Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer - Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.


Carnage; o, Il polpettone

Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.

Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.

Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.

All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque  a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.

Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.


Top Film 2011 – Byron

20 film usciti nelle sale in Inghilterra nel 2011.

Il 2011 è stato per me un anno ricchissimo di visioni nuove e sorprendenti, davvero una grande annata. Consideriamo che questi film viaggiano tra le ★★★★★ e le ★★★★, e che c’è stato molto dibattito interiore tra le posizioni in classifica.

Come al solito i miei criteri sono:
a) Quanto ho amato il film, un calcolo in base al numero di volte che ho rivisto/voluto rivedere il film in questione (tipo The Artist io lo rivedrei quasi tutti i giorni, e credo che continuerò ad amarlo anche quando andrà di moda tirargli le pietre perché farà man bassa di premi e diranno, sbagliando, che è robetta. Ho consultato Buster Keaton in una seduta spiritica e dice che ho ragione.)
b) Impressione rimasta dopo la visione, specie a distanza di molto tempo (tipo Tree of Life sono uscita dal cinema che sembravo una miracolata, e poi dopo 4 settimane di analisi e discussioni del significato recondito del film, bof, niente, il grosso è evaporato lasciando dietro di sé 45 minuti splendidi ma poco arrosto)
c) Qualità tecnica e conversazione tra gli elementi formali del film/la storia/il substrato filmico (che è la cosa preferita di Tob Waylan, al quale peraltro vanno i miei ringraziamenti per il supporto tecnico nella produzione di questo post.)

Il mio film dell’anno è uscito in Italia l’anno scorso credo per tipo due settimane; immagino che l’abbiano visto in pochi, e che gli altri non sappiano cosa si perdono. Correte a comprare non dico il blu-ray come ce l’ho io, ma almeno il DVD, e poi ditemi se non è un film davvero emozionante e squisito, un film che non avete mai visto prima, e un film che ti fa dire con orgoglio le temibili parole “cinema italiano”. Giusto per la cronaca i personaggi del film sono un pastore, un albero, una catasta di carbone, varie capre e un cane. Bisogna pazientare un po’ perché è quasi interamente senza dialoghi, ma è una film narrativo, non un documentario, e la pazienza viene ripagata con una storia bellissima. (Il premio al Migliore Cane in un Ruolo da Protagonista è un ex-aequo tra il border collie Le Quattro Volte e il Jack Russell di The Artist.)

Di Senna ho già parlato abbondantemente su questi schermi; le mie impressioni su altri film sono sparse tra le mie dimore sull’internet: qui ho scritto in italiano di This Must Be the Place e un paio di altre cose viste al London Film Festival (inclusi lo splendido Once Upon A Time in Anatolia e Alps), e qui (in inglese) di A SeparationCime TempestoseTinker TailorMeek’s Cutoff, Life in a Day (che si può vedere tutto e gratis su YouTube). Herzog era da vedere in 3D anche se la tecnologia continua a non convincermi, specialmente per quanto riguarda le riprese di oggetti/persone in movimento (ma prometto che stasera vado a vedere Hugo, pronta a ricredermi). Almodovar è tornato in gran forma, e gracias por el pescado: ci hai ridato l’Antonio Banderas di Legami, continuate così vi prego; Submarine, grazie per le risate a denti stretti; su Drive non c’è niente che i miei compagni qui non abbiano già detto (se non che forse sono l’unica donna al mondo alla quale Ryan Gosling non fa *nessun effetto* – donerò il mio corpo alla scienza); Il ragazzo con la bicicletta è forse il migliore film dei Dardennes, gentile, piccolo, delicato e senza la falsa morale alla Ken Loach (ruina mundi); Animal Kingdom è una roba che è tipo Il padrino australiano, bravi.

Gli esclusi dal classificone – col cuore in mano: Faust (Sokurov, Я вас люблю ma lo sto ancora digerendo), Shame (che mi ha dato grossi problemi morali, anche se è una bomba), Habemus Papam (che mi ha divertita molto, ma per me ha scazzato la metafa teatrale – ci andava Pirandello e non Chekhov), Archipelago (un film in effetti molto bello, ma anche insomma lo so già che gli inglesi hanno problemi di costipazione emotiva, grazie eh).

Cose che invece non mi sono piaciute penniente: indubbiamente l’insopportabile Miranda July ha superato se stessa nell’orribile The Future; Blue Valentine, Never Let Me Go e Norwegian Wood vincono il Premio Noya; il Premio Ciofeca è tutto per 360; Anonymous, Premio Baraccone; Super 8, Premio Delusione E Sono Anche Andata Apposta Al Cinema A Washington Per Vederlo, Dannazione. Menzione speciale Premio L’Orrore L’Orrore: The Beaver, ovvero Mel Gibson e un pupazzo a forma di castoro, cose che vorrei rimuovere dalla memoria.

Però a conti fatti e profezie Maya permettendo, se per caso il 2012 al cinema dovesse essere come il 2011, ben venga.


Anonymous: you never know with the Tudors

A scuola ti hanno insegnato che William Shakespeare era un attore di Stratford-upon-Avon che si è trasferito a Londra, ha scritto almeno 37 commedie, e poi è tornato a Stratford. Anche a me. Però, ecco, c’è gente che non ci crede. Le motivazioni sono lunghe, complesse e tediose ma, se interessa, un riassuntino con opinioni forti e giuste lo trovi qui, e qui c’è tutta la cosa spiegata in maniera ufficiale. Ma facciamo un breve sondaggio:

Alla fine chi se ne frega, quello che conta al cinema è una bella storia ben raccontata, plausibile o no, poco c’entra. Roland Emmerich su questa storia ci ha fatto un film che si chiama Anonymous e che esce tra un paio di settimane. Come tanti film di Roland Emmerich, Anonymous è fatto apposta per il pubblico d’inizio secolo (il ventunesimo), un pubblico molto più pronto ad applicare teorie di complotto che il rasoio di Occam a qualsiasi storia si racconti. Quindi puoi credere alla storia inventata più complessa e intrigante – amore! Potere! Sesso! Dire! Fare! Baciare! Lettera! Testamento! – o puoi credere a quella più semplice, né più né meno documentata con prove concrete di quella di Dante, per esempio. (Sempre che tu creda all’esistenza di Dante, e non che – TADAA! – il figlio illegittimo di Cecco Angiolieri e Beatrice abbia scritto La divina Commedia spacciandosi per Dante. Who was this Dante guy anyway?)

