We take care of our own – le campanelle di Hungry Hears il neo Springsteenianesimo riportato in auge dagli Arcade Fire (perché l’abbiamo detto Springsteen copia gli Arcade Fire che copiano Springsteen), un disco che parte col dito alzato e che già ti fa venire voglia di cantare
Easy money – che è la ballata a quattro quarti ignorante che suonavano tipo gli ZZ Top su Ritorno al futuro parte III quello che rendeva The Rising più che accettabile e quello che mostra lo Springsteen trascinatore di masse e politico. Viene in parte dalle Seeger Sessions in parte dalla truzzaggine, il gospel i violini, la caciara. A questo punto sono in ginocchio a rinnovare il voto della mia vita per Bruce. Ed è solo la seconda traccia
Shackled and drawn – dicevamo coatto. Ricordi quando Howl dei Black Rebel Motorcycle Club faceva schifo al cazzo a tutti, ma proprio tutti? Ecco, invece a te piaceva. Ce lo vedo il piedone di Bruce a tenere il tempo su sto gospel che ogni tanto diventa folk ogni tanto diventa una pastorale che ti fa venire voglia di battezzarti da solo nella vasca da bagno di casa tua
Jack of all trades – il ballatone triste, desolato, che parte col pianoforte invece della chitarra acustica. Il ballatone che ti getta nello sconforto lì tutto da solo, ad affrontare il mondo. Si mangia City of ruin con mezzo boccone. Parte una tromba lontana. Fatevi un favore, sentitela non da soli (non come me) abbracciati a qualcuno. Magari stretti e ballatevi un lento
Death to my hometown – Daje co sta irlanda, su le mano. Andiamo tutti su questo viaggio di gente immigrata e per cui oggi adoriamo Scalabrine dei Chicago Bulls. Non c’è un attimo di pausa in questo disco, non ci sono filler. Lo manderemo a memoria come tutto il resto ma questo di più, oh se vi assicuro di più
This depression – ballatona di cui mi preservo un giudizio dal secondo ascolto in giù, è forse la traccia che mi convince di meno, anche perché a me st’aura di produzione alla Phil Collins tipo groovykindoflove m’è sempre stata un po’ sui maroni. Basta con sto riverbero Bruce su
Wrecking ball – lo Springsteen che mi ha fatto compagnia in tutti i viaggi, quello cantastorie, che parte voce e chitarra, come Tom Joad, come le cose più belle di The Rising, come tanto tanto tanto altro. E’ la title track, insomma state ancora lì seduti? ps Arcade Fire
You’ve got it – quando si scarnifica tutto, e si torna a fare Johnny 99. Ecco, c’è il discorso che è passato in maniera più che sbagliata che se non ti piace Springsteen il tuo disco preferito è Nebraska (perché fa un po’ figo) ma preferisci o Darkness o The River. E’ na cazzata. Se ami Springsteen ami quello che dice, come lo dice. Ed ami You’ve got it anche sa chitarra slide è fuori moda dall’89
Rocky ground – parte con cori da chiesa episcopale, poi entra Springsteen. Un po’ la versione Like a Prayer di Springsteen post ceneri di Obama. Mi è venuta così. E’ na cagata lo so
Land of hope and dreams – aridaje col gospel (ma è bellissimo eh), la batteria elettrica che a me è sempre stata sul cazzo (ma è bellissima) poi l’hammond la chitarra sparata, il sax di Big Man, aprite i finestrini anche se la macchina è ferma. Se esiste il rock, se esiste Springsteen è perché siamo in movimento anche se siamo fermi
We are alive – la canzone di resistenza umana del disco, dove c’era The rising ora c’è we are alive, sussurrata all’orecchio. Applausi
è un disco bellissimo, non ce lo aspettavamo nessuno ma è un disco bellissimo.
è Natale. Bruce è tornato.
Ogni volta che torna Springsteen con un disco nuovo sembra Natale.
Dici che ormai sei troppo grande, che sei abituato alle sorprese, che ormai quel candore di quando eri ragazzino e credevi a Babbo Natale non c’è più, che poi che palle i parenti e che due maroni la cena e poi per carità didddio la tombolata. No. Non ce la puoi fare, o ce la fai ma parti con un ghignetto del tipo “io sono qui per farvi un favore siete voi che avete bisogno di me non io”.
