Top Film 2013 – Tob Waylan

20 tra i film preferiti usciti in italia quest’anno. C’è qualche escluso e qualche non visto ma già ho fatto fatica a ridurre a 20 una lista di più di 30 film quindi forse è meglio così.
I motivi del primo posto, se avete voglia di leggere, sono spiegati qui; i motivi per cui di Only God Forgives invece non c’è traccia sono qui, sempre che abbiate ancora voglia di leggere.
Avrei dovuto scrivere un sacco di cose su altri film, tipo perché Adèle è così bello o perché Before Midnight è forse il meno riuscito della trilogia, ma comunque stupendo, o perché Hansel & Gretel è stato così fondamentale o perché Gravity è il primo esempio d’avanguardia cinematografica del nuovo millennio. Insomma un sacco di perché e troppa pigrizia o estremo impegno nel procrastinare.
Tutti i film elencati, comunque, mi sono piaciuti un casino quindi non è che il ventesimo è lì perché è carino. No. Qui si va dal bello al capolavoro.
E bon.

1. The Place Beyond the Pines
Place
2. La vie d’Adèle
Adele

3. Before Midnight
Midnight

4. Gravity
gravity

5. The World’s End
World's End

6. Django Unchained
Django

7. Holy Motors
Holy
8. La Grande Bellezza
Grande
9. Rush
Rush
10. Venus in Fur
Venus
11. You’re Next
YOURE NEXT PIC3
12. Prisoners
Prisoners
13. Miele
Miele
14. The Hunger Games: Catching Fire
hunger-games-catching-fire-
15. Fast & Furious 6
Fast-and-furious-6
16. Hansel & Gretel: Witch Hunters
Gretel
17. Pacific Rim
Pacific
18. Star Trek Into Darkness
Star Trek
19. Pain & Gain
Pain
20. Sinister
Sinister

Top Film 2013 – Byron

Film

Le solite precisazioni del caso: sono classificati solo film visti in sala nel 2013 in Inghilterra (+ festival inclusi). Quest’anno ho compilato una classifica scarna e semplice: solo 10 film invece di 20. In effetti 20 film belli li ho visti, ma questi 10 sono stati per me una spanna sopra gli altri. Tra questi, il numero 1 va d’obbligo a Post Tenebras Lux: il film più imperfetto, strano, sbagliato di tutti (Premio Holy Motors del 2013). Ma è quello che più di tutti ha imbrattato di vernice i muri della mia mente. Sono ancora qui senza una spiegazione logica di perché e di per come.

Detto questo, è una classifica un po’ insensata, mi rendo conto, soprattutto per quanto riguarda l’ordine; l’ho riscritta circa sei volte, e a seconda del giorno sono usciti più o meno gli stessi film ma in ordini diversi. Unica eccezione: To The Wonder, il film che vince l’ambito Premio Catullo – un giorno ti amo, un giorno ti odio. Non l’ho ancora assimilato, ed è finito secondo (2°) in un’altra classifica che ho stilato con altri criteri per a classifica dei critici indipendenti su Twitter #12FilmsaFlickering (chez Jules Arkadin), mentre qui Non Pervenuto. Che ci vuoi fare, col cinema è un po’ anche come ti svegli la mattina.

Bonus tracks:

  • Premio La Vita è Una Cosa Meravigliosa Ma Anche WTF: It’s Such a Beautiful Day (questo film iperconsigliato si può vedere per 2$ qui su Vimeo. È veramente bellissimo. Ma magari tienitelo per un giorno in cui non ti senti particolarmente ipocondriaca/o)
  • Premio Bravi Ma Basta: Django Unchained (25 minuti e un po’ di logorrea in meno e ce l’avremmo fatta, amico Quentin. Impegnati, secondo me ce la fai.)
  • Premio Ci Si Rivede in DVD e Poi Ne Riparliamo: Lore (i danni di Malick sono quasi pari ai danni della Germania post-guerra)
  • Premio Piccoli Ken Loach Crescono: The Selfish Giant (l’Inghilterra è un paese allegro)
  • Premio Tecnologia (Ma Non S’è Capito Perché le Donne nello Spazio Stanno in Mutande): Gravity (e ok, neanche io so parcheggiare, ma non ho bisogno di George Clooney a spiegarmi come si fa)
  • Premio Se Semo Voluti Tanto Bbene Ma È Finita: La grande bellezza (NO NO e NO)

