Veltroniano.
E’ la prima parola che mi è venuta uscendo dalla sala dopo avere visto The boat that rocked (qui I love Radio Rock). Veltroniano perchè da anziano quale sono ricordo quando l’ex segretario del PD scriveva sul Venerdì di Repubblica e parlava del miglior film del giorno.
Una volta arrivò a dire che in “al bar dello sport” c’era la più grande interpretazione di Jerry Calà, ma non perchè era muto, come pensavamo tutti, ma perchè aveva una sua poesia.
I love Radio Rock è un film carino, ingenuotto, retorico, che gioca su quei quattro cinque luoghi comuni e non del rock a cui però viene naturale volere bene e per una serie valida di motivi.
Vuoi l’Inghilterra dei fine settanta, vuoi perchè ci sono Nick Frost e Philip Seymour Hoffman che con la loro straripante fisicità l’uno e l’essere a tutti gli effetti un personaggio autenticamente “rock” il secondo, che reggono il film quasi da soli, vuoi per Rhys Ifans che un po’ Gallagher, un po’ Bowie diventa immagine simulacro del rock nella sua scompostezza, vuoi per Bill Nighy che mettete Valido ricorderà come il padre dei vampiri in Underworld che raccorda un po’ tutta la scena quando sembra si battano tempi morti, vuoi per una colonna sonora che è come ci si aspetta perfetta anche nella sua retorica ma che fa iniziare il film con i Kinks, vuoi per tutto questo e non tantissimo altro.
I love Radio Rock è un film che per chi fa radio da 11 (dio mio) anni e ha cominciato su una radio chiamata appunto Radio Rock, vuol dire tanto, vuol dire riscoprire uno per uno tutti i motivi per cui si è iniziato a mettere i dischi e a parlare davanti a un microfono a dire parolacce, fare discorsi poco lucidi ma soprattutto arrivare al momento in cui si spinge play sul lettore o si mette la puntina sul vinile.
Basta vedere i precedenti di Curtis (il regista) per capire che non stiamo parlando di un genio ma di una persona che ha misura, un suo stile, un esteta, a suo modo del mood inglese, mai poco saturo di colori, mai troppo.
Ha tutto insomma, I love Radio Rock per essere maltrattato e per essere liquidato come la chimera di qualcosa che poteva essere nettamente meglio. Ha tutto per essere lapidato (su tutte una Father and son da girare con l’accetta in mano e cercare il responsabile dell’idea del cazzo, ma anche i reiterati frammenti musical ogni volta che partiva un anthem, così come il product placing di Duffy che è davvero incomprensibile). Ha buchi grossi così e personaggi che lasciano molto a desiderare affiancati a personaggi enormi (e per questo vedi sopra) come la Marianne (e indovinate un po’ che canzone parte nel momento in cui dà il due di picche al giovane Jonny Greenwood della situazione? che fantasia hanno avuto secondo voi?) interpretata da un’evanescente ma bellissima Talulah Riley o un Kenneth Branagh non dico sottotono ma fondamentalmente “giallo” (Kenneth perdio rimettiti in sesto) e ombra di sè stesso.
E’ pieno di difetti, dicevo ma è un film con un cuore grande così, che riesce nel punto vero “far capire che cosa voglia dire mettersi davanti a un microfono e parlare fino a che fa male la gola” e suonarci sopra i dischi con cui si è cresciuti, pianto e gioito.
I love Radio Rock in questo smette di essere un film imperfetto e quasi come il rock diventa un vero e proprio manifesto. Imperfetto ma con un cuore grande così

Quelli dell’altro giorno sono i 5 che vi avrebbe detto chiunque, credo e che ad oggi sono sulle pagine di tutti i portali al centro di trattative (tranne Bibby)
Questi qui sono quelli “un po’ meno”, non dico sfigati ma giocatori che sarebbero importanti da prendere.

1. Andre Miller – PG (playoff PPG 21,2 RPG 6,30 APG 5,3)
Con il gioco molto D’Antoniano di Di Leo ha trovato la sua vera dimensione, è una delle PG più sottovalutate in circolazione e di estrema intelligenza cestistica. Davvero. Ha il difetto di non essere appariscente ma di puntare alla concretezza, perde pochi palloni, sa far girare una squadra e lo vedo perfetto in una squadra con un bisogno di veterani nella testa, soprattutto.
Diciamo Portland sarebbe la situazione ideale, o la rifirma con Philadelphia.
Si prende con un contratto tra i 10 e i 12

2. Chris Andersen – PF (playoff PPG 6.5 RPG 6.30 APG 0.6)
Tornato dopo due anni di squalifica (cocaina) il danese è uno dei giocatori a cui si porta più simpatia della lega. Duro e di impatto su tutti e due gli estremi del campo è un giocatore d’energia, di complemento che completerebbe una batteria di lunghi da diciamo titolo. Diciamo il Kurt Rambis del nuovo millennio, magari un po’ più spettacolare.
Come riserva di PF di squadre da titolo avrebbe il suo ruolo ideale.
Si prende con l’eccezione salariale.
Update: rimane a Denver a 5 milioni l’anno per 5 anni (e siamo contenti)

3. Ronald “Flip” Murray – SG (playoff PPG 11,8 RPG 2,70 APG 2,5)
Altro giocatore che vai a capire perchè ma nessuno mai riesce a trattenere, per volontà intendo. Mettete anche che quei numeri lì li ha messi partendo dietro a Joe Johnson, uno che ne mette venti a partita, insomma giocatore che dalla panchina ha un rendimento sicuro e affidabile. Buono anche per contender al titolo visto che ha giocato tra le altre anche a Detroit.
Se qualcuno è intelligente ne farebbe quasi il sesto uomo dell’anno.
Si prende con un contratto tra i 5 e i 7

4. Anderson Varejao – PF (playoff PPG 6,9 RPG 6,40 APG 0,6)
Le cifre dicono poco per un giocatore che fa dell’agonismo, della cattiveria e di tutte quelle cose che non possono leggersi con i numeri come tutti sul parquet, trash talk e irritazione dell’avversario. Giocatore che è fondamentale per le fortune dei Cavs e che se non sono idioti lo tratterranno, ma che farebbe comodo a squadre che hanno bisogno di aggiungere quel pizzico di rabbia per arrivare al risultato finale. Sono poche però, e lui vuole tanto.
Si prende con un contratto tra i dieci e i dodici
Update: rimane ai Cavs 50 milioni per sei anni

5. Dahntay Jones – SG/SF (playoff PPG 7,0 RPG 2,40 APG 0,6)
E’ un po’ Trevor Ariza prima di arrivare ai Lakers, collante e grandissimo difensore in grado di prendere sempre il migliore degli avversari. Giocatore che fa anche spogliatoio, uno di quelli che per la squadra farebbero tutto. Karl a Denver l’ha capito e l’ha messo titolare, perchè con lui la difesa girava, senza no. Farebbe comodo ai Celtics, per dirne una, ma diciamo che essendo un role player farebbe generalmente comodo a quelle squadre a cui mancherebbe poco così per.Ci siamo capiti quali sono
Si prende con 4 milioni l’anno. Anche meno
Update: va ai Pacers, 11 milioni per 4 anni

6. Anthony Parker – SG (ultima stagione PPG 10,7 RPG 4,00 APG 3,4)
Soprattutto qui a Roma lo conosciamo molto bene e si tifa per lui, ovunque vada, a dimostrazione del fatto che è un giocatore “speciale”. Ha un computer in testa e fa sempre la cosa giusta. Buono per le squadre che posano parecchio il loro gioco sul backup e da cui ci si attende punti ma anche a fare quelle tre quattro cose che gli verrebbero chieste da una squadra che aspira al titolo.
Sembra l’abbiano puntato i Celtics ma in linea di massima chi lo prende fa un affarone, a meno che lui non voglia monetizzare eccessivamente la sua free agency
Si prende con l’eccezione salariale, se contender, altre squadre dagli 8 in su.
Update: va ai Cavs per l’eccezione salariale

Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.

Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

THE HORRORS

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.

Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!

