Essentials : Broken Hearts Are Blue – The Truth About Love

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Essentials riprende un po’ quello che avevamo iniziato con Hold Me Tight, a livello di contenuti e di goal impostoci da raggiungere: una cinquantina di dischi emo, punk e hardcore essenziali per le nostre pile di dischi e cartelli di mp3.

Dei Broken Hearts Are Blue si trovano pochissime informazioni, se non sulla Bibbia del genere: nati dalle ceneri degli Ordination Of Aaron, prendono il nome da una didascalia sotto una foto di James Dean scritta e appesa nella camera del cantante Ryan Gage, sono stati attivi per tre anni, la media di ogni gruppo emo delle prime due-tre ondate. Musicalmente parlando erano dei fighi di prim’ordine: una specie di Sunny Day Real Estate più grezzi e meno spiritualoni, con i testi a metà fra lo strappa lacrime e quel dire tutto e dire niente che fa tanto Salinger, come da tradizione emo che si rispetti – basta leggere quello di You Have Engaged Me per capire il concetto. La formula musicale si discosta poco dalle guitars and videogames, ma la peculiarità stava nel cantato, fatto di linee melodiche dello stampo di Jeremy Enigk cantate con un tono rubato sia a Billy Corgan che agli Split Lip/Chamberlain. Quando in And Then Ryan carica il diaframma e inizia ad urlare da l’impressione che stia per sputare fuori il cuore, e sembra davvero lo spaccazucca pelata. È da brividi sulla schiena per quanto abbia una voce fastidiosa come un gessetto che graffia sulla lavagna il tuo nome e quello della morosina in un cuore fatto male. Medesima cosa per Blue Times, che è un quadro di teen angst anni ’90 fra poster di D’Arcy, Greta Garbo e la scaletta di un concerto dei Fugazi.

I need songs for lovers. Nobody writes them anymore.

(Ultimissima chicca è l’accento svedese che il cantante millanta di avere. Mezza gag.)

Oh ecco bravo

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Quante saghe si può dire abbiano avuto un successo costante, un’attitudine coerente, un’impronta riconoscibile tra mille. Praticamente tutte (anche perché non credo sarebbero diventate saghe) ad esclusione della saga di Batman di Joel Schumacher che era qualcosa di molto più vicino all’aberrazione che al continuum temporale. Cioè Val Kilmer Batman. E qui la chiudo.
Mission: Impossibile è una di quelle cosa che chi ci si era messo a pianificarla gli voleva male, sembrava. Primo film di De Palma, secondo di John Woo, terzo di boh, manco ricordo e manco ho voglia di googolare per sapere chi fosse. Poi il silenzio. Poi Brad Bird.
Pensateci un secondo, una saga dedicata ad una serie tv che vi sfido a guardarne una puntata che è una dichiararvi sconfitti dopo dieci minuti per non avere compreso il senso della puntata, il senso delle mosse, il senso di quello che vi hanno detto (e stavate dieci minuti in più non capivate neanche più il senso della vita), che per un motivo o per l’altro aveva sul grande schermo un suo fascino (nessuno dei tre precedenti MI può dichiararsi brutto, anzi) ma a cui non si era riuscito a dare una coerenza di saga. Episodi scollegati, diciamo. Ma saga no.
Ad un certo punto, qualcuno, un genio, da qualche parte decide di far produrre il film 1) alla Bad Robot  2) farlo girare a Brad Bird (Ratatouille, Gli Incredibili)


Insomma una mossa delle più classiche “o la va o la spacca”, a Roma conosciuta come “mossa del 23″.
Comunque Bird è uno che l’Oscar l’ha preso, la Bad Robot aveva già vinto al cinema con Cloverfield e Star Trerk (dopo avere stravinto in televisione con tutto quello che può passarvi nella testa che abbiate visto, VOI alla Bad Robot dovete la vita e presto verranno a reclamarla), si devono essere detti che alla fine il rischio era abbastanza calcolato.
Il problema era che il protagonista doveva essere Tom Cruise. Oh, ecco, leviamo il discorso Scientology, leviamo che tra lui e la moglie sembra normale far indossare dei tacchi a una ragazzina di 5 anni, leviamo un po’ di cose. L’ultimo ricordo che si ha di Tom Cruise, nitido in testa come fosse ieri, come la prima volta che la mamma vi ha beccato a farvi una pugnetta è questo qui.

Ecco, se voi andate dal mio amico Youtube e gli chiedete la top ten delle figure “maccheccazzot’èpresofigliomio” una è questa. L’altra è una qualsiasi di Nicola Porro, a random. Insomma si doveva mettere in mano un sostanziale se non vogliamo chiamarlo reboot ma massiccio rilancio di una serie che aveva visto la sua punta narrativa nei piccioni che John Woo ammaestra nella sua casa di Hollywood per volare solo davanti agli attori e mai cagargli addosso, a Tom Cruise che non aveva più quell’appeal che poteva avere non dico tanto su Giorni di Tuono, che siamo a un livello alto. Diciamo Cocktail.
Diciamo che a prescindere un film di Cruise per un attimo si era pensato di metterlo pg 16 come restrizione, che hai visto mai partisse coi messaggi subliminali.
Insomma la classica parabola discendente, e noi alle parabole discendenti non assegnamo un budget per un film da almeno millemiliardidieuro vero perdio?

Invece no. Come è, come non è. Il film si fa, con Tom Cruise.

