La prima cosa bella è “finalmente” un film italiano dei sentimenti, uno di quelli che rientrano nella categoria storiadimammaefiglisucuisipuòversareunatonnellatadilacrimesenzavergognarsi.
Una roba che insomma fosse stata girata (male) dalla prima Penny Marshall del caso staremmo qui a prendere per il culo per ore. E forse le Malvestite ci farebbe anche un post in dodici puntate, per santificare il dono della sintesi di stocazzo.
Virzì che finora ha da che sventolare davanti alla faccia di ogni critico la sua filmografia al grido di “stroncami questo” tenendosi in mano il pacco, arriva alla conclusione di un circolo ideale attorno alla sua Livorno.
Il che non vuol dire che non farà più film da quelle parti (dubito, sarebbe come se io smettessi di parlarle della Garbatella, con le dovutissime proporzioni), ma che probabilmente tutto quello che voleva raccontare di autobiografico (e non) e ambientarlo sul porto e sugli scogli, beh, l’ha fatto.
Caso vuole che la prima cosa bella è il film che sancisce definitivamente che le sirene che parlavano di un Virzì che col precedente Tutta la vita davanti poteva essere accostato ai maestri del passato (Petri su tutti) non avevano torto.
Anzi erano quelli che ci avevano visto forse più lungo di tutti.
Oggi Virzì, con Sorrentino e Garrone è l’esponente principe (il re decidetelo voi io non mi immischio) di quello che senza dubbio può essere definito il neo neo realismo (del nulla degli anni zero). E questo film non è altro che l’ennesima riprova di tutto questo.
Mi vergogno di avere detto anni zero. Non succederà più.
La prima cosa bella, seppur con la perversione di far parlare livornese la Ramazzotti, la Pandolfi e soprattutto Mastandrea, è una roba riuscita in tutto e per tutto, anche nelle ingenuità di un uso del flashback forse troppo cadenzato e telefonato, ma che entra dritto nel cuore senza chiedere permesso come solo i grandi film (seppure imperfetti) riescono a fare.
Voi direte “grazie al cazzo, parla di una malata terminale”.
Io risponderei “anche autunno a new york era così, ma era na merda”.
Insomma forse facile parlare di qualcosa in questi termini (ma non credo) meno, tenerti lì fra singhiozzi e risate, in un’epilessia emozionale da mal di testa.
Insomma qualcosa che se uno non va a vedere al cinema è un povero stronzo.
Davvero eh.
I Maya dicono che il 2012 è l’anno della fine. Avevo due scelte: un post di preghiere o un post in cui amici, blogger, scrittori e lettori vi dicono sostanzialmente “oh mancano due anni alla fine del mondo e prima che finisca vi consiglio un cd, un libro e un film, che di tempo per mettersi in paro ce n’è”.
A parte che secondo me il mondo è già finito. Tipo che non ce ne siamo accorti e siamo tutti morti in una gigantesca esplosione nucleare intorno al 1966, e da allora crediamo di esser vivi e invece no, eco di eco è la nostra coscienza, e che eco di merda.
Diciamo anche che i libri/film/dischi che io posso ritenere indispensabili sono roba prescindibile per il resto dell’universo. E avrei ragione, per motivi autobiografici, a volerla chiudere su un disco/un libro/un film che mi ha cambiato la vita A ME, ché altri criteri non ce ne sono.
Oppure per cose che sto ascoltando dall’altroieri e mi dico “Ma perché cazzo non l’ho ascoltato prima, ma dov’ero, ma che facevo, ma perché”, tipo i Replacements. Ma no.
Sarò onesta.
Il disco: gira che ti rigira, io non credo si possa umanamente andare nella tomba senza aver sentito un sacco di roba, ma io è dal 2003 che non riesco a fare a meno di trovare bellissimo Music in Mouth dei Bell X1. Un gruppo di cui continuo allegramente a non sapere un cazzo, inclusi gli altri dischi, dei quali credo di averne sentito uno una volta ma proprio non reggeva il paragone. Sì, lo so, è PIENO di dischi fondamentali. Ma se questo in particolare non l’avete mai sentito, fatelo. Contiene fra l’altro Eve, the Apple of My Eye, che poteva essere la canzone più inflazionata della cinematografia internazionale al posto di The Blower’s Daughter, e invece non se n’è accorto nessuno e posso ascoltarmela solo io e piangere lacrimoni. Per cui, i Bell X1 vincono questo round.
