Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – Byron 3/5

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1990-91 avevo dieci anni e mezzo, vivevo nella periferia di Bologna e andavo agli Scout tutti i sabati e le domeniche. Ora che Wes Anderson ha sdoganato gli Scout come momento socialmente accettabile dell’adolescenza ve lo devo dire: è agli Scout che ho imparato ad ascoltare la musica, a suonare la chitarra e anche a scappare dalla merda che passava la radio. Una volta imparate le cose giuste ho chiuso con gli Scout e con certa musica. Ma c’è voluto un po’, e da questa lista si vede: ci sono indubbiamente canzoni migliori negli anni ’90, ma queste sono quelle che ascoltavo allora, e quelle che mi vengono in mente se dici anni ’90. Queste sono le mie, qui ci sono quelle degli altri di JunkiePop. Come tutte le madeleine che si rispettino, un morso di questa roba è accompagnato da un misto di nostalgia e vergogna, e rimesta cose che preferirei dimenticare, ma anche ricordi bellissimi e pezzetti di puzzle che ora vedo avere un senso compiuto. Segue un sacco di roba imbarazzante a cui non posso non voler bene, come a un figlio un po’ incapace alla recita della scuola.

10) Innuendo – Queen


Non diciamo cazzate: se sei nato nei tardi anni ’70-’80, i Queen sono stati parte integrante della tua crescita, volente o nolente. Per scelta o per osmosi, li sentivi dappertutto, ma sentivi solo le cose grosse – Somebody to Love nella pubblicità del Maxicono, I Want It All in quella della benzina. Anna, la mia amica d’infanzia, faceva gli Scout con me e aveva un fratello più grande che suonava in un noto gruppo prog-jazz/rock psichedelico a Bologna (non ti dico la sboronata della cosa), il quale, se ricordo bene, era un fanatico dei Queen. Noi andavamo in camera sua a fregargli le cassette, e siamo cresciute a pane e A Night at the Opera, coi Queen degli inizi. (Valido vi può confermare che so ancora a memorie tutte le parole di Seven Seas of Rhye.) Con le canzoni dei Queen ho imparato la lingua che parlo tutti i giorni e ho giurato che mi sarei trasferita a Londra. E non posso non dire che la morte di Freddie Mercury sia stata il più grosso trauma della mia infanzia, giuro. Comunque. Io e Anna telefonavamo alla radio locale per lasciare le richieste in segreteria telefonica, e almeno una volta alla settimana richiedevamo Innuendo, un pezzo barocco, ambizioso, tremendo, a tratti incomprensibile, con un video fuori dai coppi. Una cosa anche brutta se vuoi, ma enorme e immortale.

9) (Everything I Do) I Do It For You – Bryan Adams


Il primo concerto non si scorda mai: al Palamalaguti di Casalecchio ho comprato la fascetta con la faccia di Bryan Adams e temo anche le lucine a forma di cuore. Sì, va bene, la melassa, ridi pure, ma io avevo undici anni, Bryan Adams era bello sebbene butterato, Kevin Costner è sempre stato un figo, Alan Rickman si portava via il film, e io ho sempre avuto un debole per gli uomini più vecchi (vedi alla voce: Roger Sterling). Sentita questa sono andata alla Montagnola un sabato pomeriggio e ho comprato varie cassette taroccate di Bryan Adams per diecimila lire. Arrivata a Summer of ’69 ho detto: scommetto che se prendo in mano una chitarra posso imparare a suonare questa canzone. Da quei tre accordi sono arrivata a Knockin’ on Heaven’s Door, About a Girl, Disarm senza dover passare per La Canzone del Sole.

