The human element

Replay

A freddo però io il replay con la moviola nel baseball non ce lo vorrei. Nel football americano funziona, ma lì ha senso perchè il football è perfetto per il mezzo televisivo, con tutti quei cambi di squadra tra una mossa e l’altra, e i siparietti d’intrattenimento di cheerleaders e robe varie che sembrano fatti apposta per gli stacchi pubblicitari. Quando sono andata a vedere una partita di autumn draft dei Washington Redskins la gente che aveva pagato fior di quattrini per i posti VIP accanto ai nostri preferiva guardare la partita nei monitor televisivi piuttosto che concentrarsi sul campo, perchè lo stadio era così enorme che da lontano non si vedeva niente. (Peraltro mentre dal vivo l’esperienza di un ballpark è piacevolissima, piena di tifosi civili, tranquilli e quasi sempre simpatici, famiglie con bambini, e pensionati appassionati, a vedere i Redskins eravamo circondati da un gruppone enorme di frat boys di Georgetown e da un altro di colletti bianchi riuniti per l’addio al celibato di uno che girava in mutande con la buzza di fuori. Humm.)

Alla fine io penso che l’errore umano di Jim Joyce, l’arbitro che ha negato ad Armando Galarraga il suo perfect game a causa di un momento di distrazione (dichiarando salvo un ventisettesimo battitore che non lo era), faccia completamente parte del baseball. La filosofia fondamentale del baseball sta tutta tra questa equazione non scritta:

errare : humanum est = shit happens : gioco del baseball.

e questa frase che viene da Bull Durham:

This is a very simple game. You throw the ball, you catch the ball, you hit the ball. Sometimes you win, sometimes you lose, sometimes it rains.

"Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere."

Come nella vita, nel baseball puoi fare calcoli, ordinare i battitori, allenarti a lanciare curveballs come se piovesse, ma a volte ti distrai un nanosecondo ed ecco che tutto cambia, nel bene e nel male. La maggior parte delle volte non dipende (solo) da te. A volte, semplicemente, la “merda capita”.

Quindi il fattore imprevedibile della decisione arbitrale sbagliata è perfettamente in linea col pessimismo cosmico del gioco, proprio come la pioggia improvvisa, o il gabbiano che si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato e colpito da una palla cade sul diamante come corpo morto cade – un colpo di scena degno di Chekhov, che di gabbiani morti se ne intendeva (e che comunque è quello che ha detto: “se nel primo atto porti in scena una pistola, nel quarto atto la pistola deve sparare”).

L’altra cosa che vorrei agigungere (e poi smetto di rompervi i maroni con storie di baseball per un po’), è che non solo appena l’arbitro Joyce ha realizzato il suo errore quando ha visto la scena in TV è andato a scusarsi con Armando Galarraga, ma anche che ieri pomeriggio nella partita successiva della serie Detroit Tigers-Cleveland Indians è sceso in campo con in groppa tutta la responsabilità della svista clamorosa, visibilimente scosso dai pochi boo e dai molti applausi del pubblico, e ha guardato dritto in faccia il pitcher al quale aveva rovinato la festa. Armando gli ha passato la lista dei battitori e gli ha stretto la mano sorridendo, come a dire: “non si preoccupi, it hurt like hell but no hard feelings: it’s just baseball, it’s just life”. Una roba da vero signore, piena di comprensione e di affetto quasi filiale. Jim Joyce ha risposto come farebbe un padre un po’ burbero che ti ha sgridato senza motivo e lo sa, e con le lacrime agli occhi ha ricambiato la pacca. E a quel punto lì lo sai anche tu che ci sta peggio lui di te. Il video è qui ed è una roba commovente per chiunque ami lo sport in generale.

Ditemelo voi per esempio nel calcio dove lo troviamo un fattore umano del genere. I love this game – and I believe in the church of baseball.