Fatta la premessa minchiona del post andiamo avanti (non garantisco non sia minchione alla stessa maniera.
Mission Impossible Ghost Protocol si apre con i migliori 120 secondi degli ultimi 20 anni di film d’azione. Mica per altro, mica perché è la Bad Robot e sa come colpirci al cuore, mica perché succedono cose che non ti aspetti no.
Semplicemente perché da quei due minuti hai una chiarissima idea che stai vedendo la cosa giusta, nel punto giusto (accanto a tua madre ma questo è un altro discorso) e stai tifando la cosa giusta.
Insomma tutto giusto figlio mio, fosse sempre così staresti a posto nella vita.
La trama è delle più classiche e ce la lasciamo dietro, sti cazzi, però stavolta si capisce abbastanza, non è un continuo riferimento a nomi cognomi e cotillon vari ma è una gigantissima scritta “Tom l’hanno messo al culo a te, l’agenzia, il segretario, i russi e pensano che sei stato tu”. Figo ve?
La liquidiamo così.
Il film è la palese dimostrazione che chiunque pensi che il cinema di animazione non sia CINEMA non capisce un cazzo.
E se leggi e sei uno di quelli, sì parlo con te, non ti voltare: NON CAPISCI UN CAZZO.
Questo perché Bird in qualche modo, non so come, riesce a tirare due ore di film come fosse un cartone animato, senza tanti freni senza tante sciabolate di amarcord e di romanticherie e di cazzatone di spionaggio e controspionaggio. Va al dunque, c’è un problema e lo risolve

è ovvio che stiamo parlando di entertainment puro, che non parliamo di qualcosa di rarefatto e raffinato come La talpa, parliamo di qualcosa di indubbio gusto ma con un grado ed un’intenzione molto ma molto pronunciata verso il divertimento. Come i cartoni animati, dove c’è sì il momento riflessivo, ma sono 4 minuti. Di Ratatouille ti ricordi quando fa la zuppa mica che la mamma del roscio si trombava il cuoco ciccione ed era un figlio non riconosciuto fino alla fine del film. Insomma Bird prende un po’ da qui e un po’ da lì, si studia i 3 Mission Impossible precedenti e capisce varie cose.

1- Che Ving Rhames se c’è o non c’è è la stessa cosa
2- Che Tom Cruise ad un certo punto lo devi appendere a qualcosa di molto alto
3- Che la figona europea ci sta sempre bene
4- Che i russi sono buoni
5- Che Tom Cruise meno lo metti nelle condizioni di recitare meglio il film viene, quindi ridurre al minimo le possibilità che possa parlare
6- Che le maschere non servono a una mazza quindi usiamo i truccatori di J Edgar che facciamo prima

e ultima ma non per importanza: qui serve una squadra.
Ogni squadra fin dalla notte dei tempi è fatta da (George Lucas insegna).
- Leader: e vabbè di Tom abbiamo parlato abbastanza
- Co leader: ovvero quello che per figaggine arriva ad essere quaaasi come il leader con cui sviluppa una tensione omoerotica non indifferente, con varie sorprese e che possibilmente faccia prima o poi il supereroe. Jeremy Renner. Un po’ come dire che sì c’è Mark Hamill il fidanzato che tutti vorrebbero per le proprie figlie (solo che Mark Hamill magari non inizia a saltare sulle poltrone) ma le mamme non sanno che le proprie figlie vorrebbero tuutte, TUTTE, Han Solo, quello che non parla mai, che se parla non spara cazzate e soprattutto uno che nella vita ha disinnescato bombe, fatto l’arciere ed era cugino di Jesse James. Insomma, il cavalierato Jedi dattelo in faccia, il mondo è delle canaglie.

- Il simpatico. Ecco, se calcoliamo che il lato simpatia nei precedenti episodi non c’era qui si è pensato, prendiamo la fazza da comico più grossa e alternativa che c’è solo che a differenza di Star Trek tutte le battute che non facciamo dire in maniera scientifica a Tom Cruise le dice lui. Simon Pegg. Insomma il D3PO, l’R2D2 e il Chewbacca messi insieme senza rumorini 8 bit e aaaaawwwwurrgghhh

infine per chiudere

- La figona che non la dà a nessuno. Paula Patton (anche perché poi bisogna anche onorare la memoria di, e insomma è brutto che cinque minuti dopo stai a trombare qualcun altro e a prescindere, cocca, è banale che te trombi il leader, semmai il co-leader o una porcata con tutti e due insieme, ma già sto film rischia il pg16 perché ce sta il matto che va sul divano e salta poi che famo?)

Insomma, un quartetto, ecco il segreto, ecco il segreto (lo dico come Joe Pesci su JFK quando parla della triangolazione di tiro) Brad Bird è partito da lì, dal mettere su nel minor tempo possibile dell’iter di sceneggiatura il quartetto e da lì il film è andato via da sè, colpi di scena compresi.
Quindi parliamo del film che potrebbe tranquillamente dire a qualsiasi altro film d’azione del 2012 “per quest’anno non ce n’è”, e che venga da un regista che con gli attori in carne ed ossa (e qui sono serio) fino ad oggi non c’aveva mai fatto nulla se non il doppiaggio beh, permettetemi di dire che è un po’ la conferma di quanto il cinema, ancora oggi, sia l’arte che più di tutte a 360° dal punto di vista di generi, performance e scrittura sia in grado di stupire.
Ah, per inciso a me i tre precedenti erano piaciuti, il terzo forse per inerzia più che per convinzione, fatto sta che se andate vi divertite.
Parola di lupetto che non sono mai stato

Bravi stronzi

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Domenica la NBC ha trasmesso alla chetichella, in un giorno che non era quello del palinsesto originale, le ultime due puntate di Prime Suspect. Bravi stronzi.

