A lion still has clows

Nella mia lista infinita di serie tv da iniziare c’è Games Of Thrones e forse sono stato un mezzo scemo a non aver ancora fatto il primo passo dell’episodio pilota. Di certo adesso c’è un motivo in più. Matt, beone barbuto, ma quanto bene ti si vuole?

Chronicle

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I film di fantascienza sono difficili, è difficile abbiano una resa credibile, è complicato se si mettono sullo stesso piano dei capostipiti del genere è quasi impossibile abbiano un valore se girati con un budget limitato.
Uno degli escamotage del genere negli anni è stato il found footage, le riprese amatoriali che da una parte abbassano il budget dall’altra ti permettono di scrivere cazzate enormi e non avere una sceneggiatura.
A farlo, peró, in maniera credibile devi essere bravo quanto Spielberg e Lucas lo sono con gli effetti speciali, sennó il ridicolo è dietro l’angolo.
Josh Trank, con Chronicle, parte dal presupposto di Cloverfield (accade qualcosa per cui non si sa il perché, accada) e ci mischia un po’ di generi. Il supereroismo Marvel su tutti. Difatti la storia é abbastanza banale, tre ragazzi che entrano in un buco e si trovano poteri telecinetici sempre più potenti, e shakera con un po’ di Kasdanismo alla Stand by me, del tipo se siamo quello che siamo i super poteri lo modificano e amplificano la nostra natura negativa. Stan Lee con sta roba ci fa passare una pensione tranquilla a tre generazioni di discendenti. E se è potente l’impianto narrativo (fatto di emarginazione, amicizia e violenze famigliari) è nella resa (espiantata para para da Cloverfield) che il film manda a segno l’home run con tre uomini in base, perché il found footage si piega benevolmente a tutto quello che il regista vuole, risultando oscuro nel non visto e quasi da cronaca televisiva nella documentazione. Se vedete Chronicle peró fate un conto su quello che vi rimarrà in mente, una storia di amicizia, il paio di frasi che lasciano mille domande, i botti e la distruzione.
In ogni caso, viene da sé, che se uscite col punto interrogativo in fronte e senza averlo bollato come l’ennesima roba come tutte le altre (e non sarà così) è segnale che ha vinto lui.

Romanzo (Super)Criminale

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C’era una volta Romanzo Criminale, la serie, quella famosa per la “becerità criminale” tutta romana condita da “e mò m’hai rotto er cazzo” e morti ammazzati. Quella serie, si sa, ha generato un culto (il più delle volte sbagliato, soprattutto per chi di cervello ne ha poco e di chi di maturità ancora meno) ma che a portato ad identificare i tre protagonisti Francesco Montanari, Vinicio Marchioni, Alessandro Roja su tutti ma anche i personaggi di contorno come fazze a cui volere bene.
Questa è la premessa.
C’è poi Flop tv, che tira fuori Super G una serie piccina, da dieci minuti a puntata, fatta tanto per giocare, che racconta di supereroi omosessuali, che segano il lavoro per guardare la Roma e tirano cocaina, insomma la destrutturazione totale del sistema, l’altra faccia. Pasolini meets Marvel direi in maniera sacrilega.
Protagonisti per lo più i ragazzi di Romanzo Criminale, Libanese, Fierolocchio e Scrocchiazeppi.
Nell’ordine Supercane, Superbotta e Supercicala.

