Top Film 2012 – Byron
Pubblicato: dicembre 27, 2012 Archiviato in: cinematic, Top 2012 | Tags: 007, a torinoi lo, abendland, amour, è stato il figlio, bela tarr, byron, byronic, cinema, cinema italiano, daniele ciprì, dans la maison, francois ozon, hiver nomade, holy motors, Il sospetto, jagten, james bond, Le Havre, leos carax, Marina Abramovic, Marina Abramovic The Artist is Present, matteo garrone, moonrise kingdom, nostalgia de la luz, paul thomas anderson, reality, skyfall, tabu, take shelter, the master, tomboy, top 2012, un amour de jeunesse, weekend, wes anderson 1 Commento »Per parafrasare quel tale, “il cinema sta morendo, ma a volte mi diverto a guardare il corpo che si decompone”.
Holy Motors è stata per me l’esperienza cinematica più gratificante e stimolante dell’anno. Un film sbalorditivo, che ti fa ricredere quando pensi che il cinema abbia finito di sorprendere. Holy Motors è un’elegia per un cinema che non è mai esistito e un epitaffio per tutto quello che è già stato fatto. Allo stesso tempo è un’urna ricolma di ceneri fumanti dalle quali esce una fenice con le fattezze di Denis Lavant – un attore puro, che capisce la potenza devastante della ‘bellezza del gesto’ e ne incarna il significato col suo corpo flessibile come un metallo in fucina, e col suo volto dalla finezza sconfinata, tanto nel mélo più romantico quanto nel grottesco più espressionista. Holy Motors è un film difficilissimo da consigliare perché non lascia scampo: o lo ami o lo odii (e per capire se lo ami ci metti almeno tre giorni). Holy Motors è per me una vetta insormontabile della classifica di quest’anno, tutto il resto al confronto impallidisce.
Abendland è un prodotto ibrido – un documentario narrativo senza dialoghi che incontra la video arte concettuale – che rappresenta il mondo misterioso dell’Europa occidentale di notte. È un prodotto in egual modo affascinante e repellente, girato in digitale ad altissima definizione che impone grande rigore estetico sul materiale. Uno di quei film di non-fiction che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo.
Di Marina Abramovic The Artist is Present ho già detto un sacco di cose qui, e di Skyfall ha già parlato Giorgio – entrambi film del cuore, pieni di grandi emozioni dalle più alte alle più basse. Bravi, è per questo che si va al cinema. (Vi potrei raccontare l’aneddoto di quando ho conosciuto Daniel Craig prima che fosse Bond, ma magari nei commenti).
Jagten (Il Sospetto) ha la performance dell’anno – un Mads Mikkelsen strepitoso con in mano il ruolo della carriera. È anche un film gestito in maniera magistrale, pieno di tensione e di grosse domande, che usa la scusa di un argomento di grande sensibilità corrente per parlare di tutt’altro: è un film su una società fortemente maschile che si illude che ci siano grandi differenze tra bambini e adulti, e tra innocenza e violenza. Se Vinterberg fa un film ogni dieci anni ma gli escono robe come Festen e questo, io sono a posto. (Si può dire che il cinema scandinavo spacca? Ecco.)
Tabu lo vedrete tutti l’anno prossimo e mi direte che avevo ragione. (Attenzione, è un po’ lento, ma che ci volete fare, è un film portoghese. Fa anche abbastanza ridere e c’è un coccodrillo).
Hiver nomade è stato il film più bello visto alla Berlinale 2012: un documentario gentile e ben fatto su due pastori che praticano la transumanza in Svizzera. In questo film ci sono due umani, tre asini, quattro cani e ottocento pecore che recitano meglio del 99% del cast di Downton Abbey, e anche una quantità infinita di neve. Un paradiso.
Nostalgia de la luz è un altro documentario (ho lavorato per metà del 2012 per una compagnia che distribuisce documentari, si vede?) che parla del deserto più vasto del mondo in Cile, dove gli unici abitanti sono gli astronomi che studiano la nascita delle galassie e le donne che ancora a distanza di decenni cercano i resti dei loro desaparecidos. È un film potentissimo che ci ricorda che polvere siamo e polvere ritorneremo, e che la storia di un essere umano e la storia dell’universo intero sono due specchi che si riflettono a vicenda. Potentissimo.
Seguono quattro film sull’inevitabilità e le complicazioni dell’amore in tutte le fasi della vita: dai giovani di Un amour de jeunesse le cui vite si attorcigliano fino a soffocare, a quelli di Weekend che si incontrano e imparano a respirare insieme per la prima volta, fino ai vecchi di Le Havre e Amour, testimoni di miracoli e di trasformazioni dolorose e liberatorie. (Un grazie particolare va fatto ad Amour per averci regalato @Michael_Haneke, ovvero l’account twitter più divertente dell’anno. Tweet tipo: “Xmas joke: who only haz one parmz dor? terruns malik lol” o “Why did terruns malik cross the road: to take a lingering shot of a leaf on a tree lol”.) Parmz dorz per tutti.
Come altri film che ho amato quest’anno, Tomboy parla di crescita e di identità, è un film delicato e osservato con cura (è anche un film – ghhh – ffffrancese, un fatto che va notato perché io che in generale mal sopporto la cultura gallica quest’anno ho visto un sacco di roba interessante provenire da oltremanica).
È stato il figlio e Reality andrebbero a parimerito come elaborazioni dell’identità italiana di questo secolo, entrambi prodotti con grande stile e una voce che si fa sempre più distinguere nella mediocrità generale del cinema italiano, che visto dall’estero continua mancare di ambizione (per quanto anche il film dei fratelli Taviani sia stato un segno positivo di una certa voglia di fare altro). (La cosa che non ho ancora detto di Reality è che mi è piaciuto il suo non essere un film sulla reality-tv, ma sul desiderio di identità e di affermazione dell’italiano medio; il tocco leggero di Garrone qui secondo me è persino meglio della man forte che aveva messo a Gomorra. Ha prodotto un film che sembra quasi un racconto di Italo Calvino, e non c’è complimento più grande. Di Ciprì potrei dire lo stesso, e aggiungere che visivamente ha gran stile, come lo ho sempre avuto, e che sarebbe bello se si mettesse a fare il regista a tempo pieno).
Take Shelter è forse il film definitivo sul millenarismo apocalittico scatenato dalla cultura post-11 Settembre e combinato con la crisi finanziaria globale-totale. Poi a fare il matto come lo fa Michael Shannon non c’è nessuno, bravo.
The Master al 17mo posto è invece sintomo di grande delusione verso colui che con There Will Be Blood aveva sbaragliato il cinema post-11 Settembre. The Master è tecnicamente un capolavoro di fotografia e inquadrature vastissime in cui un essere umano non può che vagare senza infamia e senza lode, senza meta e senza biglietto; è un film dispersivo e diffuso, a cui manca la compattezza di cui sappiamo che PTA è capace. Detto tutto ciò, quando l’ho visto avevo 38.5°C di febbre, quindi prima di dire che è una ciofeca lo rivedo e ne parliamo.
Dans la maison dev’essere il primo film di François Ozon che mi diverte (appunto perché c’è quella cosa del mio ostacolo con la cultura francese), così come Moonrise Kingdom è il primo di Wes Anderson che non mi irrita a morte – entrambi confezionati a puntino (il primo da un punto di vista strutturale e di sceneggiatura; il secondo è così bello a vedersi nonostante il peccato di zoom che andava premiato).
Poi, last, but not least (e neanche last, in effetti, bensì 19mo), vi devo dire che Il cavallo di Torino, l’ultimo film di Bela Tarr, l’ho visto finalmente tre giorni prima di finire la classifica. Normalmente uno dei miei criteri di valutazione per le classifiche di fine anno è “quanto mi rimane in testa il film dopo averlo visto”, e quindi evito di inserire i last minute. Ma questo è un film che non lascia spazio agli indugi. Silenzioso, nichilista, essenziale e desolato, Il cavallo di Torino è l’esatto opposto di Holy Motors, e il suo perfetto accompagnamento. È l’opera di un cineasta che ha smesso di credere nel cinema, che lo lascia perché lo ama troppo, perché davanti all’eccesso dell’immagine non sa più rispondere con altre immagini. Nonostante l’ascetismo del film e il rigetto del mezzo, Tarr si dimostra ancora una volta incapace di produrre un film che non sia ricco, misterioso, ipnotico e irrevocabilmente capace di vita propria.
Mi sembra quindi un’ottima conclusione a questo riassunto del mio anno al cinema, scritto tra Natale e capodanno, quando l’anno vecchio è finito e quello nuovo sta per arrivare. Stappiamo lo champagne: il cinema è morto, lunga vita al cinema.
Ritratto dell’artista da donna di mezz’età
Pubblicato: luglio 9, 2012 Archiviato in: artcore, cinematic | Tags: arte, arte contemporanea, cinema, cinema e donne, corpo, cose di donne (sì tipo la ceretta e il gossip), documentario, donne, femminismo, il paese dei procioni, James Franco, Lady Gaga, Marina Abramovic, Marina Abramovic The Artist is Present, MOMA, performance art, personaggi femminili, questo post contiene due riferimenti a I Cani chi li riconosce vince una cartolina di Marina Abramovic, te lo do io il femminismo 6 Commenti »
Marina Abramovic: The Artist is Present [info in italiano qui] è un documentario sulla mirabolante carriera della performance artist Marina Abramovic diretto da Matthew Akers. Il film è incentrato su uno degli ultimi lavori della Abramovic presentato durante una retrospettiva al MOMA di New York nel 2010, un’altra (ennesima) versione della cosa che da almeno una quarantina d’anni è il suo cavallo di battaglia: una performance in cui l’artista e un altro partecipante si siedono l’uno di fronte all’altro all’interno di uno spazio delineato e si guardano in faccia per un po’, in presenza di un pubblico. La performance ha una durata totale di tre mesi, durante i quali Marina sta lì per ore e ore (tutto l’orario di apertura del museo) senza muoversi mai né per andare al cesso (anche se c’è il barbatrucco, grazie al cielo) né per mangiare, bere, sgranchirsi le gambe, fare un cruciverba.