I am Shakespeare

Per quanto mi riguarda, credo che l’autore delle opere di William Shakespeare sia William Shakespeare. Che fosse un attore, un puttaniere, un padre di famiglia, un figlio di guantaio, uno che ha rubato sei cervi dal giardino del re, mi interessa molto poco. (Basta che davvero non fosse Joseph Fiennes.) Mi interessa anche pochissimo dello Shakespeare caposaldo del canone letterario occidentale, dello Shakespeare tradotto in tutte le lingue del mondo (anche più della Bibbia), e dello Shakespeare santo patrono del merchandising e del turismo del Warwickshire. Sinceramente, a me, che le commedie di Shakespeare le abbia scritte un contadino di Stratford-upon-Avon o l’arciduca di So-ben-io, non cambia niente.

No, I am Shakespeare

Indipendentemente quindi dal presupposto del film, che è condivisibile o meno (e che comporta certe implicazioni non da poco: gli anti-Stratfordiani sono accusati di classismo, e intellettualismo – che in Gran Bretagna è un’accusa peggiore della pedofilia – gli Stratfordiani di nazionalismo, fascismo, forse anche di pedofilia), si rimane con una storia di fantasia ambientata in un periodo storico che però – e questa è una cosa importantissima da dire di Anonymous – è visto e presentato interamente attraverso uno sguardo contemporaneo. Nel film l’approccio all’idea dell’Autore è moderno, quasi post-moderno o post-post-moderno (è un tentativo di far risorgere un Autore ormai morto e sepolto da secoli di autopsie critiche); l’approccio all’idea di teatro filmato è moderno, quasi post-moderno (nel suo tentativo di far passare il teatro per un serio pericolo a livello politico, un’idea che è una fantasia ricorrente della critica, una delle più perverse); soprattutto è l’idea dell’ipotesi di complotto ai danni del genio e dei sentimenti a essere moderna (questa non è post-moderna, è una cosa inventata dai poeti Romantici con la R maiuscola, ma non escludo che forse anche loro l’hanno scopiazzata da qualche altra parte). Insomma, Anonymous è un pasticcio prepostero in tanti sensi.

No, I am Shakespeare

[Segue paragrafo pignolo che si può anche saltare.] Ci sono tanti di quei problemi a livello di autenticità minima del setting che non so da dove cominciare. Mi rendo conto che siano cose che danno fastidio solo a uno spettatore con conoscenza dell’argomento, ma insomma la polizia e l’esercito non esistevano ai tempi di Elisabetta I quindi è difficile che fossero spediti a soffocare rivolte di pezzenti in strada, peraltro sprecando preziosissima polvere da sparo; la costruzione e l’assemblaggio dei vestiti delle donne sicuramente non avrebbe permesso a Elisabetta I di sedersi per terra a contemplare il futuro del regno come una bambola di porcellana afflitta da senilità; Christopher Marlowe è morto per una coltellata in faccia e non sgozzato; Ben Jonson è stato in prigione per aver sparato a un uomo in un duello, non solo per problemi di censura dei suoi scritti; probabilmente nessuno diceva ‘by the beard’ (poffarbacco) con questa frequenza; la tragedia messa in piedi per aiutare la rivolta di Essex era Riccardo II e non Riccardo III; la datazione della scrittura, stampa e produzione delle commedie di Shakespeare presentata nel film non c’entra una benemerita fava con le prove storiche esistenti, solide e piuttosto inconfutabili; la rappresentazione del teatro elisabettiano nel film (in particolar modo lo stile della recitazione, l’interesse del pubblico verso ciò che succede in scena) sputa in faccia a tutto quello che ne abbiamo dedotto finora studiando accuratamente l’evidenza. [Ok, la pianto col siparietto pignolo. Continua pure a leggere.]

No, I am Shakespeare

Ma quindi? E’ per questi motivi che Anonymous è un po’ una vaccata? No. Gli stessi problemi esistono in Shakespeare in Love, Elizabeth, nel Falstaff di Welles, o in qualsiasi altro film basato su un qualsiasi periodo storico (sento la voce di Johnny Palomba che dice ma che davéro voi ve penzate che quelli aspettavano a Gwyneth Paltrow pe fa Romeo e Giulietta?). I problemi veri – che sono problemi non di filologia ma di cinema – sono altri. Cominciamo per esempio dai credits, che sono stati fatti con Word – e già uno dice con tutti soldi che avranno speso per affittare gli studios di Babelsberg e a spalmare tutto quel CGI potevano sforzarsi a scaricarsi un font tipo 1543 Humane Jenson, almeno sarebbe stato coerente con la parvenza di periodo storico.

Manoscritto originale, prova inconfutabile

La trama potrebbe anche essere avvincente (è la trama di una commedia Shakespeariana, si può dire?) ma la narrazione è pessima: si passa da cinque anni prima, a tre anni dopo, a dieci giorni fa, a c’era una volta nell’Inghilterra elisabettiana, a improvvisamente l’estate scorsa. Duchi di qua, duchi di là, duchi di su, duchi di giù: beato chi distingue Henry Wriothesley da Robert Devereux (che non è Joseph Fiennes, altrimenti avrebbe confuso ancora di più). Ma poi seduta di fianco a me al cinema c’era gente che non aveva capito che Joely Richardson e Vanessa Redgrave interpretassero la stessa regina, come se di Elisabette I ce ne fossero tante. O forse era tutta una strategia di Emmerich per dire che Elisabetta I aveva i sosia come Saddam Hussein. (9/11 was an inside job. L’atterraggio sulla luna non è mai successo. Elvis vive.)

La regia vabbè, Emmerich è sempre lui: riprese aeree su New York (ehm, sì) e Londra, neve che fiocca come proiettili, esplosioni, CGI come se piovesse, combattimenti tra cani e orsi – bang, crash, whoo. Le scene sono costruite enormi e imbevute nel testosterone. I costumi, quelli funzionano, e l’illuminazione anche – siamo lontani dai colori sgargianti di Shakespeare in Love e molto più vicini al fango, al freddo e al tanfo del periodo. Io sarei anche disposta a crederci a questo mondo, se non fosse per i dialoghi.

Dove i dialoghi di Shakespeare in Love erano ammiccanti ma divertenti, leggeri ma efficaci, qui sono pieni di esposizione e spiegoni. Soprattutto sono resi pesantissimi da questa missione autoimposta di dover rivelare un complotto agli occhi dell’universo mondo, dal profetismo di uno sceneggiatore (John Orloff) convinto di star dicendo cose importantissime per il benestare del regno, e di assestare colpi duri a un’agiografia a sentir dire lui sbagliata. Bah. Contento lui. Il fatto è che se l’avesse presa in LULZ la cosa sarebbe davvero riuscita. Ma egli – e lo conferma il comportamento stizzito sui giornali e alla conferenza stampa al London Film Festival – è sicuro che i pazzi siamo noi.

