Bravi stronzi

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Domenica la NBC ha trasmesso alla chetichella, in un giorno che non era quello del palinsesto originale, le ultime due puntate di Prime Suspect. Bravi stronzi.

Che fossero le ultime puntate è una specie di segreto di Pulcinella, perché lo sappiamo tutti da quel dì che il telefilm è stato cancellato, anche se non esiste un comunicato stampa ufficiale: in compenso però sono scomparsi tutti i materiali per i giornalisti dal sito NBC Media Village, che deve essere l’equivalente per il mondo della tv di quando Beyoncé canta “to the left, to the left, everything you own in the box to the left”.

Non è che voglia difendere a forza un telefilm dalla qualità altalenante, ma quando si parla di NBC (vi rimando in fondo al post per un breve riassuntino) ci vedo rosso.

Poi sinceramente trovo demenziale stoppare la produzione quando ormai la qualità della scrittura stava decollando, forse pure grazie alla decisione di liberarsi della zavorra “siamo il remake americano di Prime Suspect con Helen Mirren”, che a ben vedere a questo Prime Suspect non aveva portato altro che rogne e scarogne. Già dopo quattro o cinque episodi c’era stato, anzi, uno scollamento abbastanza netto tra versione americana e originale inglese, e la forbice era andata allargandosi nelle settimane successive.

Andando con ordine, ufficialmente il nuovo P.S. era il remake del primo ma:
a) le protagoniste non hanno lo stesso nome
b) né la stessa età
c) una è alcolizzata grave, quella americana invece sta cercando di smettere di fumare e forse le riesce pure (la cosa non viene più citata da un certo punto in avanti)
d) una è una stronza, l’altra semplicemente un po’ sulla difensiva
e) la stronza di cui sopra al massimo ammette i suoi problemi e va dagli alcoolisti anonimi, la difensiva nel tempo fa emergere il suo senso materno/pucciosità estrema e diventa praticamente come Babbi l’Orsetto
f) sempre la stronza odia ed è odiata dai colleghi tutti maschi; Babbi l’Orsetto fa la sostenuta ma segretamente vorrebbe essere accettata nel loro clubbone
g) Maria Bello ha una spalla fenomenale che nell’originale manca ed è un fedora che Dame Helen Mirren non avrebbe indossato mai. Ma mai mai. Un cappello in testa a Helen? Ma levete. Basta l’accessorio moda a squalificare l’intera “operazione remake”: e questi di NBC invece ci costruiscono un’intera campagna marketing, con tanto di gallerie (viste con questi occhi ma dimentico dove) “Trova un cappello mejo a Jane Timoney”. E bravi stronzi (bis).

Insomma, stringendo: ma remake di che cosa?

Che poi dovreste essere informati del fatto che il sostituto di Prime Suspect ha un rating che per averlo così basso P.S. almeno ci ha messo dieci settimane. Trattasi di serie nata da The Firm, nel senso del film con Tom Cruise, nel senso del libro di John Grisham, e nel senso che è peggio di un remake: è un sequel. Solo che NBC l’ha comprata a scatola chiusa, completa di ventidue episodi, e avendo già speso quei soldi probabilmente la propinerà tipo mangime alle oche da ingrasso. E bravi stronzi (ter).

Piccole cose che mi mancheranno di questa serie, comunque (a parte il fedora di Timoney):
- il tocco: ogni puntata aveva una frase famosa scritta a gessetto su una lavagna del distretto, opera del tenente cui piace leggere e fare il filosofo con i sottoposti. Non mi ricordo se c’era in originale, dubito fortemente: che qualcuno la salvi!
- il sottocast di meravigliosi caratteristi, compreso l’ensemble di poliziotti minchioni Brìan F. O’ Byrne, Damon Gupton, Kirk Acevedo, Tim Griffin ed Elizabeth Rodriguez: che qualcuno salvi pure loro (e possibilmente regali un ruolo da protagonista a Tim Griffin)!
- delle bellissime riprese di New York: aeree o elicotteree che fossero, sospetto siano opera di un service perché le ho viste tali e quali in A Gifted Man. Ma service o no, sono di una magnificenza e di una poesia che sembra di giocare a Death From Above in Call Of Duty: Modern Warfare.

In tutto questo, Prime Suspect è stato comprato da La 7. Uhm.
Non sarà come la Rai che acquisisce il remake cancellato di Charlie’s Angels, ma è abbastanza da farmi dire “e bravi stronzi” per la quarta volta.

Il quale E bravi stronzi volendo può trasformarsi in una formula da recitare come un Ora pro nobis quando si sgrana la lista tristissima dei prodotti di qualità cancellati e molto rimpianti (ma non dal Pavone, ingrati che mettono in pausa pure Community. tsé), da noi. Da NOI. Ecco dunque un pensiero per:

- Kings (e bravi stronzi)
- Studio 60 on the Sunset Strip (e bravi stronzi)
- Mercy (e bravi stronzi)
- Life (e bravi stronzi)
- Day One (e bravi stronzi)
- Freaks and Geeks (e bravi stronzi)
- Friday Night Lights (e bravi stronzi)
- Free Agents (e bravi stronzi)
- The Event (e bravi stronzi)
- Journeyman (e bravi stronzi)
- – …Heroes? (vabbé, sono aperta a una serena valutazione del caso)

Veni Video Vici

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Rusko – Somebody to Love

Non sono tanto per le mode, e nel genere elettronica che forse è quello che per definizione vive di mode, mi ci perdo. Nel momento in cui mi piace qualcosa alla fine è già fuori moda, sembra un po’ tutta la mia vita.
Ruski e il suo nuovo pezzo però sembra annunciare un succosissimo disco fatto di beat belli saturi (ignoranti direi) distanti dal classico dubstep e più vicino all’elettronica pura da club culture spinta che a me, personalmente, piace molto, forse perché meno concettuale, forse perché mi fa ballare. Video che suona un po’ di autocelebrazione ma va bene così no? Del resto i re del genere sono i Justice che sono a tanto così dal sbottonarsi la patta e farsi un video sull’egocentrismo del proprio pene

Ryan Adams – Chains of love

Cambiamo diametralmente e il video di Chains of Love viene da quella modalità fuori moda fuori posto fuori tempo che non si può non amarlo con tutto il cuore. Compresi i violini, la chitarra bianco rossa e blu e le teste delle chitarre e del basso che fanno i fuochi. Quanto sei sfigato Ryan? Quanto ti amo per questo?

Habemus Star Wars DIY

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Sebbene Lucas si sia un po’ incazzato che i fan lo critichino (ma Jar Jar Binks l’hai fatto te George, non i fan) sebbene siamo noi quelli stanchi di non avere la prima versione di Star Wars disponibile neanche in dvd, sebbene tutto, insomma.

Ricordate quel progetto di rimettere su TUTTO Star Wars con scene ricreate e rigirate dai fans (con mezzi che a tratti hanno del comico ed altri che hanno dello stupefacente)? Ecco.
Il film è finito, se avete un paio di ore, dei pop corn e tanto umorismo il film è finito
Tanto tempo fa in una internets lontana lontana..