Chiunque può partecipare: questo qui nella foto è quel gran puccettone di James Franco (che fa le faccette persino quando prepara i dolci con Marina), ma potrebbe essere un altro artista o, soprattutto, una persona qualsiasi che compra il biglietto per la performance e sceglie di prendere parte invece che rimanere spettatore. Si siedono e si guardano in faccia. E basta. L’idea è non recitare, non parlare, non muoversi, non fare niente. È lasciare che sia il momento a dettare le condizioni, che si crei un istante di comunicazione pura, trascendentale e presente tra due persone, e tra loro e il pubblico che li osserva.
Questa cosa diventa a volte intensissima: il film mostra gente che durante quei pochi minuti eterni in cui si trova al cospetto dello sguardo di Marina ride nervosamente o sorride beata, crolla, si denuda (letteralmente) e viene portata via. La stragrande maggioranza delle persone piange. Non disperatamente o per tristezza. Piange davanti a una qualche rivelazione che per me sarebbe impossibile raggiungere in queste condizioni, ma che di base capisco. Piange perché l’esperienza del presente più puro è una cosa che mette in ginocchio l’ego più smisurato, che ti riduce a gomitolo di pelle ossa muscoli nervi cellule e pura emozione. (Se ci pensi bene si vive quasi sempre al passato o al futuro; vivere al presente è un po’ spiazzante e accade quasi solo in condizioni un po’ estreme tipo un attacco di panico, o facendo paracadutismo, o a un concerto di Springsteen.)
Io la performance art la odio. Lo sa bene Mattia, il vero connoisseur dell’arte contemporanea qui all’Osteria JunkiePop, che mi ha portata a vedere la retrospettiva sul Metodo Abramovic al PAC di Milano e si è sorbito un pippone infinito sul fatto che nella performance amo la narrativa e la finzione, e quindi come non amo la fiction di David Foster Wallace odio la performance art. Per forza la odio: ho un passato come regista teatrale, e per quanto il teatro e la performance art si dividano la custodia della parola “performance” come due genitori separati, in mezzo a loro c’è un abisso teorico insormontabile. Come dice Marina nel film:
nella performance art prendo un coltello, mi taglio e sanguino per davvero. Nel teatro la lama del coltello è finta e il sangue è ketchup.
(Qui sta a te decidere cosa preferisci vedere, con tutte le implicazioni morali, estetiche e artistiche del caso. Non necessariamente una di queste forme è a priori meglio dell’altra, ma se una fa per te probabilmente l’altra non ti prende.)
A dispetto dei miei gusti, Marina Abramovic è già un buon candidato per il titolo di Film del 2012, perché non è un film sulla performance art, ma uno stupendo ritratto dell’artista da donna di mezz’età. Se c’è un problema nel film (oltre all’inutile e invadente musica di sottofondo – che poi è sempre la mia croce, soprattutto nei documentari) è la posizione di esaltazione totale della donna-artista vs. una certa mancanza di posizione critica del film sia verso l’arte che ella pratica, che verso gli invasati che ne fanno un culto. Perché Marina Abramovic come donna ne esce talmente bene che chiunque capisca che i documentari non sono più “veri” di un qualsiasi film narrativo si rende conto che è il personaggio femminile meglio riuscito al cinema da parecchi anni a questa parte.
Il cinema in genere ha paura delle donne. Pensaci bene: quanti personaggi femminili ti vengono in mente che siano rappresentati come donne
a) forti e determinate ma non a discapito della femminilità né del senso dell’umorismo;
b) in controllo della propria vita ma capaci di lasciar spazio ai sentimenti;
c) capaci di gestire una posizione professionale e finanziaria di grosso rilievo;
d) in possesso di sessualità ma non soggiogate al tanto mitizzato quanto reale (per non dire spietato e inesorabile) sguardo maschile?
(Se hai pensato “ehi, Lara Croft!” puoi puoi chiudere questa finestra e tornare nel paese dei procioni.)
Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. Figurati per giunta una donna matura, non tradizionalmente bella, che non ha nessuna remora a spogliarsi completamente in pubblico, squarciarsi la pancia (la pancia che secondo i canoni patriarcali è il sanctum della maternità), sdraiarsi in mezzo al fuoco, o appendersi crocefissa ignuda a mo’ di quattro di spade, né, soprattutto, nessun problema con l’essere single, non madre, famosa, ricca, persino un’icona della moda. (Se hai pensato “ah, proprio come Madonna e Lady Gaga”, il paese dei procioni è sempre da quella parte.)
La parte per me davvero straordinaria del film è la sequenza in cui Marina ritrova l’ex marito Ulay, altro mostro sacro della performance art, quello col quale fece la rivoluzione da giovane. Per dire, uno dei lavori di Marina e Ulay è Lovers (1988), nel quale i due camminano separatamente dai due estremi della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà dopo duemila km a testa, e tre mesi di viaggio e di separazione. Il motivo del viaggio è incontrarsi per lasciarsi definitivamente. È una cosa teatralissima, ma il dolore di quell’incontro, i tre mesi di viaggio e di separazione, il percorso per arrivare a trovarsi e poi questo cataclisma sono cose che neanche lo sceneggiatore più perfetto saprebbe scrivere. È anche una cosa abbastanza pornografica da guardare, l’oscena autopsia di una storia d’amore consumata attraverso la sublimazione dell’arte e dei corpi, che, davanti ai tuoi occhi, muore.
Perché in effetti Marina nel film dice che pensava che quando si sono lasciati sarebbe morta, perché si muore sempre un po’ quando un vero amore si estingue, ma anche perché dice candidamente che non riusciva a pensare che sarebbe sopravvissuta senza quell’uomo col quale viveva una simbiosi artistica, emotiva e sessuale talmente forte che tutte queste componenti le sembravano inseparabili. Morta la coppia Marina-Ulay sarebbe morto tutto. E invece. Non solo da queste dolorose ceneri nasce la fenice di Marina Abramovic multimiliardaria superstar dell’arte contemporanea, ma anche la donna che sopravvive alla morte per amore e di quella sopravvivenza ne fa un’arte, un po’ come Frida Kahlo. (L’altra grande balla che ti racconta il cinema è che il motivo di esistere di una donna sia trovarsi un uomo. Se adesso dici “maccome, e allora Thelma e Louise?!” vengo a cercarti nel paese dei procioni e ti percuoto con violenza. Che se ci pensi sarebbe un’ottima performance piece.)
Prima della separazione Marina viveva con Ulay in un furgone, perché fare i performance artist negli anni ’70 voleva dire fare la fame e vivere davvero in un underground che il fottuto hipster medio del secolo XXI non può neanche immaginare. Ulay guidava il furgone, Marina non sapeva guidare. Dopo tutto questo tempo senza vedersi, Marina e Ulay si rincontrano nel 2010 con la scusa della performance al MOMA, ripresi dalle telecamere del film. E allora cosa fa il film? Ti fa vedere la reunion non come l’incontro di due grandi genii predestinati, o la Carrambata del come eravamo. No. Ti fa vedere che Marina ha imparato a guidare. E lei porta Ulay a casa sua e Ulay l’aiuta a parcheggiare il suo SUV nel garage, come una qualsiasi coppia di umarell nostrani. Poi si fanno una pasta con le zucchine e chiacchierano con la serenità e l’intensità degli ex amanti che sanno che saranno sempre parte integrante gli uni degli altri, e che con questa consapevolezza procedono per le loro strade.
Nel momento in cui successivamente Ulay si presenta alla performance e si siede di fronte a Marina, sorridendo, incapace di concentrarsi, ecco che lei rivela come sa applicare tutte le regole del suo metodo sia all’arte che alla vita. I due piangono, sorridono, ridono, e poi lei spezza l’incantesimo della performance e gli allunga le braccia, le loro mani si toccano. È lei che gli dice ora puoi andare, e lui va. È un lasciarsi più maturo e meno drammatico, un lasciarsi da persone di mezz’età, un lasciarsi da partner equi e consapevoli, un uomo e una donna completi.
Marina Abramovic The Artist is Present è quindi un film su un personaggio visto in un momento presente in tanti sensi – una persona che c’è, e che si trova qui ora; un personaggio ben consolidato nel quale l’identità di donna è interamente donna e quella di artista interamente artista. Chiunque abbia provato a essere una o entrambe le cose – donna e artista – sa quanti compromessi siano necessari non dico per riuscirci, ma persino per provarci. La forza del film sta nel mostrare questo processo di bilanciamento tra donna e artista con grande chiarezza. Io la performance art non la reggo; se a te piace probabilmente troverai nel film molti altri spunti interessanti che io non colgo. Ma questo è un film che parla di una donna vera, e che la tratta con serietà, rispetto, (magari anche troppa) ammirazione. In pratica è un documentario su una specie che al cinema appare pressoché estinta, e a me, in quanto donna che lavora nel cinema, donna che una volta aveva le mani in pasta nel teatro, o in quanto donna e basta, basta e avanza.
Carnage; o, Il polpettone
Pubblicato: gennaio 11, 2012 Archiviato in: cinematic | Tags: asilo, Carnage, Christoph Waltz, cinema, film, il dio del caos ha studiato estetica, Jodie Foster, John C. Reilly, Kate Winslet, polpettone, Roman Polanski, tante patate tanti amici 7 Commenti »Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.
Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.
Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.
All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.
Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.
Top Films 2011 – Ghiboebd
Pubblicato: dicembre 21, 2011 Archiviato in: cinematic, Top 2011 | Tags: ci vediamo alle 10 e qualcosa al cinema, cinema, il mio coinquilino in questo preciso instante sta guardando su mymovies i film del 2011 che si è perso e sta chiaramente scegliendo i peggiori, ryan gosling, tag messa solo per avere più visite, un estathe al limone, you are my cinema i could watch you foreveeeer Lascia un commento »Sono sempre in anticipo sui dischi e in ritardo con i film. Ne devo ancora vedere un sacco, ma per ora (in ordine più o meno sparso):
– Drive

– Boris – Il Film

– Super 8

– Le Havre

– Thor

– Restless

– Senna

– The Tree Of Life

– Never Let Me Go

– Another Earth

Top Film 2011 – Byron
Pubblicato: dicembre 20, 2011 Archiviato in: cinematic, Top 2011 | Tags: alps, animal kingdom, cave of forgotten dreams, cime tempestose, cinema, drive, film, il ragazzo con la bicicletta, la piel que habito, le quattro volte, life in a day, meek's cutoff, melancholia, non dite black swan che mi incazzo, non dite midnight in paris vi prego, once upon a time in anatolia, ricchi premi e cotillons, Senna, submarine, the artist, the tree of life, this must be the place, tinker tailor soldier spy, top 2011, True Grit, una separazione 4 Commenti »20 film usciti nelle sale in Inghilterra nel 2011.
