Top Album 2012 – ale-bu

Quando mi sono reso conto che era ormai la fine dell’anno e quindi tempo di preparare questa classifica mi ha preso un attimo il panico. Già normalmente le mie capacità organizzative non sono proprio il massimo (eufemismo per “se c’è qualcosa che posso incasinare, difficilmente sbaglio”), ma in questo periodo credo di aver raggiunto vette che farebbero invidia a Reinhold “altizzima-purizzima-levizzima” Messner. Con un filo di speranza ho buttato un occhio alla pila di dischi, sperando che il caso avesse mantenuto un qualche ordine, ma la fortuna aiuta gli audaci e non i disordinati cronici. Però non mi sono perso d’animo.
In fondo, di concerti ne ho visti tanti.Di dischi ne ho comprati parecchi. Ok che non soffro della “sindrome da disco nuovo”, per cui mi capita spesso di portarmi a casa e ascoltare compulsivamente cose uscite un decennio abbondante fa, ma riuscire a scremare quelli usciti nel 2012 non poteva essere così difficile. E’ stato così difficile, ma forse ce l’ho fatta. Provo anche a mettere un minicommento per ciascuno, perché altrimenti lo spazio bianco non mi piace. Spero solo di non rompere troppi dei 7″ sparsi sul pavimento domattina quando scenderò dal letto.

ps: ovviamente, la “posizione in classifica” conta quello che conta. Ovvero un cazzo. Alla fine sono solo i 10 dischi che ho ascoltato con più piacere quest’anno.

#01

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Forgetters – S/T
I’m not immune

Quando è uscito l’EP dei Forgetters era la cosa più Jawbreaker che potessi immaginare, Jawbreaker a parte. Per cui quando ho ascoltato questo disco ho avuto almeno 30″ di smarrimento. E’ “diverso”, come erano diversi i JtoB. Ma è bello da non smetter più di ascoltarlo. Io a Blake Schwarzenbach voglio un bene dell’anima.

#02

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Masked Intruder – S/T
Heart Shaped Guitar

Disco punkrock dell’anno. Sarà pure iperprodotto, sarà un po’ paraculo, ma alla fine ce ne fossero così. L’ho tenuto nell’autoradio per due mesi abbondanti, ascoltandolo tutti i giorni. Cosa che non mi capitava da So Long Astoria degli Ataris. Solo che in quel caso mi si era rotta l’autoradio, e mi ero stufato dopo 5 secondi, ma non veniva più fuori.

#03

masked200

Amanda Palmer & The GTO – Theatre is Evil
Want it Back

Un mese fa, all’annuncio della data al Magnolia di marzo 2013, ho fatto un salto sulla sedia. 10 giorni fa, all’annuncio della cancellazione del tour, sono riatterrato sulla sedia. L’essere rimasto a mezz’aria per 3 settimane buone testimonia quanto mi sia piaciuto questo disco. Come qualsiasi cosa faccia Amanda Palmer.

#04

masked200

OFF! – S/T
Feeling are Meant to be Hurt

Ogni volta che penso che Keith Morris ha quasi 60 anni mi viene male. E dal vivo qualche mese fa non ci credevo. E’ un disco favolosamente anacronistico, veloce all’inverosimile, con dentro tanta di quella rabbia concentrata in botte da 90 secondi scarsi che quando arrivi in fondo ti viene quasi da prendere fiato. Anche se lo ascolti sul divano.

#05

masked200

The Leeches – Underwater
Piranha Boys

I Leeches per me sono semplicemente il miglior gruppo italiano. Non solo dal vivo, dove vincono a mani basse. In assoluto. Quelli da andare a vedere ogni volta che puoi, anche se li hai visti la settimana prima e li rivedrai quella dopo. Ora anche per sentire i pezzi di Underwater.

#06

Bob Mould – Silver Age
The Descent

Forse sono semplicemente fortunato a non essere un fan della “novità a tutti i costi”. Per cui non mi pongo nemmeno il problema se Silver Age sia un disco innovativo o meno. Sono semplicemente 10 pezzi scritti bene e suonati/cantati meglio. Alla fine, cosa vuoi di più?