Un libro: allora, io leggo una caterva di libri, ne ho letti veramente tantissimi, li amo in maniera esagerata e ce ne saranno cento che considero irrinunciabili. Ma se devo dirne uno solo, che sia Middlesex di Jeffrey Eugenides. Perché dentro c’è veramente tutto, e io vivo per il giorno in cui saprò scrivere un libro così. Sicuramente morirò prima. Ehi, l’importante è mettere l’asticella alta.
E per quanto riguarda i film, io purtroppo ho l’abitudine di dimenticarmeli tre secondi dopo averli visti. Il che non depone a favore della mia partecipazione alla settima musa. Peraltro guardo solo commedie, allora la sparo: visto che dovete morire, morite ridendo. La notte dell’Armageddon, mettete nel DVD Blades of Glory.
Ci rivediamo nella prossima vita. Io sarò quella con le tette grandi. Mi sono già prenotata.
Ci sono due letture possibili di Tra le nuvole. Una riguardante Jason Reitman e una riguardante la storia. La prima ce la leviamo facile: Jason Reitman ad oggi è uno degli autori più trasversali del cinema contemporaneo, uno che riesce a parlare un linguaggio di pure immagini, infarcirlo di sentimenti non di secondo ordine e non di contrabbando e terzo, ma non ultimo, come dirige i personaggi Reitman ad oggi credo siano veramente in pochi. In soldoni Reitman, semmai ce ne fosse il bisogno, celebra con Up in the air il suo personalissimo capolavoro e soprattutto scivola a piedi uniti in quella categoria di autori che si prendono a scatola chiusa. La seconda lettura del film riguarda la storia, il perfetto bilanciamento tra il cinismo del working class hero del nuovo millennio e per ossimoro del suo eroismo. Il riconoscimento di un ruolo nuovo, nella società odierna, della figura annientatrice, la morte che monda che veste un completo grigio, gira in trolley e ha un portacravatte da viaggio (Dio che cosa affascinante) come lama per tagliare le gole. Un bilanciamento tra parti e ruoli, perchè alla fine non contano le vittime, conta come le si fanno morire, se con metodi artigianali, di classe e per paradosso “umani” o nuovi, impersonali, freddi, sull’orlo del nichilismo.
E’ qui che il film diventa un breviario delle piccole analogie e delle grandi lontananze tra professionisti navigati, soli, con un unico riflesso della propria vita nella dignità degli altri nel momento in cui si uccidono, e chi di quella vita non sa a conti fatti cosa farsene, che preferisce i valori della propria di dignità e che in finale non trova uno scopo nell’uccidere. Perchè appunto il suo modo non lascia dignità nel taschino. Ed è qui che infine, entra in scena un terzetto d’attori che definire eccezionale è poco, Clooney perfetto nel ruolo di sè stesso, Vera Farmiga che tolto The Departed speriamo abbia partecipato al ruolo che la consegni al cinema di un certo livello e Anna Kendrick, contraltare perfetto per l’attitudine gigionesca Clooneyana.
Intorno grandi figure come Zach Galifianakis (che oh, ma dopo The Hangover è il mio must di modello umano) e Jason Bateman, il fratello di Justine. Rimane l’amaro in bocca al termine del film, nella coscienza che si è amato un film profondamente cinico, senza speranza e lo si è fatto col sorriso delle grandi occasioni, col dubbio che qualcosa nell’approccio della sedia del cinema si sia invertito.
O forse no.
C’è chi si paventa come avvocato delle cause perse e chi tra le cause perse sceglie sempre quelle che non si fila nessuno. Con i Giant Drag e con Annie Hardy è partita 3 anni fa (quanto tempo) una sorta di pen friendship dura a finire. C’è chi è amico con Vasco Rossi, per dire, io sono “amico” di Annie Hardy.
Che culo. Lo so.
La chiacchierata in questione è la terza (le altre qui e qui e ad un certo punto mi rendo conto possa sembrare ridondante ma a me va così) dopo una introduttiva ed un’altra molto triste. Fatto sta che il ritorno del gruppo sembra imminente e questa è una di quelle piccole storie che a me qui piace raccontare.
Quella di un debutto piccolo, fatto da un gruppo chitarra e batteria devoto quanto mai ai Pixies e alla musica alternativa made in Reality Bites dei primi 90 e che sguainò un singolo che per mesi ho faticato a togliere da ovunque, pc, lettore mp3, stereo. This isn’t it era.