Unrestricted free agent. In pratica quei giocatori che da mercoledì scorso nell’NBA possono firmare con chi vogliono.
Levando dalla lista Ron Artest che nel frattempo si è accasato ai Lakers, Turkoglu che come previsto (dato che Toronto piace alla moglie) si è accasato ai Raptors e Gordon e Villanueva ai Pistons, ne sono rimasti, e in alcuni casi si parla di giocatori che farebbero fare il salto di qualità.
Il problema, come in tutte le trattative, è la domanda e l’offerta, quindi il fatto che molto di questi giocatori si attendono contratti di livello all-star mentre le disponibilità in quasi tutti i casi sono molto ma molto minori.
Disclaimer: il post è stato scritto di domenica mattina, quindi con le valutazioni del momento, se ci sono mosse di mercato aggiornerò mano mano i post

1. Mike Bibby – PG (playoff PPG 13,2 RPG 3,40 APG 4,2)
E’ una di quelle guardie che farebbero fare il salto ad una squadra da finale di conference a giocarsela per il titolo. Duro mentalmente, fondamentale e spesso decisivo nei minuti finali delle partite, ai miei occhi è il principale artefice del salto di qualità degli Hawks di questi due anni. Messo in un contesto tipo Orlando molto probabilmente porterebbe il titolo.
Si è scelto invece di prendere Vince Carter e bon, affari loro.
Si prende con un contratto tra i 10 e i 12
Update: rimane agli Hawks con un contratto da 6 (sei) milioni l’anno

2. Lamar Odom – SF/PF (playoff PPG 12,3 RPG 9,10 APG 1,8)
Prima che arrivasse Lebron si parlava di Lamar come del nuovo Magic Johnson, da lì la sua carriera tra sfighe e rendimento altalenante non ha rispettato l’incredibile potenziale e i numeri che leggete non rispettano fino in fondo il rendimento e l’importanza di un giocatore che comunque è partito dalla panchina). Giocatore di complemento a questo punto che ha il suo destino nell’essere un terzo violino vicino chessò a un Lebron. Chi lo prende fa un affare a patto che non gli si chieda di essere un giocatore su cui poggiare una squadra)
Si prende con un contratto tra gli 8 e i 10.

3. Rasheed Wallace – PF (ultima stagione PPG 12,0 RPG 7,4 APG 1,4)
E mettere le cifre della regular season è un po’ come parlare di un pranzo e partire dal coperto, anzi la regular season è per Sheed un fastidio per arrivare ai playoff dove diventa un giocatore da all-star game, puntualmente.
Si accaserà ad una contender per il titolo, quindi Orlando, Cavs, Boston o Spurs. Inutile che vi dica che chi lo prende probabilmente farà dalle finali di conference in su.
Si prende anche con l’eccezione salariale (5,6 milioni) dipende da chi lo chiede, se non è una contender non va a meno di 7
Update: è andato ai Celtics

4. Jason Kidd – PG (playoff PPG 11,4 RPG 5,80 APG 5,9)
Merita l’anello e potrebbe dare un contributo fondamentale soprattutto in squadre per cui la PG è un ruolo motorio fondamentale (metti New York con cui ha flirtato qualche settimana fa). A lui probabilmente a questo punto basta divertirsi ed essere al centro di qualcosa di importante. Molto probabilmente si riaccaserà ai Mavericks però io fossi in Portland e Hawks (se va via Bibby), lo prenderei di corsa anche perchè è integro anche se non gioca più alla velocità di qualche anno fa.
Si prende con un contratto tra i 7 e i 9

5. Allen Iverson – SG (ultima stagione PPG 17,5 RPG 3,00 APG 5,0)
Con cifre così uno sarebbe il primo free agent sulla lista e invece c’è da valutare che “chi prende Iverson”, “prende Iverson” uno dei più grandi marcatori di tutti i tempi, croce e delizia di ogni squadra che può essere trascinata o nell’Ade del suo ego smisurato o può gioirne fino a giocarsi una finale. Entrambe le cose successe nella storia degli ultimi anni. Se non trova una situazione all’altezza si ritira e a questo punto le sta vagliando tutte, Grizzlies compresi. Dalla contender alla outsider tutte potrebbero giovarne, tutte potrebbero ritrovarsene rovinate.
Si prende con un contratto dalla eccezione salariale ai 12 (dipende da chi lo firma)

6. Shawn Marion – SF (ultima stagione PPG 12,9 RPG 8,50 APG 2,0)
Non avesse quella testa che ha avrebbe vinto probabilmente già un titolo perchè sarebbe rimasto a Phoenix con un contratto che rispecchia il suo reale valore invece di essere scambiato nella Shaq trade. Diciamolo chiaro, il segreto dei Suns di D’Antoni tolto Nash erano lui e Diaw. Ala piccola/grande che ha venti punti e dieci rimbalzi nelle mani con chiunque giochi vicino nelle ultime due stagioni ha reso al peggio di sè perchè messo vicino a un attaccante puro come Wade. Io lo dico da due anni. Se lo mettono vicino a Lebron gli fanno vincere il titolo (a Lebron) ma non mi danno retta.
Si prende con un contratto tra i dieci e i dodici. Credo siano in pochi a darglieli. A meno di una sign and trade.

7. Grant Hill – SF (ultima stagione PPG 12,0 RPG 4,90 APG 2,3)
Diciamo che se c’è qualcuno che per la sfiga che ha avuto in carriera e meriti un anello se non è al primo posto viene subito dopo, dubito rimanga a Phoenix in piena ricostruzione, si accaserà sicuramente per un biennale con una squadra da titolo, diciamo un testa a testa tra Lakers, Spurs e un romantico ritorno ad Orlando.
Pare si sia visto anche con Doc Rivers (e se lo prendono i Celtics l’anno prossimo non si gioca)
Si prende con il minimo salariale per i veterani se va ad una contender

Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

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L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.

Screen Vinyl ImageFever (Mp3)
Screen Vinyl ImageUntil the End of Time (Mp3)

Quando mi si è rotto il lettore Mp3 nell’angoscia del come riempire nel migliore dei posti uno spazio minore mi sono riproposto di partire dalle certezze: le prime due cose che avrei messo dentro sarebbero state The Greatest di Cat Power e Ga Ga Ga Ga Ga degli Spoon.
Non lo so perchè, soprattutto per quello che riguarda gli Spoon ma so che è un gruppo a cui per un milione e mezzo di motivi mi legano cose particolari e a cui mi viene difficile rinunciare, almeno mentalmente.
Il loro ultimo disco Ga (alla quinta) era la perfetta sintesi di cosa può fare un gruppo che venera i Beatles e con una proprietà di scrittura invidiabilissima, riff rough, giri di basso a volte quasi funk e a volte così pieni e profondi da portarsi via le orecchie per un’ora. Almeno fino a che l’iPod poi non si ferma da solo.
Gli Spoon sono in procinto di sfornare il loro nuovo (e settimo) disco che a quanto pare e visti i passaggi “televisivi” (una puntata di Chuck giocata tutta sul riff di Don’t get me a target o come la precedente Gimme Fiction usata da Veronica Mars a Scrubs a quello che volete voi) delle loro tracce migliori a questo punto diventa una delle cose più attese del 2009. Certo non solo perchè passano in tv, quello era solo per dire.
Atteso perchè da un gruppo così ci si aspetta sempre quel colpo che non ti aspetti e che sai già che in qualche modo andrà a segno, anche se con il loro nuovo ep dal titolo Got Nuffin le traiettorie musicali sembrano un briciolo cambiate e più orientate verso un groove (stampo Don’t you evah) quadratissimo e cupo, senza particolari fronzoli. Qualcosa che è dalle parte dei Soulwax di Any Minute Now a cui si sovrappone una chitarra stortissima e quella voce che rimane sempre tra il White Album e Let it be, difficile da stare fermi e vi prometto che nel momento in cui parte l’mp3 il repeat andrà ancora, e ancora. Non ve ne accorgerete che l’avrete già ascoltata 5-6 volte.
Che ci si vuol fare, a ’sti ragazzi gli si vuole bene.

