Top Concerti 2013 – ale-bu

Quando mi sono trovato a pensare alla classifica dei miei dischi preferiti del 2013, mi sono reso conto che praticamente gli unici dischi che ho comprato quest’anno li ho presi ai banchetti di concerti vari. Con l’eccezione di una copia di Rockmantico di Camerini che continua a saltare presa usata a 3 euro al Libraccio.

A questo punto forse era meglio raccogliere i concerti più belli piuttosto che mettere in ordine a casaccio i pochi dischi capitatimi tra le mani.

Tra l’altro, qualche tempo fa, uscendo da un concerto dei Radio Days durante il quale un amico si era lamentato ininterrottamente dall’inizio alla fine, Chiara mi ha fatto una domanda che mi ha lasciato un po’ spiazzato. “Ma perché tu e i tuoi amici andate a vedere e rivedere Nmila volte gli stessi gruppi” e (corollario A) “in particolare perché lo fate con dei gruppi che nemmeno vi piacciono?”.

Per un attimo ho cercato di mascherare l’imbarazzo e articolare una risposta plausibile, possibilmente priva della parola proibita di cinque lettere che inizia per SCEN e finisce per una vocale che taccio per evitare indizi troppo chiari.

La famosa risposta plausibile non l’ho trovata. Con gli anni è diventato semplicemente la normalità, complice il fatto di avere gli amici di sempre che condividono su per giù questo modo di vedere le cose. Nella stragrande maggioranza dei casi una volta arrivato là trovo qualcuno che conosco, spesso è direttamente il gruppo sul palco, si scambiano 4 chiacchiere e alla fine una birretta bevuta guardando qualcuno che suona è meglio della stessa birretta bevuta senza qualcuno che suona.

Per questo, tante piccole cose viste dal vivo durante l’anno scivolano via, alcune più piacevolmente altre meno, ma fanno parte delle serate normali, come pizza&birra, cinema&bounty o risiko&bestemmie.

Altre invece rientrano nei “concerti dell’anno”, quelli che torno a casa contento e tendo ad etichettare subito come “TOP 5 dei concerti di sempre”. Se dovessi dare retta a tutto quello che dico sull’onda dell’entusiasmo, le mie top 5 di qualsiasi cosa avrebbero almeno 750 posizioni.

In ogni caso, questi sono quelli che mi sono piaciuti di più.

[EDIT: ho dimenticato i Blur in Arena. Mannaggiaammè. Mi merito un sacco di brutti sogni con protagonista il cartone del latte umano.]

Il Buio e Caso | Dappertutto

Li ho visti talmente tante volte che sono il mio “concerto a puntate” del 2013. L’oceano quieto e La linea che sta al centro sono i miei dischi preferiti dell’anno e mi dispiace solo non essere riuscito a vederli in una situazione “di entusiasmo” che rendesse giustizia a quanto si meritano.

* per non fare torti a nessuno scelgo un pezzo de Il Buio che fa una cover di Caso.

Amanda Palmer & the GTO | Factory (Milano) | 9/11/2013

Tutta la differenza che c’è tra il “fare la Diva” e “l’essere una Diva”. E visto che l’hanno lasciata suonare solo due ore ha pensato bene di chiudere con un po’ di Ukulele nel parcheggio, alla faccia della sicurezza di quel posto orrendo che è il Factory e dei suoi “allontanatevi grazie che adesso c’è la discoteca”. Ovviamente io mi ero allontanato.

Masked Intruder, Sugus, Kepi, Nobunny etc etc | Rotterdam Riot | 20/4/2013

Il disco Masked Intruder è stato uno di quelli che ho ascoltato di più di tutto l’anno scorso. Perdere l’occasione di vederli dal vivo visto che erano in Europa mi spiaceva un po’. E poi dicevano che Rotterdam non fosse male. Loro sono una bomba. La gente impazzita. Il festival fighissimo. Rotterdam invece fa un po’ cagare, e non sono neanche riuscito a vedere il porto.

mintruder

Dinosaur Jr | Bloom (Mezzago) | 15/2/2013

Hanno suonato il 15. Sono rimasto semi-sordo fino al 17. Con un sorriso da ebete.

djr

The Sensibles Release Party | Lo-Fi (Milano) | 12/10/2013

Il disco dei Sensibles mi è piaciuto talmente tanto che ho fatto il cavernicolo nel loro video. E il release party è stato divertente. Tanto divertente.

