unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Air – All I need (1998)

€13,89 di Frédéric Beigbeder (2001)

9788807817915_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLetto ancora quando il titolo era “Lire 26.900” poi diventato “€13,89″ e in originale “99 franchi”. Poco cambia, siamo sempre più merce su uno scaffale, consumatori plasmati a tavolino che vivono vite pilotate nei desideri senza nemmeno saperlo. Paranoia. Ma vera, e questo libro di sicuro si fa portatore di un pensiero a cui non possiamo sfuggire.  Anzi, prima  lo mettiamo a fuoco prima possiamo educarci a trasformarlo, a non subire passivi e a sfugire alla libertà illusoria di cui siamo vittime. E’ la storia di Octave Parrango che ci racconta la sua vita, gli amori, le illusioni, la quotidianità, i meccanismi di un lavoro, il pubblicitario, che arriva ad odiare; un lavoro in cui tutto ha un prezzo, tutto si vende, tutto si compra, tutto si può perdere.

“…nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.”

Sherlock jr.  di Buster Keaton (1924)

Buster <3

La Teoria Scuffet

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Chi è Giorgio Grasso?
Se lo pensaste in inglese, invertendo nome e cognome, suonerebbe come “Who’s Fat George?“, che ha tutta un’altra musicalità. Non è importante sapere chi sia Giorgio Grasso, in realtà. Molto più utile è concentrarsi sul fatto che il suo nome avrebbe un peso diverso in un’altra lingua.
Fat George potrebbe essere un chitarrista blues di Memphis, sulle 280 libbre di peso vivo, che suona da seduto una Gretsch del ’62; o un boss in gessato della Mafia italo-americana, fat perché ricco e non in sovrappeso; o magari un pugile, non necessariamente black e con la mano pesante.
E’ fondamentale soffermarsi su questo punto, perché Giorgio Grasso è convinto che molto, tanto, nell’ottenimento di un determinato successo dipenda dal nome, di battesimo o scelto come pseudonimo.
Giorgio Grasso, che ha passato gli enta, negli anni si è soffermato più volte su questa teoria dei nomi e ne ha raccolto esempi su esempi in un condensato di autoironia e follia pura.
Ciò non depone necessariamente a suo sfavore – fate un po’ voi – ma la summa delle sue elucubrazioni merita di essere letta tutta d’un fiato, sia con spirito fortemente scettico sia con la sorpresa di chi ha appena scoperto una nuova teoria illuminante.
Dallo sport al cinema, dalle imprese alla musica: questo è il “Teorema del Delirio” di Giorgio Grasso  (@MontecristoPage su Twitter).
E se vi sembra siano tutte fandonie, ricordate sempre il compianto Angelo Infanti: “Lo senti come appoggia bene? Manuel… Fantoni”.
La “Teoria Scuffet” – così l’ha chiamata – è lunga circa 7 pagine, così è stata caricata qui per chi voglia avventurarsi nella sua lettura integrale.

Per i pigri, questo è uno scampolo della sezione “brand”.

[...]Passiamo al settore alimentare citando la Kraft e la Knorr – ditemi se non vi è mai capitato di associarle, almeno negli anni ’90 – passando poi ai i sottaceti  Ponti che condividono le 5 lettere con quelli Saclà, e arrivando fino alla pasta Barilla e la Buitoni, 7 lettere (stesso discorso nel settore della pasta anche per Voiello e De Cecco. Da segnalare la Beretta e la Galbani, spose perfette: una leader dei formaggi e l’altra degli insaccati. L’olio d’oliva della Carapelli si può associare alla Bertolli, una lettera in meno per quest’ultima ma nomi davvero simili soprattutto nelle finali. Quattro lettere per le aziende Pago e Yoga, una austriaca e l’altra italiana, note produttrici di succhi di frutta, e nomi di diversa lunghezza ma molto simili invece per quanto riguarda Pernigotti e Perugina, aziende leader della produzione di cioccolato entrambe con il “per” iniziale, che si ripresenta, preceduto dalla “s” anche nella Sperlari.

Se vi siete incuriositi, qui c’è il resto del delirio.
Solo una nota: non vi nascondo che, da grande detrattore di questa teoria, io mi aspetti una lunga serie di confutazioni. Quindi ogni condivisione è ben vista. Da me. Da Giorgio Grasso forse meno.