Spoon - Got Nuffin (Mp3)

spoon

Metti una macchina, anzi due, e nove amici. Partenza da Roma a metà mattinata. Una delle macchine è la mia. Vuoi mettere quanto si risparmia. E’ pure diesel. Programma rispettato con soste sull’A1. Tutto procede per il meglio. Finalmente vedrò i Faith No More. Dopo quasi 20 anni di attesa. Chissenefrega se prima ci saranno tutta una serie di gruppi poco significativi. Chissenefrega dei Limp Bizkit. Anzi, sono curioso di vederli. Chissenefrega se hanno spostato la location dall’Idroscalo al PalaSharp.
“L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai”… Piacenza sud messa alle spalle. Improvvisamente capisco che qualcosa non va. Accosto. Il cruscotto è pieno di luci accese manco fosse un albero di Natale. Manca l’acqua. Panico. I primi timidi tentativi ci fanno capire che da qualche parte c’è una perdita. Avrò fuso qualcosa. Non c’è altra soluzione che chiamare l’Aci. E qui inizia l’odissea. Ci dividiamo. Ci rivedremo molto più tardi. Io e i Fedelissimi ci facciamo trainare fuori dal fratello di Mihajlovic fino ad un’officina di Piacenza. Peccato sia domenica e non aprirà prima dell’indomani. Non abbiamo molta scelta. Di corsa alla stazione per prendere il primo treno per Milano. Trovare un albergo e il modo di raggiungere il PalaSharp con la metro. Tutto ciò ci fa arrivare sul posto mentre i Bizkit rientrano per i bis. Che saranno Behind blue eyes degli Who e il pezzo che faceva da colonna sonora alle acrobazie di Tom Cruise. Vedere due pezzi così mentre ti godi la vista della folla che poga è forse il miglior modo per apprezzarli live.
Poi è solo attesa per i FNM. Il palco prende le sembianze del Maurizio Costanzo Show con i drapponi rossi stile teatro. Ed improvvisamente uno dei gruppi che più ho amato mi si materializza davanti.

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Il Patton avevo già avuto modo di vederlo con i Mr. Bungle e la fiducia che riponevo in lui è stata ampiamente spazzata via. Farà un concerto ben oltre quello che giustamente mi aspettavo. Entra elegantissimo vestito da crooner col bastone. Capello impomatato. Il primo pezzo è una oscura cover dal titolo profetico “Reunited”. Poi si comincia a fare sul serio. The Real Thing e From Out of Nowhere e mi sembra di impazzire. Land of Sunshine e Caffeine, queste me le aspettavo di meno. Ed è perciò ancora più bello. Capisco dopo pochi minuti che non mi interessa quali pezzi faranno, tale è l’entusiasmo e il livello che i cinque ci stanno mettendo. Evidence viene trasformata in italiano “sembro Eros Ramazzotti”. Surprise you’re Dead fa venire giù il PalaSharp. C’è anche il tempo per una riuscitissima cover di Lady Gaga, Poker Face, per le imprescindibili Midlife Crisis ed Epic, per l’accoglienza elevata riservata anche ai pezzi dell’ultimo album, una trascinante Ashes to Ashes e la magica Stripsearch con l’intro di Chariots of Fire, fino alla conclusione di We Care a Lot… e ci crediamo.
Mai reunion, tra quelle che ho visto, è stata più convincente di questa. Sono venuti a rivendicare ciò che spetta loro, uno dei gruppi fondamentali per il crossover, genere dalla vita tanto breve e funesta. E il suonare dopo i Limp Bizkit che hanno portato quel discorso al ridicolo mi sembra il cerchio che si chiude.
Il Generale Patton ha guidato i suoi in maniera impeccabile. I Faith No More suonano alla grandissima, e per niente datati. Lui è senza ombra di dubbio il più talentuoso singer dal vivo che io abbia mai visto. Ed è proprio quello che manca alle generazioni di band attuali. Mancano i cantanti, i performers, coloro che ti prendono un buon concerto e lo portano all’apice. La sua ottima confidenza con la nostra lingua ha generato le seguenti chicche:
“Buonasera… è bello essere qui in Sicilia… a Milazzo!!!”
Dov’è finito il mio batterista? Segaiolo di merda!
“Sono troppo vecchio per queste cazzate!”
FENOMENALI.
Si esce dal Palasharp stanchi ed emozionati… dove ho parcheggiato la macchina? Oh no…

P.S. lo so che è quasi impossibile vederli tutti ma i link ai video meritano sia per capire di cosa si è trattato sia perchè sono di qualità molto elevata. Epic e Stripsearch in particolare. Qui altri brevi estratti… The Gentle Art of Making EnemiesEasyBe Aggressive

P.P.S. si era rotto un tubo sotto il collettore… (boh io non ci capisco nulla) la macchina sono tornato a recuperarla il fine settimana successivo, dopo aver discusso a lungo il lunedi mattina. Ma non c’è stato niente da fare. Siamo dovuti tornare con la mitica Freccia del Sud, il treno che parte da Milano ed arriva ad Agrigento.
A Patton questo viaggio sarebbe piaciuto molto.

Lo dissi ad Emiliano qualche giorno fa, “entro il we nell’NBA succede l’ira di Dio”. Di solito non ci becco mai ma stavolta sì, qualcosina è successo non l’ira di Dio ma poco ci manca.

1. Cane grosso va sul lago
Che sarebbe un bel titolo per un romanzo di Ammanniti ma che più semplicemente significa che Shaquille O’Neal è andato a finire ai Cleveland Cavaliers.
In questi casi si chiede prima di tutto: in cambio di cosa?
Un giocatore che si è ritirato (Ben Wallace) e una mezza figura di tiratore che solo uno come Lebron James poteva ritenere fondamentale (Sasha Pavlovic) e una scelta.
La seconda domanda che si fa è: ma il general manager della squadra che ha ceduto Shaq è un idiota?
La risposta è: no, è Steve Kerr. Uno che va oltre l’idiozia.
La terza è: Cleveland è l’ambiente ideale per Shaq?
Ora, premesso che un giocatore come dice da sè la parola deve pensare a giocare e basta di dove vada a finire credo gli debba fregare poco. Sì che uno che ha giocato in carriera a Orlando, Los Angeles, Miami e Phoenix finire in una città soprannominata “the mistake on the lake” non credo sia il massimo
La quarta domanda è: l’impatto?
Devastante, in tutti e due i sensi, mi spiego. Sulla carte io per primo ho detto “perdio!”. Aspettando un quarto d’ora di più ho visto le prime interviste che chiedevano a Danny Ferry gm dei Cavs “sì ma ora Ilgauskas?” e sentire rispondere “partirà dalla panchina”. Mh.
Poi a Lebron “sei contento?”, e lui “sì è un grande onore per me bla bla bla”. Tradotto “sì ma ora semmai – non succede – vincessi il titolo l’ho vinto perchè è arrivato Shaq, guarda che è toccato a Kobe, guarda anche Wade, hanno vinto perchè “c’era Shaq” e non credo che uno che si chiama di nome “the chosen one” accetti un supporto di questo tipo.
E poi c’è stato l’esperimento Iverson. Fallito lo scorso anno a Detroit e che sulla carta era molto simile a questo. Una mossa spacca spogliatoio (Ilgauskas è uno dei fidi di LBJ come Varejao) e vediamo un po’ che succede. Io lo dico ora, i Cavs non andranno neanche lontanamente vicini a vincere il titolo, neanche un po’.
L’unico che festeggia, a modo suo, è Shaq.

