Their/They’re/There
Pubblicato: aprile 23, 2013 Archiviato in: emo, heroes | Tags: emo, into it over it, loose lips sink ships, owen, their they're there Lascia un commento »
Quando tiri su una band del genere non puoi che attendere da internet una certa fotta. Hai un tizio apparentemente sconosciuto, ennesimo devoto della chitarra suonata con le dita (non lo so, lo chiamerei tapping così sul momento, ma ho suonato per anni la batteria, non la chitarra, quindi abbiate pietà di un eventuale errore, volevo solo evitare l’ennesima ripetizione e fuggire dal termine ‘twinkle’), che si scopre essere il chitarrista dei Loose Lips Sink Ships, sconosciuta quanto figa band math americana, Evan Weiss, di Into It. Over It. e un altro paio di band fighe, tra cui gli Stay Ahead Of The Weather, che sono praticamente la sua touring band per i full band show, e quel carro armato di Mike Kinsella alla batteria, l’uomo dietro agli stop and go stortissimi dei Cap’n Jazz, le dita e la voce di Owen, eccetera eccetera (ma se non lo conoscete forse potete pure passare oltre e non leggere il post. Chiedo venia per la spocchia). Insomma, mica pizza e fichi, ecco. Questi tre hanno registrato sei canzoni e le hanno fatto uscire per il Record Store Day di quest’anno per Polyvinyl, trovando un nome orribile che fa un po’ la maestrina nei confronti degli stessi utenti web che cavalcheranno la siddetta fotta in giro per la rete. Quello che ne è uscito è un ossimoro costruito a metà fra la solita chitarra noodle e Mike Kinsella alla batteria, che dovrebbe fare genere a sé (tra l’altro dovrebbe essere in uscita a breve pure un nuovo disco a nome Owen). È un math pop che non si lascia troppo andare a complicate sincopi e districamenti vari, capace di usare curve per costruire linee melodie che rimangono bene in testa, fra cambi di umore che non sradicano eccessivamente le fondamenta delle canzoni, come un po’ ci si aspetterebbe dal termine math e dalla miriade di conoscenze intertestuali registrate nelle nostre orecchie, ma giocano in addizione alla parte più pop e diretta delle sei canzoni, scandita dalla voce di Weiss, questa volta al basso (ma pure alle quattro corde nei Pet Symmetry, power pop band con due Dowsing che farà uscire un ep sotto la rediviva Asian Man Records, quasi volesse lasciare la chitarra solo per le sue cose soliste). Nota a margine: la copertina è forse bellissima nel suo essere una foto con effetto e cornice Instagram. Non ne sono però così sicuro, ho pareri contrastanti al riguardo.
Qua c’è una canzone in anteprima.
five against one: the revolution starts in a sea of paper cups
Pubblicato: novembre 6, 2012 Archiviato in: five against one, topfive | Tags: built to spill, emo, hc, indie rock, miracle of '86, pop, screamo, stars, the death of anna karina, verse Lascia un commento »L’altra sera parlando su twitter con qualcuno è partita l’idea di fare una compilation di sole canzoni con la parola ‘Revolution’ nel titolo (nel testo no, mai piaciuti i Rage Against The Machine), perchè il momento un po’ ne richiede (di rivoluzioni) e non sempre serve chissà cosa per farne partire una.
1) Built To Spill – Revolution
Revolution
How come people don’t fuck it up?
It’s like turning on the heat I’m just in time
Cosa c’è di più ‘adesso mi prendo su e spacco il muso a qualcuno’ di quella chitarra rigida sopra l’altra, più fangosa e melodica? Dal primo disco dei Built To Spill, un colpo alla botte ed uno allo specchio del bagno.
2) Stars – Soft Revolution
It terrifies you, but its real
It will keep you up all night
And in the flood of morning light
Spilling out across your room
You say the words will get there soon
Il testo di questa canzone sembra parlare di due ‘rivoluzioni’ diverse, una interiore che fa star svegli la notte e una collettiva, che porta sulla strada con un stereo a palla e forse il solo bosogno di trovare due rime a tema con il titolo della canzone. Ciò nonostante è di un reale incredibile quanto semplicissima: ti fa paura, non ti farà dormire, ti farà sentire meglio; poi andremo sulla strada con le nostre giacchette e un sogno nelle nostre teste. Quello cambia ogni cosa.
