QUASSÙ C’È QUASI TUTTO (la domenica pomeriggio)

Ci sono i Fine Before You Came che, si sa, arrivano quando non te li aspetti. Non è che te la menano con le uscite, loro; non è che insistono con le idee e le aspettative, loro, no, loro arrivano, gomitata e se ne tornano all’angolo da cui sono venuti, per lasciarti sanguinare, la domenica pomeriggio.
La domenica pomeriggio con i Fine Before You Came svolta e fa male e va bene.
Sono usciti due pezzi che si scaricano più o meno qui e visto che Agata li ha messi su youtube potete anche ascoltarceli, su youtube. Uno dura tipo 10 minuti, alla faccia dell’hardcore.
Sono oscuri loro. Sono oscuri e tirano le gomitate.

Come fare a non tornare

FBYC_Come fare a non tornare_COVER

Ho aspettato tanto (forse troppo) per parlare di Come Fare a Non Tornare, ma ho preferito fare così, senza partecipare alla gara per arrivare al podio del primo commento – e non mi dispiace affatto essere fuori tempo massimo – e scriverne solo esclusivamente dopo tanti ascolti. Nel frattempo, però, ho fatto l’errore di leggerne in giro su internet, su webzine con nomi acuti o ironici (Munnezza a confronto sembra una filiale del Lion’s Club, Emotional Breakdown il nome del fascicolo di cardiologia di qualche enciclopedia) di cui chiaramente non conoscevo l’esistenza, oppure su forum (o su quello che molti vedono come IL forum di musica italiano. Vabbè), giungendo così ad una rapida conclusione, ovvia più che mai: il 90% delle persone non ha mai ascoltato i FBYC prima della svolta del cantato in lingua madre (e non è una critica, uno è liberissimo di far quello che gli pare, ci mancherebbe) e molto probabilmente non lo avrebbero nemmeno mai fatto, perché  il loro ascolto non va oltre alla voce, ai testi e all’intensità con cui Jacopo li canta (vale la parentesi precedente), per una questione di cameratismo di una certa musica cantata in italiano o per una genuina questione di gusti.

Già al primo ascolto il paragone immediato è stato con Fine Before You Came, il selftitled in inglese uscito con un dvd (e se qualcuno ne avesse casualmente una copia in più a me mancherebbe solo quello), la premessa ad una seconda vita in italiano fatta di concerti all’aperto e una fama costruita sull’esperienza maturata da anni e anni passati a suonare assieme. Con il passare degli ascolti il metro di paragone è rimasto costante, livellando sempre di più gli obbligati accostamenti con i due dischi in italiano fino a raggiungere lo stadio ‘ok, mi è venuta una gran voglia di ascoltare gli altri, ma questo disco è tanto diverso quanto una figata’. Come Fare A Non Tornare è appunto un disco differente da quello che ci è stato donato negli ultimi anni da loro cinque, un disco che vuole trasmettere qualcosa di diverso, e la gente lo ha preso un po’ come ha voluto, più che giustamente, con il comune denominatore dell’effetto sorpresa. La cosa, comunque, non dovrebbe meravigliare: Sfortuna è un urlo che sembrava volesse dire cose tenute troppo dentro a 5 mt dal microfono facendo le capriole sul palco, mentre Ormai aveva il microfono direttamente girato dalla parte del pubblico con stage diving annesso, costruendo le canzoni per quell’esigenza lì, quindi non ci si poteva aspettare nulla di preciso, anche perché – bla bla, lo sappiamo tutti – il disco è uscito senza che nessuno ne sapesse nulla. A me non è arrivata la cartella stampa, però a quanto pare c’è stata una decisione di gruppo e periodi di registrazione nei successivi tre mesi, per cui c’era una necessità di entrare a fondo con il proprio vissuto e far due conti, andare oltre alle riflessioni sparate in faccia di certe canzoni di Ormai, c’era quella necessità che si sente nei suoni, nel modo in cui è suonato e cantato tutto Come Fare A Non Tornare, che ricorda un periodo di vita musicale precedente ai due precursori in lingua madre ma che rimane legato ancora per un piede da quel filo rosso di recente costruzione. Parlando di necessità e scelta di voler fare qualcosa si parla di una persona sola, una congrua somma di idee in democrazia, costruita su un rapporto di amicizia che sarebbe solo da invidiare, che ha di riflesso riportato loro stessi in note e parole. Il disco ha ritmi più lenti, il basso in qualche canzone sembra essere il cuore pulsante del tutto, le parti strumentali sfiorano senza vergogna il post rock ed i testi, se si gratta via quell’impersonalità acquisita con Sfortuna ed affinata con Ormai, racchiudono un grosso boccone amaro da digerire, che proprio non ha voglia di essere proferito con la gola rossa, ma preferisce andare piuttosto ad interloquire con la punta delle scarpe – e quella superficialità mi è sembrata davvero in bilico in Il Pranzo Che Verrà. Quello che è uscito è un disco davvero maturo, che corregge il tiro, si ripensa, si reinventa senza perdersi per strada. Come Fare A Non Tornare sembra il disco dei famosi pugni chiusi in tasca sui binari vuoti di Sasso.