2. Come ti smonto una squadra e ti dico che sto meglio
E’ un po’ quello che è successo ad Orlando in questo week end. Una squadra a cui mancava poco per vincere il titolo destrutturata dal suo core play. Sostanzialmente per me è importante un giocatore (tolto Howard) di cui si è deciso di disfarsi: Hedo Turkoglu.
Sarò io che ho la passione per le point forward (lui, Mike Miller) ma sono quel tipo di giocatori per cui si capisce che la cosa più importante in sto gioco qui è la cabeza, e come la usi. Uno che fa tutto e copre due posizioni anche portando palla, giocandola dall’ala è uno di cui l’NBA di oggi non può fare a meno. Men che meno una squadra che vuole puntare al titolo.
Quindi via molto probabilmente lui che non sarà rifirmato, dentro Vince Carter, uno che “checcoglioni è il cugino di Michael Jordan” però negli ultimi tre anni ha giocato quando voleva lui. Grande attaccante sì ma con una condizione “se gli va”.
Uno che tiene talmente tanto alla vittoria che ha fatto carte false per rimanere ai Nets, una squadra che come dire, entra nel palazzetto a fare due tiri e non guarda il tabellone dei risultati.
Insomma uno smantellamento che porta via cervello e leadership e Skip to my Lou, ovvero Rafer Alston, uno che se lo vedi giocare non puoi non innamorarti e porta il sapore della strada e dell’asfalto nei campi fatti di parquet. Mossa idiota

3. Vuoi vedere che Mike fa il miracolo
E prende per un piatto di lenticchie Darko Milicic (Quentin Richardson e spicci) che alla resa dei conti ad oggi è la grande macchia sulla carriera di Joe Dumars che al tempo lo scelse al posto di: Dwyane Wade, Chris Bosh, Carmelo Anthony. Uno degli abbagli più grossi della storia NBA preso in un momento di frenesia europea per cui se si vedeva uno spilungone di due metri e dieci correre in maniera armonica e tirare da cinque metri si gridava tutti “Novitzkiii”.
Ecco ora si grida tutti un po’ “Darkooo” un po’ a mo’ di “suora tua” un po’ a mo’ di “Pippaaaa”.
Contateci, l’anno prossimo Mike gli fa fare 20 punti e dieci rimbalzi. E a quel punto inizierò a pensare che se vado anche io lì dopo 15 anni di inattività e mi metto a giocare ala con D’Antoni, dieci punti a partita li metto anche oggi.

Con Soundgarden ed Alice In Chains ormai sciolti, non c’era molto da fare nel 1997.
Per cui insomma, se ne esce fuori il mio amico e vicino di casa a invitarmi a vedere Michael Jackson a S.Siro, e io penso “beh, è l’occasione per vedere se è davvero una persona vera” e accetto con piacere.
Penso anche: “ma arriverà davvero sul palco in astronave, come dicono?”.
Vi risparmio le avventure che ci capitarono durante la giornata, roba da farne un post a parte, e arrivo al dunque. La prima cosa che faccio una volta sul prato del Meazza comunque è sputare sul dischetto del rigore da dove qualche mercoledì sera prima Aron Winter era riuscito a centrare i cartelloni pubblicitari.

michael jackson

Ad aprire lo show, l’organizzazione aveva ingaggiato i B-NARIO.
Ve li ricordate? Io, se non fosse stato per quell’occasione, e per un’amica a cui piacevano, no. Per nulla. Comunque erano quelli che cantavano Battisti dove sei. Mentre la proponevano a un Meazza già mezzo pieno, la gente era tutta voltata dall’altra parte a guardare chi entrava nella tribuna VIP (nell’ordine Pavarotti, Zucchero, Ramazzotti, Valeria Marini). Chissà come dev’essere cantare davanti a 30.000 persone che ti danno le spalle.
Poi è il turno di… dai, indovinate. Sparatene una. Una bella trash nazional-popolare. Ok ve lo dico: PAOLA E CHIARA.
Vi ricordo che era il 1997: tempi del primo album, pochi mesi dopo Sanremo, Amici come prima e immagine ancora folk-rock. Il loro ingresso non me lo scorderò mai: entra prima la band, iniziando un ritmo in crescendo, e al culmine ecco che arrivano loro, contemporaneamente, correndo, chitarra in mano, inchiodano fianco a fianco sul bordo del palco schitarrando pesante e facendo headbanging sincronizzate come manco le figlie di Angus Young. E-pi-co. L’altra cosa che non dimenticherò mai è l’intero stadio che, dopo averle fischiate ininterrottamente per tutto lo show, durante Amici come prima si esibisce in una compattissima ola col dito medio.

michael jackson

Comunque sia, dopo il rituale cambio palco si spengono le luci e si accende il megaschermo. Inquadra Michael Jackson, a casa sua, che entra nell’astronave parcheggiata nel giardino. Poi parte. Attraversa il mondo velocissimo. Fumana esagerata sul palco. Il fumo si disperde, e l’astronave è lì. Dopo una suspance infinita Michael scende, e attacca Scream.
È una persona vera? Non lo so.
È una cosa a sè. È effettivamente di un altro mondo.
Quello che fa, come si muove.
E comunque tutto lo show è fuori dal mondo.
Ogni tanto Michael apre bocca per dirci che ci ama, in italiano, e lo fa con la voce che immagino abbiano gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Noi tutti ci crediamo come se ce l’avesse detto la nostra anima gemella.
Michael ha il tipo di repertorio galattico che non gli basterebbe un solo spettacolo per fare tutto, per cui la soluzione che trova lui è di far partire dei filmati con medley di cose che non suonerà, nell’intervallo tra un cambio di scenografia e l’altro.
Uno degli highlight naturalmente è l’inno dell’Inter Non mollare mai, per la quale l’alieno Michael fa salire dalla prima fila una ragazza brutta che ha l’onore di toccarlo/avvinghiarcisi stile edera. Niente panico: Michael schiocca le dita e parte il playback, che gli consente di ballare teneramente con la sanguisuga senza interruzioni. Ma tanto quasi tutto lo spettacolo era in playback, per dargli la libertà di ballare senza freni, e a tutti andava bene così. La vera chicca però è un medley del periodo Motown che parte da I Want You Back e finisce con I’ll Be There: S.Siro crolla di schianto.
Poi c’è Thriller: a metà pezzo Michael si trasforma in lupo mannaro, viene chiuso in un sarcofago, perforato con degli spuntoni e dato fuoco. Gesù resuscitò in tre giorni: Jacko ci impiega 30 secondi, riappare magicamente sulle nostre teste sospeso da un braccio meccanico a cantare Beat It e, mentre durante l’assolo io urlo TI AMO a Jennifer Batten, 60.000 persone cambiano religione.
E poi il Capolavoro. Earth Song. Dedicata/ispirata alla guerra in Bosnia. A metà pezzo, sul palco entra un CARROARMATO. Ne esce un soldato pazzo, assatanato, che punta il fucile a Michael. Michael lo guarda come per dire “ma sei cretino?” (in senso compassionevole), abbassa la canna, e fa un cenno. Si avvicina una bambina zingara con un fiore. La bambina dà il fiore al soldato. Il soldato butta il fucile e si getta in ginocchio piangendo. In questo momento, per quanto ci voglio pure a lui un bene dell’anima, se si fosse avvicinato Jarvis Cocker gli avrei abbaiato dietro e azzannato un polpaccio a morsi. “Vattene, miscredente! Tu non salverai mai il mondo!”.
Michael invece sì.
Bianchi, neri, soldati, zingare, licantropi, ragazze brutte.
I concerti più belli della mia vita sono stati altri.
Ma quello non fu un concerto.
Mi piace pensare che Michael non sia morto, ma solo partito in astronave verso mondi più bisognosi.

In ogni caso oggi siamo nel 2009, e qualcuno ha messo su Youtube tutto lo show.

Io non so quanti passano di qui e sono abituati a sentire la frase del menga “spotted: tizio è stato avvistato come un mezzo besugo sulla panchina a fare lo sfigato con l’iPod”, sì insomma, quanti di voi riescano nell’impresa titanica di riuscire e vedere Gossip Girl.
Io ci ho provato, una volta e fuori di me ogni impulso di snobismo (potrebbe essere snob uno che sente Tiziano Ferro e Christina Aguilera? Non credo proprio) l’ho trovato insultante non tanto per me ma per il cavo dell’antenna che era costretto a portarmelo in video. Insomma capisco bene che ogni generazione ha bisogno del suo Beverly Hills 90210, ma i miei venti quindici sono lontanucci e ho passato mano.
In questi giorni Gossip Girl ha un focus grosso così perchè qualcosa che non ci si aspettava è uscito fuori in tutto il suo fulgore.
The Pretty Reckless.
E lo so che come dei segaioli stavate aspettando che parlassi del sextape di Leighton Meester ma anche qui, passo mano. Che può avere anche un doppio senso ma non ho voglia di cancellare.
The Pretty Reckless, dicevo, è il gruppo rock-indie-glitch di Taylor Momsen, che nell’economia del serial non so se sia la protagonista buona e sfigata o quella iena e assassina, ma a cui si vuole bene a prescindere per la sua partecipazione a Paranoid Park, una delle gemme del cinema di Gus Van Sant. Detto questo del gruppo si sa pochissimo, solo che fa roba che Juliette and the Licks al confronto è l’innovazione del rock, che fanno concerti in giro e che soprattutto sono sotto contratto con la Interscope. Che è un po’ come dire “grassissima botta di culo”, a conti fatti, per loro.
Detto ciò come non si può provare un minimo di tenerezza per tutto questo, davvero. Siatene felici, anche questo è merito di chi guarda Gossip Girl.
Spotted: metteteci voi quello che vi viene in mente dopo avere spinto play

The Pretty Reckless – I really fucking love you (Mp3)

tm

Salve a tutti, la mia latitanza su queste pagine è dovuta a tanti motivi pratici, ma ce n’è anche uno ideologico: i playoff sono senza dubbio la cosa migliore da vedere della stagione, ma secondo me anche la più noiosa di cui parlare.  Dello scudetto ai Lakers tra l’altro se ne era già parlato qui in tempi non sospetti, e se consideriamo che Ariza prima di finire a LA è stato scartato come un bidone proprio a Orlando beh, forse era proprio destino.

