Perché se non lo scrivo ora non lo scrivo più

quelle robe di stream of consciousness, non sono lucido, non voglio esserlo ma questo è solo un altro post su Bruce Springsteen, scritto senza pensare alla consecutio agli errori di ortografia, alle virgole. Come viene viene, come i cross al centro al campetto.

Il rock è una cosa il soul è un’altra il punk è un’altra ancora Springsteen li fa tutti e tre in un modo solo si capa le canzoni che gli vengono più incontro tra quelle non sue e ci si diverte come alle feste di compleanno. Tra tutte quelle soul sceglie quella che è probabilmente la più punk nell’approccio che è Shout. Un po’ anche perché era su Animal House.
Per me John Belushi era fan di Springsteen, degli Stooges e dei Sex Pistols. E forse di Marvin Gaye.
Incident on 57th street, perché alla fine è una cosa che hai sentito tante volte e in tanti modi diversi che una volta ti sembra anche giusto che la senti per te. Tutta per te.
Emiliano che parla di maschialità bromance perché con Giuliano su Incident appena inizia corriamo ad abbracciarci, il che è una cosa brutta da vedersi ma anche bella a suo modo. E gli abbracci diventano almeno una decina. Sudati, schifosi e puzzolenti ma belli.
La proposta di matrimonio sul palco, perché una ragazza tira su un cartello “se balli con me lui mi sposa”. Lui la tira su ci balla poi tira su lui che si inchina, le ragazze piangono tutte e oh, se fai la promessa davanti a Bruce Springsteen vale trenta volte di più che fatta davanti al Bambinello in persona.
NYC Serenade che era preparata dal pomeriggio ma chi se ne fotte è NYC Serenade e quando ti capita più, un po’ come il gol di Alenitchev contro la Fiorentina in dieci contro undici.
E poi Rosalita con Stevie che fa l’attore vero, altro che sui Soprano.
Poi c’è Summertime Blues e Stand on it ma lì andiamo indietro e quasi all’inizio perché quando il concerto inizia con Spirit in the night forse capisci e dici “è matto” “sta fuori” e “sta serata se la ricordamo”.
Fa Brilliant Disguise, la gemma di un disco che fa cacare tutti ma che io amo, e fa Lucky Town, perchè “il disco è una merda ma la canzone no” (che poi non è vero perché c’era pure If I should fall behind).
Dicevano piove piove piove, io ormai sono a prova di pleurite se si parla di Springsteen e alla fine non è venuto manco un goccio d’acqua.
Li inizi a vedere come una famiglia, “ma Suzie oggi che c’ha?” “Jakey però ammazza come prende il palco” che poi alla fine il nipote di Big Man sarebbe un grandissimo uomo da palco, anche vicino a Bruce, ma veste scarpe di un altro, scarpe grandi e indimenticabili. Non è colpa di nessuno ma così è.
Shout e Twist and shout che durano venti minuti in tutto. due canzoni che ne durerebbero 4 forse.
Tutti ballano tutti cantano e a me viene in mente non so perché ancora John Belushi, perché so che alle persone a cui vuoi bene anche se non le conosci in qualche modo pensi sempre anche nei momenti fichi come questo.
Springsteen che tira su un ragazzino di noi, uno di borgata con la maglietta di batman che canta “amueiteee ueite on a sanni deeeei”. Alla romana e il borgata pride è tutto lì, poco più giù della Togliatti tra i posti da cavallari e le trattorie di quart’ordine.
è il posto di Bruce, tutti i posti sono per la musica di Bruce anche le chiese.
E il parcheggio al ristorante che giustamente mette a disposizione il parcheggio e ti dice “v’aspetto col cocomero e a bira non je date soldi all’ippodromo”. Alla fine vendeva panino e bibita a 5 euro insieme, non è che per forza la gente debba incularti in qualche modo.
E poi senza tornare sul tempo che non è un dettaglio diciamo che sono 3 ore e 30 che passano così a vedere gente che strilla piange si abbraccia e rimane ancora senza parole di fronte a un sessantatreenne che se facciamo una partita di calcio dopo due ore ancora ha voglia di giocare mentre io stramazzo per terra.
E uno potrebbe dire “è una questione di quantità”, col cazzo è qualità e cuore e tutto. E che una cosa così, spero capiate non si vedrà mai mai mai mai più, davvero. Perché certe cose sono eventi unici e persone così sono persone che passano una volta ogni 60 anni.
Quelle persone che dopo tre ore e mezza hanno ancora il coraggio di mettersi lì con la chitarra acustica, fare Thunder Road e ammutolire 40000 persone. Che piangono tutte e finiscono per fare con la bocca il pianoforte che chiude tutto.
Cose che succedono una volta nella vita. Ve lo giuro, credetemi.