#07

masked200

Cheap Girls – Giant Orange
Ruby

L’anno scorso sono andato per la prima volta all’Arci Dallò – per inciso uno dei più bei posti dove vedere un concerto – a vedere i Lemuria. Di spalla c’erano i Cheap Girls, mai sentiti nominare. Sono tornato a casa con il loro primo disco, tra punkrock e college rock, che mi era piaciuto un sacco. Questo è meglio.

#08

masked200

Teenage Bubblegums – Learn From Yesterday, live For Today, Pray for Tomorrow
Night at the Movies

Sono di Forlì, sono giovani e mettono insieme dieci canzoni velociveloci melodichemelodiche in meno di venti minuti totali. Che quando finisce ti viene da dire: “ostrega, ce ne stavano bene un altro paio”. Il che è un buon segno. Come alzarsi da tavola con ancora un filo di fame.

#09

masked200

The High Hats – And Then Came Cancer
Heartbeaten by the Police

New entry dell’ultimo minuto, nel senso che ascoltando il consiglio del mio amico Robi lo sto ascoltando per la prima volta da quando ho iniziato a scrivere. Ho trovato una recensione geniale che lo definisce “il miglior disco mai realizzato da un gruppo di Borås“. Nonostante non sia ferratissimo sull’argomento, sottoscrivo.

#10

masked200

Movie Star Junkies – Son of the Dust
A Long Goodbye

La prima volta che li ho visti dal vivo non è che sapessi bene cosa aspettarmi. Chiedi “cosa fanno?” e ti rispondono “mah, tipo punk blues”. Io ho annuito, facendo finta di aver capito. Poi finalmente hanno iniziato e ho comprato il disco. Ancora non so se facciano davvero punk blues, non so nemmeno se esista il punk blues. Però mi piacciono.

Extra:

P!nk – The Truth About Love
Try

Non so bene perché Pink mi piaccia così tanto. Però è così. Dai tempi di Lady Marmalade, dove dava la merda a tutte le altre.

Piccole Chicche – 7″ e EP:

Non sono “dischi interi”. Ma sono 4 cose piccole piccole che a non ascoltarle ci si perde qualcosa.

The Sensibles
S/T 7″

Miss Chain & The Broken Heels
Rainbow 7″

Kepi Ghoulie & Dr. Frank
Two Minute Itch / My Computer said Kill

MEGA
May the Force be with You

I 5 minuti di Bob

 

Bob Mould non è una bestia strana come tante icone rock. Non so se vi sia capitato tra le mani la sua bellissima biografia scritta da Azerrad, Mould è una persona normale, come un po’ tutti. Uno che ha subito e male delusioni e tutte da persone che gli erano vicine, uno che passa dalla depressione alla resurrezione e lo fa sembrare un iter necessario, consapevole, anche se faticoso.
Uno che liquida gli Hüsker dü quasi con due parole e definisce il periodo con gli Sugar il periodo più bello della sua vita (un po’ come quelli che dicono che il gruppo vero erano i Kinks e non i Beatles), che passa a dischi semiacustici, elettronici, suona techno e poi ricomincia. Uno che a seconda del momento della giornata potrebbe scrivere un disco struggente e totalmente acustico o un disco punk.
Silver Age è i secondi 5 minuti di Mould, quelli punk rock, quasi come gli Sugar ma non di Copper Blue ma quelli nascosti di Beaster, un disco per forza di cose incompleto e quasi ingenuo nelle sbavature ma onesto. Me lo vedo che dice “va bene così anche se non va bene”. Perché il punk rock è una cosa che necessariamente è per definizione imperfetta, dove le canzoni di un disco che skipperesti sono 3, 4 ma le tieni e le senti perché sai che dopo viene la cosiddetta botta.
Ecco Mould stavolta le botte le ha studiate tutte e bene, le ha infarcite di testi di autoconsapevolezza e scarsa fiducia nel futuro (the descent) e nella certezza che niente è fatto per restare e che se un momento è imperfetto e scheggiato vale sempre la pena di essere vissuto.

I libri del 2011

Pensavamo che una delle cose migliori da fare per chiudere il 2011 fosse una lista di libri, senza graduatoria, semplicemente io, Emiliano e Irene abbiamo messo su il nostro contributo dei libro del 2011 che ci sono piaciuti di più. In calce a ogni post c’è la firma del colpevole della scelta.