Tutti i treni presi in fretta e i cancelli scavalcati

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I Fine Before You Came sono forti. Quando senti i dischi ti danno quell’impressione di persone che si prendono tanto sul serio, che nascondono i significati profondi sotto quelle parole semplici e quei giri un po’ storti e melodici che piacciono tanto; poi quando li vedi dal vivo viene da chiedersi ‘ma come fanno ad essere così supercazzoni e scrivere delle cose che ti fanno piangere per dei giorni?’. Ecco, anche ‘Ormai’, uscito così senza preavviso ieri sera – cioè due ore fa, dato che sto scrivendo ed è ancora domenica -, ha lo stesso effetto: ha quel potenziale nucleare di piangerone che se uno ci si ritrova un minimo finisce in una valle di lacrime e gole secche. Ed è bellissimo perchè ha delle canzoni bellissime, che suonano un po’ Sfortuna, un po’ Cultivation Of Ease, un po’ il disco omonimo e un po’ tanto Fine Before You Came senza troppi paragoni. È uno di quei dischi che fa prendere male in un momento non precisato della giornata.

Sono solo al terzo ascolto mentre sto scrivendo ma non penso di essere comunque psicologicamente pronto a mettermi in autobus a sentirlo, sentirlo in macchina o ancora meno in bici mentre fumo, con gambe che tremano dal freddo. Ma se per quello non ero nemmeno pronto per un disco nuovo dei Fine Before You Came, con quel mio brutto vizio di leggere i testi prima ancora di sentire tutte le canzoni.

Così in camera davanti al computer non ha l’effetto che deve avere, perchè Sasso potrebbe essere la canzone dell’anno e prima o poi capiterà di ascoltarla al binario tre aspettando il solito treno regionale. Oppure perchè Magone ha quelle due righine che ti spaccano di nuovo giù e non ha un cazzo di niente di senso se non quello di far risalire la rabbia e il senso di sentirsi usato/rimpiazzo che riappare ogni volta che faccio un piccolo salto indietro nel tempo. Ma ci sarebbe da riempire questo post di citazioni delle canzoni e di cazzi miei, quindi non ha nemmeno senso continuare a parlare del tempo che non c’è più, di tutte le fatiche intraprese ogni volta e delle epifanie posticce che fanno capire più di ogni singola spiegazione. Dopo tutto, quando fuori non piove qui non è affatto male, a parte il fatto che ultimamente, che ci sia pioggia o sole, me ne stia sempre di più a pensare a tutto il via vai di persone passate con gli anni che a pianificare in che modo liberarmi del senso di delusione a lunga gettata. E cari amici Fine Before You Came non siete di certo di aiuto ma non vi terrò il muso, perchè ‘Ormai’ è davvero un disco che fa venire quel magone trattenuto a fatica, quel taglietto fra le dita con il foglio stronzo della risma nuova o con la scatoletta del tonno. Lacrimare come se non ci fosse un domani è obbligatorio come lo smoking alla cena del casinò di Montecarlo.

(Che poi che differenza fa se era un parcheggio vicino al mare, i ruderi di un parco divertimenti nascosto dalla nebbia o un parchetto pubblico? Tutto quel parlare e parlare che rimbomba nelle mie orecchie prima o poi diminuirà e sarà solo una questione di dimenticare di nuovo tutto, almeno fino al prossimo ascolto di ‘Ormai’. È un cerchio che si dovrebbe chiudere e che potrebbe magari aiutarmi a piegare le camicie e metterle in ordine nei cassetti, non posso lasciarle tutte sul letto così alla rinfusa. Devo liberarlo per sdraiarmi a pensare al senso di vertigini di quando scavalco il cancello di casa da ubriaco e alle corse per prendere i treni.)

Lo ripeto, sei un disco bellissimo ma fai un po’ malino. Magari è colpa mia che non sono in giornata ormai da un bel pezzo. [lo si scarica qui]

Do You Know It’s Springsteen Time

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Ogni volta che torna Springsteen con un disco nuovo sembra Natale.
Dici che ormai sei troppo grande, che sei abituato alle sorprese, che ormai quel candore di quando eri ragazzino e credevi a Babbo Natale non c’è più, che poi che palle i parenti e che due maroni la cena e poi per carità didddio la tombolata. No. Non ce la puoi fare, o ce la fai ma parti con un ghignetto del tipo “io sono qui per farvi un favore siete voi che avete bisogno di me non io”.
Il Natale poi finisce che sei quello che prepara i film da vedere in fila, che declama citazioni ad alta voce, che esige il tombolino e si ubriaca come una merda.
Questo su per giù quello che mi aspetto da Wrecking Ball, il nuovo disco di Springsteen, che ovvio in post seri leggerete del fatto che è un disco disincantato un po’ dalla era Obama, che è cattivo come Nebraska e cazzuto come The River che insomma è il meglio Springsteen di sempre.
Non sarà così ma è come il Natale, e quindi un po’ sti cazzi.

(ah a me il pezzo piace, ha un bel po’ di Lonesome Day e ormai è chiaro che gli Arcade Fire sentono Springsteen sì ma anche che Springsteen sente tanto gli Arcade Fire, ma quanto è bello tutto questo?)

Winona, me e il punk

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Tornando a casa, alle 20 e 30, da lavoro, ho realizzato che Winona Ryder è la metafora più lapalissiana ed evidente della vita mia e di molti altri.
Faccio un passo indietro e guardo il me poco più che 15enne che vede per la prima volta Mermaids (Sirene) e perde totalmente la testa per quella ragazza che ad un certo punto si veste da Cher, si trucca da Cher e perde la verginità col bello in moto  (e gli lecca la giacca di pelle). Non credo di avere mai voluto così tanto essere qualcosa di inanimato come una giacca, di pelle per giunta.
Contemporaneamente quella stessa ragazza se la faceva con lo stronzo più stronzo di tutti (e per questo lo odiavamo un po’ tutti anche perché poi era il fratello bastardo di Robin Hood) ossia Christian Slater, non so se se la facesse veramente ma su Schegge di follia sì, se lo faceva (e ammazzava anche le persone) e se sei al liceo ad occhio di persone ne vuoi ammazzare almeno una sessantina soprattutto se sei sfigato.
Non credete mai a chi vi dirà “io mi sono innamorato di Winona su Beetlejuice” non esiste, non è possibile, a quell’età le occhiaie non piacciono, si hanno.
Detto ciò avevo la mia Brigitte Bardot o la mia Marilyn, capivo ogni volta che mio padre parlava di Rita Hayworth (pur rendendomi conto che con tutto l’amore non parlavamo di Rita la rossa) ed era un po’ come sentire il mio primo disco punk. Quando senti il tuo primo disco punk senti solo quello, non so se lo sapete, per tipo dieci anni. E il mio primo disco punk fu la colonna sonora di The Great Rock’n'roll Swindle. Per me, che ancora non capivo una mazza perché come letteratura musicale mi affidavo ai 500 album rock da salvare di Ernesto Assante, roba che ci sono dentro i 10000 Maniacs per capirci, e la mia concezione di punk era aleatoria, stupida e per lo più sintetizzabile nei “quattroaccordi”. Però era bello, Sid Vicious che canta sguaiato My Way era la cosa più bella del mondo (e lo è ancora) e Winona era i Sex Pistols. In tutto e per tutto.
E io per anni ho dato a Sid Vicious la faccia di Gary Oldman.