Quel momento in cui “un concerto di Springsteen” diventa uno dei più grandi giorni della tua vita

Mi rendo conto sia noioso “un altro post su Springsteen”. Capisco se vi annoia eh, capisco che potreste non leggere ma tant’è: questa è la storia del mio viaggio a Londra, destinazione Hyde Park, Springsteen.
Che non vuol dire che lì sia la sua residenza estiva e io abbia deciso di darmi allo stalkeraggio, parliamo del suo concerto.

Parto da solo. E quando parto da solo non è mai un bene, credo di averlo fatto solo un’altra volta nella vita. Sempre a Londra poi, dove feci 3 giorni di separazione dall’umanità, ma questa è un’altra storia e anche poco interessante. Mi incontro con la famiglia Musumeci/Klein (byron, fratellolaziale e consorte) e la prima sera è destinazione vietnamita.* Conosco, anzi, ho la fortuna di conoscere lì Poptopoi (non lo leggete? Pazzi) e parliamo del più e del meno, per lo più serie tv. Dove vengono demolite tutte le migliori attuali e dove stringendo il giudizio portava a un “eh ma come The Wire e i Soprano nessuno mai” e dagli torto.
La zona è bellissima (una di quelle dove se sei turista non vai mai ed è un po’ come se a Londra non ci fossi mai stato, a conti fatti). Dormo per la prima volta in un block (tipo quelli del film) dove non puoi mettere la bici attaccata alla grata perché altrimenti viene considerata struttura portante, ci sono thugs ovunque incappucciati (e davvero manca solo di sentire strillare five-o five-o) ma è tutto bellissimo, reale, per niente turistico. Come se da una serie ti facessero conoscere i personaggi reali e capissi che c’è una vita, dietro.

Il giorno dopo è di passaggio tra forbidden planet e i fumetti di Before Watchmen di Alan Moore (su cui Irene beccherà una toppa clamorosa su gli anni di riferimento di varie citazioni), un brunch di scrambled eggs da au pain (mai andati? Fatelo) un cookie al dark chocolate. Poi Fopp, dove mi trattengo (so che non ve ne frega) e spendo 5 pound totali per un libro di Charlie Brooker (Black Mirror, lo scrittore della serie) e uno di David Simon (The Corner, lo spunto di The Wire).
L’idea di base che mena rogna sono i 35 giorni di pioggia di Londra, Hyde Park che è un pantano e k way e galosce che vanno a ruba ovunque. Dico io “eee le galosce” e le mie scarpe poi non prenderanno l’aereo di ritorno.
Insomma, ci incamminiamo, Matteo mi parla di quelli che hanno rifiutato di fare il cattivo sul remake di Old Boy, io vedo un cartellone con Rebecca Hall nel nuovo film di Frears e dico una roba senza senso tipo “che finaccia” e arriviamo a Hyde Park.
Ovvero “tutti in galosce”. E per tutti intendo TUTTITUTTI.
In effetti il panorama è un’enorme distesa di fango. Di gente che posa i piedi come su chili e chili di merda e altri che vanno in infradito (che tanto, a un certo punto la distinzione tra te e il suolo sarà comunque indistinguibile).
Io che arriviamo mentre Fogerty canta, col cielo sereno, Who’ll stop the rain non lo prendo come un segnale di buon auspicio.
I classiconi dei Creedence li fa un po’ tutti. Fa anche Pretty Woman, sulla regola madre del “se la gente pensa che Twist and shout è dei Beatles ce provo pure io, hai visto mai”.
Tant’è. Sale pure Springsteen. La cosa bruttissima è che sembra si siano messi d’accordo sulla camicia e fa un po’ ridere. Un brano e Bruce dice “see in a little while”.
Perché il concerto inizierà presto, non per altro, ma perché se suoni 3 ore e devi finire alle 22e30 la matematica non é un’opzione.
Non parte Morricone, non parte na mazza. Arriva solo Bruce. Che inzia a fare il gigione (lui è, un gigione, quando lo fa anche diventa gigione alla enne) sullo sfondo c’è Bittan e a tradimento tira fuori l’harmonica.
Fa la canzone con cui l’ho conosciuto, nella versione con cui l’ho conosciuto 26 anni fa, a Porciano, grazie a una cassetta da 90 fatta da Francesca e Simona che volevano farmi levare la fissa per Madonna con un meglio del triplo live 1985-95 di Springsteen.

