Top Film 2011 – ale-bu

Fino a poco più di una settimana fa questa classifica sarebbe stata completamente diversa. Drive era saldamente ancorato al primo posto, apparentemente inscalzabile, e tutto il resto dopo. Poi però sono andato a vedere Miracolo a Le Havre, parcheggiando anche sul marciapiede come un Lapo Elkann qualsiasi. Io non parcheggio mai in divieto di sosta. Mai. Mi viene un’ansia insopportabile. Però ero in ritardissimo e alla fine ho fatto la “pazzia”. Beh, per farla breve il film è riuscito a farmi dimenticare per un’oretta e mezza il rischio di non trovare più la macchina una volta uscito. Questo vorrà dire qualcosa, o no? La sera dopo poi ho finalmente visto Senna (dopo aver letto n volte il post di byron). E mi sono tenuto il magone per 48 ore. Quindi ecco quello che risulta da questa piccola rivoluzione.

ps: non ho visto tante cose che son sicuro sarebbero entrate in classifica. Penso a Melancholia, Il ragazzo con la bicicletta e This must be the place, ad esempio. Ma il tempo è tiranno. E io mi sono anche comprato l’X-Box, per averne ancora meno.
pps: alla fine non ho preso neanche la multa. Miracolo. Non a Le Havre, bensì a Milano.

10 mi parevan poche, a 20 non ci arrivavo, quindi virtus stat in medio. come dice il saggio. ps: tanx a Tob Waylan per l'idea del template della classifica.

Se di Le Havre e Senna ho già detto, qui in fondo posso permettermi di giustificare la paraculata enorme della prima posizione. Io This is England l’ho visto la prima volta nel 2007, credo. E la stessa cosa avrebbe dovuto fare chiunque. Ma mentre cercavo di recuperare le puntate del neo-uscito TIE’88 mi sono ricordato che quei geni dei distributori italiani hanno deciso di farlo arrivare al cinema in Italia nel 2011. E l’occasione era troppo ghiotta. Semplicemente non potevo non mettere in classifica quello che è uno dei miei film preferiti di sempre. Uno da Top 5 della vita, per intenderci.

Per quando riguarda il resto…beh, Drive (ne parlano – e bene – Giorgio e TobWaylan qui e qui) resta comunque una perla, fatta di pochi dialoghi e tanti silenzi che parlano un sacco, con una colonna sonora che fa spavento. Il Grinta, a dispetto delle apparenze e del fatto che sia un remake, ha un’impronta dei Coen grande come una casa. E dalla scena dell’impiccagione, dopo circa 3 minuti, avevo già deciso che sarebbe entrato in classifica. Carnage dal canto suo non esce mai da un appartamento e riesce a non essere noioso. E Kate Winslet/Christoph Waltz  vs Jodie Foster/John C.Reilly 3-2 ai supplementari. Dopo che nel primo tempo erano in vantaggio di due gol e la partita pareva abbondantemente chiusa.

Scendendo in classifica (man mano che si prosegue, l’ordine lascia sempre più il tempo che trova), si incontrano semplicemente quei flm che appena finiti mi hanno strappato un “ancora, ancora, ancora!!”.  Ok, forse dopo The Tree of Life non ho urlato “ancora”, ma nemmeno “basta”, come quei dieci che hanno abbandonato il cinema smoccolando a proiezione in corso.

Due parole su It’s Kind of a Funny Story: in Italia credo sia uscito direttamente in DVD senza passare dal cinema, con un titolaccio tipo 5 giorni dentro. Però è proprio una bella storia. E tre su Paul: è vero, non è nemmeno paragonabile a Shaun of the Dead oppure Hot-Fuzz, ma se sullo schermo ci sono assieme Simon Pegg, Nick Frost e Jason Bateman io rido a prescindere. Pure se dovessero stare fermi immobili per due ore, semplicemente a mettersi le dita nel naso. Infine, per quanto riguarda X-Men: First Class, in un anno con così tanti film tratti da fumetti uno lo dovevo mettere per forza. E Thor e Green Lantern non erano alternative praticabili. In più qui c’è Mystica che si lava i denti come una teenager qualsiasi.

Sul modello di quanto fatto da Byron, per finire ritaglio una riga per la delusione dell’anno. Per me, senza mezzo dubbio l’ambito premio se lo prende Green Hornet. Voglio dire, Gondry+Seth Rogen+il ruolo che fu di Bruce Lee+una sceneggiatura che ha sostituito quella scartata di Kevin Smith che a leggere il fumetto era tutt’altro che male. Penso fosse lecito aspettarsi qualcosa di più di un Superbad un po’ moscio. Peccato.


