unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica intuile)

Stars – Your ex-lover is dead (2005)

Casa d’altri e altri racconti di Silvio D’Arzo

casa-d-altri-e-altre-narrazioni08 Ero incavolata nera e lo sono ancora con questo libro che è davvero bello e finisce veloce. Cavolo. (respiro)
Lo leggi una sera, magari anche tardi, con tanto buio e vedi tutto quello che c’è scritto. Limpido limpido: le capre, i prati, i fossi, le stalle, le pietre, le ombre, i silenzi.
Si sente anche l’alito di chi parla e gli odori sui vestiti.
C’è una morte lenta che attraversa ogni pagina ed è la morte nella vita.
C’è il potere delle cose che succedono, accadono, svelano e sono tanto inaspettate quanto attese.
C’è la forza di chi costruisce e resta. E se va via poi torna, subito.
C’è la possibilità della profondità, quella vera che non pesa, ma è leggera. (respiro)
E mi son chiesta: se le domande ci sono ed è quasi sempre un bene farle e farsele, alle domande, insomma, bisogna sempre rispondere? C’è sempre una risposta?
C’è sempre una parola? O le parole qualche volta non bastano?
Ecco appunto, non bastano. (respiro)
Le parole non bastano. Questo libro sì.

It’s kind of a funny story di Ryan Fleck e Anna Boden (2010)

(Zach ♥)


five against one: carboidrati

La motivazione alla base di questo inutile post è ‘conosco un tizio che mangia esclusivamente pizza’. Non so perché mi sia venuto di scrivere sta cosa, mi sta pure poco simpatico alle volte. Purtroppo non c’è nessuna memorabile storia da raccontare al riguardo. Però oh, c’è sempre un buon topic (una buona scusa, che suona molto meglio) per mettere una canzone dei Tigers Jaw.

1) Tigers Jaw – Buona Pizza

Everybody thinks we’re really growing up, it’s in our heads.
We spend our weeknights laying on our side,
Worrying about the things we try to hide.
I can only tell them that I’m doing fine.

Appunto.
Una delle cose che mi manca di più del vivere in un posti civilizzato e non al limite con il terzo mondo è la scelta dei vari pony express da provare il mercoledì sera. E’ seriamente preoccupante.

2) Ghost Mice – Free Pizza For Life

I never had a dime to my name
you liked playin games
a local pizza place had a deal
10 coupons got a free 12inch
well heres what we did

Magari. La morale della storia è che trovano 140 coupon in un cassonetto, si gasano, iniziano a fotocopiarli ma poi il proprietario li sgama. Lui poi se la canta e chiede scusa.

3) Wow, Owls! – Destination Pizza

Well leave as ashes.
We will dance like everyone is watching.
Clap your hands like everyone is watching.

Titolo che richiama grosso modo gli Orchid, testo che preso solo nelle tre righe qui sopra sembra un po’ troppo ispirato a New Noise e quelle belle chitarre che già erano mal viste nell’old school. La pizza in tutto ciò non c’entra un cazzo.

4) Tom Waits – The Ghost Of A Saturday Night (After Hours at Napoleone’s Pizza House)

And the early dawn cracks out a carpet of diamond
Across a cash crop car lot filled with twilight Coupe Devilles,
Leaving the town in a-keeping
Of the one who is sweeping
Up the ghost of Saturday night…

In realtà, ma forse sarebbe meglio dirlo piano, non è che vada matto per Tom Waits. Però la pizza il giorno dopo a volte è pure più buona.

5) Horse The Band – Crippled By Pizza (Pizzarrhea In The Pizzeria)

I CAN’T RESIST SO I PERSIST IN THIS.
So delicious, pizza’s powerful taste.
I seek, strike and consume it every day.
It’s shattered my colon and made me too fat to breathe.

Si spiega da sé.


And I call forks… food rakes.

Cheesecake is not torta alla ricotta.

Partiamo dal principio: a me la cheesecake piace nella variante cotta, che in fondo è quella che va per la maggiore. Non datemi torte dall’aspetto anemico, la velatura dorata (anche un po’ bruciacchiata) è un must su cui non accetto compromessi. E poi dev’essere preparata con il cream cheese, ossia il philadelphia.

C’è uno snobismo di fondo che sommerge il philadelphia a ondate. Ogni tanto mi capita di sentire che fa schifo, che è prodotto con gli scarti del latte usato per fare altri prodotti, che è molto più indicata la ricotta per un dolce al formaggio. Vogliamo veramente mettere in competizione la cheesecake con una delle torte alla ricotta per antonomasia, la cassata siciliana? Non mi pare il caso. Anche perché si tratta di due dolci senza nulla in comune, eccezion fatta per un piccolo e fondamentale particolare: non devono essere eccessivamente zuccherosi.

Sì, perché una cassata siciliana la cui ricotta potrebbe essere un qualsiasi altro prodotto caseario annegato nello zucchero non ha senso. Se la ricotta c’è si deve sentire. E se è di pecora, pure.

