Perché Treme mi mancherà un casino

Ecco, lo sapevo. Va sempre così. Parto scettica, parto critica, e poi mi innamoro. Mi è successo SEMPRE, con l’eccezione del giorno in cui ho conosciuto mio marito (mi sono innamorata subito, anche se lui si lamenta perché dice che ci ho messo “almeno due ore”) . Niente, all’inizio avevo detto:

“eh ma figurati se potrà mai spaccare quanto The Wire
“eh ma dice Amico di New Orleans che hanno fatto grossolanità nella timeline degli eventi e che c’è tanto da criticare per quanto riguarda l’autenticità della rappresentazione della città”
“eh ma che palle questo stile di montaggio dove non fanno mai andare avanti una storia senza interromperla per inserirne un’altra solo perché fa più manuale di cinema del primo anno/aspirazioni marxiste”
“eh ma sti intermezzi musicali sono lunghissimi”
“eh ma sti intermezzi musicali sono cortissimi”
“eh ma il personaggio di Steve Zahn non si regge”
“eh ma il beignet chissà com’è indigesto”
“eh ma Big Chief rispetto a Lester Freamon ha lo spessore di un cartonato”
“eh ma ormai sull’uragano Katrina c’è già il documentario di Spike Lee”

Non mi rimangio niente. Eppure, cazzo, domani c’è l’ultima puntata della serie finale di Treme, e ho questo magone, questa sensazione di non può finire qui, cazzo. E invece finisce Treme, con una quarta stagione accorciata che segue una prima intrigante, una seconda frustrante, una terza immensa. E già lo so che mi mancherà un casino.

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Mi mancherà la musica di Treme, che ha collezionato una colonna sonora perfetta dall’inizio alla fine, senza dubbio la migliore mai sentita in una serie televisiva. La musica che è cultura, la musica che non c’è bisogno di spiegare. La musica che porta le gente per strada tutte le sante domeniche, la musica apparentemente allegra ai funerali e quella serissima nei bar dove si affoga la tristezza. La musica che di New Orleans è la storia. La musica che a New Orleans è corpo – tessuto connettivo che si rigenera, tessuto che si strappa e sanguina – un corpo che continuamente muore e risorge, si immola e ritorna a vivere. La musica che “viene da dove viene”, non quella che viene da dove la metti.

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Mi mancheranno i personaggi di Treme. Personaggi le cui vite si intersecano in maniere inaspettate e non forzate, con lo stesso principio di caotica casualità della vita – quel modo che hanno certe esperienze di assumere un senso solo quando le guardi a ritroso. Personaggi profondamente fallati. Personaggi completamente falliti. Personaggi coi quali comunque è un piacere passare del tempo. Mi sono affezionata a tutti, mi mancheranno da morire tutti. Ma più di tutti Big Chief Albert Lambreaux (che con quell’andare un po’ storto e quell’orgoglio cocciuto mi ricorda mio nonno) e LaDonna (che si chiama così perché è La Donna per eccellenza). Mi manca già Creighton Burnette, da un bel pezzo. Mi mancano quelli che sono eccezioni alla regola. E la regola in Treme è quello stronzo proverbio giapponese: sette volte cadi, otto volte ti rialzerai.

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Mi mancherà soprattutto questo modus operandi di scrivere una storia collettiva e contemporanea che ha David Simon, che in Treme ha messo non solo la giusta rabbia della Storia, ma anche il piacere e il profondo dolore della vita a servizio di questa narrativa sgangherata. The Wire aveva una tale perfezione strutturale che dava alla serie un portentoso potere morale, una coesione estrema e bisognosa di pazienza e acume da parte dello spettatore. Come The Wire, Treme è una serie che non ha mai imboccato lo spettatore con spiegoni e paternali inutili, ma si è anche data il tempo e lo spazio per vivere le emozioni insieme ai suoi personaggi. The Wire ti ferisce dicendo che, alla fine, tu, bianco di classe media che guardi HBO e i cofanetti delle serie americane, la gente come Avon Barksdale e Stringer Bell e Jimmy McNulty non la frequenti e non ne sai niente. Treme invece ti ferisce dicendo che alla fine di gente come Antoine Batiste e Jeanette Desautel e Davis McAlary ne conosci a palate: sono tutti i tuoi amici, sarebbero tutti i tuoi amici se la tua città fosse stata sommersa da un diluvio universale. La gente di Treme la sai.