Il 2011 è stato per me un anno ricchissimo di visioni nuove e sorprendenti, davvero una grande annata. Consideriamo che questi film viaggiano tra le ★★★★★ e le ★★★★, e che c’è stato molto dibattito interiore tra le posizioni in classifica.
Come al solito i miei criteri sono:
a) Quanto ho amato il film, un calcolo in base al numero di volte che ho rivisto/voluto rivedere il film in questione (tipo The Artist io lo rivedrei quasi tutti i giorni, e credo che continuerò ad amarlo anche quando andrà di moda tirargli le pietre perché farà man bassa di premi e diranno, sbagliando, che è robetta. Ho consultato Buster Keaton in una seduta spiritica e dice che ho ragione.)
b) Impressione rimasta dopo la visione, specie a distanza di molto tempo (tipo Tree of Life sono uscita dal cinema che sembravo una miracolata, e poi dopo 4 settimane di analisi e discussioni del significato recondito del film, bof, niente, il grosso è evaporato lasciando dietro di sé 45 minuti splendidi ma poco arrosto)
c) Qualità tecnica e conversazione tra gli elementi formali del film/la storia/il substrato filmico (che è la cosa preferita di Tob Waylan, al quale peraltro vanno i miei ringraziamenti per il supporto tecnico nella produzione di questo post.)
Il mio film dell’anno è uscito in Italia l’anno scorso credo per tipo due settimane; immagino che l’abbiano visto in pochi, e che gli altri non sappiano cosa si perdono. Correte a comprare non dico il blu-ray come ce l’ho io, ma almeno il DVD, e poi ditemi se non è un film davvero emozionante e squisito, un film che non avete mai visto prima, e un film che ti fa dire con orgoglio le temibili parole “cinema italiano”. Giusto per la cronaca i personaggi del film sono un pastore, un albero, una catasta di carbone, varie capre e un cane. Bisogna pazientare un po’ perché è quasi interamente senza dialoghi, ma è una film narrativo, non un documentario, e la pazienza viene ripagata con una storia bellissima. (Il premio al Migliore Cane in un Ruolo da Protagonista è un ex-aequo tra il border collie Le Quattro Volte e il Jack Russell di The Artist.)
Di Senna ho già parlato abbondantemente su questi schermi; le mie impressioni su altri film sono sparse tra le mie dimore sull’internet: qui ho scritto in italiano di This Must Be the Place e un paio di altre cose viste al London Film Festival (inclusi lo splendido Once Upon A Time in Anatolia e Alps), e qui (in inglese) di A Separation, Cime Tempestose, Tinker Tailor, Meek’s Cutoff, Life in a Day (che si può vedere tutto e gratis su YouTube). Herzog era da vedere in 3D anche se la tecnologia continua a non convincermi, specialmente per quanto riguarda le riprese di oggetti/persone in movimento (ma prometto che stasera vado a vedere Hugo, pronta a ricredermi). Almodovar è tornato in gran forma, e gracias por el pescado: ci hai ridato l’Antonio Banderas di Legami, continuate così vi prego; Submarine, grazie per le risate a denti stretti; su Drive non c’è niente che i miei compagni qui non abbiano già detto (se non che forse sono l’unica donna al mondo alla quale Ryan Gosling non fa *nessun effetto* – donerò il mio corpo alla scienza); Il ragazzo con la bicicletta è forse il migliore film dei Dardennes, gentile, piccolo, delicato e senza la falsa morale alla Ken Loach (ruina mundi); Animal Kingdom è una roba che è tipo Il padrino australiano, bravi.
Gli esclusi dal classificone – col cuore in mano: Faust (Sokurov, Я вас люблю ma lo sto ancora digerendo), Shame (che mi ha dato grossi problemi morali, anche se è una bomba), Habemus Papam (che mi ha divertita molto, ma per me ha scazzato la metafa teatrale – ci andava Pirandello e non Chekhov), Archipelago (un film in effetti molto bello, ma anche insomma lo so già che gli inglesi hanno problemi di costipazione emotiva, grazie eh).
Cose che invece non mi sono piaciute penniente: indubbiamente l’insopportabile Miranda July ha superato se stessa nell’orribile The Future; Blue Valentine, Never Let Me Go e Norwegian Wood vincono il Premio Noya; il Premio Ciofeca è tutto per 360; Anonymous, Premio Baraccone; Super 8, Premio Delusione E Sono Anche Andata Apposta Al Cinema A Washington Per Vederlo, Dannazione. Menzione speciale Premio L’Orrore L’Orrore: The Beaver, ovvero Mel Gibson e un pupazzo a forma di castoro, cose che vorrei rimuovere dalla memoria.
Però a conti fatti e profezie Maya permettendo, se per caso il 2012 al cinema dovesse essere come il 2011, ben venga.
Non un’altra recensione di Drive.
Pubblicato: ottobre 7, 2011 Archiviato in: cinematic | Tags: cinema, drive, jim jarmusch, Nicolas Winding Refn, non un'altra recensione, ryan gosling 18 Commenti »No, davvero, non è un’altra recensione di Drive, solo un altro post su Drive, solo un altro flusso di conscienza sul film che pare piacere a tutti. Per annoiarvi meno cliccate qua sotto prima della lettura, ci sta A Real Hero dei College feat. Electric Youth, la canzone più bella del film.
Drive m’è sembrato un film di Jarmusch.
Drive m’è sembrato un film di Jarmusch girato sotto acido.
Una famosa massima di Jarmusch dice l’autenticità è inestimabile, l’originalità è inesistente. Significa che far cose nuove non si può più ma cose uniche sì. Affermazione discutibile, vero, ma che racchiude un’indubbia verità.
Autentico significa d’autore certo, d’autore certo significa che nessun altro avrebbe potuto farlo.
Fare film d’autore significa fare film autentici.
Drive è un autentico film d’autore.
Una roba che hanno già detto tutti è che Drive l’avrebbe potuto girare solo Refn e chiunque altro avrebbe solo fatto un gran pasticcio.
Justin Lin, troppe macchine.
Tarantino, troppe parole.
Bay, troppo rumore.
Cronenberg, troppo sesso.
Jarmusch, poco acido.
Refn tra le altre cose è daltonico. I colori che vedete sono tutti suoi, ma non sono i suoi. Chissà come cazzo li vede i suoi film. Chissà se è conscio di cosa vogliano dire titoli di testa rosa shock. Sicuramente sa che vogliono dire pop.
Drive è il film più pop e meno popolare che avete mai visto o che mai vedrete.
E’ quella canzone che piace a tutti ma non dovrebbe piacere a nessuno.
Drive è un film lento, tutto colorato, con un protagonista che parla poco che si innamora di una che parla poco e il corteggiamento è tutto un guardarsi negli occhi in piani sequenza appoggiati su lenti respiri e petti che si gonfiano.
Lui dice dovremmo vederci nel weekend.
Lei non dice niente e inizia a respirare più profondamente.
Drive è tutto lì, nei respiri.
In Drive i respiri si prendono tutto il tempo che vogliono.
Le parole si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gosling si prende tutto il tempo che vuole.
Drive è girato in funzione della percezione di Gosling, del suo personaggio che tutti chiamano Driver e che nessuno dovrebbe chiamare Driver.
Chiamatelo lui, Ryan, Scorpione, Eroe, chiamatelo Drive, senza la erre.
Drive è girato in funzione della percezione di Drive perchè ogni cambiamento avviene nella sua testa.
I rallenty, nella testa.
La musica, nella testa.
Il montaggio, nella testa.
In ascensore quando lui la bacia tutto rallenta e la luce cambia.
Nella sequenza più bella che avete visto quest’anno lui la bacia e un ascensore diventa un palcoscenico.
Quando dico che sembra un film girato sotto acido intendo questo, un livello percettivo enfatizzato ed autentico.
Nella sequenza cardine succede una roba che letteralmente capovolge la faccia di Gosling e così tutto il film.
Refn è un autore che ha fatto dell’eroe l’autore reale.
Gosling tra tutti è quello che si distingue perchè con particolarità autentiche.
Gosling è quello con la giacca con lo scorpione.
Nessuno ha una giacca come la sua.
Nessuno ha la giacca con lo scorpione.
Drive è una giacca con lo scorpione.
Una giacca con lo scorpione si innamora di una camicia a maniche lunghe rimboccate, ma è così che funziona.
Lo scorpione si innamora della rana e sappiamo tutti come va a finire.
Poi l’autore diventa attore.
In una sequenza emblematica l’autore sceglie di mettersi una maschera per definire il confine cui è andato incontro e diventare definitivamente attore in una vita che nel momento migliore e in un battito di palpebre ha preso una svolta mai voluta e inevitabile, o sempre evitata.
Quella maschera sul mare sembrava un cazzo di incubo.
In Drive i battiti di palpebre si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gli sguardi in Drive sono quello che contano, come i respiri.
Almeno quaranta minuti sono costruiti su questo e sono quaranta minuti che danno senso a qualsiasi cosa. All’ora successiva, alle visioni successive, al giorno dopo la sera al cinema.
Uno sguardo e la scena dopo ha tutto un altro spessore.
Un respiro e non hai bisogno di sentire la risposta.
E poi un battito di palpebre.
Il film finisce e tu se lì con il cuore in gola e gli occhi pieni e vedi lei due sedili più avanti che respira nel tuo stesso modo.
Di sapere il suo nome neanche ne hai bisogno.
Per scrivere sta cosa devo averci messo una ventina di A Real Hero.
Per scrivere sta cosa mi son preso tutto il tempo che ho voluto.
Senna
Pubblicato: giugno 8, 2011 Archiviato in: cinematic | Tags: analogico, Asif Kapadia, automobilismo, Ayrton Senna, campioni, capolavori, cinema, digitale, documentario, F1, film, film enormi, film sportivi, Formula 1, gente che corre in macchina, gente molto figa, montaggio, nostalgia, nostalgia canaglia, piloti, robe belle, robe da piagne, Senna, sport, uomini, velocità, Zidane A 21st Century Portrait 14 Commenti »A un certo punto mi batteva così forte il cuore che pensavo che sarei dovuta uscire dal cinema. Il punto in cui il film sta per finire e lo sai come andrà la storia. Il punto in cui non c’è musica, non c’è nemmeno il rombo del motore. Il punto in cui la curva sta lì e lo aspetta.