Che fossero le ultime puntate è una specie di segreto di Pulcinella, perché lo sappiamo tutti da quel dì che il telefilm è stato cancellato, anche se non esiste un comunicato stampa ufficiale: in compenso però sono scomparsi tutti i materiali per i giornalisti dal sito NBC Media Village, che deve essere l’equivalente per il mondo della tv di quando Beyoncé canta “to the left, to the left, everything you own in the box to the left”.

Non è che voglia difendere a forza un telefilm dalla qualità altalenante, ma quando si parla di NBC (vi rimando in fondo al post per un breve riassuntino) ci vedo rosso.

Poi sinceramente trovo demenziale stoppare la produzione quando ormai la qualità della scrittura stava decollando, forse pure grazie alla decisione di liberarsi della zavorra “siamo il remake americano di Prime Suspect con Helen Mirren”, che a ben vedere a questo Prime Suspect non aveva portato altro che rogne e scarogne. Già dopo quattro o cinque episodi c’era stato, anzi, uno scollamento abbastanza netto tra versione americana e originale inglese, e la forbice era andata allargandosi nelle settimane successive.

Andando con ordine, ufficialmente il nuovo P.S. era il remake del primo ma:
a) le protagoniste non hanno lo stesso nome
b) né la stessa età
c) una è alcolizzata grave, quella americana invece sta cercando di smettere di fumare e forse le riesce pure (la cosa non viene più citata da un certo punto in avanti)
d) una è una stronza, l’altra semplicemente un po’ sulla difensiva
e) la stronza di cui sopra al massimo ammette i suoi problemi e va dagli alcoolisti anonimi, la difensiva nel tempo fa emergere il suo senso materno/pucciosità estrema e diventa praticamente come Babbi l’Orsetto
f) sempre la stronza odia ed è odiata dai colleghi tutti maschi; Babbi l’Orsetto fa la sostenuta ma segretamente vorrebbe essere accettata nel loro clubbone
g) Maria Bello ha una spalla fenomenale che nell’originale manca ed è un fedora che Dame Helen Mirren non avrebbe indossato mai. Ma mai mai. Un cappello in testa a Helen? Ma levete. Basta l’accessorio moda a squalificare l’intera “operazione remake”: e questi di NBC invece ci costruiscono un’intera campagna marketing, con tanto di gallerie (viste con questi occhi ma dimentico dove) “Trova un cappello mejo a Jane Timoney”. E bravi stronzi (bis).

Insomma, stringendo: ma remake di che cosa?

Che poi dovreste essere informati del fatto che il sostituto di Prime Suspect ha un rating che per averlo così basso P.S. almeno ci ha messo dieci settimane. Trattasi di serie nata da The Firm, nel senso del film con Tom Cruise, nel senso del libro di John Grisham, e nel senso che è peggio di un remake: è un sequel. Solo che NBC l’ha comprata a scatola chiusa, completa di ventidue episodi, e avendo già speso quei soldi probabilmente la propinerà tipo mangime alle oche da ingrasso. E bravi stronzi (ter).

Piccole cose che mi mancheranno di questa serie, comunque (a parte il fedora di Timoney):
- il tocco: ogni puntata aveva una frase famosa scritta a gessetto su una lavagna del distretto, opera del tenente cui piace leggere e fare il filosofo con i sottoposti. Non mi ricordo se c’era in originale, dubito fortemente: che qualcuno la salvi!
- il sottocast di meravigliosi caratteristi, compreso l’ensemble di poliziotti minchioni Brìan F. O’ Byrne, Damon Gupton, Kirk Acevedo, Tim Griffin ed Elizabeth Rodriguez: che qualcuno salvi pure loro (e possibilmente regali un ruolo da protagonista a Tim Griffin)!
- delle bellissime riprese di New York: aeree o elicotteree che fossero, sospetto siano opera di un service perché le ho viste tali e quali in A Gifted Man. Ma service o no, sono di una magnificenza e di una poesia che sembra di giocare a Death From Above in Call Of Duty: Modern Warfare.

In tutto questo, Prime Suspect è stato comprato da La 7. Uhm.
Non sarà come la Rai che acquisisce il remake cancellato di Charlie’s Angels, ma è abbastanza da farmi dire “e bravi stronzi” per la quarta volta.

Il quale E bravi stronzi volendo può trasformarsi in una formula da recitare come un Ora pro nobis quando si sgrana la lista tristissima dei prodotti di qualità cancellati e molto rimpianti (ma non dal Pavone, ingrati che mettono in pausa pure Community. tsé), da noi. Da NOI. Ecco dunque un pensiero per:

- Kings (e bravi stronzi)
- Studio 60 on the Sunset Strip (e bravi stronzi)
- Mercy (e bravi stronzi)
- Life (e bravi stronzi)
- Day One (e bravi stronzi)
- Freaks and Geeks (e bravi stronzi)
- Friday Night Lights (e bravi stronzi)
- Free Agents (e bravi stronzi)
- The Event (e bravi stronzi)
- Journeyman (e bravi stronzi)
- – …Heroes? (vabbé, sono aperta a una serena valutazione del caso)