Magari piace anche a voi
- it’s been kind of 3 years since your debut album. What’s been passed under the bridge?
So much shit I don’t know where to begin! Being dropped from Interscope the day before we were booked to go into the studio (to make the wrong record anyway), tons of different band formations and then finally the return of the great Micah to make things a lot easier and put Giant Drag back into it’s original formation.
- how does it sound the new record? What’s the title? How many tracks?
So far the new record sounds different than the first one, more like the Swan Song EP (coming out Feb 16th) but with more time and Mickey Madden from Maroon 5 playing bass on a lot of songs and then some shit just sounds out of this world. The working title as of today is “Waking Up Is Hard To Do”. I’m not sure how many tracks will make the final record, probably 10-12
- are you feeling it as a new Giant Drag path or what’s behind didn’t change you, Annie, in your musical approach?
It’s definitely a new path. We are doing everything without a label and without boundaries and a lot has changed in my life since the first record. I hope this record is Giant Drag evolving into something better. It could be complete shit but so far I’ve gotten nothing but great responses from people, and some of them don’t lie.
- about last question, do you feel changed?
Yes I do. I think people, in general, change a lot in their twenties. I’m 28 now and I think i was 23 when we recorded our first album. Plus I had a lifetime of songs and no filter because I didn’t think about fans or music critics or the fact people would focus on the song titles like “you fuck like my dad” and base interviews around how racy that was. I feel a bit more mature and I also have blonde hair (i dye’d it in an effort to have more fun, I’m not sure if it worked). I also feel more open to let my inner Jewel out. No, not Jewel. I just feel more comfortable mixing it up and getting all sensitive alt-country on a song and then rocking on the next song and then taking listeners on a sweet Caribbean cruise on the next. I mean shit, we covered a Bob Marley song!
- what are your current listenings? The main influence or your music sounds invariated or are you adding something else too?
When I listen to the radio I find myself on the oldies station and when I have a choice I stick with what I know and love like Neil Young, David Bowie and Fleetwood Mac. Also Todd Rundgren and Nick Lowe. As for bands that aren’t dead or wrinkled, I really love the Lilys
- what’s the band new formation?
Me. Micah… at this time. I hope it doesn’t go getting changed again. If it does I’m going full band.
- are you planning videos, tour or anything else or will you be awkward and seeing what happens and the audience’answer?
We got plans…. And haven’t you seen the amazing video for “Stuff to Live For”? it’s on youtube
- are you happy Annie? We are, for instance about your comeback
Yes, I am. I needed some time to thinks about where I was and where I wanted to go, to appreciate what I had and recognize what I did and didn’t want for my career. I am happy about making music because it’s all I know how to do really. Otherwise I’m worthless, with all my physical ailments I can’t work a real job. I’d rather marry an old, rich dude that has a barely legal fetish than pull shots at Starbucks. I already have tendonitis and carpal tunnel. I’m just a barrel of whiney tonight and I have PMS and I’m jacked up on redbull. It gives you wings.
(If you want you can greet people that will read this)
Sure…Hey people reading this. If you’re a fan, you’re the best and I love you and thanks for your incredible support and patience! If you hate me, that sucks, I still like you. If you’re in limbo… let’s talk about it. Maybe there’s something thats on your mind, email me, it’s cool. I’m down to chat at 4am. Don’t get perverted though.
Mia madre ha sempre avuto due cotte: Robert Redford e Peter Gabriel.
Oggi le accompagna con George Clooney (che non lo ammetterà mai ma credo abbia soppiantato nella sua scala di valori l’inarrivabile Redford). Pazienza.
Mia madre non so perchè quando faceva le pulizie il sabato cantava Biko.
Cazzo canti dicevo?
Biko. Diceva lei.
Cioè io vorrei che vi rendeste conto che alla fine erano due ore di Bikooo bikooo becaausee Bikooo. E basta.
Peter Gabriel avrei dovuto odiarlo. Invece no.
Presi So e me ne innamorai. Quando uscì Us dire che ne ho dovuto comprare due copie (una per me una per mia madre) credo renda bene l’idea di quanto possa averlo ascoltato.