Ecco, fate un attimo la tara, spingete play e poi morite dal ridere

qui la serie

Ho chiamato i miei insuccessi morso di ragno

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Partiamo da un presupposto, cioè questo. No, seriamente, partiamo dal presupposto che un tale marchio consolidato da anni e anni di produzione di storie e gadgetistica venda ancora grazie ad una serie di incroci multimediali che posano la loro fortuna su diverse piattaforme ulteriori a quella su cui esso è nato. Facciamo che questo ‘prodotto’ – e solo tutti i soldi che ho speso per comprare i fumetti sanno quanto mi dia fastidio chiamarlo così, come se ne disprezzassi il tutto – sia una figata pazzesca e che stia per uscire un film che dai trailer sembra essere una bella bomba e che grandi e piccini siano pronti ad entrare al cinema sudati marci a luglio per prendersi una broncopolmonite per colpa del climatizzatore del multisala (della località marittima dove i loro nonni avevano comprato casa 30 anni fa e che ora gli tocca tenerla sulle spalle). Come li attirate ancora di più questi ragazzini che hanno visto gli altri tre film in tv e che adesso sono pronti per compiere il grande passo di vedere Emma Stone farsi portare in giro per New York da un tizio mascherato?

Ultimate Spider-Man è la nuova serie animata di Disney XD – e all’alba del quarto di secolo, per colpa di un network televisivo, ho scritto quell’emoticon per la prima volta, mi sento sporco – basata sull’universo parallelo creato dalla Casa Delle Idee dopo i fatti dell’11 Settembre e che è ha avuto un totale di vendite talmente alto al punto di andare a toccare anche la produzione delle pellicole cinematografiche uscite negli ultimi anni, che hanno proprio quell’impostazione rebootata dell’universo Ultimate – quello che ha un nuovo Uomo Ragno che assomiglia a Pharrell Williams e un Thor che dire ‘manifestante’ è forse riduttivo e fuorviante. Dietro a questo cartone animato non c’è la sola supervisione dei pezzi grossi Marvel soliti – la firma contrattuale di Stan Lee e qualche stagista obbligato dall’editor-in-chief a dare una letta alla sinossi delle varie puntate – ma un lavoro a più mani di autori della carta stampata e forse il segno lo si nota, bensì Ultimate Spider-Man sia una serie umoristica, fatta di richiami ai videogame, all’humor dei teen movie anni ’80 ambientati nei corridoi della scuola e non la fotocopia televisiva di Peter Parker adolescente a cavallo fra i quadrangoli amorosi con Mary Jane – Gwen – Kitty e in combutta con dei cattivi ancora più cattivi della versione normale come nelle pagine dei fumetti. I nomi di Brian Michael Bendis, Paul Dini, Joe Kelly e Joe Casey dovrebbero bastare per il lettore medio per far capire che qui, detto proprio villanamente, non si scherza un cazzo.

In realtà si scherza un sacco: le gag toungue-in-cheek con i suoi sidekicks sono fighe e Peter è il solito scemo che ha appassionato tutti. È un cartone animato e magari il pregiudizio ci potrebbe essere, però 21 minuti rilassanti se li dovrebbero concedere tutti, poi con testa di tela sono ancora meglio.

Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – GiorgioP 1/5

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Quello che non sapete è che quando certe cose si decidono di fare su più blog a volte mettersi d’accordo è complicato (e non ci si mette) altre è immediato, altre ancora è immediato ma poi ci si maledice per avere detto “sì”.
L’idea era di proporre la versione di ognuno de “le canzoni degli anni 90′” quelle che ci sono piaciute di più (quindi dal gusto personale imprescindibile) riprendendo il listone di NME. Con una differenza NME ha listato 100 canzoni, l’idea di Kekko (e troverete un post analogo oggi sia su Bastonate che su Stereogram) era dieci. E dieci saranno. Inutile vi dica l’incompletezza e la difficoltà della cosa, quindi scrivere “manca questo o manca quello” verrà da sè, fate una cosa, se vi va fate la vostra, se volete usate i commenti o il vostro blog o quello che è.
Queste sono le mie, qui ci sono gli altri di JunkiePop

10 Oasis – Whatever
La Wonderwall prima di Wonderwall. Gli Oasis la fecero uscire come bonus di Definitely Maybe ma era una canzone da primo singolo. I violini, l’acustica e quel sound di quel disco lì, a cui da quello dopo sono state aggiunte cose su cose.

