Quando il Raudo ti becca

e ti scoppia vicino non senti da un orecchio per almeno un minuto.
Ricordate la sensazione? io sì e non era piacevole.
Ecco il motivo per cui ho associato (come un cane con la luce verde per mangiare e rossa per i bisogni) il titolo dell’ultimo disco dei Gazebo Penguins a qualcosa di spiacevole.
Il resto ce l’ha un po’ messo l’internet tutta perché sì, ok, bravi guaglioni, simpatici gente che si è fatta il culo nei van e nei localini e che mettono in fridaunlò (scriviamolo l’ultima volta così e poi basta per favore) il disco, ma l’attesa quasi selvaggia e soprattutto l’hype (bada bene senza avere ascoltato una nota del lavoro) era quello che c’era per Who’s next dei The Who.
Quindi quello che ho sempre pensato è, in questi casi lasciamo decantare il disco, vediamo come è e vediamo se regge l’urto dei fatidici dieci ascolti, perché dei The Who ovviamente non stiamo parlando e perché a volte sfioriamo un po’ tutti la bimbominkiaggine che tanto prendiamo per il culo.
Raudo (lo scrivo come cazzo pare a me, tutto minuscolo) è un bel disco, per me anche meglio del precedente Legna, forse più tondo nei suoni (anzi sicuramente) ma la portata rimane del precedente lavoro. Il nodo delle canzoni dei Gazebo Penguins sono quelle melodie da scuola elementare che sembrano facili (e che da genuine sono copiate pateticamente da molti altri) che la raccontano anche senza raccontarla.
Il nichilismo e i racconti mozzati della provincia e della vita degli ex adolescenti nei 90 o ce le hai dentro o suoni falso. Ecco questo riconosco ai GP, suonare tremendamente veri e che sia una questione di suono è del tutto secondario. E’ più di come si fanno le cose, di come si affrontano.
E i Gazebo Penguins le dimostrerebbero anche senza tutto questo hype (in gran parte meritato in altra parte figlio dello “ne scrivo prima ed entro nel giro giusto e così io c’ero prima di tutti”) lo farebbero senza problemi. Lasciamoli suonare, lasciamoli crescere. Non li bruciamo così.

scarica il disco


Banana Splittone

Ieri stavo riascoltando lo splittone al mare, mentre l’omino del cocco – l’uomo dalla faringe che fa invidia anche a Jacob Bannon – ha sfoderato la sua arma più forte, un movimento sexy mimato in tutto il suo stile con le anche assieme ad un paio di noci sopra i capezzoli, per dare forma ad un mostro di sudore con la bandana impuntato ad attirare l’attenzione di una signora tedesca che stava leggendo un libro di Danielle Steel poco distante da me. Poi dicono le coincidenze, ‘lo squallore del panorama’ – e non c’entra nulla con il disco in sé, quella della spiaggia è un’immagine un po’ abusata, lo so anche da me, ma mi andava di dirlo perchè lo splittone è uscito il giorno del mio compleanno e quindi è automaticamente il disco dell’estate. È breve, d’impatto, da cantare tutti assieme e soprattutto rappresenta al meglio la serie di amici che se ne vanno e sai che il prossimo anno non torneranno, quelli che fortunatamente sono tornati e non vedevi l’ora di rivedere e quelli che eri sicuro sarebbero tornati, te lo avevano detto loro poco tempo fa facendosi sentire. Chiaramente la coincidenza fa anche ridere.

Gli amici che sono tornati sono i Do Nascimiento e si mettono subito sul podio con una bella medaglia d’oro al collo. Tombino e Amplificatore sono le canzoni perfette per questa estate abbastanza piatta e vuota, piena di paragoni con quelle passate che non aiutano per niente, ma che a quelle sensazioni le canzoni riescono a dare un po’ di senso, recriminando lo star bene e le ingiustizie in parole semplicissime. Boccia vicino al boccino e vittoria in un tripudio di vecchietti che bestemmiano con il bicchiere pieno di acqua brillante, testi che fanno davvero paura per quanto belli – e non lo dico come iperbolone ruffiana, ma proprio a sentimento – e quelle chitarre che devo averlo già detto mille volte quanto mi piacciono. Amici che ho rivisto davvero davvero volentieri e spero si facciano vivi il prima possibile per stare un po’ più a lungo.

I Verme invece sono quelli che ti salutano con un abbraccio di quelli forti, che sai non rivedrai più – e un po’ hai sempre saputo che non sarebbero tornati sempre con cadenza regolare. Lo Squallore Del Tonno e L’inutilità Del Panorama sono le foto degli amici del mare tenute nel cassetto con le altre, perchè i regaz purtroppo hanno detto ciao sul serio, regalando due bombette classiche del loro stile. Punk rock veloce con la Delorean puntata al ’98, o a palla nella mia Punto di quell’anno lì con le birre calde sotto il sedile, con tanta distorsione e il fattore cori al massimo. Nessuno ha mai chiesto nulla di diverso e sono arrivate sempre delle gran soddisfazioni nell’ascoltarli. Peccato, ovvio, che ora tocca tenere strette le poche canzoni che ci hanno lasciato.