3) Verse – Waiting On Revolution
An explanation is what we want
We want to know how things could get so fucked up
And how things could get so out of hand
Qui la strada la si prende in pieno, ci si imboccano le maniche e si sfregano le mani. Corsa fin troppo corta verso la meta, meno di due minuti di rabbia nella speranza di aver raggiunto comunque il punto della situazione. A me sono sempre piaciuti, l’ultimo disco (quello della reunion) non è sembrato granché, ma nell’ipotetico derby ho sempre tifato Have Heart.
4) Miracle Of ’86 – Dance! Dance, Revolution!
I don’t know where the park begins and 66th street ends,
at least not this late in the weekend.
am I moving closer to you?
would you meet me half way?
La storia prima della carriera solista di Kevin Devine era nei Miracle Of ’86. Ok, il testo c’entra poco con tutta la tacita idea con cui ho fatto partire la cosa della rivoluzione, però la canzone, come quasi tutte le altre loro, mi piace parecchio, e da quello che si sente uscire dal microfono direi che una piccola idea di rivoluzione ce l’aveva pure lui in mente.
5) The Death Of Anna Karina – Every Revolution Is A Throw Of Dice
Democracy delivering
We deliver
We throw and deliver
Abbastanza.
Cover da uno che non ne avrebbe bisogno (eppure..)
Pubblicato: ottobre 16, 2012 Archiviato in: emo | Tags: emo, jonah matranga 1 Commento »Ci sono “quelli lì” (chiamati in questo modo perché sono pochi e sono immediatamente identificabili) che hanno un posto particolare nella tua mente come punti di riferimento musicale. Quelli che conta poco la qualità di quello che tirano fuori ma che di primo acchitto appena li vedi dici oh! Un po’ come quando senti parlare di tuo cugino e fortunatamente non è per un evento di cronaca.
Matranga, di nome Jonah, è uno di quelli lì. Ma mica per altro, non perché sia un genio o un profeta, perché bene o male hai amato alla follia il suo gruppo principale (i Far), poi sei andato dietro ai New End Original, ai Gratitude e ai (che poi era lui da solo) Onelinedrawing.
Da solo se non calcoliamo il featuring di R2-D2 (il pupazzino di Star Wars, sì quello).
Detto questo l’anno scorso Matranga era tornato coi Far, il singolo era bello ma il disco meh, lasciamo perdere. Ora Matranga che fa, si mette in casa, diciamo da solo, e si registra in un tempo imprecisato un disco di cover e intimista. Se l’ha fatto su un 8-tracce diciamo che come approccio ricorda qualcuno ma che quel qualcuno invece di fare cover scrisse Nebraska. Insomma non stiamo giocando nello stesso campo da calcio e neanche nello stesso sport. Sia chiaro.
Ragioniamo solo sull’approccio intimista, sia chiaro.
Voices and Dedications (così si chiama il disco) è però un disco struggente, e sì, il giochino del ricantarci le canzoni che già sai sopra l’arpeggio e l’effetto disco rallentato puoi farlo, che funziona.
Ma è fondamentalmente il cuore che c’è e nel disco e nelle scelte (Tori Amos, Springsteen, Deftones, Dylan, i Temptations, Elliott Smith), e il sapere giocare a dadi col cuore e i groppi in gola di chi l’ascolta, chè in questo Matranga è sempre stato bravo, diciamolo.
Quello che fa di questo una cosa differente dal resto è il saper dare ad altre canzoni un approccio suo, non parlo di “vestito” (che è un termine che a me sta sul cazzo fortissimamente) ma parlo proprio di andare su quelle corde che sono sue, di Matranga, anche mentre dice “tramps like us baby we were born to run”.
E non è facile. L’assicuro.
You Blew It! – Grow Up, Dude
Pubblicato: maggio 7, 2012 Archiviato in: emo | Tags: emo, topshelf, you blew it 1 Commento »Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.
Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.
Essentials : Broken Hearts Are Blue – The Truth About Love
Pubblicato: gennaio 31, 2012 Archiviato in: essentials | Tags: broken hearts are blue, emo, emocore, ordination of aaron, the truth about love 2 Commenti »Essentials riprende un po’ quello che avevamo iniziato con Hold Me Tight, a livello di contenuti e di goal impostoci da raggiungere: una cinquantina di dischi emo, punk e hardcore essenziali per le nostre pile di dischi e cartelli di mp3.
