Abbiamo fatto trenta facciamo trentuno direi. Mi riferisco al fatto che è per me la logica conseguenza dell’avere scritto un post sull’ultimo Virzì il parlare poi di quella che è parzialmente la sua colonna sonora.
Quindi parlare di Birds, esordio di Thony (co protagonista del film di cui sopra).
Non so (non credo) che l’urgenza di recuperare quel disco (praticamente impossibile illegalmente, compratelo poi mi dite chè ne stravale la pena) appena uscito dalla sala e avere visto il film derivi più dall’impatto di QUELLE CANZONI in quel contesto. Era più un’urgenza derivante dal fatto che dischi belli così e così emotivamente importanti effettivamente non ce ne sono tanti. A cuore mio Gatekeeper di Feist, For Emma di Bon Iver, O di Damien Rice e boh forse il primo di Jose Gonzales.
Thony è una di quelle brave, ma forti veramente che fosse straniera probabilmente mezza blogosfera e umanità in modalità indie ci si strapperebbe le mutande invece di bagnarsele coi Mumford and Sons per dire un nome che va immotivatamente per la maggiore..
Birds, il suo disco, è una raccolta di momenti intimi, dolci e a metà tra la migliore e intima (leggi senza gospel) Feist e la delicatezza delle coae più pacate di Regina Spektor.
Uno dei pochi dischi da avere di quest’anno e sicuramente la cosa migliore per me scritta in Italia (attendendo i tre allegri ma quello è un altro discorso).
Non è un disco facile. Questo no. Perché i dischi che sono facili non fanno piangere.
Una volta facevo classifiche di fine anno da 30/40 dischi, cercavo di stare attento ad equilibrare criteri “oggettivi” (sic) a motivi più personali. Poi un anno capita che succedano molte cose nella tua vita (una di queste, una di quelle belle, è che ora le classifiche le posso fare qua) e che badi meno ad essere sempre sul pezzo, che ti ritrovi ad ascoltare altro, comunque poco o niente delle uscite coeve o che comunque ci sia ben poca roba che ti attrae. Capita che ci siano dischi che si salvano e che spiccano sugli altri e capita anche che per una volta decida di prendere come un gioco questa cosa del fare-le-liste, come dovrebbe sempre essere. Questa volta è capitato così.
(Ringrazio il Tob Waylan con il cui beneplacito ho scopiazzato la grafica, che funziona come per la sua classifica: cliccate sulle immagini e trovate le canzoni preferite da ogni album. Ah, lo si ringrazia anche per la segnalazione dei Lanterns on the Lake che stanno qua sotto)
Tim Hecker – Ravedeath 1972
Raein – Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti
Feist – Metals
Bon Iver – Bon Iver
Comet Gain – Howl of the Lonely Crowd
Grouper – A I A: Alien Observer / A I A: Dream Loss
A far liste non sono capace ma più o meno ci siamo, 15 dischi + 1 dove i primi sono i migliori e gli altri solo belloni. Essendo io un emotivo è tutto molto soggettivo e ricco di doveri morali, poi sarei anche pieno di mancanze e i dischi migliori li ascolterò l’anno prossimo ma che importa, mica siamo qua a fare Pitchfork.
(Se cliccate sulle immagini ci stanno le canzoni preferite)
The Low Anthem | Smart Flesh Feist | The Metals Tom Waits | Bad As Me R.E.M. | Collapse Into Now Joan As Police Woman | The Deep Field St. Vincent | Strange Mercy Wye Oak | Civilian Steve Earle | I’ll Never Get Out of This World Alive Noah & The Whale | Last Night On Earth The Vaccines | What Did You Expect from the Vaccines? Social Distortion | Hard Times and Nursery Rhymes Veronica Falls | Veronica Falls I Cani | Il sorprendente album d’esordio dei Cani
Clap Your Hands Say Yeah | Hysterical Radical Face | The Family Tree: The Roots
Menzione speciale disco piangerone è un tutto un ricordar le cose meglio di com’erano davvero di quando avevamo qualche anno di meno e non mi hai visto in un film coi tuoi eroi:
Gazebo Penguins | Legna
E ricordate: i gusti di merda sono sempre quelli degli altri.