Il film di Asif Kapadia (scenenggiato da Manish Pandey) racconta un copione che molti di noi conoscono bene: la vita di Ayrton Senna dai go-kart alla Formula 1, tre campionati del mondo, la rivalità con Prost, la santificazione in Brasile, fino alla fine a Imola, a venti minuti da casa mia. Diciamolo subito: 100% su Rotten Tomatoes e 8.5 su IMDB in questo caso sono criteri di valutazione assolutamente affidabili. Senna è un esempio magistrale di film sportivo, un modo potente di fare biografia al cinema, e un prodotto di archivio video-documentaristico di qualità altissima: ce n’è sia per cinefili che per connoisseurs della F1.
Ma soprattutto ce n’è per chi non ne sa quasi niente: anche senza ricordare Ayrton Senna, anche senza interessarsi alla F1, Senna mette a fuoco una serie di comportamenti umani e conflitti professionali talmente essenziali al personaggio che alla fine potrei anche dire che è semplicemente il ritratto più riuscito della storia. Come Zidane: A 21st Century Portrait è un ritratto in movimento, e al quale il movimento è essenziale. Non solo la velocità delle gare, ma anche la rapidità dell’animale maschio che le donne non le sciupa ma le travolge – si vede negli occhi della giornalista giapponese che non riesce a levarsi il sorriso a trentadue denti dalla faccia solo perché gli sta vicino; lui sghignazza e la investe con un bacio, e poi un altro, e poi un altro; lei per poco non ci resta secca. Diciamolo come vogliamo, era un figo, Senna.
Non sorprendiamoci quindi se Senna diventerà un testo sacro nelle scuole di cinema: è un capolavoro del montaggio e della capacità di sceneggiare una narrativa lineare e coerente organizzando materiale pre-esistente – perché non c’è un’immagine né un parola del film che siano state girate o registrate apposta. E le immagini di repertorio sono quelle della Formula 1 che guardavo da bambina: un formato televisivo a bassissima definizione, dove una macchina in sorpasso è una costellazione di punti colorati impossibili da fermare, e la moviola riempie il monitor di righe bianche e nere, tempeste di neve in un globo di vetro. E’ un film digitale composto di materiale interamente analogico, giusto per ribadire il concetto che la nostalgia è la colonna portante del cinema.
La nostalgia è anche una grossa parte di quello che Senna significa per me, un esercizio di memoria, un viaggio del tempo. Quello che mi ricordo io di quel giorno terribile è il caldo di inizio Maggio a Bologna, il sole negli occhi mentre io e mio fratello cercavamo di individuare l’elicottero che portava Senna all’ospedale Maggiore, il suono tremendo delle pale nel cielo, il rumore invadente del motore che interruppe il pranzo a casa di mia nonna.
Pochi giorni dopo, all’ora d’oro di un pomeriggio polveroso, andai con un paio di compagni di scuola all’Istituto di Medicina Legale di Bologna per salutare Senna per l’ultima volta. C’erano centinaia di persone a riempire via Irnerio, bandiere brasiliane e italiane, fiori, lacrime e anche musica. I fotografi erano totalmente impreparati – nel 1994, prima della morte di Lady Diana, non credo che si aspettassero di trovare tanta gente che con la Formula 1 aveva poco a che fare, che voleva solo esternare una tristezza collettiva, disumana, immensa. Uno scroscio di applausi, una doccia freddissima, un brivido giù per la schiena. Poi sui motorini abbiamo seguito il corteo funebre fino all’aeroporto, fino a dove fu possibile. All’aeroporto erano stati avvisati delle folle in arrivo e c’erano un sacco di vigili urbani. Ci fecero la multa perché eravamo in due su un F10. Io dissi: “mi scusi signor vigile, ma lei proprio non può capire.” Avrei preferito una multa per eccesso di velocità, sarebbe stata più appropriata.
Non so come mai la morte di Senna mi colpì tanto. Seguivo la Formula 1 quanto la può seguire una bambina che fa come le dice papà, e papà tifava Ferrari. Le McLaren di Senna e Prost erano il nemico; al limite si simpatizzava per Piquet perché era un signore, ma bisognava tifare per Alboreto, Berger e Mansell perché viva la scuderia italiana.
Ma prima che si abbassassero le luci in sala avrei giurato di conoscerla o di almeno di ricordarla davvero bene questa storia: Senna irresponsabile, Senna sfacciato, Senna sprezzante del pericolo, Senna vendicativo. Il mio scrittore preferito lo dice che sempre che non ci si deve fidare della memoria, che “la memoria è un mostro,” e infatti ecco la sorpresa: nel film ho rivisto non solo uno che era totalmente devoto all’adrenalina, alla velocità e alla vittoria a costo di qualsiasi cosa, ma uno che vedeva la purezza della competizione, in un mondo in cui sta tutto in un gioco falsato dalla politica, dai soldi e dalla tecnologia. Uno di quegli eroi tragici guidati da un segno divino, da un destino contemporaneamente crudele e perfetto, al quale credono e si affidano.
Dopo il 1994 la Formula 1 non è più stata la stessa cosa, e io mi sono stufata di gare lunghissime senza sorpassi, senza rischio, senza Senna. Senna correva in un periodo in cui il pilota faceva ancora la differenza – e le immagini degli ultimi giri a Interlagos nel 1991, la sua prima vittoria in casa, lo dimostrano. Col box del cambio rotto, Senna finì la gara in sesta senza stallare, controllando con le braccia e i piedi la bestia di metallo inferocita che sembrava non volersi fermare mai, figurati rallentare per imboccare le curve. Quando taglia il traguardo per l’ultima volta, Asif Kapadia stacca il suono e ti mette dritto nella macchina con Ayrton: senti le sue urla incredule, urla come un matto, e poi, esausto dall’impresa, si ferma e sviene.
Il punto in cui ho iniziato a piangere è la scena che segue, quando Ayrton si riprende e viene portato al podio per festeggiare le vittoria. Ha degli spasmi muscolari fortissimi e le spalle così contratte che non riesce a muoversi; è in preda al dolore, cerca di non esagerare, ma ringhia “don’t touch me” a chiunque gli si avvicini. Chiama suo padre, gli fa, “vieni qui, toccami molto gentilmente.” Il padre abbraccia il suo bambino, lo accarezza per non fargli male, gli dà un bacio sulla guancia. C’è tutt’una roba sull’essere uomini lì, in quel gesto, che mi fa invidiare i legami tra padri e figli; non lo capirò mai del tutto, ma è profondamente commovente. Più tardi rivedo quello stesso gesto, quando al funerale il padre appoggia una mano delicata sulla bandiera verde-giallo-blu che avvolge la cassa del figlio. Nel quarto d’ora a piedi dal cinema a casa continua battermi fortissimo il cuore.
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Senna è uscito da poco nei cinema inglesi, ma è già acquistabile in DVD e blu-ray con sottotitoli italiani. (Occhio: la versione blu-ray ha un sacco di contenuti aggiuntivi e dura 2h 40′ – quella che ho visto io e di cui parlo qui è la versione per thatrical release che dura 106′.) Su Little White Lies c’è una bella intervista al regista.
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Non c’entra niente, ma questo è il post numero 1400 di JunkiePop. Applausi a GiorgioP che ci ha portati qui – è un gran bel posto – e applausi a voi che leggete i nostri sproloqui – è davvero un piacere.
La piccola videoteca degli orrori #2
Pubblicato: ottobre 1, 2010 Archiviato in: cinematic | Tags: 30 days of night, adam green, ben ketai, buffy ammazzali tutti, chad ferrin, cinema, cinema scemo, citare x-factor a caso fa bello, darin scott, dark house, easter bunny kill kill, ethan maniquis, frozen, gareth edwards, i 400 calci, il miglior blog cinematografico italiano, io odio i vampiri cazzo, jeffrey combs, lost in translation, machete, michelle rodriguez, milf di tutto rispetto, monsters, nevruz, re-animator, robert de niro, robert rodriguez, steven seagal, teste di cazzo 1 Commento »Torna la rubrica con qualche cambiamento: i DVD non ci sono più, li potete trovare sul miglior blog cinematografico italiano, con tanto di uscite estere e film action. Rimangono i torrent usciti il mese passato che a sto giro sono scarsini, quindi ne metterò un paio bonus alla fine.
Via!
Torrent di Settembre
Frozen, Adam Green (2010)
Adam Green (Hatchet) è uno di quelli tipo Eli Roth che augurano la morte a chi scarica i loro film, ragion per cui traggo ancor più soddisfazione nel pubblicizzare il DVDRip del suo penultimo film, Frozen. Nonostante la testa di cazzo, il film è una bomba. Si divide in 20 minuti di presentazione personaggi (3, coppia e miglior amico di lui) che urlano EMPATIA e il resto di agonia perchè gli scemi restano bloccati su uno skilift, di notte, a tipo 10 metri di altezza, con un sacco di voglia di fare la pipì e nella completa solitudine perchè il complesso sciistico, o come si chiama, ha chiuso e non riaprirà prima di 6 giorni. Green riesce perfettamente a catturare la paura e lo spaesamento dei poveretti che improvvisamente si ritrovano scollegati da qualsiasi tecnologia, lasciati soli in un brutto mondo pieni di bestie feroci, anche grazie al fatto di aver girato tutto su una vera seggiovia inculata su per i monti. Gioca tanto con i rumori e suoni, tralascia la cacofonia casinara di Hatchet ed entra in sottili dettagli sonori che regalano, a mio avviso, una delle migliori sequenze degli ultimi anni. Nonostante vanti anche del punto più basso di sempre, la rivisatazione in chiave giovanile de la mamma e il bambino ossia la ragazza e il cagnolino, Frozen è il lavoro più fine, forse più riuscito, del regista e probabilmente anche l’ultimo. Bravo, testa di cazzo.