Il Natale poi finisce che sei quello che prepara i film da vedere in fila, che declama citazioni ad alta voce, che esige il tombolino e si ubriaca come una merda.
Questo su per giù quello che mi aspetto da Wrecking Ball, il nuovo disco di Springsteen, che ovvio in post seri leggerete del fatto che è un disco disincantato un po’ dalla era Obama, che è cattivo come Nebraska e cazzuto come The River che insomma è il meglio Springsteen di sempre.
Non sarà così ma è come il Natale, e quindi un po’ sti cazzi.
(ah a me il pezzo piace, ha un bel po’ di Lonesome Day e ormai è chiaro che gli Arcade Fire sentono Springsteen sì ma anche che Springsteen sente tanto gli Arcade Fire, ma quanto è bello tutto questo?)
Prendiamo un uomo e una donna trentenni con due fisse precise: P.J.Harvey e Bruce Springsteen rispettivamente. Bruce Springsteen e P.J. Harvey non si sono mai incontrati, e i nostri stanno a millecinquecento kilometri di distanza. Ascoltano due dischi, Nebraska (1982) e Let England Shake (2011) che parlano, suonano, rimbombano, raccontando la storia della loro genesi. I due si scrivono e immaginano che cosa sia passato per la testa a quegli altri due quando hanno scritto e suonato queste robe. L’Inghilterra, l’America, le rette parallele, i binari del treno. Non è vero che non s’incontrano mai, dipende solo dall’immaginazione. [La voce di PJ è interpretata da GiorgioP; quella di Bruce da Byron. Per eventuali lamentele verso il delirio che segue si prega la clientela di rivolgersi all'uomo che gestisce questo blog, è tutta colpa sua. In caso di emergenza chiamate il CIM. Grazie.]
Ho visto Full Metal Jacket, These Boots Are Made For Walking dava l’idea dell’esercito, delle orme e delle nuvole di terra che alzano le bombe – voglio la mia Boots, voglio i miei stivali.
Ho letto Born on 4th July, e mi fa schifo sapere che sono nato in questi stati uniti. Ho visto il mio paese svuotato, ragazzi perduti nel diluvio in mezzo a fango, sangue, petrolio. Mio padre mi diceva sempre che l’esercito mi avrebbe messo a posto, che quei capelloni da metallaro prima o poi me li avrebbero tagliati, che a fare il militare sarei diventato un uomo.
E’ come sentirsi sola con qualcuno se pensi alla guerra. La guerra da bambina ti insegnano che è una roba da uomini. Le eroine non te le fanno vedere mai.
Alla visita mi hanno scartato. Troppo magro, troppo strano. Signore, grazie, se esisti, la mia preghiera è un ringraziamento ogni giorno. Anche mio padre a suo modo prega e ringrazia.
E la guerra non ha bisogno di eroi, la guerra é sbagliata e le morti sempre ingiuste. Lo ripeterò fino alla fine del disco, quello che non ho visto ma che sento.
Quando chiudo gli occhi sogno il numero 9 1/2 – la casa di mio padre, le finestre come fari nella notte quando suono la chitarra sul tetto, gli alberi, il tanfo di caffè che ti tormenta nelle notti insonni, la fabbrica che se lo mangia un po’ alla volta giorno per giorno, la sua promessa che quando vince la lotteria ci compriamo una macchina nuova, il nome paradossale Freehold. Free. Hold. Come fai a essere libero quando c’è qualcosa che ti aggrappa, dentro e fuori?
Io qui di punti di partenza non ne ho solo quello che vedo, da tre anni. E non mi piace, non lo condivido. Non mi ci trovo. Non mi ci trovo non nel senso di donna, come senso di emancipazione da qualcosa. Non mi ci trovo come essere umano.
Metto in moto. Parto da solo, vado via per un po’.
Il dolore è un rito privato, da cantare da sola o con gli amici. Non è necessario che ci sia qualcun altro. Ho voglia di cantare per me, e di nascondermi. Non ho bisogno di copertine con la mia faccia per la prima volta.