Giuda | Lo-Fi (Milano) | 21/12/2013

Così tanta gente al Lo-Fi presa così tanto bene non l’avevo semplicemente mai vista. Loro sul palco sono uno spettacolo. Pure Pallotta è andato a vederli a New York.

giuda

Pixies | Alcatraz (Milano) | 4/11/2013

Ho aspettato che ci fosse Kim Shattuck per vederli la prima volta. Ora che non c’è più Kim Shattuck posso dire che sono a posto così. E a Milano hanno comunque fatto un concerto della madonna, senza una pausa, senza un attimo di calo.

pixies

The BellRays | Magnolia (Milano) | 31/7/2013

Ha più voce che capelli. E i capelli sono tantissimissimi.

bellrays

El Vez | Edonè (Bergamo) | 15/6/2013

Lui è “the Mexican Elvis”. Serve altro?

elvez

The Leeches | Arci Demos (Talamona) | 14/9/2013

I Leeches a due passi da Morbegno. E due dei miei migliori amici di sempre che si divertono un sacco e tornano a casa stringendo le magliette. Anche la Valtellina loves The Leeches.

leeches

The Dopamines + Mikey Erg | Blue Rose Saloon (Bresso) | 24/4/2013

Perché i concerti di Mikey Erg spesso finiscono così (prendo in prestito un video del Crossbone perché si capisca meglio quello che voglio dire).

Gamits | Blue Rose Saloon (Bresso) | 29/5/2013

A me continuano a piacere molto. Come direbbe il mio amico Aro, sono bravi e hanno i pezzi. Last of the Mullet su tutti.

gamits

Offlaga Disco Pax | Carroponte (Sesto Sg) | 14/7/2013

“Benvenuti nel 224esimo anno dell’era giacobina.”

odp

The Thermals | Bastione Alicorno (Padova) | 11/10/2013

Concerto un po’ sottotono. Suoni un po’ oltre il limite. Però il posto era bellone. E Kathy è sempre Kathy.

thermals

Adam Green | Carroponte (Sesto SG) | 30/5/2013

Sarebbe stato molto più in alto. Ha anche intonato “Mi ritorni in mente”. Poi ho scoperto del tour con Francesco Mandelli. E mi è scesa la poesia. E non gli metto neanche la fotina.

Tutte le foto le ho fatte io ai concerti. Perché sì, sono uno di quelli che il telefonino lo tira fuori e rompe il cazzo a quelli dietro per portarsi a casa un ricordo in più. Prima o poi imparo anche a farle decentemente.

We carry the fire

Arrivo a Milano in aereo il martedì sera per il giovedì, ché c’è Bruce Springsteen a San Siro. Incontro un gruppo di texani venuti apposta perché hanno sentito dire che “un concerto di Bruce in Italia è come andare alla messa del papa in Vaticano.” (Giuro, hanno detto così. Lo so che te l’ha messa così anche Mattia, ma lo vedi che non è una cosa che ci inventiamo noi questa della Chiesa di Springsteen?) Uno di loro ha settant’anni, è anche il suo compleanno. Quando parte The Promise lui sorride, ma le lacrime gli scorrono a fiotti sui baffoni bianchi, piange come un bambino. Ci sono anche un sacco di bambini che sanno le parole delle canzoni. C’è anche la mia amica V, che ha un sacco bisogno di segni grossi. V mi regge gli occhiali mentre anche io piango, piango, piango. E poi mi abbraccia e balliamo come due tarantolate con un gruppo di ragazzi sconosciuti, fino all’esaurimento totale delle energie fisiche. Usciamo dallo stadio e trovo Mattia, e Mattia è la persona che voglio più abbracciare al mondo in quel momento, perché Mattia sa esattamente come mi sento. La notte non si dorme tanta è l’adrenalina in circolo. Le mie prime parole quando mi alzo sono “ma lo sai che quello di ieri è stato il secondo concerto più lungo che Bruce abbia mai fatto?” V va a lavorare, e scopre che mentre eravamo al concerto le hanno scritto per offrirle il lavoro della vita, una cosa seria e grossa e bellissima.