Altre pippe lette su internet è il domandarsi come potranno stare bene queste canzoni in scaletta con le altre, come suoneranno e come le prenderà il pubblico. Domande lecite, eccome, i loro concerti sono una bomba, però non vedo tutta questo dilemma, soprattutto per un gruppo che si è imposto un numero limitato di concerti ma che ha dato la disponibilità al numero più alto possibile di persone di poter ascoltare queste ultime cinque canzoni senza sborsare un centesimo.

A me è piaciuto davvero tanto. Il disco si scarica da qui.

Top Albums 2012 – unavoceacaso

È stato un anno strano per me. Ad esempio non ho mai viaggiato così tanto come nel 2012. In secondo luogo, non sono mai stato così impegnato da università e progetti vari e così dentro a quello che studio e che faccio, in misura tale da sentire di far parte di qualcosa di più grande di me e di essere riconosciuto come tale. Quindi un anno importante che ha avuto come effetto collaterale aver avuto meno tempo per dedicarmi a cose altrettanto importanti (vedi: ascetismo sentimentale, assenza da questo blog). Non è stato sottratto il tempo alla musica (e questo forse mi sorprende forse no), anzi è stato un periodo segnato da una rinnovata curiosità eclettica.

Questi sono i dischi che ho ascoltato e apprezzato di più - come vuole lo spirito del gioco, senza nessuna pretesa di oggettività -con due parole ad accompagnare i più significativi.

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  1. Andrew Bird – Break It Yourself/Hands of Glory
    Un disco (accompagnato dagli outtakes e rivisitazioni del secondo) meraviglioso. Testi, arrangiamenti e melodie semplici e cristallini – qualsiasi cosa voglia dire. Ne parlai in un post a Marzo e da allora ha monopolizzato i miei ascolti. Spiace di essermelo perso un mesetto fa a Milano.
  2. The Flaming Lips – The Flaming Lips and Heady Fwends
    Non ci avrei scommesso su un centesimo, e invece funziona perfettamente. Collaborazioni perfette anche coi nomi che suonavano meno “adatti” e una coerenza invidiabile, segno probabilmente che i Flips avessero già in mente il disco prima di tutto il progetto.
  3. Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!’
    Definizione di hype fulminea perché inaspettato. È un disco dei GY!BE di pezzi che avevo già sentito dal vivo e che suonano ancora meglio su disco. Non poteva non piacermi.
  4. Matt Elliott – The Broken Man
    Quest’estate allo studio di registrazione della Ghost sul lago ho assistito al concerto della vita. Il cliché, che ora capisco perché sia tale, dell’”eravamo in 30″. Il lago. I pezzi migliori, i pezzi nuovi e cover di: Misirlou (sì, quella di Pulp Fiction), I Put a Spell On You e Il galeone (cantata in italiano!). Volevo che non smettesse mai. Poi smette e sfida il pubblico a ping pong dicendo “chi riesce a perdere di meno di 10 punti si porta a casa un disco” e nessuno ce la fa (“Ecco il capitano della Nazionale Cantautori Depressi” cit. dal pubblico sbigottito). L’album in sè non è dei migliori, ma è comunque un cazzo di disco di Matt Elliott. E “If Anyone Tells Me “It’s Better to Have Loved and Lost Than to Never Have Loved at All” I Will Stab Them in the Face” è il miglior titolo di tutti i tempi.
  5. Max Richter – Recomposed by Max Richter: Vivaldi – Le quattro stagioni
  6. First Aid Kit - The Lion’s Roar
    Ha segnato il lungo, lungo – lei lo sa – viaggio da casa mia alla casetta di Anita. Un bellissimo ricordo.
  7. Andy Stott – Luxury Problems
  8. Dustin Wong – Dreams Say, View, Create, Shadow Leads
  9. Fine Before You Came – Ormai
  10. Menzione onorevole: Blu & Exile - Give Me My Flowers While I Can Still Smell Them
    (Questo teoricamente è dell’anno scorso, ma è di quest’anno l’uscita fisica che contiene versioni leggermente diverse con produzioni più pulite.)