Veni Video Vici

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Rusko – Somebody to Love

Non sono tanto per le mode, e nel genere elettronica che forse è quello che per definizione vive di mode, mi ci perdo. Nel momento in cui mi piace qualcosa alla fine è già fuori moda, sembra un po’ tutta la mia vita.
Ruski e il suo nuovo pezzo però sembra annunciare un succosissimo disco fatto di beat belli saturi (ignoranti direi) distanti dal classico dubstep e più vicino all’elettronica pura da club culture spinta che a me, personalmente, piace molto, forse perché meno concettuale, forse perché mi fa ballare. Video che suona un po’ di autocelebrazione ma va bene così no? Del resto i re del genere sono i Justice che sono a tanto così dal sbottonarsi la patta e farsi un video sull’egocentrismo del proprio pene

Ryan Adams – Chains of love

Cambiamo diametralmente e il video di Chains of Love viene da quella modalità fuori moda fuori posto fuori tempo che non si può non amarlo con tutto il cuore. Compresi i violini, la chitarra bianco rossa e blu e le teste delle chitarre e del basso che fanno i fuochi. Quanto sei sfigato Ryan? Quanto ti amo per questo?

Habemus Star Wars DIY

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Sebbene Lucas si sia un po’ incazzato che i fan lo critichino (ma Jar Jar Binks l’hai fatto te George, non i fan) sebbene siamo noi quelli stanchi di non avere la prima versione di Star Wars disponibile neanche in dvd, sebbene tutto, insomma.

Ricordate quel progetto di rimettere su TUTTO Star Wars con scene ricreate e rigirate dai fans (con mezzi che a tratti hanno del comico ed altri che hanno dello stupefacente)? Ecco.
Il film è finito, se avete un paio di ore, dei pop corn e tanto umorismo il film è finito
Tanto tempo fa in una internets lontana lontana..

Tutti i treni presi in fretta e i cancelli scavalcati

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I Fine Before You Came sono forti. Quando senti i dischi ti danno quell’impressione di persone che si prendono tanto sul serio, che nascondono i significati profondi sotto quelle parole semplici e quei giri un po’ storti e melodici che piacciono tanto; poi quando li vedi dal vivo viene da chiedersi ‘ma come fanno ad essere così supercazzoni e scrivere delle cose che ti fanno piangere per dei giorni?’. Ecco, anche ‘Ormai’, uscito così senza preavviso ieri sera – cioè due ore fa, dato che sto scrivendo ed è ancora domenica -, ha lo stesso effetto: ha quel potenziale nucleare di piangerone che se uno ci si ritrova un minimo finisce in una valle di lacrime e gole secche. Ed è bellissimo perchè ha delle canzoni bellissime, che suonano un po’ Sfortuna, un po’ Cultivation Of Ease, un po’ il disco omonimo e un po’ tanto Fine Before You Came senza troppi paragoni. È uno di quei dischi che fa prendere male in un momento non precisato della giornata.

Sono solo al terzo ascolto mentre sto scrivendo ma non penso di essere comunque psicologicamente pronto a mettermi in autobus a sentirlo, sentirlo in macchina o ancora meno in bici mentre fumo, con gambe che tremano dal freddo. Ma se per quello non ero nemmeno pronto per un disco nuovo dei Fine Before You Came, con quel mio brutto vizio di leggere i testi prima ancora di sentire tutte le canzoni.

Così in camera davanti al computer non ha l’effetto che deve avere, perchè Sasso potrebbe essere la canzone dell’anno e prima o poi capiterà di ascoltarla al binario tre aspettando il solito treno regionale. Oppure perchè Magone ha quelle due righine che ti spaccano di nuovo giù e non ha un cazzo di niente di senso se non quello di far risalire la rabbia e il senso di sentirsi usato/rimpiazzo che riappare ogni volta che faccio un piccolo salto indietro nel tempo. Ma ci sarebbe da riempire questo post di citazioni delle canzoni e di cazzi miei, quindi non ha nemmeno senso continuare a parlare del tempo che non c’è più, di tutte le fatiche intraprese ogni volta e delle epifanie posticce che fanno capire più di ogni singola spiegazione. Dopo tutto, quando fuori non piove qui non è affatto male, a parte il fatto che ultimamente, che ci sia pioggia o sole, me ne stia sempre di più a pensare a tutto il via vai di persone passate con gli anni che a pianificare in che modo liberarmi del senso di delusione a lunga gettata. E cari amici Fine Before You Came non siete di certo di aiuto ma non vi terrò il muso, perchè ‘Ormai’ è davvero un disco che fa venire quel magone trattenuto a fatica, quel taglietto fra le dita con il foglio stronzo della risma nuova o con la scatoletta del tonno. Lacrimare come se non ci fosse un domani è obbligatorio come lo smoking alla cena del casinò di Montecarlo.

(Che poi che differenza fa se era un parcheggio vicino al mare, i ruderi di un parco divertimenti nascosto dalla nebbia o un parchetto pubblico? Tutto quel parlare e parlare che rimbomba nelle mie orecchie prima o poi diminuirà e sarà solo una questione di dimenticare di nuovo tutto, almeno fino al prossimo ascolto di ‘Ormai’. È un cerchio che si dovrebbe chiudere e che potrebbe magari aiutarmi a piegare le camicie e metterle in ordine nei cassetti, non posso lasciarle tutte sul letto così alla rinfusa. Devo liberarlo per sdraiarmi a pensare al senso di vertigini di quando scavalco il cancello di casa da ubriaco e alle corse per prendere i treni.)