Il venerdì mattina prendo un treno per Bologna che è pieno di tedeschi e austriaci che litigano con lo scarsissimo spazio per i bagagli, anche perché gli altri passeggeri hanno messo le loro borse alla cazzo di cane. Stanno intralciando il passaggio, e il cumenda che uè, io c’ho un bisness tripp, comincia a insultarli. Intervengo e spostiamo insieme un paio di cose per fare spazio. Ci sistemiamo nei posti assegnati, e tutti contemporaneamente tiriamo fuori iPhone iPad MacBook e cose varie, e tutti guardiamo le stesse foto. Le foto del concerto la sera prima. Ci avrei giurato che fossero Springsteeniani, avevano quella cosa negli occhi che riconosci subito, e che ti fa aiutare a vicenda. Mi chiedono di tradurre la recensione del concerto su repubblica.it, poi commentiamo che oddio ha fatto The Promise, oddio, si vede proprio che San Siro è qualcos’altro. Ma vediamo Firenze, vediamo Firenze.

A Firenze ci arrivo con mio fratello. Io con mio fratello parlo una lingua che in gran parte è basata su quello che non si dice. Io e mio fratello partiamo da Bologna alle 11 di sera del sabato per appoggiarci dalla mia amica D. Sull’A1 non c’è nessuno ed è bellissimo guidare a palla nel buio ascoltando Thunder Road Tenth Avenue Freeze-out Night Backstreets Born to Run She’s The One Meeting Across the River e Jungleland coi finestrini abbassati e un volume da denuncia. Non parliamo quasi per niente. Alle 2 andiamo a letto. Alle 4.30 suona la sveglia di mio fratello con Bobby Jean. Si sentono dei grugniti ma nessuno si sveglia. 5 minuti più tardi scatta la mia sveglia, che fa il suono di un telefono. Io urlo: “è per te. È Bruce.” Si svegliano tutti di soprassalto.

Arriviamo allo stadio alle 5.30, prendiamo i numeri, ci mettiamo in fila, prendiamo i braccialetti per il pit, torniamo a casa, facciamo colazione, prepariamo panini e pizze e bevande, torniamo allo stadio, entriamo allo stadio, comincia il concerto, è tutto liscio come l’olio. Poi il diluvio universale. Te l’ha già detto Giorgio com’è stata quella cosa; io non ho mai visto tanta gente così felice di stare sotto una doccia gelida. Bruce ci si butta sotto insieme a noi, perché la cosa più importante che ha da dire Bruce, sempre, è che we’re all in this shit together.

Quando sono tornata ho scritto a mio marito che questa roba di Bruce è davvero così, che ci si crede profondamente proprio come a una religione. Forse perché lui dice anche che la fede sarà ripagata, che è una cosa che ti dà sicurezza in periodi come questo, quando il cielo ti cade sulla testa e la terra trema sotto i piedi. E in effetti devo dire che nella mia vita Bruce non mi ha delusa mai. Chiamami pure esagerata, ma quando io compro il biglietto per il concerto è come se stessi comprando il biglietto per il treno verso la terra dei sogni e delle speranze – la destinazione è lontana, ma è proprio il viaggio a valere il prezzo del biglietto. Alla fine non importa, è come quella roba del sangue di San Gennaro: se tu ci credi allora è vero.

Questo tour è pieno di cose importanti, ma importanti davvero. Bruce parla di politica e di storia, ma anche di amicizia e di amore. È amore puro quello che lo spinge a riempire il vuoto pazzesco che la perdita di Clarence Clemons deve avere causato per lui (è una voragine enorme per tutti noi, immaginati per lui) con l’energia e le urla di tutti, il coro di Big Man Big Man Big Man che si alza ogni volta a metà di Tenth Avenue Freeze-Out quando Clarence entra nel gruppo. È amore puro saper condividere questa cosa con milioni di estranei, capire che cosa significava Big Man anche per noi, permetterci di partecipare a questa commemorazione. È amore puro saper mettere in piedi una messa solenne per i tuoi migliori amici – Terry, Danny, Clarence –  un amore che fa resuscitare la gente anche solo per un momento, e così in qualche modo la fa vivere per sempre. La pioggia ti lava via tanta roba; quando le emozioni sono così intense davvero non sai distinguere le tue lacrime dall’acqua che scende dal cielo. È una catarsi fortissima, più forte di un nubifragio, più forte di un terremoto.