Top Film 2011 – Byron

20 film usciti nelle sale in Inghilterra nel 2011.

Il 2011 è stato per me un anno ricchissimo di visioni nuove e sorprendenti, davvero una grande annata. Consideriamo che questi film viaggiano tra le ★★★★★ e le ★★★★, e che c’è stato molto dibattito interiore tra le posizioni in classifica.

Come al solito i miei criteri sono:
a) Quanto ho amato il film, un calcolo in base al numero di volte che ho rivisto/voluto rivedere il film in questione (tipo The Artist io lo rivedrei quasi tutti i giorni, e credo che continuerò ad amarlo anche quando andrà di moda tirargli le pietre perché farà man bassa di premi e diranno, sbagliando, che è robetta. Ho consultato Buster Keaton in una seduta spiritica e dice che ho ragione.)
b) Impressione rimasta dopo la visione, specie a distanza di molto tempo (tipo Tree of Life sono uscita dal cinema che sembravo una miracolata, e poi dopo 4 settimane di analisi e discussioni del significato recondito del film, bof, niente, il grosso è evaporato lasciando dietro di sé 45 minuti splendidi ma poco arrosto)
c) Qualità tecnica e conversazione tra gli elementi formali del film/la storia/il substrato filmico (che è la cosa preferita di Tob Waylan, al quale peraltro vanno i miei ringraziamenti per il supporto tecnico nella produzione di questo post.)

Il mio film dell’anno è uscito in Italia l’anno scorso credo per tipo due settimane; immagino che l’abbiano visto in pochi, e che gli altri non sappiano cosa si perdono. Correte a comprare non dico il blu-ray come ce l’ho io, ma almeno il DVD, e poi ditemi se non è un film davvero emozionante e squisito, un film che non avete mai visto prima, e un film che ti fa dire con orgoglio le temibili parole “cinema italiano”. Giusto per la cronaca i personaggi del film sono un pastore, un albero, una catasta di carbone, varie capre e un cane. Bisogna pazientare un po’ perché è quasi interamente senza dialoghi, ma è una film narrativo, non un documentario, e la pazienza viene ripagata con una storia bellissima. (Il premio al Migliore Cane in un Ruolo da Protagonista è un ex-aequo tra il border collie Le Quattro Volte e il Jack Russell di The Artist.)

Di Senna ho già parlato abbondantemente su questi schermi; le mie impressioni su altri film sono sparse tra le mie dimore sull’internet: qui ho scritto in italiano di This Must Be the Place e un paio di altre cose viste al London Film Festival (inclusi lo splendido Once Upon A Time in Anatolia e Alps), e qui (in inglese) di A SeparationCime TempestoseTinker TailorMeek’s Cutoff, Life in a Day (che si può vedere tutto e gratis su YouTube). Herzog era da vedere in 3D anche se la tecnologia continua a non convincermi, specialmente per quanto riguarda le riprese di oggetti/persone in movimento (ma prometto che stasera vado a vedere Hugo, pronta a ricredermi). Almodovar è tornato in gran forma, e gracias por el pescado: ci hai ridato l’Antonio Banderas di Legami, continuate così vi prego; Submarine, grazie per le risate a denti stretti; su Drive non c’è niente che i miei compagni qui non abbiano già detto (se non che forse sono l’unica donna al mondo alla quale Ryan Gosling non fa *nessun effetto* – donerò il mio corpo alla scienza); Il ragazzo con la bicicletta è forse il migliore film dei Dardennes, gentile, piccolo, delicato e senza la falsa morale alla Ken Loach (ruina mundi); Animal Kingdom è una roba che è tipo Il padrino australiano, bravi.

Gli esclusi dal classificone – col cuore in mano: Faust (Sokurov, Я вас люблю ma lo sto ancora digerendo), Shame (che mi ha dato grossi problemi morali, anche se è una bomba), Habemus Papam (che mi ha divertita molto, ma per me ha scazzato la metafa teatrale – ci andava Pirandello e non Chekhov), Archipelago (un film in effetti molto bello, ma anche insomma lo so già che gli inglesi hanno problemi di costipazione emotiva, grazie eh).