Lo ripeto, sei un disco bellissimo ma fai un po’ malino. Magari è colpa mia che non sono in giornata ormai da un bel pezzo. [lo si scarica qui]

Do You Know It’s Springsteen Time

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Ogni volta che torna Springsteen con un disco nuovo sembra Natale.
Dici che ormai sei troppo grande, che sei abituato alle sorprese, che ormai quel candore di quando eri ragazzino e credevi a Babbo Natale non c’è più, che poi che palle i parenti e che due maroni la cena e poi per carità didddio la tombolata. No. Non ce la puoi fare, o ce la fai ma parti con un ghignetto del tipo “io sono qui per farvi un favore siete voi che avete bisogno di me non io”.
Il Natale poi finisce che sei quello che prepara i film da vedere in fila, che declama citazioni ad alta voce, che esige il tombolino e si ubriaca come una merda.
Questo su per giù quello che mi aspetto da Wrecking Ball, il nuovo disco di Springsteen, che ovvio in post seri leggerete del fatto che è un disco disincantato un po’ dalla era Obama, che è cattivo come Nebraska e cazzuto come The River che insomma è il meglio Springsteen di sempre.
Non sarà così ma è come il Natale, e quindi un po’ sti cazzi.

(ah a me il pezzo piace, ha un bel po’ di Lonesome Day e ormai è chiaro che gli Arcade Fire sentono Springsteen sì ma anche che Springsteen sente tanto gli Arcade Fire, ma quanto è bello tutto questo?)

Winona, me e il punk

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Tornando a casa, alle 20 e 30, da lavoro, ho realizzato che Winona Ryder è la metafora più lapalissiana ed evidente della vita mia e di molti altri.
Faccio un passo indietro e guardo il me poco più che 15enne che vede per la prima volta Mermaids (Sirene) e perde totalmente la testa per quella ragazza che ad un certo punto si veste da Cher, si trucca da Cher e perde la verginità col bello in moto  (e gli lecca la giacca di pelle). Non credo di avere mai voluto così tanto essere qualcosa di inanimato come una giacca, di pelle per giunta.
Contemporaneamente quella stessa ragazza se la faceva con lo stronzo più stronzo di tutti (e per questo lo odiavamo un po’ tutti anche perché poi era il fratello bastardo di Robin Hood) ossia Christian Slater, non so se se la facesse veramente ma su Schegge di follia sì, se lo faceva (e ammazzava anche le persone) e se sei al liceo ad occhio di persone ne vuoi ammazzare almeno una sessantina soprattutto se sei sfigato.
Non credete mai a chi vi dirà “io mi sono innamorato di Winona su Beetlejuice” non esiste, non è possibile, a quell’età le occhiaie non piacciono, si hanno.
Detto ciò avevo la mia Brigitte Bardot o la mia Marilyn, capivo ogni volta che mio padre parlava di Rita Hayworth (pur rendendomi conto che con tutto l’amore non parlavamo di Rita la rossa) ed era un po’ come sentire il mio primo disco punk. Quando senti il tuo primo disco punk senti solo quello, non so se lo sapete, per tipo dieci anni. E il mio primo disco punk fu la colonna sonora di The Great Rock’n'roll Swindle. Per me, che ancora non capivo una mazza perché come letteratura musicale mi affidavo ai 500 album rock da salvare di Ernesto Assante, roba che ci sono dentro i 10000 Maniacs per capirci, e la mia concezione di punk era aleatoria, stupida e per lo più sintetizzabile nei “quattroaccordi”. Però era bello, Sid Vicious che canta sguaiato My Way era la cosa più bella del mondo (e lo è ancora) e Winona era i Sex Pistols. In tutto e per tutto.
E io per anni ho dato a Sid Vicious la faccia di Gary Oldman.

Poi Winona Ryder diventa WINONA RYDER, nel senso che il film e il cinema diventano un po’ tutto nella tua vita e il tuo diventa tifo e non vera e propria scienza. Winona Ryder fa tutti film bellissimi che solo a scriverli diventi scemo, Dracula, Night On Earth, Edward Mani di forbice, la moglie minorenne di Jerry Lee Lewis su Great Balls of fire.
Nel frattempo Winona Ryder se li fa veramente TUTTI, e tutti inarrivabile, tipo:

- La prima serie televisiva che ho amato alla follia è stata X-Files e il mio mito era ovviamente Fox Mulder (quindi David Duchovny). Fuori Uno

agli UFO non ci pensi ora eh stronzone

- Il primo disco veramente alternativo che compri ragionando è Mellow Gold

secondo me lui l'ha conquistata vestito così

- ti piacciono i Soul Asylum (e lei si porta Dave Pirner anche in Reality Bites)

l'ha mollato prima dei dischi più belli

- Il primo (forse) film che definisci della vita è Will Hunting

secondo me già quando ha preso l'Oscar lei pensava di mollarlo

- ami Gold di Ryan Adams e lei ovviamente anche pare

sta benissimo

Insomma la faccio breve, hai la fissa del Frat Pack e lei si fa Rob Lowe, Charlie Sheen, Johnny Depp e per davvero Christian Slater, copre tutto l’arco parlamentare chiamato rock alternativo da Adam Duritz e Jakob Dylan a Dave Grohl e Evan Dando, si butta anche sul country con Chris Isaak e arriva a Page Gesù Hamilton.
Sì quello degli Helmet.
Arriva anche a Dodi Al Fayed ma questo facciamo finta non sia mai successo.
Non dico bugie 