Poi se ti ricordi a Milano ha fatto un pezzo dell’album nuovo che si chiama We Are Alive, e il ritornello fa “we are alive/our souls will rise to carry the fire/and light the spark”. Come tutti gli artisti coerenti Bruce dice sempre la stessa cosa: non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, e la scintilla ai concerti la porta lui. Poi sta tutto a te. A volte lo dice con altre parole, tipo “stay hard, stay hungry stay alive”, oppure “prove it all night”, e anche “I’ll love you with all the madness in my soul” – a volte persino nelle cover ti ritrovi Burning Love, a volte “dream baby dream/you keep the fire burning”. (Per non parlare di I’m on Fire, Fire, Into the Fire, Streets of Fire. È fissato col fuoco, quell’uomo.)

Ogni volta che sento quel ritornello penso a The Road di Cormac McCarthy. Nel libro il mondo sta morendo, è finito tutto, si giocano i supplementari dell’apocalisse e in campo sono rimasti solo quel padre e quel figlio, e il padre dice al figlio “we’re the good guys. We carry the fire” e il figlio ci si aggrappa e si ripete questa frase sempre, come se il ritornello fosse l’ultima cosa rimasta. Ti ricordi? Ecco, la promessa che fai a te stesso quando diventi Springsteeniano, quando Bruce ti attacca i cavi della batteria al cuore e all’anima e poi mette in moto, è questa: è la promessa di restare vivi, di portare il fuoco, di alimentarlo. Il fuoco che ti si accende dentro quando arrivi a capire Bruce è un fuoco che scalda, un fuoco che mette in moto dei macchinari giganteschi, un fuoco che anche quando distrugge lo fa per rinnovare, come le piante del bush australiano che vanno in autocombustione prima di rinascere.

Torno da Firenze con un paio di scarpe nuove e il cuore pieno, la voce e un po’ di vestiti li ho lasciati lì. Accompagno mio fratello a farsi il secondo tatuaggio con parole di Bruce. Compro il biglietto per il concerto di Londra, che sarà il mio concerto di Springsteen numero dieci, perché un fuoco così non lo spegne certo un diluvio, fosse anche la fine del mondo.

We made a promise we swore we’d always remember.

C’è Bruce Springsteen in giro per l’Italia, in questi giorni. Giovedì ha suonato a Milano. Oggi suona Firenze. Domani, lunedì, a Trieste. Poi ci saluta e vallo a sapere quando cazzo tornerà – presto Bruce, torna presto, che qui stiamo male, fisicamente. La nostra Irene l’ho vista dopo il concerto di San Siro, entrambi spezzati in due dall’emozione, e ci siamo dati uno di quegli abbracci lì che si danno solo quando si è felici, ma felici per davvero. Io e Irene fino a lunedì avevamo la depre più profonda e praticamente avevamo mezzo deciso che niente, quest’anno salta, la luna è storta, io non trovo il biglietto, lei non trova la schiena e l’amica con cui andare; poi niente quella della luna storta è una stronzata inventata da un ubriaco e il biglietto s’è trovato così come l’amica. E pensa se non fossimo andati. PENSA.
Leggenda vuole che i concerti di Springsteen siano indescrivibili, che se ci sei ci sei e lo sai che vuol dire e se non ci sei puoi dire il cazzo che ti pare che tanto non ci sei e non sai. È la verità, i concerti di Springsteen non si raccontano, si vivono, ed è tanto presuntuoso quanto semplice.
Leggenda vuole però che il concerto di Springsteen a San Siro di giovedì non sia stato solo indescrivibile ma anche inimmaginabile, inimmaginabile persino da chi di concerti ne ha visti decine e decine. Un concerto lunghissimo, 3 ore e 40 minuti, una scaletta solida e senza sbavature, una The Promise solo piano così emotivamente devastante che poteva essere peggio solo se dopo avesse suonato The River. Ed infatti ha suonato The River. Sarà che poi Bruce di suonare in quello stadio era contento per davvero, si vedeva, non è un commento di circostanza, un’impressione che chiunque altro in qualunque altro stadio avrebbe; Springsteen a San Siro è tipo la Madonna a Lourdes, con la differenza che lui ci è apparso davvero, quattro volte, e a ‘sto giro era più felice del solito. Era felice per davvero e felici per davvero lo eravamo noi, tutti, e noi, io e Irene, e anche se il concerto non l’abbiamo visto insieme tanto mi bastava sapere che lei fosse lì dentro.
Quando si è seduto al piano ed ha iniziato a suonare The Promise non ci ha creduto nessuno, poi si sono messi tutti a piangere. Tutti. Io ho pianto. Irene ha pianto. 70mila persone quasi completamente in silenzio hanno probabilmente pianto, e zittiscilo tu uno stadio intero in preda all’adrenalina. Provaci.
Leggenda vuole che ai concerti di Springsteen piangano tutti, anche i maschi più maschi che non piangono mai, ed è la verità. Poi si scambiano sudore e sorrisi, perché non c’è un secondo di tristezza ai concerti di Springsteen, neanche durante certe canzoni, dedicate a che non ce la fa più. Lì è la speranza a farci sorridere.