Con mia madre nel 1993 andammo a Marino, al Palaghiaccio. Io e mia madre ad un concerto, lei sopra, seduta. Io sotto. Vicino al palco. Il concerto era di Peter Gabriel ed era in un certo senso uno spettacolo che non so perchè si sposava per mille motivi con lo Zoo Tv tour degli U2 che qualche mese prima avevo visto. Un qualcosa di multimediale ed artistoide in grandissimo stile, come al tempo si vedeva raramente.
Non c’erano ancora cellulari e ci demmo appuntamento alla macchina. Io sudato come una merda e mia madre riposata come una rosa.
Bello eh?
Disse.
Io risposi ansimando, non ricordo mica cosa.
Diciassette anni dopo è tutto un incastro di coincidenze, di acqua passata sotto i ponti e di situazioni che faticano a rimanere le stesse. In treno di mattina alle 8 andando a lavoro guardo nascondendo lacrimoni l’ultima (che poi non sarà l’ultima) puntata di Scrubs e nella scena finale parte una canzone, la voce non è difficile nasconderla perchè è quella di diciassette anni fa, la canzone un po’ di più, perchè è una cover (dei Magnetic Fields) che ora è contenuta in un disco.
Finalmente aggiungo io.
Il disco in maniera ironica suppongo si chiamerà Scratch my back e ad occhio e croce anche se è un disco di cover lascia immutati diciassette anni di distanza tra me e Peter Gabriel, le stesse emozioni, e quel ricordo di quella sera di novembre dove per una volta ho visto una persona felice.
E un po’ certi ricordi li devo a me sì, ma anche a lei.
Lo nascondo bene (e di solito non lo faccio) ma con questo, di guilty pleasure davvero ho dovuto farci un po’ a cazzotti. Per un paio di mesi.
La premessa piccola è che per me i Groove Armada sono un gruppo ben oltre il titolo di insignificante, quelli buoni per fare prima o poi l’hit buona per i telefonini, quelli di cui si iniziava a parlare di rimbalzo, perchè in un’epoca in cui nel big beat c’erano i Zidane e i Kakà loro erano il terzino panchinaro buono per l’occasione, quello che vinceva la coppa e la toccava per ultimo ma che insomma, a conti fatti, l’odore dei soldi lo sentiva.
I won’t kneel, pur con tutta la mia prevenzione è un pezzo che amo alla follia, e quando in televisione ho letto chi ne era l’autore ho detto in tutta risposta “no, cazzo”. Non potevo crederci che qualcosa di buono potesse venire da qualcosa di talmente insignificante.
Ora, se non la conoscete non vi aspettata chissà cosa o chissà che livello mai di innovazione. Il brano sembra un classicone uscito dritto dagli anni 80, con una voce femminile un po’ Annie Lennox, un po’ fate voi. Una paraculata a-là Goldfrapp insomma di quelle che è difficile cambiare canale o spingere stop (se poi ci riuscite oh, il problema è solo il mio, ma ci sono abituato). Con quella malinconia giusta lì, da film di storie di decadimento sociale o di coppia lui punk e lei studentessa per bene che alla fine del film si baciano o da serata pop in discoteca, uno di quei brani da domenica mattina alle 4, di quelli che anticipano i lenti che mandano tutti a casa mentre la gente, quelle venti persone rimaste, limonano sui divanetti e tu pensi che è un’altra serata buttata via e domani si lavora.
Tutto questo, i Groove Armada.
E’ proprio vero che sto diventando vecchio.
Che il branding dell’abbigliamento, uno dei maggiori in questo caso (l’Adidas) si sarebbe incontrato con uno dei più grandi branding della storia del cinema, Star Wars era una cosa da considerarsi questione di tempo.
Ed eccola qui l’annuncio della linea di scarpe (e non solo?) ispirata alla serie di fantascienza che ha fatto i sogni, i cuori e l’aspirazione di noi tutti che siamo riusciti a vedere la versione non remastered al cinema.
Son cose.
Il video, che bisogna dire ha tutti i crismi per diventare a suo modo un cult non solo propone David Beckham i Calle 13, Snoop Dogg e Dj Neil Armstrong, ma propone due loschi figuri come troopers di un Darth Vader che incede sulla ormai classicissima e imbattuta Imperial March in salsa beat hip hop.
Sì due francesi, col casco in testa.
E solo per questo applausi.
Il problema di Bargnani, non suo di lui ok, ma pur sempre suo è che è stato una prima scelta e dalle prime scelte si aspetta qualcosa di più.
Il nuovo post su The Basketball Diaries è un post a 4 mani con Emiliano. Il problema è capire se Bargnani è una pippa o un mago.
