Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – GiorgioP 1/5

Quello che non sapete è che quando certe cose si decidono di fare su più blog a volte mettersi d’accordo è complicato (e non ci si mette) altre è immediato, altre ancora è immediato ma poi ci si maledice per avere detto “sì”.
L’idea era di proporre la versione di ognuno de “le canzoni degli anni 90′” quelle che ci sono piaciute di più (quindi dal gusto personale imprescindibile) riprendendo il listone di NME. Con una differenza NME ha listato 100 canzoni, l’idea di Kekko (e troverete un post analogo oggi sia su Bastonate che su Stereogram) era dieci. E dieci saranno. Inutile vi dica l’incompletezza e la difficoltà della cosa, quindi scrivere “manca questo o manca quello” verrà da sè, fate una cosa, se vi va fate la vostra, se volete usate i commenti o il vostro blog o quello che è.
Queste sono le mie, qui ci sono gli altri di JunkiePop

10 Oasis – Whatever
La Wonderwall prima di Wonderwall. Gli Oasis la fecero uscire come bonus di Definitely Maybe ma era una canzone da primo singolo. I violini, l’acustica e quel sound di quel disco lì, a cui da quello dopo sono state aggiunte cose su cose.

9 Pearl Jam – Animal
Sui dischi dei Pearl Jam ho cambiato idea 3/4 volte, da poco ho capito che Vs è il disco che a me la vita l’ha cambiata un bel po’. Animal era il secondo schiaffone in faccia dopo quel disco, che era molto meno hard rock del precedente ed iniziava ad essere rock quasi puro. La pesantezza e la magnitudine del riff iniziale é un pezzo grosso degli anni 90.

8 PJ Harvey – Rid of me
Scrivere qualcosa su PJ e su Rid of me lo reputo quasi insultante. Il disco rimane di una produzione da schifo, quasi inascoltabile (e sticazzi se c’era Albini eh) da uno stereo se non mettendolo al massimo del volume. Forse la bellezza di Rid of me é quando alzavi il volume.

7 Deftones – Be quiet and drive
Gli anni 90 sono stati anche nu-metal e i Deftones (provenendo da tutt’altra parte, l’hc, ma nel calderone nu metal a forza erano stati infilati)sono un gruppo che li ha passati  indenne grazie anche a Be quiet and drive, una canzone che ho percepito venire sempre dagli Smashing Pumpkins, melliflua, andante. A suo modo una ballata

6 Tom Waits – I don’t wanna grow up
Uno dei miei 5 dischi dei 90 é Bone Machine in cui scegliere qualcosa é umanamente impossibile. Sentire peró sta nenia catarrosa che dice di non volere crescere a 18 anni ti faceva sentire meno solo. Anche oggi

5 Fugazi – Blueprint
Uno dei 5 gruppi della vita. Ringraziate iddio che non le ho messe tutte e dieci dalla loro discografia

4 Soundgarden – Black hole sun
Il “capolavoro” degli anni 90. I Beatles suonati dai Black Sabbath, un disco enorme e un video Lynchiano (c’é anche Bob del resto). S’é sentita tanto lo so, la sentiste una volta di più ne capireste l’enormità

3 Sonic Youth – Sugar Kane

Sui Sonic Youth il mio giudizio é cambiato negli anni, oggi li considero alla pari dei Beatles il gruppo più importante della storia. Sugar Kane é un simbolo di come il noise possa essere piegato alla forma pop rock. Ne potevo scegliere 30 altre lo so

2 dEUS – Suds and soda
Per me é la canzone dei 90. Ha tutto dalla prima volta che l’ho sentita che scambiai il violino come una sirena sotto casa. Poi l’incedere sgangherato alternative, l’esplosione. I dEUS

1 Paul Weller – You do something to me
Vabbè, pure perché?

Top Albums 2011 – Lenny Nero

Gli ultimi giorni dell’anno sono giorni di classifiche. Questi sono gli album che ho ascoltato di più, sono parecchi perché quando ci son da fare delle scelte non riesco mai a decidermi. Non c’è un ordine, ho aperto la cartella della musica scaricata quest’anno e ho copiato e incollato i nomi dei dischi che son stati la colonna sonora del mio 2011, tutto qui. Come al solito puntando la copertina vengono fuori nome del gruppo, titolo dell’album e cliccandoci sopra si arriva a qualcosa da ascoltare. Divertitevi.