IMDb – Torrent
Dark House, Darin Scott (2009)
Vi piacciono le case stregate? Gli Horror Park? Le Spuuuuuuuuuuuuky House? Bene. E Re-Animator, v’è piaciuto? Bride of Re-Animator? Beyond Re-Animator? Lo sapete che esce House of Re-Animator? Benissimo! Questo film è troppo vostro, infatti potrete vedere un meraviglioso Jeffrey Combs interpretare il creatore delle migliori attrazioni orrorifiche d’america! Per il suo capolavoro ha scelto una casa stregata per davvero, ma lui non lo sa, dove quattordici anni prima vennerro massacrati un sacco di bambini, questo lo sa, e ha scelto una manciata d’attori per interpretare i padroni di casa, solo che tra di loro c’è una che il massacro lo ha visto per davvero ed un po’ c’è rimasta. Godetevi questo, le sequenze splatter, i bei mostriciattoli e la miglior vecchia pazza timorata da dio dell’anno perchè poi la trama si accartoccia su stessa e si risolve un una roba seriamente incomprensibile, tipo che quelle di Lynch a confronto sono coerenti e lineari. Mi piacerebbe citare il regista, dire che il suo percorso mi ricorda quello della Tatangelo e che il suo immaginario sembra Nevruz, ma non so chi cazzo sia.
IMDb – Torrent
Easter Bunny, Kill! Kill! , Chad Ferrin (2006)
Un pazzo redneck razzista, ladro e assassino, una milf di tutto rispetto che pare uscita da Foxy Brown, il figlio ritardato, un pedofilo pervertito, messicani, barboni, prostitute, droga e quantaltro più un killer con maschera da coniglio = splatter e risate senza soluzione di continuità. Spessore artistico pari al niente, ma c’è da divertirsi.
IMDb – Rlslog (non esistendo il torrent, andate al link diretto in questa pagina)
30 Days of Night: Dark Days, Ben Ketai (2010)
Lo metto solo perchè magari qualche lettore è un fan del primo capitolo e non vede l’ora di vederne il seguito, io non l’ho visto e neanche ne ho voglia: un anno dopo i fatti del primo episodio la protagonista racconta tutto a tutti ma nessuno le crede, allora torna al villaggio impestato portandosi dietro un po’ di gente (che immagino finirà a uso alimentare). Praticamente la stessa cosa che accade in The Descent Part 2. Il primo di buono ha solo il regista parecchio bravo, David Slade, quello di Hard Candy, quello che abbiamo ufficialmente perso. Per il resto è parecchio fuffa (ovviamente è un’opinione), e ci sono i vampiri, e io ODIO i vampiri cazzo. Mi cascano le palle quando vedo i vampiri, per questo mi piace un sacco Buffy, almeno lì prendono sonanti calci in bocca.
IMDb – Torrent
E ora, regali! Per niente horror ma belli lo stesso.
Monsters, Gareth Edwards (2010)
Una delle prime recensioni definiva questo film come Lost In Translation ma con gli alieni giganti ed aveva assolutamente ragione, alcuni aspetti e situazioni sono infatti pericolosamente uguali. Nonostante questo il film è un gioiellino, una storia di convivenza tra due sconosciuti (Andrew e Samantha) costretti ad attraversare a piedi la zona più pericolosa della terra, una parte del Messico fotografato in maniera sublime, poichè infestata da dei mostri enormi e poco socievoli. E tutto gira intorno a loro due, alle loro personalità e al loro rapporto mentre sullo sfondo dei versi mostruosi gli ricordano in che razza di situazione di merda si sono infilati. Forse ci sarebbero altre cose da dire, ma questo è un genere di racconto che non ha bisogno di tante parole (e poi è una rubrica su cose horror e sanguinolente, mica posso fare lo smielato).
IMDb – Torrent
Machete, Robert Rodriguez e Ethan Maniquis (2010)
Puro B-Movie, montaggio raffazzonato ma preciso, dialoghi sopra le righe e sangue a barili ( forse con un po’ CG di troppo). Machete è tutto quello che ci si aspettava, affilatissimo, scorretto ed esagerato, non si prende sul serio neanche un minuto e prenderlo sul serio sarebbe un delitto. Paradossalmente trova anche il tempo di denunciare la situazione messicana meglio e con più efficacia di altri film venduti come impegnati. Una rosa di attori che, apparte l’eccezione Jessica Alba, è nel ruolo più di quando ci si aspetterebbe da un film dove tutto, anche i personaggi, è scritto per esplodere. De Niro in cima, perfetto nel ruolo di senatore repubblicano, forse alla sua miglior interpretazione degli ultimi anni, ma anche l’imbolsito Seagal, con accento ispanico, e la Rodriguez, rivoluzionaria il cui nome di battaglia da Che diventa She, sono belli e migliori del solito. Semplice meraviglia e cinema scemo, ma Cinema.
IMDb – Torrent
Appuntamento al primo Novembre con tanti nuovi aborti.

Sponsorizzato da Nevruz e "sto cazzo"
Dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler)
Pubblicato: luglio 26, 2010 Archiviato in: cinematic | Tags: Alfred Hitchcock, Christohper Eccleston, Christopher Nolan, cinema, David Lynch, film, Freud, imax, Inception, Insitute Benjamenta or This Dream People Call Human Life, Interpretazione dei Sogni, James Frain, Jean Baudrillard, Kurosawa Akira, Leonardo di Caprio, Macbeth, Marion Cotillard, mindfuck, Orson Welles, Othello, Otto e Mezzo, psicanalisi, Shakespeare, Shutter Island, Slavoj Žižek, sogni, teoria del cinema, the brothers Quay, The Matrix, The Tempest, There Will Be Blood, Un Chien Andalou 7 Commenti »Insomma, martedì scorso ho visto Inception al cinema IMAX guadagnandomi l’odio del mio adorato figlio-vampiro Tob Waylan, ma spero che non mi lancerete le pietre se per caso quello che vado a raccontarvi non vi piace. Lo so che sono fortunata a vivere in una città con lo schermo IMAX più grande d’Europa in cui ho visto The Dark Knight e Watchmen, e a quel cinema sono affezionata anche se puzza di popcorn, di teenagers mal deodorati e di lezione di Computer Science. Ve lo dico perché il realismo è importante. E comunque ricordatevi che in questo paese non c’è il bidet e a volte mettono la moquette nei bagni, e vedrete come passa in fretta l’invidia. Ma veniamo al sodo. Ecco dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler).
1) Inception è un gran bel film ma non è il film migliore/più bello/più geniale che abbia mai visto. Io non sono una che c’è solo il cinema classico, per carità, quando ho visto There Will Be Blood l’ho capito e l’ho detto subito che quello era il film più importante e sconvolgente degli ultimi vent’anni; ai posteri l’ardua sentenza.
2) Sempre per la rubrica “Cassandra al Cinema,” scrivo qui che secondo me Inception non cambierà il modo di fare cinema nel ventunesimo secolo. Ci ha già pensato The Matrix. Ma Matrix l’aveva già pensato Jean Baudrillard, quello di Simulacres et Simulation. E anche Kant e Hegel se proprio vogliamo, eh. In effetti anche Platone, l’inventore della proiezione. (Avete presente il mito della caverna, no? Non sta forse parlando del cinema?) Il contributo di Christopher Nolan (tanto ammòre) alla rivoluzione del cinema è iniziato altrove, e Inception non fa altro che seguirne il film logico. Ma d’altronde io penso che neanche Vaffatar in realtà porterà a una rivoluzione in senso lato, particolarmente se si parla di una rivoluzione stilistica o tecnica; una rivoluzione economica probabilmente sì, nel senso che mettere la sbarra per il limbo dei produttori così in alto significa che d’ora in poi si dovranno spendere sempre più soldi per realizzare un film affinché si possa guadagnare sempre di più – molto spesso inutilmente e solo per sopperire a una sempre più paurosa mancanza non di originalità ma di autenticità dei contenuti. Stamattina su twitter Roger Ebert citava Stephanie Zacharek: “We’ve entered an era in which movies can no longer be great, only awesome.” Inception è molto awesome, ma per me non è necessariamente un bene.
3) La domanda che fa Inception è profondamente interessante: “è possibile manipolare ciò che non è conscio”? Quello che Inception non si chiede, e che è per me un po’ il fallimento dell’operazione è: “a che pro manipolare l’inconscio”? I pubblicitari lo fanno in continuazione, i registi pure. Lo fanno per farci desiderare cose, luoghi e persone che non dovremmo, perché il genere umano è profondamente limitato dalla presenza ostruttiva del corpo e della realtà concreta e dai costrutti sociali che si mettono tra noi e le nostre fantasie, e le idee e i sogni sono tutto quello che abbiamo per trascendere questi limiti. Sono anche l’unica cosa che ci mantiene savi, la valvola di sfogo che ci permette di amare chi non possiamo, di odiare apertamente e totalmente chi ci fa del male, di difenderci dagli attacchi e di soddisfare noi stessi senza arrivare all’autodistruzione effettiva. Questo Nolan lo sa e qui si ferma, non va oltre, non ci prova neanche ad affrontare il vero paradosso morale della possibilità di infiltrare i sogni e le idee altrui.
4) Ci sarebbe una serie di cose che ho imparato studiando teoria del cinema e psicoanalisi: Freud, Jung, Lacan, Deleuze, Žižek, e Baudrillard è sempre lui (dai, su, concedetemi la citazione adesso che persino Ligabue è stato ampiamente sdoganato su queste pagine), ma non voglio stare qui a farvi l’Interpretazione dei Sogni for Dummies. Per questo vi avevo già parlato di The Pervert’s Guide to Cinema, che la spiega la fa molto meglio di me. Nel film questa roba appare così chiaramente che sembra che sia stato sceneggiato con a fianco il Bignami di teoria psicanalitica. Con un’infarinatura generale di questi concetti e una conoscenza base di Lynch e Hitchcock, Inception non è un film difficile da seguire né un rompicapo come The Prestige. Peccato, a me i rompicapi piacciono da impazzire, e sono felicissima di accettare la possibilità che non si risolvano. In Inception c’è una spiega ogni tre minuti, per essere sicuri che stiano tutti seguendo. Almeno non c’è lo spiegone finale tipo Shutter Island, e meno male.