Fa Thunder Road, voce e pianoforte.
Io neanche ho il tempo di mettere a piangere connetto tutto a “Roy Orbison singing for the lonely” ma è tutto una lacrima intorno a me mentre io mi dico “machedavero”.
Tutto diventa bellissimo, lo è già, c’è il sole e Thunder Road al tramonto mentre Bruce fa finta di suonare la chitarra su “well I’ve got this guitar and I learned how to make it tough” è la scena più bella dell’universo. Se poi sei in mezzo a gente bellissima lo è anche di più.
C’è poi Badlands e alla snocciolata un po’ tutte le altre che si erano sentite a Firenze. C’è il momento in cui Bruce prende Jake, il nipote della presenza più assente su quel palco e ci si sdraia sugli scalini, a parlare di donne e a quanto è bello e quante ce ne sarebbero da raccontare di quegli anni lì, dice anche “forse tu non eri nato neanche”. Tutti pensiamo che lì vicino fino a poco fa c’era qualcun altro e insomma Hyde Park diventa un boato, un applauso e un groppo in gola grosso così.
C’è il duetto con Fogerty e Tom Morello (mio unico mito chitarristico) che prima non si sente molto, poi va su The Ghost of Tom Joad, momento su cui dico “Stevie secondo me gli chiede scusa ma come se fa a far suonare la chitarra così”.
Sembra presto ma è tardi, mentre passa anche Because the night, e qui scappa un altro “machedavero” stavolta in coro.
Tutto bello, mentre scende anche la pioggia (ma che faaaa), tanto dopo firenze io prendo solo in considerazione l’effetto dello scioglimento dei ghiacci.
Tutto bellissimo e anche di più.
Immaginate cosa diventi nel momento in cui “invito sul palco il mio amico Paul McCartney” tutti rispondiamo “eeehhhhh???” E sale veramente Paul, Bruce dice una roba tipo “insieme facciamo 50 anni” o su per giù, Paul comanda la e-street band e dice 1 2 3 4 e parte I saw her standing there, poi Twist and Shout che non ce ne fregherebbe un cazzo del medley con la bamba ma quella è la canzone che non hai mai sentito nella vita: Paul e Bruce sul palco. Insieme.
Faccio fatica a scriverlo, per davvero.

Poi l’audio viene tolto, non sento neanche la voce di Bruce che saluta dopo avere fatto Goodnight Irene (meno male perché i sali per Irene non li avevamo) e ce ne andiamo.
Imprecando con “police state” “I pay taxes” ma volendo bene al mondo, all’umanità e anche al fango.
I polpacci fanno male per la tensione di stare dritti su qualcosa di instabile. Arriviamo a casa sentendo le radio e mangiando un piatto di pasta con tonno tabasco e non so che altro, ma buonissimo. Siamo stanchi, stanchissimi mentre dico a Bernard che la Roma vuole comprare Jung che è il terzino della sua squadra del cuore, giustamente mi fa il dito medio, ma dice che sono tanti soldi. Irene s’addormenta, Fabrizio continua nel suo mantra di “paese demmerda”.
Io sono sulla poltrona e sono sereno, per la prima volta, dopo tanti mesi.
Le mie scarpe rimangono a Londra, e ci rimane almeno metà del mio cuore.