No, I am Shakespeare

Il cast si prende la briga di sganciare bombe di attoroni con pedigree da palcoscenico per ridurli a macchiette o semplicemente fare un breve name-check per dire: visto, ci abbiamo anche infilato un riferimento a Thomas Dekker, mica siamo dei ciarlatani qualsiasi, noi sì che lo sappiamo il teatro rinascimentale inglese. Sappiamo anche il cinema Shakespeariano: l’avete capito il riferimento all’Enrico V di Branagh? Mica solo il taglio di capelli dell’attore che fa Enrico, anche Derek Jacobi con la sciarpetta vi diamo, e sticazzi non ce li metti? Nel frattempo uno che sembra Orlando Bloom ha una parte importantissima. La baracca è salvata da un Rhys Ifans impressionante, un attore che ho sempre detestato, ma che devo dire è cresciuto in quell’espressione perfetta da ritratto dell’epoca Tudor, un colorito da malinconia e bile, e che davvero a tratti è quasi commovente con tutta quella frustrazione artistica e tutto quell’eyeliner. Poi c’è il carissimo Edward Hogg nella parte del cattivone Robert Cecil – e per farci capire che è cattivone Emmerich lo veste sempre di nero e ha anche la gobba. (Se hai pensato: “Quale gobba?” allora sei la persona giusta per vedere questo film con me.) La battuta più bella del film – che forse è stata suggerita da uno dei ghost writers di Downton Abbey, se non di Blackadder – se la accaparra lui, ed è: “you never know with the Tudors – LOL OMG JK e ;-)!” Però non ti dico quanto si sente la mancanza di James Frain in questo film, che prima di fare il vampiro campione di spelling con l’aiuto del T9, era un fenomenale Renaissance man sia alla corte di Jonathan Rhys Meyers che di Cate Blanchett.

[Segue paragrafo di fatti miei, ma anche una cosa che mi è piaciuta del film] Di una cosa seria devo ringraziare questo film: di avermi brevemente riportata al momento esatto in cui ho afferrato e capito Shakespeare, tutto Shakespeare, giuro, anche quello che fino a allora non avevo ancora letto o visto. Il momento in cui sul palcoscenico del Globe a Londra (che è un altro fake, non è il vero teatro di Shakespeare ma una ricostruzione moderna) un attore di cui non avevo mai sentito parlare è salito in scena e ha pronunciato le parole “O for a muse of fire” e si è portato via un pezzo della mia vita. Quel momento non mi è mai sembrato più lontano di oggi quando l’ho visto rifatto al buio del cinema: lo stesso attore e le stesse parole, ma aveva un che di sintetico, un qualcosa di ammuffito, e a lui è invecchiata molto la voce oltre che la faccia. Eppure pedalando verso casa ho provato a ripassare le parole di quel monologo: le so ancora tutte. Questo Shakespeare, whoever he was, ti entra sotto la pelle. [Fine dei fatti miei.]

Non sono io la prima a dire che Shakespeare era ed è nostro contemporaneo – d’altronde lui (o chi per lui) ha scritto in Amleto che lo scopo dell’arte è di reggere lo specchio alla natura. E quindi Anonymous è un film che molto più che parlare del periodo di Shakespeare, parla di noi del ventunesimo secolo, del modo in cui guardiamo e riveriamo certe frodi di celebrità senza talento, noi che ci pisciamo addosso alla notte degli Oscar quando qualche scrivano qualsiasi fa un discorso leccapiedi per ringraziare gli attori che danno vita alle sue parole, e i produttori che hanno creduto nel progetto, e i burattinai dietro le quinte. Ma poi il film sembra anche prenderci un po’ tutti in giro, come dire: ecco, siete contenti voi pubblico di merda, di aver creduto all’impostore mentre il vero genio è altrove? Ma non vi sentite cretini ad aver abboccato per così tanto tempo? (Everything you know is wrong. La terra è piatta. Paul è morto.)

La risposta breve è NO, quella lunga è WTF LOL

Insomma, Anonymous è un po’ The Matrix travestito da film storico, è un po’ Il Codice da Vinci, cosa ci vuoi fare, è un po’ un film di Roland Emmerich, e noialtri siamo qui a strapparci i capelli per un film di Roland Emmerich. A dire oddio che ne sarà di noi che cerchiamo di insegnare ai nostri studenti che il periodo elisabettiano è pieno di robe interessanti e fondamentali per la comprensione del mondo di oggi (non solo poesia, teatro, e politica, ma anche complotti veri, intrighi di corte testati, avvelenamenti, robe grosse, persino le streghe e l’invenzione del capitalismo, seriously) anche senza doversi inventare “Il Codice Shakespeare”? Secondo me possiamo anche stare tranquilli, non abbiamo nulla da temere. Facciamo un paio di conti: Emmerich – 2012, 10000 BC, The Day After Tomorrow, The Patriot, Godzilla, Independence Day; Orloff – Legend of the Guardians The Owls of Ga’Hoole, A Mighty Heart; Shakespeare – Amleto, Macbeth, Otello, Riccardo III, Enrico V, La Tempesta, Il Racconto d’Inverno, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Misura per Misura. Alla fine salterà fuori che per imparare qualcosa di Shakespeare torneremo sempre a vedere, leggere e insegnare Re Lear, e quasi mai De Vere. E che Shakespeare è come vi piace, e Anonymous è molto rumore per nulla.


Senna

A un certo punto mi batteva così forte il cuore che pensavo che sarei dovuta uscire dal cinema. Il punto in cui il film sta per finire e lo sai come andrà la storia. Il punto in cui non c’è musica, non c’è nemmeno il rombo del motore. Il punto in cui la curva sta lì e lo aspetta.

Il film di Asif Kapadia (scenenggiato da Manish Pandey) racconta un copione che molti di noi conoscono bene: la vita di Ayrton Senna dai go-kart alla Formula 1, tre campionati del mondo, la rivalità con Prost, la santificazione in Brasile, fino alla fine a Imola, a venti minuti da casa mia. Diciamolo subito: 100% su Rotten Tomatoes e 8.5 su IMDB in questo caso sono criteri di valutazione assolutamente affidabili. Senna è un esempio magistrale di film sportivo, un modo potente di fare biografia al cinema, e un prodotto di archivio video-documentaristico di qualità altissima: ce n’è sia per cinefili che per connoisseurs della F1.

Ma soprattutto ce n’è per chi non ne sa quasi niente: anche senza ricordare Ayrton Senna, anche senza interessarsi alla F1, Senna mette a fuoco una serie di comportamenti umani e conflitti professionali talmente essenziali al personaggio che alla fine potrei anche dire che è semplicemente il ritratto più riuscito della storia. Come Zidane: A 21st Century Portrait è un ritratto in movimento, e al quale il movimento è essenziale. Non solo la velocità delle gare, ma anche la rapidità dell’animale maschio che le donne non le sciupa ma le travolge – si vede negli occhi della giornalista giapponese che non riesce a levarsi il sorriso a trentadue denti dalla faccia solo perché gli sta vicino; lui sghignazza e la investe con un bacio, e poi un altro, e poi un altro; lei per poco non ci resta secca. Diciamolo come vogliamo, era un figo, Senna.