Al solito clicca sulla foto e raggiungi il post
Se ne è parlato già da un po’ e in giro. Da qualche parte si è indicato come il principale gruppo alternativo abbia fatto il definitivo passo verso un termine conosciuto come sdoganamento per altri invece si tratta di tradimento.
Che gli Afterhours scrivano una canzone, Adesso è facile (perchè la canzone è, a tutti gli effetti un brano degli Afterhours, e scritto apposta per la situazione) e lo adattino a Mina (dopo avere imprestato alla Mazzini Dentro Marilyn) personalmente lo considero un fatto ben più che positivo.
Qui non è in discussione il valore in sè della canzone, peraltro molto buono, ma il circuito in cui il gruppo auspicabilmente sta entrando, ed in cui è già entrato da un po’ a piccoli passi accompagnati da qualche clamore come la partecipazione a Sanremo e la conseguente ottima idea della compilation de Il paese è reale. Quel circuito fatto di prime time in televisione e musica in televisione che troppe volte lascia a bocca asciutta e quasi senza speranza quell’altro mondo di ascoltatori, quelli che sono in minoranza.
Quelli, per dire come me e come di molti che leggono questo blog.
E non è un discorso, credetemi, di alienazione di culo (che poi ad un certo punto uno con la musica sua ci fa quello che vuole, a meno che non si rinneghi, sport ormai diventato nazionale), ma semplicemente di uscire dal guscio, diventare adulti e magari farsi promotori (se non loro, chi?) di un’intero mondo, un’intera scena che altrimenti si divertirebbe a tirarsi pugnette a livello di fanzine e indie-blog. E niente di più.
E’ un mondo che vuole uscire fuori. E Cristo, viva la faccia di chi ci prova.
Viva gli Afterhours
Per uno che viene (e che probabilmente è rimasto) negli anni ‘90, musicalmente e non parlando, sentire la parola Fargo farebbe venire in mente un film dei Coen e un gruppo emo, italiano.
A me, purtroppo veniva solo in mente la prima cosa fino a una settimana fa.
Prima in radio (a Walk this way) poi via in giro su qualche blog ho sbattutto come un tir senza freni addosso a questo muro chiamato A record that was never made. Un disco, appunto che non è mai stato fatto, dei Fargo, appunto. Gruppo culto di fine 90, discendente diretto di quella cosa stonata, un po’ rock un po’ hardcore, un po’ Fugazi, un po’ Get Up Kids chiamata emo.
Un gruppo che non aveva mai avuto la possibilità di vedere la propria faccia stampata su un disco e che oggi, grazie al dorato mondo del free share, e di una distribuzione che a conti fatti dovrebbe far parlare tanto quanto quella di In Rainbows dei Radiohead.
Ho esagerato, comunque è importante. E’ importante che qualcosa che si è sempre aspettato arrivi dieci anni dopo e che sia gratis, così, per il gusto di vedere la faccia della gente all’ascolto di qualcosa che non c’è mai stato e ora c’è. Qui la potete scaricare, per dire
Nel frattempo quella che era nata come un breve scambio di vedute emo con Marco Pilia (uno degli ideatori del progetto) via mail è diventata un’intervista con lui (e la Knifeville) e i Fargo.
Un’intervista a un gruppo che non c’è più.
- A record that never was è un qualcosa che ricolloca parecchie idee dell’immaginario discografico del nuovo millennio. Un disco che non è mai uscito che viene alla luce direttamente in digitale e parecchi anni dopo lo scioglimento del gruppo in questione. I Fargo. Perchè un’operazione di questo tipo?
Marco - Le canzoni sono state registrate nel 2000. Per anni le abbiamo tenute in un cassetto perché i Fargo non c’erano più e spesso ci siamo detti “dobbiamo farle uscire”. Pochi mesi fa, per caso, è saltato fuori il cd che conteneva tutti i pezzi dei Fargo. Messo nel lettore, il disco ci ha emozionato come non capitava da troppo tempo. Fondamentalmente, sta tutto qui il perché di questa operazione: a 10 anni da quando sono state scritte, le canzoni mantengono tutta la loro forza, non c’era davvero motivo per non pubblicarle, è sembrata la cosa più naturale da fare. E non c’è stato nessun intento revivalistico, la motivazione che ha portato all’uscita dei Fargo è la stessa che sta dietro a ogni nuovo disco Knifeville: le emozioni provocate dalla musica.