5) Sono profondamente convinta che ogni volta che sogniamo giriamo nella nostra mente dei film anche più spettacolari di Inception. Purtroppo non abbiamo i mezzi tecnici per ricreare questi sogni in modo da condividerli con altri. E sarebbe bellissimo se si potesse, non credete? Per esempio io ci sono un paio di persone che porterei nei miei sogni di un giorno in cui mi sono innamorata e ho fatto una passeggiata in una foresta di bluebells come quella in cui si addormenta e sogna Leonard Bast in Howards End. Il profumo era talmente intenso che si sentiva persino nel sogno. Non ho mai sognato città che si ripiegano su se stesse, né inseguimenti alla James Bond in paesaggi innevati, ma ho sognato Ottavia la città invisibile di Calvino, quella sospesa su una ragnatela. Dopo anni di studio del cinema post-9/11 ho sognato di cadere da grattacieli in fiamme; ho sognato che Christopher Eccleston mi portava a fare un giro in moto dopo aver scambiato due parole con lui; ho sognato uno solo dei miei ex, ma ripetutamente, in film che passavano dal porno alla tragedia, dallo slasher alla commedia romantica; ho sognato assassini che mi inseguono in corridoi di vetro con coltelli affilatissimi; colori e numeri; bestie e mostri inesistenti assemblati con pezzi di altri animali – anche il coyote dei Simpson con la voce di Johnny Cash; ho sognato di essere Gregor Samsa e ritrovarmi tramutata in un orribile serpente, io che sono così ofidiofobica che figuratevi; ho sognato di cadere dal ponte della ferrovia tra Porto e Vila Nova de Gaia, di mangiare quintali di gelati variopinti e gustosi, e di tenere la mano a Bruce Springsteen. Un film meglio dell’altro.
6) Nel romanzo I Mari del Sud di Manuel Vázquez Montalbán, il detective Pepe Carvalho si chiedeva : “Come ameremmo se non avessimo imparato dai libri come si ama? Come soffriremmo? Senza dubbio soffriremmo meno.” Quando i personaggi di Inception sognano, i loro sogni non sono altro che film di diversi generi, cosa che mi fa pensare che il virtuosismo cinematografico di Nolan si traduca in una domanda simile a quella di Montalban: come sogneremmo se non avessimo imparato dai film come si sogna? Un compendio di grandi film sui sogni: Un Cane Andaluso di Luis Buñuel, Sogni di Kurosawa Akira, Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life dei fratelli Quay, Blue Velvet di David Lynch, Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Max Reinhardt, Otto e Mezzo di Federico Fellini. Ce ne sono pure altri, eh, ma a me piacciono soprattutto questi. Hanno in commune l’avere un budget molto più ridotto di quello di Inception e molte meno sparatorie e inseguimenti, ma di essere molto più simili ai sogni che faccio io. Per questo mi sembrano molto più riusciti come esperimenti che traducono un mondo interiore inconscio e misterioso davvero. (Quello dei fratelli Quay ci scommetto che non l’avete visto – fatelo al più presto adesso che è anche uscito in dvd e blu-ray non avete scuse.)
7) Ma non è sbagliata una domanda del genere? Perché sogniamo tutti da sempre, da prima della pittura rupestre, dell’invenzione della prospettiva, della rivoluzione industriale, della lanterna magica e del dagherrotipo, della camera oscura e del cinema, dell’odorama e del 3-D. La love story tra il cinema e i sogni è piena di esempi e di vie infinite – il cinema come metafora del processo onirico, i sogni come proiezioni rivedute e corrette delle visioni e delle esperienze quotidiane, allargate o rimpicciolite a seconda del caso come un primo piano o un campo lunghissimo. C’è chi sogna a colori e chi in bianco e nero, chi sogna immagini e chi scene, chi ha la colonna sonora e chi gli effetti speciali, chi usa il jump cut e chi i movimenti di macchina più fluidi. E allora, è l’arte che viene dai sogni o i sogni che vengono dall’arte? Se sognare è come andare al cinema sogniamo perchè andiamo al cinema o andiamo al cinema perchè sogniamo?
8) Senza scomodare Marzullo la cosa della vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio l’aveva già detta Pedro Calderón de la Barca, uno che sognava nel Siglo de Oro Spagnolo. Più o meno in quel periodo sognava in Inghilterra William Shakespeare. Siccome mi risulta impossibile parlare di Inception senza fare spoiler – e credo veramente che il film abbia un suo imaptto solo se lo si vede senza saperne nulla – adesso vi parlerò di varie idee di sogni e del sonno in Shakespeare. Quando poi avete visto il film ne riparliamo. Shakespeare viveva in un mondo in cui la psicanalisi non esisteva ma i sogni erano reputati potenti, pericolosi, profetici. Non è un caso che tutti i personaggi di Shakespeare più introspettivi abbiano dei grossi problemi col sonno: Amleto dice che potrebbe ritrovarsi imprigionato dentro un guscio di noce e considerarsi il re di uno spazio infito se solo non facesse brutti sogni, e che il problema non è essere o non essere ma dormire e forse sognare; Riccardo III è perseguitato nei sogni da quelli che ha ucciso, e le maledizioni che gli lanciano poi si avverano nella battaglia finale; Enrico V non dorme la notte prima della battaglia perché la corona che ha ereditato con l’usurpazione di suo padre gli dà il cerchio alla testa (sic). E poi Macbeth. La storia la sapete, no: tre streghe dicono a Macbeth che diventerà Barone di Cawdor e poi Re di Scozia. Lui dice sticazzi, e invece il Barone di Cawdor viene giustiziato per tradimento e il suo titolo passa a Macbeth. E qui ti voglio, scatta l’idea, “l’idea che lo possederà e lo distruggerà”: voglio diventare Re. Dice aspetto, ma no, ma che aspetto, voglio diventare Re adesso perché fare il Re è er mejo, ma non si può, il Re sta benissimo non c’è neanche da sperare in un coccolone improvviso, che palle. La moglie gli dice dai su, ammazziamo il Re così io divento First Lady di Scozia e sai che figata. Lui dice no, lei dice non c’hai le palle, lui dice così non vale, ok, si fa. E mentre accoltella nel sonno il Re di Scozia in una notte buia e tempestosa, Macbeth sente un grido:
MACBETH
Methought I heard a voice cry ‘Sleep no more!
Macbeth does murder sleep’, the innocent sleep,
Sleep that knits up the ravell’d sleeve of care,
The death of each day’s life, sore labour’s bath,
Balm of hurt minds, great nature’s second course,
Chief nourisher in life’s feast-LADY MACBETH
What do you mean?MACBETH
Still it cried ‘Sleep no more!’ to all the house:
‘Glamis hath murder’d sleep, and therefore Cawdor
Shall sleep no more; Macbeth shall sleep no more.’
E’ un’allucinazione uditiva, è la maledizione di Caino, dell’assassino che trapassa la sottile linea rossa che divide l’umanità: da una parte l’uomo, il corso naturale della vita, il giorno e la notte e il sonno a dividerli; dall’altra il criminale, la perversione della natura, la distruzione delle differenze tra il sonno e la veglia, l’eclissi totale del bene. Uccidendo il Re Macbeth condanna sé stesso e sua moglie ad un incubo continuo di insonnia e di colpa. La moglie si suicida in preda alle allucinazioni, e quel poco che resta di umano in Macbeth viene fatto a pezzi dagli altri, quelli che dormono il sonno dei giusti, quelli che dagli incubi si svegliano.
(Il Macbeth di Orson Welles è il mio preferito, ma vi consiglio sopratutto quello di Polanski che l’incubo lo gestisce molto bene – è il primo film che ha diretto dopo che la Manson Family massacrò sua moglie Sharon Tate, e il trauma si vede tutto – oppure Il Trono di Sangue di Kurosawa se siete ben disposti verso il cinema Orientale. Se invece avete finalmente scoperto chi è James Frain da True Blood, qui c’è per intero Macbeth on the Estate, che è un progetto della BBC interessantissimo di cui vi posso raccontare cose in altre sedi. Nel frattempo mi ripulisco la bavetta, sai com’è quando dici James Frain…)
9) Ma tornando a noi, un’altra domanda che sta al centro di Macbeth è la missione stessa di Inception: si può piantare il seme di un’idea nella mente di una persona senza che ci sia a priori un terreno fertile? Sono le streghe (o sua moglie) a convincere Macbeth che deve uccidere il Re? O è lui stesso a nascondere questo desiderio da qualche parte nel suo inconscio, e poi a realizzarlo una volta che viene violentemente esposto? E’ la stessa cosa in Othello: è Iago a convincere Othello che Desdemona si tromba Cassio a sua insaputa, o è Othello fin dall’inizio a non fidarsi e a lasciarsi convincere? (Anche Iago lancia una maledizione a Othello dicendogli che né l’oppio né la mandragora potranno aiutarlo a dormire, ora che il mostro dagli occhi verdi della gelosia ha preso possesso dei suoi occhi, facendogli vedere quello che non c’è, sognare quello che teme.) Ciò che è nascosto nel profondo della mente è sempre e comunque più forte di qualsiasi input esterno. Oppure no, è vero il contrario. Shakespeare mise in bocca a uno dei suoi personaggi più potenti e manipolatori le splendide parole
We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.
Prospero, come Oberon, è un mago potente che lavora attraverso la manipolazione della visione e del sonno. Non ci vuole un set rotante montato su un marchingegno idraulico per far credere a Bottom (o al pubblico) che gli è cresciuta una testa d’asino, o a Ferdinand che suo padre sia annegato. Allora indipendentemente dal suolo fertile o meno, basta che la storia sia abbastanza convincente e il seme è piantato, l’immaginazione la disseta, la pianta cresce. Voi vedetelo Inception, poi mi dite quale delle due opzioni preferite.
10) Quando l’avrete visto converrete anche con me che Marion Cotillard è una gran gnocca, ma non venitemi a dire che sa recitare. Tutto qui.
Guida al cinema per pervertiti
Pubblicato: maggio 7, 2010 Archiviato in: cinematic | Tags: Bergman, Christoph Waltz, cinema, critical theory, film theory, filosofia, Freud, Guida al cinema per pervertiti, Hitchcock, Joseph Fiennes, Jung, Lacan, Lynch, Marx, Ralph Fiennes, Scopone Scientifico, Slavoj Žižek, Sophie Fiennes, teoria del cinema, The Pervert's Guide to Cinema, video essay 6 Commenti »A-ha, sporcaccioni! Vi ho beccati a cercare zozzerie sull’internet, eh? Mi dispiace deludervi ma questo post contiene poche tette.