Tutti i treni presi in fretta e i cancelli scavalcati

I Fine Before You Came sono forti. Quando senti i dischi ti danno quell’impressione di persone che si prendono tanto sul serio, che nascondono i significati profondi sotto quelle parole semplici e quei giri un po’ storti e melodici che piacciono tanto; poi quando li vedi dal vivo viene da chiedersi ‘ma come fanno ad essere così supercazzoni e scrivere delle cose che ti fanno piangere per dei giorni?’. Ecco, anche ‘Ormai’, uscito così senza preavviso ieri sera – cioè due ore fa, dato che sto scrivendo ed è ancora domenica -, ha lo stesso effetto: ha quel potenziale nucleare di piangerone che se uno ci si ritrova un minimo finisce in una valle di lacrime e gole secche. Ed è bellissimo perchè ha delle canzoni bellissime, che suonano un po’ Sfortuna, un po’ Cultivation Of Ease, un po’ il disco omonimo e un po’ tanto Fine Before You Came senza troppi paragoni. È uno di quei dischi che fa prendere male in un momento non precisato della giornata.

Sono solo al terzo ascolto mentre sto scrivendo ma non penso di essere comunque psicologicamente pronto a mettermi in autobus a sentirlo, sentirlo in macchina o ancora meno in bici mentre fumo, con gambe che tremano dal freddo. Ma se per quello non ero nemmeno pronto per un disco nuovo dei Fine Before You Came, con quel mio brutto vizio di leggere i testi prima ancora di sentire tutte le canzoni.

Così in camera davanti al computer non ha l’effetto che deve avere, perchè Sasso potrebbe essere la canzone dell’anno e prima o poi capiterà di ascoltarla al binario tre aspettando il solito treno regionale. Oppure perchè Magone ha quelle due righine che ti spaccano di nuovo giù e non ha un cazzo di niente di senso se non quello di far risalire la rabbia e il senso di sentirsi usato/rimpiazzo che riappare ogni volta che faccio un piccolo salto indietro nel tempo. Ma ci sarebbe da riempire questo post di citazioni delle canzoni e di cazzi miei, quindi non ha nemmeno senso continuare a parlare del tempo che non c’è più, di tutte le fatiche intraprese ogni volta e delle epifanie posticce che fanno capire più di ogni singola spiegazione. Dopo tutto, quando fuori non piove qui non è affatto male, a parte il fatto che ultimamente, che ci sia pioggia o sole, me ne stia sempre di più a pensare a tutto il via vai di persone passate con gli anni che a pianificare in che modo liberarmi del senso di delusione a lunga gettata. E cari amici Fine Before You Came non siete di certo di aiuto ma non vi terrò il muso, perchè ‘Ormai’ è davvero un disco che fa venire quel magone trattenuto a fatica, quel taglietto fra le dita con il foglio stronzo della risma nuova o con la scatoletta del tonno. Lacrimare come se non ci fosse un domani è obbligatorio come lo smoking alla cena del casinò di Montecarlo.

(Che poi che differenza fa se era un parcheggio vicino al mare, i ruderi di un parco divertimenti nascosto dalla nebbia o un parchetto pubblico? Tutto quel parlare e parlare che rimbomba nelle mie orecchie prima o poi diminuirà e sarà solo una questione di dimenticare di nuovo tutto, almeno fino al prossimo ascolto di ‘Ormai’. È un cerchio che si dovrebbe chiudere e che potrebbe magari aiutarmi a piegare le camicie e metterle in ordine nei cassetti, non posso lasciarle tutte sul letto così alla rinfusa. Devo liberarlo per sdraiarmi a pensare al senso di vertigini di quando scavalco il cancello di casa da ubriaco e alle corse per prendere i treni.)

Lo ripeto, sei un disco bellissimo ma fai un po’ malino. Magari è colpa mia che non sono in giornata ormai da un bel pezzo. [lo si scarica qui]

Piovono pietre, da un cielo di cotone.

Questa è la mia storia in riflessione al concerto diventato mitico, per una certa nicchia, dei Fine Before You Came a Lido Adriano. Gli eventi si svolgono prima, durante e dopo esso.
Un po’ per dire ‘io c’ero’ e come sempre farmi una bella sporta di cazzi miei e condividerli con chi passa di qua e se li legge fra insulti mnemonici o bestemmie a rullo di tamburi.

