Top Film 2013 – Byron

Film

Le solite precisazioni del caso: sono classificati solo film visti in sala nel 2013 in Inghilterra (+ festival inclusi). Quest’anno ho compilato una classifica scarna e semplice: solo 10 film invece di 20. In effetti 20 film belli li ho visti, ma questi 10 sono stati per me una spanna sopra gli altri. Tra questi, il numero 1 va d’obbligo a Post Tenebras Lux: il film più imperfetto, strano, sbagliato di tutti (Premio Holy Motors del 2013). Ma è quello che più di tutti ha imbrattato di vernice i muri della mia mente. Sono ancora qui senza una spiegazione logica di perché e di per come.

Detto questo, è una classifica un po’ insensata, mi rendo conto, soprattutto per quanto riguarda l’ordine; l’ho riscritta circa sei volte, e a seconda del giorno sono usciti più o meno gli stessi film ma in ordini diversi. Unica eccezione: To The Wonder, il film che vince l’ambito Premio Catullo – un giorno ti amo, un giorno ti odio. Non l’ho ancora assimilato, ed è finito secondo (2°) in un’altra classifica che ho stilato con altri criteri per a classifica dei critici indipendenti su Twitter #12FilmsaFlickering (chez Jules Arkadin), mentre qui Non Pervenuto. Che ci vuoi fare, col cinema è un po’ anche come ti svegli la mattina.

Bonus tracks:

  • Premio La Vita è Una Cosa Meravigliosa Ma Anche WTF: It’s Such a Beautiful Day (questo film iperconsigliato si può vedere per 2$ qui su Vimeo. È veramente bellissimo. Ma magari tienitelo per un giorno in cui non ti senti particolarmente ipocondriaca/o)
  • Premio Bravi Ma Basta: Django Unchained (25 minuti e un po’ di logorrea in meno e ce l’avremmo fatta, amico Quentin. Impegnati, secondo me ce la fai.)
  • Premio Ci Si Rivede in DVD e Poi Ne Riparliamo: Lore (i danni di Malick sono quasi pari ai danni della Germania post-guerra)
  • Premio Piccoli Ken Loach Crescono: The Selfish Giant (l’Inghilterra è un paese allegro)
  • Premio Tecnologia (Ma Non S’è Capito Perché le Donne nello Spazio Stanno in Mutande): Gravity (e ok, neanche io so parcheggiare, ma non ho bisogno di George Clooney a spiegarmi come si fa)
  • Premio Se Semo Voluti Tanto Bbene Ma È Finita: La grande bellezza (NO NO e NO)

Only Lovers Left Alive

8Quella che stai per leggere è una specie di recensione del nuovo film di Jim Jarmusch con Tilda Swinton e Tom Hiddleston, che al momento non ha una data di uscita in Italia. Jim Jarmusch è una leggenda, ha diretto ventordici capolavori, e questo qui è uno di quelli; sarà l’entusiasmo ma te lo dico subito che per me si conta tra i suoi 5 film migliori e tra i top 5 del 2013 (gli diamo 8 sulla fiducia che entro dicembre sarà diventato un 10).

Si può cominciare col dire che è un film sui vampiri, e lo è fondamentalmente perché i due protagonisti:

a)     si nutrono di sangue
b)    sono e non sono morti
c)     vivono di notte

Però sia chiaro che si va molto oltre al semplice film di genere: dopo Edward & Bella e puttanate varie, questo è il reboot di cui i vampiri avevano bisogno. Ora, se hai pazienza di leggerti il resto possiamo dire che in realtà Only Lovers Left Alive è un film che parla di cose fondamentalmente più interessanti dei vampiri, tra cui:

a)     la sensazione di libertà e onniscenza e inquitudine che ti dà esplorare una città di notte
b)    la decadenza materiale e inevitabile trasporto umano verso il concetto di Fine
c)     la nostalgia necessaria alla creazione di qualsiasi opera d’arte ma soprattutto la musica

Procediamo con una specie di introduzione dei due personaggi intorno ai quali gira tutto il film come un vinile nel giradischi (questa è una similitudine da due spicci che puoi prendere o lasciare, dettata dalla quantità di rock’n’roll retro contenuta nel film, ma anche dal movimento della macchina da presa nella sequenza di apertura nel film, che gira gira gira).