Hats off, fair play

Per la cronaca questo è il comunicato ufficiale del risultato dell’inchiesta sulla partita, che conferma il verdetto di rispettare la decisione arbitrale (per quanto errata) e di non assegnare il perfect game:

All of us who love the game appreciate the historic nature of (Armando Galarraga’s) effort last night. The dignity and class of entire Tigers organization under such circumstances were truly admirable and embodied good sportsmanship. While the human element has always been an integral part of baseball, it is vital that mistakes on the field be addressed. Given last night’s call and other recent events, I will examine our umpiring system, the expanded use of instant replay and all other related features. I also applaud the courage of umpire Jim Joyce to address this unfortunate situation honestly and directly. Jim’s candor illustrates why he has earned the respect of on-field personnel throughout his accomplished career in the Major Leagues since 1989.
- Bud Selig, Commissioner of Major League Baseball

[This post is dedicated to mightyflynn - he knows why.]

Let’s go Mets!

A baseball game is simply a nervous breakdown divided into nine innings.
- Earl Wilson

Per quelli che si erano appassionati alla faccenda del baseball di cui avevo parlato a fine campionato MLB dell’anno scorso qui su JunkiePop, quest’anno è un buon anno per iniziare a tifare New York Mets. Diciamolo più sottovoce possibile, ma le cose vanno benone.

Ce la siamo vista brutta quando a inizio stagione c’è stata una partita contro i St. Louis Cardinals decisa al ventesimo inning dopo una straziante attesa Beckettiana in cui si è pregato al dio del diamante che qualcosa – *qualsiasi cosa* – accadesse. (Normalmente una partita dura nove innings, da cui il detto “no Mets fan is an atheist in the bottom of the ninth”.)

Dopo aver vinto 2-1 quella mostruosità lunga più di 6 ore, i Mets hanno battuto i Braves (odio numero tre, dopo gli Yankees e i Phillies), e sono pian piano arrivati primi in classifica nella East Division della National League per un breve periodo, con un parziale di 10 vittorie e 1 sconfitta, e soprattutto un ottimo spirito di squadra senza nefandezze e depressioni da perdenti totali. (Poi hanno giocato a Philadelphia e sono naturalmente ridiscesi al secondo posto – sempre buono, eh, non mi lamento, ma il primo era tutt’un altro effetto. Comunque c’è un modo per risolvere questo problema di Philadelphia, ve ne parlo un po’ più giù.)

Insomma, quest’anno si gioca. Non si vincerà niente, perché ormai ci siamo abituati, ma si corre, si lancia, si mandano in orbita parecchi pezzi di sughero e caucciù.

Dieci giorni fa il battitore/terza base David Wright ha piazzato il suo nome sotto a Babe Ruth, Joe DiMaggio e Lou Gehrig nella pagina di quelli che hanno colpito 1000 hits (nel giro di 868 partite, e con un totale di 143 homeruns).

Poi i Mets hanno comprato un prima base régazzino (classe 1987) che somiglia a Bruce Springsteen (e già è cosa buona e giusta); la cosa migliore è che si chiama Ike Davis e al suo esordio al piatto ha colpito un homerun, e allora tutti a dare un nuovo significato allo slogan della campagna elettorale di Eisenhower: “I like Ike”!

Chi gioca in prima base?

Giusto giusto Venerdì sera contro i San Francisco Giants, Ike ha fatto vedere tutto quel che vale con una presa acrobatica a bordo campo da togliere il fiato. Noi fan del baseball siamo gente romantica; mi piace pensare che fosse il suo regalo di compleanno alla leggenda (e veterano dei Mets a fine carriera) che è Willie Mays, che il 6 Maggio ha compiuto 79 anni – e lo chiamano ancora “Kid”.  E’ proprio quando giocava con i Giants (quando ancora erano i New York Giants, quelli di Underworld di DeLillo) che “The Say Hey Kid” ha inventato la presa impossibile, con un capolavoro che è diventato famoso nella storia come The Catch. Come a dire: this is it, *the* Catch.

Wille Mays - World Series 1954

"There have been only two geniuses in the world. Willie Mays and Willie Shakespeare." - Tallulah Bankhead

Col pessimismo cosmico che si impara a forza di tifare Mets, e per rimanere lucidi nel mezzo della Ike-mania, diciamo che magari il piccolo Davis non sarà la risposta alla vita, il baseball, ed ogni cosa, ma sarà davvero un caso che a volte porti il numero 42? E sarà un caso che se si legge 42 al contrario esce 24, il numero storico di Willie Mays? Gente superstiziosa, noi fan del baseball.