* a proposito, io sono sicuro che dietro al nostro tavolo ci fosse lei

Le dieci canzoni degli anni 00 (secondo me) – GiorgioP

Come l’altra volta, l’idea è venuta sempre a Kekko e non so (ma spero di sì) gli altri di JunkiePop listeranno le loro canzoni del decennio 2000-2009.
Detto questo, queste sono le mie è insindacabile etc etc etc, per le vostre commenti e/o vostri blog, che siamo curiosi (per quelle che abbiamo dimenticato soprattutto)

10 Tiziano Ferro – Sere nere
No davvero, c’é anche un perché? Non basta migliore autore pop italiano del decennio?

9 Something Corporate – Punk rock princess
é una canzone che uno sente proprio al limite massimo per non sembrare ridicolo e io ero ancora nei miei venti di mezzo. Il punk rock nel decennio duemila non ha vissuto un grandissimo momento, peró i SC erano una delle pochssime cose da salvare. La mia ragazza del tempo mi prendeva per il culo perché le dicevo “if you could be my punk rock princess I will be your garage band king”. Al tempo aveva torto, oggi magari avrebbe ragione

8 Amy Winehouse – Love is a losing game
Non cambia mai, é e rimane una canzone con tutto quello che ha il soul e avrà sempre (e poi ha ragione, la canzone dico)

7 Cat Power – The Greatest
Quasi stesso concetto di Amy Winehouse, ma lato roots (anche se questo é un classicone di quelli che avrebbe potuto scrivere Springsteen e metterla su Born to Run), il piano mi é sempre piaciuto sulle canzoni pseudo rock. Questa non é rock ma il piano mi piace lo stesso. Poi l’accoppiata Gatta Alì. Fa 60’s no?

6 Bruce Springsteen – The rising
Saró chiaro, io complottista nato sta canzone la odiavo, e dicevo Bruce cazzo non ti far prendere per il culo pure tu. Poi ho capito che aggrapparsi alle parole, alle canzoni, era una necessità. Lo é ancora. Ho iniziato a guardare alla canzone come al simbolo del decennio, alla cosa delle torri gemelle, a quando volenti o no, tutto sia cambiato

5 Johnny Cash – Hurt
Non é sua, lo so. Ma sfido chiunque al mondo a non avere pianto almeno una volta ascoltandola. E sono 3 o 4 le canzoni così.

4 Yeah Yeah Yeah’s – Maps
é una canzone che ha la magia, fatta di minimalismo, chitarrine e una ritmica tribale. Il testo é probabilmente la cosa più di impatto, ma a suo modo ridisegna i canoni della ballata

3 Andrew WK – Party hard
Se AWK al tempo uscì con un disco assurdo, una specie di glammata rock, con l’immediatezza del punk e della rozzezza che é l’esigenza del divertimento here and now, beh, Party Hard é una necessità di rappresentanza

2 M.I.A. – Paper planes
Pollice indice e medio per aria a far vedere pistole che non ci sono, é il pop che diventa scorretto ma ci si scherza su, senza particolari messaggi, senza grande chiacchiere “all I wanna do is bang bang bang bang and take your money”

1 Arcade Fire – Wake up
Quando hanno fatto il trailer delle Wild Things di Sendak hanno messo questa, canzone del decennio. La cosa più vicina all’epicità scanzonata di Springsteen, quella allegra e malinconica, quella che ti fa piangere mentre ridi