9 Pearl Jam – Animal
Sui dischi dei Pearl Jam ho cambiato idea 3/4 volte, da poco ho capito che Vs è il disco che a me la vita l’ha cambiata un bel po’. Animal era il secondo schiaffone in faccia dopo quel disco, che era molto meno hard rock del precedente ed iniziava ad essere rock quasi puro. La pesantezza e la magnitudine del riff iniziale é un pezzo grosso degli anni 90.

8 PJ Harvey – Rid of me
Scrivere qualcosa su PJ e su Rid of me lo reputo quasi insultante. Il disco rimane di una produzione da schifo, quasi inascoltabile (e sticazzi se c’era Albini eh) da uno stereo se non mettendolo al massimo del volume. Forse la bellezza di Rid of me é quando alzavi il volume.

7 Deftones – Be quiet and drive
Gli anni 90 sono stati anche nu-metal e i Deftones (provenendo da tutt’altra parte, l’hc, ma nel calderone nu metal a forza erano stati infilati)sono un gruppo che li ha passati  indenne grazie anche a Be quiet and drive, una canzone che ho percepito venire sempre dagli Smashing Pumpkins, melliflua, andante. A suo modo una ballata

6 Tom Waits – I don’t wanna grow up
Uno dei miei 5 dischi dei 90 é Bone Machine in cui scegliere qualcosa é umanamente impossibile. Sentire peró sta nenia catarrosa che dice di non volere crescere a 18 anni ti faceva sentire meno solo. Anche oggi

5 Fugazi – Blueprint
Uno dei 5 gruppi della vita. Ringraziate iddio che non le ho messe tutte e dieci dalla loro discografia

4 Soundgarden – Black hole sun
Il “capolavoro” degli anni 90. I Beatles suonati dai Black Sabbath, un disco enorme e un video Lynchiano (c’é anche Bob del resto). S’é sentita tanto lo so, la sentiste una volta di più ne capireste l’enormità

3 Therapy? – Nowhere
Feci una cassetta da 46 con solo Nowhere da una parte e dall’altra. I 4 accordi, la canzone punk del gruppo più vicino al post punk metal dei 90.

2 Sonic Youth – Sugar Kane
Sui Sonic Youth il mio giudizio é cambiato negli anni, oggi li considero alla pari dei Beatles il gruppo più importante della storia. Sugar Kane é un simbolo di come il noise possa essere piegato alla forma pop rock. Ne potevo scegliere 30 altre lo so

1 dEUS – Suds and soda
Per me é la canzone dei 90. Ha tutto dalla prima volta che l’ho sentita che scambiai il violino come una sirena sotto casa. Poi l’incedere sgangherato alternative, l’esplosione. I dEUS

Tu che hai i ritagli – La fine del campionato

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E’ finito il campionato di calcio 2011-2012. Ha vinto la Juventus.
Come nel caso delle amministrative a Catanzaro, ora si contano più scudetti di quanti siano stati assegnati.
Noi – e i ritagli – torneremo la prossima stagione, e vi salutiamo con un hommage ad Alessandro Del Piero.
Per le figlie del calcio, signore e signori: Sonia Del Piero.

Giorgiop – Campionato brutto. Ha vinto la meno peggio e hanno perso le altre.
Schachner – Campionato specchio delle pietose condizioni del calcio italiano. Siamo appesi alle prestazioni di giocatori invecchiati e che non valgono più come un tempo e che – solo noi nel mondo calcistico in questa quantità – trasciniamo per anni paralizzando un intero sistema. Tendiamo ancora troppo a preferire i rischi minori, correndo poi quello più importante: non vincere più. La rosa dei pre-convocati per il prossimo campionato europeo ne è la rappresentazione: la serie B veste azzurro, tanti giocatori provengono da squadre minori e nessun attaccante all’italiana è riuscito a meritare la chiamata.