È del 2003 la prima uscita “marchiata” Knifeville. Era l’ep degli Oslo ed era in vinile. Sei dischi più tardi, i Fargo (che gettarono nella scena maniago/pordenonese il seme per quello che poi sarebbe diventato Knifeville) escono in digitale: è innegabilmente la modalità più adatta per far girare il loro disco, soprattutto considerando il fatto che non sono attivi da anni. La promozione di un disco non è cosa semplice di questi tempi, figuriamoci se il gruppo nemmeno esiste più! Non escludiamo comunque di stampare una versione fisica del disco, dipende da come andranno i download. Certo i primi riscontri sono entusiasmanti, chi ha ascoltato il disco è rimasto colpito e ci tiene a farcelo sapere. È tutto molto bello e non vediamo l’ora di festeggiare questo disco con i Fargo di nuovo su un palco.
-Avete in mente altre uscite dello stesso tenore, se sì, quali?
Marco - Per ora non c’è niente di confermato, però abbiamo diverse registrazioni inedite, canzoni rimaste escluse dai dischi che abbiamo pubblicato, e ci piacerebbe farle uscire. Per il momento niente nomi però, prima dobbiamo parlarne con le band.
Mi sposto a parlare coi Fargo, mailisticamente parlando
- Cos’erano i Fargo? E non intendo la bio del gruppo, cos’erano i Fargo all’interno del panorama italiano, come vi sentivate all’interno di quella “cosa”?
Enrico – Senza essere frainteso, mi sento un po’ come Paul McCartney quando parla della sua esperienza nei Beatles, non ho il ricordo vivido e preciso, è come proiettare l’ombra di una terza persona. È colpa di questi dieci anni zero passati a zero, certo, ma anche dell’intimità dei Fargo come gruppo musicale. Non c’erano progetti di conquista del mondo, il piacere era passare ore in sala prove a suonare in loop il più bizzarro dei cambi melodici e di tempo. Era un’esperimento e quando faceva troppo caldo suonavamo in mutande, sudando molto. Il panorama italiano che ci piaceva di più era fatto di live scuri, violenti e zuccherini in posti minuscoli: case diroccate, centri di aggregazione sociale, club in zone industriali. Andavamo spesso a Padova a vedere i nostri eroi. L’ispirazione artistica arrivava principalmente dall’America (in Italia c’era poco che ci entusiasmasse), soprattutto dal mid-west. Van Pelt, Joan of Arc, Braid, The Get Up Kids, Broken Hearts Are Blue, Mineral, Texas is The Reason, Niños Du Brazil. E lo chiamavamo emo. Per quello la moda “emo” dopo così tanti anni e con riferimenti così diversi mi fa sorridere.
Luca – I Fargo erano e sono una festa in piscina di pomeriggio in piena estate, con drinks, un paio di all star affondate dentro, gare di tuffi e un palo da lap dance.
Ale – Un gruppo di amici che in mezzo ad amici ogni tanto proponeva il risultato del bel cazzeggio in sala prove (l’unica stanza veramente comunicante con la cameretta…).
-Vedere un vostro disco uscire anni dopo il vostro scioglimento, che effetto fa?
Enrico – Personalmene sono molto fiero dell’uscita, ancora oggi mi piacciono molto le cose che facevamo. Le voci stonate, le registrazioni approssimative. Alla fine dei conti è la cosa più simile alla musica che ascolto.
Luca – Non ci siamo mai sciolti di fatto, semplicemente abbiamo fatto come Elvis… abbiamo saltato il decennio che non ci interessava.
Ale – Come rileggere un vecchio tema della prima superiore, come guardare una foto di classe e notare le spalline sotto i golfini delle compagne…
-Nel tempo, cosa è cambiato per voi tutti, musicalmente parlando. Dall’approccio, agli ascolti, alle esperienze?
Enrico – Alessandro e Luca si sono appassionati molto alla cultura beat, alla musica soul. Sono ottimi ballerini da all-nighter e bevitori di Ricard.
Io continuo a comprare dischi che ho già. A dire il vero ho imparato a capire e ad amare i dischi italiani, c’è tanta musica che mi emoziona in giro per lo stivale.