Nel frattempo, fuori da New York, la security dello stadio di  si difende dai fans dei Phillies con il taser (sarebbe da far presente come strategia di difesa alternativa quando i Phillies corrono troppo veloci in direzione del piatto, mentre la palla si dirige lentamente verso l’infinito e oltre…) La cosa fa un po’ stadio da calcio ed è brutta, ma per noi dei Mets è un po’ questione di mors tua vita mea: dal momento che sul diamante non riusciamo a batterli, metteremo in azione il piano B: a fried Phillies fan is a good Phillies fan.

Tra due settimane c’è il derby con gli Yankees. Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene…

Take Me Out to the Ball Game

All’inizio della primavera, prima che la mia vita diventasse una successione di scadenze, compiti da correggere, e appuntamenti con la legge, avevo promesso a GiorgioP una serie di post su un tema a me caro: il giuoco del baseball. La serie si sarebbe chiamata Take Me Out to the Ball Game, come la canzone che si canta negli stadi Americani durante il 7th inning stretch. (Qui se volete ce n’è una versione *ad alto tasso alcolico* di Eddie Vedder che è un fan dei Chicago Cubs, ma a me piace tanto quella di Gene Kelly e Frank Sinatra.) In qualche breve ma simpaticissimo post vi avrei spiegato come semplicemente guardando Major League in media due volte alla settimana all’età di dieci anni, e leggendo i fumetti dei Penauts (ma lo sapevate voi che il Charlie Brown che diede il suo nome al bambino con la testa rotonda di Schulz era un lanciatore per i Cleveland Spiders con una media di 7.77 nel 1897?), si può arrivare ad amare il baseball, prima dall’Italia (dove di baseball se ne vede poco) e poi dall’Inghilterra (dove se ne vede ancora meno, perché il baseball è “the bastard son of our own, much superior and more cerebral game of cricket“).

Eli Roth is a batter

Eli Roth is a batter

Ok, confesso, io del baseball non sono un’esperta ma una fangirl. Visto che soffro di dislessia numerica, non capisco praticamente niente delle statistiche che sono il cuore della stagione, la media di battute, di corse e di innings guadagnati. E poi alla fine le cose che mi piacciono di più del baseball non sono tanto gli homeruns, le basi rubate, gli strikeouts o le curveballs.

No, quello che amo veramente è l’esperienza estetica e sensoriale della partita, l’hotdog e l’inno nazionale, tifare per Lincoln nella Corsa dei Presidenti, e guardare l’ondata di gente che cerca di afferrare una palla in volo sopra agli spalti.

Per non parlare delle sottomaglie bianche con le maniche colorate, i cappellini con la lettera-logo della squadra, i calzettoni lunghi e bianchi, e i pantaloni al ginocchio con le ghette colorate (like, so vintage). Adoro guardare il pitcher scambiare occhiate e rispondere ai segnali del catcher: fly ball, slider, change-up, fast ball – e a volte su ESPN fanno vedere da vicino come si muove la mano del lanciatore, aggiustando la presa a seconda del segnale. Mi commuovo ogni volta che un battitore si sacrifica all’altare di un pitcher e soffro per tutti i passi che fa per tornare dal piatto al dugout. Il bello di un homerun non è la corsa a casa, è il viaggio della palla sempre più in alto, sempre più lontano, fuori dallo stadio (che se siamo puristi – e se non siamo Yankees – non si chiama ‘stadium’, si chiama ‘ballpark’.) Amo le cuciture rosse della palla e il ‘tock’ tuonante e sordo che si sente quando una mazza di legno sferra il colpo perfetto, come nel gran finale di uno dei film di baseball più belli della storia, The Natural.

(Pare che piaccia anche a Quentin Tarantino e ad Eli Roth quel suono lì, se avete presente il passatempo preferito del ‘Bear Jew’ – occhio al piccolo spoiler se cliccate.)