Un’amica a fine concerto mi ha detto che ha visto suo padre piangere, un paio di volte, poi ho abbracciato forte Irene. Come se i concerti di Springsteen fossero solo dei concerti.

Carry Me Emilia-Romagna: Mark Kozelek live @ Chiesa di S.Ambrogio, Villanova di Castenaso (Bologna) 06.02.11

Circa due mesi fa esce la curiosa notizia che ci sarà un concerto acustico solista di Mark Kozelek nelle frange della bassa padana poco sotto agli Appennini, tra Emilia e Romagna, in una chiesina di un posto di quelli che una volta qui era tutta campagna. Mark Kozelek a Villanova di Castenaso. Provate a dire ‘Bob Dylan live a Poggio Rusco’, così si capisce l’effetto che fa, e perché immediatamente prenoto un volo da Londra apposta. (Se non sapete chi è Mark Kozelek, ecco, io non lo direi troppo in giro.)

Ma insomma una chiesa. Una chiesa vera, non una chiesa metaforica, non una chiesa sconsacrata, una chiesa dove giusto la mattina del giorno del Signore domenica 6 Febbraio si diceva la messa. Una chiesa dove, nel mezzo delle pareti barocche di un settecento serio e povero ma ambizioso, si trova uno dei tentativi artistici peggio riusciti che la storia ricordi, un pugno nell’occhio dell’arte sacra in colori a olio da scuola elementare. La “Madonna degli Scout”, che suona un po’ come un bestemmione, è una classica Maria madrediddio (ma con la faccia po’ malformata dalla mano poco capace dell’artista) che appoggia le mani sante sulle spalle di moccolosi pargoli maschi e femmine in divisa Scout, il tutto stagliato su un paesaggio concettuale generico (uccellini, raggi di sole del zignore) – ed è subito tripudio di stereotipo iconografico cattolico. Che poi insomma categorizzarla come arte è un po’ offensivo, ma io ci sono affezionata perché l’orrenda Madonna degli Scout (già musa ispiratrice di certi pezzoni classici del Christian rock*) ha vegliato sui miei sette anni da piccola Scout: freddissime domeniche in gonna-pantalone e scarponi fazzolettone e divisa completa specialità e distintivi cuciti sulle maniche della camicia azzurra, estati di tende e zaini nodi scorsoi e legature quadre fuochi di bivacco odore di erba e tracce di cinghiali infinite quantità di scatolette di tonno e acqua al sapore di borraccia. Questo è il posto dove sono cresciuta, e l’idea di tornarci dopo quasi quindici anni di ateismo e vita adulta, postura indie snob e pretese culturali, mi fa sentire come in uno di quei sogni assurdi in cui sei lo spettatore invisibile la sera in cui al bar sotto casa tua c’è Tom Waits che gioca a Tresette col tuo morosino delle elementari. C’è anche una certa componente di nostalgia canaglia che mi inquieta, ma l’indie val bene una messa.

