo educarci a trasformarlo, a non subire passivi e a sfugire alla libertà illusoria di cui siamo vittime. E’ la storia di Octave Parrango che ci racconta la sua vita, gli amori, le illusioni, la quotidianità, i meccanismi di un lavoro, il pubblicitario, che arriva ad odiare; un lavoro in cui tutto ha un prezzo, tutto si vende, tutto si compra, tutto si può perdere.

“…nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.”

Sherlock jr.  di Buster Keaton (1924)

Buster <3

La Teoria Scuffet

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Chi è Giorgio Grasso?
Se lo pensaste in inglese, invertendo nome e cognome, suonerebbe come “Who’s Fat George?“, che ha tutta un’altra musicalità. Non è importante sapere chi sia Giorgio Grasso, in realtà. Molto più utile è concentrarsi sul fatto che il suo nome avrebbe un peso diverso in un’altra lingua.
Fat George potrebbe essere un chitarrista blues di Memphis, sulle 280 libbre di peso vivo, che suona da seduto una Gretsch del ’62; o un boss in gessato della Mafia italo-americana, fat perché ricco e non in sovrappeso; o magari un pugile, non necessariamente black e con la mano pesante.
E’ fondamentale soffermarsi su questo punto, perché Giorgio Grasso è convinto che molto, tanto, nell’ottenimento di un determinato successo dipenda dal nome, di battesimo o scelto come pseudonimo.
Giorgio Grasso, che ha passato gli enta, negli anni si è soffermato più volte su questa teoria dei nomi e ne ha raccolto esempi su esempi in un condensato di autoironia e follia pura.
Ciò non depone necessariamente a suo sfavore – fate un po’ voi – ma la summa delle sue elucubrazioni merita di essere letta tutta d’un fiato, sia con spirito fortemente scettico sia con la sorpresa di chi ha appena scoperto una nuova teoria illuminante.
Dallo sport al cinema, dalle imprese alla musica: questo è il “Teorema del Delirio” di Giorgio Grasso  (@MontecristoPage su Twitter).
E se vi sembra siano tutte fandonie, ricordate sempre il compianto Angelo Infanti: “Lo senti come appoggia bene? Manuel… Fantoni”.
La “Teoria Scuffet” – così l’ha chiamata – è lunga circa 7 pagine, così è stata caricata qui per chi voglia avventurarsi nella sua lettura integrale.

Per i pigri, questo è uno scampolo della sezione “brand”.

[...]Passiamo al settore alimentare citando la Kraft e la Knorr – ditemi se non vi è mai capitato di associarle, almeno negli anni ’90 – passando poi ai i sottaceti  Ponti che condividono le 5 lettere con quelli Saclà, e arrivando fino alla pasta Barilla e la Buitoni, 7 lettere (stesso discorso nel settore della pasta anche per Voiello e De Cecco. Da segnalare la Beretta e la Galbani, spose perfette: una leader dei formaggi e l’altra degli insaccati. L’olio d’oliva della Carapelli si può associare alla Bertolli, una lettera in meno per quest’ultima ma nomi davvero simili soprattutto nelle finali. Quattro lettere per le aziende Pago e Yoga, una austriaca e l’altra italiana, note produttrici di succhi di frutta, e nomi di diversa lunghezza ma molto simili invece per quanto riguarda Pernigotti e Perugina, aziende leader della produzione di cioccolato entrambe con il “per” iniziale, che si ripresenta, preceduto dalla “s” anche nella Sperlari.

Se vi siete incuriositi, qui c’è il resto del delirio.
Solo una nota: non vi nascondo che, da grande detrattore di questa teoria, io mi aspetti una lunga serie di confutazioni. Quindi ogni condivisione è ben vista. Da me. Da Giorgio Grasso forse meno.

La Dispute; Hardcore; Scatole

I La Dispute ci mettono del tempo ad arrivare, di solito. Wildlife era una botta in testa che ti levava di torno per quell’ora circa e ti faceva venire voglia di non tornarci mai più, la prima volta. Wildlife uscì nel 2011 e ci misi un anno intero per riuscire ad ascoltarlo come si deve, tralasciando quello che per me era l’hardcore e accentando quelle che forse erano le canzoni più vicine a dei racconti che avessi mai ascoltato fino ad allora. Racconti difficili, tra l’altro, dolorosi, pieni di rabbia; a tratti poesie scritte per terra su fogli sporchi di sangue. Quello che per me era l’hardcore erano chitarre come gomitate, batterie nella pancia e le uniche occasioni in cui potevo urlare senza dovermene preoccupare. Io urlo solo ai concerti, e a quelli harcore si urla di più, nella catarsi di dire cose in faccia a chi sai che più o meno la sta pensando come te. Per questo poi ci si abbraccia un po’ sempre, ai concerti hardcore. Ora per me, comunque, l’hardcore è anche stare a sentire, e lasciare urlare.
Un paio di giorni fa dei La Dispute è uscito un disco nuovo, in streaming sull’internet, che vi consiglio di ascoltare leggendone i testi qui, con dei video caricati dalla band. Non so nemmeno se sia definibile hardcore, tutto questo. Emo. Post-hardcore. Post-emocore. Diciamo che non importa, diciamo che nei dischi in cui si urla se si urla c’è un motivo, e di solito è lo star male. Soffrire. Ricordare. Rooms of the House è un disco che più di altri parla di passato, di memoria, di cosa resta, adesso, di quello che è stato. Ricordare fa male, e nemmeno i ricordi felici si salvano dalle lacrime; non c’è stare bene nel ricordare, c’è solo nel ricordo, a volte, in un punto nel tempo ormai vago.
Il pezzo finale di questo disco si chiama Objects In Space, parla di oggetti nello spazio e della nostra colpa quando decidiamo di ricollocarli nel tempo. Parla di cose, di ricordi, di scatole; racconta una storia che abbiamo raccontanto tutti, anche io, anche il mio amico più lontano, nello spazio. Sicuramente anche altri.
Objects In Space è l’ultimo pezzo di un disco quasi tutto urlato e un po’ cantanto ed è un pezzo raccontato. Una lettura su un tappeto di chitarre molto leggero che riduce all’osso tutto ciò che dei La Dispute conosciamo, esaltando a capolavoro quello che per ora è il loro disco migliore.
Insomma, i La Dispute meno pestano e più fanno male.

unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Foster The people – Pumped up Kicks (2011)

 

consigliConsigli alle bambine di  Mark Twain e Vladimir Rudunsky(2010)

Zompetto felice per questo libro spassosissimo. Vladimir Rudunsky ha illustrato  consigli che Mark Twain ha scritto nel 1906 per le bambine: 7 consigli non proprio usuali, non  canonici ma sovversivi, strampalati, che non ti aspetti, per bimbe monelle e buffe che non la pensano come tutti gli altri  e sanno che le finte buone maniere sono solo noia e bigottismo. C’è l’ironia, lo stile divertente e sagace di Twain, c’è la voglia di sentirsi liberi e non schiacciati dalla morale e dalla finta gentilezza, il desiderio di fare spallucce agli stereotipi e alle convenzioni stantie, c’è la voglia di ridere e sorridere, di sentirsi leggeri e birichini, si sia grandi o piccini. E poi le illustrazioni perfette, come il pane con la marmellata.  Dai su forza, procuratevelo subito.

 

Rushmore di Wes Andersoon (1998)