Top Film 2012 – Byron

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Per parafrasare quel tale, “il cinema sta morendo, ma a volte mi diverto a guardare il corpo che si decompone”.

Holy Motors è stata per me l’esperienza cinematica più gratificante e stimolante dell’anno. Un film sbalorditivo, che ti fa ricredere quando pensi che il cinema abbia finito di sorprendere. Holy Motors è un’elegia per un cinema che non è mai esistito e un epitaffio per tutto quello che è già stato fatto. Allo stesso tempo è un’urna ricolma di ceneri fumanti dalle quali esce una fenice con le fattezze di Denis Lavant – un attore puro, che capisce la potenza devastante della ‘bellezza del gesto’ e ne incarna il significato col suo corpo flessibile come un metallo in fucina, e col suo volto dalla finezza sconfinata, tanto nel mélo più romantico quanto nel grottesco più espressionista. Holy Motors è un film difficilissimo da consigliare perché non lascia scampo: o lo ami o lo odii (e per capire se lo ami ci metti almeno tre giorni). Holy Motors è per me una vetta insormontabile della classifica di quest’anno, tutto il resto al confronto impallidisce.

Abendland è un prodotto ibrido – un documentario narrativo senza dialoghi che incontra la video arte concettuale – che rappresenta il mondo misterioso dell’Europa occidentale di notte. È un prodotto in egual modo affascinante e repellente, girato in digitale ad altissima definizione che impone grande rigore estetico sul materiale. Uno di quei film di non-fiction che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo.

Di Marina Abramovic The Artist is Present ho già detto un sacco di cose qui, e di Skyfall ha già parlato Giorgio – entrambi film del cuore, pieni di grandi emozioni dalle più alte alle più basse. Bravi, è per questo che si va al cinema. (Vi potrei raccontare l’aneddoto di quando ho conosciuto Daniel Craig prima che fosse Bond, ma magari nei commenti).

Jagten (Il Sospetto) ha la performance dell’anno – un Mads Mikkelsen strepitoso con in mano il ruolo della carriera. È anche un film gestito in maniera magistrale, pieno di tensione e di grosse domande, che usa la scusa di un argomento di grande sensibilità corrente per parlare di tutt’altro: è un film su una società fortemente maschile che si illude che ci siano grandi differenze tra bambini e adulti, e tra innocenza e violenza. Se Vinterberg fa un film ogni dieci anni ma gli escono robe come Festen e questo, io sono a posto. (Si può dire che il cinema scandinavo spacca? Ecco.)

Tabu lo vedrete tutti l’anno prossimo e mi direte che avevo ragione. (Attenzione, è un po’ lento, ma che ci volete fare, è un film portoghese. Fa anche abbastanza ridere e c’è un coccodrillo).

Hiver nomade è stato il film più bello visto alla Berlinale 2012: un documentario gentile e ben fatto su due pastori che praticano la transumanza in Svizzera. In questo film ci sono due umani, tre asini, quattro cani e ottocento pecore che recitano meglio del 99% del cast di Downton Abbey, e anche una quantità infinita di neve. Un paradiso.

Nostalgia de la luz è un altro documentario (ho lavorato per metà del 2012 per una compagnia che distribuisce documentari, si vede?) che parla del deserto più vasto del mondo in Cile, dove gli unici abitanti sono gli astronomi che studiano la nascita delle galassie e le donne che ancora a distanza di decenni cercano i resti dei loro desaparecidos. È un film potentissimo che ci ricorda che polvere siamo e polvere ritorneremo, e che la storia di un essere umano e la storia dell’universo intero sono due specchi che si riflettono a vicenda. Potentissimo.