Poi Winona Ryder diventa WINONA RYDER, nel senso che il film e il cinema diventano un po’ tutto nella tua vita e il tuo diventa tifo e non vera e propria scienza. Winona Ryder fa tutti film bellissimi che solo a scriverli diventi scemo, Dracula, Night On Earth, Edward Mani di forbice, la moglie minorenne di Jerry Lee Lewis su Great Balls of fire.
Nel frattempo Winona Ryder se li fa veramente TUTTI, e tutti inarrivabile, tipo:

- La prima serie televisiva che ho amato alla follia è stata X-Files e il mio mito era ovviamente Fox Mulder (quindi David Duchovny). Fuori Uno

agli UFO non ci pensi ora eh stronzone

- Il primo disco veramente alternativo che compri ragionando è Mellow Gold

secondo me lui l'ha conquistata vestito così

- ti piacciono i Soul Asylum (e lei si porta Dave Pirner anche in Reality Bites)

l'ha mollato prima dei dischi più belli

- Il primo (forse) film che definisci della vita è Will Hunting

secondo me già quando ha preso l'Oscar lei pensava di mollarlo

- ami Gold di Ryan Adams e lei ovviamente anche pare

sta benissimo

Insomma la faccio breve, hai la fissa del Frat Pack e lei si fa Rob Lowe, Charlie Sheen, Johnny Depp e per davvero Christian Slater, copre tutto l’arco parlamentare chiamato rock alternativo da Adam Duritz e Jakob Dylan a Dave Grohl e Evan Dando, si butta anche sul country con Chris Isaak e arriva a Page Gesù Hamilton.
Sì quello degli Helmet.
Arriva anche a Dodi Al Fayed ma questo facciamo finta non sia mai successo.
Non dico bugie 

Insomma Winona è una cagna di attrice (col senno di poi) che riesce a fare film con Jarmusch e Scorsese, che addirittura fa un Alien e se la vince con tutto il mondo perché passi da un aurgh, nooo ad un ohhhh appena appare lei sullo schermo. E solo ora capisci che Winona è un segno, il segno che marchia le cose imperfette che  segnerà la tua vita, non ti piacerà mai l’oggettivo ma il soggettivo, i quattro accordi, sguaiati, suonati male ma che sono stati un po’ con tutti.
Ed ecco là che nel momento in cui apri un tumblr decidi che il sottotitolo sarebbe stato “era meglio morire da piccoli che vedere Winona Ryder rubare un tanga in un supermercato e Jar Jar Binks” in cui c’è un po’ tutta l’imperfezione del punk, di quel volere essere differenti ma in fondo un po’ uguali a tutti, ordinari e allo stesso tempo alternativi. Perché poi, ad un certo punto scopri che Winona Ryder piaceva e piace a TUTTI, quelli della tua età, che a loro modo sono punk senza sapere di esserlo. Winona però rubava, ad un certo punto ha dato fuori di testa, è stata fuori dal giro ed è tornata che faceva la mamma di Spock.
Voglio dire se le scrivono una biografia la chiamano Filthy Thong e non fanno una lira di danno.

Sta storia finisce con Black Swan, dove la Winona Ryder di oggi prende il posto della Winona Ryder di ieri, solo che a me la Winona Ryder di oggi non piace (Natalie Portman) troppo costretta in uno stile, troppo perfetta, troppo amabile, forse sono 3, forse sono 5 accordi.
Ma non sono 4, solo Winona Ryder è quattro accordi, come quelli che dici te

Vivo morto o X*

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I cicli fumetti, soprattutto i Marvel, ogni due anni circa arrivano a quel punto che puó essere definito “caciara”.
Si intenda per caciara quel punto ideale di sviluppo trama che caratterizza una roba tipo Beautiful, la soap. Dove tutti quelli che sembravano morti sono vivi, tutti quelli che sembravano buoni sono cattivi e soprattutto tutto quello che credevate, per stringere, é falso.
Sono dieci anni, con questo undici, che seguo la serie Ultimates, l’universo attualizzato dei supereroi Marvel ed ero al punto di considerare la cosa giunta a un punto morto, dopo l’Armageddon scatenato da Magneto (milioni di morti, New York sommersa, X-Men in pratica finiti e Vendicatori, mah, boh, se non salvi il mondo che cazzo servi a fare). Insomma non ce n’era più, pur continuando a leggere la serie intera (F4, Ultimates. X-Men, Uomo Ragno) mi dicevo, beh, mo?
Se l’Uomo Ragno in parte anticipava quello che é l’iter narrativo della nuova serie cinematografica (un “percaritàdidddiofiniamolapresto” che non finisce più) e gli Ultimates sperimentavano per la prima volta che cosa voglia dire essere guidati da una vagina per poi capire che il meglio alla fine é il maschio ebano con l’occhio impecettato (Samuel L.Jack… Ehm Nick Fury) dei Fantastici 4 e degli X-Men, nessuna traccia.
Dei Fantastici 4 ringraziando colui nell’alto dei cieli meglio, ma gli X-Men sono senza ombra di dubbio la sintesi migliore (in tutti gli scenari narrativi) che la Marvel ha proposto e propone.
Fino al punto in cui ci si rende conto che ci sono dei personaggi vivi, e se uno di questi é Fenice/Jean Gray qualcosa ci si poteva fare.
Ed ecco quindi sbucare dalle retrovie un nuovo arruolamento, e quindi una nuova distinzione tra buoni “rifondazione Fenice” e cattivi “rifondazione Mystica” che ha sì di scontato, ma forse no, ha di fumettoso, bello e dopo un bel po’ fortemente coinvolgente.
E sì perché se non ce ne frega un cazzo se Peter Parker non cresce mai (e si accoglierà il “muoricazzometteteciunispanicoamericano”) e i Vendicatori sì boh, mah, che fossero burattini lo sapevamo già, nella Marvel ci voleva, anarchia, locura e un “maccheccazzisimo”; e questo Bendis su tutti l’ha capito.
E lo ringraziamo.
Ora io vi presterei anche tutti i numeri dal 2001 ad oggi, ma pesano e me li rovinereste, ma siamo al numero 3 dei nuovi X-Men, insomma ce la potete fare, dai.

*il titolo mi sono vergognato appena ho salvato il post

Only three (simple) words come to mind.

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La prima settimana di gennaio è con alto tasso di probabilità il periodo peggiore dell’anno. La motivazione potrebbe risiedere nelle sole due parole ‘buoni propositi’, perchè volenti o nolenti quei dieci minuti minimo a testa in su a pensare ad ipotetici piani di riuscita e/o analisi degli anni precedenti arrivano per tutti, e quando ci si trova lì in mezzo non si riesce a fare una scelta. Per me l’ago della bilancia pende e ha sempre peso soprattutto verso la seconda opzione, cosa che si è fatta notare anche nelle scelte musicali da proto bimbominkia con le palle girate. Mi sono infatti ritrovato a partire con un cd dei Glassjaw per capodanno per arrivare in questi giorni a vecchie perle poserone come Silverstein, il primo degli Used e tanta roba che non ascoltavo da anni, fuorchè What It Is To Burn che torna ciclicamente almeno quelle due volte all’anno.

Domanda: chi me lo ha fatto fare un sabato notte – circa le 4 del mattino – di sedere sul marciapiede e fumare l’ultima sigaretta del pacchetto ascoltandomi, appunto, i Finch fino a non sentire più le mani? La motivazione risiede lì, in quella lista di buoni propositi, nei vizi e nel cd che girava in macchina durante il viaggio di ritorno: una compilation glam dimenticata dentro al cruscotto dall’autista, senza nessun nome scritto sopra, messa su per curiosità e rimasta poi fino davanti al cancello di casa mia, da dimenticare immediatamente. Mi sono ritrovato a testa in su, prima morto nell’umidità 0° e poi a letto, con l’ipod nelle orecchie a fare un salto indietro di anni rileggendo le mie vecchie biografie di Emotional Breakdown – nel caso qualcuno si fosse mai chiesto cosa stesse a significare ebd dopo il nome – e il tentativo di propormi piani a scadenza annuale. Quella dei Finch era pronta in qualche file di word, persa in format del pc fisso o magari infilata in qualche cd dati sparso per casa, mai pubblicata e vai a ricordarti il perchè.