G – Liquidiamo così questo campionato e parliamo di occasioni perse. Ci vantiamo del peso specifico della cultura calcistica italiana (tecnici e calciatori) ma in Europa non la “strusciamo” più. Mancini ha vinto ed è stato acclamato come ambasciatore del calcio nostrano, ma con un undici titolare costato 167 milioni e Balotelli unico italiano, che nella partita dell’anno ha giocato 20 minuti per evitare le conseguenze dei suoi pericolosi comportamenti. Spero poi Prandelli potrà meglio spiegare il suo codice etico, vista la convocazione di Balotelli, espulso 19 volte in due anni. Torniamo alle occasioni perse. In Italia giocano quasi tutti allo stesso modo, con poche varianti, arriva Luis Enrique con una possibile rivoluzione e lo trattiamo da scemo. Dai tempi di Eriksson nessuno straniero ha vinto imponendo il suo gioco e lo stesso Mourinho si è italianizzato per vincere. Facciamo molto schifo, vero?
S – Siamo molto dietro in Europa. Il problema maggiore della nostra cultura calcistica è ancora il tifo. Sportivamente parlando, la nostra cultura non ha mai avuto una rivoluzione. Fino a quando continueremo ad acclamare i Capello e a richiederli come salvatori del Titanic, non faremo altro che imbarcare acqua. Luis Enrique è andato via perché non siamo in grado di costruire nulla, siamo dei pessimi sportivi, dei pessimi perdenti e quindi dei pessimi vincitori. Mi hai recentemente prestato un libro in cui si ripercorre la storia del Barcellona, per dimostrare come i successi di questi anni siano un percorso lungo, lunghissimo. Quel progetto continua a far lottare una squadra – e sia ben chiaro: il Barcellona non è un top team – per grandissimi traguardi solo grazie alla fiducia data a rivoluzionari del calcio che non hanno mai raccolto quanto avrebbero meritato. Noi siamo così stupidi che tra l’uovo oggi e la gallina domani, scegliamo sempre l’uovo.

G – Aggiungiamo anche la mancanza di onestà di stampa. Questa stagione quante volte hai letto “Luis Enrique sta giocando con tre difensori di ruolo in rosa, di cui due inadeguati al suo sistema” o “De Rossi appena firmato il contratto ha smesso di giocare” o  ancora “le partite migliori della Roma sono state quelle Pjanic sulla ¾ e Totti fuori”? Quante?
S – Apriamo quindi il capitolo Luis Enrique. La Roma ha chiuso malissimo. L’Europa, anche quella più importante, era lì a portata di mano e se l’è lasciata scappare. Imputando tutte le colpe possibili all’allenatore, io – e qui pecco un po’ di presunzione ma permettetemelo – che ho giocato, so benissimo che un calciatore arrivato in quelle posizioni a quel punto della stagione, anche se il metodo non ti convince, se non ti trovi bene e  se non ti piace il mister, tira fuori il carattere gioca le 3-4 partite finali con il coltello tra i denti, “all’arma bianca” come diceva un mio allenatore, ex portiere della Roma di Herrera. Porti a casa i punti che servono e poi risolvi i problemi a bocce ferme. L’Inter e la Lazio ci sono riuscite. Invece i giocatori della Roma hanno tirato i remi in barca molto tempo prima, per motivi che noi non sappiamo. Siccome non li sappiamo noi, non li conosce nessuno. Questo significa che le cazzate costantemente create ad hoc dai media romani sono sempre bufale, e non dell’agro pontino, e la speranza di tornare a “mangiare” li ancora spinge a trattare un argomento sportivo come una faccenda politica. E la politica, in quel senso, fa schifo.

G – Possiamo dire chiaramente che Luis Enrique é un personaggio poco italiano e anche nei saluti finali si é dimostrato molto attaccato a un progetto, ad una cultura più costruttiva che distruttiva, evitando di parlare di ciò che non ha funzionato in questa stagione?
S – Luis Henrique ha detto una lezione di stile al calcio italiano. Ha parlato bene anche di chi, appena lui ha fatto le valigie, ha cominciato a sparlarne. Ha fatto complimenti a tutti, anche a chi non ne meritava. Ripeto: si può essere tifosi, e quindi delusi per il risultato, ma i giocatori della Roma  hanno commesso un errore già dal ritiro a non dare il culo per un progetto che li avrebbe portati in alto. Ora ricominceranno, probabilmente con Montella, forse sopravvalutato.