La favola di Adamo ed Eva

Tilda Swinton è Eve, un vampiro ottimista e generalmente vitale, che ama la letteratura in tutte le lingue e ballare classici dimenticati del rock’n’roll anni ‘60. Indossa vestiti damascati tendenti al bianco e ha più energia quando si sveglia la notte di quanta non abbia io dopo due ristretti. Risponde alle tendenze depressive di Adam con una simpatica dose di “get over it”, e sbaraglia le discussioni su come si fanno i personaggi femminili interessanti nel cinema (che guardo caso sono spesso interpretati da Cate Blanchett, Emma Thompson, o ahem, Tilda Swinton quando non fa la mamma di Kevin).

Tom Hiddleston è Adam, un vampiro depresso e malinconico che compone prog-rock di culto, dopo un passato da ghost writer per vari pezzi grossi della storia della musica. Colleziona chitarre e strumenti a corde antichi – tutte gli strumenti vintage che si vedono nel film sono modelli originali, preparatevi a pulirvi la bavetta davanti a un paio di Gretsch e Rickenbacker, e a piangere la fine di una sei corde classica del primo novecento. Jim Jarmusch ha descritto il personaggio a Tom H come “Hamlet as played by Syd Barrett”; non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non magari che Tom H è piuttosto sdraiabile anche quando fa il depresso malinconico. (La colonna sonora del film è in buona parte opera del gruppo di Jim Jarmusch. Si ascolta qui sotto.)

Adam e Eve si amano da secoli (perché per forza con quei nomi se non siete archetipi voi ditemi un po’) ma vivono rispettivamente a Detroit e Tangeri (perché vista e considerata l’eternità che sarà mai una relazione a distanza per qualche anno). Ora, Detroit e Tangeri: due città dal passato imperiale, centri di produzione e creazione tra i più vivaci al mondo, industria e musica mano nella mano, diversità culturale e sociale come se piovesse. E poi via: un crollo economico, un movimento sociale, un battito di ciglia lungo un decennio o giù di lì, e Detroit e Tangeri diventano due avamposti in rovina, due città fantasma, vuote, disabitate.

I vampiri guidano un’auto vintage in giro per Detroit di notte, e Jarmusch rivela la bellezza dei cinema abbandonati diventati parcheggi, dei mattoni e del ferro nelle fondamenta esposte, degli edifici precari e in punto di morte. I vampiri camminano per le strade di Tangeri trasportando contenitori di sangue, e Jarmusch cita una scena di In the Mood For Love (che altro non è se un film sul contrasto tra la permanenza della memoria dei luoghi e l’insostenibile impermanenza degli amanti, e sul portare gli occhiali da sole di notte), e tu senti il sapore di sale nell’aria notturna, la sabbia nel vento, e percepisci uno sgretolarsi lentissimo degli edifici in riva al mediterraneo.

[Intervallo: la suddetta scena di In the Mood for Love, perché è sempre giusto.]

C’è del magico sublime nelle rovine e non lo scopro né io adesso né Jarmusch, nemmeno i poeti Romantici che piacciono tanto a me quanto a entrambi i personaggi. Pensi a come sarebbe aver visto le guerre puniche, e giocare a scacchi con Byron o bere vinaccio con Poe ed essere ancora qui a raccontarlo. Cominci a farti un’idea che il passare del tempo pesi parecchio, a come si debbano sentire i luoghi e le cose inutili che rimangono lì dopo lo scorrere delle faccende umane, e immagini che il senso di superiorità che ci potrebbe dare l’aver vissuto per secoli è una forma di ennui crepuscolare difficile da superare. 

Ok, sì, l’esistenzialismo sta diventando pesante. Allora dico anche che Only Lovers Left Alive è una commedia e una bella paraculata, che punzecchia non solo i film di vampiri che si prendono molto sul serio, ma anche gli hipster fissati con la tecnologia vintage, il gusto del ruin-porn, l’Orientalismo, quelli che credono nel complotto di Shakespeare (di cui ti ho parlato nella recensione di Anonymous), e il cinema in toto a colpi di battutacce e freddure. La mia preferita è una scena in cui Adam scopre un improbabile quartetto di amanite rosse e bianche cresciute tra la sterpaglia del suo “giardino” nella stagione sbagliata, e serissimo osserva: “it just goes to show, we don’t know shit about fungi.” Fatemene una maglietta NAU.