Non sorprendiamoci quindi se Senna diventerà un testo sacro nelle scuole di cinema: è un capolavoro del montaggio e della capacità di sceneggiare una narrativa lineare e coerente organizzando materiale pre-esistente – perché non c’è un’immagine né un parola del film che siano state girate o registrate apposta. E le immagini di repertorio sono quelle della Formula 1 che guardavo da bambina: un formato televisivo a bassissima definizione, dove una macchina in sorpasso è una costellazione di punti colorati impossibili da fermare, e la moviola riempie il monitor di righe bianche e nere, tempeste di neve in un globo di vetro. E’ un film digitale composto di materiale interamente analogico, giusto per ribadire il concetto che la nostalgia è la colonna portante del cinema.

La nostalgia è anche una grossa parte di quello che Senna significa per me, un esercizio di memoria, un viaggio del tempo. Quello che mi ricordo io di quel giorno terribile è il caldo di inizio Maggio a Bologna, il sole negli occhi mentre io e mio fratello cercavamo di individuare l’elicottero che portava Senna all’ospedale Maggiore, il suono tremendo delle pale nel cielo, il rumore invadente del motore che interruppe il pranzo a casa di mia nonna.

Pochi giorni dopo, all’ora d’oro di un pomeriggio polveroso, andai con un paio di compagni di scuola all’Istituto di Medicina Legale di Bologna per salutare Senna per l’ultima volta. C’erano centinaia di persone a riempire via Irnerio, bandiere brasiliane e italiane, fiori, lacrime e anche musica. I fotografi erano totalmente impreparati – nel 1994, prima della morte di Lady Diana, non credo che si aspettassero di trovare tanta gente che con la Formula 1 aveva poco a che fare, che voleva solo esternare una tristezza collettiva, disumana, immensa. Uno scroscio di applausi, una doccia freddissima, un brivido giù per la schiena. Poi sui motorini abbiamo seguito il corteo funebre fino all’aeroporto, fino a dove fu possibile. All’aeroporto erano stati avvisati delle folle in arrivo e c’erano un sacco di vigili urbani. Ci fecero la multa perché eravamo in due su un F10. Io dissi: “mi scusi signor vigile, ma lei proprio non può capire.” Avrei preferito una multa per eccesso di velocità, sarebbe stata più appropriata.

Non so come mai la morte di Senna mi colpì tanto. Seguivo la Formula 1 quanto la può seguire una bambina che fa come le dice papà, e papà tifava Ferrari. Le McLaren di Senna e Prost erano il nemico; al limite si simpatizzava per Piquet perché era un signore, ma bisognava tifare per Alboreto, Berger e Mansell perché viva la scuderia italiana.

Ma prima che si abbassassero le luci in sala avrei giurato di conoscerla o di almeno di ricordarla davvero bene questa storia: Senna irresponsabile, Senna sfacciato, Senna sprezzante del pericolo, Senna vendicativo. Il mio scrittore preferito lo dice che sempre che non ci si deve fidare della memoria, che “la memoria è un mostro,” e infatti ecco la sorpresa: nel film ho rivisto non solo uno che era totalmente devoto all’adrenalina, alla velocità e alla vittoria a costo di qualsiasi cosa, ma uno che vedeva la purezza della competizione, in un mondo in cui sta tutto in un gioco falsato dalla politica, dai soldi e dalla tecnologia. Uno di quegli eroi tragici guidati da un segno divino, da un destino contemporaneamente crudele e perfetto, al quale credono e si affidano.

Dopo il 1994 la Formula 1 non è più stata la stessa cosa, e io mi sono stufata di gare lunghissime senza sorpassi, senza rischio, senza Senna. Senna correva in un periodo in cui il pilota faceva ancora la differenza – e le immagini degli ultimi giri a Interlagos nel 1991, la sua prima vittoria in casa, lo dimostrano. Col box del cambio rotto, Senna finì la gara in sesta senza stallare, controllando con le braccia e i piedi la bestia di metallo inferocita che sembrava non volersi fermare mai, figurati rallentare per imboccare le curve. Quando taglia il traguardo per l’ultima volta, Asif Kapadia stacca il suono e ti mette dritto nella macchina con Ayrton: senti le sue urla incredule, urla come un matto, e poi, esausto dall’impresa, si ferma e sviene.

Il punto in cui ho iniziato a piangere è la scena che segue, quando Ayrton si riprende e viene portato al podio per festeggiare le vittoria. Ha degli spasmi muscolari fortissimi e le spalle così contratte che non riesce a muoversi; è in preda al dolore, cerca di non esagerare, ma ringhia “don’t touch me” a chiunque gli si avvicini. Chiama suo padre, gli fa, “vieni qui, toccami molto gentilmente.” Il padre abbraccia il suo bambino, lo accarezza per non fargli male, gli dà un bacio sulla guancia. C’è tutt’una roba sull’essere uomini lì, in quel gesto, che mi fa invidiare i legami tra padri e figli; non lo capirò mai del tutto, ma è profondamente commovente. Più tardi rivedo quello stesso gesto, quando al funerale il padre appoggia una mano delicata sulla bandiera verde-giallo-blu che avvolge la cassa del figlio. Nel quarto d’ora a piedi dal cinema a casa continua battermi fortissimo il cuore.


Senna è uscito da poco nei cinema inglesi, ma è già acquistabile in DVD e blu-ray con sottotitoli italiani. (Occhio: la versione blu-ray ha un sacco di contenuti aggiuntivi e dura 2h 40′ – quella che ho visto io e di cui parlo qui è la versione per thatrical release che dura 106′.) Su Little White Lies c’è una bella intervista al regista.

Non c’entra niente, ma questo è il post numero 1400 di JunkiePop. Applausi a GiorgioP che ci ha portati qui – è un gran bel posto – e applausi a voi che leggete i nostri sproloqui – è davvero un piacere.


Top 10 Film 2010 – Byron

In ordine quasi casuale, i miei film preferiti (usciti nelle sale in GB nel 2010):
Bright Star (Jane Campion), Whip It (Drew Barrymore), A Single Man (Tom Ford), Un Prophète (Jacques Audiard), Exit Through the Gift Shop (Banksy), Over Your Cities Grass Will Grow (Sophie Fiennes), Soul Kitchen (Fatih Akin), Another Year (Mike Leigh), Kynodontas (Yorgos Lanthimos), The Social Network (David Fincher).