Ho scoperto che se provi a scappare da un posto pieno di perdenti, quel che trovi in fondo alla strada, uscito dal paese, è una grande oscurità. Da lì la città si vede molto bene. Le luci industriali, la puzza di catrame, il caldo dei fumi tossici, il rumore dei ruscelli inquinati. C’è una collina, ci salgo a piedi con tutto quel che ho. Che è poco: una chitarra, la voce che ho nei polmoni, e una grande rabbia.
Bella quella chitarra di Joe Strummer, bello quel levare. Bello quel pensare che ogni canzone che ho voglia di scrivere nasce seduta ma ho voglia di finirla in piedi, a sputarla contro tutti. Battendo i piedi, chiudendo i pugni. Rimanendo scalza.
La chitarra – me lo ha rivelato Woody Guthrie – è uno strumento per ammazzare i fascisti. La rabbia serve come benzina per la voce. Ma se urli con un barbarico yawp non ti sta a sentire nessuno. Il rombo del motore è troppo forte. Se sussurri invece tutti si fermano ad ascoltare che cosa dice il matto col tamburino di latta. Leggo Foglie d’erba, proseguo verso il West.
Ogni tanto penso che mi piacerebbe essere uno sciamano, e incontrare un William Blake come su un film di Jarmusch.
Continuo ad andare, passo oltre all’oscurità. Arrivo a una casa in mezzo a un bosco. Accendo il registratore e comincio a parlare. Ho letto questa storia di due ragazzi che sono scappati tra le praterie e le montagne delle terre più cattive e con un fucile hanno fatto fuori tutto quel che gli passava davanti. C’era anche un film, se non ricordo male, ma ormai sono passati anni e la rabbia giovane non mi sembra più avere tanto senso. La voce, la benzina, quelle sì. E adesso dove vado?
Una chiesa, non devo chiedere perdono io ma parlo di morte e di morti la chiesa è il posto giusto. In una chiesa la mia voce sbatte sui muri ma non voglio che il disco sbatta da qualche parte ma che accompagni qualcuno da qualche parte, magari a sentire quello che dico.
Vado nelle terre più cattive a vedere cosa ci trovo. Esco dalla New Jersey Turnpike. La guerra pensi sempre che sia fuori, lontano, e invece è qui, dentro di te. America. Passo Atlantic City, attraverso il confine di stato. Frontier is a state of mind, i confini sono uno stato mentale. A Philadelphia c’è un diner in fiamme, dicono che è stata la mala. Quattro accordi. Senti qui.
C’è quel giro di quattro accordi, e quel testo che parlava di un pollo e di Philadelphia come punto di partenza. Per arrivare ad Atlantic City. Questa è casa mia e questa sono io. Non ho bisogno di muovermi dal Dorset per capire che tutto questo è sbagliato. Terribilmente sbagliato.
Siamo pieni di debiti. Col padre, con la banca, con la legge, col governo, con l’America. Un paese in guerra, sempre. Un paese in conquista, sempre. Johnny prende in mano una pistola e si ribella, Mary Lou lo amava fino alla morte. Il debito rimane impagabile. Scappiamo. Scappiamo perché nessuno che abbia un briciolo di onestà può pagare. Scappiamo dallo state trooper, scappiamo dal fratello che è entrato nella guardia di confine, scappiamo dalla guerra, scappiamo dalla morte. Metti su un po’ di trucco e le calze a rete, e vedrai che tutto quel che muore alla fine ritorna.
A volte penso che la voce di un uomo vicino renda chiaro il concetto di preghiera. A volte vedo i miei uomini intorno come fucili piantati contro il nazismo delle ideologie. Quelle ideologie che a chiamarle tali si fa un torto, perchè profondamente violente, sbagliate. Ricche solo di prevaricazione. Che il mio paese abbia cavalcato tutto questo mi dilania. Mi distrugge.
Signor poliziotto, la prego lei ha moglie e figli, io neanche quelli. Signor deejay, la prego, ascolti la mia ultima preghiera. Signor rock’n'roll ti prego liberami dal nulla. Signore ti prego non so come e non so perché ma da qualche parte mi è rimasta un ragione per credere.