Forse sarebbe il caso di parlare di Feist. Non in quanto di divinità dell’indie odierno ma in quanto autrice di un disco bello, bellissimo, Metals.
Cos’ha di giusto il terzo disco di Feist: innanzitutto ha l’idea di sparare alto, di continuare a scrivere quelle canzoni che ti grattuggiano il cuore via, come una scorza di limone (senza arrivare al bianco peró sennò viene troppo amaro) e lavorare di fino la favola della canzone pop sognatrice.
Cazzo é la canzone pop sognatrice direte voi (a ragione); é quella canzone che ti porta da una parte all’altra della giornata, della vita e dei rimestamenti dello stomaco ogni volta che spingi play. Quella che ti fa dire “ma perché nella vita non ascolto solo Feist” o giù di lì. Come al solito si potrebbe pensare, invece no, perché Feist affoga (come si fa con gli amaretti nel caffé) le melodie nel più comprensivo e caciarone roots americano, nel gospel, nello stomp, in qualcosa di diverso (per lei).
Non stiamo qui a dire che é materia per grandi, per chi se la sente e sa di farcela altrimenti parleremmo di una pecionata senza senso. Feist si é data tempo e ha parlato una lingua diversa, non diametralmente ma un briciolo, quel poco che ti fa pensare che gli amaretti, se sono affogati bene non ammorbidiscono, non si sfaldano ma quando poi li prendi dentro una fetta di torta ti ricordi che ci avevi messo il caffé.
C’è gente che davvero riesce a stare in treno senza cuffie, senza leggere o fare cose, qualsiasi cosa. Sono fermi nei loro posti a guardare il vuoto e se un cellulare squilla provano anche piacere ad ascoltare le altrui telefonate. Sono quelli che piegano il collo meglio di un contorsionista per riuscire a leggere la prima pagina del quotidiano in mano al tizio di fronte a loro. Sono quelli che ti rivolgono parola..che è tipo vietatissimo.
1) Hum – Stars
she thinks she missed the train to mars, she’s out back counting stars
she’s not at work, she’s not at school
she’s not in bed, i think i finally broke her
Poco da dire davanti ad un capolavoro so 90s come questo. Però il cantante usciva con un’aliena e mi sa che parlavano pure poco fra loro.
2) The Decemberists – Engine Driver
And I am a writer, writer of fictions
I am the heart that you call home
And I’ve written pages upon pages
Trying to rid you from my bones
Sedici mogli di militari a sventolare fazzoletti al binario. Sedici militari che salgono su Picaresque dei Decemberists. Se non li amate lasciateli andare.
3) Feist & Ben Gibbard – Train Song
It’s so many miles and so long since I’ve left you
Don’t even know what I’ll find when I get to you
But suddenly now I know where I belong
It’s many hundred miles and it won’t be long
Se mai leggerete Lost At Sea di Bryan Lee O’Malley, oltre a rendervi conto di quanto sia noioso, forse troverete una forte analogia con il testo di questa canzone.
4) Rocky Votolato – Tennesse Train Tracks
lightning bugs are flashing on the front porch no it’s in my head
to take me back to another time cause once its gone it’s just something you aint never gonna find no matter how hard you try
Ho quasi rischiato di mettere Bright Eyes ma diciamo che ho smesso. Rocky è una scelta ovvia, con un background simile a quello di Conor, solo con molte canzoni in meno ma altrettanto belle.
5) Ben Kweller – Penny on the Train Track
Stoppin’ in somebody’s old home town
Gotta get that midnight meal
If you can’t get behind your own life
Get behind the driving wheel
Mi dimentico sempre di Ben. Me lo fece conoscere una tizia americana in vancanza qua, conosciuta per caso.
non era questa la canzone che mi aveva messo nel cd, ma quelle due ultime righe riportate qua sopra sono da brividi. Da non badare il video ‘vecchi che ballano’ alla Coldplay.