Mozione d’onore “ce l’hanno quasi fatta”: Scott Pilgrim mi ha divertita tanto lì per lì ma poi mi sono convinta che fosse un film “da maschi” e niente, così come mi era entrato nel cuore è evaporato. Da poco ho recuperato La Prima Cosa Bella, e signoreiddio, ho pianto come non piangevo al cinema da anni, ma poi pure lui, niente. Winter’s Bone mi è piaciuto ma è molto su un tono solo e dopo un iniziale entusiasmo potrebbe essere solo un onesto undicesimo. Carlos, molto bello ma ne ho visto solo la versione breve e non mi sento di qualificare un lavoro che ho visto a metà.

Invece Avatar dopo i primi 15 minuti a bocca aperta mi ha annoiata, Inception mi ha delusa, Up in the Air l’ho visto l’anno scorso, Toy Story 3 non l’ho ancora visto perché sono sposata con uno che non aveva ancora visto parte 1 e 2 quando è uscito al cinema. Che vi devo dire: a me sono piaciuti questi. Alcuni perché sono film importanti e seri, altri perché mi hanno molto divertita, alcuni perché mi hanno fatto un male cane, altri perché, volente o nolente, non mi sono più usciti dalla testa. Sono tutti film un po’ particolari, quasi nessuno straordinario, quasi nessuno davvero sconvolgente (ripensiamo un po’ a quando abbiamo visto Mulholland Drive o The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, signori e signore, ecco a voi: sconvolgente). Sono film che parlano principalmente della cosa che più mi ha tenuta occupata quest’anno, la domanda “chi sono io, e in che mondo vivo?” Dei motivi precisi potrei parlare per ore, se interessano lasciate commenti e domande.

E a voi quali film sono piaciuti nel 2010?


The Social Network

C’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che vuole disperatamente essere parte di una cerchia di persone. Queste persone comandano il piccolo campo di concentramento del sesso, dei soldi e dello status quo che è il campus universitario più prestigioso del mondo. Che non è migliore né peggiore di tanti altri microcosmi sociali del mondo, solo più ricco, più rinomato e con una più alta concentrazione di cervelli dal Q.I. fuori dalla norma. Queste persone si organizzano in confraternite votate all’umiliazione di chi è inferiore e sottoposto. Per entrare si devono superare prove di audacia del livello più stupido possibile, ma una volta giudicati abilitati alla partecipazione si entra in un gruppo di individui che si guardano le spalle gli uni con gli altri, sia dentro che fuori dal microcosmo. Una volta percolati nel macrocosmo del mondo fuori dall’università i kapo degli eletti cercheranno di replicare i meccanismi interni ai quali sono abituati, e un giorno governeranno un mondo dove ci saranno altri sfigati da sottoporre a gare di vomito, strip poker nella neve e gare di canottaggio – a volte metaforicamente, a volte no. Lo sfigato non vuole governare il mondo, lo sfigato vuole che la sua esistenza venga riconosciuta e che gli sia concesso di essere uno del gruppo. Lo sfigato vuole non essere uno sfigato.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che non sa chi è, che fare, dove andare o cosa volere. Ma è uno sfigato antipatico con un’idea. Non importa se l’idea è sua o una combinazione delle idee di altri. Quello che importa è chi arriva primo: quello che fa. L’idea è una bomba. Esplode. Si porta dietro tutti. Lascia un cratere enorme in cui le persone non contano più, conta solo il contenitore, conta l’apparire, conta la proiezione in due dimensioni di una vita, come in una foto dopo una catastrofe.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che vuole disperatamente vendicarsi di una ragazza che lo ha umiliato piantandolo. Non perché la rivuole indietro, ma perché quell’umiliazione gli rivela che è umano e che l’essere umani implica imperfezione, frustrazione, e sofferenza a palate. Lo sfigato farà di tutto per negare la propria umanità e non doversi sentire così imperfetto, frustrato e sfigato.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo. E’ solo. Rimarrà solo.

The Social Network è una commedia. C’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo al quale all’inizio va tutto storto. Ma lo sfigato è un genio della tecnologia moderna e in un paio di settimane inventa un aggeggio virtuale che mette in contatto tutti con tutti e si conosce un sacco di gente ed è tutta una gran festa. Lui sta seduto in ciabatte di gomma e felpa col cappuccio in cima a un impero economico incredibile, non si droga e non beve, e ha un miliardo di amici con cui condividere foto, musica, opinioni, articoli che legge, cosa ha mangiato a pranzo e dove andrà in vacanza.

Oppure The Social Network è una tragedia, si comincia male e si finisce peggio. (Ora dovrei fare un discorso che per la tragedia classica ci vuole una caduta dall’alto, un eroe che, pur avendo tutte le capacità del mondo e l’ammirazione degli dei, viene scaraventato nel fallimento da una sua ossessione, o una paura, o un errore clamoroso. Il suo fallimento è esemplare per la società, la sua caduta purifica il mondo e porta una lezione importante. Invece per la tragedia moderna ci vuole una società incapace di liberarsi dalle forze sovrumane che la governano quotidianamente – forze come il capitalismo, o il totalitarismo, o il desiderio di essere sempre qualcosa di più – e personaggi principali che non sono eroi ma gente comune che cerca di sopravvivere e di comandare queste forze a suo piacimento per scopi più o meno costruttivi per la società. Alla fine non migliora niente, ci attacchiamo tutti quanti al proverbiale tram. Non tutto questo è applicabile a The Social Network, ma si capisce l’idea?) Lo sfigato non è un eroe tragico e da tanto in alto non cade. Soprattutto si fa poco male. Lo sfigato non è neanche “uno stronzo”, è solo uno sfigato. La caduta dello sfigato è un momento brevissimo in cui la maschera del non-umano anedonico si scioglie, mostrando una quasi impercettibile emozione nella rivelazione che non sarà mai altro che uno sfigato. A questa rivelazione esistenzialista non c’è rimedio, le forze che comandano sono state messe in moto ed è impossibile fermarle. Si va avanti così, senza eroi, senza lezioni, senza catarsi.

The Social Network è un film di David Fincher, uno per cui la mascolinità è sempre dominata dell’idea del doppio. La versione facile di tutto ciò è che nel film c’è un personaggio/due che è/sono “se stesso x 2”. Una cosa straniante che ha già detto tutto: quando un maschio di Fincher è figo è così figo che vale per due. La versione più complessa è che i maschi ‘normali’ di Fincher sono in genere la combinazione di uno sfigato reale e una proiezione idealizzata di un maschio perfetto e mefistofelico, che arriva brandendo un contratto scritto col sangue dello sfigato. Lo sfigato non può che accettare i termini del contratto perché è terribilmente attratto e interamente dipendente da ciò che quel maschio perfetto e demoniaco significa, ma non diventerà mai come lui.