Da wikipedia:

Finch was an American rock band from Temecula, California. The band released an EP Falling Into Place and two full-length albums, What It Is to Burn and Say Hello to Sunshine before declaring a hiatus in 2006. Finch reformed in 2007, playing a reunion show on November 23 at the Glasshouse in Pomona, California. They released a self-titled EP a year later, and were in the process of writing their third studio album when they disbanded in late 2010.

Non so se chiamarla casualità l’essere arrivato ai Finch il primo sabato di gennaio, direi piuttosto che è stato un percorso andato a braccetto con i miei pensieri di questi tempi, di cui appunto tutto il correre a ritroso e cercare involontariamente di rivedere volti che a fatica ricordo, così perchè i buoni propositi li conosco e ho avuto parecchio tempo da impegnare prima di prendere sonno.
Il concetto sembra un po’ lo scappare indietro indietro verso i rimorsi ma quel movimento involontario della materia grigia vuol semplicemente raggiungere un punto di rottura X con in mano ago e filo per rappezzare ricordi che in minima e minuscola parte non vuoi che scompaiano del tutto. Charlie Kaufman goes Drive-Thru senza l’intenzione del fare, giusto un viaggio nel tempo indietro fino a un sacco di anni fa. Tipo una corsetta sul posto con anni di scatoloni – quegli scatoloni – in mano da portare in un posto distante che collego a What It Is To Burn, senza se e ma ancora il grande discone dei Finch che non mi abbandona mai, magari arrugginito negli inserti elettronici – che sarebbero comunque potuti essere molto peggiori se non ci fosse stato in cabina di regia Mark Trombino – ma molto migliore del novanta percento di tutti i gruppi frangia-urlo-breakdown che girano ora. Disco di cui sono consapevole faccia ridere parlarne ora ma che porta con sè anni di ricordi che adesso pesano pochi grammi.

I Finch non erano altro che una ex cover band dei Deftones con un cantante che si muoveva come una scimmia e cantava insomma vabbè, un bassista che sembrava sotto metanfetamine e il batterista peggio cagacazzo della storia: l’uomo che ha sdoganato il doppio pedale in tutto lo ‘screamopop’ o come veniva definito in quegli anni ma che ha pure partorito una delle cose più soddisfacenti e facili da suonare in cuffia, ossia quel parapara tum tum para tum tum tum del break di What It Is To Burn.

Però ecco, quanto era un disco della madonna immacolata? Quando salivano le urla di Daryl Palumbo veniva davvero da correre e spaccare la faccia a qualcuno, altro che corsetta sul posto. Da aggiungere anche quel With my hands around your neck who will stop me now? di Three Simple Words che aggiungeva valore alla cose e strozzava quel grido di vendetta mai riuscita.

L’ipotetico viaggio nel tempo è finito con una notte quasi in bianco, salvata in corner da quattro ore scarse di sonno ma un atterraggio morbido sul materasso, senza rimanere bloccato dai ricordi – che sono stati per la maggiore insipidi – e trasformare la voglia di salvare due momenti in croce in intenzione vera e propria di tornare indietro e rimanere. C’è chi si ammazza pur di restarci.

Il 25 marzo What It Is To Burn compie dieci anni, io due conti di tutto il tempo passato me li sono fatti, non per niente ho tirato su sto pippone tutto disconnesso che non ha il minimo senso se non quello di dire che la colonna sonora è stata quel disco lì, e il risultato che è uscito sulla calcolatrice non mi è piaciuto per un cazzo di niente.

At the Drive-in & Refused: rather be dead. E invece…

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At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.

Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.

Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”

In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.

In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…

In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.

Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì,  “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:

We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us

Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.

Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.

Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.

Il mio tweet preferito sull'argomento.

Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.

* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.

Veni Video Vici

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Rihanna – You the one

Ve l’ho detto che da due settimane sento solo Talk That Talk di Rihanna? No? Non ve ne frega una mazza? Ecco ora avete una notizia inutile in più nella vostra vita perché io ormai ve l’ho detta e ormai voi la sapete. Insomma. Ecco.
You The One è la traccia che apre il disco ed è la cosiddetta ballata downtempo, cioè è capire come Rihanna riesca a combinare un testo così (dolce nanana, emozionale nananayey) con mosse alla Selen e mani “in caciara” per 4/5 del video, però il pezzo è un pezzone

Il Teatro degli Orrori – Io cerco te

Che è la classica canzone de Il teatro. La notizia bella è che Ragno Favero sembra sia tornato col gruppo, certo sapere che sul disco ci sarà un featuring di Caparezza non mi fa capire molto la direzione, ma siamo buoni tranquilli e aspettiamo.
Il video è una cacatona che andava fuori moda verso la fine anni 90, tutti che cantano faccia alla telecamera, tutti che scapocciano. Almeno i Linea 77 ci avevano messo The Niro a farlo, che faceva ridere.
Ah, ha creato un po’ di subbuglio la frase “Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più” che fa molto Calderoli, ma parlarne sarebbe dare soddisfazione a Capovilla e chi se ne fotte (citandolo).
Detto ciò vediamo se la faranno a Roma, dal vivo, vediamo che succede, sarà tutto per il lol.

Arcade Fire – Sprawl 2

Qui stavamo pubblicando le classfiche sennò ne avremmo parlato per bene. Il video ha un po’ quell’aria da Suburbs Jonzeiana che secondo me a questo punto guiderà tutto il marketing del disco di due (2!!) anni fa. Detto questo c’è chi ama e c’è chi odia Regìne, io personalmente le voglio un bene del mondo anche se un eventuale disco solista mi spaventa un po’. Se non l’avete fatto c’è anche la versione interattiva del video, tipo che se ballate davanti alla cam lei fa le stesse mosse. Ma io non lo so perché non ho la cam.

Carnage; o, Il polpettone

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Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.

Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.

Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.

All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque  a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.

Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.

Slightly Off

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Un buongiorno a me e un buongiorno a voi.

Quando Giorgio mi ha chiesto di entrare a far parte del novero di autori di JunkiePop ho fatto un controllo di sicurezza: mi sono andata a leggere la lista del meglio della tv dell’anno secondo The AV Club. Non sarà l’elenco definitivo, ma è molto rappresentativo di quello che succede sul piccolo schermo che interessa a noi (noi come generazione di tardoni digitali, noi come giovani ed ex giovani pressoché bilingue, noi che difficilmente guardiamo la programmazione di Italia1… noi, insomma).
Il risultato è piuttosto sconsolante: delle serie elencate o non ho mai visto niente, o ho interrotto la visione dopo un po’.

I motivi per queste mancanze sono dei più vari (quel giorno mancava la luce; colpita da amnesia, pensava fosse il 1518; il gomito mi fa contatto col piede, eccetera), ma credo che importino complessivamente poco quando invece mi sento di poter ben rappresentare il pensiero di chi mi ha letto fin qui, e che dovrebbe essere all’incirca:

ma se non guarda quelle serie, allora cosa guarda?

La risposta è: altro.
E questo è il contributino piccino picciò che vorrei portare a JunkiePop finché non mi cacciano via a pedate e/o smettono di rispondermi al citofono: serie belle ma cancellate? Célo. Network sfigati che a malapena registrano un bip sulle montagne russe dello share? You got it. Scivoloni, figuracce, momenti altissimi dei quali non s’è accorto nessuno? Yesssuìchen. Col vostro permesso, s’intende.