Only Lovers Left Alive

8Quella che stai per leggere è una specie di recensione del nuovo film di Jim Jarmusch con Tilda Swinton e Tom Hiddleston, che al momento non ha una data di uscita in Italia. Jim Jarmusch è una leggenda, ha diretto ventordici capolavori, e questo qui è uno di quelli; sarà l’entusiasmo ma te lo dico subito che per me si conta tra i suoi 5 film migliori e tra i top 5 del 2013 (gli diamo 8 sulla fiducia che entro dicembre sarà diventato un 10).

Si può cominciare col dire che è un film sui vampiri, e lo è fondamentalmente perché i due protagonisti:

a)     si nutrono di sangue
b)    sono e non sono morti
c)     vivono di notte

Però sia chiaro che si va molto oltre al semplice film di genere: dopo Edward & Bella e puttanate varie, questo è il reboot di cui i vampiri avevano bisogno. Ora, se hai pazienza di leggerti il resto possiamo dire che in realtà Only Lovers Left Alive è un film che parla di cose fondamentalmente più interessanti dei vampiri, tra cui:

a)     la sensazione di libertà e onniscenza e inquitudine che ti dà esplorare una città di notte
b)    la decadenza materiale e inevitabile trasporto umano verso il concetto di Fine
c)     la nostalgia necessaria alla creazione di qualsiasi opera d’arte ma soprattutto la musica

Procediamo con una specie di introduzione dei due personaggi intorno ai quali gira tutto il film come un vinile nel giradischi (questa è una similitudine da due spicci che puoi prendere o lasciare, dettata dalla quantità di rock’n’roll retro contenuta nel film, ma anche dal movimento della macchina da presa nella sequenza di apertura nel film, che gira gira gira).

La favola di Adamo ed Eva

Tilda Swinton è Eve, un vampiro ottimista e generalmente vitale, che ama la letteratura in tutte le lingue e ballare classici dimenticati del rock’n’roll anni ‘60. Indossa vestiti damascati tendenti al bianco e ha più energia quando si sveglia la notte di quanta non abbia io dopo due ristretti. Risponde alle tendenze depressive di Adam con una simpatica dose di “get over it”, e sbaraglia le discussioni su come si fanno i personaggi femminili interessanti nel cinema (che guardo caso sono spesso interpretati da Cate Blanchett, Emma Thompson, o ahem, Tilda Swinton quando non fa la mamma di Kevin).

Tom Hiddleston è Adam, un vampiro depresso e malinconico che compone prog-rock di culto, dopo un passato da ghost writer per vari pezzi grossi della storia della musica. Colleziona chitarre e strumenti a corde antichi – tutte gli strumenti vintage che si vedono nel film sono modelli originali, preparatevi a pulirvi la bavetta davanti a un paio di Gretsch e Rickenbacker, e a piangere la fine di una sei corde classica del primo novecento. Jim Jarmusch ha descritto il personaggio a Tom H come “Hamlet as played by Syd Barrett”; non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non magari che Tom H è piuttosto sdraiabile anche quando fa il depresso malinconico. (La colonna sonora del film è in buona parte opera del gruppo di Jim Jarmusch. Si ascolta qui sotto.)

Adam e Eve si amano da secoli (perché per forza con quei nomi se non siete archetipi voi ditemi un po’) ma vivono rispettivamente a Detroit e Tangeri (perché vista e considerata l’eternità che sarà mai una relazione a distanza per qualche anno). Ora, Detroit e Tangeri: due città dal passato imperiale, centri di produzione e creazione tra i più vivaci al mondo, industria e musica mano nella mano, diversità culturale e sociale come se piovesse. E poi via: un crollo economico, un movimento sociale, un battito di ciglia lungo un decennio o giù di lì, e Detroit e Tangeri diventano due avamposti in rovina, due città fantasma, vuote, disabitate.