Cose che invece non mi sono piaciute penniente: indubbiamente l’insopportabile Miranda July ha superato se stessa nell’orribile The Future; Blue Valentine, Never Let Me Go e Norwegian Wood vincono il Premio Noya; il Premio Ciofeca è tutto per 360; Anonymous, Premio Baraccone; Super 8, Premio Delusione E Sono Anche Andata Apposta Al Cinema A Washington Per Vederlo, Dannazione. Menzione speciale Premio L’Orrore L’Orrore: The Beaver, ovvero Mel Gibson e un pupazzo a forma di castoro, cose che vorrei rimuovere dalla memoria.

Però a conti fatti e profezie Maya permettendo, se per caso il 2012 al cinema dovesse essere come il 2011, ben venga.


Top Film 2011 – Tob Waylan

20 film usciti in Italia e un po’ di rammarico per non averne visto alcuni come Incendies, The Artist e The Ides of March.
La mia sul film dell’anno l’ho già detta qua.
Si prega di dire la propria nei commenti.


La gioventù elettrica

Questo post è una statistica, chiedete a chiunque abbia visto Drive (il film) la cosa che ricorda di più. Due su tre vi diranno “quella canzone lì molto anni 80 che faceva atmosfera”.
Ecco, poi da queste parti io e Tobwaylan ci scriviamo addirittura due post (sul film) e neanche tanto marginalmente prendiamo atto che quella canzone lì – A real hero – è una di quelle canzoni che “fanno” anche il film, come Lust for life per Trainspotting, come la cover dei Tears for Fears su Donnie Darko.
Il gruppo in questione si chiama Electric Youth, leggono i post (pensa che esce fuori col traduttore di google, ho paura) e ci chiedono se vogliamo sentire l’ep.
Come ci si potrebbe aspettare sembra un gruppo uscito e scongelato dalle colonne sonore anni 80 (da Scarface in giù) quelle che poi hanno fatto la fortuna dei canali radio di GTA (e torniamo sempre lì che secondo me la principale ispirazione del film è il gioco della Rockstar, pur avendo nulla di ludico).
L’ep è come potete immaginarvi, quelle batterie finte e ovattose, quella voce che fa molto Kim Wilde e Mandy Smith (eh averci 36 anni che peso è non lo potete immaginare) fatto è che è godibilissimo e che si incastra benissimo come titoli di coda di un film che per molti è diventato un culto, per altri un film di macchine, per altri ancora semplicemente un film.
Qui si sta nella prima fascia, e per inciso, se ce ne fosse bisogno rimane altro da dire che forse non chiedevamo altro che questo per godere 20 minuti di più.


Un altro post su Drive (e un mixtape)

Diciamocelo chiaramente, tra le regole auree di un blog c’è di non parlare dello stesso argomento più volte, di non essere retorici, di scrivere post non lunghi e di non spoilerare film.
La risposta è che questo posto è mio e faccio un po’ come mi pare e che Drive è un film che fa un po’ fottere di regole scritte da nessuno.
Quindi se andate avanti sappiate che questo post: parla di Drive di nuovo, sarà lunghetto e spoilererà qualcosa. A vostro rischio insomma.
Che questo posto è mio lo sapevate già

(ah prima del post e collegandomi al lato prettamente musicale di Drive, totalmente fuori tempo, pop e oscuro ho immaginato per un attimo una playlist fittizia ispirata all’esperienza del film stesso, qui il file rar da scaricare sempre vogliate, dove i titoli sono scritti all’apertura del file, magari la suonate mentre leggete, magari no)

Io sono uno di quelli che ai film dà un peso enorme. Che L’infernale Quinlan sia il film più bello della storia lo capisci dai primi 3 minuti, che The Social Network sarà studiato per anni dai primi 5, che Watchmen è un film sottovalutatissimo dai primi 3, che Il nastro bianco è un film che ti spaccherà in due dai primi tre e via dicendo.
Nei primi 5 minuti di film Drive è un film che fa la spiega, “ti fa vedere come si fa e come se ne esce”. Una cosa che per la maggior parte dei registi ci speculerebbe per 45 minuti abbondanti magari con uno come Robert Duvall a spiegare chi è il driver, qualche giogioneria tipo sul non fare domande, seguito poi da mezzora di botti macchine che fanno stridere le gomme, chioschetti di hot dog investiti sorrisetti del driver. Insomma Fuori in 60 secondi l’avete visto tutti no?
Qui la storia è diversa, il principio è quello della razionalità, della diversità GTA che diventa realtà, perchè a GTA se sei furbo vai dentro al garage con la macchina e chiudi lì, sennò puoi scegliere di guidare fino in Canada o cose simili alla Blues Brothers. Ecco, il primo riferimento plausibile oltre a Michael Mann è il gioco GTA. E già scriverli vicino fa uscire il sangue dal naso figuriamoci al cinema.