La messa-indie comincia dal prete, quello vero, il leggendario Don Stefano che porta i jeans e la camiciona a quadretti, e al quale dei paramenti dell’indie-hipster bolognese mancano solo il cappello e la cravatta sottile. La mia BFF e suo marito (entrambi presenti) l’hanno conosciuto a un concerto dei Belle & Sebastian, ma dicono che lui frequenti anche gli Architecture in Helsinki e vada spesso al Covo – magari non il sabato sera ché la domenica ha da dir la messa alle otto di mattina – ed è stato lui a celebrare il rito del loro matrimonio, in chiesa, sulle note di “Bridge Over Troubled Water”, arrangiamento di Johnny Cash. E’ lui che ha organizzato il tutto, una mente aperta e ricettiva, una sensibilità alla musica da ventunesimo secolo, una roba che se la chiesa fosse tutta così il mondo sarebbe un posto migliore. Don Stefano entra in scena davanti all’altare con una serenità e una sicurezza da rock star: dietro di lui c’è il tabernacolo aperto e svuotato, e si vede che quel palco lì è il suo, he owns it, man.

Quando il prete-indie presenta Mark Kozelek – che io ricordavo coi capelloni che aveva in Almost Famous, piuttosto che com’è in tutte queste foto più recenti in cui sfoggia un’acconciatura da imprenditore di provincia, e lo sguardo sempre il meno possibile diretto verso la lente – l’indie-legend che arriva in persona è la cosa più lontana dall’indie-legend pubblicizzato nel poster che si possa immaginare. ‘Sembra più parroco lui del parroco’ (cit.): stivaletti eleganti, pantaloni grigio ferro con la piega in mezzo, maglione blu scuro, camicia bianca col colletto ripiegato all’interno del girocollo, una giacca da babbo che va in ufficio all’anagrafe comunale.

Noi centocinquanta indie-hipster che saremo rimaniamo in un silenzio religioso, compunto e inaspettato – il silenzio che ha preso la parte del normale frastuono pre-concerto nel momento in cui si entra in chiesa. (C’è anche gente che entrando si era fatta il segno della croce, ma poi si è accorta che come gesto non è molto indie e si è nascosta dietro al confessionale.) Lui in questo silenzio si toglie la giacca e si siede sulla sedia della canonica, comincia ad accordare una corda per una come se non gli fosse venuto in mente prima di fare un soundcheck, e la transizione tra accordatura dissonante e melodia ha la scioltezza di un ruscello che scorre e pian piano diventa fiume. Il concerto che segue sembra più una serata di musica classica che si trasforma in jazz e il jazz che diventa canzone quando trova le parole e quando le parole non ci arrivano ci pensano le mani. Quando le mani hanno finito di dire quel che hanno da dire si staccano dal legno della chitarra e basta, da strumenti che erano, tornano ad essere mani.

Le mani grandi di Mark Kozelek somigliano alle mani che mi hanno insegnato i primi arpeggi; le sue dita alle dita che aiutavano le mie dita dodicenni a prendere la posizione giusta per fare gli accordi con il barrè; i suoi polsi a quei polsi che mi sembravano tanto più flessibili dei miei, che facevano la dimostrazione pratica di come fosse possibile raggiungere una sesta o settima col pollice se tutte le altre dita erano impegnate. Ma l’eleganza e la delicatezza, la facilità con cui le sue mani, ali di aquila, producono questi suoni, la sua voce di vetro venato di acciaio inossidabile, queste non le ho mai viste né sentite da nessuna parte. Mi chiedo che diamine gli sarà successo nella vita a quest’uomo che sembra contemporaneamente così infrangibile e frammentario, per scrivere tutte queste canzoni tanto tristi.