Il fatto è che non ci sono motivi per essere ottimisti e cantarlo in maniera ottimista a volte aumenta l’ironia del caso. Penso a tutto questo come a un funeral jazz. Come quelli di New Orleans, mi viene da piangere ma mi viene da ballare, da strillare e battere le mani. Mi sento il mio Big Chief.
Spengo il registratore. Quattro tracce. C’è poco da aggiungere. Non importa che tu veda la mia faccia, questo è un disco da ascoltare al buio. Ti parlo dritto nelle orecchie. Guarda questo paese desolato. Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra.
Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.
Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.
Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).
A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.
Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.
Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.
Dicono che non dovresti mai conoscere i tuoi idoli perché la delusione è garantita. Forse io sono stata fortunata perché nella mia vita diciamo da adulta consapevole, cioè dai 15 anni in poi (perché prima di allora c’erano Michael J. Fox, Tom Hanks, Bryan Adams e Freddie Mercury e non li contiamo, ok?) ho sempre avuto grandi passioni e infatuazioni più o meno serie per gente alla quale – per via del mio lavoro – mi sono ritrovata piuttosto vicina, e con la quale ho potuto intrattenere almeno una conversazione, se non addirittura arrivare a sviluppare un rapporto di amicizia, a volte anche relazioni sentimentali. In molti di questi casi – specialmente nel caso di attori e scrittori, direi – c’è da constatare che la sostanza è poca, ma delusioni grosse non ne ho avute. (Vigorose spremute di cuore sì, bisogna ammetterlo.)
Mantenere le aspettative a un livello gestibile non mi è stato troppo difficile. Io non credo al processo alchemico del talento, a quella cosa mistico-cosmica che dovrebbe trasformare una persona normale che si sveglia con la piega storta della federa del cuscino stampata in faccia, si fa un caffè e va al cesso come tutti gli esseri umani, in una specie di flauto magico attraverso il quale soffia il genio dell’Arte quando sale su un palco o si siede al suo scrittoio. Non ci credo perché sono atea e perché la trascendenza ha poco a che vedere con il mazzo tanto che gli artisti (o anche gli sportivi) che più ammiro si fanno quotidianamente per arrivare dove sono arrivati/e. Certo, una base di attitudine particolare ci deve essere, ma una volta che hai visto un attore fare gli esercizi di testo a casa, preparare le corde vocali, andare in palestra, allentare l’elastico della mascella per meglio adempiere alle richieste del pentametro giambico, c’è poco di sovrumano.
Eppure c’è gente che quando sale su un palco si trasforma in un qualcosa di più. Quando Bruce Springsteen sale su un palco con una chitarra in mano è difficile mettersi a pensare alle ore e ore che deve aver passato da ragazzino ossessivo a imparare a fare gli accordi, ai tagli e ai calli che ti crescono sulle dita quando cominci ad allenarti, alla tendinite e all’artrite che ti aspettano quando le falangi si disarticolano sempre più per arrivare a un paio di tasti più in là, allargando le ottave che riesci a comandare. Quando andai al mio primo concerto di Springsteen scrissi, da atea convinta, che la cosa più vicina a quell’esperienza doveva essere la festa di compleanno di dio. La mia conversione alla Chiesa di Springsteen la raccontavo qui. E in effetti, pur con tutto il Santommasismo che mi ritrovo, confesso che mi è difficile non vedere la mia adorazione completa di Springsteen, Bruce Frederick Joseph come una specie di fede. Che ha il suo credo (I believe in the love that you gave me, I believe in the faith that can save me, I believe in the hope and I pray that someday it may raise me), il suo paternoster (hey-ho rock’n’roll deliver me from nowhere), i suoi salmi che parlano di terre promesse e di sogni Americani, la formula per il matrimonio, per il divorzio, e per tutti i sacramenti.
