Le dieci canzoni degli anni 00 (secondo me) – GiorgioP
Pubblicato: giugno 18, 2012 Archiviato in: top ten | Tags: arcade fire, bruce springsteen, johnny cash, M.I.A., tiziano ferro 3 Commenti »Come l’altra volta, l’idea è venuta sempre a Kekko e non so (ma spero di sì) gli altri di JunkiePop listeranno le loro canzoni del decennio 2000-2009.
Detto questo, queste sono le mie è insindacabile etc etc etc, per le vostre commenti e/o vostri blog, che siamo curiosi (per quelle che abbiamo dimenticato soprattutto)
10 Tiziano Ferro – Sere nere
No davvero, c’é anche un perché? Non basta migliore autore pop italiano del decennio?
9 Something Corporate – Punk rock princess
é una canzone che uno sente proprio al limite massimo per non sembrare ridicolo e io ero ancora nei miei venti di mezzo. Il punk rock nel decennio duemila non ha vissuto un grandissimo momento, peró i SC erano una delle pochssime cose da salvare. La mia ragazza del tempo mi prendeva per il culo perché le dicevo “if you could be my punk rock princess I will be your garage band king”. Al tempo aveva torto, oggi magari avrebbe ragione
8 Amy Winehouse – Love is a losing game
Non cambia mai, é e rimane una canzone con tutto quello che ha il soul e avrà sempre (e poi ha ragione, la canzone dico)
7 Cat Power – The Greatest
Quasi stesso concetto di Amy Winehouse, ma lato roots (anche se questo é un classicone di quelli che avrebbe potuto scrivere Springsteen e metterla su Born to Run), il piano mi é sempre piaciuto sulle canzoni pseudo rock. Questa non é rock ma il piano mi piace lo stesso. Poi l’accoppiata Gatta Alì. Fa 60′s no?
6 Bruce Springsteen – The rising
Saró chiaro, io complottista nato sta canzone la odiavo, e dicevo Bruce cazzo non ti far prendere per il culo pure tu. Poi ho capito che aggrapparsi alle parole, alle canzoni, era una necessità. Lo é ancora. Ho iniziato a guardare alla canzone come al simbolo del decennio, alla cosa delle torri gemelle, a quando volenti o no, tutto sia cambiato
5 Johnny Cash – Hurt
Non é sua, lo so. Ma sfido chiunque al mondo a non avere pianto almeno una volta ascoltandola. E sono 3 o 4 le canzoni così.
4 Yeah Yeah Yeah’s – Maps
é una canzone che ha la magia, fatta di minimalismo, chitarrine e una ritmica tribale. Il testo é probabilmente la cosa più di impatto, ma a suo modo ridisegna i canoni della ballata
3 Andrew WK – Party hard
Se AWK al tempo uscì con un disco assurdo, una specie di glammata rock, con l’immediatezza del punk e della rozzezza che é l’esigenza del divertimento here and now, beh, Party Hard é una necessità di rappresentanza
2 M.I.A. – Paper planes
Pollice indice e medio per aria a far vedere pistole che non ci sono, é il pop che diventa scorretto ma ci si scherza su, senza particolari messaggi, senza grande chiacchiere “all I wanna do is bang bang bang bang and take your money”
1 Arcade Fire – Wake up
Quando hanno fatto il trailer delle Wild Things di Sendak hanno messo questa, canzone del decennio. La cosa più vicina all’epicità scanzonata di Springsteen, quella allegra e malinconica, quella che ti fa piangere mentre ridi
Veni Video Vici
Pubblicato: gennaio 12, 2012 Archiviato in: Veni Video Vici | Tags: arcade fire, il teatro degli orrori, ragno favero, rihanna, spike jonze, sprawl 2, talk that talk, The Suburbs, you the one Lascia un commento »Rihanna – You the one
Ve l’ho detto che da due settimane sento solo Talk That Talk di Rihanna? No? Non ve ne frega una mazza? Ecco ora avete una notizia inutile in più nella vostra vita perché io ormai ve l’ho detta e ormai voi la sapete. Insomma. Ecco.
You The One è la traccia che apre il disco ed è la cosiddetta ballata downtempo, cioè è capire come Rihanna riesca a combinare un testo così (dolce nanana, emozionale nananayey) con mosse alla Selen e mani “in caciara” per 4/5 del video, però il pezzo è un pezzone
Il Teatro degli Orrori – Io cerco te
Che è la classica canzone de Il teatro. La notizia bella è che Ragno Favero sembra sia tornato col gruppo, certo sapere che sul disco ci sarà un featuring di Caparezza non mi fa capire molto la direzione, ma siamo buoni tranquilli e aspettiamo.
Il video è una cacatona che andava fuori moda verso la fine anni 90, tutti che cantano faccia alla telecamera, tutti che scapocciano. Almeno i Linea 77 ci avevano messo The Niro a farlo, che faceva ridere.
Ah, ha creato un po’ di subbuglio la frase “Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più” che fa molto Calderoli, ma parlarne sarebbe dare soddisfazione a Capovilla e chi se ne fotte (citandolo).
Detto ciò vediamo se la faranno a Roma, dal vivo, vediamo che succede, sarà tutto per il lol.
Arcade Fire – Sprawl 2
Qui stavamo pubblicando le classfiche sennò ne avremmo parlato per bene. Il video ha un po’ quell’aria da Suburbs Jonzeiana che secondo me a questo punto guiderà tutto il marketing del disco di due (2!!) anni fa. Detto questo c’è chi ama e c’è chi odia Regìne, io personalmente le voglio un bene del mondo anche se un eventuale disco solista mi spaventa un po’. Se non l’avete fatto c’è anche la versione interattiva del video, tipo che se ballate davanti alla cam lei fa le stesse mosse. Ma io non lo so perché non ho la cam.
Oggesù
Pubblicato: maggio 29, 2011 Archiviato in: folk, rock | Tags: arcade fire, david byrne, grammy awards, religion, speaking in tongues, the church of arcade fire, The Suburbs 2 Commenti »Che The Suburbs fosse un disco enorme da queste parti se ne è parlato spesso e volentieri (che poi io abbia una dose di sfiga personale con gli Arcade Fire è un altro discorso e ora non stiamo parlando di questo).
Che fosse uscito (The Suburbs) con n copertine differenti come cromatismo lo sappiamo.
Che fosse rieditato con due tracce in più sembrava quasi una furberia.
Che una fosse dimenticabile c’era nel conto.
Che l’altra (Speaking in tongues) diventasse automaticamente un instant classic (almeno per me) no.
Che ci fosse David Byrne neanche (sul finale).
E che io riesca a sentire ed amare una canzone con lui era altamente improbabile.
E invece

Growing in the suburbs
Pubblicato: agosto 5, 2010 Archiviato in: alt, folk, indie, rock | Tags: arcade fire, nati ai bordi di periferia, questi sono forti tanto 2 Commenti »E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.
Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.
Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.
Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.
Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.
Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.
A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.