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Mi mancherà tutto di Treme, perché è stato più di un ciclone, una massa d’aria organizzata in musica e parole, una serie di corpi e suoni, un’irresistibile energia centripeta che si avvita su se stessa e si ammassa fino a creare una città, un mondo, un’arca di Noè. Treme è diventata per me come una zattera su cui stiamo tutti quanti, in qualche equilibrio precario tra ambizioni e paure, fallimenti e gioie, in preda ai rovesci atmosferici e ai grandi errori di sistema. Ancora capaci, nonostante tutto, e non si sa bene perché, di restare a galla.

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #2: In cui si inizia a parlare di cose seriali

Ve lo confesso: avevo scritto un post lunghissimo su sesso e telefilm che continuava a lievitare come quando lasci i panni bagnati nella lavatrice, l’ho riletto e mi son detta

Dio, ma che merda!

Quindi ho fatto un favore a me e all’umanità e l’ho cancellato. In fondo, c’è sempre Wikipedia. Ho deciso d’improvviso, solleticata dalla brezza novembrina che spira in quel di Ostia Lido, di parlarvi di due prodotti televisivi di quest’anno. Ora sono in pausa, ovviamente, perché è estate. E, visto che è estate e sicuramente siete chiusi anche voi nelle vostre camerette a fare refresh compulsivi di facebook, direi che è ora di un bel recuperone (capirete alla fine quale delle due serie dovete recuperare).

Partiamo da THE CARRIE DIARIES. Trasmesso da CW, canale che ci ha regalato perle come Gossip Girl e il remake di Beverly Hills 90210, TCD (noto anche, grazie all’inventiva della subber Vickie182, come The Carrie Diarrheas) è quel che sembra: una bieca operazione commerciale. Candace Bushnell, ideatrice di Sex & The City, decide di stuprare anche l’ultimo ricordo positivo che abbiamo di quella serie e di regalarci uno spaccato di vita di Carrie adolescente.
Dimenticate il sex, dimenticate la city, dimenticate il buon gusto: TCD è un rutilare di brutti vestiti, personaggi antipatici e tanto tanto moralismo. La nostra Carrie pare uscita da una puntata della Famiglia Bradford, si comporta come un donnino cacacazzi e ha una sorella ribelle che manifesta la propria ribellione andando in giro spettinata. La trama, dite? Carrie ama un tenebroso dal cuore d’oro, si lasciano, si riprendono, lei fa la stagista in una rivista a New York, va in giro vestita male e ha le gambe storte.
A perfetto corollario, un’amica che è uno stereotipo razzista (l’asiatica secchiona), vari ragazzi che vogliono solo stare abbracciati, sarà bellissimo lo stesso, e un’altra amica che serve da monito (l’equivalente della Kelly Taylor dei tempi d’oro di Beverly Hills, quella che scopa perché non si stima).
TCD è verosimile quanto una banconota da tre euro, prolisso e noioso. E ho già detto che si vestono male?

Gambe storte? Check. Vestito di merda? Check? ragazzetto con faccia di gomma? Check.

Gambe storte? Check. Vestito di merda? Check. Ragazzetto con faccia di gomma? Check.

Oltreoceano, invece, nelle grigie lande inglesi, Channel 4 fa tripletta e, dopo averci scodellato dei capolavori (l’ho detto) come Utopia e Black Mirror, si gioca il tutto per tutto con MY MAD FAT DIARY. Dimenticate lustrini, adolescenti che parlano come vecchi e feste a Manhattan nel periodo pre-AIDS: siamo negli anni ’90, bene che vi dice finite a un rave in una fabbrica abbandonata.
MMFD è la storia di Rae, un’adolescente affetta da binging che esce dopo tre mesi da un ospedale psichiatrico dove è stata ricoverata per autolesionismo.

Madonna, la pesantezza! direte voi. E invece no.