Seguono quattro film sull’inevitabilità e le complicazioni dell’amore in tutte le fasi della vita: dai giovani di Un amour de jeunesse le cui vite si attorcigliano fino a soffocare, a quelli di Weekend che si incontrano e imparano a respirare insieme per la prima volta, fino ai vecchi di Le Havre e Amour, testimoni di miracoli e di trasformazioni dolorose e liberatorie. (Un grazie particolare va fatto ad Amour per averci regalato @Michael_Haneke, ovvero l’account twitter più divertente dell’anno. Tweet tipo: “Xmas joke: who only haz one parmz dor? terruns malik lol” o “Why did terruns malik cross the road: to take a lingering shot of a leaf on a tree lol”.) Parmz dorz per tutti.

Come altri film che ho amato quest’anno, Tomboy parla di crescita e di identità, è un film delicato e osservato con cura (è anche un film – ghhh – ffffrancese, un fatto che va notato perché io che in generale mal sopporto la cultura gallica quest’anno ho visto un sacco di roba interessante provenire da oltremanica).

È stato il figlio e Reality andrebbero a parimerito come elaborazioni dell’identità italiana di questo secolo, entrambi prodotti con grande stile e una voce che si fa sempre più distinguere nella mediocrità generale del cinema italiano, che visto dall’estero continua mancare di ambizione (per quanto anche il film dei fratelli Taviani sia stato un segno positivo di una certa voglia di fare altro). (La cosa che non ho ancora detto di Reality è che mi è piaciuto il suo non essere un film sulla reality-tv, ma sul desiderio di identità e di affermazione dell’italiano medio; il tocco leggero di Garrone qui secondo me è persino meglio della man forte che aveva messo a Gomorra. Ha prodotto un film che sembra quasi un racconto di Italo Calvino, e non c’è complimento più grande. Di Ciprì potrei dire lo stesso, e aggiungere che visivamente ha gran stile, come lo ho sempre avuto, e che sarebbe bello se si mettesse a fare il regista a tempo pieno).

Take Shelter è forse il film definitivo sul millenarismo apocalittico scatenato dalla cultura post-11 Settembre e combinato con la crisi finanziaria globale-totale. Poi a fare il matto come lo fa Michael Shannon non c’è nessuno, bravo.

The Master al 17mo posto è invece sintomo di grande delusione verso colui che con There Will Be Blood aveva sbaragliato il cinema post-11 Settembre. The Master è tecnicamente un capolavoro di fotografia e inquadrature vastissime in cui un essere umano non può che vagare senza infamia e senza lode, senza meta e senza biglietto; è un film dispersivo e diffuso, a cui manca la compattezza di cui sappiamo che PTA è capace. Detto tutto ciò, quando l’ho visto avevo 38.5°C di febbre, quindi prima di dire che è una ciofeca lo rivedo e ne parliamo.

Dans la maison dev’essere il primo film di François Ozon che mi diverte (appunto perché c’è quella cosa del mio ostacolo con la cultura francese), così come Moonrise Kingdom è il primo di Wes Anderson che non mi irrita a morte – entrambi confezionati a puntino (il primo da un punto di vista strutturale e di sceneggiatura; il secondo è così bello a vedersi nonostante il peccato di zoom che andava premiato).

Poi, last, but not least (e neanche last, in effetti, bensì 19mo), vi devo dire che Il cavallo di Torino, l’ultimo film di Bela Tarr, l’ho visto finalmente tre giorni prima di finire la classifica. Normalmente uno dei miei criteri di valutazione per le classifiche di fine anno è “quanto mi rimane in testa il film dopo averlo visto”, e quindi evito di inserire i last minute. Ma questo è un film che non lascia spazio agli indugi. Silenzioso, nichilista, essenziale e desolato, Il cavallo di Torino è l’esatto opposto di Holy Motors, e il suo perfetto accompagnamento. È l’opera di un cineasta che ha smesso di credere nel cinema, che lo lascia perché lo ama troppo, perché davanti all’eccesso dell’immagine non sa più rispondere con altre immagini. Nonostante l’ascetismo del film e il rigetto del mezzo, Tarr si dimostra ancora una volta incapace di produrre un film che non sia ricco, misterioso, ipnotico e irrevocabilmente capace di vita propria.