C’è chi dice che il baseball è la religione nazionale Americana, eppure il baseball si gioca con ossessiva passione in Giappone, Nicaragua, Cuba, Panama, Puerto Rico, Colombia, Venezuela. La baseball Hall of Fame non è solo Ty Cobb e Babe Ruth, ma anche e soprattutto Joe Di Maggio, Roberto Clemente, Ichiro Suzuki: Italia, Puerto Rico e Giappone. (Niente Shoeless Joe Jackson nella Hall of Fame: nonostante la consacrazione ne L’Uomo dei Sogni, altro film feticcio dell’amante del baseball, la storia della corruzione del risultato nelle World Series del 1920 è ancora appiccicosa – ma chissà, “se lo costruiscono…”) Il Giappone, tra parentesi, ha recentemente vinto entrambe le edizioni del torneo World Baseball Classic, battendo in finale Cuba nel 2006, e Corea del Nord nel 2009 (occhio, non le World Series, che a dispetto del nome si giocano solo tra squadre Americane). E dal 9 al 27 Settembre la Coppa del Mondo di Baseball si giocherà in Europa, con gli ottavi di finale giocati interamente in Italia, e la finale a Roma. (Bologna ha anche una buona squadra sette volte campione d’Italia; peccato che sulla maglia abbiano uno stemmino con un’aquila posata su una grossa F blu che mi previene dal tifare con stima e affetto.)

Azucar el rey del swing ball

Azucar el rey del curveball

A questo proposito, se per caso l’argomento interessa, c’è un film indipendente molto carino che è stato presentato al Sundance Film Festival 2008 che si chiama Sugar, e che racconta la storia di un pitcher Dominicano che viene allevato nei ‘pulcini’ ispanici per il campionato nazionale statunitense. Miguel ‘Sugar’ Santos viene selezionato per il first team di un’immaginaria squadra di serie B chiamata Kansas City Knights, e parte per l’America pieno di speranze e con un vocabolario Inglese che consiste esclusivamente di termini da partita e “french toast”. Non vi racconto cosa succede dopo, ma se non vi piacciono i film sportivi trionfalisti e vi interessa vedere come è l’ambiente vero del baseball fuori dal relativo glamour della prima classe – niente all-rounders dopati che escono con Madonna, né battitori gatto-omicidi che appaiono in Sex & the City – questo piccolo film potrebbe fare al caso vostro. Non so se è uscito in Italia, ma sarebbe ideale vederlo in lingua originale (Spagnolo/Inglese) per apprezzare pienamente lo sforzo dei due registi di cogliere le differenze negli accenti e nello stile dei vari personaggi, che provengono da tutti i principali gruppi di immigrati Americani di prima e di seconda generazione, in particolar modo dall’America Latina. (E poi se avete letto Oscar Wao, come vi aveva consigliato GiorgioP qui, anche qui ne hanno da dire a palate sul fukù e sul fascino del Dominicano medio.)

Piazza New York catcher, are you straight or are you gay?

Piazza New York catcher, are you straight or are you gay?

L’altra cosa che vi volevo raccontare era il grande entusiasmo all’inizio della stagione per un paio di acquisti e ritorni alla forma della mia squadra – che, come quasi tutte le mie squadre con cui non sono nata ma che supporto a distanza, è stata scelta un po’ a caso basandomi sul saggio criterio prevalentemente femminile noto come: ‘mi piace il colore della maglia’; e che praticamente c’ha ‘putrida sfiga’ scritto in corsivo svolazzante sotto a ‘New York Mets’ – ma purtroppo a poche settimane dalla finale delle World Series i Mets languono penultimi in fondo alla classifica della Divisione Est. Per giunta Divisione Est che in questo momento è dominata dai Phillies di Philadelphia, a.k.a. Il Male Parte II (dopo gli Yankees = Il Male Parte I). Oltre al danno…

Quindi niente, come dicono i Mets tutti gli anni verso Ottobre, “sarà per l’anno prossimo”. Nel frattempo se vi volete preparare, eccovi una canzone dei Belle & Sebastian che parla di un Mets dei bei tempi andati, l’Italoamericano Mike Piazza. Perché gli Yankees c’avranno pure Nils Lofgren che gli scrive la canzone per il nuovo stadio, ma noi abbiamo più indie-cred di tutti. Three strikes, you’re out.

Belle & Sebastian - Piazza, New York Catcher (Mp3)