8) Secret Garden – Bruce Springsteen


Gli anni ’90 sono un periodo nero per lo Springsteeniano medio, perché a parte Streets of Philadelphia e l’enorme lavoro folk/lo-fi che è The Ghost of Tom Joad, il Bruce che conoscevamo e che è la costante delle nostre vite di adepti sembrava averci abbandonati per sempre. Nonostante ciò, era anche prevedibile che in qualche modo riuscissi a infilare Bruce Springsteen in questa classifica. Ma sappi che non è un escamotage: per me Secret Garden sta tranquillamente nella top 10 di Springsteen di tutti i tempi. Una canzone d’amore matura e intensa, una roba che parla dell’amore come del lavoro di un fabbro, di sesso come dell’operato di un saldatore: è una cosa che sta in piedi e non si arrugginisce solo se è costruita bene e se te ne prendi cura. (PS: io Jerry Maguire non l’ho mai visto tutto. Il video mi fa passare la voglia.)

7) She – Green Day


I Green Day li ascoltava sempre Umberto, che è il mio amico, il mio socio, e il mio testimone di nozze. Umberto aveva la vespa rossa con le scritte fatte con l’Uni-Posca, e il giorno dopo la maturità siamo andati insieme a comprarci le All-Star uguali e a vedere Jackie Brown (io ero così stanca che mi sono addormentata). Che ci vuoi fare, gli anni ’90 erano così.

6) The Universal – Blur


La mia fissa dell’Inghilterra è nata coi Queen, ma negli anni del Britpop era praticamente inevitabile. Se allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2000-01 avevo vent’anni e mezzo, vivevo in Inghilterra ed è cambiato tutto (o non è cambiato niente) è anche per via dei Blur. I Blur sono il più grande gruppo inglese dopo i Kinks. Mi hanno fornito il manuale per capire questa gente così strana, e la cartina per non perdermi qui intorno. Tra le canzoni da inserire in lista questa è stata la più difficile da scegliere; io ho cominciato a seguire i Blur da Popscene, e negli anni ’90 li ho visti in concerto 4 volte (e una volta Graham Coxon mi ha offerto una birra). Tra For Tomorrow, This is a Low, Blue Jeans e Sing ha trionfato quella che credo rimarrà il loro capolavoro indiscusso.

5) Olympia (Rockstar) – Hole


Qui è necessario che io vi spieghi chi è la Frà. Nell’epoca in cui ascoltavo Bryan Adams e i Queen e andavo agli Scout, avevo pensato bene di scegliere l’Istituto Tecnico Aeronautico dopo le medie. Passati due anni atroci lì, mia madre ha insistito perché andassi a vedere una scuola diversa, un liceo linguistico sperimentale dove facevano tante robe artistiche che sembrava la scuola di Saranno Famosi. Figuriamoci. E invece. Il primo giorno nella scuola nuova mi si presenta questo personaggio, la Frà, con i capelli lunghi neri e le ciocche colorate, la maglietta della Guinness, i DocMartens, le spilline di Che Guevara e dei RATM e mi dice “qui sono tutti di CL, ma io no”. La Frà aveva già lasciato gli Scout. La Frà ascoltava il punk, il grunge, il death, il goth, e tante altre robe di cui non sapevo niente. La Frà aveva un gruppo (che faceva una cover punk di What’s Up). La Frà mi ha insegnato che anche le ragazze possono fare il rock.

4) Common People – Pulp

Stesso discorso dei Blur come interpreti dell’inglesità vale per i Pulp, con la differenza che i Pulp hanno previsto gli anni 2010-in un modo che i Blur non potevano neanche immaginare – fondamentalmente perché i Pulp sono sempre stati gente del nord, gente che alle false promesse di Tony Blair e della Cool Britannia non ha mai creduto. E per questo motivo Jarvis Cocker è al momento uno dei più importanti personaggi della scena artistica e musicale di qui. Io continuo a sognarlo come Primo Ministro.

3) Electrolite – R.E.M.


Più 90s dei R.E.M. non ce n’è, e questo è un pezzo che andrebbe in tutte le classifiche di sempre, e non solo perché parla anche di Martin Sheen. È un pezzo perfetto per i titoli di coda di un film, di un decennio, di un secolo.