Ma tutto questo è già agli archivi, perchè incombe il Draft di giovedì, e con esso tutte le succulente speculazioni sulla prossima stagione: squadre come i Grizzlies vivono questa settimana al centro dell’attenzione, avendo l’ardire di coltivare speranze di gloria destinate a essere distrutte già entro Novembre/Dicembre.

Se non avete seguito l’NCAA, la combine di Chicago o le partite della Lottomatica però è probabile che diversi dei nomi in ballo in questi giorni vi risultino un po’ oscuri, ed è per questo che ho approntato un piccolo bigino per l’occasione.

1) Chi è quel ragazzino che somiglia a Harry Potter? Ma gioca coi grandi?

Ricky Rubio (pronuncia RRRicky RRRubio) è il diciottenne playmaker spagnolo intorno al quale c’è tanto hype manco fosse il terzo dei Gasol. Pitchfork gli ha dato 9.2, secondo la stampa sportiva potrebbe essere alternativamente il nuovo Pete Maravich, il nuovo Steve Nash o il nuovo Gianmarco Pozzecco. Brandon Jennings lo ha già dissato in un’intervista per espn. Molto probabilmente sarà scelto dai Gryffindor per giocare… accidenti non ne so abbastanza per completare questo ironico paragone, come si chiamano i ruoli del… dai sì, lo sport dei maghi lì, insomma avete capito dai.

1) Chi è quel tizio che somiglia a Shrek?

Blake Griffin è un orco dell’Oklahoma venuto su a hamburger e milk shake. La cosa forte è che gioca a basket esattamente come Shrek, vedere per credere, e sembra l’unica vera cosa sicura di questo draft.  In due parole, è il Biff Tannen del Marty McFly-Rubio. Personalmente mi piace molto, ma ho un po’ paura di cosa possa succedergli ai Clippers. Ah, i Clippers. No seriamente, guardatelo il video, sono quasi solo schiacciate, ma rimanete fino alla fine per vedere quella in cui sbatte la testa contro il tabellone e quasi si cava un occhio. Ripeto, sbattendo la testa contro il tabellone.

3) Ci sono giocatori italiani in ballo quest’anno? Chi è sto Jennings da Rome,Italy?

No. Cioè, ni.  Cioè vagamente. Ormai è storia nota: Brandon Jennings, secondo figlio prediletto di Compton (dopo dr Dre) è stato il primo regazzino in assoluto a guardare bene questa regola che un anno minimo al college te lo devi fare, pensarci su un attimo e dire fuck this shit, farsi un bel flat top come il principe di Bel Air e venire a svernare a Roma, dove per giocare, guarda un po’, l’hanno pure pagato. Fatto bene ha fatto bene, secondo me, specie nello sfanculare il sistema, solo che in serie A e in eurolega ha fatto nè più nè meno di quello che fanno tanti diciottenni di talento arruolati nei roster dei grandi club: e cioè più che altro panca. E proprio per questo ha perso lo status di grandissima promessa del basket ed è un po’ sparito dal radar. Tipo intrigante, anche considerando i detrattori che ne parlano come un nuovo Marbury. Anche fosse, semmai, mica giocava così male Steph.

Menzione speciale – nome dell’anno: DeMar DeRozan

Altro figlio di Compton, nota la coincidenza, ha giocato al college con il figlio di Master P. Il figlio di Master P. Ora state li a ridere del nome quantomeno eccentrico, vi vedo benissimo, e giuro che le maiuscole a caso non ce le ho messe io, però sicuro a lui non gliel’hanno mica fregato l’url di facebook con il nome e cognome come è capitato a noi. A me almeno è successo. Je possino, come si dice.

Menzione speciale – premio Barack Obama per le relazioni internazionali: Omri Casspi

Omri Casspi sarà probabilmente il primo giocatore israeliano a giocare nella nba. Obama gli ha organizzato dei workout in tutto il paese e ha cercato di convincere Washington a prenderlo al #5. Gli Wizards, non convintissimi, hanno trovato un astuto stratagemma politico, e cioè scambiare la prima scelta + roba varia con Mike Miller e Randy Foye dei T’Wolves. Adesso la prospettiva di mandarlo a giocare nel Minnesota non suona molto allettante e anzi il prez pensa che potrebbe anche essere recepita come una grossa mancanza di rispetto in Israele, si lavora quindi per evitare passi falsi in politica estera. Vero. Giuro. O almeno, così dicono i giornali.

E sì forse è ridondante ma il tumblr non permette di accostare due fonti per metterle a confronto. La cosa in questione (si sta parlando del Bari-Gate di Silvio Berlusconi e la sua censura sul TG1) è iniziata dal mio tumblr, pubblicata poi in seguito su Repubblica e divenuta in un certo qual modo un “caso” di spudoratezza giornalistica.
Negazionismo di sè stessi in poche parole e il protagonista è Augusto Minzolini, direttore del TG1 che 15 anni fa scriveva

Le smentite a ripetizione rivelano solo che abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. […] Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla Rai nasceva dai salotti di Gbr, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico. [*]
In un articolo dal titolo “Il politico non ha un privato”

E oggi, cioè ieri l’altro si presenta al TG1 e spiega così i motivi per cui il suo (vostro) TG non parla dello scandalo che coinvolge il presidente del Consiglio.
Delle due l’una.
O si era spudorati prima, o lo si è ora. Non se ne esce

Ci si mettesse su a fare un exit-poll sui dischi migliori del 2009, quasi sicuramente avremmo alte percentuali di Animal Collective, abbastanza alte per Grizzly Bear, Bonnie Prince e Akron Family. Questo da una velocissima e rapida panoramica di un minuto.
C’è anche un altro partito, che è quello a cui personalmente mi sento molto vicino che si chiama Dirty Projectors.
Bitte Orca.
Al titolo ho riso anche io, però è una perplessità abbastanza stupida che scompare come si inizia ad “aprire” il disco pagina dopo pagina.
Sì il verbo giusto è “aprire” e non ascoltare perchè Bitte Orca è un disco che va tagliato e sezionato, che ad ogni ascolto si accende di una sfumatura, di un’eco in più di una melodia. Una matrioska di melodie, un disco che come un ragazzino in crisi ormonale alla festa dei sedici anni con i compagnucci del liceo flirta col pop wilsoniano che tanto sembra trovare spazio in questi tempi tanto con l’r'n’b più classico (vedi Stillness is the move/Aalyiah?) fino al cut up onnivoro arricchito da arrangiamenti che fanno deragliare tutte le certezze che con l’ascolto si acquisiscono e le ricollocano rendendo il percorso pressochè unico.
E poi archi, melodie sinuose ed acusticismi quasi bucolici.
Un disco che è la perfetta summa di tante, tantissime (viene da dire “troppe” ma in senso positivo) cose che a farcele stare tutte insieme sembra che la custodia del cd e lo stereo stiano lì lì per scoppiare.
Un grande disco insomma, e chissà gli exit-poll da qui alla fine dell’anno come cambieranno.
Chissà.