I vampiri guidano un’auto vintage in giro per Detroit di notte, e Jarmusch rivela la bellezza dei cinema abbandonati diventati parcheggi, dei mattoni e del ferro nelle fondamenta esposte, degli edifici precari e in punto di morte. I vampiri camminano per le strade di Tangeri trasportando contenitori di sangue, e Jarmusch cita una scena di In the Mood For Love (che altro non è se un film sul contrasto tra la permanenza della memoria dei luoghi e l’insostenibile impermanenza degli amanti, e sul portare gli occhiali da sole di notte), e tu senti il sapore di sale nell’aria notturna, la sabbia nel vento, e percepisci uno sgretolarsi lentissimo degli edifici in riva al mediterraneo.

[Intervallo: la suddetta scena di In the Mood for Love, perché è sempre giusto.]

C’è del magico sublime nelle rovine e non lo scopro né io adesso né Jarmusch, nemmeno i poeti Romantici che piacciono tanto a me quanto a entrambi i personaggi. Pensi a come sarebbe aver visto le guerre puniche, e giocare a scacchi con Byron o bere vinaccio con Poe ed essere ancora qui a raccontarlo. Cominci a farti un’idea che il passare del tempo pesi parecchio, a come si debbano sentire i luoghi e le cose inutili che rimangono lì dopo lo scorrere delle faccende umane, e immagini che il senso di superiorità che ci potrebbe dare l’aver vissuto per secoli è una forma di ennui crepuscolare difficile da superare. 

Ok, sì, l’esistenzialismo sta diventando pesante. Allora dico anche che Only Lovers Left Alive è una commedia e una bella paraculata, che punzecchia non solo i film di vampiri che si prendono molto sul serio, ma anche gli hipster fissati con la tecnologia vintage, il gusto del ruin-porn, l’Orientalismo, quelli che credono nel complotto di Shakespeare (di cui ti ho parlato nella recensione di Anonymous), e il cinema in toto a colpi di battutacce e freddure. La mia preferita è una scena in cui Adam scopre un improbabile quartetto di amanite rosse e bianche cresciute tra la sterpaglia del suo “giardino” nella stagione sbagliata, e serissimo osserva: “it just goes to show, we don’t know shit about fungi.” Fatemene una maglietta NAU.

Ora dico una poesia che mi è venuta in mente mentre guardavo il film:

I.
Our kiss is a secret handshake, a password.
We love like spies, like bruised prize fighters,
Like children building tree houses.
Our love is serious business.
One look from you and my spine reincarnates as kite string.
When I hesitate to hold your hand,
it is because to know is to be responsible for knowing.

II.
There is no clean way to enter
the heavy machinery of the heart.
Just jagged cutthroat questions.
Just the glitter and blood production.

III.
The truth is this:
My love for you is the only empire
I will ever build.
When it falls,
as all empires do,
my career in empire building will be over.
I will retreat to an island.
I will dabble in the vacation-hut industry.
I will skulk about the private libraries and public parks.
I will fold the clean clothes.
I will wash the dishes.
I will never again dream of having the whole world.

[Mindy Nettifee, “This is the Nonsense of Love” ]

Ecco, questa cosa mi è venuta in mente perché Only Lovers Left Alive è più di qualsiasi altra cosa un film sull’amore come prova di resistenza contro il logorio del tempo.

Dice la poesia che l’assurdità dell’amore è costruire un impero intorno al proprio amato, circondarlo di cose straordinarie scintillanti e sanguinolente, viaggi nel tempo, avventure per spie e reincarnazioni fantastiche. Ma poi un giorno l’amore finisce, qualcosa cambia, e l’impero crolla – perché crollare è la cosa che gli imperi tendono a fare  – e quindi basta, dopo il crollo dell’impero non c’è più nulla, o c’è solo da lavare i piatti. L’impero dell’amore è finito, andate in pace.