                           

This land is my land

Prendiamo un uomo e una donna trentenni con due fisse precise: P.J.Harvey e Bruce Springsteen rispettivamente. Bruce Springsteen e P.J. Harvey non si sono mai incontrati, e i nostri stanno a millecinquecento kilometri di distanza. Ascoltano due dischi, Nebraska (1982) e Let England Shake (2011) che parlano, suonano, rimbombano, raccontando la storia della loro genesi. I due si scrivono e immaginano che cosa sia passato per la testa a quegli altri due quando hanno scritto e suonato queste robe. L’Inghilterra, l’America, le rette parallele, i binari del treno. Non è vero che non s’incontrano mai, dipende solo dall’immaginazione. [La voce di PJ è interpretata da GiorgioP; quella di Bruce da Byron. Per eventuali lamentele verso il delirio che segue si prega la clientela di rivolgersi all'uomo che gestisce questo blog, è tutta colpa sua. In caso di emergenza chiamate il CIM. Grazie.]

Ho visto Full Metal Jacket, These Boots Are Made For Walking dava l’idea dell’esercito, delle orme e delle nuvole di terra che alzano le bombe – voglio la mia Boots, voglio i miei stivali.

Ho letto Born on 4th July, e mi fa schifo sapere che sono nato in questi stati uniti. Ho visto il mio paese svuotato, ragazzi perduti nel diluvio in mezzo a fango, sangue, petrolio. Mio padre mi diceva sempre che l’esercito mi avrebbe messo a posto, che quei capelloni da metallaro prima o poi me li avrebbero tagliati, che a fare il militare sarei diventato un uomo.

E’ come sentirsi sola con qualcuno se pensi alla guerra. La guerra da bambina ti insegnano che è una roba da uomini. Le eroine non te le fanno vedere mai.

Alla visita mi hanno scartato. Troppo magro, troppo strano. Signore, grazie, se esisti, la mia preghiera è un ringraziamento ogni giorno. Anche mio padre a suo modo prega e ringrazia.

E la guerra non ha bisogno di eroi, la guerra é sbagliata e le morti sempre ingiuste. Lo ripeterò fino alla fine del disco, quello che non ho visto ma che sento.

Quando chiudo gli occhi sogno il numero 9 1/2 – la casa di mio padre, le finestre come fari nella notte quando suono la chitarra sul tetto, gli alberi, il tanfo di caffè che ti tormenta nelle notti insonni, la fabbrica che se lo mangia un po’ alla volta giorno per giorno, la sua promessa che quando vince la lotteria ci compriamo una macchina nuova, il nome paradossale Freehold. Free. Hold. Come fai a essere libero quando c’è qualcosa che ti aggrappa, dentro e fuori?

Io qui di punti di partenza non ne ho solo quello che vedo, da tre anni. E non mi piace, non lo condivido. Non mi ci trovo. Non mi ci trovo non nel senso di donna, come senso di emancipazione da qualcosa. Non mi ci trovo come essere umano.

Metto in moto. Parto da solo, vado via per un po’.

Il dolore è un rito privato, da cantare da sola o con gli amici. Non è necessario che ci sia qualcun altro. Ho voglia di cantare per me, e di nascondermi. Non ho bisogno di copertine con la mia faccia per la prima volta.

Ho scoperto che se provi a scappare da un posto pieno di perdenti, quel che trovi in fondo alla strada, uscito dal paese, è una grande oscurità. Da lì la città si vede molto bene. Le luci industriali, la puzza di catrame, il caldo dei fumi tossici, il rumore dei ruscelli inquinati. C’è una collina, ci salgo a piedi con tutto quel che ho. Che è poco: una chitarra, la voce che ho nei polmoni, e una grande rabbia.

Bella quella chitarra di Joe Strummer, bello quel levare. Bello quel pensare che ogni canzone che ho voglia di scrivere nasce seduta ma ho voglia di finirla in piedi, a sputarla contro tutti. Battendo i piedi, chiudendo i pugni. Rimanendo scalza.