Dirty Projectors - Stillness is the move (Mp3)

we will party hard

E’ con questa frase che sono entrato nell’affascinante e unico mondo di quel personaggio dal nome Andrew Fetterly Wilkes-Krier.
In arte Andrew W.K.
2001, se non sbaglio e al tempo tra gli errori di giovinezza che si possono compiere c’era che il giovedì aspettavo dal giornalaio che arrivasse NME, non chiedetemi perchè ma è così.
Inutile dire che il giornale in sè nonchè tutte le sue ispirazioni musicali erano spunto per chi scrive, alla scoperta compulsiva della next big thing e dei nuovi Strokes.
Andrew W.K. mi rapì subito, dalle foto. Non aveva un abbigliamento hipster, maglia bianca da pizzaiolo, pantaloni bianchi, capelli unti. Sembrava uscito da un qualsiasi gruppo metal del momento (era ancora alta l’onda del numetala) e non capivo cosa c’entrasse con tutto quel popò di indielavanderia.
Mi avvicinai al suo singolo. Party Hard.
E a quella frase che dà il titolo al post.

Ora, condivido pienamente l’idea letta da qualche parte (mi si perdoni se non ricordo dove *) che la prima volta che si ascolta AWK sono due le cose:

- o si spegne il supporto che lo sta suonando, si prende il cd e lo si spezza in quattro parti uguali, gli si dà fuoco e lo si sotterra sotto un salice centenario e e con le spalle al mare si implora Dio e Manitù di essere perdonati

- si scende in strada e per la botta di adrenalina si sale sui cofani delle macchine e a forza di martellate si sfasciano i parabrezza.

Diciamo che l’impatto non è stato il primo. Almeno per me.
Da quel momento per circa tre anni (e tutt’oggi) considero I Get Wet il disco che ha cambiato totalmente la mia idea di: divertimento, ironia, adrenalina e musica.
E sostanzialmente mi fa dividere il mondo in due macro gruppi:

- sei con AWK

- non sei con AWK

Con forte impulso al razzismo nei confronti del secondo gruppo. La colpa è vostra, quindi, non mia.
Detto ciò iniziai ad usare il disco a mò di antidepressivo e mi resi conto che funzionava, della serie “come puoi sentire una canzone del genere e stare a flirtare con le sfighe del mondo?”.
Deve essere stata una concezione comune perchè da quel momento e nell’ultimo periodo (diciamo tre anni) quello che viene dai più riconosciuto come un irriducibile cazzone ma col cervello inizia a girare per le università americane con la bocca piena di discorsi motivazionali.
Una cosa così

Questo sembra essere un abbozzo di un personaggio direttamente uscito dal video di Fight for your right (to party) dei Beastie Boys, incrociato con i Twisted Sister e che alla fermata dell’autobus per passare l’incrocio legge Hesse e manualistica spicciola da DIY. Ma funziona, funziona talmente tanto che inizia anche a fare uno show televisivo dal nome Your friend, Andrew WK, una roba di MTV2 in cui rispondeva a lettere di gente con problemi, insomma. Siamo nel 2004 e il mondo è suo. Almeno per i giusti che lo seguono, il personaggio dimostra di essere non cartapesta dello show business ma un poliedrico dispensatore di sè stesso.
Musicalmente parlando inoltre buona parte dello star system alternativo inizia a sdoganare il personaggio a 360°. C’è ben oltre i Twisted Sister insomma, vedi i Wolf Eyes, vedi il disco prodotto a Lee Scratch Perry, vedi la collaborazione con Bonnie Prince Billy.
Sì quel Bonnie Prince lì (al piano)

Insomma, stiamo parlando di uno che nel suo piccolo ha cambiato l’idea di essere un personaggio musicale, una persona che come dicevo poco sopra dispensa, emana sè stesso levando il tappo per tutto quello che ha da dire ed il mondo musicale sembra ormai riconoscergli un ruolo, anche in questo.
Un ruolo che fino a poco tempo fa era consacrato a personaggi tipo Henry Rollins. Per dirne uno.
Da qui il suo ritorno Destroy, Build, Destroy: una specie di Kids’ game per Cartoon Network in cui il nostro, affiancherà adolescenti a distruggere macchinari, prenderne gli scarti e gli elementi base e costruirci macchine da distruzione. Una roba così.
We will party hard, insomma.

Sempre su Andrew W.K.

Valido su Sterogram
L’intervista di Francesco Farabegoli su Nero
* stranamente la frase era sempre di Valido

 

A. Adelman Rick, virtualmente allenatore dell’anno e non solo per il suo splendido gioco tutto basato sulla Princeton Offense ma per avere gestito una stagione senza Tracy McGrady, in parte senza Yao ma costruendo un gruppo solidissimo con il suo principe Ron Ron Artest (lo diciamo che non era così determinante da tipo 5 anni?) e scoperte varie come Landry e Brooks. Scola è quasi da all-star. Altro che Gasol

B. Bargnani Andrea, continuo a non essere un suo estimatore (scarsa personalità, troppo lento per fare l’ala troppo soft per fare il centro) ma è innegabile che col posto in quintetto e senza Jermaine O’Neal abbia messo su numeri che su una stagione sarebbero da giocatore più migliorato dell’anno. Ci attendiamo una conferma a questo punto.

C. Chalmers Mario, se c’è stato uno che con Wade ha cantato e portato la croce è stata la point guard su cui tutti un po’ avremmo scommesso ma vuoi per un motivo per un altro al draft era scivolato fino alla posizione 34. Grande presa di Mr Riley e forse abbiamo trovato il compagnuccio ideale di scorribande per D-Wade chiude con 10 punti e quasi 5 assist e arriva ai playoff. Ci siamo

D. Detroit Pistons stagione nefasta che sembrava dovesse essere quella del rilancio con la trade che ha portato Iverson. Invece nulla, la trade sarà utilizzata per fare spazio salariale in vista del 2010, anche se i nomi che girano (Boozer su tutti) mettono i brividi. Vediamo che fa Dumars, magari si sveglia e prende davvero Ben Gordon, ma a quel punto cambierebbe ben altro perchè Hamilton e Prince sarebbero ceduti e insomma ad oggi una squadra che ha come certezze in quintetto Stuckey e tante X non la vedo benissimo.

E. Ellis Monta, un grandissimo coglione con un grandissimo talento che ha buttato tre quarti di stagione perchè ha fatto un incidente in moto, prima negato e poi ammesso, la società gli leva tipo tre milioni di dollari come multa e lui va sull’Aventino e torna per le ultime ventisei a un ritmo di ventelli a partita. Coglione, appunto.

F. Fernandez Rudy, vederlo prendersi un posto di rilievo nell’atleticissima Portland è un po’ vanto per chi ama il basket europeo. Manca ancora qualcosa ma ormai la strada è abbastanza segnata, in più la ciliegina della partecipazione alla gara delle schiacciate.

G. Garnett Kevin uno dei tanti troppi grandi assenti di questi playoff. Nel momento in cui era chiaro che non sarebbe mai e poi mai riuscito a rientrare sono cadute tutte le speranze di una riconferma al titolo per i Celtics. Fiero in panchina ha assunto il ruolo di allenatore motivatore lanciato a forza di motherfuckers contro avversari, tifoserie e arbitri. Se non fosse stato neanche in panchina in borghese mai e poi mai i Celtics sarebbero arrivati in gara 7 contro Orlando

H. Howard Dwight sono uno di quelli che vede nel caro Dwight l’erede naurale di Shaquille O’Neal. Dominante e immarcabile quanto se non di più del Chosen One è un po’ mancato nella serie finale in una serie in cui forse gli sarebbe stato necessario vicino un difensore al posto di Lewis. Dicevano tutti gli sarebbe servita una delusione cocente per diventare veramente forte. L’ha avuta

I. Iverson Allen passare dal prescelto che avrebbe riportato l’anello a Detroit a una inedita panchina (reputata insultante e presto abbandonata a fronte di un Brunettiano malanno alla schiena) a presunte voci di ritiro ne fa una storia da NBA splendida ma tristissima. Speriamo tutti non sia così. Il mondo ha ancora bisogno di AI

J. Johnson Joe, a simbolo di quegli Hawks che sembrano finalmente usciti da un tunnel di sconfitte durato anni e che si sono presentati ai playoff con la faccia tostissima di non regalare nulla a nessuno e un record vincente. Merito, almeno buona parte del loro leader oscuro e silenzioso. Uno che parlasse come qualche intrattenitore perdente con il 23 sulle spalle avrebbe le telecamere addosso 365 giorni all’anno. Ringraziando Iddio non è così