G – L’errore di valutazione su Montella sta nel non vedere quanti punti hanno fatto col Catania Giampaolo, Mihajlovic e Zenga. E dove si sarebbe arrivati l’anno scorso con i punti di questa stagione. Parlare di Catania come di un “piccolo Barcellona” può vuol dire o non capire un cazzo di calci, o non avere idea del gioco del Barcellona. Noi, per la Roma, prenderemmo Pioli o Gasperini?
S – In italia abbiamo la brutta abitudine di valutare in senso assoluto ciò che si presenta relativo. Per un momento il Catania è stato tra le grandi, ma alla fine della stagione? Le squadre di calcio si valutano nell’insieme. Montella ha fatto le stesse cose di Zenga, Simeone, Giampaolo e Mihajlovic. Molti dei meriti del Catania sono nella rosa costruita con grande mestiere da Lo Monaco, e la prova risieda nella serie consecutiva di stagioni nella massima serie, cambiando spesso tecnico e calciatori. Il Catania dell’Aeroplanino ha preso una montagna di goal (che è passata quasi inosservata, nascosta sotto il tappeto da giornalisti poco lucidi), non ha sempre giocato “a far male” e, anzi, i punti più pesanti sono arrivati barricandosi dietro e andando in contropiede che neanche il Bari Eugenio Fascetti… Io, fossi tifoso della Roma, non vorrei come allenatore nessuno dei quattro ex del Catania. Poi è una semplice equazione, e quindi neanche Montella. Se la Roma vuole continuare in una certa maniera, forse il solo Gasperini è in grado di proporre quel tipo di calcio. Pioli ne ha meno voglia ma ha la grande capacità di andare incontro ai propri calciatori, valorizzandoli tutti.

G – Senza passare per l’imbarazzo societario (perché é evidente che qualche problema ci sia), é per te plausibile dire che la Roma stia firmando con l’unico allenatore che le abbia risposto “sì, vengo”?
S – E’ possibile. A Roma non si ha ben chiara una cosa: con certi giocatori in rosa, e con il loro peso specifico, un allenatore che voglia praticare un gioco molto preciso, con dettami rigidi, avrà problemi seri. La Roma oggi non può liberarsi di Totti e De Rossi per colpa di tifosi che preferiscono citare Whitman allo stadio o scomodare finti supereroi marveliani. La colpa è di chi fa il tifo. Ne fa le spese tutta la società.

G – Noi non parliamo mai di altri ma voglio spezzare una lancia per Luca Valdiserri del Corriere della Sera, che ha difeso Luis Enrique per l’intera stagione, unico giornalisti a cui il mister spagnolo abbia chiesto di fare una domanda nella conferenza d’addio. Uno giornalisti con cultura fa bene. Fossero di più, farebbe meglio. Luca, a una radio due giorni fa, come noi ha detto “sono stufo del calcio italiano”. Parlavamo del Barcellona, di galline e di uova. Dici “qui preferiamo le uova”. Siamo con tre posti in Champions League e l’outlook é più che negativo. Cosa faresti, in una sola mossa, per cambiare le cose?
S – In una sola mossa estenderei le regole dei dilettanti sui limiti d’età anche ai professionisti. Costringerei a portare in lista 5-6 giocatori under 23. Sempre.

G – Vediamo il lato positivo: l’Under 21 per assurdo é tornata quasi a fasti antichi, con Prandelli che pesca in quella fascia per gli Europei. I giovani ci sono, basta farli giocare.
S – Il lato positivo è che il mister se ne accorga perché ci sono sempre stati. Quello negativo è la gente che impreca “doveva portare Quagliarella o Matri” e aggiunge “Cigarini? Ma è matto!”. Meglio perdere con degli under 21, che farlo con del trentenni. I giovani ci sono, bisogna provarli per capire se sono buoni e non bisogna aver paura di fare figuracce. Tanto poi si fanno anche con Cannavaro.