Insomma Winona è una cagna di attrice (col senno di poi) che riesce a fare film con Jarmusch e Scorsese, che addirittura fa un Alien e se la vince con tutto il mondo perché passi da un aurgh, nooo ad un ohhhh appena appare lei sullo schermo. E solo ora capisci che Winona è un segno, il segno che marchia le cose imperfette che  segnerà la tua vita, non ti piacerà mai l’oggettivo ma il soggettivo, i quattro accordi, sguaiati, suonati male ma che sono stati un po’ con tutti.
Ed ecco là che nel momento in cui apri un tumblr decidi che il sottotitolo sarebbe stato “era meglio morire da piccoli che vedere Winona Ryder rubare un tanga in un supermercato e Jar Jar Binks” in cui c’è un po’ tutta l’imperfezione del punk, di quel volere essere differenti ma in fondo un po’ uguali a tutti, ordinari e allo stesso tempo alternativi. Perché poi, ad un certo punto scopri che Winona Ryder piaceva e piace a TUTTI, quelli della tua età, che a loro modo sono punk senza sapere di esserlo. Winona però rubava, ad un certo punto ha dato fuori di testa, è stata fuori dal giro ed è tornata che faceva la mamma di Spock.
Voglio dire se le scrivono una biografia la chiamano Filthy Thong e non fanno una lira di danno.

Sta storia finisce con Black Swan, dove la Winona Ryder di oggi prende il posto della Winona Ryder di ieri, solo che a me la Winona Ryder di oggi non piace (Natalie Portman) troppo costretta in uno stile, troppo perfetta, troppo amabile, forse sono 3, forse sono 5 accordi.
Ma non sono 4, solo Winona Ryder è quattro accordi, come quelli che dici te

Vivo morto o X*

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I cicli fumetti, soprattutto i Marvel, ogni due anni circa arrivano a quel punto che puó essere definito “caciara”.
Si intenda per caciara quel punto ideale di sviluppo trama che caratterizza una roba tipo Beautiful, la soap. Dove tutti quelli che sembravano morti sono vivi, tutti quelli che sembravano buoni sono cattivi e soprattutto tutto quello che credevate, per stringere, é falso.
Sono dieci anni, con questo undici, che seguo la serie Ultimates, l’universo attualizzato dei supereroi Marvel ed ero al punto di considerare la cosa giunta a un punto morto, dopo l’Armageddon scatenato da Magneto (milioni di morti, New York sommersa, X-Men in pratica finiti e Vendicatori, mah, boh, se non salvi il mondo che cazzo servi a fare). Insomma non ce n’era più, pur continuando a leggere la serie intera (F4, Ultimates. X-Men, Uomo Ragno) mi dicevo, beh, mo?
Se l’Uomo Ragno in parte anticipava quello che é l’iter narrativo della nuova serie cinematografica (un “percaritàdidddiofiniamolapresto” che non finisce più) e gli Ultimates sperimentavano per la prima volta che cosa voglia dire essere guidati da una vagina per poi capire che il meglio alla fine é il maschio ebano con l’occhio impecettato (Samuel L.Jack… Ehm Nick Fury) dei Fantastici 4 e degli X-Men, nessuna traccia.
Dei Fantastici 4 ringraziando colui nell’alto dei cieli meglio, ma gli X-Men sono senza ombra di dubbio la sintesi migliore (in tutti gli scenari narrativi) che la Marvel ha proposto e propone.
Fino al punto in cui ci si rende conto che ci sono dei personaggi vivi, e se uno di questi é Fenice/Jean Gray qualcosa ci si poteva fare.
Ed ecco quindi sbucare dalle retrovie un nuovo arruolamento, e quindi una nuova distinzione tra buoni “rifondazione Fenice” e cattivi “rifondazione Mystica” che ha sì di scontato, ma forse no, ha di fumettoso, bello e dopo un bel po’ fortemente coinvolgente.
E sì perché se non ce ne frega un cazzo se Peter Parker non cresce mai (e si accoglierà il “muoricazzometteteciunispanicoamericano”) e i Vendicatori sì boh, mah, che fossero burattini lo sapevamo già, nella Marvel ci voleva, anarchia, locura e un “maccheccazzisimo”; e questo Bendis su tutti l’ha capito.
E lo ringraziamo.
Ora io vi presterei anche tutti i numeri dal 2001 ad oggi, ma pesano e me li rovinereste, ma siamo al numero 3 dei nuovi X-Men, insomma ce la potete fare, dai.

*il titolo mi sono vergognato appena ho salvato il post

Only three (simple) words come to mind.

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La prima settimana di gennaio è con alto tasso di probabilità il periodo peggiore dell’anno. La motivazione potrebbe risiedere nelle sole due parole ‘buoni propositi’, perchè volenti o nolenti quei dieci minuti minimo a testa in su a pensare ad ipotetici piani di riuscita e/o analisi degli anni precedenti arrivano per tutti, e quando ci si trova lì in mezzo non si riesce a fare una scelta. Per me l’ago della bilancia pende e ha sempre peso soprattutto verso la seconda opzione, cosa che si è fatta notare anche nelle scelte musicali da proto bimbominkia con le palle girate. Mi sono infatti ritrovato a partire con un cd dei Glassjaw per capodanno per arrivare in questi giorni a vecchie perle poserone come Silverstein, il primo degli Used e tanta roba che non ascoltavo da anni, fuorchè What It Is To Burn che torna ciclicamente almeno quelle due volte all’anno.