La Dispute; Hardcore; Scatole

I La Dispute ci mettono del tempo ad arrivare, di solito. Wildlife era una botta in testa che ti levava di torno per quell’ora circa e ti faceva venire voglia di non tornarci mai più, la prima volta. Wildlife uscì nel 2011 e ci misi un anno intero per riuscire ad ascoltarlo come si deve, tralasciando quello che per me era l’hardcore e accentando quelle che forse erano le canzoni più vicine a dei racconti che avessi mai ascoltato fino ad allora. Racconti difficili, tra l’altro, dolorosi, pieni di rabbia; a tratti poesie scritte per terra su fogli sporchi di sangue. Quello che per me era l’hardcore erano chitarre come gomitate, batterie nella pancia e le uniche occasioni in cui potevo urlare senza dovermene preoccupare. Io urlo solo ai concerti, e a quelli harcore si urla di più, nella catarsi di dire cose in faccia a chi sai che più o meno la sta pensando come te. Per questo poi ci si abbraccia un po’ sempre, ai concerti hardcore. Ora per me, comunque, l’hardcore è anche stare a sentire, e lasciare urlare.
Un paio di giorni fa dei La Dispute è uscito un disco nuovo, in streaming sull’internet, che vi consiglio di ascoltare leggendone i testi qui, con dei video caricati dalla band. Non so nemmeno se sia definibile hardcore, tutto questo. Emo. Post-hardcore. Post-emocore. Diciamo che non importa, diciamo che nei dischi in cui si urla se si urla c’è un motivo, e di solito è lo star male. Soffrire. Ricordare. Rooms of the House è un disco che più di altri parla di passato, di memoria, di cosa resta, adesso, di quello che è stato. Ricordare fa male, e nemmeno i ricordi felici si salvano dalle lacrime; non c’è stare bene nel ricordare, c’è solo nel ricordo, a volte, in un punto nel tempo ormai vago.
Il pezzo finale di questo disco si chiama Objects In Space, parla di oggetti nello spazio e della nostra colpa quando decidiamo di ricollocarli nel tempo. Parla di cose, di ricordi, di scatole; racconta una storia che abbiamo raccontanto tutti, anche io, anche il mio amico più lontano, nello spazio. Sicuramente anche altri.
Objects In Space è l’ultimo pezzo di un disco quasi tutto urlato e un po’ cantanto ed è un pezzo raccontato. Una lettura su un tappeto di chitarre molto leggero che riduce all’osso tutto ciò che dei La Dispute conosciamo, esaltando a capolavoro quello che per ora è il loro disco migliore.
Insomma, i La Dispute meno pestano e più fanno male.

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Foster The people – Pumped up Kicks (2011)

 

consigliConsigli alle bambine di  Mark Twain e Vladimir Rudunsky(2010)

Zompetto felice per questo libro spassosissimo. Vladimir Rudunsky ha illustrato  consigli che Mark Twain ha scritto nel 1906 per le bambine: 7 consigli non proprio usuali, non  canonici ma sovversivi, strampalati, che non ti aspetti, per bimbe monelle e buffe che non la pensano come tutti gli altri  e sanno che le finte buone maniere sono solo noia e bigottismo. C’è l’ironia, lo stile divertente e sagace di Twain, c’è la voglia di sentirsi liberi e non schiacciati dalla morale e dalla finta gentilezza, il desiderio di fare spallucce agli stereotipi e alle convenzioni stantie, c’è la voglia di ridere e sorridere, di sentirsi leggeri e birichini, si sia grandi o piccini. E poi le illustrazioni perfette, come il pane con la marmellata.  Dai su forza, procuratevelo subito.

 

Rushmore di Wes Andersoon (1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uno bravo che ha capito tutto. Joe R. Lansdale.

