Army of Fire: Arcade Fire live at the O2, London 02.12.2010

Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.

Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.

Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).

A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.

Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.

Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.

Bonus: setlist; flickr set by melbourneflower

That’s good

Per i miracoli mettersi in fila

Dicono che non dovresti mai conoscere i tuoi idoli perché la delusione è garantita. Forse io sono stata fortunata perché nella mia vita diciamo da adulta consapevole, cioè dai 15 anni in poi (perché prima di allora c’erano Michael J. Fox, Tom Hanks, Bryan Adams e Freddie Mercury e non li contiamo, ok?) ho sempre avuto grandi passioni e infatuazioni più o meno serie per gente alla quale – per via del mio lavoro – mi sono ritrovata piuttosto vicina, e con la quale ho potuto intrattenere almeno una conversazione, se non addirittura arrivare a sviluppare un rapporto di amicizia, a volte anche relazioni sentimentali. In molti di questi casi – specialmente nel caso di attori e scrittori, direi – c’è da constatare che la sostanza è poca, ma delusioni grosse non ne ho avute. (Vigorose spremute di cuore sì, bisogna ammetterlo.)

Mantenere le aspettative a un livello gestibile non mi è stato troppo difficile. Io non credo al processo alchemico del talento, a quella cosa mistico-cosmica che dovrebbe trasformare una persona normale che si sveglia con la piega storta della federa del cuscino stampata in faccia, si fa un caffè e va al cesso come tutti gli esseri umani, in una specie di flauto magico attraverso il quale soffia il genio dell’Arte quando sale su un palco o si siede al suo scrittoio. Non ci credo perché sono atea e perché la trascendenza ha poco a che vedere con il mazzo tanto che gli artisti (o anche gli sportivi) che più ammiro si fanno quotidianamente per arrivare dove sono arrivati/e. Certo, una base di attitudine particolare ci deve essere, ma una volta che hai visto un attore fare gli esercizi di testo a casa, preparare le corde vocali, andare in palestra, allentare l’elastico della mascella per meglio adempiere alle richieste del pentametro giambico, c’è poco di sovrumano.

Eppure c’è gente che quando sale su un palco si trasforma in un qualcosa di più. Quando Bruce Springsteen sale su un palco con una chitarra in mano è difficile mettersi a pensare alle ore e ore che deve aver passato da ragazzino ossessivo a imparare a fare gli accordi, ai tagli e ai calli che ti crescono sulle dita quando cominci ad allenarti, alla tendinite e all’artrite che ti aspettano quando le falangi si disarticolano sempre più per arrivare a un paio di tasti più in là, allargando le ottave che riesci a comandare. Quando andai al mio primo concerto di Springsteen scrissi, da atea convinta, che la cosa più vicina a quell’esperienza doveva essere la festa di compleanno di dio. La mia conversione alla Chiesa di Springsteen la raccontavo qui. E in effetti, pur con tutto il Santommasismo che mi ritrovo, confesso che mi è difficile non vedere la mia adorazione completa di Springsteen, Bruce Frederick Joseph come una specie di fede. Che ha il suo credo (I believe in the love that you gave me, I believe in the faith that can save me, I believe in the hope and I pray that someday it may raise me), il suo paternoster (hey-ho rock’n’roll deliver me from nowhere), i suoi salmi che parlano di terre promesse e di sogni Americani, la formula per il matrimonio, per il divorzio, e per tutti i sacramenti.

Welcome to the Church of Springsteen

Con questo approccio la cosa che è più difficile da tenere in mente quando Bruce te lo ritrovi davanti un venerdì di ottobre sotto al ponte di Waterloo, se prima d’ora l’hai visto solo da lontano, o al massimo a un paio di metri di distanza in mezzo a una folla di 80000 persone passandogli un cartellone (ti guarda dritto negli occhi e ti chiede se sei tu quella che si sposa le settimana prossima, e se la canzone è per te – ti senti come se il sonar di una balena ti stesse facendo uno scan a ultrasuoni dell’anima e gli rispondi solo con un deciso “sì”, neanche in inglese), è che alla fine è un essere umano come te. I Wayfarers neri probabilmente ce li ha perché ha le occhiaie ed è sfatto dal jet lag (che si sa a venire in qua è molto peggio che a andare in là), non solo perché i flash dei paparazzi sono veramente abbaglianti. Quando lui arriva la gente applaude e parte il solito coro “Bruuuuce” – mi sorprende solo che non abbiamo automaticamente cominciato a fare “Oooooh oooooh ooooh oooh-oh” intonando Badlands come hanno fatto a Roma, ma si sa che i londinesi sono compìti, e dopo poco si tranquillizzano. A differenza di Roma non c’è tanta gente, e la security è rilassata, quella di Londra è una premiere intima, quasi segreta. Lui fa un gesto come a dire c’è posto per tutti, lasciate che i pargoli vengano a me, e scende una specie di silenzio trepidante. Si calma tutto tranne le mie mani, che mentre cerco di fare più foto possibili rendono il lavoro più difficile possibile all’autofocus della mia macchina fotografica. Stringo un pennarello, il catalogo di una mostra di foto di Eric Meola, e il mio cd di Darkness on the Edge of Town (i miei vinili – maledizione – sono a casa a Francoforte dove ho il giradischi).