G – Verissimo. In chiusura, speriamo in un futuro migliore per il nostro calcio o restiamo il proscenio del prossimo Mourinho?
S – Io ho sperato fino all’addio di Luis Enrique. Credo che, per cultura, siamo destinati al peggio. Siamo così dalle corse delle bighe, non credo si possa cambiare nel breve termine.

Tutti giù per gli Earth

Quello che é bello degli Earth é che non gli puoi dire un cazzo, proprio mai.
Quello che é ancora più bello é che scrivano una parte 2 di un disco già bellissimo (Angels of darkness demons of light) e per completezza facciano tutt’altro, il parte e il 2 é purezza di formalismo ed etichetta.
Gli Earth non hanno un campo da gioco, uno schema, praticano uno sport a parte che non gioca nessuno. Un po’ come a me che piace il baseball, a tirare una palla a Chipper Jones manco ci provo. Ecco, gli Earth sono i Chipper attuali, le leggende che nell’ambito sono tali e fuori dici “eh? Chi?” Peró li vedi/senti una volta e capisci che gruppi così, capaci di prendere il post rock, lo sludge, i droni e Morricone, non ce ne sono tanti, magari non interessano ai più. Magari peró a chi interessa anche un altro fuoricampo, tirato come dio comanda, cambia la vita

So call me sober when you’re ready, not goin steady, but babe I planned our wedding already

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Alle volte basta un video per capire bene con chi si ha a che fare: ragazza di bell’aspetto che sta diventando il nuovo fenomeno (loal o meno) della internet grazie ad un mac e quegli occhi che non capisci se è fatta o lo fa per scena oppure è proprio così. Ma focalizziamoci su una cosa: ha un mac pieno di adesivi, con i pacchetti di aggiornamenti di garage band, un microfono, un software che funge da vocoder, una pagina di tumblr (perchè dai, sì) e magari qualche contatto che ha rebloggato una foto di Ellen Page in X-Men (o magari possiede una copia di tale film o ancora meglio legge i fumetti – e in tal caso ritirerei qualsiasi parola scritta precedentemente per chiederla in sposa). E qui sarebbe da dire che ormai fan musica tutti, che basta un computer figo, con la roba figa eccetera e sarebbe giusto ma anche basta.

La canzone è di per sé abbastanza innocua – non ha senso star lì a far diatribe sul bello o brutto di un fenomeno che potrebbe, sì e no, durare una settimana o magari arrivare addirittura a fare più carriera della Britney. Vedremo cosa diranno i giovani di questa signorina che si fa chiamare come la ragazza intangibile della Marvel. Se si potesse avere una wannabe non-ho-capito-cosa così che prende il monicker dai fumetti alla settimana il mondo, forse, non sarebbe nemmeno così brutto.

Into It. Over It.

Evan Weiss è un matto di quelli buoni. Uno che ha registrato una canzone alla settimana per un anno intero e poi ha messo tutto in free download (per poi così attirare l’attenzione della No Sleep e trovare una casa per la sua musica), giusto per prendersi una pausa dalla sua band principale, i Damiera. Testi scritti durante la settimana e musica scritta e registrata nel weekend, senza mai prepararsi nulla o mettersi avanti giocando d’anticipo. Un matto che solo l’anno scorso ha pubblicato due cd, Twelve Towns e Proper, quest’ultimo finito anche nella mia ultima top dischi di fine anno.