K. Kobe e non credo ci sia bisogno di scrivere il cognome. Titolo strameritato, senza Shaq. Ora può tornare a respirare e a cancellare i fantasmi

L. L is for losers. L is for Lebron

M. Messina Ettore, se ne è parlato per un anno circa, in particolare modo negli ultimi mesi dello sbarco dell’Ettorino nazionale su una panchina NBA, prima Toronto, poi i Kings, poi i Nets. Alla fine ha firmato tre anni per il Real Madrid. Arriverà il suo momento. Sicuro

N. Nelson Don. Gioia e delizia, ha la capacità di montare s smontare sogni NBA nel giro di un mese. I Warriors un anno fa giocavano una delle migliori pallacanestro dell’NBA, un anno dopo fuori dai playoff, litigate interne e una rotazione che sembrava affidata ad un cieco ubriaco. Che tristezza

O. Oden Greg. Da una prima scelta di ormai due anni fa riconosciuto come il nuovo Bill Russell si aspetta molto, moltissimo. Anche troppo. Chiudere la stagione con 9 pti e 7 rimbalzi di media non è neanche semplice all’effettivo primo anno e provenienti da un anno di attivitità. Però finora sono più dubbi che certezze, troppi falli e subito, troppa fragilità mentale e una serie di movimenti d’attacco tutti da scoprire. E se i Blazers iniziano a guardarsi intorno per mettere un po’ di cattiveria vicino al canestro evidentemente non sono convintissimi neanche loro

P. Phoenix Suns. Un disastro chiamato Steve Kerr (e ne abbiamo già parlato) ha smantellato un meccanismo a cui mancava solo il titolo per non fargli fare neanche i playoff. Worst GM ever. Oddio no c’è anche Isiah Thomas, ma stiamo lì

R. Rondo Rajon, finale di stagione incredibile in cui a forza di una media da tripla doppia ha trascinato (con Big Baby Davis) i Celtics il più lontano possibile. Un po’ Jason Kidd, un po’ Iverson per la capacità di prendere botte gli manca una cosa (ma non giocherebbe così): il cervello. E in alcuni casi (vedi i vari finali contro Chicago) si è visto e sentito.

S. Shaq e come solo i grandi basta il nick. Stagione di altissimo livello, anche se ufficialmente in declino. Per la signorilità basta leggere il suo twitter per il riconoscimento della vittoria dei Lakers e del suo nemicoamico Kobe. St’anno cambierà squadra: Cavs, New York o Lakers la destinazione. Inutile dire che chi lo prende aumenta vertiginosamente le quotazioni per il titolo

T. Taylor Maurice, era uno dei più grossi bust (e contratti) dell’NBA degli ultimi anni, forse l’unico compagno ideale di Yao. E’ finito all’Olimpia, anche noi abbiamo la nostra NBA, compreso Boykins. Sono soddisfazioni, e crediamo che questa sia la rinascita del basket italiano.

U. Ukic Roko “se Ukic è da NBA te sei da Eurolega” cit. Gioca difatti ai Raptors

V. Varejao Anderson, Wild thing: e lo so, è antiestetico, antipatico e cattivo. Pure brasiliano, però come dice Buffa ad averne sempre uno in squadra così. Un Dio delle piccole cose, è il Rambis dei Cavs, se c’è da spaccarsi i gomiti lui è il primo a concorrere. Fenomeno

W. Wade Dwyane, se c’era un MVP quest’anno era lui. Ha portato li Heat al massimo ottenibile con un contorno quasi desolante. E l’est da un paio d’anni non è la conference facilona che si afferma.

Z. Zero Agent (Gilbert Arenas), Kevin Garnett, Allen Iverson, Manu Ginobili, Steve Nash, Shaquille O’Neal, Chris Bosh, per infortunio o risultato sono tra gli assenti a questa serie di playoff. L’anno prossimo speriamo non sia così

klint_watchmen

Giunetta è Silvia Cataldi, romana impiegata nella previdenza sociale e con la passione per il disegno e le varie arti figurative. Quando passa da queste parti si occuperà di lasciare una vignetta su varie situazioni mediologiche, politiche e quant’altro. Questa raccoglie in pieno la sfida tra i Watchmen e l’Eastwoodiano Kowalski di Gran Torino. Un po’ come dire che di fronte alla tradizione neanche in cinque contro uno è detto che ce la si faccia.

Se c’è qualcosa che va riconosciuto al pop senza rischiare di essere pro o contro il genere e dividersi in schieramenti è la certezza che molto spesso pur contro la nostra volontà ci sarà quella canzone di fronte a cui ci si inginocchierà e si alzerà bandiera bianca.
Beautiful scritta da Linda Perry e cantata da Christina Aguilera rientra in quel gruppo di canzoni per cui alla terza volta che l’ascolti ti ritrovi a cantarla, scaricarti l’mp3, metterla sul lettore ed ascoltarla di nuovo almeno venticinque volte. Per poi magari inorridire e chiedere scusa al nostro ego snob frustrato dal fatto che si sta cantanto la canzone di una che che cantava “I’m a genie in a bottle you’ve got to rub me the right way” (che pure quella lì mica era male.
Semmai foste tra quelle tre persone che non conoscono la versione originale eccola

Cosa succede a questo punto. Che nel mondo pop rock e pop e rock in senso stretto scatta una specie di corsa tra eletti che riconoscono il valore della canzone (e viceversa il valore della canzone è riconosciuto grazie alle loro reinterpretazioni) Beautiful e ci si rimettono su. Un po’ per gioco, un po’ per davvero.
A iniziare il tutto l’ex Suede Brett Anderson in una versione melodrammatica voce e pianoforte, e non dite che non sembra un pezzo scritto su misura per lui perchè vengo lì e vi picchio

A seguire una versione un po’ più elaborata, classy, visto il personaggio, Elvis Costello ma che viene a mancara un pizzico di pathos (sì che forse rispetto all’originale qualsiasi altra versione da questo punto di vista sarebbe carente). Se non erro andava a far parte della colonna sonoria di una serie a caso di House MD. Forse

Infine il nostro personale vincitore di questa piccola sfida di variazioni sul tema. The Lemonheads di Evan Dando ne ripropongono una versione molto folk rock (alla Ryan Adams, vedetela in qualche prossimo film di Cameron Crowe, io l’avevo detto) dall’ultimo (non bellissimo ma a caval donato non si guarda in bocca) disco di cover Varshons. Beautiful è una canzone di voce e uno con questa voce qui può davvero tutto. Epic Win

The Lemonheads - Beautiful (Christina Aguilera Cover) (Mp3)

E chiudo con questo post il discorso “sensibilità politico-sociale” aperto con il post di giovedì.
Il film in questione è La classe operaia va in paradiso, regia di Elio Petri, uno di quei cinque film per cui il cinema Italiano è da scrivere con la I maiuscola.
La scena in questione è la definitiva presa di coscienza di Luigi Massa interpretato da un enorme Gian Maria Volontè, messo di fronte ad un suo ruolo di sempiterno ferro tra l’incudine dei sindacati e il martello della fabbrica decide di fare da sè e proclama lo sciopero.
Scena intensa, tre minuti scarsi di quasi monologo (a tratti Massa parla tra sè e sè, è allo stesso tempo comico e drammatico, da brividi) giocati sul crescendo delle musiche di Morricone fino ad esplodere in un urlo finale, liberatorio e allo stesso tempo consolatorio. Perchè la presa di posizione è fatta.