Luca – Il tempo è galantuomo, la vita forse un po’ meno. Noi siamo curiosi per natura, per cui non ci siamo mai fermati, abbiamo sempre bisogno di ascolti nuovi o antichi o antichissimi. Ma dieci anni sono comunque tanti e siamo diventati tutti estramente saggi, molto saggi, un po’ come quei vecchi di montagna. Infatti abbiamo imparato a non spaventarci quando le ragazze ci dicono che sono nate nell’anno in cui è uscito Nevermind.
Ale – Onestamente molto poco. I vinili sono impolverati e la puntina rotta del giradischi non l’ho mai sostituita temendo di riascoltare gli stessi brani all’infinito. Purtroppo nella cartella Mp3 ci sono grosso modo gli stessi titoli.
-Tornaste indietro (che è un concetto estremamente “emo”) cosa fareste. E cosa non fareste. Come Fargo intendo.
Enrico – C’è un aneddoto divertente, ma non so se riuscirò ad esprimerlo bene. Ci provo. Ad un certo punto i Fargo si sciolsero, penso fosse l’inizio del 2001. Poco dopo ricevemmo forti lusinghe da parte della BMG inglese. Ci diedero addirittura dei soldi per registrare altri brani oltre ai tre del 45rpm. Erano gli anni del primo disco degli Strokes. Così ci ritrovammo e decidemmo di registrare gli altri pezzi che avevamo lasciato in cantiere, che poi sono quelli che ci sono in questa recente uscita. Era evidente che avremmo dovuto arrangiare il tutto con “l’attitudine Strokes”, era lampante. Però per pigrizia o forse per sbadataggine, continuammo a fare la nostra cosa, con in testa i Promise Ring e i Karate. Cocciuti mocciosi friulani. Chiaramente ci dissero che si aspettavano qualcosa più simile agli Strokes, e ci lasciarono educatamente dov’eravamo. Ecco, per me è sempre stato un calcio di rigore tirato sul palo. Col senno di oggi, avrei chiaramente messo la ritmica di “Lust For Life” su ogni canzone e avrei provato ad imitare al meglio la voce di Lou Reed. Si sa che l’Inghilterra ha una cassa di risonanza pazzesca. La A&R che si era innamorata di noi, tra l’altro, era forte di aver appena scovato e lanciato i Coldplay. Forse avremmo addirittura imparato bene l’inglese e oggi saremmo probabilmente con Kevin Shields a bere al pub. Ma in fin dei conti, chissenefrega di Kevin Shields. Siamo amici, stiamo bene insieme, ci divertiamo quando usciamo, that’s all.
Luca – Io forse rimonterei almento un tom alla batteria, non rifarei invece quel concerto che ho fatto senza Hi-Hat (dimenticato in toto a 70km da casa), pavoneggiandomi del fatto che non vedevo dov’era la difficoltà nel dover suonare senza. Fu, chiaramente, un vero disastro.
Ale – Cercherei di partecipare a “Strokes-Factor” e a “Amici degli Strokes”. Non farei più delle selezioni per ballerine di lap-dance da inserire nel nostro show.
Inutile dire che oggi, dieci anni dopo, i Fargo, che non esistono più, hanno un grande fan in più. Me.
Io non so se avete presente la sensazione di prurito alle mani, di quelle situazioni, film, dischi, concerti che non aspetti altro di mettere su un piatto, non usare neanche la forchetta e sbranarli senza sentirsi neanche chiedere pietà con il popolo astante che disgustato ti indica come l’ultima delle merde senza un minimo di ritegno che non aspettavano altro per prendersela con “..” (inserisci qui quello che vuoi tu). Beh, negli ultimi mesi è successo più di una volta, con un libro e una scrittrice in particolare, una serie tv, un paio di film e un paio di dischi. Non ne ho scritto mai. Mi sono rinchiuso nella mia fortezza della solitudine e ho lasciato perdere.
Whip it, sulla carta rientrava a pieno titolo nella lista del “ora ti distruggo” (che chi sai poi che tipo di vantaggio io ne tragga di fronte a una cosa del genere. Manco a dire un’erezione no, niente. Pura bava che devo poi raccogliere dal bordo del tavolo e asciugare e disinfettare. Whip it mi ha fatto cambiare idea.
Per chi non lo sapesse, si sta scrivendo dell’opera prima di Drew Barrymore alla regia, un film piccolo semplice, un film quasi retrò nel suo autocollocarsi nei cosiddetti passaggi di formazione, quel famoso valico che c’è per un adolescente (o una, in questo caso) tra i diciassette e i diciotto. Le nuove amicizie, le nuove scoperte, le trombate. Quelle cose lì che la mia generazione bene che andava vedeva forse ai 19. Vabè, questo è un altro tipo di discorso (patetico) che non si affronterà qui.