Mi sembra quindi un’ottima conclusione a questo riassunto del mio anno al cinema, scritto tra Natale e capodanno, quando l’anno vecchio è finito e quello nuovo sta per arrivare. Stappiamo lo champagne: il cinema è morto, lunga vita al cinema.

Top Film 2012 – GiorgioP

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Cominciamo dall’inizio (premesso che ricordatevelo sempre una classifica è per definizione una cosa estremamente soggettiva e nessuno deve trovare alibi alle proprie scelte, è che di parecchi di questi film non ne ho mai parlato, nè qui ne su twitter).
Shame è stato il film che più in assoluto mi ha scavato dentro e rivoltato come un calzino, lo difendo a spada tratta allo stesso modo in cui farò per Prometheus che per me è la sintesi di quello che intendo per fantascienza.
La talpa è un film di un’eleganza incredibile, un orologio perfetto scritto da Dio. Il sospetto, proprio lì lì allo scadere delle classifiche è un film enorme che ti tormenta dentro. Skyfall il film bomba dell’anno, quello che si guadagna la palma del “lo rivedo trentasei volte e dirò ancora”.
Amour l’ennesimo grande cazzotto malessere di Haneke, The Artist is Present, per un ignorante di arte come me un film che fa scoprire molto.
Millennium invece è il film di Fincher da riscoprire, quello per cui le atmosfere fanno molto, tantissimo, Paranorman l’innamoramento numero uno dell’anno, un film prezioso e incredibile. Tim Burton si taglierebbe una mano per fare un film così.
Detachment è l’innamoramento numero due, e il film per cui ricorderò preziosamente questa mia classifica.
Hugo Cabret è un meraviglioso omaggio al cinema di Scorsese, avercene.
Reality film italiano dell’anno e già ne ho scritto.
War Horse è una splendida storia di amicizia, e guerra, se poi ci metti Spielberg e le lacrime (tante) completi l’opera.
Another Earth il film sorpresona dell’anno. A dimostrazione che con pochissimi mezzi si può scrivere un grande film di neo fantascienza.
The Dark Knight Rises il film di pancia di Nolan, un po’ distratto ma ti rivolta dentro.
Tutti i santi giorni il film che difenderei fino alla morte, c’è tutto Virzì, pregi e difetti, però ti porta dove vuole lui. Bedtime il film di Balaguero che è meno horror e per assurdo il più terrorizzante, da recuperare se non l’avete visto.
Moneyball il film per me, per chi inizia ad amare il baseball e ama il fantasy game. Toccante come la canzoncina finale.
Brave forse film sottovalutato dell’anno. C’è più Pixar in questo che in tanti altri.
Killer Joe brucia sul filo Quella casa nel bosco, mica per altro, perché alla seconda visione il secondo non mi ha convinto tantissimo. Non lo ha fatto manco Killer Joe. Vince però per la sceneggiatura redneck e assurda.