L’onestà, e la grandezza (perchè tutti i film grandi sono onesti) di un film come Drive è nelle radici. Le radici di un western (non un noir, non un road movie) dei più classici, il quasi cattivo incontra la bella, si innamora di lei, aiuta il marito e poi lo vendica e se ne va al tramonto. Questo è un western figlioli, Gary Cooper c’ha fatto una carriera sopra, abbiatene un minimo di rispetto. Il western dicevo, e la rarefazione dei noir Lynchiani, le stranezze e il nichilismo (che poi nichilismo non è) dei personaggi, i personalissimi tic e deformità sociali e il senso di inadeguatezza. Tutto è strutturato non sulle parole ma sugli sguardi che raramente tradiscono emozioni e raramente sono rilevatori di per sè. Inseriti nel contesto prendono invece un’altra piega. Come per la rivelazione della cotta prima e della vera natura del driver, una scena che messa allo stesso modo, in due punti diversi ha un significato opposto.

è un western dicevo. Ma voi non volete credermi.

Altro punto, e finalmente ci siamo arrivati, sono i personaggi, taciturno, scarsamente rivelatore, con doppia identità (o con un’identità che esce fuori per motivi lavorativi e morali) ed estremamente viscerale e profondo (attenzione non in maniera cinematograficamente logorroica, il Driver. Donnina del west senza difese lei.
I gesti, in questo sono a dir poco sensazionali. Il dito puntato ricorda da vicinissimo le due dita di Dennis Hopper di Velluto Blu, incastrato nel personaggio più da vicino le due dita sotto il collo del Mortensen di Eastern Promises. Io a quel punto preciso lì ho pensato “il potere di un dito”, del silenzio, delle pause e della paura. Michael Bay non hai capito veramente un cazzo.

Il tocco e la concessione al pop è il giacchetto, un simbolo del protagonista (tolta una scena usato solamente nei momenti della sua attività lavorativa) e di cui viene spogliato nel momento dell’intimità del ritorno alla vita reale, della necessità e della percezione di essere una persona normale, con una vita normale. La chimera rivoltata al contrario.
Che il riferimento sia Carpenter e il giacchetto di Snake Plissken anche qui credo sia pacifico (anche se a dirla tutta è la bruttezza vera dell’oggetto a contestualizzarlo nel pop decadente e plasticoso figlio degli anni 80).

Il film fatto presto a definire il senso della storia, il succo e dove si vuole andare a parare miracoleggia a destra e manca fino all’ora e quaranta (i titoli di coda) con concessioni al senso della posizione dell’occhio che scruta la storia, alla vista dello spettatore più che all’ascolto. Senza linee di sceneggiatura memorabili, o esplosioni di regia (escluso l’enorme tributo a William Friedkin nei vari inseguimenti) e si decontestualizza, mettete che storie del genere alla fine se siete nella sala vicino sentite i rombi del THX o del surround. La quiete invece è la base di Drive, il nocciolo. La pietra inscalfibile che regge tutto. Nessuno urla, non ci sono concessioni agli strepiti, le rivelazioni sono fatte in silenzio, con un gesto (la pallottola consegnata dal bambino), come la vendetta e l’accettazione di una vita che non sarà per ora come si desiderava fosse.
Refn leva la parola “destino” che nel noir è probabilmente la pietra fondante e la riduce a sacrificio (a sua volta pietra fondante del western) e riscatto.
Anche se con la seconda (in questo caso) col senno di poi uno ci si soffia il naso.
Drive è un film enorme perchè riesce ad andare senza mezzi (sceneggiatura, dicevamo su) dove vuole lui, la magia del cinema vera e propria è questa, una storia chiusa con degli occhi chiusi e poi aperti, una macchina che viene messa in moto e se ne va e una donna che bussa alla porta. Sembrano scene sconnesse ma sono cose così che fanno il cinema e la storia.
Alla stessa stregua del bacio più bello mai visto della storia del cinema (la sto sparando probabilmente me anche no) nato tra due amanti in un ascensore in presenza di un killer. Un braccio che si allunga e ripara, un balletto di danza classica senza le isterie di Aronofski, un ralenty che diventa una sceneggiatura e poi la bocca dell’inferno.
Se vogliamo chiamare così una storia d’amore e riscatto che non vedrà mai soddisfatto il suo senso.


Non un’altra recensione di Drive.