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (A Visit From The Goon Squad)

Questo è un libro che va letto prima che diventi – come annunciato – una serie TV della HBO. I capitoli sono vari racconti collegati ma indipendenti, che puoi leggere in fila come sono presentati o no (ma se li leggi in fila è meglio). Sono storie di americani di fine secolo, di New York dopo l’11 Settembre e prima di qualcos’altro ancora non ben definito, forse la fine del mondo, forse solo un silenzio enorme. Goon Squad è un libro che parla di rock e linguaggio, di silenzi e paranoie, di cleptomania e catalogazione compulsiva, di attimi e forme. Ora che provo a parlarne mi rendo conto che è un libro davvero difficile da descrivere, ma in pratica è la cosa più vicina a un concept album che mi sia mai capitato di leggere; è un libro che se lo leggi ad alta voce è musica. C’è un verso di T.S.Eliot famoso e sdrucito dalle citazioni che dice ‘ho misurato la mia vita in cucchiaini di caffè'; io misuro la mia vita in canzoni: hai presente come la musica diventa un modo particolare di occupare il tempo, di rendersi conto di come e quanto passa, di organizzarsi la vita? Ecco, il tempo è un bastardo così, è un libro con le madeleine di Proust e le citazioni dei Sopranos, col rock’n’roll e il punk, con gli anni ’70 e il futuro che ci aspetta tutti, un po’ più vecchi, un po’ più tristi, un po’ più pieni di ricordi, un po’ più capaci di comprendere il silenzio nella musica.

(Byron)

Compra | Articolo di Matteo Colombo

The Art of Fielding di Chad Harbach (uscirà in Italia col titolo L’arte di vivere in difesa, Rizzoli nel mese di marzo 2012)

La prima cosa da dire è che The Art of Fielding ha tutta l’aria di essere un romanzo di baseball. La seconda è che però The Art of Fielding parla di baseball come Moby Dick parla di balene, o come The Social Network parla di Facebook – né più, né meno. Ovvero: con la scusa, parla di tutt’altro. Il baseball qui è un concetto che potrebbe essere una qualsiasi altra cosa che si fa tra i pomeriggi di scuola e l’università, quando si cerca di capire quale attività è quella che in sostanza ci definisce – c’è chi suona, chi va al cinema, chi fa sport, chi scrive. (Un certo cialtrone che ha scritto che nel romanzo “il baseball di provincia è metafora della vita” si è limitato a ricopiare la frase da un press release preparato da uno che di sicuro non ha mai visto una partita di baseball in vita sua, e che non ha capito che tutta la letteratura è metafa d’avita.) La terza cosa, che è la più importante, è che The Art of Fielding parla del fatto che spesso crescere significa dover accettare il fallimento, e di come avere tanto talento a volte possa essere un ostacolo enorme al successo. La quarta cosa è che i personaggi di questo libro diventeranno amici, compagni di studi, di allenamenti quotidiani e di sbronze nel mezzo della notte, sia che ti interessi il baseball che no. La quinta cosa è che spero che un mio futuro figlio diventerà un catcher coi fiocchi, perché mentre il pitcher è quello che conosce la solitudine, e l’hitter quello che corre per la gloria, è il catcher lo stoico che capisce Marco Aurelio, quello che fa il gioco, quello che sa che l’arte di vivere in difesa fa male alle ginocchia.

(Byron)

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L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

La bellezza nel libro della Bender sta tutta nell’essere piccolo, minimale e farti vedere senza rendertene conto un caleidoscopio di generi e iter narrativi che fanno spavento (dal dramma al famigliare, al fanta horror, al visionario) con una delicatezza che richiama il gusto (toh) dello scrivere e della lettura.
Lei è una che del lettore ha capito tutto, ma veramente tutto, sa portarlo a spasso per mano quando gioca sulla disfunzionalità alla base del romanzo (una ragazzina che “sente i sapori” in funzione dell’umore di chi li ha preparati) e lo trasporta con delicatezza dalle parti del romanzo di formazione prima, di semi-pastorale americana dopo e infine, come dicevo sopra chiuso con un gusto quasi Cronenberghiano.
Libri così non è che siano rari, non ce ne sono proprio