Il Reality che rovina la vita

C’é una storia che parte da lontano, quasi 60 anni fa se non di più della commedia di Scarpetta prima ed Eduardo poi. De Filippo intendo.
Ed è una storia che parlava di un’umanità strana, sfuggente, capace di andare oltre il momento della crisi economica, della guerra, della povertà e dell’arrangiarsi. Quella storia lì é stata continuata e riarrangiata per i nostri tempi da Matteo Garrone e da Reality.
Perché se sì, il film parla di un contesto prettamente attuale, quale la ribalta dell’effimero e del successo a portata di telecamera, è la preparazione e la vita che stanno dietro a tutto questo che affascinano, che parta da una pescheria o da un’officina, che sia a Napoli o a Treviso, il motivo è quello e fondamentale, il cambio di vita a portata di mano.
è la storia di un predestinato al nulla ma che vede la propria (e della sua famiglia) vita stravolta dall’opportunità dell’entrare in un contesto lontano, eppure a portata di telecomando, un contesto che cambia l’esistenza e per cui rischiare tutto, a suo modo, ha un senso.
Garrone riprende di Gomorra esclusivamente per quanto riguarda il contesto e quell’arte di arrangiarsi di cui sopra, ma è un canovaccio facilmente trasponibile su qualsiasi altro punto del suolo italiano. Lo facilita la musicalità e perché no, la conoscenza profonda del riconoscersi nei propri simili, riprendendo qualle commedia amara e poco dolce che avevano reso grandi le commedie di Eduardo.
Perché se l’uomo è fragile ci vuole poco per sfasciarlo e questa lenta discesa negli inferi e nella follia vive di un tocco delicato e da maestro, quale Garrone é (se avete dubbi in merito problemi vostri), di una ricchezza di meta linguaggi fatti di Cenerentola (la svestizione dopo il matrimonio) e il teatro greco (l’applauso a scena aperta per avere ricevuto una telefonata da parte del palazzo) per finire con una piccola citazione del Truman Show (quando Truman a suo modo esce Luciano a suo modo entra, ridendo). Reality è un gioiello di linguaggio dei giorni nostri, dei nostri difetti e della nostra fragilità. Che poi sia un omaggio al più grande scrittore di teatro di tutti i tempi, per quanto ci riguarda, non so in quanti l’abbiano colto ma in fondo è così.
Ed è un bene.

Il più grande spettacolo dopo la gang bang

Io non ho mai visto niente (NIENTE) in vita mia come Black Mirror prima di tre sere fa.

Cos’é Black Mirror? Nulla che riguardi gli Arcade Fire, bensì una miniserie di 3 episodi, 45 minuti l’una proveniente direttamente dal paese padre (o madre) di tutte le serie tv che ti fanno cascare dal divano, l’Inghilterra, nello specifico Channel 4.
Facciamo così perché solo a provare a spiegarlo mi esce il sangue dal naso, vado di sinossi della prima puntata.
Viene rapita la principessa d’Inghilterra (chiaramente ispirata a Kate Middleton), la richiesta per il riscatto é una che entro le 16 il primo ministro, in diretta nazionale, senza trucchi e senza inganni si scopi un maiale.
E credo che qui io vinca tutto per quello che riguardi le chiavi di ricerca: ciao maniaco, sì sto parlando di scoparsi un maiale.
Detto ció, fate i vostri conti, con il nichilismo, il cinismo che riempie i media (e i new media ovviamente) di oggi, Black Mirror (il cui unico trait d’union nelle 3 puntate é la divisione in  atti come un’opera teatrale e il fatto di essere autoconclusive, ognuna una storia a sè) é una serie che ha il suo punto di vista nell’alienazione dei mezzi d’informazione, i format disturbati e disturbanti sociologicamente come i reality e la commistione sanguinolenta e assoluta con la vita di tutti i giorni, il consumismo, l’emulazione, la manipolazione di massa.
Capite da voi che entriamo in un panegirico intellettuale imbarazzante dove la sintesi ultima è che tutto sia una merda, noi siamo merde, questo mondo è una merda ed è guasto e sicuramente non c’è mai, MAI, il lieto fine. Giratela come volete ma è così, ma non ci sono speranze. Fondato su uno stile che richiama a tratti il nichilismo assoluto di Haneke e Von Trier e a tratti la visionarietà di Park Chan Wook e Michel Gondry Black Mirror è un Twilight Zone ma in acido, acidissimo e virato fortemente sulle debolezze e l’edonismo del 21esimo secolo, é da considerarsi la “cosa” televisiva di fine 2011, troppo fuori dagli schemi, troppo artistico e assoluto per essere paragonato a qualsiasi altra cosa voi abbiate visto, e non intendo negli ultimi sei mesi.

Una roba enorme.