2) 1979 – The Smashing Pumpkins


È davvero difficile spiegare quanto gli Smashing Pumpkins siano stati al centro dei miei anni ’90, e in che modo strano li amassi (e quanto ancora li odio per essersi autodistrutti in quel modo che purtroppo sappiamo). Gli Smashing Pumpkins sono la cosa più vicina a Shakespeare che esista nella musica pop, e io li ho scoperti e amati di pari passo col crescere del mio amore per la letteratura e il teatro. Questo pezzo è la colonna sonora di estati di letture, viaggi, e visioni importanti, di autunni di scuola, di spremute di cuore. Mi fa venir voglia di falsare i documenti, perché nessuno ha mai scritto una canzone così bella sul 1980 (ma poi io ho fatto la primina, sarebbe anche un falso plausibile).

1) Yellow Ledbetter – Pearl Jam


Quando ho sentito per la prima volta i Pearl Jam? Non me lo ricordo. Forse una sera a Cà de’ Mandorli, il centro sociale nel casolare di campagna vicino da noi dove il DJ metteva sempre Daughter per aprire la serata. Mi sembra quasi che i Pearl Jam ci siano sempre stati nella mia vita, ma che io abbia cominciato a capirli sul tardi, verso i 15-16 anni, quando il momento di rabbia era passato, e c’era da andare avanti. I Pearl Jam sono dei fratelloni più grandi, quelli che ti insegnano che quando prendi un sacco di porte in faccia, l’unica cosa che puoi fare è andare a bussare ad altre, o buttarle giù con una pedata se necessario. Suonate questa canzone al mio funerale.

Postilla: comunque senza Nothing Else Matters (Metallica), Rockin Chair (Oasis), Come Out and Play (Offspring), Lump (Presidents of the USA), You Oughta Know (Alanis Morrissette), Wicked Game (Chris Isaak), Scar Tissue (Red Hot Chili Peppers), Drinking in L.A. (Bran Van 3000), One Headlight (The Wallflowers), No Rain (Blind Melon), Two Princes (Spin Doctors), Until the End of the World (U2), Human Wheels (John Mellencamp), Every Morning (Sugar Ray) i miei ’90s sarebbero stati diversissimi. E, diciamocelo, poche canzoni avevano senso nel 1994 quanto ’74-’75, ma te la ricordi solo se c’eri.

Common People

You say you want a revolution/Well you know we all want to change the world

Nel 1997 sapevo a memoria tutte le parole di tutte le canzoni dei Blur,  e vantavo tra i miei momenti di gloria il fatto che Graham Coxon mi aveva offerto una birra al Vox di Nonantola. Era per sentire i Blur che il 1 Maggio del 1997 mi trovavo al concertone in Piazza San Giovanni a Roma. Verso le dieci e mezza-undici Damon Albarn salì sul palco con il resto del gruppo stringendo una bandiera rossa che evidentemente qualcuno degli organizzatori gli aveva ammollato, e un’altra col vecchio simbolo del Labour party che si era potato da casa, con la voce tremante e le lacrime agli occhi annunciò che i Labour avevano vinto le elezioni in Gran Bretagna, e che diciotto disastrosi anni di governo Tory erano finalmente finiti.

Other people'd turn around and laugh at you / If you said that these are the best days of our lives, of our lives

Probabilmente è la mia memoria mal funzionante che mi piazza nel bel mezzo di questo ricordo la frase “it’s a revolution” – non sono sicura che Damon Albarn l’abbia detto lì per lì, ma io, che la rivoluzione l’avevo solo vista in televisione una volta quando era caduto il muro di Berlino ed ero piccola, sono sicura che ai miei occhi adolescenti quella sembrasse davvero una rivoluzione. C’era un sacco di gente tutta giovane, le bandiere rosse, il primo governo Prodi, l’Europa, il Pippo Chennedy Show. Per me, che da quando da piccola mi sono innamorata di Freddie Mercury (sì, lo so, lo sapevo anche allora) mi sono anche innamorata in toto dell’Inglese – lingua e cultura – e ho deciso all’età di otto anni che sarei venuta a vivere a Londra senza neanche esserci mai stata, il 1997 era anche la rivoluzione della Cool Britannia, il Britpop, Tony Blair. (Questa anglofilia adolescenziale mi fece anche commuovere quando Diana morì poco dopo, e se c’è stata una cosa che gli Inglesi non si scordano di quel periodo, ahimè è quella.) Per me il giardino all’Inglese era sempre più verde, e tutto era più bello in bianco rosso e blu.  La rivoluzione a me parlava in Inglese.

