Top Film 2011 – GiorgioP

Assicuro che metterne dieci, i primi dieci, in ordine é stata una fatica vera. Mettere i secondi dieci anche, non é stato un anno eccelso ma insomma, la qualità media é stata alta. Di alcuni, non tutti, ne ho scritto da queste parti.
Se vi interessasse sapere il parere “a stelline” (di tutti gli altri film, anche quelli non nominati) invece potete andare sul mio profilo Mubi. Lì le metto il giorno stesso e per quello che mi riguarda é forse il migliore social network a tema in circolazione.
Partendo dall’inizio e dalla coda: The Artist é un film onesto, unico nel suo genere e che personalmente mi ha stordito come poche altre cose, ma in anni. Non é un film in malafede, anzi (qui credo che avremmo qualche punto su cui discutere con l’amico Michele ma ci vogliamo bene lo stesso spero). Una considerazione fare di un film del genere una cagata informe é un attimo, farne un capolavoro é complicato, complicatissimo. Ecco perché é lì, ecco perché amo il cinema. Per la coda dovrei ripetere quello che ha detto Irene su The Tree of Life nel caso qualcuno rabbrividisse vedendo la posizione, un film a tratti superbo, a tratti ridondante ed eccessivamente panteista. Si risolve in un pamphlet a tratti distonico sull’animismo e la natura dell’uomo. La parte della ciccia era poca, insomma. Per me neanche si discute su cosa (e non come, é il cosa che conta) sia meglio tra il film di Malick e Hereafter che vince il premio film sottovalutato dell’anno.
Innamoramento vero dell’anno Warrior; forse un film da minchioni per i più, film profondamente emozionante per chi sta scrivendo. Penso di aver pianto le migliori lacrime della mia vita. Habemus Papam a conti fatti é forse uno dei migliori Moretti di sempre, così come True Grit dei Coen che fanno il western (ma sempre una storia Coen é). Su Drive si é già detto tutto l’immaginabile e su Leigh, e l’ennesimo grande ritratto della mid-class inglese no; Another Year se non l’avete visto avete sbagliato.
TinTin é stato fonte di discussione in giro, é forse una delle più (se non la più, calcolando il punto della carriera in cui arriva) grosse prove di Spielberg come creatore di cinema, così come Detective Dee é un enorme e bellissimo quasi esercizio di stile di Tsui Hark, così come The King’s Speech. Ma bellissimo, appunto.
Melancholia é la mia pace con Von Trier e forse l’apice di carriera con Dogville, Una separazione un film che dovrebbe essere visto da chiunque abbia un cuore. é il “film che non ho sentito arrivare e mi ha preso in pieno sui reni dell’anno”.
Film sorpresa dell’anno: Incendies.
Premio Amore disperato dell’anno: This must be the place.
Qualcuno lo salto ma prima lancio un’esclamazione: Dio dacci un film dei Dardenne all’anno (e magari anche di Kaurismaki).
Faust vince il premio film enorme dell’anno.
Vince il premio film da cinema che rivedrei 25 volte (ma solo al cinema) Black Swan. Un orologetto quasi perfetto, visionario e bipolare a cui mancava peró un pizzico in più di follia e con un pizzico di troppo di voglia di stupire.
Thor é il film dei fumetti dell’anno, ah e sul personalissimo: Vaughn, non sei nessuno e sei andato a tanto così dal fare degli X-Men una robetta innocua. Aridateci Synger e pure di corsa. (In realtà Vaughn non mi ha fatto niente, Kick-Ass era pregevole ma ad un Marveliano non toccate gli X-Men, non si fa, è cattiveria pura e ce la portiamo dentro manco fosse un insulto a una sorella).