Dei Broken Hearts Are Blue si trovano pochissime informazioni, se non sulla Bibbia del genere: nati dalle ceneri degli Ordination Of Aaron, prendono il nome da una didascalia sotto una foto di James Dean scritta e appesa nella camera del cantante Ryan Gage, sono stati attivi per tre anni, la media di ogni gruppo emo delle prime due-tre ondate. Musicalmente parlando erano dei fighi di prim’ordine: una specie di Sunny Day Real Estate più grezzi e meno spiritualoni, con i testi a metà fra lo strappa lacrime e quel dire tutto e dire niente che fa tanto Salinger, come da tradizione emo che si rispetti – basta leggere quello di You Have Engaged Me per capire il concetto. La formula musicale si discosta poco dalle guitars and videogames, ma la peculiarità stava nel cantato, fatto di linee melodiche dello stampo di Jeremy Enigk cantate con un tono rubato sia a Billy Corgan che agli Split Lip/Chamberlain. Quando in And Then Ryan carica il diaframma e inizia ad urlare da l’impressione che stia per sputare fuori il cuore, e sembra davvero lo spaccazucca pelata. È da brividi sulla schiena per quanto abbia una voce fastidiosa come un gessetto che graffia sulla lavagna il tuo nome e quello della morosina in un cuore fatto male. Medesima cosa per Blue Times, che è un quadro di teen angst anni ’90 fra poster di D’Arcy, Greta Garbo e la scaletta di un concerto dei Fugazi.
I need songs for lovers. Nobody writes them anymore.
(Ultimissima chicca è l’accento svedese che il cantante millanta di avere. Mezza gag.)
Una roba che va avanti da un bel po’
Pubblicato: agosto 2, 2010 Archiviato in: emo | Tags: emo, everyone everywhere, four minutes mile, promise ring, the get up kids 7 Commenti »E poi arriva il momento in cui prendi nelle mani un disco e ti ritrovi proiettato nei tuoi venti, in pieni anni 90.
Everyone Everywhere scritto sulla copertina che non lascia capire se parliamo di un nome di gruppo o di un titolo. La foto è quella di una banda, ma di quelle con i tamburi, i fiati, ripresa da lontano. Una foto da album anno accademico inserisci un numero a tua scelta.
Quel numero va dal 1993 al 1999, probabilmente. L’epoca d’oro dell’emo, l’epoca dei Mineral e dei Get Up Kids (che con i Sunny day real estate sono i pilastri della musica degli EE) l’epoca in cui se non scrivevi una canzone con accordi storti e minori, e non cantavi con malinconia e un senso interiore di rassegnazione non eri un cazzo.
L’esordio degli Everyone Everywhere, band di Philadelphia, vale Four minute mile dei Get Up Kids e senza neanche pensarci più di tanto, e potrebbe essere considerato tra i dieci dischi più belli di quegli anni lì, fosse uscito in quegli anni lì.
10 canzoni per un debutto di quelli che squarciano il famoso velo di Maya delle illusioni di qualcosa che, col contributo essenziale della merda propinata a mani basse alla/dalla/per la gioventù Pastorizzata di MTV, si è fatto di tutto per svilire, ridurre a mainstream bieco. Sostanzialmente hanno preso Grace Kelly, fatto girare le sue foto e messo sotto il nome di Valeria Marini. Questo hanno fatto con l’emo (tutti, anche i presentatori che poi si tirano fuori).
Voi direte “sì ok, su sta cosa la metti giù pesa”. Sì ok, la metto pesa, ma perdio sono 5 anni che va avanti una mistificazione culturale ai limiti del revisionismo.
L’emo (e spero lo sappiate già) è sintetizzato da un disco come questo, che fareste meglio ad avere tra le mani anche voi e nel più breve tempo possibile.
Immaginate un qualcosa prodotto in maniera scarna e con l’impatto di un Four Minute Mile, aggiungeteci la maturità di gruppi come Mineral e Promise Ring, accendete lo stereo, magari mettetevi su qualche maglia vecchia che non ricordate neanche di avere e vi renderete conto che il tempo anche se è passato è sempre lì, e gli EE sono venuti a dimostrarci che quindi anni alla fine non sono niente. L’emo non è morto.
Anche se hanno fatto di tutto per ammazzarlo, finchè ci saranno gruppi come gli Everyone Everywhere, gli American Football e i Get up kids (che speriamo tornino con qualcosa di nuovo migliore dell’ep di un anno fa) i livelli saranno sempre di eccellenza, le canzoni rimarranno sempre indimenticabili e la prossima volta che qualche hipster coi pantaloni strizzapalle che vi spaccia sotto la patina del diy un tour di wannabes con frangettina e canzoncine che fanno più danni che Berlusconi al governo, beh, sapete cosa fare col telecomando.