Whip it è un film che dovrebbe vedere soddisfazione sulla carta in un pubblico di un range dai 18 ai 29 (io ne ho 34, il problema è il mio, mi sento uno di quei vecchi sorpreso a passare fuori dalle materne per forza d’abitudine mentre i nipoti ormai vanno all’università. Da quelli che si riconoscono nei primi vagiti anti e riotistici di Ellen Page (la protagonista) a quelli per cui basterebbe dire “donne in gonnellino che si troncano di botte in pattini”. In mezzo c’è anche qualche ragazzina che così sente per la prima volta i Ramones e si farà i capelli blu.
La Barrymore è brava in tutto questo a mostrare una buonissima dose di faccia da culo, infischiarsene dei ninnoli e di “quello che inevitabilmente non può non essere detto” di questo film per cui, collocazione hipster, colonna sonora da denuncia per ruffianeria, caleidoscopio di tatuaggi e magliette vintage, vinili, indie culture e chincaglierie varie e regala ottimi sprazzi di film. Certo non parliamo di Godard (ma chi le chiede di esserlo) e si concentra sull’entertainment puro, il portare a casa il risultato nella maniera più ovvia e per assurdo più convincente.
Del resto in pochi, pochissimi, speravano che si risolvesse tutto in una lotta nel fango di 1 ora e mezza* o in uno scambio delle coppie lesbo senza frontiere. No. Alla resa dei conti che ci si trovasse di fronte ad un film in cui una ragazzina sfugge attraverso uno sport da maschi alle grinfie di una madre col mito di Miss America e dei pageants e che trova in questa sua richiesta di libertà il suo punto di rottura.
Insomma, funziona, è godibile e una volta tanto chi se ne fotte se la colonna sonora sembra fatta con l’ipod shuffle. Peccati veniali.
Un ultimo paio di osservazioni, su tutte Kristen Wiig, assoluta protagonista non protagonista con la sua Maggie Mayhem è un’autentica (per me che son ignorante) sorpresa). Un avviso prima a Marcia Gay Harden che è un’enorme attrice, che se ha deciso di mettersi a fare la caratterista tipo madretimoratadidiocolpallinodell’apparireedell’essereevvivaggesù, forse Marcia, meriti di più.
Per finire Ellen, qui ti si vuole bene, e tanto e da molto prima di Juno, capisco l’anticonformismo però tesoro mio a un certo punto basta, sei pronta per altro etc ma la prossima volta che ti vedo in un film dove sei una ragazzina con una morale superiore alla norma, con una maglietta vintage e che fa di tutto per darla al quasi primo che capita beh perdio Ellen giuro su Dio che esco di casa e vado a comprarmi tutta la discografia degli Slayer e te la regalo.
Eccheccazzo.
* me
T'aspettavi la foto di Ellen eh, sfigato hipster dei miei maroni
Sembrava un luogo comune ormai assodato, se sei bianco non salti, figuriamoci se ti scelgo nel 5 vs 5. Forse per ultimo.
Inizia così (e continua lì) il mio primo post (sul mio idolo David Lee) su The Basketball Diaries, un blog fatto e scritto da chi ama il basket come me e che cercherà di parlarne risultando il meno noioso possibile. Oddio, se poi uno risulta noioso pazienza. E’ il risultato quello che conta.
E il risultato è un posto nuovo, divertente, con video, post scritti da persone comuni, che fanno le 5 di mattina per addormentarsi davanti alle schermate dei risultati dell’NBA per vedere le partite in diretta e che se le danno di santa ragione arrivando anche a fare il fanta nba.
Gente cresciuta male insomma, o bene.
Punti di vista
(clicca sulla foto e raggiungi il blog)
Nella foto il mio idolo e un perdente di successo. Il mio idolo è quello che schiaccia
Come saprete tutti (o forse no, perchè dovreste saperlo?) Barack Obama ha dichiarato che il suo discorso del 2 febbraio prossimo venturo (che in molti di noi hanno cerchiato in rosso sul calendario) non si sovrapporrà con l’esordio stagionale di Lost (l’ultima serie).
Dal suo twitter Carlton Cuse (produttore della serie) ha risposto così alla notizia