I Gazebo Penguins non se ne sono mai andati, sono sempre rimasti lì a tirare fuori canzoni, prima da soli e poi accompagnati. Sono sempre loro che parlano di cose che parlano di cose e di persone, di gruppi, di scacchi, di nostalgie e scatoloni di cose fragili. Solita pacca e giochi di parole.

Tutto questo è disponibile da scaricare gratuitamente grazie al lavoro collettivo di To Lose La Track, Que Suerte!, Neat Is Murder, Two Two Cats. Io l’ho preso un po’ come un regalo bellissimo di compleanno.


Lo stomaco, i sogni e i Gazebo Penguins.

Lui doveva arrivare a momenti ma lui non arrivava mai.
Capra, più o meno, ci dice: Volevamo chiudere con Nevica ma ci hanno detto di farne un’altra e lo stomaco ha iniziato a stringersi. Poi un’altra ancora, con lo stomaco stretto, e un’altra ancora, con lo stomaco che ormai aveva le dimensioni di uno scroto.
Capra, più o meno, ci dice: L’altra notte ho sognato di salire sulle spalle di Jacopo. Capra ci dice che quando è successo ci è rimasto, più o meno.
Jacopo Lietti – quello dei Fine Before You Came, dei Verme, del sito di legno – che arriva all’ultimo momento giusto in tempo per cantare Senza Di Te – quella della cantina, quella che ha scritto lui – e si prende in spalla Capra; i sogni che si realizzano. Per Capra che ce lo dice, per noi che stavamo là sotto.

I Gazebo Penguins sono delle persone bellissime e qua su JunkiePop ci piacciono molto, andate su No Borders Magazine per capire il perché.


Top Albums 2011 – Lenny Nero

Gli ultimi giorni dell’anno sono giorni di classifiche. Questi sono gli album che ho ascoltato di più, sono parecchi perché quando ci son da fare delle scelte non riesco mai a decidermi. Non c’è un ordine, ho aperto la cartella della musica scaricata quest’anno e ho copiato e incollato i nomi dei dischi che son stati la colonna sonora del mio 2011, tutto qui. Come al solito puntando la copertina vengono fuori nome del gruppo, titolo dell’album e cliccandoci sopra si arriva a qualcosa da ascoltare. Divertitevi.

                           


Top Albums 2011 – GiorgioP


Top Albums 2011 – Tob Waylan

A far liste non sono capace ma più o meno ci siamo, 15 dischi + 1 dove i primi sono i migliori e gli altri solo belloni. Essendo io un emotivo è tutto molto soggettivo e ricco di doveri morali, poi sarei anche pieno di mancanze e i dischi migliori li ascolterò l’anno prossimo ma che importa, mica siamo qua a fare Pitchfork.
(Se cliccate sulle immagini ci stanno le canzoni preferite)

The Low Anthem | Smart Flesh

Feist | The Metals

Tom Waits | Bad As Me

R.E.M. | Collapse Into Now


Joan As Police Woman | The Deep Field

St. Vincent | Strange Mercy

Wye Oak | Civilian
Steve Earle | I’ll Never Get Out of This World Alive
Noah & The Whale | Last Night On Earth


The Vaccines | What Did You Expect from the Vaccines?
Social Distortion | Hard Times and Nursery Rhymes


Veronica Falls | Veronica Falls
I Cani | Il sorprendente album d’esordio dei Cani



Clap Your Hands Say Yeah | Hysterical
Radical Face | The Family Tree: The Roots

Menzione speciale disco piangerone è un tutto un ricordar le cose meglio di com’erano davvero di quando avevamo qualche anno di meno e non mi hai visto in un film coi tuoi eroi:
Gazebo Penguins | Legna

E ricordate: i gusti di merda sono sempre quelli degli altri.


Per cacciare le ossessioni mi divoro gli organi

Ma poi li avrà visti qualcuno i Laghetto? A che ora hanno suonato? È vera sta storia del topless? Tutte queste domande me le pongo seriamente perchè non sono riuscito ad arrivare fino alla fine dell’ultima – sembrerebbe – edizione dell’antimtvday, I didn’t survive the lightning bolt. Alle due mi sa che gli Inferno dovessero ancora suonare, ma si sa che gli orari dell’XM sono discretamente malleabili, e me ne sono andato a casa in preda alla stanchezza senza vedere la finta reunion dei Laghetto.