Grazie a Dio, esistono ancora gruppi così, è un refrain. Ma è così.
Gli altri, beh, hanno un futuro da Pierluigi Diaco. O da ciellini. O da tutti e due, che tanto la differenza dove sta.
Noi qui siamo e qui saremo e qui siamo stati
Da più di 16 anni. E non ci sposta un cazzo di nessuno.
E’ solo l’inizio (forse)
Pubblicato: luglio 28, 2010 Archiviato in: hardcore | Tags: botch, caravels, emo, floorboards, hardcore, screamo 3 Commenti »I Caravels sono una di quelle cose per cui uno come me (fesso anche, ma nel senso di ascolti) non può non innamorarsi. Parliamo di un quintetto di Las Vegas con due punti di riferimento: lato sinistro At the Drive-In, lato destro Botch. Parliamo di hardcore insomma di quello fatto bene, con aperture melodice e tagli chitarristici che spaziano dalla violenza al melanconico, con spunti al limite del post-rock (a me sono venuti in mente i June of 44).
Un ep che porta via il cuore, di quelli che lasciano intuire che qualcosa di buono, molto buono, è all’orizzonte anche perchè si parla di un ep di 6 tracce dal titolo Floorboards, produzione impeccabile, canzoni che mi sento di dire una più bella dell’altra che rende complicato sceglierne una per una valutazione
Secondo me se ne riparlerà da qui in poi, ci scommetto su. Non fosse così sarebbe comunque un abbaglio troppo bello per essere vero.
Caravels - Sixty Acres (Mp3)
Non è finito veramente un cazzo
Pubblicato: maggio 14, 2010 Archiviato in: emo | Tags: emo, far, jonah matranga, kekko farabegoli, new end original, non si esce vive dagli anni 90, onelinedrawing 11 Commenti »Uno dei leit motif della fine degli anni 90, della prima metà della seconda metà degli anni 90 per la precisione era “Jonah Matranga è Dio”.
Niente è cambiato a più di dieci anni di distanza, se non il fatto che Jonah Matranga sempre in meno sanno chi sia e anzi, molto probabilmente sono rimasti a saperlo gli stessi di quegli anni lì. Non tutti perchè parte di quelli presi da altre cosa neanche se lo ricordano più, chi sia.
Per chi non lo sapesse neanche ora in quattro parole è uno della sacra trinità Schreifels, Cuomo, Matranga. L’emo degli anni 90, insomma. O in soldoni quello che è stato seminale di quegli anni lì.
Matranga, tra questi è quello che ha fatto capire un cazzo alla gente cosa volesse fare della sua vita di Dio partendo dai Far (l’apice del sound emo, la perfezione assoluta con i Quicksand), continuando con i New End Original (da una deriva più punk rock) e continuando con i Onelinedrawing (progetto lo-fi che univa il Beck di Mellow Gold all’Elliott Smith di Roman Candle).
Se avete perso tempo finora a sentire altro non è colpa mia.
Detto ciò e tornando a valle del discorso Matranga, ovvero di quell’uomo un po’ così con quella faccia un po’ così che ricorda Ben Stiller, da un paio d’anni ha rimesso su le sue radici, ovvero i Far, la cui discografia è quanto minima quanto fondamentale, anzi assoluta, per una serie di live che non si sa se più o meno propiziatori o di convenienza ma hanno condotto a un singolo nuovo e un disco nuovo
We wanted to make sure it wasn’t just going to be another lazy reunion album, and this song was a spark that let us know we still had something to say as a band
Lo so, merdate che hanno detto tutti quelli che poi si sono presentati alla cassa a contare gli sghei della personalissima reunion, però bon, è Matranga, è Dio. Dio non ti direbbe mai che sei Virginia Woolf solo perchè a volte guardi il muro pensierosa. No?
A un certo punto è una questione di devozione e il brano è in effetti così, con un po’ di maturità in più e quindi un po’ di disperazione in meno, con un po’ di produzione in più e quindi un po’ di batuffoli di polvere in meno che a noi piacciono tanto, ma è pur sempre un pezzo dei Far. Uno di quei gruppi che io ed un altro stronzo due anni fa inserimmo tra i venti dischi emo di tutti i tempi, e forse voi neanche li avete sentiti.
Far - Give me a reason (Mp3)