MMFD riesce finalmente a farci vedere degli adolescenti VERI, che fanno cose da adolescenti, parlano come adolescenti e hanno sanissime e volgarissime pulsioni sessuali. E’ tenero, fa ridere e fa anche piangere un bel po’. Nessuno dei personaggi è un ricco rampollo viziato il cui unico problema è la mamma mignotta.
L’argomento, che di per sé sarebbe una roba da canna del gas, viene trattato con una delicatezza incredibile, ben lontana dagli spiattellamenti patinati e rumorosi di Hollywood in cui, invece di far capire, viene tutto iperverbalizzato. Ma soprattutto i protagonisti sono persone NORMALI. In MMFD non vedrete ragazzine perfette che si comportano come trentenni: vedrete adolescenti bruttini all’apice della loro bruttezza adolescenziale, che invece di sognare un paio di scarpe da 1000 dollari vogliono andare al concerto degli Oasis.

Toh. Una ragazza normale.

Toh. Una ragazza normale.

Ora, vedendoli da fuori, si potrebbe dire che siano due prodotti teen, vero?
Sbagliato.
Ormai i produttori si son fatti furbi e si sono resi conto che i sedicenni di oggi non stanno davanti alla tv a piagnucolare, no: ci stanno le trentenni tipo me. E allora, colpo basso supremo, c’è un fiorire di telefilm ambientati anni fa.
Ma mentre in TCD la colonna sonora è incastrata a forza (a nessuno dei personaggi interessa la musica, a nessuno dei personaggi interessa NIENTE), in MMFD la musica è quella della mia adolescenza. Perché anch’io nel ’96 avevo 16 anni. E c’è dentro TUTTO.

La domanda allora è:
perché TCD è l’equivalente di un bel bicchierone di sabbia e sale mentre MMFD è una roba che ti fa venir voglia di costruire una macchina del tempo?
Perché, a meno che non siate usciti dritti dritti da un romanzo di Moccia, MMFD parla di voi, di me. Di un’adolescenza sgraziata e insicura. Del bisogno di sentirsi accettati, dei genitori soffocanti, della voglia segreta di potersi togliere il corpo di dosso come se fosse un vestito un po’ stretto. Delle risate, delle birre tiepide bevute sui prati, dei primi baci. MMFD ci parla direttamente perché parla al ragazzino brutto che ancora abbiamo dentro. Rae non è una ragazza grassottella che cercano di farci passare per obesa. Rae è obesa. Non è bella. Non ha il ragazzo più fico della scuola. Non ha nemmeno un padre. Devo continuare?

Per cui, se volete dedicarvi a un recuperone estivo, vi prego: scegliete MMFD.
E’ la prova che una televisione migliore è possibile, una televisione in cui la normalità nel senso più ampio del termine, non solo estetico, viene abbracciata. Dove non dobbiamo sognare un passato confezionato da qualcun altro, fatto di bei vestiti e capelli perfetti, ma ci basta sognare il nostro passato.
Il nostro bel passato normale.

Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer - Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.

This land is my land

Prendiamo un uomo e una donna trentenni con due fisse precise: P.J.Harvey e Bruce Springsteen rispettivamente. Bruce Springsteen e P.J. Harvey non si sono mai incontrati, e i nostri stanno a millecinquecento kilometri di distanza. Ascoltano due dischi, Nebraska (1982) e Let England Shake (2011) che parlano, suonano, rimbombano, raccontando la storia della loro genesi. I due si scrivono e immaginano che cosa sia passato per la testa a quegli altri due quando hanno scritto e suonato queste robe. L’Inghilterra, l’America, le rette parallele, i binari del treno. Non è vero che non s’incontrano mai, dipende solo dall’immaginazione. [La voce di PJ è interpretata da GiorgioP; quella di Bruce da Byron. Per eventuali lamentele verso il delirio che segue si prega la clientela di rivolgersi all'uomo che gestisce questo blog, è tutta colpa sua. In caso di emergenza chiamate il CIM. Grazie.]

Ho visto Full Metal Jacket, These Boots Are Made For Walking dava l’idea dell’esercito, delle orme e delle nuvole di terra che alzano le bombe – voglio la mia Boots, voglio i miei stivali.

Ho letto Born on 4th July, e mi fa schifo sapere che sono nato in questi stati uniti. Ho visto il mio paese svuotato, ragazzi perduti nel diluvio in mezzo a fango, sangue, petrolio. Mio padre mi diceva sempre che l’esercito mi avrebbe messo a posto, che quei capelloni da metallaro prima o poi me li avrebbero tagliati, che a fare il militare sarei diventato un uomo.

