Top Film 2013 – GiorgioP

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Partiamo da su?
Partiamo da su. Mani basse per la Bigelow, l’ho pensato da subito che passare Zero Dark Thirty voleva dire tirare fuori qualcosa di mostruoso, Cuàron e Carax ci sono riusciti, quasi. Il primo con una cosa semplice ma mastodontica, il secondo con un’opera e meta e autocelebratoria per il cinema e autoreferenziale (in senso buono e cattivo) sulle arti e i personaggi in cerca d’autore. Stiamo parlando comunque di tre capolavori, niente di meno.
La vita d’Adele è il film che dici “se lo vedo sto male”, lo vedi stai male (tanto) e però vedi una roba fatta di delicatezza e una delle più belle sintesi di cosa sia l’amore sul grande schermo.
Solo Dio perdona, Refn manco, stracriticato, anche da me eppure è uno dei film che più mi sono portato dietro come sensazioni, immagini e dolori di pancia. Se uno fa un film così, con difetti e pregi e lascia questo ha raggiunto il risultato, almeno per me. La grande bellezza è l’ennesimo grande Sorrentino (a tratti debortante, il problema a volte non era il film in sè ma il “troppa roba”) e Pacific Rim il film per tornare ragazzini, robottoni e mostroni messi lì da uno che è più ragazzino di tutti noi messi insieme (daje Guillermo!). Stoker il film dove la classe ha vinto tutto e Silver Linings Playbook è l’innamoramento numero uno dell’anno. Flight il film che forse non ti aspetti da Zemeckis ma che alla fine non sai quanti l’avrebbero fatto un film così, The World’s End la chiusura della trilogia del Cornetto di Wright, un pochino sotto le aspettative visti gli altri due ma è come se saluti degli amici, che gli stai a dì che la borsa non è un granchè? Side Effects forse il più bello degli ultimi sei film di Soderbergh e Spring Breakers il film che molti tacceranno come “abboccamento Korine”, per me film manifesto del disagio nichilista adolescenziale americano, di questo livello ne ho visti pochi. Sarà che sbaglio io.
The Master è forse la prima mezza toppa di Paul Thomas Anderson ma quelle tre quattro cose grosse sono veramente grosse e alzano il livello. Dans la Maison è una roba d’alta classe di quel grandissimo stronzo di Ozon, Prisoners sembra quasi l’appendice meta e del disagio di Zodiac, Villeneuve leva dieci anni di vita a film però oh, che gli vuoi dire. Django Unchained per me Tarantino un po’ sotto le aspettative, però gli omaggi ci piacciono sempre ed è un omaggio a suo modo al western spaghetti, famo che però mo famo altro eh? The Canyons per me innamoramento numero due dell’anno, freddo, asettico e minimale, però roba grossa. This is the end spero che lo ricorderemo per la chiusura di un cerchio (i ragazzi dell’Apatow pack a un certo punto sembrano na setta, basta) e Frankenweenie un gioiellino Burtoniano a cui non siamo abituati da un bel po’.

Mo mandateme affanculo anche nei commenti, buon anno nuovo

Animati: i candidati a Best Animated Feature agli 85th Academy Awards

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La categoria del Best Animated Feature Film è stata introdotta agli Academy Awards soltanto nel 2002. Prima di allora un film animato poteva sperare di entrare nella rosa dei Best Feature Film, ma è successo solo poche volte, a esempio con La Bella e La Bestia nel 1992.

Le regole sono semplici. Innanzitutto, i film realizzati usando la performance capture (l’attore recita, poi gli viene costruito il personaggio addosso, tipo Avatar) non possono essere nominati. Valgono quindi animazione tradizionale, animazione computerizzata, stop motion, claymation.
Se ci sono meno di 16 possibili nominati, ne vengono scelti tre; se invece sono più di 16, ne vengono scelti cinque.

Le nomination comprendono spesso film stranieri — Chico & Rita l’anno scorso, The Illusionist di Sylvain Chomet l’anno prima — e ancora più spesso questi sono gli unici film di animazione tradizionale della categoria. Sin dalla sua prima edizione, infatti, il premio è stato quasi sempre consegnato alla Pixar: l’unico vincitore ‘disegnato’ è stato Spirited Away di Miyazaki nel 2003, e l’unico in stop motion è stato il meraviglioso Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit nel 2006.

Quest’anno la varietà delle nomination è crollata: abbiamo due film in animazione computerizzata e tre stop motion, di cui solo uno è stato prodotto fuori dagli Stati Uniti. Il filo conduttore di tutte le nomination è “gli incompresi”, visto che I Miserabili sono già in tutte le altre categorie: tutti i protagonisti sono outsider, o perlomeno si oppongono all’ordine delle cose. Chi riuscirà a spuntarla?

Iniziamo da Brave, ultimo prodotto di Pixar, che racconta la storia della giovane principessa scozzese Merida e della sua lotta con le convenzioni sociali del regno. Brave è il primo film della Pixar con protagonista una ragazza. Ha dalla sua una storia commovente ed un’esecuzione tecnica magistrale; non a caso, ha già vinto  il Golden Globe come Best Animated Film poche settimane fa.