La chitarra – me lo ha rivelato Woody Guthrie – è uno strumento per ammazzare i fascisti. La rabbia serve come benzina per la voce. Ma se urli con un barbarico yawp non ti sta a sentire nessuno. Il rombo del motore è troppo forte. Se sussurri invece tutti si fermano ad ascoltare che cosa dice il matto col tamburino di latta. Leggo Foglie d’erba, proseguo verso il West.

Ogni tanto penso che mi piacerebbe essere uno sciamano, e incontrare un William Blake come su un film di Jarmusch.

Continuo ad andare, passo oltre all’oscurità. Arrivo a una casa in mezzo a un bosco. Accendo il registratore e comincio a parlare. Ho letto questa storia di due ragazzi che sono scappati tra le praterie e le montagne delle terre più cattive e con un fucile hanno fatto fuori tutto quel che gli passava davanti. C’era anche un film, se non ricordo male, ma ormai sono passati anni e la rabbia giovane non mi sembra più avere tanto senso. La voce, la benzina, quelle sì. E adesso dove vado?

Una chiesa, non devo chiedere perdono io ma parlo di morte e di morti la chiesa è il posto giusto. In una chiesa la mia voce sbatte sui muri ma non voglio che il disco sbatta da qualche parte ma che accompagni qualcuno da qualche parte, magari a sentire quello che dico.

Vado nelle terre più cattive a vedere cosa ci trovo. Esco dalla New Jersey Turnpike. La guerra pensi sempre che sia fuori, lontano, e invece è qui, dentro di te. America. Passo Atlantic City, attraverso il confine di stato. Frontier is a state of mind, i confini sono uno stato mentale. A Philadelphia c’è un diner in fiamme, dicono che è stata la mala. Quattro accordi. Senti qui.

C’è quel giro di quattro accordi, e quel testo che parlava di un pollo e di Philadelphia come punto di partenza. Per arrivare ad Atlantic City. Questa è casa mia e questa sono io. Non ho bisogno di muovermi dal Dorset per capire che tutto questo è sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Siamo pieni di debiti. Col padre, con la banca, con la legge, col governo, con l’America. Un paese in guerra, sempre. Un paese in conquista, sempre. Johnny prende in mano una pistola e si ribella, Mary Lou lo amava fino alla morte. Il debito rimane impagabile. Scappiamo. Scappiamo perché nessuno che abbia un briciolo di onestà può pagare. Scappiamo dallo state trooper, scappiamo dal fratello che è entrato nella guardia di confine, scappiamo dalla guerra, scappiamo dalla morte. Metti su un po’ di trucco e le calze a rete, e vedrai che tutto quel che muore alla fine ritorna.

A volte penso che la voce di un uomo vicino renda chiaro il concetto di preghiera. A volte vedo i miei uomini intorno come fucili piantati contro il nazismo delle ideologie. Quelle ideologie che a chiamarle tali si fa un torto, perchè profondamente violente, sbagliate. Ricche solo di prevaricazione. Che il mio paese abbia cavalcato tutto questo mi dilania. Mi distrugge.

Signor poliziotto, la prego lei ha moglie e figli, io neanche quelli. Signor deejay, la prego, ascolti la mia ultima preghiera. Signor rock’n’roll ti prego liberami dal nulla. Signore ti prego non so come e non so perché ma da qualche parte mi è rimasta un ragione per credere.

Il fatto è che non ci sono motivi per essere ottimisti e cantarlo in maniera ottimista a volte aumenta l’ironia del caso. Penso a tutto questo come a un funeral jazz. Come quelli di New Orleans, mi viene da piangere ma mi viene da ballare, da strillare e battere le mani. Mi sento il mio Big Chief.

Spengo il registratore. Quattro tracce. C’è poco da aggiungere. Non importa che tu veda la mia faccia, questo è un disco da ascoltare al buio. Ti parlo dritto nelle orecchie. Guarda questo paese desolato. Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra.

Oh, America. Oh, England.

Bruce SpringsteenAtlantic City (Video)
PJ Harvey –  The Last Living Rose (Video)