E’ come sentirsi sola con qualcuno se pensi alla guerra. La guerra da bambina ti insegnano che è una roba da uomini. Le eroine non te le fanno vedere mai.

Alla visita mi hanno scartato. Troppo magro, troppo strano. Signore, grazie, se esisti, la mia preghiera è un ringraziamento ogni giorno. Anche mio padre a suo modo prega e ringrazia.

E la guerra non ha bisogno di eroi, la guerra é sbagliata e le morti sempre ingiuste. Lo ripeterò fino alla fine del disco, quello che non ho visto ma che sento.

Quando chiudo gli occhi sogno il numero 9 1/2 – la casa di mio padre, le finestre come fari nella notte quando suono la chitarra sul tetto, gli alberi, il tanfo di caffè che ti tormenta nelle notti insonni, la fabbrica che se lo mangia un po’ alla volta giorno per giorno, la sua promessa che quando vince la lotteria ci compriamo una macchina nuova, il nome paradossale Freehold. Free. Hold. Come fai a essere libero quando c’è qualcosa che ti aggrappa, dentro e fuori?

Io qui di punti di partenza non ne ho solo quello che vedo, da tre anni. E non mi piace, non lo condivido. Non mi ci trovo. Non mi ci trovo non nel senso di donna, come senso di emancipazione da qualcosa. Non mi ci trovo come essere umano.

Metto in moto. Parto da solo, vado via per un po’.

Il dolore è un rito privato, da cantare da sola o con gli amici. Non è necessario che ci sia qualcun altro. Ho voglia di cantare per me, e di nascondermi. Non ho bisogno di copertine con la mia faccia per la prima volta.

Ho scoperto che se provi a scappare da un posto pieno di perdenti, quel che trovi in fondo alla strada, uscito dal paese, è una grande oscurità. Da lì la città si vede molto bene. Le luci industriali, la puzza di catrame, il caldo dei fumi tossici, il rumore dei ruscelli inquinati. C’è una collina, ci salgo a piedi con tutto quel che ho. Che è poco: una chitarra, la voce che ho nei polmoni, e una grande rabbia.

Bella quella chitarra di Joe Strummer, bello quel levare. Bello quel pensare che ogni canzone che ho voglia di scrivere nasce seduta ma ho voglia di finirla in piedi, a sputarla contro tutti. Battendo i piedi, chiudendo i pugni. Rimanendo scalza.

La chitarra – me lo ha rivelato Woody Guthrie – è uno strumento per ammazzare i fascisti. La rabbia serve come benzina per la voce. Ma se urli con un barbarico yawp non ti sta a sentire nessuno. Il rombo del motore è troppo forte. Se sussurri invece tutti si fermano ad ascoltare che cosa dice il matto col tamburino di latta. Leggo Foglie d’erba, proseguo verso il West.

Ogni tanto penso che mi piacerebbe essere uno sciamano, e incontrare un William Blake come su un film di Jarmusch.

Continuo ad andare, passo oltre all’oscurità. Arrivo a una casa in mezzo a un bosco. Accendo il registratore e comincio a parlare. Ho letto questa storia di due ragazzi che sono scappati tra le praterie e le montagne delle terre più cattive e con un fucile hanno fatto fuori tutto quel che gli passava davanti. C’era anche un film, se non ricordo male, ma ormai sono passati anni e la rabbia giovane non mi sembra più avere tanto senso. La voce, la benzina, quelle sì. E adesso dove vado?

Una chiesa, non devo chiedere perdono io ma parlo di morte e di morti la chiesa è il posto giusto. In una chiesa la mia voce sbatte sui muri ma non voglio che il disco sbatta da qualche parte ma che accompagni qualcuno da qualche parte, magari a sentire quello che dico.

Vado nelle terre più cattive a vedere cosa ci trovo. Esco dalla New Jersey Turnpike. La guerra pensi sempre che sia fuori, lontano, e invece è qui, dentro di te. America. Passo Atlantic City, attraverso il confine di stato. Frontier is a state of mind, i confini sono uno stato mentale. A Philadelphia c’è un diner in fiamme, dicono che è stata la mala. Quattro accordi. Senti qui.