(GiorgioP)

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Impossible Man di Michael Muhammad Knight

Tante, tantissime volte ho letto su prime o quarte di copertina richiami al giovane Holden, questo è l’unico (di quelli almeno letti da me) che un senso a quel richiamo glielo dà (anche se il richiamo, in questo caso è per il suo romanzo d’esordio e non questo). L’autobiografia dello scrittore di Islampunk prende le traiettorie disegnate  da un vero e proprio richiamo alla prima adolescenza, alla fascinazione per Guerre Stellari prima e il Wrestling fine anni 80, per poi avvicinarsi all’Islam grazie alla lettura dell’autobiografia (e qui sul fatto che quel libro possa cambiare la vita siamo tutti d’accordo, suppongo). Michael Knight trasmette l’idea di sentirsi un personaggio in cerca d’autore, di identità, religiosa e famigliare, viaggia, galleggia negli anni scolastici del liceo con la presenza del vero freak e risolve tutto trovando la propria strada e una possibile chiusura di tutti i conti aperti dal droghiere.

(GiorgioP)

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L’ultimo inverno di Paul Harding

Io amo le storie sui ritorni a casa, sulla ricerca della propria identità sul capire chi si è e oerché si è così. Il ritorno a casa, il rapporto padre e figlio e anche qui scusate mi ripeto è forse adatto il termine di pastorale. Harding, che è Pulitzer 2010, ha uno stile fatto di graffi e di sventure, di profonda depressione (nel senso di economia americana e spaccato storico) come il migliore McCarthy che a tratti sembra prestargli la mano a mettere virgole, creare sospensioni e fare uscire delle lacrime.
Un libro duro, ed enorme nell’allargarsi dentro i personaggi, nelle dinamiche, nei loro dubbi e nei loro sentimenti. Superbo e a tratti destabilizzante

(GiorgioP)

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Libertà di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen è uno di quelli che uno la mattina si dovrebbe alzare, buttare in ginocchio come i Musulmani e ringraziare il Dio dei cieli perchè quel giorno come mamma Adele per Springsteen ha deciso di scrivere o chi per lui.
Libertà è il suo libro forse più completo, il più disilluso e allo stesso tempo quello con forze più speranza. Perchè l’uomo è disadattato anche se non è malato, la famiglia è un coacervo di disadattati e la vita è una serie di situazioni disadattate.
Ecco cosa ha capito Franzen, siamo marci, tanto borghesi quanto marci
E la libertà è solo uno specchietto che pensiamo di tenere in mano ma potrebbe essere anche fatto di legno.

(GiorgioP)

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Omega lo sconosciuto (di Jonathan Lethem e Dalrymple Farel)

Lethem è sempre stato fan dei fumetti e di Philip Dick, nel momento in cui gli hanno chiesto di scrivere una graphic novel credo il dio del fumetto abbia ringraziato chi avesse avuto questa splendida idea.
Diviso in due parti e disegnato con uno stile asciutto e minimale, a tratti disturbante, Omega lo sconosciuto riprende il discorso del fumetto di Gerber (1976)  a cui aveva già tributato omaggio richiamandolo nel suo capolavoro La fortezza della solitudine. Storia di fantascienza virata superoistica o storia superoistica virata in fantascienza, fate un po’ voi, ha la sua forza nelle parole e nella costruzione dei colpi di scena (chiamiamoli così). Lethem è indubbiamente il personaggio più poliedrico del mondo letterario attuale e questa graphic novel è uno schiaffo in faccia a tutti i critici che gli dicono che per diventare il migliore dovrebbe abbandonare il suo legame coi fumetti.
E’ già il migliore, punto

(GiorgioP)