The Social Network è un film di Aaron Sorkin, che ha scritto dei personaggi femminili splendidi che somigliano molto di più alle donne che frequento io che ai personaggi dei film ‘da donne’ che si vedono in giro (quelli in genere interpretati da Jennifer Aniston o da Meryl Streep). Qui di donne Sorkin ne scrive poche non perché sia sessista, o nemmeno tanto per fedeltà al realismo omosociale della vita di gente come lo sfigato in questione o del mondo delle grosse università. Di donne ce ne sono poche perché il meccanismo del mondo moderno visto tramite i socialcosi riporta l’umanità indietro di decenni, se non di secoli. E poi comunque Sorkin lo sa che non è necessario che una donna ci sia per rappresentare un punto di vista femminile (o non maschilista) in un film: l’assenza di voci femminili forti è già di per sé una critica intelligente a questi modelli di maschi, e la domanda: “perché non ci sono donne in questo film?” contiene la sua stessa risposta.

The Social Network è un film musicato da Trent Reznor e Atticus Ross in un modo che non te l’aspetti – con una sinfonia di suoni sintetici e inquietanti – e fotografato scuro e freddo da Jeff Cronenweth in un modo che se ci pensi fa paura. Il suono e la fotografia trasformano lo schermo cinematografico in una specie di monitor di computer in cui c’è una parte che vedi e che riesci a operare, ma è solo la superficie: dietro ci sono milioni di milioni di invisibili componenti meccaniche ed elettroniche di dimensioni infinitamente ridotte che si muovono costantemente alterando l’aspetto della superficie e la tua percezione del visibile. La musica e i colori di questo film sono il codice, l’algoritmo del modo in cui ti parla nei rari momenti in cui non c’è dialogo.

The Social Network è un film completamente aperto e non solo nel finale. C’è una richiesta di amicizia che non si capisce se è una richiesta di aiuto o una richiesta di convalida. Friend request, ergo sum?

The Social Network è un film interamente legato al suo oggetto. Obiettivamente l’essenza della storia sarebbe la stessa anche senza internet – tutte le storie di amicizia sono storie di amicizia tradita, e tutte le storie di successo sono le storie di un’impellente sconfitta. Ma l’idea, “the holy-shit once in a generation idea”, di The Social Network è l’idea di questo aggeggio virtuale, di questi maschi e di queste femmine, di questo mondo in cui, anche se non ci sei dentro per decisone tua o di chiunque altro, sei implicato in una serie di network, in una rete di informazioni e associazioni a volte non volute, a volte disperatamente cercate.

The Social Network non è un film su Mark Zuckerberg o su Facebook, è un film sui contatti sociali nel 2010. Per tutti questi motivi The Social Network è il film del 2010. Il modo in cui rispondi a questo film indica la tua collocazione nella mappa del mondo del 2010: ti piace, non ti piace, sei dentro al gruppo, sei fuori dal gruppo, sei connesso, condividi, cambia la tua immagine, cancella il tuo status. La mappa mostra un posto fatto di superfici sottili ma a tenuta stagna: ci si vede attraverso, ma non ci si entra o non se ne esce. E’ il prodotto naturale di un secolo in cui tutto è più pubblico, più veloce, più facile, e tutti sono più soli, più ricchi e più sfigati.

Note a piè di pagina (che si possono anche non leggere)
1: Questo è un post ‘a richiesta’ da un amico che voleva leggere un parere su TSN che fosse ‘meno Sorkin, più roba’. Ho cercato di mettere meno Sorkin possibile, ma sappiate che per me Sorkin è il Re indiscusso degli sceneggiatori Americani contemporanei. La richiesta è stata fatta sia a me che a Rachele e Quatsch, e i loro post appariranno quindi sui rispettivi blog.

2: The Social Network è il MIO film dell’anno, il che significa che non risponderò a commenti “eh ma Inception è molto più film dell’anno”. Anche perché ve l’ho già detto che Inception non mi è tanto piaciuto. Il MIO film dell’anno è il film che uscita dal cinema volevo già rivedere, e il film che per me è necessario in un preciso momento storico. In genere ce n’è uno all’anno. L’anno scorso è stato Das weisse Band, l’anno prima The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford. Questo non significa che io non veda i tanti meriti di No Country for Old Men, o che non sia capace di spiegarvi perché lo Star Trek dell’anno scorso è un capolavoro, o di elencare le plurime ragioni per cui There Will Be Blood è il film più grande del decennio passato, sebbene nessuno dei tre sia stato film dell’anno per me. Poi stiamo a Novembre, ci sono ancora due mesi, chissà.

3: La migliore recensione che ho letto di TSN l’ha scritta Matt Zoller Seitz, che dice che The Social Network è un horror post-9/11 come There Will Be Blood era un horror post-9/11 (due film che peraltro sono molto più simili di quel che non si immagini). La recensione che più amo odiare l’ha scritta Zadie Smith dal punto di vista di una che presume di capire bene e di essere superiore a tutto questo, e che crede di esserne così fuori che si può permettere di giudicare non solo il film, ma tutto l’universo in cui il film esiste. Nel contempo non può fare a meno di scrivere che lei lo conosceva il vero Mark Zuckerberg, che insomma lei c’era dentro e “voi non siete un cazzo”. Dopodiché diventa un pezzo sofisticato e interessante, ma mia nonna avrebbe detto le stesse cose (anche se le avrebbe scritte meno bene). Per una che ha scritto una versione moderna di Howards End, un libro che si apre con l’epigramma “only connect”, Zadie Smith mi sembra in questo caso estremamente disconnessa.

4. Ora che ci penso “only connect” sarebbe un epigramma perfetto anche per TSN. Tra vent’anni un/a critico/a più competente di me scriverà un saggio su come e perché TSN sia l’Howards End del ventunesimo secolo (gli elementi ci sono tutti). Io sarò gelosissima e mi lamenterò su Facebook che mi hanno rubato l’idea, e forse gli farò causa, e poi tornerò nel mio studio di Harvard a fare lezione su Aaron Sorkin.


Dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler)

Insomma, martedì scorso ho visto Inception al cinema IMAX guadagnandomi l’odio del mio adorato figlio-vampiro Tob Waylan, ma spero che non mi lancerete le pietre se per caso quello che vado a raccontarvi non vi piace. Lo so che sono fortunata a vivere in una città con lo schermo IMAX più grande d’Europa in cui ho visto The Dark Knight e Watchmen, e a quel cinema sono affezionata anche se puzza di popcorn, di teenagers mal deodorati e di lezione di Computer Science. Ve lo dico perché il realismo è importante. E comunque ricordatevi che in questo paese non c’è il bidet e a volte mettono la moquette nei bagni, e vedrete come passa in fretta l’invidia. Ma veniamo al sodo. Ecco dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler).

1) Inception è un gran bel film ma non è il film migliore/più bello/più geniale che abbia mai visto. Io non sono una che c’è solo il cinema classico, per carità, quando ho visto There Will Be Blood l’ho capito e l’ho detto subito che quello era il film più importante e sconvolgente degli ultimi vent’anni; ai posteri l’ardua sentenza.