Domanda: chi me lo ha fatto fare un sabato notte – circa le 4 del mattino – di sedere sul marciapiede e fumare l’ultima sigaretta del pacchetto ascoltandomi, appunto, i Finch fino a non sentire più le mani? La motivazione risiede lì, in quella lista di buoni propositi, nei vizi e nel cd che girava in macchina durante il viaggio di ritorno: una compilation glam dimenticata dentro al cruscotto dall’autista, senza nessun nome scritto sopra, messa su per curiosità e rimasta poi fino davanti al cancello di casa mia, da dimenticare immediatamente. Mi sono ritrovato a testa in su, prima morto nell’umidità 0° e poi a letto, con l’ipod nelle orecchie a fare un salto indietro di anni rileggendo le mie vecchie biografie di Emotional Breakdown – nel caso qualcuno si fosse mai chiesto cosa stesse a significare ebd dopo il nome – e il tentativo di propormi piani a scadenza annuale. Quella dei Finch era pronta in qualche file di word, persa in format del pc fisso o magari infilata in qualche cd dati sparso per casa, mai pubblicata e vai a ricordarti il perchè.

Da wikipedia:

Finch was an American rock band from Temecula, California. The band released an EP Falling Into Place and two full-length albums, What It Is to Burn and Say Hello to Sunshine before declaring a hiatus in 2006. Finch reformed in 2007, playing a reunion show on November 23 at the Glasshouse in Pomona, California. They released a self-titled EP a year later, and were in the process of writing their third studio album when they disbanded in late 2010.

Non so se chiamarla casualità l’essere arrivato ai Finch il primo sabato di gennaio, direi piuttosto che è stato un percorso andato a braccetto con i miei pensieri di questi tempi, di cui appunto tutto il correre a ritroso e cercare involontariamente di rivedere volti che a fatica ricordo, così perchè i buoni propositi li conosco e ho avuto parecchio tempo da impegnare prima di prendere sonno.
Il concetto sembra un po’ lo scappare indietro indietro verso i rimorsi ma quel movimento involontario della materia grigia vuol semplicemente raggiungere un punto di rottura X con in mano ago e filo per rappezzare ricordi che in minima e minuscola parte non vuoi che scompaiano del tutto. Charlie Kaufman goes Drive-Thru senza l’intenzione del fare, giusto un viaggio nel tempo indietro fino a un sacco di anni fa. Tipo una corsetta sul posto con anni di scatoloni – quegli scatoloni – in mano da portare in un posto distante che collego a What It Is To Burn, senza se e ma ancora il grande discone dei Finch che non mi abbandona mai, magari arrugginito negli inserti elettronici – che sarebbero comunque potuti essere molto peggiori se non ci fosse stato in cabina di regia Mark Trombino – ma molto migliore del novanta percento di tutti i gruppi frangia-urlo-breakdown che girano ora. Disco di cui sono consapevole faccia ridere parlarne ora ma che porta con sè anni di ricordi che adesso pesano pochi grammi.

I Finch non erano altro che una ex cover band dei Deftones con un cantante che si muoveva come una scimmia e cantava insomma vabbè, un bassista che sembrava sotto metanfetamine e il batterista peggio cagacazzo della storia: l’uomo che ha sdoganato il doppio pedale in tutto lo ‘screamopop’ o come veniva definito in quegli anni ma che ha pure partorito una delle cose più soddisfacenti e facili da suonare in cuffia, ossia quel parapara tum tum para tum tum tum del break di What It Is To Burn.

Però ecco, quanto era un disco della madonna immacolata? Quando salivano le urla di Daryl Palumbo veniva davvero da correre e spaccare la faccia a qualcuno, altro che corsetta sul posto. Da aggiungere anche quel With my hands around your neck who will stop me now? di Three Simple Words che aggiungeva valore alla cose e strozzava quel grido di vendetta mai riuscita.

L’ipotetico viaggio nel tempo è finito con una notte quasi in bianco, salvata in corner da quattro ore scarse di sonno ma un atterraggio morbido sul materasso, senza rimanere bloccato dai ricordi – che sono stati per la maggiore insipidi – e trasformare la voglia di salvare due momenti in croce in intenzione vera e propria di tornare indietro e rimanere. C’è chi si ammazza pur di restarci.

Il 25 marzo What It Is To Burn compie dieci anni, io due conti di tutto il tempo passato me li sono fatti, non per niente ho tirato su sto pippone tutto disconnesso che non ha il minimo senso se non quello di dire che la colonna sonora è stata quel disco lì, e il risultato che è uscito sulla calcolatrice non mi è piaciuto per un cazzo di niente.

At the Drive-in & Refused: rather be dead. E invece…

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At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.

Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.

Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”

In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.

In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…

In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.

Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì,  “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:

We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us

Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.

Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.

Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.

Il mio tweet preferito sull'argomento.

Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.

* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.