Welcome to the Church of Springsteen
Con questo approccio la cosa che è più difficile da tenere in mente quando Bruce te lo ritrovi davanti un venerdì di ottobre sotto al ponte di Waterloo, se prima d’ora l’hai visto solo da lontano, o al massimo a un paio di metri di distanza in mezzo a una folla di 80000 persone passandogli un cartellone (ti guarda dritto negli occhi e ti chiede se sei tu quella che si sposa le settimana prossima, e se la canzone è per te – ti senti come se il sonar di una balena ti stesse facendo uno scan a ultrasuoni dell’anima e gli rispondi solo con un deciso “sì”, neanche in inglese), è che alla fine è un essere umano come te. I Wayfarers neri probabilmente ce li ha perché ha le occhiaie ed è sfatto dal jet lag (che si sa a venire in qua è molto peggio che a andare in là), non solo perché i flash dei paparazzi sono veramente abbaglianti. Quando lui arriva la gente applaude e parte il solito coro “Bruuuuce” – mi sorprende solo che non abbiamo automaticamente cominciato a fare “Oooooh oooooh ooooh oooh-oh” intonando Badlands come hanno fatto a Roma, ma si sa che i londinesi sono compìti, e dopo poco si tranquillizzano. A differenza di Roma non c’è tanta gente, e la security è rilassata, quella di Londra è una premiere intima, quasi segreta. Lui fa un gesto come a dire c’è posto per tutti, lasciate che i pargoli vengano a me, e scende una specie di silenzio trepidante. Si calma tutto tranne le mie mani, che mentre cerco di fare più foto possibili rendono il lavoro più difficile possibile all’autofocus della mia macchina fotografica. Stringo un pennarello, il catalogo di una mostra di foto di Eric Meola, e il mio cd di Darkness on the Edge of Town(i miei vinili – maledizione – sono a casa a Francoforte dove ho il giradischi).
Di fianco a me una ragazza gli passa un biglietto da 5 Euro e Bruce mi guarda e dice “is this legal? Can I sign this?” Io sorrido, non lo so, lui ghigna e le dice “ok, but don’t put it on eBay”. E a questo punto è il mio turno, ho un sorriso enorme stampato in faccia e non so cosa dire, la gioia è talmente tanta e lui è molto più basso e bello del previsto. “What have you got here?” Gli passo il catalogo che è pieno di foto di lui, tutte bellissime, che raccontano una storia di prima che io nascessi. Lo sfoglia, mi chiede cos’è; gli spiego che in Settembre qui a Londra c’è stata questa mostra delle foto che gli fece Eric Meola per la copertina di Darkness – la copertina che non fu, perché alla fine fu la faccia della celeberrima foto di Frank Stefanko, l’amico non professionista, a raccontare la storia della stanza di Candy, di quelli che vanno a fare le corse in macchina, di quelli che cercano disperatamente qualcosa nella notte al bordo dell’oceano su Kingsley Avenue (dove anche io mi sono persa cercando di trovare lo Stone Pony), e del suo papà assordato dalle macchine della fabbrica di plastica (la fabbrica maleodorante che ho visto a Freehold, New Jersey l’anno scorso, quando ho fatto il pellegrinaggio Springsteeniano). Sono tra le mie storie preferite.
Autograph on the Edge of Town
Lui dice che non sapeva della mostra, mi chiede se mi è piaciuta, temo che mi esca dalla bocca un cosa vuoi che ti dica Bruce, sì o no? Se vuoi ti do anche il PIN del mio bancomat, un rene, un figlio, tieni, prendi tutto ciò che vuoi. Invece lo guardo, sorrido, sono calma, non mi sembra neanche vero – poi mi chiede se voglio che firmi anche Darkness perché ce l’ho in mano, e io certo, e poi respiro e dico grazie. No, grazie davvero, sai, grazie perché l’anno scorso a Roma hai suonato la mia canzone. Davvero, fa lui, e che canzone era? Era I’m on Fire, il cartello diceva che mi sposavo la settimana dopo – ah, fa lui, il cartello non me lo ricordo, ma che abbiamo suonato la canzone sì. La paralisi dei muscoli facciali ora è accompagnata da un’emozione profondissima ma anche da una grande tranquillità, il tempo si è fermato e mi sembra che potrei parlare con lui per un’eternità e che sarebbe sempre così gentile. “So, how’s the marriage thing working out for you?” mi riporta in terra, e gli rispondo che va tutto benissimo, che siamo ancora sposati e ci amiamo tantissimo. E lui, serio, dice solo “That’s important. That’s good.” Queste sono le cose serie, capito. Gli chiedo se possiamo fare una foto insieme e lui mi guarda e sorride e annuisce e dice “if you can figure it out…” – la mia mano destra trema e non riesco a pensare che sarebbe meglio passare la macchina a qualcuno lì di fianco a me, e che ho ancora lo zoom da prima quando cercavo di fargli un primo piano. Allungo un braccio con l’obiettivo rivolto verso di me, e Bruce mi dice guarda che devi venire più vicino perché così non ci si vede tutti e due. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé. Scatto. “Fa’ vedere,” dice, e attraverso gli occhiali scuri non so cosa veda in realtà ma mi dice “I like that. That’s good.”