C’è quel giro di quattro accordi, e quel testo che parlava di un pollo e di Philadelphia come punto di partenza. Per arrivare ad Atlantic City. Questa è casa mia e questa sono io. Non ho bisogno di muovermi dal Dorset per capire che tutto questo è sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Siamo pieni di debiti. Col padre, con la banca, con la legge, col governo, con l’America. Un paese in guerra, sempre. Un paese in conquista, sempre. Johnny prende in mano una pistola e si ribella, Mary Lou lo amava fino alla morte. Il debito rimane impagabile. Scappiamo. Scappiamo perché nessuno che abbia un briciolo di onestà può pagare. Scappiamo dallo state trooper, scappiamo dal fratello che è entrato nella guardia di confine, scappiamo dalla guerra, scappiamo dalla morte. Metti su un po’ di trucco e le calze a rete, e vedrai che tutto quel che muore alla fine ritorna.

A volte penso che la voce di un uomo vicino renda chiaro il concetto di preghiera. A volte vedo i miei uomini intorno come fucili piantati contro il nazismo delle ideologie. Quelle ideologie che a chiamarle tali si fa un torto, perchè profondamente violente, sbagliate. Ricche solo di prevaricazione. Che il mio paese abbia cavalcato tutto questo mi dilania. Mi distrugge.

Signor poliziotto, la prego lei ha moglie e figli, io neanche quelli. Signor deejay, la prego, ascolti la mia ultima preghiera. Signor rock’n’roll ti prego liberami dal nulla. Signore ti prego non so come e non so perché ma da qualche parte mi è rimasta un ragione per credere.

Il fatto è che non ci sono motivi per essere ottimisti e cantarlo in maniera ottimista a volte aumenta l’ironia del caso. Penso a tutto questo come a un funeral jazz. Come quelli di New Orleans, mi viene da piangere ma mi viene da ballare, da strillare e battere le mani. Mi sento il mio Big Chief.

Spengo il registratore. Quattro tracce. C’è poco da aggiungere. Non importa che tu veda la mia faccia, questo è un disco da ascoltare al buio. Ti parlo dritto nelle orecchie. Guarda questo paese desolato. Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra.

Oh, America. Oh, England.

Bruce SpringsteenAtlantic City (Video)
PJ Harvey –  The Last Living Rose (Video)

Carry Me Emilia-Romagna: Mark Kozelek live @ Chiesa di S.Ambrogio, Villanova di Castenaso (Bologna) 06.02.11

Circa due mesi fa esce la curiosa notizia che ci sarà un concerto acustico solista di Mark Kozelek nelle frange della bassa padana poco sotto agli Appennini, tra Emilia e Romagna, in una chiesina di un posto di quelli che una volta qui era tutta campagna. Mark Kozelek a Villanova di Castenaso. Provate a dire ‘Bob Dylan live a Poggio Rusco’, così si capisce l’effetto che fa, e perché immediatamente prenoto un volo da Londra apposta. (Se non sapete chi è Mark Kozelek, ecco, io non lo direi troppo in giro.)

Ma insomma una chiesa. Una chiesa vera, non una chiesa metaforica, non una chiesa sconsacrata, una chiesa dove giusto la mattina del giorno del Signore domenica 6 Febbraio si diceva la messa. Una chiesa dove, nel mezzo delle pareti barocche di un settecento serio e povero ma ambizioso, si trova uno dei tentativi artistici peggio riusciti che la storia ricordi, un pugno nell’occhio dell’arte sacra in colori a olio da scuola elementare. La “Madonna degli Scout”, che suona un po’ come un bestemmione, è una classica Maria madrediddio (ma con la faccia po’ malformata dalla mano poco capace dell’artista) che appoggia le mani sante sulle spalle di moccolosi pargoli maschi e femmine in divisa Scout, il tutto stagliato su un paesaggio concettuale generico (uccellini, raggi di sole del zignore) – ed è subito tripudio di stereotipo iconografico cattolico. Che poi insomma categorizzarla come arte è un po’ offensivo, ma io ci sono affezionata perché l’orrenda Madonna degli Scout (già musa ispiratrice di certi pezzoni classici del Christian rock*) ha vegliato sui miei sette anni da piccola Scout: freddissime domeniche in gonna-pantalone e scarponi fazzolettone e divisa completa specialità e distintivi cuciti sulle maniche della camicia azzurra, estati di tende e zaini nodi scorsoi e legature quadre fuochi di bivacco odore di erba e tracce di cinghiali infinite quantità di scatolette di tonno e acqua al sapore di borraccia. Questo è il posto dove sono cresciuta, e l’idea di tornarci dopo quasi quindici anni di ateismo e vita adulta, postura indie snob e pretese culturali, mi fa sentire come in uno di quei sogni assurdi in cui sei lo spettatore invisibile la sera in cui al bar sotto casa tua c’è Tom Waits che gioca a Tresette col tuo morosino delle elementari. C’è anche una certa componente di nostalgia canaglia che mi inquieta, ma l’indie val bene una messa.