Only Lovers Left Alive

Nel film di Jarmusch gli unici amanti rimasti vivi sono non-morti. Sono Adamo ed Eva, distruttori del paradiso terrestre, creatori della vita in terra. Sono Adamo ed Eva, che si amano lo stesso anche quando fanno cazzate. Sono Adamo ed Eva che nonostante la rottura di palle del volo notturno e la coincidenza a Madrid prendono un aereo per rivedersi e stare insieme non solo su Skype (sì sono vampiri che usano Skype). Per quanto mi riguarda la meravigliosa assurdità dell’amore tra umani ha molto più queste fattezze che quelle descritte nella poesia: è guardare gli imperi crollare e poi avere l’immaginazione e la forza di pianificarne dei nuovi. L’amore è accettare che a volte si pensa di star costruendo una cattedrale e invece è bungalow. L’amore è adattarsi a vivere nelle rovine e trovarle anche belle. L’amore è resistere al tempo, coltivare un giardino, farsi sorprendere dal mistero che è l’esistenza dei funghi (specie se, come me, ai funghi sei molto allergica). 

I personaggi di Jarmusch sono quasi sempre gli ultimi superstiti della loro specie. È questo che li rende bizzarri, speciali e immortali. Ma questi amanti-vampiri, gli ultimi amanti rimasti vivi, sono molto più normali. È questo che li rende umani.

Top Film 2012 – Tob Waylan

Quindi: venti film che mi sono piaciuti un casino e su cui le lamentele sono proprio punte al cazzo, diversi esclusi per il principio del “avete fatto un paciugo e non vi meritate niente” (se avete pensato “Prometheus!” e “The Dark Knight Rises!” avete pensato bene) e un paio di mancanze piuttosto gravi tra cui Seven Psychopaths che sarebbe entrato facilmente tra primi dieci. Bon, statemi bene.

listone

Un altro post su Drive (e un mixtape)

Diciamocelo chiaramente, tra le regole auree di un blog c’è di non parlare dello stesso argomento più volte, di non essere retorici, di scrivere post non lunghi e di non spoilerare film.
La risposta è che questo posto è mio e faccio un po’ come mi pare e che Drive è un film che fa un po’ fottere di regole scritte da nessuno.
Quindi se andate avanti sappiate che questo post: parla di Drive di nuovo, sarà lunghetto e spoilererà qualcosa. A vostro rischio insomma.
Che questo posto è mio lo sapevate già

(ah prima del post e collegandomi al lato prettamente musicale di Drive, totalmente fuori tempo, pop e oscuro ho immaginato per un attimo una playlist fittizia ispirata all’esperienza del film stesso, qui il file rar da scaricare sempre vogliate, dove i titoli sono scritti all’apertura del file, magari la suonate mentre leggete, magari no)

Io sono uno di quelli che ai film dà un peso enorme. Che L’infernale Quinlan sia il film più bello della storia lo capisci dai primi 3 minuti, che The Social Network sarà studiato per anni dai primi 5, che Watchmen è un film sottovalutatissimo dai primi 3, che Il nastro bianco è un film che ti spaccherà in due dai primi tre e via dicendo.
Nei primi 5 minuti di film Drive è un film che fa la spiega, “ti fa vedere come si fa e come se ne esce”. Una cosa che per la maggior parte dei registi ci speculerebbe per 45 minuti abbondanti magari con uno come Robert Duvall a spiegare chi è il driver, qualche giogioneria tipo sul non fare domande, seguito poi da mezzora di botti macchine che fanno stridere le gomme, chioschetti di hot dog investiti sorrisetti del driver. Insomma Fuori in 60 secondi l’avete visto tutti no?
Qui la storia è diversa, il principio è quello della razionalità, della diversità GTA che diventa realtà, perchè a GTA se sei furbo vai dentro al garage con la macchina e chiudi lì, sennò puoi scegliere di guidare fino in Canada o cose simili alla Blues Brothers. Ecco, il primo riferimento plausibile oltre a Michael Mann è il gioco GTA. E già scriverli vicino fa uscire il sangue dal naso figuriamoci al cinema.