Prove inconfutabili dell'esistenza di dio. No, cioè, dell'uomo.
That’s good è una cosa che Bruce dice spesso, e davvero non riesco a pensare a un’altra frase che possa rappresentarlo meglio. Perché semplicemente è buono sapere che quando metti tanta fiducia, rispetto, e una specie di forma adolescenziale di amor cortese in un uomo che molto probabilmente non saprà neanche che esisti, tutta questa fede non è mal posta. Ma anche che sia un gran bene che quello che hai davanti sia un essere umano e non una divinità, uno che capisce la tua emozione ed è capace di comportarsi con te come un equivalente essere umano. Che risponde a quello che dici e fai, e che ti fa sentire come se in quel momento le altre duecento persone lì non contassero perché la sua attenzione è per te. Capisci che quello che vedi sul palco è carne e ossa, e che per la magia e il momento della consacrazione l’ingrediente fondamentale sei tu – che è un po’ la cosa che dice qualche ora più tardi, quando invece di andare via dopo la proiezione stampa Bruce rimane al cinema e torna dentro per presentare la proiezione per i comuni mortali. Che sono la cosa più importante, dice, i fan, la conversazione che ho avuto con voi dall’inizio fino ad oggi, voi che mi avete ascoltato e che avete risposto a quel che avevo da dire mentre cercavo di avvicinarmi a capire chi sono.
Mi hanno detto alcuni che avevano i posti in fondo che a circa venti minuti dalla fine Bruce è rientrato nel cinema e si è seduto a guardare il film – che era il documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town. Quando lo vedrete (e vedetelo anche se non siete fans, perché è un bellissimo film musicale, e un grande documentario sulla creatività), vedrete più o meno questo:
Chissà che effetto deve fare rivedersi com’eri a ventisette anni, posseduto da una mania che non è perfezionismo, ma desiderio furioso di essere capito, e terrore di essere frainteso. Vedersi magrissimo e stanco in cima ad una collina con in mano tutto quel che hai, con addosso il peso di aver capito che scappare da ciò che ti spaventa non è possibile, che l’oscurità ai margini della città va guardata dritta, affrontata, compresa e incassata. Chissà come deve essere guardarsi nel passato ed essere in grado oggi di avere questa onestà:
My music was a tool for detective work. At some point I think that’s why the records took a long time, I identified with music so deeply… And I’m still so deeply connected to my work that the questions that I tried to answer at 27: who am I? Where do I belong? What’s it mean to be working? What’s possible to address as a musician? What does it mean to be an American? What does it mean to be a son? A friend, you know? Later on, a father? These are all things that I felt driven to search through the mysteries of in my music.
I don’t know if it was a choice. I think in the end very often your stories choose you, rather than you choosing your stories.
And I think as a young man I had so much confusion that this was my way to try and resolve and repair. All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing work.
Chissà se ci si sente orgogliosi o imbarazzati quando la tua musica fa da colonna sonora alle vite di tante persone tutte diverse tra loro, e queste persone quando le incontri ti ringraziano per cose di cui non sai quasi niente. Non riesco a immaginare che cosa penserà Bruce Springsteen quando si ritrova davanti ragazze con l’espressione di Bernadette davanti alla madonna, uomini grandi e grossi con tatuaggi tamarri della sua faccia sui bicipiti pompati che gli porgono un pennarello con gli occhi lucidi e la lacrima pronta, bambini accompagnati da genitori che sperano nel contagio genetico del contatto con il Boss e li mandano col cartellone che al concerto non aveva suonato a farselo firmare “to Mom, Bruce Springsteen.”