Cotta non duratura dell’anno o pensavo fosse amore invece era un calesse va assegnato a Source Code. Via facendo si é trasformato in un buon film ma niente di più, così come Super.
Su Super8 da subito ho nutrito forti dubbi e gli assegno il “mannaggia” dell’anno, perché di una storia così ne avevamo bisogno. Il dubbio che questa frase sia da considerare un’affermazione valida é lo stesso punto debole del film (la risposta alla resa dei conti era un no, per me).
Film da deridere dell’anno Lanterna Verde, se ce ne fosse bisogno.
Film che ringraziamo siamo riusciti a vedere in sala sarebbero dovuti essere in classifica ma sono usciti da troppi anni: This is England, e Singolarità di una ragazza bionda del 101enne Manoel de Oliveira, un gioiellino.
Film che vince il “mi sono vergognato di metterlo in classifica“: Paul. Ma mi rendo conto che al dunque é un profiterol per chi manda a memoria Star Wars, per gli altri boh, mah.

Si ringrazia SpiritoC per l’inifinita pazienza nelle varie modifiche dell’immagine riepilogativa

Top Film 2011 – Byron

20 film usciti nelle sale in Inghilterra nel 2011.

Il 2011 è stato per me un anno ricchissimo di visioni nuove e sorprendenti, davvero una grande annata. Consideriamo che questi film viaggiano tra le ★★★★★ e le ★★★★, e che c’è stato molto dibattito interiore tra le posizioni in classifica.

Come al solito i miei criteri sono:
a) Quanto ho amato il film, un calcolo in base al numero di volte che ho rivisto/voluto rivedere il film in questione (tipo The Artist io lo rivedrei quasi tutti i giorni, e credo che continuerò ad amarlo anche quando andrà di moda tirargli le pietre perché farà man bassa di premi e diranno, sbagliando, che è robetta. Ho consultato Buster Keaton in una seduta spiritica e dice che ho ragione.)
b) Impressione rimasta dopo la visione, specie a distanza di molto tempo (tipo Tree of Life sono uscita dal cinema che sembravo una miracolata, e poi dopo 4 settimane di analisi e discussioni del significato recondito del film, bof, niente, il grosso è evaporato lasciando dietro di sé 45 minuti splendidi ma poco arrosto)
c) Qualità tecnica e conversazione tra gli elementi formali del film/la storia/il substrato filmico (che è la cosa preferita di Tob Waylan, al quale peraltro vanno i miei ringraziamenti per il supporto tecnico nella produzione di questo post.)

Il mio film dell’anno è uscito in Italia l’anno scorso credo per tipo due settimane; immagino che l’abbiano visto in pochi, e che gli altri non sappiano cosa si perdono. Correte a comprare non dico il blu-ray come ce l’ho io, ma almeno il DVD, e poi ditemi se non è un film davvero emozionante e squisito, un film che non avete mai visto prima, e un film che ti fa dire con orgoglio le temibili parole “cinema italiano”. Giusto per la cronaca i personaggi del film sono un pastore, un albero, una catasta di carbone, varie capre e un cane. Bisogna pazientare un po’ perché è quasi interamente senza dialoghi, ma è una film narrativo, non un documentario, e la pazienza viene ripagata con una storia bellissima. (Il premio al Migliore Cane in un Ruolo da Protagonista è un ex-aequo tra il border collie Le Quattro Volte e il Jack Russell di The Artist.)

Di Senna ho già parlato abbondantemente su questi schermi; le mie impressioni su altri film sono sparse tra le mie dimore sull’internet: qui ho scritto in italiano di This Must Be the Place e un paio di altre cose viste al London Film Festival (inclusi lo splendido Once Upon A Time in Anatolia e Alps), e qui (in inglese) di A SeparationCime TempestoseTinker TailorMeek’s Cutoff, Life in a Day (che si può vedere tutto e gratis su YouTube). Herzog era da vedere in 3D anche se la tecnologia continua a non convincermi, specialmente per quanto riguarda le riprese di oggetti/persone in movimento (ma prometto che stasera vado a vedere Hugo, pronta a ricredermi). Almodovar è tornato in gran forma, e gracias por el pescado: ci hai ridato l’Antonio Banderas di Legami, continuate così vi prego; Submarine, grazie per le risate a denti stretti; su Drive non c’è niente che i miei compagni qui non abbiano già detto (se non che forse sono l’unica donna al mondo alla quale Ryan Gosling non fa *nessun effetto* – donerò il mio corpo alla scienza); Il ragazzo con la bicicletta è forse il migliore film dei Dardennes, gentile, piccolo, delicato e senza la falsa morale alla Ken Loach (ruina mundi); Animal Kingdom è una roba che è tipo Il padrino australiano, bravi.