Veni Video Vici

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Rihanna – You the one

Ve l’ho detto che da due settimane sento solo Talk That Talk di Rihanna? No? Non ve ne frega una mazza? Ecco ora avete una notizia inutile in più nella vostra vita perché io ormai ve l’ho detta e ormai voi la sapete. Insomma. Ecco.
You The One è la traccia che apre il disco ed è la cosiddetta ballata downtempo, cioè è capire come Rihanna riesca a combinare un testo così (dolce nanana, emozionale nananayey) con mosse alla Selen e mani “in caciara” per 4/5 del video, però il pezzo è un pezzone

Il Teatro degli Orrori – Io cerco te

Che è la classica canzone de Il teatro. La notizia bella è che Ragno Favero sembra sia tornato col gruppo, certo sapere che sul disco ci sarà un featuring di Caparezza non mi fa capire molto la direzione, ma siamo buoni tranquilli e aspettiamo.
Il video è una cacatona che andava fuori moda verso la fine anni 90, tutti che cantano faccia alla telecamera, tutti che scapocciano. Almeno i Linea 77 ci avevano messo The Niro a farlo, che faceva ridere.
Ah, ha creato un po’ di subbuglio la frase “Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più” che fa molto Calderoli, ma parlarne sarebbe dare soddisfazione a Capovilla e chi se ne fotte (citandolo).
Detto ciò vediamo se la faranno a Roma, dal vivo, vediamo che succede, sarà tutto per il lol.

Arcade Fire – Sprawl 2

Qui stavamo pubblicando le classfiche sennò ne avremmo parlato per bene. Il video ha un po’ quell’aria da Suburbs Jonzeiana che secondo me a questo punto guiderà tutto il marketing del disco di due (2!!) anni fa. Detto questo c’è chi ama e c’è chi odia Regìne, io personalmente le voglio un bene del mondo anche se un eventuale disco solista mi spaventa un po’. Se non l’avete fatto c’è anche la versione interattiva del video, tipo che se ballate davanti alla cam lei fa le stesse mosse. Ma io non lo so perché non ho la cam.

Carnage; o, Il polpettone

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Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.

Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.

Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.

All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque  a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.

Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.

Slightly Off

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Un buongiorno a me e un buongiorno a voi.

Quando Giorgio mi ha chiesto di entrare a far parte del novero di autori di JunkiePop ho fatto un controllo di sicurezza: mi sono andata a leggere la lista del meglio della tv dell’anno secondo The AV Club. Non sarà l’elenco definitivo, ma è molto rappresentativo di quello che succede sul piccolo schermo che interessa a noi (noi come generazione di tardoni digitali, noi come giovani ed ex giovani pressoché bilingue, noi che difficilmente guardiamo la programmazione di Italia1… noi, insomma).
Il risultato è piuttosto sconsolante: delle serie elencate o non ho mai visto niente, o ho interrotto la visione dopo un po’.

I motivi per queste mancanze sono dei più vari (quel giorno mancava la luce; colpita da amnesia, pensava fosse il 1518; il gomito mi fa contatto col piede, eccetera), ma credo che importino complessivamente poco quando invece mi sento di poter ben rappresentare il pensiero di chi mi ha letto fin qui, e che dovrebbe essere all’incirca:

ma se non guarda quelle serie, allora cosa guarda?

La risposta è: altro.
E questo è il contributino piccino picciò che vorrei portare a JunkiePop finché non mi cacciano via a pedate e/o smettono di rispondermi al citofono: serie belle ma cancellate? Célo. Network sfigati che a malapena registrano un bip sulle montagne russe dello share? You got it. Scivoloni, figuracce, momenti altissimi dei quali non s’è accorto nessuno? Yesssuìchen. Col vostro permesso, s’intende.

Per esempio.

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Il più grande spettacolo dopo la gang bang

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Io non ho mai visto niente (NIENTE) in vita mia come Black Mirror prima di tre sere fa.

Cos’é Black Mirror? Nulla che riguardi gli Arcade Fire, bensì una miniserie di 3 episodi, 45 minuti l’una proveniente direttamente dal paese padre (o madre) di tutte le serie tv che ti fanno cascare dal divano, l’Inghilterra, nello specifico Channel 4.
Facciamo così perché solo a provare a spiegarlo mi esce il sangue dal naso, vado di sinossi della prima puntata.
Viene rapita la principessa d’Inghilterra (chiaramente ispirata a Kate Middleton), la richiesta per il riscatto é una che entro le 16 il primo ministro, in diretta nazionale, senza trucchi e senza inganni si scopi un maiale.
E credo che qui io vinca tutto per quello che riguardi le chiavi di ricerca: ciao maniaco, sì sto parlando di scoparsi un maiale.
Detto ció, fate i vostri conti, con il nichilismo, il cinismo che riempie i media (e i new media ovviamente) di oggi, Black Mirror (il cui unico trait d’union nelle 3 puntate é la divisione in  atti come un’opera teatrale e il fatto di essere autoconclusive, ognuna una storia a sè) é una serie che ha il suo punto di vista nell’alienazione dei mezzi d’informazione, i format disturbati e disturbanti sociologicamente come i reality e la commistione sanguinolenta e assoluta con la vita di tutti i giorni, il consumismo, l’emulazione, la manipolazione di massa.
Capite da voi che entriamo in un panegirico intellettuale imbarazzante dove la sintesi ultima è che tutto sia una merda, noi siamo merde, questo mondo è una merda ed è guasto e sicuramente non c’è mai, MAI, il lieto fine. Giratela come volete ma è così, ma non ci sono speranze. Fondato su uno stile che richiama a tratti il nichilismo assoluto di Haneke e Von Trier e a tratti la visionarietà di Park Chan Wook e Michel Gondry Black Mirror è un Twilight Zone ma in acido, acidissimo e virato fortemente sulle debolezze e l’edonismo del 21esimo secolo, é da considerarsi la “cosa” televisiva di fine 2011, troppo fuori dagli schemi, troppo artistico e assoluto per essere paragonato a qualsiasi altra cosa voi abbiate visto, e non intendo negli ultimi sei mesi.

Una roba enorme.

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