2) Sempre per la rubrica “Cassandra al Cinema,” scrivo qui che secondo me Inception non cambierà il modo di fare cinema nel ventunesimo secolo. Ci ha già pensato The Matrix. Ma Matrix l’aveva già pensato Jean Baudrillard, quello di Simulacres et Simulation. E anche Kant e Hegel se proprio vogliamo, eh. In effetti anche Platone, l’inventore della proiezione. (Avete presente il mito della caverna, no? Non sta forse parlando del cinema?) Il contributo di Christopher Nolan (tanto ammòre) alla rivoluzione del cinema è iniziato altrove, e Inception non fa altro che seguirne il film logico. Ma d’altronde io penso che neanche Vaffatar in realtà porterà a una rivoluzione in senso lato, particolarmente se si parla di una rivoluzione stilistica o tecnica; una rivoluzione economica probabilmente sì, nel senso che mettere la sbarra per il limbo dei produttori così in alto significa che d’ora in poi si dovranno spendere sempre più soldi per realizzare un film affinché si possa guadagnare sempre di più – molto spesso inutilmente e solo per sopperire a una sempre più paurosa mancanza non di originalità ma di autenticità dei contenuti. Stamattina su twitter Roger Ebert citava Stephanie Zacharek: “We’ve entered an era in which movies can no longer be great, only awesome.” Inception è molto awesome, ma per me non è necessariamente un bene.

3) La domanda che fa Inception è profondamente interessante: “è possibile manipolare ciò che non è conscio”? Quello che Inception non si chiede, e che è per me un po’ il fallimento dell’operazione è: “a che pro manipolare l’inconscio”? I pubblicitari lo fanno in continuazione, i registi pure. Lo fanno per farci desiderare cose, luoghi e persone che non dovremmo, perché il genere umano è profondamente limitato dalla presenza ostruttiva del corpo e della realtà concreta e dai costrutti sociali che si mettono tra noi e le nostre fantasie, e le idee e i sogni sono tutto quello che abbiamo per trascendere questi limiti. Sono anche l’unica cosa che ci mantiene savi, la valvola di sfogo che ci permette di amare chi non possiamo, di odiare apertamente e totalmente chi ci fa del male, di difenderci dagli attacchi e di soddisfare noi stessi senza arrivare all’autodistruzione effettiva. Questo Nolan lo sa e qui si ferma, non va oltre, non ci prova neanche ad affrontare il vero paradosso morale della possibilità di infiltrare i sogni e le idee altrui.

4) Ci sarebbe una serie di cose che ho imparato studiando teoria del cinema e psicoanalisi: Freud, Jung, Lacan, Deleuze, Žižek, e Baudrillard è sempre lui (dai, su, concedetemi la citazione adesso che persino Ligabue è stato ampiamente sdoganato su queste pagine), ma non voglio stare qui a farvi l’Interpretazione dei Sogni for Dummies. Per questo vi avevo già parlato di The Pervert’s Guide to Cinema, che la spiega la fa molto meglio di me. Nel film questa roba appare così chiaramente che sembra che sia stato sceneggiato con a fianco il Bignami di teoria psicanalitica. Con un’infarinatura generale di questi concetti e una conoscenza base di Lynch e Hitchcock, Inception non è un film difficile da seguire né un rompicapo come The Prestige. Peccato, a me i rompicapi piacciono da impazzire, e sono felicissima di accettare la possibilità che non si risolvano. In Inception c’è una spiega ogni tre minuti, per essere sicuri che stiano tutti seguendo. Almeno non c’è lo spiegone finale tipo Shutter Island, e meno male.

5) Sono profondamente convinta che ogni volta che sogniamo giriamo nella nostra mente dei film anche più spettacolari di Inception. Purtroppo non abbiamo i mezzi tecnici per ricreare questi sogni in modo da condividerli con altri. E sarebbe bellissimo se si potesse, non credete? Per esempio io ci sono un paio di persone che porterei nei miei sogni di un giorno in cui mi sono innamorata e ho fatto una passeggiata in una foresta di bluebells come quella in cui si addormenta e sogna Leonard Bast in Howards End. Il profumo era talmente intenso che si sentiva persino nel sogno. Non ho mai sognato città che si ripiegano su se stesse, né inseguimenti alla James Bond in paesaggi innevati, ma ho sognato Ottavia la città invisibile di Calvino, quella sospesa su una ragnatela. Dopo anni di studio del cinema post-9/11 ho sognato di cadere da grattacieli in fiamme; ho sognato che Christopher Eccleston mi portava a fare un giro in moto dopo aver scambiato due parole con lui; ho sognato uno solo dei miei ex, ma ripetutamente, in film che passavano dal porno alla tragedia, dallo slasher alla commedia romantica; ho sognato assassini che mi inseguono in corridoi di vetro con coltelli affilatissimi; colori e numeri; bestie e mostri inesistenti assemblati con pezzi di altri animali – anche il coyote dei Simpson con la voce di Johnny Cash; ho sognato di essere Gregor Samsa e ritrovarmi tramutata in un orribile serpente, io che sono così ofidiofobica che figuratevi; ho sognato di cadere dal ponte della ferrovia tra Porto e Vila Nova de Gaia, di mangiare quintali di gelati variopinti e gustosi, e di tenere la mano a Bruce Springsteen. Un film meglio dell’altro.

6) Nel romanzo I Mari del Sud di Manuel Vázquez Montalbán, il detective Pepe Carvalho si chiedeva : “Come ameremmo se non avessimo imparato dai libri come si ama? Come soffriremmo? Senza dubbio soffriremmo meno.” Quando i personaggi di Inception sognano, i loro sogni non sono altro che film di diversi generi, cosa che mi fa pensare che il virtuosismo cinematografico di Nolan si traduca in una domanda simile a quella di Montalban: come sogneremmo se non avessimo imparato dai film come si sogna? Un compendio di grandi film sui sogni:  Un Cane Andaluso di Luis Buñuel, Sogni di Kurosawa Akira, Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life dei fratelli Quay, Blue Velvet di David Lynch,  Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Max Reinhardt, Otto e Mezzo di Federico Fellini. Ce ne sono pure altri, eh, ma a me piacciono soprattutto questi. Hanno in commune l’avere un budget molto più ridotto di quello di Inception e molte meno sparatorie e inseguimenti, ma di essere molto più simili ai sogni che faccio io. Per questo mi sembrano molto più riusciti come esperimenti che traducono un mondo interiore inconscio e misterioso davvero. (Quello dei fratelli Quay ci scommetto che non l’avete visto – fatelo al più presto adesso che è anche uscito in dvd e blu-ray non avete scuse.)