Di fianco a me una ragazza gli passa un biglietto da 5 Euro e Bruce mi guarda e dice “is this legal? Can I sign this?” Io sorrido, non lo so, lui ghigna e le dice “ok, but don’t put it on eBay”. E a questo punto è il mio turno, ho un sorriso enorme stampato in faccia e non so cosa dire, la gioia è talmente tanta e lui è molto più basso e bello del previsto. “What have you got here?” Gli passo il catalogo che è pieno di foto di lui, tutte bellissime, che raccontano una storia di prima che io nascessi. Lo sfoglia, mi chiede cos’è; gli spiego che in Settembre qui a Londra c’è stata questa mostra delle foto che gli fece Eric Meola per la copertina di Darkness – la copertina che non fu, perché alla fine fu la faccia della celeberrima foto di Frank Stefanko, l’amico non professionista, a raccontare la storia della stanza di Candy, di quelli che vanno a fare le corse in macchina, di quelli che cercano disperatamente qualcosa nella notte al bordo dell’oceano su Kingsley Avenue (dove anche io mi sono persa cercando di trovare lo Stone Pony), e del suo papà assordato dalle macchine della fabbrica di plastica (la fabbrica maleodorante che ho visto a Freehold, New Jersey l’anno scorso, quando ho fatto il pellegrinaggio Springsteeniano). Sono tra le mie storie preferite.

Darkness cover

Autograph on the Edge of Town

Lui dice che non sapeva della mostra, mi chiede se mi è piaciuta, temo che mi esca dalla bocca un cosa vuoi che ti dica Bruce, sì o no? Se vuoi ti do anche il PIN del mio bancomat, un rene, un figlio, tieni, prendi tutto ciò che vuoi. Invece lo guardo, sorrido, sono calma, non mi sembra neanche vero – poi mi chiede se voglio che firmi anche Darkness perché ce l’ho in mano, e io certo, e poi respiro e dico grazie. No, grazie davvero, sai, grazie perché l’anno scorso a Roma hai suonato la mia canzone. Davvero, fa lui, e che canzone era? Era I’m on Fire, il cartello diceva che mi sposavo la settimana dopo – ah, fa lui, il cartello non me lo ricordo, ma che abbiamo suonato la canzone sì. La paralisi dei muscoli facciali ora è accompagnata da un’emozione profondissima ma anche da una grande tranquillità, il tempo si è fermato e mi sembra che potrei parlare con lui per un’eternità e che sarebbe sempre così gentile. “So, how’s the marriage thing working out for you?” mi riporta in terra, e gli rispondo che va tutto benissimo, che siamo ancora sposati e ci amiamo tantissimo. E lui, serio, dice solo “That’s important. That’s good.” Queste sono le cose serie, capito. Gli chiedo se possiamo fare una foto insieme e lui mi guarda e sorride e annuisce e dice “if you can figure it out…” – la mia mano destra trema e non riesco a pensare che sarebbe meglio passare la macchina a qualcuno lì di fianco a me, e che ho ancora lo zoom da prima quando cercavo di fargli un primo piano. Allungo un braccio con l’obiettivo rivolto verso di me, e Bruce mi dice guarda che devi venire più vicino perché così non ci si vede tutti e due. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé. Scatto. “Fa’ vedere,” dice, e attraverso gli occhiali scuri non so cosa veda in realtà ma mi dice “I like that. That’s good.”

Prove inconfutabili dell'esistenza di dio. No, cioè, dell'uomo.