We carry the fire

Arrivo a Milano in aereo il martedì sera per il giovedì, ché c’è Bruce Springsteen a San Siro. Incontro un gruppo di texani venuti apposta perché hanno sentito dire che “un concerto di Bruce in Italia è come andare alla messa del papa in Vaticano.” (Giuro, hanno detto così. Lo so che te l’ha messa così anche Mattia, ma lo vedi che non è una cosa che ci inventiamo noi questa della Chiesa di Springsteen?) Uno di loro ha settant’anni, è anche il suo compleanno. Quando parte The Promise lui sorride, ma le lacrime gli scorrono a fiotti sui baffoni bianchi, piange come un bambino. Ci sono anche un sacco di bambini che sanno le parole delle canzoni. C’è anche la mia amica V, che ha un sacco bisogno di segni grossi. V mi regge gli occhiali mentre anche io piango, piango, piango. E poi mi abbraccia e balliamo come due tarantolate con un gruppo di ragazzi sconosciuti, fino all’esaurimento totale delle energie fisiche. Usciamo dallo stadio e trovo Mattia, e Mattia è la persona che voglio più abbracciare al mondo in quel momento, perché Mattia sa esattamente come mi sento. La notte non si dorme tanta è l’adrenalina in circolo. Le mie prime parole quando mi alzo sono “ma lo sai che quello di ieri è stato il secondo concerto più lungo che Bruce abbia mai fatto?” V va a lavorare, e scopre che mentre eravamo al concerto le hanno scritto per offrirle il lavoro della vita, una cosa seria e grossa e bellissima.

Il venerdì mattina prendo un treno per Bologna che è pieno di tedeschi e austriaci che litigano con lo scarsissimo spazio per i bagagli, anche perché gli altri passeggeri hanno messo le loro borse alla cazzo di cane. Stanno intralciando il passaggio, e il cumenda che uè, io c’ho un bisness tripp, comincia a insultarli. Intervengo e spostiamo insieme un paio di cose per fare spazio. Ci sistemiamo nei posti assegnati, e tutti contemporaneamente tiriamo fuori iPhone iPad MacBook e cose varie, e tutti guardiamo le stesse foto. Le foto del concerto la sera prima. Ci avrei giurato che fossero Springsteeniani, avevano quella cosa negli occhi che riconosci subito, e che ti fa aiutare a vicenda. Mi chiedono di tradurre la recensione del concerto su repubblica.it, poi commentiamo che oddio ha fatto The Promise, oddio, si vede proprio che San Siro è qualcos’altro. Ma vediamo Firenze, vediamo Firenze.

A Firenze ci arrivo con mio fratello. Io con mio fratello parlo una lingua che in gran parte è basata su quello che non si dice. Io e mio fratello partiamo da Bologna alle 11 di sera del sabato per appoggiarci dalla mia amica D. Sull’A1 non c’è nessuno ed è bellissimo guidare a palla nel buio ascoltando Thunder Road Tenth Avenue Freeze-out Night Backstreets Born to Run She’s The One Meeting Across the River e Jungleland coi finestrini abbassati e un volume da denuncia. Non parliamo quasi per niente. Alle 2 andiamo a letto. Alle 4.30 suona la sveglia di mio fratello con Bobby Jean. Si sentono dei grugniti ma nessuno si sveglia. 5 minuti più tardi scatta la mia sveglia, che fa il suono di un telefono. Io urlo: “è per te. È Bruce.” Si svegliano tutti di soprassalto.

Arriviamo allo stadio alle 5.30, prendiamo i numeri, ci mettiamo in fila, prendiamo i braccialetti per il pit, torniamo a casa, facciamo colazione, prepariamo panini e pizze e bevande, torniamo allo stadio, entriamo allo stadio, comincia il concerto, è tutto liscio come l’olio. Poi il diluvio universale. Te l’ha già detto Giorgio com’è stata quella cosa; io non ho mai visto tanta gente così felice di stare sotto una doccia gelida. Bruce ci si butta sotto insieme a noi, perché la cosa più importante che ha da dire Bruce, sempre, è che we’re all in this shit together.