Ora dico una poesia che mi è venuta in mente mentre guardavo il film:

I.
Our kiss is a secret handshake, a password.
We love like spies, like bruised prize fighters,
Like children building tree houses.
Our love is serious business.
One look from you and my spine reincarnates as kite string.
When I hesitate to hold your hand,
it is because to know is to be responsible for knowing.

II.
There is no clean way to enter
the heavy machinery of the heart.
Just jagged cutthroat questions.
Just the glitter and blood production.

III.
The truth is this:
My love for you is the only empire
I will ever build.
When it falls,
as all empires do,
my career in empire building will be over.
I will retreat to an island.
I will dabble in the vacation-hut industry.
I will skulk about the private libraries and public parks.
I will fold the clean clothes.
I will wash the dishes.
I will never again dream of having the whole world.

[Mindy Nettifee, “This is the Nonsense of Love” ]

Ecco, questa cosa mi è venuta in mente perché Only Lovers Left Alive è più di qualsiasi altra cosa un film sull’amore come prova di resistenza contro il logorio del tempo.

Dice la poesia che l’assurdità dell’amore è costruire un impero intorno al proprio amato, circondarlo di cose straordinarie scintillanti e sanguinolente, viaggi nel tempo, avventure per spie e reincarnazioni fantastiche. Ma poi un giorno l’amore finisce, qualcosa cambia, e l’impero crolla – perché crollare è la cosa che gli imperi tendono a fare  – e quindi basta, dopo il crollo dell’impero non c’è più nulla, o c’è solo da lavare i piatti. L’impero dell’amore è finito, andate in pace.

Only Lovers Left Alive

Nel film di Jarmusch gli unici amanti rimasti vivi sono non-morti. Sono Adamo ed Eva, distruttori del paradiso terrestre, creatori della vita in terra. Sono Adamo ed Eva, che si amano lo stesso anche quando fanno cazzate. Sono Adamo ed Eva che nonostante la rottura di palle del volo notturno e la coincidenza a Madrid prendono un aereo per rivedersi e stare insieme non solo su Skype (sì sono vampiri che usano Skype). Per quanto mi riguarda la meravigliosa assurdità dell’amore tra umani ha molto più queste fattezze che quelle descritte nella poesia: è guardare gli imperi crollare e poi avere l’immaginazione e la forza di pianificarne dei nuovi. L’amore è accettare che a volte si pensa di star costruendo una cattedrale e invece è bungalow. L’amore è adattarsi a vivere nelle rovine e trovarle anche belle. L’amore è resistere al tempo, coltivare un giardino, farsi sorprendere dal mistero che è l’esistenza dei funghi (specie se, come me, ai funghi sei molto allergica). 

I personaggi di Jarmusch sono quasi sempre gli ultimi superstiti della loro specie. È questo che li rende bizzarri, speciali e immortali. Ma questi amanti-vampiri, gli ultimi amanti rimasti vivi, sono molto più normali. È questo che li rende umani.

Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer - Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.

Carnage; o, Il polpettone

Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.

Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.

Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.

All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque  a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.

Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.

Top Film 2011 – Byron

20 film usciti nelle sale in Inghilterra nel 2011.

Il 2011 è stato per me un anno ricchissimo di visioni nuove e sorprendenti, davvero una grande annata. Consideriamo che questi film viaggiano tra le ★★★★★ e le ★★★★, e che c’è stato molto dibattito interiore tra le posizioni in classifica.