Per esempio.

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Il più grande spettacolo dopo la gang bang

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Io non ho mai visto niente (NIENTE) in vita mia come Black Mirror prima di tre sere fa.

Cos’é Black Mirror? Nulla che riguardi gli Arcade Fire, bensì una miniserie di 3 episodi, 45 minuti l’una proveniente direttamente dal paese padre (o madre) di tutte le serie tv che ti fanno cascare dal divano, l’Inghilterra, nello specifico Channel 4.
Facciamo così perché solo a provare a spiegarlo mi esce il sangue dal naso, vado di sinossi della prima puntata.
Viene rapita la principessa d’Inghilterra (chiaramente ispirata a Kate Middleton), la richiesta per il riscatto é una che entro le 16 il primo ministro, in diretta nazionale, senza trucchi e senza inganni si scopi un maiale.
E credo che qui io vinca tutto per quello che riguardi le chiavi di ricerca: ciao maniaco, sì sto parlando di scoparsi un maiale.
Detto ció, fate i vostri conti, con il nichilismo, il cinismo che riempie i media (e i new media ovviamente) di oggi, Black Mirror (il cui unico trait d’union nelle 3 puntate é la divisione in  atti come un’opera teatrale e il fatto di essere autoconclusive, ognuna una storia a sè) é una serie che ha il suo punto di vista nell’alienazione dei mezzi d’informazione, i format disturbati e disturbanti sociologicamente come i reality e la commistione sanguinolenta e assoluta con la vita di tutti i giorni, il consumismo, l’emulazione, la manipolazione di massa.
Capite da voi che entriamo in un panegirico intellettuale imbarazzante dove la sintesi ultima è che tutto sia una merda, noi siamo merde, questo mondo è una merda ed è guasto e sicuramente non c’è mai, MAI, il lieto fine. Giratela come volete ma è così, ma non ci sono speranze. Fondato su uno stile che richiama a tratti il nichilismo assoluto di Haneke e Von Trier e a tratti la visionarietà di Park Chan Wook e Michel Gondry Black Mirror è un Twilight Zone ma in acido, acidissimo e virato fortemente sulle debolezze e l’edonismo del 21esimo secolo, é da considerarsi la “cosa” televisiva di fine 2011, troppo fuori dagli schemi, troppo artistico e assoluto per essere paragonato a qualsiasi altra cosa voi abbiate visto, e non intendo negli ultimi sei mesi.

Una roba enorme.

La differenza tra qui e il resto

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Iniziamo così, con quella che per molti può essere giudicata una mossa azzardata, impopolare, ridicola.
Per molti, per me e per molti di qua dentro no, ce ne sbattiamo.
Fate una statistica, se avete un account twitter guardate quanti followers perdete se nominate Tiziano Ferro. Fate e capirete meglio quello che intendo.
Fatto sta che a me Tiziano Ferro piace, e in maniera smodata anche. All’inizio lo sopportavo poco, Rosso Relativo, la quasi cover di R Kelly (chiamiamolo quasi plagio, volontario o meno), in più stavo con una ragazza che si chiama Paola, ed era diventato un refrain al tempo che scatenava le maledizioni. Tipo non si iniziava un discorso che non usciva fuori Paaaaolaaaa ooohh Paooolaaaaa.
Da lì Tiziano Ferro per me è cambiato, e come per tutti credo sia cambiato con Sere Nere e con Non me lo so spiegare, era ancora un cantautorato in linea con la classifica italiana, pronto all’uso, ma almeno con melodie quasi internazionali, incastri di parole che avevano poco a che fare con la scrittura dei testi in italiano e poi veniva da Latina, e aveva (ha) come mito il fratello più piccolo. Uno differente insomma, non uno di quelli che dice di essere meglio dei Beatles, per dirne due a caso.
Uno che stava al posto suo, non inondava i social network (che ancora non erano così presenti, ma anche ora che lo sono non lo fa, non li inonda, non li usa proprio, che è una mossa di marketing suicida ma che è in linea col personaggio).
Poi le chiacchiere da sottobosco sulla sua vita sentimentale, sulla sua sessualità, per inciso becere, l’unica cosa per cui noti indie blogger nominavano Tiziano Ferro, perché si sa, mai dire che mi piace, prenderlo per il culo perché è gay AH! sai le risate.
A me non faceva ridere, non ha mai fatto ridere, ho sempre pensato che la sessualità è una roba di una persona che non va sindacata, mai (o perlomeno non adrebbe giudicata).
Poi l’outing, con un libro, che per un momento ho avuto il terrore monopolizzasse tutto il discorso “Tiziano Ferro” da lì (un anno e qualcosa fa) a venire.
Essere una pop-star e dichiarare la propria sessualità all’apice della carriera è una cosa non semplice, anche qui quasi suicida eppure eccolo lì, ancora Tiziano Ferro che stupisce.
Nel frattempo altri 3 dischi, con canzoni splendide, ballate per lo più (e per me lo fa perché dal vivo è quello il suo impatto, quello sa fare, quello fa, e non scassa i coglioni come Bublè) tutte capaci di far venire i brividi già solo a leggere il titolo. Sentirle poi a tratti era passare dal balsamo alle unghie nella carne ma è quello che conta, l’impatto, la voglia di emozionare.
E anche qui i testi incastrati, i giochi di parole, il dire in maniera totalmente diversa quello che molti provano a dire, e quasi nessuno ci riesce, con quella intensità.
Sai che in ogni disco di Ferro, a un certo punto, ce ne sono almeno sei di canzoni così, ed è quello che aspetti, compreso l’ultimo L’amore è una cosa semplice, un titolo bellissimo, un disco orientato (mi sento di dire) al fare un passo più in là (io per inciso avrei escluso il pezzo samba bossanova e il brano da quasi crooner, perché sviano un po’ il discorso) al suono internazionale, Coldplay e U2, per dirne uno.
Chitarre e cassa a quarti, quasi dritta. Non un cambiamento radicale se sotto rimane sempre il concetto di emozione, sempre tantissima e il senso di arrivare dritti, arrivare prima e colpire forte e al petto.
A tratti riuscitissimo (l’inizio è una bomba) a tratti no (ma nei dischi internazionali ci sono i cosiddetti filler, e questo conferma la mia teoria), è un disco che non ti delude, ti fa tornare indietro per risentire le frasi, se erano belle e importanti per come le avevi capite, ti fa incastrare sulle tracce. Ti fa tornare sedicenne.
JunkiePop quest’anno comincia così, nella maniera forse più impopolare per molti. Dicendovi che Tiziano Ferro, oggi come oggi, in Italia, in quello sport lì non ha neanche un rivale che possa arrivare in seconda posizione. Tiziano Ferro è quello che ad uno che sente accacì, punk, hip hop e post rock ha sventrato il cuore, e da subito.
Uno di quelli a cui non bevendo offrirei, se beve una birra, anche a distanza, anche se non sarà mai, solo per dirgli grazie.

Un regalo da parte di tutta Junkiepop

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Come da titolo noi di Junkiepop vi facciamo un regalo. Perchè ci leggete. Perchè commentate. Perchè vi lamentate, ma vi vogliamo comunque bene (magari a qualcuno un po’ di meno e ad altri un po’ di più). Per cui mettiamo da parte di rancori e apriamo tutti assieme il bottone dei jeans sotto il tavolo del pranzo del primo dell’anno ascoltando questa selezione di canzoni del 2011, che magari conoscete o magari no. Ne abbiamo scelte due ciascuno.