Quando sono tornata ho scritto a mio marito che questa roba di Bruce è davvero così, che ci si crede profondamente proprio come a una religione. Forse perché lui dice anche che la fede sarà ripagata, che è una cosa che ti dà sicurezza in periodi come questo, quando il cielo ti cade sulla testa e la terra trema sotto i piedi. E in effetti devo dire che nella mia vita Bruce non mi ha delusa mai. Chiamami pure esagerata, ma quando io compro il biglietto per il concerto è come se stessi comprando il biglietto per il treno verso la terra dei sogni e delle speranze – la destinazione è lontana, ma è proprio il viaggio a valere il prezzo del biglietto. Alla fine non importa, è come quella roba del sangue di San Gennaro: se tu ci credi allora è vero.

Questo tour è pieno di cose importanti, ma importanti davvero. Bruce parla di politica e di storia, ma anche di amicizia e di amore. È amore puro quello che lo spinge a riempire il vuoto pazzesco che la perdita di Clarence Clemons deve avere causato per lui (è una voragine enorme per tutti noi, immaginati per lui) con l’energia e le urla di tutti, il coro di Big Man Big Man Big Man che si alza ogni volta a metà di Tenth Avenue Freeze-Out quando Clarence entra nel gruppo. È amore puro saper condividere questa cosa con milioni di estranei, capire che cosa significava Big Man anche per noi, permetterci di partecipare a questa commemorazione. È amore puro saper mettere in piedi una messa solenne per i tuoi migliori amici – Terry, Danny, Clarence –  un amore che fa resuscitare la gente anche solo per un momento, e così in qualche modo la fa vivere per sempre. La pioggia ti lava via tanta roba; quando le emozioni sono così intense davvero non sai distinguere le tue lacrime dall’acqua che scende dal cielo. È una catarsi fortissima, più forte di un nubifragio, più forte di un terremoto.

Poi se ti ricordi a Milano ha fatto un pezzo dell’album nuovo che si chiama We Are Alive, e il ritornello fa “we are alive/our souls will rise to carry the fire/and light the spark”. Come tutti gli artisti coerenti Bruce dice sempre la stessa cosa: non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, e la scintilla ai concerti la porta lui. Poi sta tutto a te. A volte lo dice con altre parole, tipo “stay hard, stay hungry stay alive”, oppure “prove it all night”, e anche “I’ll love you with all the madness in my soul” – a volte persino nelle cover ti ritrovi Burning Love, a volte “dream baby dream/you keep the fire burning”. (Per non parlare di I’m on Fire, Fire, Into the Fire, Streets of Fire. È fissato col fuoco, quell’uomo.)

Ogni volta che sento quel ritornello penso a The Road di Cormac McCarthy. Nel libro il mondo sta morendo, è finito tutto, si giocano i supplementari dell’apocalisse e in campo sono rimasti solo quel padre e quel figlio, e il padre dice al figlio “we’re the good guys. We carry the fire” e il figlio ci si aggrappa e si ripete questa frase sempre, come se il ritornello fosse l’ultima cosa rimasta. Ti ricordi? Ecco, la promessa che fai a te stesso quando diventi Springsteeniano, quando Bruce ti attacca i cavi della batteria al cuore e all’anima e poi mette in moto, è questa: è la promessa di restare vivi, di portare il fuoco, di alimentarlo. Il fuoco che ti si accende dentro quando arrivi a capire Bruce è un fuoco che scalda, un fuoco che mette in moto dei macchinari giganteschi, un fuoco che anche quando distrugge lo fa per rinnovare, come le piante del bush australiano che vanno in autocombustione prima di rinascere.

Torno da Firenze con un paio di scarpe nuove e il cuore pieno, la voce e un po’ di vestiti li ho lasciati lì. Accompagno mio fratello a farsi il secondo tatuaggio con parole di Bruce. Compro il biglietto per il concerto di Londra, che sarà il mio concerto di Springsteen numero dieci, perché un fuoco così non lo spegne certo un diluvio, fosse anche la fine del mondo.