Cool Britannia

Ormai sono dieci anni che vivo qui e di quel periodo c’è rimasto poco it all went to the dogs: i fratelli Gallagher sono diventati due fonti di imbarazzo quotidiano, David Beckham va ai mondiali come rappresentanza ma non giocherà, e una volta ho aperto la porta di casa e mi sono trovata davanti Brian May che consegnava volantini per promuovere un’iniziativa dell’osservatorio astronomico di Greenwich. Della rabbia che mi aveva fatto tutta l’operazione Made in Heaven, e della storia che avevo provato a scappare di casa per andare al concertone Freddie Mercury Tribute non sono riuscita a dirgli niente. Meglio così.

Nel frattempo Tony Blair è impazzito – per me non c’è altra spiegazione che una pazzia di tipo Shakespeariano, una cosa che non sai se ci è o ci fa, combinata con una conversione religiosa con tutte le fattezze del dio che parlava con G.W. Bush e gli diceva di invadere l’Iraq -  le tute di acetato sono passate di moda e poi ritornate, il singolo con la versione per Diana di “Candle in the Wind” di Elton John – meno male – ce lo siamo bello che dimenticato, la crisi della mucca pazza è passata, la regina Elisabetta II è ancora lì incollata al trono ma almeno il Principe Carlo ha coronato il suo sogno d’amore con Camilla (è l’unica corona che vedrà).

Ci ritroviamo quindi nel Maggio del 2010 con un Primo Ministro dei Conservatori. Ce lo aspettavamo, eh, perché a Gordon Brown hanno appioppato tutto il male degli ultimi anni – l’implosione del mercato immobiliare, l’ascesa del British National Party, lo sfacelo in Afghanistan e la crisi economica.

Scapegoat Scotland

D’altronde la faccia da capro espiatorio ce l’ha, povero Gordon, con quegli occhi incassati dietro centimetri di borse, le orecchie grandi e mosce come quelle del cane Droopy, e la difficoltà a sorridere propria del popolo delle Highlands. Un capro perfetto. E così il grande-rivoluzionario-trasformatosi-in-pseudo-sovrano-Illuminato Tony Blair ha pensato bene di resistere finché ha potuto, e poco prima delle sue idi di Marzo ha giostrato un disappearing act degno di Houdini, lasciando Brown lì con l’illusione di stare governando grazie al suo ottimo lavoro di Cancelliere, e a prendersi le coltellate al posto suo. (Gli Inglesi che si lagnavano del fatto che Gordon Brown era diventato Primo Ministro grazie a delle macchinazioni politiche e non grazie alle elezioni democratiche, non solo evidentemente non hanno dimestichezza con le robe a cui noi Italiani figli dei porcellum siamo abituati, ma sono anche ignoranti. Nelle monarchie parlamentari il Primo Ministro non è mai eletto dal popolo, ma nominato dalla Regina tra i rappresentanti eletti delle varie consituencies, che diventano poi i Members of Parliament. Ovviamente sto parlando della camera dei Commons; la camera dei Lords è in parte ereditaria, non elettiva. Giusto perché la democrazia…)

A Brown (che a me non è mai piaciuto, ma a vederlo andare via con i suoi due bimbi e la moglie giovane ha fatto una tenerezza incredibile) subentra David Cameron. David Cameron lo disegnano nelle caricature o come un calamaro o come un preservativo. Sul suo viscidume tentacolare ho già detto tutto.