Tanti auguri, buttatevi dai camini e a vostro discapito troverete carbone o un grandissimo panettone sopra cui atterrare. Uno sguardo alle spalle per cercare la coda di paglia e uno all’alloro per darvi i bacini. Noi intanto vi mandiamo un abbraccio virtuale e vi auguriamo un buon capodanno e un buon duemilaedodici.

Tutta Junkiepop.

LATO A

Ghiboebd. Andriano In The Emergency Room – It’s Gonna Rain All Day

Quando Giorgio mi ha chiesto di scegliere due canzoni che avessi amato particolarmente durante l’anno mi sono trovato in difficoltà a scegliere qualcosa che non fosse già nella mia top 10. Ripensandoci attentamente mi sono ritrovato più ad immaginare momenti di questo 2011 piuttosto che a canzoni in sè, quindi con molta semplicità ho capito quali fossero le didascalie che dovessero accompagnare quelle fotografie. La prima è It’s Gonna Rain All Day dal disco di Dan Andriano degli Alkaline Trio, forse una delle mie voci preferite di sempre. Disco uscito in estate – ma per nulla estivo – che con tutta la spensieratezza della stagione calda mi ascoltavo sdraiato sulla spiaggia mentre leggevo Le Avventure Di Kavalier E Clay, con i bambini tedeschi sandalo+calzino che correvano verso la riva e il pacchetto di Chesterfield pieno sul telo da mare. Lo alternavo sempre con il best of di Crosby stills Nash and Young e il disco di Ben Gibbard e Jay Farrar quasi tutti i pomeriggi, o almeno per parecchio tempo è rimasto lì nelle cuffie. Ogni tanto veniva con me un mio amico, lui si ascoltava Hendrix, rileggeva libri di giurisprudenza che aveva già studiato e aveva appena smesso di fumare, però quando mi alzavo per accendermi una sigaretta si fermava sempre anche lui e partiva con una battuta su qualche vecchia arenata sotto un ombrellone. Purtroppo una sera ha chiesto ‘oh ma chi è sta Katy Perry?’ e lì mi è un po’ caduto ma lui vive a cavallo fra i ’60 e i ’70 e sta le ore ad ascoltarsi Frank Zappa.

Byron. Bon Iver – Holocene
In tutto quest’anno non ho sentito una frase più sincera e terribilmente vera di “at once I knew I was not magnificent” – è stata per me un’epifania, un momento di rivelazione di una verità profondissima. La canzone è triste – una serie di fotografie di infanzie passate ingiallite dal tempo (non da instagram), i filmini di famiglia del periodo dell’anno tra Halloween e Natale, girati in super8 nei primi anni ’80. Ma quel momento non è una fine, piuttosto un inizio. Prendere coscienza di non essere magnifici significa sapere che la perfezione non esiste, liberarsi del peso enorme di aspettative massacranti. Ecco, io nel 2011 ho imparato questo, e sono tanto felice. (E poi Bon Iver a Hammersmith è indubbiamente stato il concerto dell’anno – e non solo per il fighissimo merchandising, chiedi a Cidindon.)

Pistalkufi. The Soft Moon – Alive

I Soft Moon sono una band capitanata da Luis Vasquez in quel di San Francisco. Post-punk gelidissimo e synth-etizzato. Una delle espressioni più riuscite della rivalutazione primi anni 80. Dopo l’omonimo esordio dello scorso anno tornano con Total Decay, un EP su Captured Tracks che ribadisce la freschezza e la profondità del progetto.”

Unavoceacaso. Jens Lekman – Run Away With Me

Jens Lekman (per non parlare del suo tour buddy) incarna pienamente il concetto di pucciness di cui ogni compilation natalizia deve essere pregna. La stupidinità però non è cosa di Jens, che pure in una canzone di natale (in free download qui) riesce a tirar fuori un testo elegantissimo e fare l’uso più fico che si sia mai sentito dei campanelli-della-slitta, di cui sinceramente c’eravamo un po’ rotti il cazzo. In other news: quello di Jens & Ciccio uno dei concerti dell’anno.

Tob Waylan. Veronica Falls – Wedding Day

I Veronica Falls sono un gruppetto che ha fatto un dischetto pieno di canzoncine semplici semplici che suonano come cose ripescate tra i 45 giri di papà. Wedding Day è dritta veloce e orecchiabile è la mia preferita e canta fino alla nausea you don’t love her like you love me.

Alebuagain. J Mascis – Is It Done

In questi ultimi anni saranno usciti 4.000 dischi del “cantante del gruppo X”. La maggior parte dei quali è una palla che metà ne basta. Questo però è diverso. Non è il disco del cantante dei Dinosaur Jr. E’ il disco di J Mascis. Ed è una bomba. In particolare questo pezzo, uno di quelli per cui togli la polvere al tasto repeat dell’autoradio. Tantissimo disagio, tantissimo talento. E vederglielo suonare dal vivo, seduto al buio, con il leggio davanti, è uno spettacolo.

Junkiepop. James Blake – Measurements

è la chiusura del disco di Blake, minimale, piccola un quasi gospel fatto di bassi che ti entrano dentro e ti spaccano in due
e le voci che si incrociano e fanno un tappeto. Si invertono quasi le parti.
Quando uno scrive cose grosse scrive cose così

LATO B
Ghiboebd. The Lonely Forest – Be Everything

Prima l’estate e adesso la primavera. Maggio inoltrato su un treno da 50 minuti che si ferma in tutte le stazioni. Un sms del coinquilino che chiede cosa volessi per cena perchè ci sarebbero stati ospiti le nostre due amiche solite che venivano tutte le settimane a cena da noi. Il treno continuava ad andare e a fermarsi in tutte le stazioni con il sole alto fuori dal finestrino e una donna di colore che come al solito aveva preso il vagone per una cabina telefonica insonorizzata. Il disco intero dei Lonely Forest forse l’ho ascoltato una volta sola o due, mandavo in repeat questa canzone per un sacco di volte di fila fino alla stazione di Ferrara stravaccato alla meno peggio sullo scomodo seggiolino Trenitalia. Non so nulla di chi siano questi Lonely Forest, mi sa che l’avevo scaricato perchè c’è lo zampino di Mogis di mezzo o qualcosa inerente a quel giro lì. Il testo fa pensare che ci sia del cattolicesimo di mezzo ma la melodia e quel crescere di voci è una cosa da pelle d’oca.
Di gennaio ricordo poco, era appena uscito il leak del nuovo dei Get Up Kids, dei mesi dopo qualcosa e quest’autunno è stato più da recuperoni e fisse momentanee. Per me il 2011 è stato solo primavera ed estate, qualcosa prima e dopo, ma il nucleo sta lì nella stagione dei fiori e in quella del mare. Mare a cui arrivavo in bici o spostandomi di poco in macchina.

Byron. Patrick Wolf – Armistice

Patrick Wolf potrebbe essere il figlio di Rufus Wainwright, Neil Gaiman, e un personaggio a caso di Labyrinth, ovvero tre motivi per cui io normalmente ne starei più alla larga possibile (e scusatemi, davvero, ci ho provato a leggere Neil Gaiman ma proprio non fa per me). E invece dopo un ascolto a casa di un amico verso la fine dell’estate, e un’opera di conversione molto efficace da parte di PopTopoi, è diventato amore. Dovete sapere che l’estate 2011 a Londra è cominciata verso la fine di Agosto, ma tipo che a ottobre c’erano 30°C e gli inglesi in canottiera. Insomma, io da lì in poi ho sentito quasi solo le cose più pop di Patrick Wolf, quelle estive e leggere (tipo The City e Bermondsey Street). Adesso che è arrivato l’inverno vado in letargo con Armistice a farmi da favola della buonanotte, sperando che i lupi e le volpi non mi mangino.