Lunedì sera Into It. Over It. ha suonato a Ferrara, in un agriturismo disperso in mezzo al nulla, in un posto che anche i locals hanno avuto difficoltà a raggiungere senza sbagliare strada almeno un paio di volte. Non aveva la backing band, solo lui e la chitarra acustica dentro ad uno stanzone adibito a sala concerti ma che sicuramente è nato per altri scopi ricreativi – tipo che secondo me ci mettono i giochi dei bambini quando fa freddo e non possono ammazzarsi di sudore all’aperto -, con una eco abbastanza presente da convincerlo ad abbandonare il microfono dopo un paio di canzoni e quindi levare ogni forma di divisione fra lui e i pochi presenti, cosa che non sembra essergli interessata più di tanto dato che ci ha messo tutta la gola e sembrava stesse suonando per mille persone. Ha fatto, così a memoria, una dozzina di canzoni, non spostandosi più di tanto dalle altre scalette trovate in rete. Un po’ degli ultimi due dischi e un po’ dal resto della discografia, con tanto di cover degli Everyone Everywhere che ho sperato fino all’ultimo facesse (perchè è una canzone della madonna, anche nella sua versione).

La cosa bella dei concerti così è sicuramente tutto lo spiegone che fanno i cantanti prima delle canzoni, sono quasi sicuro di averlo già scritto; però Evan ha tirato fuori l’umorismo e perso tempo a spiegare i perchè e i percome dietro alle canzoni, e secondo me è una cosa splendida in quelle situazioni ‘intime’ perchè ha fatto un sacco ridere tutti e sembrava davvero contento di trovarsi in mezzo alle zanzare un lunedì sera a caso assieme al tizio del merch – che sembrava gli facesse schifo anche il solo vivere e respirare – la sua chitarra acustica e il racconto di quando gli hanno fregato la bici, gliel’hanno messa su Craigslist e lui è andato a riprendersela assieme ad altri quattro tipi. Seriamente, sono entrato ancora di più dentro a Proper – che era già discone prima e ora le è ancora di più – sentendo la vera natura delle canzoni, così come sono nate con la chitarra acustica e a voce nuda, grazie a tutte le motivazioni, anche le più stupide, che hanno mescolato il brodo primordiale dell’atto compositivo. Magari è stupido ma per me è una cosa un davvero bella e per tutto il concerto ho avuto il sorrisino ebete e la testa che ciondolava.

(Per chi lo ha visto – penso abbia raccontato più o meno le stesse cose anche nella data dopo – la motivazione di Proper, intesa come la canzone, era talmente sincera che quando la raccontava guardava per terra. Per me è stato uno dei momenti più belli.)

Dove erano le creature selvagge (Maurice Sendak 1928-2012)

Where the wild things are mi arrivò in un pacco, tipo 4 anni fa. Da allora è un libro che regalo a chi voglio bene, a chi se lo merita a chi in fondo può e ha la voglia di capirlo.
Maurice Sendak aveva 83 anni ed è un’età a cui si può morire a cui forse è quasi normale pensare alla morte e in cui forse non dovrebbe stupirci più di tanto se arriva.
Ma quel libro, proprio quello lì, è forse la cosa più bella che mi porto dietro in 4 anni. Forse è quella cosa piccola che aspetti che ti cambi la vita e che non succede mai, beh a me è successa, e dopo averlo letto, averlo capito, quel libro, ho cercato di mettere a posto quello che era non a posto nella mia vita, magari messo sotto a un cuscino.
83 anni non sono tanti, a volte sono pochi.
Ecco perché mi sento come se mi avessero dato un cazzotto nello stomaco

 

Quel giorno in cui capisci che sei sfigato davvero ma non sei solo, The League

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Il disclaimer é semplice questo post a) rischia di essere gravemente maschiale b) potrebbe far sembrare molto (ma molto) sfigato chi lo ha scritto.

Del punto b credo che dopo 6 anni non vi preoccupiate né io me ne faccia un cruccio più di tanto. Per il punto a) mi spiace, vi tocca.

Ora, la sfiga é tutta in questa frase “la vita non esiste é sopravvalutata, esiste solo la fanta-vita”. Per fanta-vita si intende quell’universo parallelo in cui tot sfigati (8-10-16) si sfidano a qualche fanta sport:nba, calcio e baseball. Per dirne tre a caso.
Del fantacalcio sapete tutti, del fantanba anche, del fanta-baseball forse un po’ di meno, mettete che peró le tre cose coprono 12 mesi l’anno. Dodici. Feste comprese.
Ogni fanta-giocatore attende impazientemente l’asta di fine agosto, il draft di aprile o di ottobre, per prendere giocatori, quelli che si coccolerà o su cui smadonnerà per i seguenti mesi.
Forse per tutta la vita.