7) Ma non è sbagliata una domanda del genere? Perché sogniamo tutti da sempre, da prima della pittura rupestre, dell’invenzione della prospettiva, della rivoluzione industriale, della lanterna magica e del dagherrotipo, della camera oscura e del cinema, dell’odorama e del 3-D. La love story tra il cinema e i sogni è piena di esempi e di vie infinite – il cinema come metafora del processo onirico, i sogni come proiezioni rivedute e corrette delle visioni e delle esperienze quotidiane, allargate o rimpicciolite a seconda del caso come un primo piano o un campo lunghissimo. C’è chi sogna a colori e chi in bianco e nero, chi sogna immagini e chi scene, chi ha la colonna sonora e chi gli effetti speciali, chi usa il jump cut e chi i movimenti di macchina più fluidi. E allora, è l’arte che viene dai sogni o i sogni che vengono dall’arte? Se sognare è come andare al cinema sogniamo perchè andiamo al cinema o andiamo al cinema perchè sogniamo?

8) Senza scomodare Marzullo la cosa della vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio l’aveva già detta Pedro Calderón de la Barca, uno che sognava nel Siglo de Oro Spagnolo. Più o meno in quel periodo sognava in Inghilterra William Shakespeare. Siccome mi risulta impossibile parlare di Inception senza fare spoiler – e credo veramente che il film abbia un suo imaptto solo se lo si vede senza saperne nulla – adesso vi parlerò di varie idee di sogni e del sonno in Shakespeare. Quando poi avete visto il film ne riparliamo. Shakespeare viveva in un mondo in cui la psicanalisi non esisteva ma i sogni erano reputati potenti, pericolosi, profetici. Non è un caso che tutti i personaggi di Shakespeare più introspettivi abbiano dei grossi problemi col sonno: Amleto dice che potrebbe ritrovarsi imprigionato dentro un guscio di noce e considerarsi il re di uno spazio infito se solo non facesse brutti sogni, e che il problema non è essere o non essere ma dormire e forse sognare; Riccardo III è perseguitato nei sogni da quelli che ha ucciso, e le maledizioni che gli lanciano poi si avverano nella battaglia finale; Enrico V non dorme la notte prima della battaglia perché la corona che ha ereditato con l’usurpazione di suo padre gli dà il cerchio alla testa (sic). E poi Macbeth. La storia la sapete, no: tre streghe dicono a Macbeth che diventerà Barone di Cawdor e poi Re di Scozia. Lui dice sticazzi, e invece il Barone di Cawdor viene giustiziato per tradimento e il suo titolo passa a Macbeth. E qui ti voglio, scatta l’idea, “l’idea che lo possederà e lo distruggerà”: voglio diventare Re.  Dice aspetto, ma no, ma che aspetto, voglio diventare Re adesso perché fare il Re è er mejo, ma non si può, il Re sta benissimo non c’è neanche da sperare in un coccolone improvviso, che palle. La moglie gli dice dai su, ammazziamo il Re così io divento First Lady di Scozia e sai che figata. Lui dice no, lei dice non c’hai le palle, lui dice così non vale, ok, si fa. E mentre accoltella nel sonno il Re di Scozia in una notte buia e tempestosa, Macbeth sente un grido:

MACBETH
Methought I heard a voice cry ‘Sleep no more!
Macbeth does murder sleep’, the innocent sleep,
Sleep that knits up the ravell’d sleeve of care,
The death of each day’s life, sore labour’s bath,
Balm of hurt minds, great nature’s second course,
Chief nourisher in life’s feast-

LADY MACBETH
What do you mean?

MACBETH
Still it cried ‘Sleep no more!’ to all the house:
‘Glamis hath murder’d sleep, and therefore Cawdor
Shall sleep no more; Macbeth shall sleep no more.’

E’ un’allucinazione uditiva, è la maledizione di Caino, dell’assassino che trapassa la sottile linea rossa che divide l’umanità: da una parte l’uomo, il corso naturale della vita, il giorno e la notte e il sonno a dividerli; dall’altra il criminale, la perversione della natura, la distruzione delle differenze tra il sonno e la veglia, l’eclissi totale del bene. Uccidendo il Re Macbeth condanna sé stesso e sua moglie ad un incubo continuo di insonnia e di colpa. La moglie si suicida in preda alle allucinazioni, e quel poco che resta di umano in Macbeth viene fatto a pezzi dagli altri, quelli che dormono il sonno dei giusti, quelli che dagli incubi si svegliano.

(Il Macbeth di Orson Welles è il mio preferito, ma vi consiglio sopratutto quello di Polanski che l’incubo lo gestisce molto bene – è il primo film che ha diretto dopo che la Manson Family massacrò sua moglie Sharon Tate, e il trauma si vede tutto – oppure Il Trono di Sangue di Kurosawa se siete ben disposti verso il cinema Orientale. Se invece avete finalmente scoperto chi è James Frain da True Blood, qui c’è per intero Macbeth on the Estate, che è un progetto della BBC interessantissimo di cui vi posso raccontare cose in altre sedi. Nel frattempo mi ripulisco la bavetta, sai com’è quando dici James Frain…)

9) Ma tornando a noi, un’altra domanda che sta al centro di Macbeth è la missione stessa di Inception: si può piantare il seme di un’idea nella mente di una persona senza che ci sia a priori un terreno fertile? Sono le streghe (o sua moglie) a convincere Macbeth che deve uccidere il Re? O è lui stesso a nascondere questo desiderio da qualche parte nel suo inconscio, e poi a realizzarlo una volta che viene violentemente esposto? E’ la stessa cosa in Othello: è Iago a convincere Othello che Desdemona si tromba Cassio a sua insaputa, o è Othello fin dall’inizio a non fidarsi e a lasciarsi convincere? (Anche Iago lancia una maledizione a Othello dicendogli che né l’oppio né la mandragora potranno aiutarlo a dormire, ora che il mostro dagli occhi verdi della gelosia ha preso possesso dei suoi occhi, facendogli vedere quello che non c’è, sognare quello che teme.) Ciò che è nascosto nel profondo della mente è sempre e comunque più forte di qualsiasi input esterno. Oppure no, è vero il contrario. Shakespeare mise in bocca a uno dei suoi personaggi più potenti e manipolatori le splendide parole

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.

Prospero, come Oberon, è un mago potente che lavora attraverso la manipolazione della visione e del sonno. Non ci vuole un set rotante montato su un marchingegno idraulico per far credere a Bottom (o al pubblico) che gli è cresciuta una testa d’asino, o a Ferdinand che suo padre sia annegato. Allora indipendentemente dal suolo fertile o meno, basta che la storia sia abbastanza convincente e il seme è piantato, l’immaginazione la disseta, la pianta cresce. Voi vedetelo Inception, poi mi dite quale delle due opzioni preferite.

10) Quando l’avrete visto converrete anche con me che Marion Cotillard è una gran gnocca, ma non venitemi a dire che sa recitare. Tutto qui.


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