Pistalkufi. Naked On The Vague – Clock Of 12′s

Attivi da 5 anni, gli australiani Naked On The Vague approdano su Sacred Bones nel 2009 ed incidono Twelve Dark Noons, un EP che accompagna il cortometraggio che porta lo stesso nome, atmosfere psichedeliche scure in salsa lo-fi

Unavoceacaso. Los Campesinos! – Kindle a Flame in Her Heart

Piuttosto recentemente ho scoperto che una delle piccole band che amo ha pubblicato l’anno scorso aggratis una canzone di natale molto carina. Approfitto per dire due cose due sui Los Campesinos!. Purtroppo il discorso che portavano avanti benissimo nel primo disco, quello del tweecore, negli anni se n’è andato un po’ a puttane rendendomeli meno interessanti, ma restano una cosa-del-cuore: non ce la faccio ad odiarli e continuo a supportarli a prescindere. Detto questo, Gareth continua a scrivere dei testi della madonnissima e se qualcuno li portasse in Italia sarei comunque in prima fila con gli occhi a forma di <3 come una fangirl dei Kooks.

Tob Waylan. Gazebo Penguins – 300 Lire

I Gazebi hanno fatto ‘sto disco che dura 23 minuti ed è facile quindi riascoltarlo riascoltarlo riascoltarlo finchè non ti si pianta nel petto come un’accetta nel legno. Alla fine di 300 Lire dicono che non mi hai mai visto in un film con i tuoi eroi, il verso dell’anno per me.

Alebuagain. The Peawees – Don’t knock at my door

Il nuovo Peawees lo aspettavo da 4 anni. E non mi capita spesso. Però i Peawees mi sono sempre piaciuti un sacco. E quando finalmente è uscito, me lo sono andato a comprare. Anche questo non mi capita spesso, visto che ormai i dischi li compro quasi solo ai concerti (in realtà anche questo l’ho comprato a un concerto. Ma non loro. Quindi vale). E quando l’ho ascoltato ho detto che è bello, molto meno punkrock di quanto mi aspettassi, ma proprio bello. E le chitarre di ‘sto pezzo mi sono entrate in testa subito.

Junkiepop. Ryan Adams – Do I wait

Pensarne una sola di Ashes and Fire è impossibile, questa per mille motivi è il loop dell’anno per come la canta, per quello che dice, per come lo dice. Per tutto

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I libri del 2011

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Pensavamo che una delle cose migliori da fare per chiudere il 2011 fosse una lista di libri, senza graduatoria, semplicemente io, Emiliano e Irene abbiamo messo su il nostro contributo dei libro del 2011 che ci sono piaciuti di più. In calce a ogni post c’è la firma del colpevole della scelta.

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (A Visit From The Goon Squad)

Questo è un libro che va letto prima che diventi – come annunciato – una serie TV della HBO. I capitoli sono vari racconti collegati ma indipendenti, che puoi leggere in fila come sono presentati o no (ma se li leggi in fila è meglio). Sono storie di americani di fine secolo, di New York dopo l’11 Settembre e prima di qualcos’altro ancora non ben definito, forse la fine del mondo, forse solo un silenzio enorme. Goon Squad è un libro che parla di rock e linguaggio, di silenzi e paranoie, di cleptomania e catalogazione compulsiva, di attimi e forme. Ora che provo a parlarne mi rendo conto che è un libro davvero difficile da descrivere, ma in pratica è la cosa più vicina a un concept album che mi sia mai capitato di leggere; è un libro che se lo leggi ad alta voce è musica. C’è un verso di T.S.Eliot famoso e sdrucito dalle citazioni che dice ‘ho misurato la mia vita in cucchiaini di caffè’; io misuro la mia vita in canzoni: hai presente come la musica diventa un modo particolare di occupare il tempo, di rendersi conto di come e quanto passa, di organizzarsi la vita? Ecco, il tempo è un bastardo così, è un libro con le madeleine di Proust e le citazioni dei Sopranos, col rock’n'roll e il punk, con gli anni ’70 e il futuro che ci aspetta tutti, un po’ più vecchi, un po’ più tristi, un po’ più pieni di ricordi, un po’ più capaci di comprendere il silenzio nella musica.

(Byron)

Compra | Articolo di Matteo Colombo

The Art of Fielding di Chad Harbach (uscirà in Italia col titolo L’arte di vivere in difesa, Rizzoli nel mese di marzo 2012)

La prima cosa da dire è che The Art of Fielding ha tutta l’aria di essere un romanzo di baseball. La seconda è che però The Art of Fielding parla di baseball come Moby Dick parla di balene, o come The Social Network parla di Facebook – né più, né meno. Ovvero: con la scusa, parla di tutt’altro. Il baseball qui è un concetto che potrebbe essere una qualsiasi altra cosa che si fa tra i pomeriggi di scuola e l’università, quando si cerca di capire quale attività è quella che in sostanza ci definisce – c’è chi suona, chi va al cinema, chi fa sport, chi scrive. (Un certo cialtrone che ha scritto che nel romanzo “il baseball di provincia è metafora della vita” si è limitato a ricopiare la frase da un press release preparato da uno che di sicuro non ha mai visto una partita di baseball in vita sua, e che non ha capito che tutta la letteratura è metafa d’avita.) La terza cosa, che è la più importante, è che The Art of Fielding parla del fatto che spesso crescere significa dover accettare il fallimento, e di come avere tanto talento a volte possa essere un ostacolo enorme al successo. La quarta cosa è che i personaggi di questo libro diventeranno amici, compagni di studi, di allenamenti quotidiani e di sbronze nel mezzo della notte, sia che ti interessi il baseball che no. La quinta cosa è che spero che un mio futuro figlio diventerà un catcher coi fiocchi, perché mentre il pitcher è quello che conosce la solitudine, e l’hitter quello che corre per la gloria, è il catcher lo stoico che capisce Marco Aurelio, quello che fa il gioco, quello che sa che l’arte di vivere in difesa fa male alle ginocchia.

(Byron)

Compra

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

La bellezza nel libro della Bender sta tutta nell’essere piccolo, minimale e farti vedere senza rendertene conto un caleidoscopio di generi e iter narrativi che fanno spavento (dal dramma al famigliare, al fanta horror, al visionario) con una delicatezza che richiama il gusto (toh) dello scrivere e della lettura.
Lei è una che del lettore ha capito tutto, ma veramente tutto, sa portarlo a spasso per mano quando gioca sulla disfunzionalità alla base del romanzo (una ragazzina che “sente i sapori” in funzione dell’umore di chi li ha preparati) e lo trasporta con delicatezza dalle parti del romanzo di formazione prima, di semi-pastorale americana dopo e infine, come dicevo sopra chiuso con un gusto quasi Cronenberghiano.
Libri così non è che siano rari, non ce ne sono proprio

(GiorgioP)

Compra 

Impossible Man di Michael Muhammad Knight

Tante, tantissime volte ho letto su prime o quarte di copertina richiami al giovane Holden, questo è l’unico (di quelli almeno letti da me) che un senso a quel richiamo glielo dà (anche se il richiamo, in questo caso è per il suo romanzo d’esordio e non questo). L’autobiografia dello scrittore di Islampunk prende le traiettorie disegnate  da un vero e proprio richiamo alla prima adolescenza, alla fascinazione per Guerre Stellari prima e il Wrestling fine anni 80, per poi avvicinarsi all’Islam grazie alla lettura dell’autobiografia (e qui sul fatto che quel libro possa cambiare la vita siamo tutti d’accordo, suppongo). Michael Knight trasmette l’idea di sentirsi un personaggio in cerca d’autore, di identità, religiosa e famigliare, viaggia, galleggia negli anni scolastici del liceo con la presenza del vero freak e risolve tutto trovando la propria strada e una possibile chiusura di tutti i conti aperti dal droghiere.