Come al solito i miei criteri sono:
a) Quanto ho amato il film, un calcolo in base al numero di volte che ho rivisto/voluto rivedere il film in questione (tipo The Artist io lo rivedrei quasi tutti i giorni, e credo che continuerò ad amarlo anche quando andrà di moda tirargli le pietre perché farà man bassa di premi e diranno, sbagliando, che è robetta. Ho consultato Buster Keaton in una seduta spiritica e dice che ho ragione.)
b) Impressione rimasta dopo la visione, specie a distanza di molto tempo (tipo Tree of Life sono uscita dal cinema che sembravo una miracolata, e poi dopo 4 settimane di analisi e discussioni del significato recondito del film, bof, niente, il grosso è evaporato lasciando dietro di sé 45 minuti splendidi ma poco arrosto)
c) Qualità tecnica e conversazione tra gli elementi formali del film/la storia/il substrato filmico (che è la cosa preferita di Tob Waylan, al quale peraltro vanno i miei ringraziamenti per il supporto tecnico nella produzione di questo post.)

Il mio film dell’anno è uscito in Italia l’anno scorso credo per tipo due settimane; immagino che l’abbiano visto in pochi, e che gli altri non sappiano cosa si perdono. Correte a comprare non dico il blu-ray come ce l’ho io, ma almeno il DVD, e poi ditemi se non è un film davvero emozionante e squisito, un film che non avete mai visto prima, e un film che ti fa dire con orgoglio le temibili parole “cinema italiano”. Giusto per la cronaca i personaggi del film sono un pastore, un albero, una catasta di carbone, varie capre e un cane. Bisogna pazientare un po’ perché è quasi interamente senza dialoghi, ma è una film narrativo, non un documentario, e la pazienza viene ripagata con una storia bellissima. (Il premio al Migliore Cane in un Ruolo da Protagonista è un ex-aequo tra il border collie Le Quattro Volte e il Jack Russell di The Artist.)

Di Senna ho già parlato abbondantemente su questi schermi; le mie impressioni su altri film sono sparse tra le mie dimore sull’internet: qui ho scritto in italiano di This Must Be the Place e un paio di altre cose viste al London Film Festival (inclusi lo splendido Once Upon A Time in Anatolia e Alps), e qui (in inglese) di A SeparationCime TempestoseTinker TailorMeek’s Cutoff, Life in a Day (che si può vedere tutto e gratis su YouTube). Herzog era da vedere in 3D anche se la tecnologia continua a non convincermi, specialmente per quanto riguarda le riprese di oggetti/persone in movimento (ma prometto che stasera vado a vedere Hugo, pronta a ricredermi). Almodovar è tornato in gran forma, e gracias por el pescado: ci hai ridato l’Antonio Banderas di Legami, continuate così vi prego; Submarine, grazie per le risate a denti stretti; su Drive non c’è niente che i miei compagni qui non abbiano già detto (se non che forse sono l’unica donna al mondo alla quale Ryan Gosling non fa *nessun effetto* – donerò il mio corpo alla scienza); Il ragazzo con la bicicletta è forse il migliore film dei Dardennes, gentile, piccolo, delicato e senza la falsa morale alla Ken Loach (ruina mundi); Animal Kingdom è una roba che è tipo Il padrino australiano, bravi.

Gli esclusi dal classificone – col cuore in mano: Faust (Sokurov, Я вас люблю ma lo sto ancora digerendo), Shame (che mi ha dato grossi problemi morali, anche se è una bomba), Habemus Papam (che mi ha divertita molto, ma per me ha scazzato la metafa teatrale – ci andava Pirandello e non Chekhov), Archipelago (un film in effetti molto bello, ma anche insomma lo so già che gli inglesi hanno problemi di costipazione emotiva, grazie eh).

Cose che invece non mi sono piaciute penniente: indubbiamente l’insopportabile Miranda July ha superato se stessa nell’orribile The Future; Blue Valentine, Never Let Me Go e Norwegian Wood vincono il Premio Noya; il Premio Ciofeca è tutto per 360; Anonymous, Premio Baraccone; Super 8, Premio Delusione E Sono Anche Andata Apposta Al Cinema A Washington Per Vederlo, Dannazione. Menzione speciale Premio L’Orrore L’Orrore: The Beaver, ovvero Mel Gibson e un pupazzo a forma di castoro, cose che vorrei rimuovere dalla memoria.

Però a conti fatti e profezie Maya permettendo, se per caso il 2012 al cinema dovesse essere come il 2011, ben venga.