Gli esclusi dal classificone – col cuore in mano: Faust (Sokurov, Я вас люблю ma lo sto ancora digerendo), Shame (che mi ha dato grossi problemi morali, anche se è una bomba), Habemus Papam (che mi ha divertita molto, ma per me ha scazzato la metafa teatrale – ci andava Pirandello e non Chekhov), Archipelago (un film in effetti molto bello, ma anche insomma lo so già che gli inglesi hanno problemi di costipazione emotiva, grazie eh).

Cose che invece non mi sono piaciute penniente: indubbiamente l’insopportabile Miranda July ha superato se stessa nell’orribile The Future; Blue Valentine, Never Let Me Go e Norwegian Wood vincono il Premio Noya; il Premio Ciofeca è tutto per 360; Anonymous, Premio Baraccone; Super 8, Premio Delusione E Sono Anche Andata Apposta Al Cinema A Washington Per Vederlo, Dannazione. Menzione speciale Premio L’Orrore L’Orrore: The Beaver, ovvero Mel Gibson e un pupazzo a forma di castoro, cose che vorrei rimuovere dalla memoria.

Però a conti fatti e profezie Maya permettendo, se per caso il 2012 al cinema dovesse essere come il 2011, ben venga.

Top Film 2011 – Tob Waylan

20 film usciti in Italia e un po’ di rammarico per non averne visto alcuni come Incendies, The Artist e The Ides of March.
La mia sul film dell’anno l’ho già detta qua.
Si prega di dire la propria nei commenti.

The less we say about it the better – eppure.

Mentre ero in coda sull’A8 causa incidente, tra l’uscita di Albizzate e quella di Castronno, che sarà stata l’una e mezza di venerdì sera, nel lettore ciddì della Twingo c’era Ágætis Byrjun dei Sigur Rós. Come al solito non posso fare a meno di cercare di cantare e produrmi in finti islandesismi. Sjuuudeehnarò. Roba così, e per di più con molto trasporto. Non un bello spettacolo insomma. Per fortuna il tizio nella corsia a fianco, ugualmente fermo, guardava solo avanti, aspettando che la macchina davanti si muovesse.

Ero di ritorno dal cinema, a vedere This Must Be the Place, spettacolo delle 10 e 40, da solo. Ogni – e dico ogni – volta che guido, a meno che siano tratte davvero brevi, devo scegliere un disco da ascoltare, a maggior ragione se sono da solo. Ed è proprio lì, fermo in coda, che mi sono reso conto del perché abbia scelto proprio il mio secondo album preferito in assoluto, che ascolto molto raramente, solo quando solo nel mood giusto. Guidavo sovrappensiero, cercando di farmi un’opinione su quello che avevo appena visto – opinione che ancora non ho chiara, quindi se siete in cerca di voti pitchforkiani stavolta non so aiutarvi. Comunque. Precisando che quando ascolto Ágætis salto l’intro e Svefn-g-englar ché da quando l’ho ascoltata un giorno del novembre 2008 l’avrò ascoltata sì e no dieci volte pur essendo quella che in definitiva è mia canzone preferita, il pezzo subito successivo è Starálfur. Quando è finita ho capito cosa mi avesse spinto a inserire proprio l’album del feto d’angelo: ho fatto un collegamento analogico tra quello che avevo appena visto e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, con Starálfur a fare da colonna sonora nel momento clou.