That’s good è una cosa che Bruce dice spesso, e davvero non riesco a pensare a un’altra frase che possa rappresentarlo meglio. Perché semplicemente è buono sapere che quando metti tanta fiducia, rispetto, e una specie di forma adolescenziale di amor cortese in un uomo che molto probabilmente non saprà neanche che esisti, tutta questa fede non è mal posta. Ma anche che sia un gran bene che quello che hai davanti sia un essere umano e non una divinità, uno che capisce la tua emozione ed è capace di comportarsi con te come un equivalente essere umano. Che risponde a quello che dici e fai, e che ti fa sentire come se in quel momento le altre duecento persone lì non contassero perché la sua attenzione è per te. Capisci che quello che vedi sul palco è carne e ossa, e che per la magia e il momento della consacrazione l’ingrediente fondamentale sei tu – che è un po’ la cosa che dice qualche ora più tardi, quando invece di andare via dopo la proiezione stampa Bruce rimane al cinema e torna dentro per presentare la proiezione per i comuni mortali. Che sono la cosa più importante, dice, i fan, la conversazione che ho avuto con voi dall’inizio fino ad oggi, voi che mi avete ascoltato e che avete risposto a quel che avevo da dire mentre cercavo di avvicinarmi a capire chi sono.

Mi hanno detto alcuni che avevano i posti in fondo che a circa venti minuti dalla fine Bruce è rientrato nel cinema e si è seduto a guardare il film – che era il documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town. Quando lo vedrete (e vedetelo anche se non siete fans, perché è un bellissimo film musicale, e un grande documentario sulla creatività), vedrete più o meno questo:

Chissà che effetto deve fare rivedersi com’eri a ventisette anni, posseduto da una mania che non è perfezionismo, ma desiderio furioso di essere capito, e terrore di essere frainteso. Vedersi magrissimo e stanco in cima ad una collina con in mano tutto quel che hai, con addosso il peso di aver capito che scappare da ciò che ti spaventa non è possibile, che l’oscurità ai margini della città va guardata dritta, affrontata, compresa e incassata. Chissà come deve essere guardarsi nel passato ed essere in grado oggi di avere questa onestà:

My music was a tool for detective work. At some point I think that’s why the records took a long time, I identified with music so deeply… And I’m still so deeply connected to my work that the questions that I tried to answer at 27: who am I? Where do I belong? What’s it mean to be working? What’s possible to address as a musician? What does it mean to be an American? What does it mean to be a son? A friend, you know? Later on, a father? These are all things that I felt driven to search through the mysteries of in my music.

I don’t know if it was a choice. I think in the end very often your stories choose you, rather than you choosing your stories. 

 

And I think as a young man I had so much confusion that this was my way to try and resolve and repair. All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing  work.

 

And that was how I thought of my craft. *

 

Chissà se ci si sente orgogliosi o imbarazzati quando la tua musica fa da colonna sonora alle vite di tante persone tutte diverse tra loro, e queste persone quando le incontri ti ringraziano per cose di cui non sai quasi niente. Non riesco a immaginare che cosa penserà Bruce Springsteen quando si ritrova davanti ragazze con l’espressione di Bernadette davanti alla madonna, uomini grandi e grossi con tatuaggi tamarri della sua faccia sui bicipiti pompati che gli porgono un pennarello con gli occhi lucidi e la lacrima pronta, bambini accompagnati da genitori che sperano nel contagio genetico del contatto con il Boss e li mandano col cartellone che al concerto non aveva suonato a farselo firmare “to Mom, Bruce Springsteen.”

Ma c’erano professionisti delle star, ministri, ex direttori generali della BBC, scrittori in erba, scrittori affermati, comici Gallesi sfigati, un Ragazzo Disegnato Male, e davanti a Bruce Springsteen la settimana scorsa tutti avevano la stessa faccia delle grandi occasioni che avevo io. Lui ha firmato qualsiasi cosa (tranne un biglietto FFSS di una cretina Italiana che è arrivata attratta dal tappeto rosso come un torello alla corrida, e ha commentato: “ah, Bruce Springsteen a me non piace, ma è famoso, dai prendiamo l’autografo” e ovviamente non è stata fatta passare da nessuno), ha parlato con un sacco di gente, stretto mani, fatto sorrisi che avevano tutta la parvenza di essere genuini con una generosità e una calma straordinarie.