We can't go on like this.

L’immagine però non coglie bene certe sottigiliezze, quelle che fanno del personaggio un tipico prodotto dell’Inghilterra fondata sulle caste e sulla diseguaglianza sociale, un’isola dell’aristocrazia con una vestigia di democrazia. Per esempio, David Cameron, il più giovane PM* degli ultimi duecento anni, come pensate che abbia trascorso gli anni della sua educazione universitaria a Oxford?
A) Studiando molto e lavorando in un pub per pagarsi l’affitto
B) Studiando poco e lavorando in un pub per pagarsi l’affitto e suonando in un gruppo e facendosi le canne come Tony Blair uno studente medio
C) Studiando poco e spendendo l’enorme patrimonio di papà, nel frattempo intrattenendosi con i membri della goliardia delle classi alte in varie attività poco edificanti

You wanna live like common people

Esatto. I compagnucci di studi di David Cameron erano nientepopodimeno che il Bullingdon Club, un club privato per giovani rampolli della upper class  con atteggiamenti Darwiniani di superiorità, che da sempre fa della sua esclusività a maschietti bianchi, ricchi, eterosessuali e omofobi un badge of honour. Fonte di intrattenimento principale: andare nei grandi ristoranti, ordinare quantità abnormi dei cibi più cari sul menu, mangiare e bere tutto, e poi distruggere tutto – piatti, bicchieri, argenteria, tavoli, muri, moquette. Finita la scenetta Dada, trovare il maitre sconvolto e con un gesto sprezzante e disgustato lanciargli mazzetti di banconote da £20. Fuck yeah upper class, alla faccia del paese reale.

Certo, anche gran parte del governo Labour uscente è cricca da Oxbridge o da public school (che sarebbe la scuola privata, lo sapete che qui oltre a guidare a volte parlano contromano), ma nessuno è così apertamente votato alla fratellanza, al preservamento e al servilismo delle proprie logge. Di questi toff del Bullingdon Club che vedete nella foto, uno è Cameron (secondo da sinistra, in piedi) e uno il sindaco di Londra (il biondo Boris Johnson, sul quale ci sarebbe da scrivere un altro post), manca solo il nuovo Cancelliere del Tesoro (George Osborne, un altro bel tipetto che rivedrete a breve in un video in cui dice “yah”).

Sulle voci che Cameron e il suo degno compare Nick Clegg (il leader dei Liberal Democrats – una volta un partito di centro-sinistra nello stile dei liberali Tedeschi – che si è mostrato come alternativa liberal-sociale per tutta la camapagna elettorale e poi si è buttato a pesce nel letto dei Conservatori, mettendolo interposto ai suoi elettori – io spero per lui che Clegg sia preparato al momento in cui i Tories ricambieranno il favore) siano attivamente legati alla Massoneria non ho molto da dire, ma è un fatto che nel 2008 è stato Cameron a organizzare il tè annuale della Loggia per le signore della Massoneria dell’Oxfordshire a Westminster, usando le sale ufficiali del Parlamento per un evento di interesse puramente personale tenuto di nascosto al pubblico. (Ok, sì, le escort di Palazzo Grazioli, è peggio.)

I said pretend you got no money/she laughed and said oh you're so funny

Andare a fare a pezzi la vuotezza della campagna elettorale e degli slogan riciclati usati dai Tories (hope e change erano le parole chiave) non serve a niente: la campagna è stata un fallimento, e la prova del nove sta nella differenza tra la maggioranza netta che i Conservatori avevano nei sondaggi di un anno fa e la percentuale di voti che hanno effettivamente ricevuto.