L’onestà, e la grandezza (perchè tutti i film grandi sono onesti) di un film come Drive è nelle radici. Le radici di un western (non un noir, non un road movie) dei più classici, il quasi cattivo incontra la bella, si innamora di lei, aiuta il marito e poi lo vendica e se ne va al tramonto. Questo è un western figlioli, Gary Cooper c’ha fatto una carriera sopra, abbiatene un minimo di rispetto. Il western dicevo, e la rarefazione dei noir Lynchiani, le stranezze e il nichilismo (che poi nichilismo non è) dei personaggi, i personalissimi tic e deformità sociali e il senso di inadeguatezza. Tutto è strutturato non sulle parole ma sugli sguardi che raramente tradiscono emozioni e raramente sono rilevatori di per sè. Inseriti nel contesto prendono invece un’altra piega. Come per la rivelazione della cotta prima e della vera natura del driver, una scena che messa allo stesso modo, in due punti diversi ha un significato opposto.

è un western dicevo. Ma voi non volete credermi.

Altro punto, e finalmente ci siamo arrivati, sono i personaggi, taciturno, scarsamente rivelatore, con doppia identità (o con un’identità che esce fuori per motivi lavorativi e morali) ed estremamente viscerale e profondo (attenzione non in maniera cinematograficamente logorroica, il Driver. Donnina del west senza difese lei.
I gesti, in questo sono a dir poco sensazionali. Il dito puntato ricorda da vicinissimo le due dita di Dennis Hopper di Velluto Blu, incastrato nel personaggio più da vicino le due dita sotto il collo del Mortensen di Eastern Promises. Io a quel punto preciso lì ho pensato “il potere di un dito”, del silenzio, delle pause e della paura. Michael Bay non hai capito veramente un cazzo.

Il tocco e la concessione al pop è il giacchetto, un simbolo del protagonista (tolta una scena usato solamente nei momenti della sua attività lavorativa) e di cui viene spogliato nel momento dell’intimità del ritorno alla vita reale, della necessità e della percezione di essere una persona normale, con una vita normale. La chimera rivoltata al contrario.
Che il riferimento sia Carpenter e il giacchetto di Snake Plissken anche qui credo sia pacifico (anche se a dirla tutta è la bruttezza vera dell’oggetto a contestualizzarlo nel pop decadente e plasticoso figlio degli anni 80).

Il film fatto presto a definire il senso della storia, il succo e dove si vuole andare a parare miracoleggia a destra e manca fino all’ora e quaranta (i titoli di coda) con concessioni al senso della posizione dell’occhio che scruta la storia, alla vista dello spettatore più che all’ascolto. Senza linee di sceneggiatura memorabili, o esplosioni di regia (escluso l’enorme tributo a William Friedkin nei vari inseguimenti) e si decontestualizza, mettete che storie del genere alla fine se siete nella sala vicino sentite i rombi del THX o del surround. La quiete invece è la base di Drive, il nocciolo. La pietra inscalfibile che regge tutto. Nessuno urla, non ci sono concessioni agli strepiti, le rivelazioni sono fatte in silenzio, con un gesto (la pallottola consegnata dal bambino), come la vendetta e l’accettazione di una vita che non sarà per ora come si desiderava fosse.
Refn leva la parola “destino” che nel noir è probabilmente la pietra fondante e la riduce a sacrificio (a sua volta pietra fondante del western) e riscatto.
Anche se con la seconda (in questo caso) col senno di poi uno ci si soffia il naso.
Drive è un film enorme perchè riesce ad andare senza mezzi (sceneggiatura, dicevamo su) dove vuole lui, la magia del cinema vera e propria è questa, una storia chiusa con degli occhi chiusi e poi aperti, una macchina che viene messa in moto e se ne va e una donna che bussa alla porta. Sembrano scene sconnesse ma sono cose così che fanno il cinema e la storia.
Alla stessa stregua del bacio più bello mai visto della storia del cinema (la sto sparando probabilmente me anche no) nato tra due amanti in un ascensore in presenza di un killer. Un braccio che si allunga e ripara, un balletto di danza classica senza le isterie di Aronofski, un ralenty che diventa una sceneggiatura e poi la bocca dell’inferno.
Se vogliamo chiamare così una storia d’amore e riscatto che non vedrà mai soddisfatto il suo senso.