Forse la cosa sta non tanto nello scegliere le proprie ossessioni con certezza, ma nella fortuna di essere ossessionati da cose in cui vale la pena credere. Se i tuoi idoli sono esseri umani è tutto molto più a portata di mano. E’ molto più facile non rimanere delusi. E’ molto più facile credere in questo con tutta la follia che la cosa richiede. E’ molto più facile vedere le prove inconfutabili dell’esistenza dell’uomo – and that’s good.

E Springsteen vide che era cosa buona

P.S.: Qui c’è Emiliano che vi racconta l’apparizione di Springsteen alla Festa del Cinema di Roma. Quello che Emiliano non dice è che l’odore di Bruce Springsteen non è odore di autoabbronzante o di profumi burini tipo CK One. Springsteen profuma di uomo buono e pulito, con retrogusto di giacca di pelle, ha le rughe e la barba grigia e non usa il gel. (Non scherzerete mica, questa cosa mi preoccupava tantissimo.) E che comunque la sua abbronzatura è stata ben più color Venditti in certi altri momenti di quanto non fosse la settimana scorsa. Ma forse tra Londra e Roma si è fatto una lampada, non saprei.

P.P.S: Qui c’è The Promise, cha dà il titolo al nuovo/vecchio album di outtakes di Darkness – una canzone che se siete di quelli che Thunder Road è LA canzone, questo è il seguito. E’ seconda solo a Racing in the Street nella lista di cose che mi fanno versare fiumi di lacrime.

Grizzly Bang! – Serpentine Sessions, Hyde Park 28.06.10

Arrivi verso le sei del pomeriggio col sole un po’ più basso che picchia lo stesso. L’erba di Hyde Park è secca perché alla siccità non è abituata; polvere nell’aria, polline all’ottanta per cento.

I Grizzly Bear cominciano a suonare chiamando a raccolta il pubblico dentro un tendone da circo aperto ma buio, illuminato da uno dei sistemi luci più belli che ricordi a un concerto. Certo, i Sigur Ros sono imbattibili in quanto a lighting design, gli U2 hanno inventato il concetto, e i Flaming Lips l’hanno perfezionato, ma i Grizzly Bear hanno dei trespoli con appesi dei vasi da marmellata di quelli da nonna chiusi col coperchio di latta, con dentro delle lampadine. Sembrano lucciole in bottiglia, sono vive: rispondono al ritmo e ai suoni, punteggiano una serata che non è solo profumo di erba e drink ghiacciati, ma anche odori di altri luoghi, di Atlantico profondo blu, isole, pini marittimi, salsedine e sabbia. C’è molto vento, l’aria è elettrica.

La musica passa da solida a liquida a gassosa, è un composto chimico in continuo movimento: percussioni, fiati, legni, aerofoni, chitarre, tastiere, pedali, autoharp, music box, campane, e quattro voci angeliche diventano rame, argento, neon, fosforo, zolfo, elio. Suonano minimo sei strumenti a testa e la preparazione classica/jazz si vede tutta: i suoni sono nervosi ma precisi, gli arrangiamenti sofisticati ma non forzati, loro tranquilli e scientifici. Normalmente prima di “Colorado” fermi il CD, e invece dal vivo si trasforma: non è una canzone ma una pièce teatrale di dieci minuti di colori e luci che narra la leggenda della nascita delle montagne. E’ sconvolgente, non vuoi che finisca. Ricordi che leggevi The Road con Yellow House come colonna sonora e pensavi che le parole di McCarthy provenissero, come questi suoni, da qualche altra parte, da qualche altro tempo, che tracciassero le faglie continentali e i grandi misteri della terra.

Esci da questo Big Bang con il sistema nervoso iperattivo ma l’anima tranquilla, come se in qualche modo il corpo rispondesse alla musica delle sfere, come se ogni membro del gruppo fosse un pianeta che gira in un’orbita precisa: Christopher Bear è Marte, Daniel Rossen è Mercurio, Ed Droste la Luna, Chris Taylor il Sole. La Terra sei tu. Insieme in quello spazio siderale la vostra rivoluzione genera l’armonia e la dissonanza dell’universo.

Alle quattro di mattina del giorno dopo ti svegli improvvisamente perché piove, piove, piove.

Grizzly Bear: Southern Point, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Foreground, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Colorado, BBC Collective Sessions 2006

Better loud than too late: Pearl Jam live in Hyde Park 25.06.10

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)