La messa-indie comincia dal prete, quello vero, il leggendario Don Stefano che porta i jeans e la camiciona a quadretti, e al quale dei paramenti dell’indie-hipster bolognese mancano solo il cappello e la cravatta sottile. La mia BFF e suo marito (entrambi presenti) l’hanno conosciuto a un concerto dei Belle & Sebastian, ma dicono che lui frequenti anche gli Architecture in Helsinki e vada spesso al Covo – magari non il sabato sera ché la domenica ha da dir la messa alle otto di mattina – ed è stato lui a celebrare il rito del loro matrimonio, in chiesa, sulle note di “Bridge Over Troubled Water”, arrangiamento di Johnny Cash. E’ lui che ha organizzato il tutto, una mente aperta e ricettiva, una sensibilità alla musica da ventunesimo secolo, una roba che se la chiesa fosse tutta così il mondo sarebbe un posto migliore. Don Stefano entra in scena davanti all’altare con una serenità e una sicurezza da rock star: dietro di lui c’è il tabernacolo aperto e svuotato, e si vede che quel palco lì è il suo, he owns it, man.

Quando il prete-indie presenta Mark Kozelek – che io ricordavo coi capelloni che aveva in Almost Famous, piuttosto che com’è in tutte queste foto più recenti in cui sfoggia un’acconciatura da imprenditore di provincia, e lo sguardo sempre il meno possibile diretto verso la lente – l’indie-legend che arriva in persona è la cosa più lontana dall’indie-legend pubblicizzato nel poster che si possa immaginare. ‘Sembra più parroco lui del parroco’ (cit.): stivaletti eleganti, pantaloni grigio ferro con la piega in mezzo, maglione blu scuro, camicia bianca col colletto ripiegato all’interno del girocollo, una giacca da babbo che va in ufficio all’anagrafe comunale.

Noi centocinquanta indie-hipster che saremo rimaniamo in un silenzio religioso, compunto e inaspettato – il silenzio che ha preso la parte del normale frastuono pre-concerto nel momento in cui si entra in chiesa. (C’è anche gente che entrando si era fatta il segno della croce, ma poi si è accorta che come gesto non è molto indie e si è nascosta dietro al confessionale.) Lui in questo silenzio si toglie la giacca e si siede sulla sedia della canonica, comincia ad accordare una corda per una come se non gli fosse venuto in mente prima di fare un soundcheck, e la transizione tra accordatura dissonante e melodia ha la scioltezza di un ruscello che scorre e pian piano diventa fiume. Il concerto che segue sembra più una serata di musica classica che si trasforma in jazz e il jazz che diventa canzone quando trova le parole e quando le parole non ci arrivano ci pensano le mani. Quando le mani hanno finito di dire quel che hanno da dire si staccano dal legno della chitarra e basta, da strumenti che erano, tornano ad essere mani.

Le mani grandi di Mark Kozelek somigliano alle mani che mi hanno insegnato i primi arpeggi; le sue dita alle dita che aiutavano le mie dita dodicenni a prendere la posizione giusta per fare gli accordi con il barrè; i suoi polsi a quei polsi che mi sembravano tanto più flessibili dei miei, che facevano la dimostrazione pratica di come fosse possibile raggiungere una sesta o settima col pollice se tutte le altre dita erano impegnate. Ma l’eleganza e la delicatezza, la facilità con cui le sue mani, ali di aquila, producono questi suoni, la sua voce di vetro venato di acciaio inossidabile, queste non le ho mai viste né sentite da nessuna parte. Mi chiedo che diamine gli sarà successo nella vita a quest’uomo che sembra contemporaneamente così infrangibile e frammentario, per scrivere tutte queste canzoni tanto tristi.