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Habibi di Craig Thompson

Craig Thompson è l’autore di Blankets, così c’è scritto sulla fascetta.
Io Blankets l’ho letto parecchi anni fa e devo dire di averlo apprezzato solo in parte: disegni meravigliosi, toni molto delicati, ma una trama non proprio esaltante. Di quelle che alla fine ti guardi in giro e ci rimani un po’ così. Se dovessi consigliare un suo libro, se dovessi regalarlo, mi butterei dritto su Carnet De Voyage.
Perché per Habibi tocca prepararsi: bisogna sentirsi disposti ad affondare in un’ossessione. Quella per l’Islam e la sua cultura. Bisogna essere concentrati per entrare (come nel 3D) davvero nei disegni – incredibili, lo giuro – e abbandonarsi alla storia. Al centro di tutto c’è ancora una vicenda intima: un rapporto d’amore che lotta contro i condizionamenti sociali e religiosi.
Ma c’è soprattutto una grande attenzione al racconto epico.
Per portarlo a compimento ci sono voluti almeno sette anni. Io l’ho letto in tre ore

(Colas)

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Open. La mia storia di Andrè Agassi

Baricco ha scritto su Repubblica che questa autobiografia è una bomba. Io non sono Baricco, ma qualche capello grigio comincio ad averlo.
La maestra diceva che quelli con i capelli grigi sono più saggi, io resto un pirla ma non avrei mai pensato di leggere l’autobiografia di un tennista (che poi non è tanto auto visto che l’ha scritta J.R. Moehringer, un Premio Pulitzer). E invece l’ho fatto e l’ho trovata perfetta
Il ritratto di un’anima scissa in due costantemente in lotta con le proprie inclinazioni naturali e le sue passioni reali. Agassi odia il tennis, ma sa solo giocare a tennis.
Passa per ribelle, per un punk, ma si chiude in casa ad ascoltare Oh Mandy pensando al modo di rinforzare il toupée che spaccia per capigliature.
Esce con le modelle, ma s’innamora delle tenniste nasone.
Ha un pessimo rapporto con il padre, ma non riesce ad odiarlo. Si mette in discussione di continua e non dà mai l’impressione di volere salire su un piedi stallo.
“Open” è il libro di un uomo normale. Non quello di un poster appeso in camera.

(Colas)

See a little light di Bob Mould & Michael Azerrad

Non è un’autobiografia. È la bibbia.
Giuro.
Mould è un uomo difficile: infanzia violenta, adolescenza punk, maturità hardcore e mezz’età da idolo della comunità bear americana. Oltre che di tutte le persone sane di mente presenti su questo pianeta. Dentro questo libro c’è tutto il suo cammino umano e artistico.
Scritto con Michael Azerrad – Our Band Could Be Your Life – stupisce per la lucida freddezza con cui Mould riesce a mettere in fila il suo vissuto.
Non ci sono rimpianti e neanche spazio per il romanticismo: Mould non vuole risultare simpatico, non è il suo scopo primario, preferisce piuttosto smitizzare la sua figura mettendo al centro di tutto il suo percorso pieno di inciampi, cadute e risalite.
Si prende il lusso di dare – di nuovo – il colpo letale agli Husker Du, magnifica il periodo con gli Sugar, quello da autore di storyline del Wrestling (il lavoro più bello del mondo) e la sua rinnovata consapevolezza.
Non sarà mai tradotto in italiano, quindi compratelo in inglese. Se proprio non riuscite a leggerlo almeno potreste ritrovarvi con un soprammobile di qualità

(Colas)

Retromania di Simon Reynolds

Si può essere d’accordo o meno, non è quello il punto: Simon Reynolds con Retromania cerca di analizzare il presente concentrandosi sul ruolo predominate che il passato – la nostalgia del passato – ha nella cultura pop odierna. Sulla carta sarebbe un libro musicale, ma lo stesso discorso è facilmente affrontabile anche da altre prospettive.
Che cos’è “Super 8″ se non un piccolo saggio di “retromania cinematografica”?
Reynolds usa il suo vissuto personale per provare a sviluppare una teoria, non centra sempre il punto, ma non è importante.
La sensazione di vivere continuamente lo stesso tempo, e di viverlo ripetutamente, c’è ed è innegabile.
Non fornisce risposte, si limita a fare il punto della situazione e dà la stura a un possibile milione di discorsi collegati.
Comunque io una volta sono stato a un dj set di Simon Reynolds: metteva solo cose di quaranta o venti anni fa

(Colas)