Their/They’re/There

Quando tiri su una band del genere non puoi che attendere da internet una certa fotta. Hai un tizio apparentemente sconosciuto, ennesimo devoto della chitarra suonata con le dita (non lo so, lo chiamerei tapping così sul momento, ma ho suonato per anni la batteria, non la chitarra, quindi abbiate pietà di un eventuale errore, volevo solo evitare l’ennesima ripetizione e fuggire dal termine ‘twinkle’), che si scopre essere il chitarrista dei Loose Lips Sink Ships, sconosciuta quanto figa band math americana, Evan Weiss, di Into It. Over It. e un altro paio di band fighe, tra cui gli Stay Ahead Of The Weather, che sono praticamente la sua touring band per i full band show, e quel carro armato di Mike Kinsella alla batteria, l’uomo dietro agli stop and go stortissimi dei Cap’n Jazz, le dita e la voce di Owen, eccetera eccetera (ma se non lo conoscete forse potete pure passare oltre e non leggere il post. Chiedo venia per la spocchia). Insomma, mica pizza e fichi, ecco. Questi tre hanno registrato sei canzoni e le hanno fatto uscire per il Record Store Day di quest’anno per Polyvinyl, trovando un nome orribile che fa un po’ la maestrina nei confronti degli stessi utenti web che cavalcheranno la siddetta fotta in giro per la rete. Quello che ne è uscito è un ossimoro costruito a metà fra la solita chitarra noodle e Mike Kinsella alla batteria, che dovrebbe fare genere a sé (tra l’altro dovrebbe essere in uscita a breve pure un nuovo disco a nome Owen). È un math pop che non si lascia troppo andare a complicate sincopi e districamenti vari, capace di usare curve per costruire linee melodie che rimangono bene in testa, fra cambi di umore che non sradicano eccessivamente le fondamenta delle canzoni, come un po’ ci si aspetterebbe dal termine math e dalla miriade di conoscenze intertestuali registrate nelle nostre orecchie, ma giocano in addizione alla parte più pop e diretta delle sei canzoni, scandita dalla voce di Weiss, questa volta al basso (ma pure alle quattro corde nei Pet Symmetry, power pop band con due Dowsing che farà uscire un ep sotto la rediviva Asian Man Records, quasi volesse lasciare la chitarra solo per le sue cose soliste). Nota a margine: la copertina è forse bellissima nel suo essere una foto con effetto e cornice Instagram. Non ne sono però così sicuro, ho pareri contrastanti al riguardo.

Qua c’è una canzone in anteprima.

five against one: the revolution starts in a sea of paper cups

L’altra sera parlando su twitter con qualcuno è partita l’idea di fare una compilation di sole canzoni con la parola ‘Revolution’ nel titolo (nel testo no, mai piaciuti i Rage Against The Machine), perchè il momento un po’ ne richiede (di rivoluzioni) e non sempre serve chissà cosa per farne partire una.

1) Built To Spill – Revolution

Revolution
How come people don’t fuck it up?
It’s like turning on the heat I’m just in time

Cosa c’è di più ‘adesso mi prendo su e spacco il muso a qualcuno’ di quella chitarra rigida sopra l’altra, più fangosa e melodica? Dal primo disco dei Built To Spill, un colpo alla botte ed uno allo specchio del bagno.

2) Stars – Soft Revolution

It terrifies you, but its real
It will keep you up all night
And in the flood of morning light
Spilling out across your room
You say the words will get there soon

Il testo di questa canzone sembra parlare di due ‘rivoluzioni’ diverse, una interiore che fa star svegli la notte e una collettiva, che porta sulla strada con un stereo a palla e forse il solo bosogno di trovare due rime a tema con il titolo della canzone. Ciò nonostante è di un reale incredibile quanto semplicissima: ti fa paura, non ti farà dormire, ti farà sentire meglio; poi andremo sulla strada con le nostre giacchette e un sogno nelle nostre teste. Quello cambia ogni cosa.

3) Verse – Waiting On Revolution

An explanation is what we want
We want to know how things could get so fucked up
And how things could get so out of hand

Qui la strada la si prende in pieno, ci si imboccano le maniche e si sfregano le mani. Corsa fin troppo corta verso la meta, meno di due minuti di rabbia nella speranza di aver raggiunto comunque il punto della situazione.  A me sono sempre piaciuti, l’ultimo disco (quello della reunion) non è sembrato granché, ma nell’ipotetico derby ho sempre tifato Have Heart.

4) Miracle Of ’86 – Dance! Dance, Revolution!

I don’t know where the park begins and 66th street ends,
at least not this late in the weekend.
am I moving closer to you?
would you meet me half way?