Contiene invece un intellettuale Slavo, che risponde al nome di Slavoj Žižek e si pronuncia ‘Slavoy Sgisgeck’ – è facilissimo se provate a leggere con l’accento Bolognese. (Tutti insieme al 3: 1-2-3- Žižek! Sòrbole, mo che brèv voialtri.) Nato a Ljubljana, di professione filosofo psicanalista e teorista critico, stabilitosi a Londra e poi un po’ dovunque, dal momento che si tratta di una superstar del mondo accademico con il dono dell’ubiquità, Žižek lo trovate spesso sulle pagine di Internazionale e della London Review of Books, o su giornali specializzati tipo Lacan e Marxist (nel senso di Karl, non di Groucho). I suoi libri sono pubblicati da Verso (casa editrice che traduce in Ingelse anche Baudrillard, Rancière, Agamben, quella gente lì), e sono in buona parte tradotti in Italiano (qui ne hanno parecchi).
Contiene anche una documentarista Inglese, che risponde al nome di Sophie Fiennes, e si pronuncia ‘Fains’ come il clan Fiennes – che oltre a quello stragnocco con la faccia da pervertito Ralph (che si pronuncia ‘Reif’, nel caso non vi abbia ancora mangiato la faccia perché una volta a cena avete fatto l’errore che fanno tutti gli Americani di pensare che le parole si scrivano come si leggono – loro scrivono ‘thru’ ma qui si dice ‘through’; ‘color’, ‘colour’; ‘potéto, potàto, let’s call the whole thing off’) e di suo fratello Joseph (quello con lo sguardo tipico della mucca che vede passare il treno) conta anche il fotografo Mark, la regista Martha, il compositore Magnus, l’esploratore Ranulph, l’archeologo Michael e il guardiacaccia Jacob. (E anche James il Famoso Bastardo, decapitato dalla pazza folla nel 1450. E’ tutto vero, lo dice il Daily Mail.)
Insieme Slavoj Žižek e Sophie Fiennes hanno prodotto questo fantastico film chiamato The Pervert’s Guide to Cinema che più che un film è una specie di saggio cinematografico, ovvero quella cosa che è tanto trendy chiamare video-essay. Se il connubio vi sembra strano, sappiate che praticamente tutti i membri del clan Fiennes, che come tutte le famiglie di genii superdotati sono parecchio disturbati, sono stati in analisi a un certo punto della loro vita.
Per esempio io Ralph l’ho conosciuto a una cena di beneficienza per i poveri psichiatri Junghiani russi, in un momento in cui a teatro lui interpretava la parte di Carl Gustav Jung nella pièce teatrale The Talking Cure di Christopher Hampton. Che cosa ci facevo io a quella cena è meglio che non me lo chiediate.
[Parentesi di scarso interesse pubblico: David Cronenberg sta girando or ora la versione cinematografica di quel testo, con Michael Fassbender nei panni di Jung e Viggo Mortensen nel ruolo di Sigmund Freud, originariamente assegnato a Christoph Waltz, che poi ha deciso che di fare un film con Keira Knightley (che interpreta la prima paziente di Jung, nonchè una delle prime psichiatre donne nella storia, Sabina Spielrein) non ne voleva sapere e ha mollato. Uno direbbe daje torto: quella è talmente de legno che qui la chiamano 'Ikea Knightley' (“a purveyor of teakily flat-packed performances”)! E invece guarda un po' che ti combina il karma: Christoph Waltz sta girando un film con Robert Pattinson. Famoso interfaccia padella-brace 1.0. D'altronde se tu mi interpreti il successo come andare a vedere i Lakers in compagnia di David Beckham sono cazzi tuoi, dice il karma. (Di questo passo mi tiferà Inghilterra ai mondiali. Sigh.)]
Tornando alla Guida al Cinema per Pervertiti, la tesi parte del seguente presupposto:
The problem for us is not: are our desires satisfied or not? The problem is: how do we know what we desire? There is nothing spontaneous, nothing natural about human desire. Our desires are artificial. We have to be taught how to desire. Cinema is the ultimate pervert art: it doesn’t give you what you desire, it tells you how to desire.*
E via così, in poco più di un’ora e mezzo Žižek e Fiennes mettono su una gag dietro l’altra per spiegarvi come la teoria della psicanalisi si possa applicare a una serie di film presi come case-studies, o a vari generi cinematografici (horror e science-fiction in primis), per rivelare come attraverso il subtext le immagini cinematografiche conversino direttamente con l’inconscio. “Sembra una lezione di Scienza delle Comunicazioni”, vi sento commentare, e invece no, perchè a differenza del professore medio di Filosofia/Critical Theory, Žižek non è uno studioso con dei problemi di integrazione sociale e un autismo impellente. E’ più una specie di agitatore politico combinato con un direttore di circo, rinchiuso dentro il corpo di un Babbo Natale sporcaccione, con una voce che ogni volta che la sento mi viene in mente il famoso “barbarico yawp” di Walt Whitman.
E quindi si diverte lui e ci si diverte a guardarlo: c’è Žižek dentro Matrix, Žižek su una barchetta che rema verso l’isola de Gli Uccelli, Žižek davanti alle tende rosse di Mulholland Drive. I film includono i soliti noti: oltre a questa abbondanza di Lynch, Bergman e Hitchcock (che con Freud, Jung e Lacan un giorno si troveranno a fare i tornei di Scopone Scientifico in paradiso), ci sono i fratelli Marx (non Karl questa volta, ma Groucho, Harpo, Chico, Gummo, Zeppo), Solaris, Children of Men, The Parallax View, L’Esorcista, etc.
I sottotitoli sono utili (anche perché Žižek ha una zeppola che la dizione di Silvio Muccino al confronto veniva dall’Accademia della Crusca), però l’argomento è spiegato con una certa chiarezza. Punto per punto ed esempio dopo esempio, ecco che Žižek va a scoperchiare i vasi di Pandora del voyeurismo, della fantasia, della psicosi e della nevrosi. Ecco spiegati i taboo e il feticismo, le censure psicologiche e sociali, l’Id, l’Ego e il Superego, la “fase dello specchio”, l’inconscio collettivo, la fissazione paterna, il complesso di Edipo – e come il cinema manipola queste idee per andare a pungolare profondamente lo spettatore, che più è ignaro e più ne verrà toccato. Tutta roba un po’ astratta, che viene però riportata – con sottile ironia e grande perversione intellettuale – al livello concreto dei film che guardiamo tutti i giorni, e ne rivela il funzionamento e i motivi per cui ritorniamo ossessivamente su certi luoghi del delitto.
E questo è bene, perché al giorno d’oggi sento sempre più gente pensare al cinema come alla televisione, come a una specie di sottofondo dell’intrattenimento quotidiano, un oggetto innocuo che prende spazio nei momenti in cui si vuole staccare il cervello. Quello che Žižek va a dipingere è un grande cartellone pubblicitario con una scritta oscena a bomboletta spray, una foto patinata di bionda Hitchcockiana che guarda dritta in camera davanti a un uomo che fuma un sigaro, deturpata dalle lettere in giallo fosforescente a caratteri cubitali: il cervello non si spegne mai, non dategli da mangiare dopo mezzanotte.
Shoot like a man
Pubblicato: marzo 10, 2010 Archiviato in: cinematic | Tags: cinema, donne, James Cameron, K-19 The Widowmaker, Kathryn Bigelow, Oscar, Strange Days, The Hurt Locker 11 Commenti »Tre cose che avrete sentito dire in questi giorni:
Kathryn Bigelow è l’ex moglie di James Cameron.
Kathryn Bigelow è il regista più macho di Hollywood.
Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere un Oscar per la regia.

Sono sopravvisuta a un matrimonio con Barbablù
Niente panico: questo post (obiettivamente adulatorio e congratulatorio) su Kathryn Bigelow non vi tedierà ulteriormente ripetendo queste cose.
In primo luogo perché per me James Cameron è sempre stato una specie di Barbablù, un pazzo posseduto da varie manie distruttive, e se è vera la storia della crew di The Abyss che, dopo mesi di fatiche, soprusi dittatoriali, e incidenti sul set durante la lavorazione del film, alla festa per l’ultimo ciak preparò le magliette per tutti con scritto I survived a James Cameron movie, allora a Kathryn Bigelow (che con lui ha condiviso non solo il set ma anche il letto) dovrebbero fare un abitino di seta con la stessa frase ricamata in filo d’oro. James Cameron quindi lo lasciamo a raccogliere le Puffbacche nel suo bel mondo blu insieme alla sua (preoccupantemente magra) terza moglie. (Se poi volete ridere, qui Nanni Cobretti tira fuori gli scheletri dall’armadio di casa Cameron.)
Parliamo quindi di Kathryn Bigelow, che fa film da maschiacci e vince ambitissimi premi. Qui a casa mia abbiamo festeggiato alla grande per questa vittoria meritatissima, non tanto per un discorso di cromosomi XX, quote rosa, mimose dell’8 Marzo, liberté egalité, hey-sister-soul-sister, anche se questa è un po’ la vittoria di tutte noi bambine che preferivano giocare con Goldrake e i Lego piuttosto che con la Barbie. (Io e mio fratello facevamo un gioco bellissimo con le Barbie che mi regalava mio nonno: le attaccavamo al pavimento del corridoio col biadesivo e poi facevamo le gare con le macchinine telecomandate in giro per casa per vedere chi arrivava primo a investirle sul rettilineo. Fuck yeah.)
Ma parliamo di cinema. Posto che la regia è un lavoro di merda (fidatevi, parlo anche per esperienza), una Kathryn Bigelow che dice: “I suppose I like to think of myself as a film-maker, rather than a female film-maker” è un gran bel segno. Una volta dettosi che comunque la parità (non l’uguaglianza) tra i sessi si otterrà quando non si dovrà specificare il sesso/l’orientamento sessuale/la razza/la religione/il cereale da colazione preferito di autori/registi/cantanti/artisti per descriverne l’opera o celebrarne il successo, facciamo un paio di considerazioni.