Me la ricordo come fosse ieri quella serata. Ero tornato dall’ufficio dove lavoro durante la stagione estiva tutto gasato con in mente ancora il loro concerto di presentazione del disco al Leonkavallo, quando ero salito in macchina con il mio amico inglese, una bolognese, due rodigini ed un carico di tabacco non indifferente. Per il live marittimo invece, come spesso capita ancora, sono partito con la fiat multipla – già citata nel post sui concerto dei Dashboard Confessional a Milano – per i fatti miei, con Cultivation Of Ease e lo split con gli As A Commodore a palla. Non potevo fumare mentre guidavo perchè mio babbo si sarebbe incazzati di brutto, ma è ovvio che l’ho fatto comunque.
Alle 21.40 circa mi trovo a girare intorno ad una rotatoria, cliché dell’urbanistica ravennate, senza sapere dove andare. Effettivamente non mi ero reso conto che non sapessi minimamente dove fosse la piazza principale di Lido Adriano fino a quel momento. C’ero stato solo una volta prima di quella sera ed era per delle commissioni di lavoro un paio di anni prima.
Cerco un viso giovane per chiedere qualche informazione ma trovo solo stranieri (le parole sempre di mio babbo: ‘occhio che Lido Adriano è malfamata’) ed anziani. Per puro culo becco una giovane coppia passeggino munita che mi indica dove andare e dove parcheggiare.

Arrivo in loco poco dopo e mi trovo davanti ad una situazione a metà fra il metafisico e la fantascienza: c’è una mostra cinofila a fianco del palco, dentro ad una specie di parchetto; a pochi metri di distanza una giostra per bambini e una mezzaluna di sedie occupate da anziani.
Non capivo ma come Nanni Moretti me lo spiegavo e continuavo a non capirlo/non volerlo capire. La lampadina è apparsa quando mi sono deciso di andare a fare due passi in spiaggia. Idea brillante per un cazzo: è stato un tripudio di ricordi ed epifanie al chiaro di luna. Volevo chiamare qualcuno ma ero senza soldi nel cellulare. M’era presa malissimo ed era forse il mood migliore per godersi appieno il concerto dei Fine Before You Came.

Decido di muovermi e tornare sulla terra asfaltata. Incontro finalmente qualche viso conosciuto, faccio conoscenza con un paio di persone che ultimamente vedo più dei miei genitori e ho modo di vedere le espressioni dei volti di Jacopo Lietti e compagnia bella quando si sono affacciati a vedere il pubblico. Paura e vergogna in quel momento si sono uniti come nemmeno la prima volta che vedi una donna nuda. Quell’ilare momento mi aveva fatto scordare di tutto il moccolo triste accumulato sulla sabbia.

Il concerto inizia – trascurabile ‘esibizione’ di due francesi in bmx – e la situazione era precisamente questa:

Il bambino che chiede dov’è era indubbiamente un fan dei Jets To Brazil, lo si vedeva da lontano.

Io, che in tutto questo avevo finito le ultime cinque sigarette in mezzora passata a fissare il mare, mi sentivo forse peggio di loro. Però armati di coraggio e professionalità sono saliti sul palco e terrorizzati hanno accordato chitarre eccetera. Mi sono posizionato a fianco del palco, ancora fermo dall’esibizione funambola dei ciclisti, così ogni tanto lanciavo un’occhiata ai cani che pascolavano al guinzaglio.

La battua di Jacopo per noi ragazzi giovani che ci piace la musica giovane è rimasta nella storia.

Hanno suonato il disco tutto di filato, con i singhiozzi e i tempi dispari. Jacopo si è sparato le pose e ha fatto le capriole per esorcizzare tutto l’imbarazzo. Sfortuna è il disco italiano più figo degli ultimi 5 anni e suona un sacco Pornography dei Cure alle mie orecchie, lo dico ogni volta che lo riascolto.
Poi finiscono con il sorriso di chi ce l’ha fatta ed un molestissimo ragazzo sovrappeso milanese ha iniziato a dare di matto e straparlare. Secondo me era pure visibilmente complessato nella sua omosessualità latente, con quell’odioso accento e la [R] che se n’è andata ai tempi dei Power Rangers alle quattro su Mediaset.

Ho comprato la maglietta e fatto chiacchiere un po’ con tutti i presenti (eravamo davvero pochi) bla bla bla. C’è chi s’è fatto serata sullo skate e chi a prendere per il culo il sopracitato lombardo. Dopo poco me ne sono andato via con la mia sei posti in direzione Venezia per fermarmi ai miei tristi e tristissimi Lidi Ferraresi, in un locale della movida a impezzare una che ora è finita nei militari.

Qualche mese dopo li avrei rivisti al Velvet a Rimini in buona compagnia. Era tutto completamente diverso, anzi, ero io completamente diverso: felice e sereno? Forse sì; in quel momento di sicuro.
Ora il Lietti su Rumore di Gennaio ha affermato che a mesi uscirà il nuovo disco e io sono terrorizzato. Sfortuna mi ha cullato e sussurrato inaspettate e perfette parole che ora hanno assunto nuovi connotati. Ascoltarlo oggi è, per citare i Funeral For A Friend, ‘Same old songs in a brand new stereo’.