La storia prima della carriera solista di Kevin Devine era nei Miracle Of ’86. Ok, il testo c’entra poco con tutta la tacita idea con cui ho fatto partire la cosa della rivoluzione, però la canzone, come quasi tutte le altre loro, mi piace parecchio, e da quello che si sente uscire dal microfono direi che una piccola idea di rivoluzione ce l’aveva pure lui in mente.

5)  The Death Of Anna Karina – Every Revolution Is A Throw Of Dice

Democracy delivering
We deliver
We throw and deliver

Abbastanza.

Cover da uno che non ne avrebbe bisogno (eppure..)

Ci sono “quelli lì” (chiamati in questo modo perché sono pochi e sono immediatamente identificabili) che hanno un posto particolare nella tua mente come punti di riferimento musicale. Quelli che conta poco la qualità di quello che tirano fuori ma che di primo acchitto appena li vedi dici oh! Un po’ come quando senti parlare di tuo cugino e fortunatamente non è per un evento di cronaca.
Matranga, di nome Jonah, è uno di quelli lì. Ma mica per altro, non perché sia un genio o un profeta, perché bene o male hai amato alla follia il suo gruppo principale (i Far), poi sei andato dietro ai New End Original, ai Gratitude e ai (che poi era lui da solo) Onelinedrawing.
Da solo se non calcoliamo il featuring di R2-D2 (il pupazzino di Star Wars, sì quello).
Detto questo l’anno scorso Matranga era tornato coi Far, il singolo era bello ma il disco meh, lasciamo perdere. Ora Matranga che fa, si mette in casa, diciamo da solo,  e si registra in un tempo imprecisato un disco di cover e intimista. Se l’ha fatto su un 8-tracce diciamo che come approccio ricorda qualcuno ma che quel qualcuno invece di fare cover scrisse Nebraska. Insomma non stiamo giocando nello stesso campo da calcio e neanche nello stesso sport. Sia chiaro.
Ragioniamo solo sull’approccio intimista, sia chiaro.
Voices and Dedications (così si chiama il disco) è però un disco struggente, e sì, il giochino del ricantarci le canzoni che già sai sopra l’arpeggio e l’effetto disco rallentato puoi farlo, che funziona.
Ma è fondamentalmente il cuore che c’è e nel disco e nelle scelte (Tori Amos, Springsteen, Deftones, Dylan, i Temptations, Elliott Smith), e il sapere giocare a dadi col cuore e i groppi in gola di chi l’ascolta, chè in questo Matranga è sempre stato bravo, diciamolo.
Quello che fa di questo una cosa differente dal resto è il saper dare ad altre canzoni un approccio suo, non parlo di “vestito” (che è un termine che a me sta sul cazzo fortissimamente) ma parlo proprio di andare su quelle corde che sono sue, di Matranga, anche mentre dice “tramps like us baby we were born to run”.
E non è facile. L’assicuro.

You Blew It! – Grow Up, Dude

Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.

Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.

Essentials: Far – Water & Solutions

So che era tanto tempo fa. Un’epoca fa che il mio amico Gianni si presento con il primo disco dei Far. Era quel momento in cui c’erano quei dischi nu metal belli, fighi ma l’etichetta e il suono cominciava un po’ ad andare stretto a tutti e allora riprendevamo in mano i dischi dei Fugazi quell’hardcore lì, per dirne uno.
Il disco dei Far fu presentato con “questo lo chiamano emo”, solo dopo prendemmo coscienza del fatto che di quella scena lì avremmo imparato a seguire i nomi, i “quello suonava con” o “quello aveva creato i”.
Jonah Matranga per fare un salto avanti alla fine é diventato uno degli eroi della mia vita alla pari di Springsteen e Bob Mould.
Da lì ad un attimo dopo, perché i dischi ci arrivavano in ritardo di un anno, o due, uscì Water and solutions, che a livello di “orecchie” almeno a me ha cambiato tutti i gusti del mondo e con il disco dei Texas is the Reason mi ha costretto in quel genere fatto di melodie strillate e storte e allo stesso tempo lineari.
Water and solutions era il disco con cui alla De Sica i Far dissero “o sfonno o m’abbrucio”. Si bruciarono. Perché era in effetti il disco con le melodie migliori e più facili, che magari fosse uscito sei sette anni dopo sarebbe rimasto non come un possibile oggetto di culto ma come un must, una pietra miliare.
C’era Nestle, che era la pesantezza emo melodica, e c’era il punk rock puro che poi avrebbe fatto una discografia intera per i Jimmy eat world e i Get up kids (e una decina d’altri) di Mother Mary. Un disco che ha osato il passo più in là cercando di farsi ascoltare dai più.
Per quanto serva l’ho ascoltato io, e a me la vita l’ha cambiata. Forse per uno come Matranga ha più senso un effetto del genere che il villone a Bel Air.