(GiorgioP)

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L’ultimo inverno di Paul Harding

Io amo le storie sui ritorni a casa, sulla ricerca della propria identità sul capire chi si è e oerché si è così. Il ritorno a casa, il rapporto padre e figlio e anche qui scusate mi ripeto è forse adatto il termine di pastorale. Harding, che è Pulitzer 2010, ha uno stile fatto di graffi e di sventure, di profonda depressione (nel senso di economia americana e spaccato storico) come il migliore McCarthy che a tratti sembra prestargli la mano a mettere virgole, creare sospensioni e fare uscire delle lacrime.
Un libro duro, ed enorme nell’allargarsi dentro i personaggi, nelle dinamiche, nei loro dubbi e nei loro sentimenti. Superbo e a tratti destabilizzante

(GiorgioP)

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Libertà di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen è uno di quelli che uno la mattina si dovrebbe alzare, buttare in ginocchio come i Musulmani e ringraziare il Dio dei cieli perchè quel giorno come mamma Adele per Springsteen ha deciso di scrivere o chi per lui.
Libertà è il suo libro forse più completo, il più disilluso e allo stesso tempo quello con forze più speranza. Perchè l’uomo è disadattato anche se non è malato, la famiglia è un coacervo di disadattati e la vita è una serie di situazioni disadattate.
Ecco cosa ha capito Franzen, siamo marci, tanto borghesi quanto marci
E la libertà è solo uno specchietto che pensiamo di tenere in mano ma potrebbe essere anche fatto di legno.

(GiorgioP)

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Omega lo sconosciuto (di Jonathan Lethem e Dalrymple Farel)

Lethem è sempre stato fan dei fumetti e di Philip Dick, nel momento in cui gli hanno chiesto di scrivere una graphic novel credo il dio del fumetto abbia ringraziato chi avesse avuto questa splendida idea.
Diviso in due parti e disegnato con uno stile asciutto e minimale, a tratti disturbante, Omega lo sconosciuto riprende il discorso del fumetto di Gerber (1976)  a cui aveva già tributato omaggio richiamandolo nel suo capolavoro La fortezza della solitudine. Storia di fantascienza virata superoistica o storia superoistica virata in fantascienza, fate un po’ voi, ha la sua forza nelle parole e nella costruzione dei colpi di scena (chiamiamoli così). Lethem è indubbiamente il personaggio più poliedrico del mondo letterario attuale e questa graphic novel è uno schiaffo in faccia a tutti i critici che gli dicono che per diventare il migliore dovrebbe abbandonare il suo legame coi fumetti.
E’ già il migliore, punto

(GiorgioP)

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Habibi di Craig Thompson

Craig Thompson è l’autore di Blankets, così c’è scritto sulla fascetta.
Io Blankets l’ho letto parecchi anni fa e devo dire di averlo apprezzato solo in parte: disegni meravigliosi, toni molto delicati, ma una trama non proprio esaltante. Di quelle che alla fine ti guardi in giro e ci rimani un po’ così. Se dovessi consigliare un suo libro, se dovessi regalarlo, mi butterei dritto su Carnet De Voyage.
Perché per Habibi tocca prepararsi: bisogna sentirsi disposti ad affondare in un’ossessione. Quella per l’Islam e la sua cultura. Bisogna essere concentrati per entrare (come nel 3D) davvero nei disegni – incredibili, lo giuro – e abbandonarsi alla storia. Al centro di tutto c’è ancora una vicenda intima: un rapporto d’amore che lotta contro i condizionamenti sociali e religiosi.
Ma c’è soprattutto una grande attenzione al racconto epico.
Per portarlo a compimento ci sono voluti almeno sette anni. Io l’ho letto in tre ore

(Colas)

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Open. La mia storia di Andrè Agassi

Baricco ha scritto su Repubblica che questa autobiografia è una bomba. Io non sono Baricco, ma qualche capello grigio comincio ad averlo.
La maestra diceva che quelli con i capelli grigi sono più saggi, io resto un pirla ma non avrei mai pensato di leggere l’autobiografia di un tennista (che poi non è tanto auto visto che l’ha scritta J.R. Moehringer, un Premio Pulitzer). E invece l’ho fatto e l’ho trovata perfetta
Il ritratto di un’anima scissa in due costantemente in lotta con le proprie inclinazioni naturali e le sue passioni reali. Agassi odia il tennis, ma sa solo giocare a tennis.
Passa per ribelle, per un punk, ma si chiude in casa ad ascoltare Oh Mandy pensando al modo di rinforzare il toupée che spaccia per capigliature.
Esce con le modelle, ma s’innamora delle tenniste nasone.
Ha un pessimo rapporto con il padre, ma non riesce ad odiarlo. Si mette in discussione di continua e non dà mai l’impressione di volere salire su un piedi stallo.
“Open” è il libro di un uomo normale. Non quello di un poster appeso in camera.

(Colas)

See a little light di Bob Mould & Michael Azerrad

Non è un’autobiografia. È la bibbia.
Giuro.
Mould è un uomo difficile: infanzia violenta, adolescenza punk, maturità hardcore e mezz’età da idolo della comunità bear americana. Oltre che di tutte le persone sane di mente presenti su questo pianeta. Dentro questo libro c’è tutto il suo cammino umano e artistico.
Scritto con Michael Azerrad – Our Band Could Be Your Life – stupisce per la lucida freddezza con cui Mould riesce a mettere in fila il suo vissuto.
Non ci sono rimpianti e neanche spazio per il romanticismo: Mould non vuole risultare simpatico, non è il suo scopo primario, preferisce piuttosto smitizzare la sua figura mettendo al centro di tutto il suo percorso pieno di inciampi, cadute e risalite.
Si prende il lusso di dare – di nuovo – il colpo letale agli Husker Du, magnifica il periodo con gli Sugar, quello da autore di storyline del Wrestling (il lavoro più bello del mondo) e la sua rinnovata consapevolezza.
Non sarà mai tradotto in italiano, quindi compratelo in inglese. Se proprio non riuscite a leggerlo almeno potreste ritrovarvi con un soprammobile di qualità

(Colas)

Retromania di Simon Reynolds

Si può essere d’accordo o meno, non è quello il punto: Simon Reynolds con Retromania cerca di analizzare il presente concentrandosi sul ruolo predominate che il passato – la nostalgia del passato – ha nella cultura pop odierna. Sulla carta sarebbe un libro musicale, ma lo stesso discorso è facilmente affrontabile anche da altre prospettive.
Che cos’è “Super 8″ se non un piccolo saggio di “retromania cinematografica”?
Reynolds usa il suo vissuto personale per provare a sviluppare una teoria, non centra sempre il punto, ma non è importante.
La sensazione di vivere continuamente lo stesso tempo, e di viverlo ripetutamente, c’è ed è innegabile.
Non fornisce risposte, si limita a fare il punto della situazione e dà la stura a un possibile milione di discorsi collegati.
Comunque io una volta sono stato a un dj set di Simon Reynolds: metteva solo cose di quaranta o venti anni fa

(Colas)

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