Poi mi metto a pensare che non so mica perché mi colpiscano così le storie in cui c’è un protagonista alla ricerca di qualcosa. Ad esempio, i due romanzi di Jonathan Safran Foer, sia Ogni cosa è illuminata che Molto forte, incredibilmente vicino sono entrambi nella mia top 5 ed entrambi parlano della ricerca di un parente: nel primo giù lungo le radici dell’albero genealogico, alla ricerca di capirci qualcosa, nel secondo mentre si cerca di capirci qualcosa, alla ricerca del ricordo di un padre. La ricerca di Steve Zissou è stata invece la mia riposta al colpo basso di uno psichiatra durante una “perizia psicologica”: cosa vedi qui?, cosa vedi là?, e poi ti piazza davanti un foglio bianco e ti chiede di raccontargli una storia. (La prossima volta che in un film vedete fare il test di Rohrschach tenete bene a mente che NON è così. Manco per il cazzo.)

Pensandoci bene però, mentre avanzavo di centimetri, ho capito che il paragone con Le avventure acquatiche non è forse così campato per aria: là un uomo alla ricerca di uno squalo giaguaro che non è nemmeno sicuro di aver visto davvero, qui in This Must Be the Place un uomo alla ricerca del carceriere del padre ad Auschwitz, padre che non ha mai conosciuto veramente. Entrambi i loro viaggi sono mossi dalla vendetta, entrambi non hanno ben chiaro in mente se e come ottenerla. Poi due personaggi apatici, in piena coerenza con le storie di Anderson e di Sorrentino. Anche nell’apatia si può essere sopra le righe però: la passività “intima” di Bill Murray e quella enigmatica di Servillo (sia come Titta di Girolamo che come Andreotti), sono, come dire, più rispettate di quella di Sean Penn in This Must be the Place. Cerco di spiegarmi meglio. Sean Penn strilla INETTITUDINE! APATIA! PAURA DI CRESCERE! in ogni scena. Questo è un film invasivo, ho pensato: Penn invade il ruolo, la regia invade la sceneggiatura, la musica invade tutto. Ad un certo punto ho pensato anche che la regia di Sorrentino non si adatti al personaggio e a come suppongo sia stato scritto – il che non è affatto vero, se penso appunto a Le conseguenze dell’amore o a Il divo. E allora sarà il tema: per le cose che hai a cuore esigi rispetto, la riservatezza e il tatto che stai chiedendo ad un professionista che non sa quando e dove far attenzione.

Un'apatia che mollami

Faccio degli esempi stupidi.

This Must Be the Place è anche un film con una colonna sonora bellissima. Ma è ovunque, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è preso Byrne (fisicamente), gli ha fatto cantare la canzone del titolo e l’ha filmato in quello che praticamente è un nuovo videoclip per la melodia naïf. E ce ne sono tanti di videoclip, oltre a Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt  – ok, stupenda -che parte in continuazione e stesso discorso per Happiness di quel Jonsi là & Alex.

This Must Be the Place  è anche un film di fotografie bellissime. Ma sono troppe, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è messo in testa di fare un altro Anderson, stavolta il Paul Thomas (con le dovute proporzioni), di non far star mai ferma la macchina da presa come d’altronde ha sempre fatto, quando stavolta spesso a sproposito. Reato di eccesso di virtuosismi. Molte sequenze sarebbero state da eliminare in fase di montaggio: ne avrebbe guadagnato in peso, perché film come questo si possono misurare in chili, e TMBtP aveva veramente bisogno di una visita da un nutrizionista vegano.

This Must Be the Place è anche un film di simboli. Ma sono troppi anche questi, e io non sono mai stato bravo a capirli.

Questi sono stati più o meno i miei pensieri in coda sull’A8. Poi niente, la coda si muove, vai a casa, parcheggi, finisci di ascoltare la title track mentre pensi che sarebbe stato più fico se Sean Penn fosse stato alla ricerca di uno squalo giaguaro del cazzo.

Squalo giaguaro del cazzo