Mark Kozelek parla un po’ col pubblico, ma con quella sua dizione un po’ strascicata, e il fatto che, come non guarda in faccia le macchine fotografiche, non parla neanche dritto dentro al microfono, si sente poco di ciò che mormora. Si capisce che è preoccupato perché siamo tutti così silenziosi, chiede se conosciamo le canzoni, se capiamo quello che dice, ma in pochi rispondono. Dice che è stanchissimo, ma è soprattutto timido, patologicamente timido, e molto nervoso. Comprensibile: tirar fuori questa roba che evidentemente ha dentro, spogliarsi così davanti a gente di cui non sa niente, e che neanche vede, non deve essere facile.

D’altro canto è difficile anche capire la soggezione che questa intimità confessionale dentro alle mura e al soffitto altissimo di una chiesa cattolica ti mette se in questi posti non ci sei cresciuto. Ho visto decine di concerti in chiese di altro genere – chiese protestanti, chiese evangeliche, chiese sconsacrate – e non ho mai visto un pubblico così serio, concentrato, quasi inibito. Provo a dirglielo che è un po’ il posto che incute timore, ma è difficile spiegarglielo chiaramente mentre lui è sul palco illuminato e io in piedi al buio in una delle alcove con la statua di una santa martire che mi guarda storta e l’obolo dell’offertorio vuoto. Lui ride per la prima volta: ‘cosa? La chiesa vi mette paura? Ma è solo una chiesa!’ Ricomincia a suonare pezzi dei Sun Kil Moon (“Glenn Tipton”, “Lost Verses”, “Heron Blue”, “Alesund”, “Third & Seneca”, “Half Moon Bay” tutte struggenti e immense), e persino la cover di “You Ain’t Got a Hold on Me”, ma per un po’ non parla più. Forse l’ho offeso? Temo un biblico fulmine dal cielo, o che i sacerdoti dell’indie sanciscano la mia scomunica. E invece miracolo: l’atmosfera si disinibisce un po’, il ghiaccio si scioglie, gli applausi diventano più coraggiosi, più consoni all’enorme emozione, un paio di urli in qua e in là, lui si tranquillizza un po’ e anzi fa le battutone:

‘Ieri ero a San Francisco. Ho fatto 20 ore di volo e avrei bisogno di una massaggiatrice. Ce n’è una in sala?’ (Mark Kozelek fa ammiccamenti sconci in chiesa! Cinque Ave Marie!**)

‘Come si mangia a Ginevra?’ (Chi gli risponde ‘great’ senza indugi ha palesemente capito ‘Genova’)

‘Qui a Bologna si mangia benissimo!’ (Eh).

Deve costargli un gran sforzo l’offrire la possibilità di richiedere canzoni. Gli chiedono praticamente solo pezzi dei Red House Painters, è evidentemente scocciato seppur ironico:

‘Ma come non vi piacciono le mie canzoni recenti? Well, fuck you guys!’ (Mark Kozelek ha detto vaffanculo in chiesa!)

Il fattore awkward non ci lascia mai del tutto, ma insomma alla fine, “Carry Me Ohio” e “Summer Dress” ce le concede (alleluia alleluia, osanna nell’alto dei cieli) e poi basta, son due ore e passa di slo-core introspettivo e direi che siamo a posto, è stato bellissimo così, emozionante e straniante. Fuori la notte è limpida, i campi coperti di brina, fa un freddo cane. Usciamo sul sagrato della chiesa e Mark Kozelek si lascia fare un paio di foto, senza mai guardare in faccia nessuno. Con quel berretto di lana e quel modo di fare nervoso sembra uscito da Qualcuno volò sul nido del cuculo, fa persino uno scatto nervoso quando una ragazza avvicinandosi gli tocca un braccio. Io cerco di fare conversazione ma non è molto ricettivo; mi firma il poster solo con MK.

Bonus tracks
*Che poi se vi doveste per caso appassionare al genere, a casa prima del concerto qualcuno ha tirato fuori questa roba (su le mani – a-ha, a-ha, yeah, uuh-uh, noi ggiòvani, uh yeah, predichiamo cristoh.)

**Gli è piaciuta la cosa del massaggio.

***Questa ve la metto qui e basta, fate un po’ voi: radio nazionale svedese intervista Mark Kozelek, or ‘si spiegano molte cose’ – 123