Esistono due tipi di registi: quelli capaci e quelli incapaci. L’essere maschio o femmina nell’equazione non c’entra. Per esempio Jane Campion – tradizionalmente additata come regista femminista – è una regista capace quanto il maschilissimo Martin Scorsese. Dipende un po’ dai gusti personali se uno preferisce andare a vedere Lezioni di Piano o Quei Bravi Ragazzi, ma non venitemi a dire che Bright Star è un film palloso perché è diretto male, o che L’Età dell’Innocenza è uno Scorsese da femmine perché non si spara e nessuno dice ‘cazzo’. (Che poi a guardarci bene Lezioni di Piano e Quei Bravi Ragazzi hanno lo stesso tema e cioè lo studio della crescita di un individuo in gruppi sociali con regole rigide e complesse, quasi fossero lo stesso film.)
In entrambe le categorie (capaci e incapaci), è possibile individuare due tipologie operative:
la prima è quella dei registi che mettono tutto al servizio della realizzazione della loro visione (tipo Hitchcock, Herzog, Welles – tre dei miei registi preferiti – e anche Cameron. Ah, no, avevo detto che non ne parlavo, ok); la seconda è quella dei registi che giocano in squadra, e che per portare alla luce una storia si basano sulla collaborazione di un team fidato, selezionato e guidato a seconda del progetto (i fratelli Coen, Fellini, Spike Lee, persino Quentin Tarantino).
Aggiungiamo un’ovvia postilla che non sempre sono i registi capaci a vincere i premi: Alejandro González “Morte-del-Cinema” Iñárritu vince un sacco di premi ma io lo metterei alla gogna, mentre Michael Haneke, che ha fatto la regia più bella, austera e intelligente del mondo per Das weiße Band agli Oscar quest’anno non se l’è cagato nessuno – probabilmente perché avevano già premiato un Austriaco, se ne premiavano due quelli si montavano la testa e invadevano la Polonia. (Sopra, un’immagine di un premiato Austriaco – perchè è troppo figo.)
Kathryn Bigelow è quindi sì una donna, ma soprattutto è una regista capace, e una regista collaborativa. A prendere l’Oscar per Best Film per Hurt Locker c’erano sul palco sette persone: un produttore, uno scrittore/produttore/compagno della regista, la regista, quattro attori. Ma non solo. Kathryn Bigelow è una rarità, perché nel mezzo del panorama post-moderno del cinema di inizio secolo è un(/a/’) auteur nel senso classico: i suoi film hanno temi ricorrenti (l’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, e lo studio dei gender roles di uomini e donne d’azione) e uno stile inconfondibile (veloce ed esplosivo, pieno di suoni e di colori forti).
Kathryn Bigelow è anche una pittrice, un’artista concettuale, e una laureata in teoria e critica del cinema, preparata con tutti gli strumenti semiotici-costruttivisti-Lacaniani che piacciono tanto a noi Dottorini, perché ci permettono di gudagnarci la pagnotta scrivendo articoli dal titolo “Point Break come metafora del Capitalismo Reaganiano”, mentre la faccetta insipida di Keanu Reeves ci ricorda che alla fine è tutta una scusa per immaginarsi a fare i surfisti rapinatori nelle spiagge della Baja California, o un anche che è un bel regalo da parte del cinema poter rivedere Patrick Swayze biondo, bello, e di gentile aspetto, che va a incontrare la morte non in un letto di ospedale, ma tra le onde di un pomeriggio da leoni.
A Kathryn Bigelow sono anche tanto grata per aver dato a uno dei miei attori feticcio la possibilità di fare un ruolo diverso dal Nazista dagli occhi di ghiaccio/il paziente Inglese-Ungherese dal cuore di ghiaccio/il Russo dalla mente di ghiaccio/altre nazionalità assortite+organi in ghiaccio a scelta. Grazie, Kathryn Bigelow, per Lenny Nero, lo spacciatore di droghe virtuali di Strange Days. Grazie, Kathryn Bigelow, per Ralph Fiennes cyberpunk con i capelli lunghi, le basette sfilate e la barba incolta, per i pantaloni in pelle e il cappotto a tre quarti, per le camicie in seta a fantasia floreale e le deliranti cravatte, e per aver creduto che il nostro caro Rafie quando ha messo sul CV che era capace di fare l’accento Californiano fosse capace veramente. I miei quindici anni sono stati un momento meraviglioso.
Strange Days se non l’avete visto non sapete che vi perdete. E’ il film di science-fiction più umano che abbia mai visto, parla di mal d’amore e di dipendenza dalla memoria, di come a volte si viva in mezzo a milioni di persone completamente soli senza accorgersi degli altri, e del fatto che la tecnologia sta continuando a progredire ma gli esseri umani no. (Nanni Moretti se l’è presa a morte, ma per me non l’ha capito, e poi Strange Days ha sofferto brutalmente i danni del doppiaggio Italiano. Voi vedetelo coi sottotitoli.)
Se questo non vi basta vi posso indirizzare a una brillante analisi della sequenza di apertura del film – anche per darvi una dimostrazione delle qualità tecniche del cinema di Kathryn Bigelow: piani-sequenza come se piovesse, editing combinato di film e video, camera a spalla, eat your heart out Zack Snyder. Se ancora non siete convinti aggiungo un’Angela Bassett stracatagnocca che fa la personal bodyguard e pesta la gente, e anche una Juliette Lewis in gran forma che canta cover di P.J.Harvey con addosso ben poco (che poi se vogliamo dirla tutta forse Juliette Lewis aveva pensato al personaggio come a una Courtney Love del periodo migliore, ma per come sta messa ora sembra una cattiveria ricordarla com’era. Inserire qui la battuta “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!”*).
Altre cose di Kathryn Bigelow che vi potrebbero piacere: Near Dark è sempre un gran bel Western/Vampire movie mash-up ante-litteram, per la serie: con tutta sta new wave di vampiri all’acqua di rose fa solo bene rivisitare certe scene di crimini anni ’80. Blue Steel anche andrebbe recuperato: non me lo ricordo bene, ma è un bel poliziesco anche se un po’ datato, con una Jamie Lee Curtis vintage che spacca, altroché.
K-19: The Widowmaker per me è un film sottovalutato: c’è grande maestria nella rappresentazione realistica dell’eponimo sottomarino Sovietico, e una certa follia claustrofobica nell’uso della macchina da presa che ricorda un po’ James Cameron. Che più o meno moriranno tutti si sa già dall’inizio (d’altronde la combinazione Guerra Fredda +politiche del Soviet+sottomarino+armi nucleari ha raramente un lieto fine), e Harrison Ford e Liam Neeson hanno due accenti che più che da Minsk sembrano provenire con la Transiberiana direttamente dai peggiori bar de L’Havana, con coincidenza a Cork e circumnavigando Melbourne, ma il cast di supporto fa un lavoro meraviglioso – e non lo dico solo perché ci sono il piccolo Peter Saarsgard e anche un altro dei miei attori preferiti (ma tutte le sue battute sono state tagliate in montaggio, sigh). Bellissima la scena della partita di calcio sul ghiaccio, con i primi piani dell’equipaggio – una vera e propria band of brothers – che coglie in pieno lo spirito della storia e l’assurdità della morte inutile al servizio dell’ideologia.
Di The Hurt Locker potrei dire tanto. La cosa più importante è che è un gran bel film, piccolo, gestito alla perfezione, con un passo furioso e tesissimo. Non è, a differenza di tante cose che si leggono, un film sulla guerra in Iraq. Continuo a ripetere questa cosa come una specie di Cassandra autistica, ma se ci pensate in luce del discorso “Kathryn Bigelow è un(/a/’) auteur“, anche Hurt Locker è un film “sull’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, il ruolo dell’action man”, etc. (D’altronde è un film che offre la sua chiave di lettura nel prologo scritto in bianco su nero ‘war is a drug’.) Delle motivazioni politiche e storiche della guerra, del confronto con la popolazione Irachena e delle difficoltà degli invasi, e anche delle polemiche e dell’indignazione (più che sensate) a riguardo, The Hurt Locker non si cura, ma prende il punto di vista del soldato buttato in mezzo a questo macello, che in qualche modo deve farci i conti.
E se interpreto il film correttamente, nessuno ne esce indenne, e nessuno ne esce un eroe. Gli uomini di questo film sono tutti reduci e tutti malfunzionanti. Chi scrive che la guerra di Hurt Locker non è abbastanza realistica e che i dettagli sono scorretti non ha capito che non è necessariamente né il desiderio né il compito del cinema di fare da reporter delle ingiustizie. Chi scrive che Hurt Locker celebra il soldato semplice e l’artificiere guerrafondaio, l’imperialismo Americano, il testosterone e l’eroismo, secondo me ha visto metà del film che ho visto io; forse è uscito a comprare i popcorn durante la scena in cui tutte queste idee vengono sciolte da una doccia fredda, e fatte scivolare attraverso un’armatura da artificiere dentro una fogna ormai ripiena di sabbia, sangue, lacrime, e “vecchie bugie: dulce et decorum est pro patria mori“. Non lo dico io, lo diceva citando le odi di Orazio il poeta di guerra Wilfred Owen, morto in battaglia a venticinque anni nel Novembre del 1918, una settimana prima della fine della Grande Guerra – la fine di una guerra non arriva mai abbastanza presto. (Veniticinque anni è due anni di più dell’età media della squadra artificieri dell’esercito Inglese in Iraq.) Non è un caso che il titolo The Hurt Locker (che vuol dire letteralmente “armadietto del dolore”, ma è un’espressione che significa il ritrovarsi confinati in uno stato di sofferenza estrema, o feriti dopo un’esplosione), venga da un’altra poesia scritta da un soldato, che dice che “non c’è rimasto niente tranne il dolore.”
Quindi in sostanza per ricapitolare: Kathryn Bigelow non è solo la ex moglie di James Cameron, il regista più macho di Hollywood, o la prima donna a vincere un Oscar per la regia. Kathryn Bigelow è una professionista del cinema che fa dei film bellissimi, intensi, cazzuti, tecnicamente complessi ed eseguiti con destrezza; ricchi di idee e di temi interessanti; conditi con esplosioni, sparatorie, inseguimenti, musica, sottomarini, vampiri, spacciatori, soldati e surfisti. Se vince un premio grosso siamo tutti contenti, no?