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Cosa cerchiamo a volte nei libri non è dato sapere, io almeno di mio non ho mai capito cosa e perché mi guidasse nella scelta di autori e libri. So che sono partito da amare Rodari poi Calvino poi Dostoevskji e poi Shakespeare, quindi non dico di avere avuto le idee confuse ma insomma siamo lì. La prima sveglia in faccia, nel senso di scuffia, che m’ha riempito la vita di ricordi di me al mare con sti tomi sulla pancia è stato Stephen King, una di quelle scuffie che ti porta a fare cumuli, finirne uno ed iniziarne un altro o andare in libreria la data dell’uscita. Poi sono cresciuto e vabbè (e lui ha anche iniziato a scrivere un po’ di cacate, per correttezza). Ad un certo punto mi sono trovato in mano sto libretto, versione Einaudi del tempo che fu, quelle con la costina nera che fecero diventare famoso Lucarelli. Era La notte del drive in, di Joe R. Lansdale. Non dico che fu una folgorazione ma ci andò vicino. Era un hard boiled vero e proprio, uno di quelli che chi legge “letteratura” chiama libraccio. Una sinossi stupida tipo gente che va in un drive in e ad un certo punto diventa un film di horror fantascienza perché scompare tutto intorno in cui Lansdale si girava più o meno bene a livello di movimenti. Si girava benissimo invece, anzi a meraviglia coi dialoghi. Da lì arrivò in Italia il ciclo di Hap e Leonard, coppia di pseudo investigatori privati che si trovano in mezzo alle situazioni peggio nonsense mai viste, dialoghi vicini all’hard boiled scopiazzato a destra e manca da Tarantino, per il resto la crasi perfetta tra Elmore Leonard, Bret Easton Ellis e Jim Thompson. Sostanzialmente sangue, vomitate di risate, donne (e uomini), cattivi della situazione. Nei libri di Lansdale è sempre stato chiaro da che parte stare, cosa più difficile per dire nei libri di Thompson o Ellroy, più che lontani dal buonisimo si basano su trame spicciole, quasi banali, è l’intorno che fa, e ha sempre fatto la differenza. Che fosse un grande scrittore era evidente già da questo ma ad un certo punto Lansdale più che alza l’assicella con una trilogia di capolavori veri e propri, In fondo alla palude, La sottile linea scura e l’ultimo (almeno come uscite italiane) La foresta. Tre romanzi ENORMI di formazione, il famoso passaggio dall’adolescenza fatti di morte, perdite e abbandoni, di entrata in un tunnel in una maniera e uscita in un altro. Del tutto differente. La foresta (che è il motivo di questo post e di questo cappello infinito) ha i connotati di un western in senso atipico, alla Mc Carthy (indubbiamente e per parecchi aspetti fonte d’ispirazione del libro), e anche questo ha una sinossi che manco ti ci fermeresti, ovvero dei banditi rompono il cazzo a fratello sorella e nonno ammazzano il nonno e rubano la sorella e il ragazzino timorato di Dio e cresciuto con valori dei primi del novecento che ben potete immaginare vuole salvare la sorella e vendicare il nonno Con l’aiuto di un nano un maiale una prostituta uno sceriffo che ha un paio di conti col destino e di un uomo di colore alcolizzato. Questo per rendere chiara l’idea della caciara (alla romana) che potrebbe diventare un libro del genere. Invece è un meccanismo perfetto fatto di cattivi ben identificati (e con scene che non dimentichi tanto facilmente, altro che Zed con Marsellus Wallace per capirci) e dei meccanismi tra i buoni della situazione che si rivelano a poco a poco Una sinfonia pulp vera e propria che monta pagina dopo pagina e dove tutto, TUTTO, ha un senso, anche quello che sembra non averlo e sembra quasi superfluo, della serie che dici “ma questo perché ce lo ha infilato”. Parlando in termini cinematografici La foresta ha un’aria così trasversale che è quasi un incrocio tra l’eroe positivo di Eastwood, la mancanza di scrupoli per il fine ultimo di Tarantino, il sangue e il grand guignol di Peckinpah, un autore cresciuto per lettori che hanno masticato film, noir e serie tv negli ultimi trent’anni e che è un richiamo continuo a situazioni e trame e citazioni. Se è una cosa oltre che un grande scrittore, Lansdale è un adorabile paraculo, sa dove vogliamo andare e lui si presente lì, un’ora prima e ti mette su una situazione anche meglio di quella che immaginassi. Questo è. Sul fatto che La foresta dovreste alzare il culo, uscire di casa e andarvelo a comprare ora è un altro discorso.