Mark Kozelek parla un po’ col pubblico, ma con quella sua dizione un po’ strascicata, e il fatto che, come non guarda in faccia le macchine fotografiche, non parla neanche dritto dentro al microfono, si sente poco di ciò che mormora. Si capisce che è preoccupato perché siamo tutti così silenziosi, chiede se conosciamo le canzoni, se capiamo quello che dice, ma in pochi rispondono. Dice che è stanchissimo, ma è soprattutto timido, patologicamente timido, e molto nervoso. Comprensibile: tirar fuori questa roba che evidentemente ha dentro, spogliarsi così davanti a gente di cui non sa niente, e che neanche vede, non deve essere facile.

D’altro canto è difficile anche capire la soggezione che questa intimità confessionale dentro alle mura e al soffitto altissimo di una chiesa cattolica ti mette se in questi posti non ci sei cresciuto. Ho visto decine di concerti in chiese di altro genere – chiese protestanti, chiese evangeliche, chiese sconsacrate – e non ho mai visto un pubblico così serio, concentrato, quasi inibito. Provo a dirglielo che è un po’ il posto che incute timore, ma è difficile spiegarglielo chiaramente mentre lui è sul palco illuminato e io in piedi al buio in una delle alcove con la statua di una santa martire che mi guarda storta e l’obolo dell’offertorio vuoto. Lui ride per la prima volta: ‘cosa? La chiesa vi mette paura? Ma è solo una chiesa!’ Ricomincia a suonare pezzi dei Sun Kil Moon (“Glenn Tipton”, “Lost Verses”, “Heron Blue”, “Alesund”, “Third & Seneca”, “Half Moon Bay” tutte struggenti e immense), e persino la cover di “You Ain’t Got a Hold on Me”, ma per un po’ non parla più. Forse l’ho offeso? Temo un biblico fulmine dal cielo, o che i sacerdoti dell’indie sanciscano la mia scomunica. E invece miracolo: l’atmosfera si disinibisce un po’, il ghiaccio si scioglie, gli applausi diventano più coraggiosi, più consoni all’enorme emozione, un paio di urli in qua e in là, lui si tranquillizza un po’ e anzi fa le battutone:

‘Ieri ero a San Francisco. Ho fatto 20 ore di volo e avrei bisogno di una massaggiatrice. Ce n’è una in sala?’ (Mark Kozelek fa ammiccamenti sconci in chiesa! Cinque Ave Marie!**)

‘Come si mangia a Ginevra?’ (Chi gli risponde ‘great’ senza indugi ha palesemente capito ‘Genova’)

‘Qui a Bologna si mangia benissimo!’ (Eh).

Deve costargli un gran sforzo l’offrire la possibilità di richiedere canzoni. Gli chiedono praticamente solo pezzi dei Red House Painters, è evidentemente scocciato seppur ironico:

‘Ma come non vi piacciono le mie canzoni recenti? Well, fuck you guys!’ (Mark Kozelek ha detto vaffanculo in chiesa!)

Il fattore awkward non ci lascia mai del tutto, ma insomma alla fine, “Carry Me Ohio” e “Summer Dress” ce le concede (alleluia alleluia, osanna nell’alto dei cieli) e poi basta, son due ore e passa di slo-core introspettivo e direi che siamo a posto, è stato bellissimo così, emozionante e straniante. Fuori la notte è limpida, i campi coperti di brina, fa un freddo cane. Usciamo sul sagrato della chiesa e Mark Kozelek si lascia fare un paio di foto, senza mai guardare in faccia nessuno. Con quel berretto di lana e quel modo di fare nervoso sembra uscito da Qualcuno volò sul nido del cuculo, fa persino uno scatto nervoso quando una ragazza avvicinandosi gli tocca un braccio. Io cerco di fare conversazione ma non è molto ricettivo; mi firma il poster solo con MK.

Bonus tracks
*Che poi se vi doveste per caso appassionare al genere, a casa prima del concerto qualcuno ha tirato fuori questa roba (su le mani – a-ha, a-ha, yeah, uuh-uh, noi ggiòvani, uh yeah, predichiamo cristoh.)

**Gli è piaciuta la cosa del massaggio.

***Questa ve la metto qui e basta, fate un po’ voi: radio nazionale svedese intervista Mark Kozelek, or ‘si spiegano molte cose’ – 123

Army of Fire: Arcade Fire live at the O2, London 02.12.2010

Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.

Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.

Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).

A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.

Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.

Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.

Bonus: setlist; flickr set by melbourneflower