Nonostante questa che è una sconfitta politica ecco Cameron Primo Ministro: mentre scrivo c’è in TV la prima conferenza stampa dei due leader della coalizione Con-Dem (il doppio senso è fregatura-democratica). Non riesco a decidere se Nick Clegg mi sembra di più un rent boy carino ma stupido, o una di quelle trophy wives con un marito che non la lascia parlare: sta lì e sorride, mentre Cameron parla al plurale (“we” this and “we” that) ma non si capisce se è davvero convinto dell’unione, o se è solo che l’incontro con la Regina di ieri sera gli ha rivelato la potenza del pluralis maiestatis. Il tutto nella cornice del giardino delle rose al numero 10 di Downing Street, con gli uccellini che cantano e l’unico raggio di sole in tutta Londra che illumina la scena. E’ il matrimonio gay più laido che abbia mai visto, e Margaret Thatcher è seduta dal lato dello sposo. Però qualcuno dovrebbe dirglielo che nella storia Inglese i giardini di rose portano un po’ sfiga.

Comunque durante la campagna elettorale Cameron ha provato a fare la parte di quello che capiva i problemi della gente che vive col sussidio per la disoccupazione (che è tornata ai livelli del 1994), delle council houses dell’Inghilterra del sud-est e della violenza razziale nel nord, e dei ragazzini che si accoltellano nelle lotte tra gang, ma il risultato è che con tutta sta farsa keep it real, yo – down with da people più che Obama sembrava Ali G.

Il fatto è che a David Cameron la gente comune fa schifo. E chi l’ha capito prima di tutti è stato il genio che ha ripreso in mano quell’inno degli anni 90 che era “Common People” per farne una biografia di Cameron.

In conclusione quindi quello che ne esce bene e che si dimostra essere l’icona culturale più importante di tutto il periodo post-Britpop e i dodici anni di Laburismo – strano a dirsi – è Jarvis Cocker. Pensavamo che fosse finito Jarvis Cocker, dopo che aveva interrotto l’apparizione di Michael Jackson ai Brit Awards, e invece no. E’ andato a vivere a Parigi, si è sposato, ha fatto un bambino che è uguale a lui in miniatura, ha fatto il DJ, è tornato a Sheffield per un po’ e ha fondato il National Centre for Popular Music (poi chiuso per mancanza di fondi), ha scritto e recensito, ha fatto il filosofo, è stato un opinionista con i controcoglioni in affari di politica e cultura a “Question Time” e un editor per Today (il programma della BBC Radio4 che sveglia gli Inglesi tutte le mattine), e si è prestato come oggetto di un episodio del South Bank Show, ha fatto due dischi da solista, ha fondato un programma in radio per BBC 6Music che è il miglior modo per passare una Domenica di pioggia Inglese. E ha anche avuto una rivelazione, e da bravo profeta del pop che è e ce l’ha portata: C*nts are still running the world.

Speriamo che alle prossime elezioni si candidi. Cocker for Britain suona benissimo.

(Ma poi chissà che fine avrà fatto John Deacon. Lo vedrei bene come Cancelliere.)

Cocker for Britain

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*Su Repubblica.it ieri c’era chi vedeva come un “largo ai giovani” la vittoria di Cameron – ma mi faccia un piacere. Cameron incarna un’idea di politica che è vecchia quanto questa casa reale – giusto a inizio mese si celebravano i 350 anni della Restaurazione. Cameron è cresciuto con Margaret Thatcher come modello, con anni di soldi di sfruttamenti coloniali, e  e con una politica nella quale progressismo significa permettere alle donne di votare. (Aggiungiamo per conoscenza e a scanso di equivoci che la donna che Cameron ha scelto come Ministro per le Pari Opportunità è una donna con un notevole curriculum di voti contro l’aborto, contro i diritti civili degli omosessuali, contro il riconoscimento legale della transessualità, contro il Trattato di Lisbona, ma a favore dell’invasione dell’Iraq, a favore dei sussidi agli ospedali privati, e persino 50% a favore delle punizioni corporali per i bambini.) Di giovani così – giovani fuori e vecchi dentro – l’Italia ne ha tanti, basti guardare ai ritrovi Berlusconiani, alle folle di Casa Pound, o  — signore iddio— a Trota Bossi. Be careful what you wish for.