Quanti concerti ho visto dal palco grande? Uno solo. Quanti visti dalla porta? Un paio, perchè poi mi ero dimenticato del concerto degli ED nel palco sotto, tempo che ho occupato andando a mangiare. Ma non importa, la musica è brutta e le reunion sono peggio, soprattutto quando non si tratta solo dei Laghetto ma quella di tre quarti delle menti di EmotionalBreakdown in modalità carrambata – senza Mattia, where are you Mattia? Ma alla fine l’AntiMtvDay è anche e a volte soprattutto una scusa per poter ritrovare persone con cui si rimane in buoni rapporti solo grazie alla tecnologia, che si sposta per le occasioni grosse e questa di certo lo è. Alla fine bastava guardare il numero di persone presenti che parlava, mangiava, beveva e scorreva le dita fra i dischi delle distro per capire che tutto allo stesso tempo è e va oltre alla musica, all’autoproduzione e all’etica che ha portato alla creazione dell’AMD dieci anni fa e che porterà comunque avanti ad altre manifestazioni piccole, medie, grosse, dimensioni stadio Olimpico o Atlantide Occupato. Quello che mi piace di più dell’amd è appunto questo senso di amicizia che aleggia e che si protrae fino a quell’orario improponibile di fine concerti. Poi vabbè, succedono ste cose ma pur sempre di centro sociale e di Bologna del 2011 si parla.
L’AntiMtvDay (dieci) è stato nuovamente tutto questo, ma soprattutto un gran sbattimento da parte di Nico (Laghetto, Dune, Marnero) e chiunque coinvolto per tirar su per l’ennesima volta il carrozzone e portarlo avanti per i vecchi e i giovani amici. Amicizia in primis e a esser fondamenta di tutto.

Ma in tutto ciò i Laghetto li avete visti? I Gazebo Penguins sono stati forti e bellissimi come sempre, hanno suonato Legna nella sua tutta interezza meno una canzone; i Raein (che a questo giro non fanno nessun final show che poi diventa nuovo inizio) e La Quiete non lo so perchè dalla porta non si sentiva proprio bene però mi è parso di vedere un cambio di palco circense, i Disquieted By mi dissero essere stati bomba, stessa cosa gli Ed, Storm(O) e tanti altri.

Se ve lo siete perso o siete rimasti in giro a far delle gran chiacchiere qua c’è un po’ di roba in streaming.


La legna la tieni e la bruci al falò di ferragosto

C’era una volta nella nebbia mattutina un tram che è passato alle 6 e 47 e un giovane ancora rincoglionito dallo svegliarsi così presto che è arrivato alla fermata alle 6 e 52 e ha perso la corsa che lo avrebbe portato alla stazione dei treni. True story di una mattina di gennaio e di un paio di scarpe con la suola consumata dalla velocità di percorrenza di quel paio di kilometri o forse anche di più in 20 minuti scarsi, sudati e sborbottati ma festeggiati con il sorriso sul traguardo dell’obliteratrice dei biglietti.

Quella mattina Legna ancora non c’era ma sarebbe stato tanto bello partire ascoltandolo nella staffetta contro il tempo. Si sarebbe sposato bene con il passo veloce e nervoso e le luci dei camion nella rotatoria della facoltà di ingegneria, dove per poco non mi mettevano sotto dalle sei alle otto vetture che, a causa della nebbia, erano prive di piena visibilità al voltante. Sarebbe andato a nozze con il moto a velocità costante dei miei piedi che passavano a fianco di un cinema in disuso, una palestra di boxe e cartelloni pubblicitari di concerti dispendiosi a cui ho rimpianto di essere andato. L’eco degli Shellac, quel pizzichino di emocore dei bei tempi sporchi e quelli di batteria tendenti all’intrigarsi e non lasciare mai il respiro sotto tutto quel cantato a due in italiano che pervade questo nuovo disco – super atteso dal sottoscritto dopo aver avuto il piacere di rivederli ad un concerto organizzato da amici al mare dai miei genitori – sarebbe stata la ciliegina sulla torta a coronare il silenzio delle strade ferraresi all’illuminarsi del cielo e lo spegnersi dei lampioni.
Ma ad un quarto alle 8 ero appena salito sul treno, sudato come un taglialegna alle Hawaii, ancora a bocca chiusa dalla sera prima e forse pure un po’ incazzato, con chi/cosa non si sa.

Legna è un disco con le goccioline di sudore sulla fronte, che trasporta mattoni ma che in realtà vorrebbe consegnare rose senza essere forzatamente cingalese e basso. Registrato perlopiù in presa diretta all’Igoo da Francesco Burro Donadello (uomo dietro a dischi di Giardini Di Mirò, Massimo Volume e Offlaga Disco Pax), il disco si ramifica in otto canzoni rapidamente definibili come post punk se per post si considera l’ammoniaca che non laverà quel punk che non è lo stesso denaturalizzato ai suoi tempi ma, più che giustamente, la sua versione contestualizzata agli anni 00. A segnare quel filo di continuity della sìddetta scena italiana c’è Jacopo Lietti a disegnare copertina e fare un saluto in studio di registrazione che diventano parole poi frasi poi incisioni.
Io ve lo dico già, ‘Troppo Facile’ è la mia canzone preferita e mi arriva dritta allo stomaco.

Quella mattina Legna non c’era, oggi c’è e lo trovate qui in free download. ‘Gran pacca di Gesù,.


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