Per la cheesecake il discorso è molto meno poetico, nel senso che il cream cheese il casaro non ve lo porta ancora caldo nel canestro o comunque non è facile trovare del philadelphia Kraft-free (ma se mi dite che fate la cassata con la Santa Lucia allora è un altro paio di maniche). Però: esagerate con lo zucchero e avrete una torta tristissima e anonima, senza un minimo di personalità. E non basterà un’eccellente base di biscotti, burro e zucchero a salvarla. Non c’è altro modo di dirlo: nella vita l’acido, a volte, serve. Che ve ne fate di una torta “rotonda”, priva di qualsiasi pungolo gustativo che vi spinga a prenderne un altro boccone?

In Italia è facile imbattersi in diverse cheesecake wannabe. C’è la variante “panna cotta su base di biscotti con topping colorato”, blanda e insipida, proprio come una panna cotta fotocopia di mille altre alla fine di una cena memorabile. C’è poi la “cheesecake italiana”, ossia la torta di ricotta (e a quel punto perché ordinare una cheesecake e non la torta ricotta e visciole?) e infine la peggiore di tutte, la “torta allo yogurt Cameo che però costa tipo 5 euro a fetta perché la ordini in questo locale così carino”.

A volte la cheesecake giusta si può riconoscere al primo sguardo.

 

Yes, please: dorata, dall’aspetto cremoso, pare acidula quel tanto che basta a sostenere la base burrosa e zuccherosa (comunque spessa il giusto).

IMG_2179

 

No, thanks: bianca come la neve, annegata da uno strato di topping che pare spremuto da una bottiglia di plastica. Quasi già lo sentite quant’è dolciona.

E se non potete vederla prima, qui di seguito trovate alcuni indirizzi abbastanza validi per andare sul sicuro.

  • California Bakery - Milano, varie sedi.

Piena di fashion bloggers e un po’ costosa, ma serve cheesecake perfette. Anche la variante Choco-coffee N.Y. cheesecake merita uno strappo alla dieta. O un attacco di ghiottoneria random.

  • Sweety Rome - via Eurialo 5, Roma.

Rimanete sul classico (cheesecake con topping di frutti rossi), perché quella caramello & cocco, per quanto deliziosa, vira pericolosamente sul dolce-dolcissimo.

  • That’s Bakery - via Vigevano 41, Milano.

Più bassa delle sue colleghe, ma davvero buona. Già che siete lì fate scorta di red velvet (sia la torta che le cupcakes).

  • Fonderia Dolci & Design - via Fontanellato 50, Roma.

La crema al cioccolato sopra potrebbe distrarvi, ma è anche un buon accompagnamento alla leggera acidità della torta. Siete arrivati fin qui? Bene, portatevi a casa anche qualche macaron al caramello al burro salato.

batfrangetta scrive di cucina qua e là, ma il suo sogno è aprire una birreria cat-friendly. Nel tempo libero cucina dolci per gli amici o cerca la felicità (e spesso la trova) nelle cose che filano.


Trouble Will Find Me

Trouble Will Find Me arriva in un momento un po’ così, un momento che sembra essere costruito a piccole parti che appaiono come lo specchio dell’ovvietà e di una quotidianità un po’ barbara, invece di essere le fondamenta di qualcosa. Lo dice poi Matt stesso in Demons, ‘I’m going through an awkward phase’, in una schietta semplicità che – ancora una volta – si morde la coda per tutto il disco. Matt che salta giù dal palco e corre alla fine di un concerto, Matt che si muove avanti e indietro mentre canta totalmente ubriaco e noi in mezzo al casino a fargli da coro guardandoci attorno. Il nuovo National arriva e, oltre ad aprire nella superficialità di un paio di pensieri qualche domanda di troppo,  è una bella lezione di calma e pazienza ingoiata dentro ed attorno alle piccole cose – è poi solo il mio inutile punto di vista -, una lunga riflessione dinamica in cui affogo e risalgo cercando di capire che i problemi che fanno la somma e il mal di testa devono essere presi a piccoli sorsi, che prenderli tutti in un sorso è sbagliato – e io di solito, di qualunque tipo siano, li prendo di botto così. ‘If I stay here trouble will find me, if I stay here I’ll never leave’ come il manifesto della cosa.