Ma c’erano professionisti delle star, ministri, ex direttori generali della BBC, scrittori in erba, scrittori affermati, comici Gallesi sfigati, un Ragazzo Disegnato Male, e davanti a Bruce Springsteen la settimana scorsa tutti avevano la stessa faccia delle grandi occasioni che avevo io. Lui ha firmato qualsiasi cosa (tranne un biglietto FFSS di una cretina Italiana che è arrivata attratta dal tappeto rosso come un torello alla corrida, e ha commentato: “ah, Bruce Springsteen a me non piace, ma è famoso, dai prendiamo l’autografo” e ovviamente non è stata fatta passare da nessuno), ha parlato con un sacco di gente, stretto mani, fatto sorrisi che avevano tutta la parvenza di essere genuini con una generosità e una calma straordinarie.
Forse la cosa sta non tanto nello scegliere le proprie ossessioni con certezza, ma nella fortuna di essere ossessionati da cose in cui vale la pena credere. Se i tuoi idoli sono esseri umani è tutto molto più a portata di mano. E’ molto più facile non rimanere delusi. E’ molto più facile credere in questo con tutta la follia che la cosa richiede. E’ molto più facile vedere le prove inconfutabili dell’esistenza dell’uomo – and that’s good.
E Springsteen vide che era cosa buona
P.S.: Qui c’è Emiliano che vi racconta l’apparizione di Springsteen alla Festa del Cinema di Roma. Quello che Emiliano non dice è che l’odore di Bruce Springsteen non è odore di autoabbronzante o di profumi burini tipo CK One. Springsteen profuma di uomo buono e pulito, con retrogusto di giacca di pelle, ha le rughe e la barba grigia e non usa il gel. (Non scherzerete mica, questa cosa mi preoccupava tantissimo.) E che comunque la sua abbronzatura è stata ben più color Venditti in certi altri momenti di quanto non fosse la settimana scorsa. Ma forse tra Londra e Roma si è fatto una lampada, non saprei.
P.P.S: Qui c’è The Promise, cha dà il titolo al nuovo/vecchio album di outtakes di Darkness – una canzone che se siete di quelli che Thunder Road è LA canzone, questo è il seguito. E’ seconda solo a Racing in the Streetnella lista di cose che mi fanno versare fiumi di lacrime.
Il fatto è che (e molti magari storceranno la bocca) ma siamo arrivati al 2010 eppure non si era forse mai vista un’annata musicale con così tanti riferimenti a Springsteen. Bruce, Springsteen. Se, a come lo sento io, The Suburbs degli Arcade Fire è il sintomo di una rilettura in chiave attuale, con suoni attuali e situazionismo attuale, dell’intero sound Springsteeniano se parliamo dei Gaslight Anthem e dell’ultimo, splendido, American Slang possiamo parlare di vero e proprio tributo. Da queste parti se ne è parlato più volte, di quel gruppo che il figlio del Boss ama tanto, il papà li va a sentire, sale sul palco e suona con loro se li porta in tour etc etc etc. E’ il dopo, la parte più bella. Sì perchè The ’59 sound è un disco valido, molto ma che ancora non aveva deciso di che pasta dichiararsi, mettete un disco dei Get Up Kids cantato da Springsteen (e vi assicuro che è un bell’effetto).
Con American Slang il discorso si permea di tutte quelle sensazioni che un po’ ci aspettavamo di trovare, un po’ Born To Run, un po’ tanto Darkness on the edge of town, un po’ Greetings from Asboury Park.
Ad occhio può sembrare un foglio stampa accompagnatorio dell’ennesimo gruppo cover, ma qui sono le canzoni a fare la differenza, autentici pacchi di nitroglicerina che anche se fanno saggiarne la derivazione non fanno altro che confermare che il gruppo c’è, la sostanza anche, e che il figlio del Boss ha soprattutto bei gusti. E’ un discorso del tipo “sembra facile ma prova a farlo”, rifare Springsteen è come rifare Elvis, a suo modo, è un terreno minato e si rischia lo sconfinamento nello scimmiottamento, nell’azzeramento ella propria personalità musicale. Ecco, tirare fuori 10 canzoni, una più bella dell’altra e far passare tutto questo in secondo piano credo che sia la prima grandissima vittoria dei Gaslight Anthem
Gaslight Anthem -American Slang (Album Streaming) (via Rolling Stone)