Se vi siete disinteressati da un po’ al discorso politica Debora Serracchiani è una di quelle (di storie) che è un po’ a sè. Se in questi 5 giorni non avete sentito parlare di lei vuol dire che non siete stati vicino a un media non controllato da Silvio Berlusconi (che infatti evita ampiamente anche nei suoi tg di affrontare il discorso, ma quello non è giornalismo è propaganda illiberale).
La ragazza (sarebbe il caso di dire donna, ha 39 anni) in Friuli Venezia Giulia, candidata nelle liste del PD non solo ha preso più voti del capolista del suo partito (Berlinguer) ma ha superato Berlusconi di 9000 voti circa.
Una rondine non fa primavera, questo è ovvio ma parliamo di qualcuno che come dicevo sopra ha una storia politica tutta a sè, infatti della Serracchiani si è iniziato a parlare all’indomani delle dimissioni di Veltroni da segretario e della nomina di Franceschini quando al Congresso nazionale dei circoli del PD, disse sostanzialmente in faccia al segretario e a tutta la plutocrazia del partito quello che pensavano tutti. Quello che realmente non andava (e continua a non andare) nel PD.
Sostanzialmente da lì è diventata il personaggio che stava alla sinistra come il ragazzino che diceva che il re era nudo. Il fatto è che non so perchè non so per come ma in questo modo, gran parte della base elettorale del PD ha trovato una sua faccia.
La faccia pulita di una trentanovenne che marca le s facendole diventare delle sc, con la frangetta e col sorriso sempre stampato in faccia. Anche quando invitata dalla Bignardi si diverte a dare un 5 a D’Alema.
Cosa succede ora per il PD: alla luce di tutto questo si è ritrovato con un jolly in mano inaspettatamente. Una carta che riapre un po’ tutti i giochi soprattutto interni e una possibile visione unitaria a livello di politica e punti programmatici.

Pensateci, per molti italiani varrà la spinta emotiva (e da ex-elettore del PD, ora dichiaratamente Vendoliano l’ho sentita forte anche io) della ricerca del nuovo Obama, del Mosè in cui riconoscersi e da seguire, per molti altri tutto questo sembra essere un punto di partenza per ricominciare a far credere a una politica schietta, alternativa alle bufale della destra, che parli di ricercatori e di scelte etico morali e che punti il dito sui reali problemi del paese, la precarietà e l’impronta teodem fra le altre.
Debora Serracchiani dal giorno dopo le elezioni ha iniziato a fare paura, a tutti, vicini e oppositori. Gli oppositori perchè sia mai che una donna metta in braghe di tela un re, i vicini per lo stesso motivo, solo che al posto del re ci sono le poltrone.
Quando sentite parlare di ex-margherita immaginateveli tutti belli, paciosi e seduti su queste belle poltrone, gente che a tavola c’è da anni e preferisce regalare il paese a Berlusconi piuttosto che alzarsi, Fioroni per dire il primo che mi viene in mente è stato il primo a dire che di farne segretario, alla Debora, non se ne parla.
Lungimiranza di un elefante morente, insomma.
La Serracchiani mette in gioco un po’ tutto questo, con la sua sola presenza e sembra tanto, tantissimo l’ultima carta disponibile per il PD. Un partito che continua a discutere di vecchiaia e incancrenimento del governo mentre non è stato capace di rinnovarsi da 15 anni e che si è cristallizzato nelle frasi di Moretti a Piazza Navona “con questa dirigenza non vinceremo mai”. Guardate le facce su quel palco, sono di sette anni fa e sono lse stesse di oggi, mentre Moretti parla di generazioni di dirigenti da saltare per arrivare ad ottenere un discorso politico di livello.
La Serracchiani ha avuto il coraggio di ribadire questo, di fissare come obiettivo che un partito del genere deve darsi una nuova partenza fatta di una nuova dirigenza e nuovi volti, Investendo di entusiasmo una fossilizzazione di sentimenti anche della base. L’unica maniera alla resa dei conti per provocare una reazione a catena è stata la sua. Schiettezza chiarezza e niente paura.
Magari non sarà Obama, ma probabilmente basterà essere “Serracchiani”

Aldilà delle ovvie valutazioni post tornata elettorale per le europee riassumibili in:
- Berlusconi ha il consenso di poco più di un italiano su 3 (e non il 70% come da lui affermato, ricordatevi che sul simbolo del suo partito campeggia la scritta Berlusconi presidente, così si misura il suo consenso)
- il qualunquismo e la retorica sono pane per i denti italiani e Lega e Italia dei Valori era scontato ne avrebbero guadagnato a riempire il proprio grande grandissimo vuoto di ideali (IDV) e umanità (Lega)
- l’UDC è ormai fisso nel suo “ruolo da UDC”, quello che al gioco della bottiglia diceva sempre “carezza” e mai bacio o schiaffo insomma
- non esiste più la destra (ma non lo dice nessuno)
- la sinistra spaccata in due tronconi ha ottenuto quello che a conti fatti è un più che buon risultato. Sinistra e Libertà di Nichi Vendola in particolare con il 3,1 ha dimostrato che è possibile una nuova coalizione che non avesse nel nome nè la parola comunista nè nel simbolo la falce e il martello. Idee, soprattutto e tante tante parole spese tra la gente. Sostanzialmente il 3,1 di SL è un risultato molto più mobile e sicuramente in crescita, un ottimo punto di partenza mentre il 3,4 di Rifondazione e Comunisti Italiani assomiglia più che altro all’iscrizione su una lapide.
- Fini e i suoi generali sono paragonabili a giardinieri, maggiordomi e stallieri, nel momento in cui si sono “donati” in cambio di due poltrone due in quella che verrà ricordata storicamente come la legislatura dello sfascio definitivo del sistema Italia.
- L’Italia è un paese che vota ancora Mastella e De Mita.
- Il PD ha tenuto botta molto più del previsto, e qui scende in campo il ruolo di un segretario che non ha fatto nulla di eclatante ma che almeno rispetto a chi c’era prima “almeno ha detto qualcosa”.

Coseguenza di tutto questo per i tempi a venire sono senza dubbio l’abbandono delle speranze che il governo cada, mettetevi l’anima in pace perchè non accadrà mai, nel frattempo possono accadere cose abbastanza positive ed utili.
Innanzitutto Montanelli ci aveva visto quando disse che gli Italiani in quanto razza a sè avevano bisogno di venti anni di Berlusconi per capirlo appieno farcisi gli anticopri ed espellerlo come un virus. Sta succedendo questo, speriamo che il ventennio sia abbastanza e prepariamoci per quello che verrà dopo. Le lotte interne al PDL e la Lega non troveranno fine, non ora, ma anzi logoreranno sempre di più lo stato fisico, mentale e di immagine della loro guida. Insomma parliamo di una persona che ha comunque più di settant’anni, che inizia a mostrare i primi segni di cedimento e che a questi ritmi, con una crisi del genere e con degli alleati che soprattutto sanno che non potrà andare avanti per molto tempo questa sorta di patrocinato politico inizieranno per primi a guardarsi intorno. Cercare alternative, muoversi per, e di conseguenza scaricare il personaggio principale.
Mettiamola così, la ricerca sarà tra i personaggi dell’attuale arco parlamentare mettiamo un lotto composto da Fini, Casini (in caso di futura alleanza, che non credo farà), Formigoni o qualche Berluscones modello Alfano.
Il fatto è che cadendo Berlusconi cadranno anche i Berluscones, questa è un’ipotesi che non prenderei in considerazione.
Logorio insomma. Ma sarà lunga, lunghissima e con la crisi di mezzo sono convinto che assisteremo a veri e propri bagni di sangue.
Ragionateci, il PDL è al 35% dopo solo un anno quindi in netta frenata e i reali effetti (almeno quelli ipotizzabili) dell’attuale situazione economica iniziano solamente ad affacciarsi in questi mesi. E’ solo l’inizio, poi ci sarà poco tempo per chiacchiere e gossip. Notatelo tutti, in situazioni del genere i “politici” che conoscono l’aria mirano a nascondersi a non cercare visibilità, Fini, Tremonti, Formigoni, pur essendone parte non sono stati investiti dalla tramontana elettorale. Si sono nascosti, in attesa di tempi migliori.
E il PD? Il PD dovrà prendere questo tempo per capire di che pasta è fatto, qual è la sua vera anima e soprattutto quali sono i suoi personaggi chiave. Si è vinte le elezioni con un ex-DC doc, alla resa dei conti l’unico ad avere battuto due volte Berlusconi, si è perso con chi paventava ideologie da Kennedy, si è perso ancora con chi ha cercato di giocare con Berlusconi come il gatto col topo finendo a fare il topo, come D’Alema.
Le scelte insomma sembrano essere state fattte tutte. Rutelli compreso.
Dai risultati elettorali però è uscito qualcosa di diverso e inaspettato, qualcosa che neanche gli istituti statistici potevano prevedere: Debora Serracchiani.

[continua]

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