unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

William Fitzsimmons – Fortune (2014)

<3

 

Le vergini suicide di J. Eugenides (1994)

verginiLibro fra i miei preferiti, così come il film da cui è tratto.  Il racconto di un gruppo di ragazzi che dopo ventanni ricorda le vicende delle sorelle Libson, cinque spledide e tormentate ragazze, misteriose e irraggiungibili per i loro spasimanti che ripercorrono un anno che ha segnato per tutti un inzio e una fine. Gli anni settanta e l’America ben pensante e perbenista fanno da sfondo all’inquietudine e al turbamento di cinque adolescenti che vogliono solo  vivere con la frivolezza e la leggerezza che dovrebbe far parte di quegli anni ma che loro è negata. Una scrittura dolorosa e allo stesso tempo leggera, un libro delicato e profondo che turba e affascina  e lascia perplessi, con mille domande e interrogativi irrisolti, come forse è giusto che sia.

Bellissimo.

 

 

 

 

The grand Budapest hotel di W. Andersen (2014)

Sottotitolo: farsi del bene.

 

Speciale Graphic Novel

sS di Gipi (Coconino Press)
Forse la graphic novel con la “sceneggiatura” più forte e potente scritta da Gipi. Dal punto di vista dell’impatto prettamente visivo rimaniamo sugli altissimi livelli a cui ci ha abituato anche se il vantaggio di avere una storia così forte di base permette di non “evocare” immagini cinematografiche con tavole a larghissimo respiro (come su Unastoria per capirci), ma concentrarsi sui dettagli e sui vari passaggi narrativi.
A livello personale la graphic novel di Gipi migliore immediatamente dopo Unastoria ed anche se uscita abbastanza in sordina è da recuperare assolutamente

 

gauldSiete solo invidiosi del mio zaino a razzo di Tom Gauld (ISBN Edizioni)
Tom Gauld è uno che fa vignette per il Guardian e il NY Times quindi non proprio l’ultimo degli stronzi. A parte il titolo meraviglioso della raccolta in questione, il libro in sè è qualcosa di veramente unico, una serie di vignette citazioniste su piano scientifico letterario artistico, con una facilità di linguaggio impressionante e una capacità di trascinamento nella risata fino alle lacrime invidiabile (per dire la vignetta di Tom Waits va presa incorniciata ed attaccata in salotto). Uno dei libri dell’anno e siamo solo ad aprile.

 

 

centriPiccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani di Claudio Calia (Becco Giallo)
se ne parla un po’ ovunque e a ragione. Compendio della storia (commovente per chi ha iniziato e quegli anni lì l’ha vissuti in prima persona) dei principali centri sociali italiani, la loro nascita i loro obiettivi e la loro storia. Capire le varie storie di umanità che si muovono dietro e quanto significhi per tanti (sarebbe meglio tutti) l’idea di uno spazio proprio, da curare e da gestire, da organizzare e difendere. Piccolo prologo di Zerocalcare per chi fosse feticista dell’autore.

 

 

portamiPortami via di Nate Powell (Rizzoli Lizard)
Data l’uscita di Imperi per la 9L ho recuperato questo piccolo gioiello, storia abbastanza difficile da raccontare (forse più da disegnare e Powell ci riesce tremendamente bene) di fratelli affetti da disagio mentale e la lenta discesa verso lo stato schizofrenico. La storia sa essere piena ed importante, non solo, ma anche commovente e sufficientemente evocativa per ritenerla una delle graphic novel più complete e potenti lette in tanto tempo, su un tema, ripeto molto complicato.

 

 

cucinaIn cucina con Alain Passard di Christophe Blain (Bao Publishing)
Chi ha letto I segreti del Quay D’Orsay già conosce Blain. Chi non l’ha letto
VOI. SIETE. MATTI. FATELO. SUBITO.
detto questo è un libro fantastico, il disegnatore che racconta la cucina dello chef a tre stelle Passard, disegnando la vita del suo ristorante e le sue ricette (e ce ne sono anche scritte a testo). Premesso e tolto il fatto che io ho una sorta di attrazione un po’ malata per sta roba il libro è una roba notevolissima, lo stile di Blain a richiamare il movimento, i rumori, i suoni, si adatta benissimo ad un argomento simile e fa sì che in cucina con Alain Passard sia una di quelle cose da avere assolutamente

 

graphicGraphic Novel is Dead di Davide Toffolo (Rizzoli Lizard)
Toffolo torna con una graphic novel autobiografica e in parte meta, col fumetto che parla del fumetto e il musicista che racconta della musica e di sè stesso, una serie di scatole dentro scatole dentro scatole affascinante che in qualche modo è un po’ una rivoluzione del genere (come un po’ il titolo gioca ad evocare). Presenze fulminanti del passato come Pasolini, evocazioni famigliari e musicali, e un piccolo pappagallo a fare un po’ da figura spezzabolgia della storia.
Che poi a conti fatti una storia vera e propria non è ma una raccolta di frammenti che messi in un quadro d’insieme raccontano un pezzo di vita.

unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Those dancing days – I’ll be yours (2011)

 

Nudo di famiglia di Gaia Manzini (2009)

manzini09 Un libro di racconti, un esordio narrativo onesto, sincero in cui  si svelano protagonisti ed emozioni più che avvenimenti e grandi succedimenti. Le cose normali e quotidiane, lo scorrere del tempo e delle vite e quanto ciò possa essere disarmante e sorprendete.  Racconti che riescono ad essere pieni e a coinvolgere, a far pensare, a mostrare uno sguardo nuovo ed originale su temi che sono nella vita di ognuno di noi, a volte ben nascosti. Mai, mai, una semplice esibizione di stile.
Quindici pezzetti di  vite che sono anche le nostre in cui è impossibile non ritrovarsi, i miei preferiti sono “Bergson”, “Cassapanca” e ” Senza pieghe”. ma tutti, ognuno a suo modo mi sono rimasti appiccicati.
Leggetelo. e rileggetelo.

Delicatessen di Marc Caro, J.P Jeunet (1991)

 

 

 

RIP, Enrico Fontanelli

Non lo faccio e non lo facciamo (quasi) mai. Però questa notte è morto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax. L’hanno annunciato loro, con un post su facebook pesante come un sasso gigante. Gli Offlaga Disco Pax li avrò visti millemila volte dal vivo. E una riga mi è venuta da scriverla. Così come mi è venuto da ascoltare in loop tutta la loro discografia.

Human Hands

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Gli Human Hands presumo siano ancora un culto di e per pochi, ma in realtà c’è stato un giorno di qualche anno fa in cui tutti sapevano della loro esistenza. Mi viene solo da ipotizzare, perché un paio di annetti fa sono stati compagni degli indimenticati Verme in uno split tape rilasciato da Eat A Book Records, la stessa etichetta che ha fatto uscire i loro dischi (uno solo, in realtà, e un numero esiguo di ep e split), quindi presumo che tutti sapessero di loro per quelle 24 ore. Idem per i Well Wisher, con cui i Verme hanno suonato oltremanica, ma non saprei nemmeno dire qualcosa con precisione, rimane però che la tradizione (per usare un termine che funga anche da sinonimo di ‘scena’) punk è evidentemente attiva in Inghilterra e gli Human Hands ne sono l’ennesima prova, sebbene siano ormai inglesi per 2/3 (nativi di Birmingham, ora in un ménage à trois con Stratford upon Avon e Reykjavik, quindi coraggiosissimi nel portare avanti un gruppo sebbene le distanze massicce che li separano).

Come da usanza, i tre vengono da un passato recente di split, demo, ep macinati per un po’ di anni e con i quali si sono fatti strada per arrivare con molta molta calma al disco intero, dopo una gestazione di due anni circa causata dallo spostamento in pianta stabile di uno di loro in Islanda e impegni vari, affinando però un suono meno crudo e più lento che nasce con il 7” del 2011 e da lì è progredito discostandosi dalle canzoni veloci e più immediate – e anche meno marcate dalle influenze slowcore e non che hanno costruito la base della più recente uscita – presenti nella cassetta (pure questa omonima, come il disco e l’appena citato sette pollici) . Human Hands è un abbuffata di ritmi lenti e suoni sporchi e abrasivi (sempre che l’aggettivo abbia un senso), registrati in presa diretta e senza sovraincisioni, sottoforma di canzoni nate un paio di anni fa e portate a termine durante il tour giapponese dello scorso anno. La distanza ha messo loro di fronte a grandi ostacoli, ma gli ha offerto anche l’opportunità (la scelta) di focalizzarsi maggiormente sull’attività live, momento in cui hanno avuto la possibilità (o l’obbligo) di provare le canzoni del disco nel momento stesso in cui le suonavano. Non penso che tutti riuscirebbero a resistere a questo tour de force, o almeno non a tutti sarebbe riuscito di scrivere un disco del genere in quelle condizioni. L’intensità della forza con cui questo disco si trascina in avanti ti prende lentamente per le spalle e ti gratta via il primo strato di pelle fino alla faccia. Human Hands è un abbuffata di Slint, Codeine, Moss Icon, Indian Summer e le fotocopie delle locandine dei Fugazi appese sopra il letto. Una sola chitarra, sezione ritmica e voce dolorante che non ha nessuna fretta di sputare parole dentro al microfono.

Lista di parole googlate durante la stesura del post:
- presto e bene
- David Pajo
- Yaphet Kotto

Quest’anno oltre al disco uscirà anche un ep (o un altro disco) di cinque canzoni e dovrebbe esserci un tour europeo durante l’estate.