No, davvero, non è un’altra recensione di Drive, solo un altro post su Drive, solo un altro flusso di conscienza sul film che pare piacere a tutti. Per annoiarvi meno cliccate qua sotto prima della lettura, ci sta A Real Hero dei College feat. Electric Youth, la canzone più bella del film.

Drive m’è sembrato un film di Jarmusch.
Drive m’è sembrato un film di Jarmusch girato sotto acido.
Una famosa massima di Jarmusch dice l’autenticità è inestimabile, l’originalità è inesistente. Significa che far cose nuove non si può più ma cose uniche sì. Affermazione discutibile, vero, ma che racchiude un’indubbia verità.
Autentico significa d’autore certo, d’autore certo significa che nessun altro avrebbe potuto farlo.
Fare film d’autore significa fare film autentici.
Drive è un autentico film d’autore.
Una roba che hanno già detto tutti è che Drive l’avrebbe potuto girare solo Refn e chiunque altro avrebbe solo fatto un gran pasticcio.
Justin Lin, troppe macchine.
Tarantino, troppe parole.
Bay, troppo rumore.
Cronenberg, troppo sesso.
Jarmusch, poco acido.
Refn tra le altre cose è daltonico. I colori che vedete sono tutti suoi, ma non sono i suoi. Chissà come cazzo li vede i suoi film. Chissà se è conscio di cosa vogliano dire titoli di testa rosa shock. Sicuramente sa che vogliono dire pop.
Drive è il film più pop e meno popolare che avete mai visto o che mai vedrete.
E’ quella canzone che piace a tutti ma non dovrebbe piacere a nessuno.
Drive è un film lento, tutto colorato, con un protagonista che parla poco che si innamora di una che parla poco e il corteggiamento è tutto un guardarsi negli occhi in piani sequenza appoggiati su lenti respiri e petti che si gonfiano.
Lui dice dovremmo vederci nel weekend.
Lei non dice niente e inizia a respirare più profondamente.
Drive è tutto lì, nei respiri.
In Drive i respiri si prendono tutto il tempo che vogliono.
Le parole si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gosling si prende tutto il tempo che vuole.
Drive è girato in funzione della percezione di Gosling, del suo personaggio che tutti chiamano Driver e che nessuno dovrebbe chiamare Driver.
Chiamatelo lui, Ryan, Scorpione, Eroe, chiamatelo Drive, senza la erre.
Drive è girato in funzione della percezione di Drive perchè ogni cambiamento avviene nella sua testa.
I rallenty, nella testa.
La musica, nella testa.
Il montaggio, nella testa.
In ascensore quando lui la bacia tutto rallenta e la luce cambia.
Nella sequenza più bella che avete visto quest’anno lui la bacia e un ascensore diventa un palcoscenico.
Quando dico che sembra un film girato sotto acido intendo questo, un livello percettivo enfatizzato ed autentico.
Nella sequenza cardine succede una roba che letteralmente capovolge la faccia di Gosling e così tutto il film.
Refn è un autore che ha fatto dell’eroe l’autore reale.
Gosling tra tutti è quello che si distingue perchè con particolarità autentiche.
Gosling è quello con la giacca con lo scorpione.
Nessuno ha una giacca come la sua.
Nessuno ha la giacca con lo scorpione.
Drive è una giacca con lo scorpione.
Una giacca con lo scorpione si innamora di una camicia a maniche lunghe rimboccate, ma è così che funziona.
Lo scorpione si innamora della rana e sappiamo tutti come va a finire.
Poi l’autore diventa attore.
In una sequenza emblematica l’autore sceglie di mettersi una maschera per definire il confine cui è andato incontro e diventare definitivamente attore in una vita che nel momento migliore e in un battito di palpebre ha preso una svolta mai voluta e inevitabile, o sempre evitata.
Quella maschera sul mare sembrava un cazzo di incubo.
In Drive i battiti di palpebre si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gli sguardi in Drive sono quello che contano, come i respiri.
Almeno quaranta minuti sono costruiti su questo e sono quaranta minuti che danno senso a qualsiasi cosa. All’ora successiva, alle visioni successive, al giorno dopo la sera al cinema.
Uno sguardo e la scena dopo ha tutto un altro spessore.
Un respiro e non hai bisogno di sentire la risposta.
E poi un battito di palpebre.
Il film finisce e tu se lì con il cuore in gola e gli occhi pieni e vedi lei due sedili più avanti che respira nel tuo stesso modo.
Di sapere il suo nome neanche ne hai bisogno.

Per scrivere sta cosa devo averci messo una ventina di A Real Hero.
Per scrivere sta cosa mi son preso tutto il tempo che ho voluto.


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