In tutta onestà, raccogliere le idee a sufficienza per tirare fuori da qualche parte un parere totalmente obiettivo sul disco mi sembra un po’ improbabile. Perché poi se non ci trovi nulla di personale cosa ascolti i National a fare? A me fa tutto un effetto strano, quella voglia di stare al buio sdraiato a cercare i riflessi delle luci delle altre camere palesarsi sul soffitto la sera tardi, non di certo cercare parole più o meno complicate per affermare o negare la loro immensità in mezzo ad un oceano lo-fi, no-fi e sticazzi. Chiudere tutto e stringere le cose affinché queste possano essere esorcizzate dalla forza con cui le si afferra, in qualche modo e maniera, senza dar troppo peso a nulla, o almeno cercando di. Trouble Will Find Me alle mie orecchie è proprio così. È l’immagine di Matt e compagnia bella rinchiusi nella loro singolarità scontrarsi l’un l’altro e fare la somma di tutti i perché, creando piccole cose come Graceless, forse l’unica canzone ad essere sotto la media, o tutte le restanti, senza una piega che sia una nell’entusiasmo degli ascolti entro la prima settimana dalla data d’uscita (digitale, ma qui una parte di danaro finirà quasi sicuramente in vinile), perché se Sea Of Love, Slipped e Don’t Swallow The Cap sono attuali, I Need My Girl e Pink Rabbits sono belle foto con didascalie lasciate in giro per casa davanti alle quali non ci si copre sempre gli occhi. In generale, sono tutte (le canzoni, non le foto) ancore a cui aggrapparsi nel mentire sulle cose.

Potrei davvero iniziare a copiaincollare pezzi di testo da songsmeaning senza pormi limiti o ripetere all’infinito il mio punto di vista, ma non ne uscirebbe nulla di più dell’esigente consiglio di correre a sbattere la testa contro, che sia dal divano o dal letto, da davanti allo specchio del bagno o sdraiato per terra. Non andrò a vederli quest’anno, purtroppo, ma terrò nel cuore i ricordi del concerto di Ferrara, che, a detta di chi li ha visti almeno due-tre volte prima di quella sera, è stato il più bello di tutti.


Quando il Raudo ti becca

e ti scoppia vicino non senti da un orecchio per almeno un minuto.
Ricordate la sensazione? io sì e non era piacevole.
Ecco il motivo per cui ho associato (come un cane con la luce verde per mangiare e rossa per i bisogni) il titolo dell’ultimo disco dei Gazebo Penguins a qualcosa di spiacevole.
Il resto ce l’ha un po’ messo l’internet tutta perché sì, ok, bravi guaglioni, simpatici gente che si è fatta il culo nei van e nei localini e che mettono in fridaunlò (scriviamolo l’ultima volta così e poi basta per favore) il disco, ma l’attesa quasi selvaggia e soprattutto l’hype (bada bene senza avere ascoltato una nota del lavoro) era quello che c’era per Who’s next dei The Who.
Quindi quello che ho sempre pensato è, in questi casi lasciamo decantare il disco, vediamo come è e vediamo se regge l’urto dei fatidici dieci ascolti, perché dei The Who ovviamente non stiamo parlando e perché a volte sfioriamo un po’ tutti la bimbominkiaggine che tanto prendiamo per il culo.
Raudo (lo scrivo come cazzo pare a me, tutto minuscolo) è un bel disco, per me anche meglio del precedente Legna, forse più tondo nei suoni (anzi sicuramente) ma la portata rimane del precedente lavoro. Il nodo delle canzoni dei Gazebo Penguins sono quelle melodie da scuola elementare che sembrano facili (e che da genuine sono copiate pateticamente da molti altri) che la raccontano anche senza raccontarla.
Il nichilismo e i racconti mozzati della provincia e della vita degli ex adolescenti nei 90 o ce le hai dentro o suoni falso. Ecco questo riconosco ai GP, suonare tremendamente veri e che sia una questione di suono è del tutto secondario. E’ più di come si fanno le cose, di come si affrontano.
E i Gazebo Penguins le dimostrerebbero anche senza tutto questo hype (in gran parte meritato in altra parte figlio dello “ne scrivo prima ed entro nel giro giusto e così io c’ero prima di tutti”) lo farebbero senza problemi. Lasciamoli suonare, lasciamoli crescere. Non li bruciamo così.

scarica il disco


NYC Ballads #8

NYB8

I popoli non dovrebbero avere paura dei propri governi, sono i governi che dovrebbero aver paura dei propri popoli.

V per Vendetta, Alan Moore (citando Thomas Jefferson)


unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Finley Quaye with Beth Orton and William Orbit – Dice(2003)

Inventario illustrato degli animali di Virginie Aladjidi, Emmanuelle Tchoukriel (L’Ippocampo edizioni)

NZOQuesta serie di libri illustrati risponde in pieno a un desiderio di bambina, sì: immagini bellissime illustrate magistralmente con descrizioni semplici e accurate, cento animali divisi per area geografica che ti fanno sentire curioso come un esploratore di altri tempi. Un sogno.
Della stessa collana esistono anche Inventario illustrato degli alberi, del mare, della frutta e degli ortaggi e delle meraviglie del mondo: uno più bello dell’altro. Nulla da dire se non che lasciano davvero senza fiato e senza parole.
Perché a volte, c’è bisogno solo di un po’ di bellezza e di sorrisi, di spalancare gli occhi, prendere fiato e sfogliare pagine. Semplicemente.

Mermaids di Richard Benjamin (1990)


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