Frankenweenie e ParaNorman hanno molto in comune: entrambi sono realizzati in stop-motion, entrambi parlano di bambini emarginati con aspirazioni scientifiche e un po’ troppo a che fare col paranormale. Entrambi si allontanano dalla vittoria per via di temi e dell’aspetto visivo “oscuro”, che li rendono meno appetibili rispetto agli altri nominati. Entrambi sono stati realizzati da un team snobbato dagli Oscar in passato: Tim Burton (Frankenweenie) non è stato mai premiato, e la casa di produzione Laika (ParaNorman) è la stessa di Coraline (che perse contro Up nel 2010).

L’inglese Aardman Animations ha invece vinto in passato, con il già citato Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit. La nomination di quest’anno è The Pirates! In an Adventure with Scientists! che, oltre al titolo composito, condivide con il predecessore anche l’humour inglesissimo. Ma mentre Wallace & Gromit se la giocava con altri titoli non troppo popolari (Corpse Bride e Howl’s Moving Castle), i poveri pirati se la devono vedere con i colossi Disney che non hanno intenzione di mollare l’osso.

A far lasciare ogni speranza agli altri nominati c’è infatti Wreck-it Ralph. Oh, Wreck-it Ralph. Il grande eroe incompreso che si ritrova nel bel mezzo di un’avventura bizzarra e ipercolorata. Wreck-it Ralph può contare su molti fattori positivi: la storia commovente, l’aspetto visuale eccezionale, l’idea innovativa di creare un film animato a tema videogiochi, che mescola stili diversi e epoche diverse con un risultato riuscitissimo. Wreck-it Ralph è tenerissimo e meraviglioso, si merita di vincere e vincerà.

Ma nessuno dei candidati — e sicuramente non Ralph — ha però la complessità di ParaNorman: la bizzarra leggenda della strega di Blithe Hollow, la caccia alle streghe, il rimorso e la penitenza, l’essere un outcast, i genitori che non capiscono niente, il fratello di Neil che invece ha capito tutto (spoileeers!). ParaNorman è realizzato deliziosamente (in maniera molto meno pulita e precisina di Frankenweenie) e ha un po’ dell’umorismo nero dei Pirates. Ha il meglio di ognuno degli altri nominati, ma le ragioni che ai miei occhi lo rendono il migliore sono quelle che lo rendono il candidato meno appetibile: troppo oscuro, troppo ambiguo, troppo pieno di temi che vanno un po’ troppo oltre. Si merita di vincere, ma non vincerà: troppo strambo, così come il suo protagonista.

Ma non è finita qui: oltre ai film animati, ci sono anche i corti. Anche se l’Academy ha ordinato ai produttori di rimuovere gli shorts da internet, se vi sbrigate potete vederli tutti qui prima della cerimona di domenica. Preparate i fazzoletti prima di vedere (o ri-ri-ri-ri-rivedere) Paperman.

Nota a margine. Questo è il primo post di una rubrica; nelle prossime settimane parleremo dei film animati esclusi dalle nomination degli Oscar, ma anche di qualsiasi film animato pregevole mi capiti per le mani.

Daje Tim

Forse questo sarà uno dei post più brevi della storia di questo blog, scherzo.Però in effetti a trovarmi a scrivere di un film di Tim Burton, dopo una sequela e di delusioni e di sfragnamenti di palle (magari oh, ero saturo io, m’ero rotto le scatole del naif dark, magari perché ero cresciuto, magari perché se ti ritrovi sempre lo stesso cast di fronte un po’ ti assuefi, un po’ ti chiedi se ti si riesca a dire dell’altro), beh è l’ultima cosa pensavo sarebbe successa.
Fatto è che Frankenweenie è una dolcezza di film, che richiama l’epoca d’oro dei film di Lugosi e Karloff, di quelli che facevano meravigliare le infanzie degli anni 60, senza effetti speciali (e il richiamo al filmino del piccolo Victor è abbastanza esplicito), con
molta immaginazione e tanto tanto coraggio.
E così Frankenweenie nasce un po’ come l’omaggio amatoriale di un’epoca che fu, fatta di continui richiami ad un immaginario un po’ distorto un po’ adattato all’età dei protagonisti, cresciuti troppo in fretta di fronte ad un’epoca ancora da formare e ad un’arte (il cinema e la finzione) che era all’inizio del guado.
E poi la storia del passaggio dall’adolescenza che non arriva mai, perché di solito sono gli eventi a formarlo e qui sono o rimandati o (per ossimoro) ripetuti e quindi valgono doppio, o triplo. Si ride, si vince si perde, si piange e poi si ride ancora. Un po’ come vorrebbe
un Frank Capra che pastrugna senza colori e non andando al gabinetto da tre giorni.
La storia di Victor è a suo modo una metafora dello spettatore che si nasconde dietro ai sogni, alla finzione, che in parte ci si lascia cullare e in parte decide di non crescere mai.
Forse questa era la cosa che Tim Burton non era riuscito ancora a dire.

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