Fortunatamente ho capito che in questo mondo non siamo soli, gli americani, su queste merde che siamo noi, hanno tirato su un business, una cultura che levati. E ci hanno fatto, ca va sans dire, una serie tv.
The League.
Ecco, perché vi parlo di The League? Mettete 5 amici, beceri, idioti e sopra i 30 anni che farebbero di tutto (e sottolineo il tutto) per incularsi l’un l’altro e vincere il fanta campionato.
Che sia di football americano é un particolare quasi irrilevante ai fini della storia. Fatto é che la comicità é di una rudezza devastante e a suo modo lo é lei stessa, scritta secondo i canoni scurrili e diretti alla Apatow maniera, mette di fronte l’uomo ad una scelta, vita da una parte e fanta-vita dall’altra.
Il mio amico Stefano ve lo puó confermare, abbiamo passato nottate via mail a tramare, ipotizzare, smadonnare, non ci siamo MAI chiesti “oh, stronzo, come va oggi?”.
Ecco, the League é questo, forse il miglior ritratto sociologico del genere, un po’ realista, un po’ malinconico.
Sicuramente cattivo come un calcio nei coglioni.
Vedetelo. Se vi va.
E capirete quanto sono sfigato

You Blew It! – Grow Up, Dude

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Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.

Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.

Essentials: Sprinzi – Ooh Ooh e Something More Than The Last Time

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Per dirla un po’ alla Nick Hornby, secondo me ci sono quei dischi che fanno da sottofondo all’innescare di qualcosa di talmente intenso di cui poi ti dimentichi, perchè ne escono di nuovi per cui impazzisci e non ti accorgi del ‘vecchio amico che ti ha consigliato’ fino a che non lo ritrovi per strada, quasi per caso. È un paragone messo un po’ qui senza un senso compiuto però è un’ipotesi di una casistica discretamente possibile, a parere personale.

Così com’è possibile incappare per l’ennesima volta in Something More Than The Last Time e Ooh Ooh a metà agosto per poi dimenticarsene subito dopo, perchè succede che in uscita c’è un disco importante e un evento ancora più importante che cambierà le carte in tavola e farà succedere cose è lì segnato sul calendario da mesi. Una di queste cose è il fare conoscenza con due delle persone migliori di questo mondo, una di loro in particolare ‘agganciata’ in primis proprio grazie ad un commento positivo fatto su una nota message board italica riguardo gli Sprinzi. Ad un mio ‘io farei carte false per fare un gruppo tipo Sprinzi’ sono seguiti altri messaggi, ore in sale prove ma soprattutto delle gran gag di cui mi ricordo ancora, perchè alle volte talmente dementi da farmi venire il sorriso da solo così a caso. A quell’evento io e lui non ci siamo visti perchè i nostri cellulari sono (ancora) incompatibili e i miei sms il suo non li riceve (e dico mai e mai ricevuti), ma entrambi eravamo sotto il tendone a perdere la voce. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati in via Indipendenza a Bologna, mi sa prima o dopo un altro ‘caffè e due chiacchiere’ con un’altra parte importante di quel periodo.

Sprinzi gruppo dell’amicizia. A loro collegherò sempre la nascita di quel grande momento durato purtroppo solo un annetto e poco più, fatto di alti e bassi, di canzoni (che detto così sembra strappato a una biografia dei Pooh o a un testo di Ligabue) e delle distanze geografiche che da un momento all’altro hanno spezzato il legame che circondava questa cosa e ci hanno fatto perdere di vista l’un l’altro se non per quelle sporadiche occasioni in cui ci si ribecca a raccontarcela.

Che poi, che gruppone della santissima non erano? Di più.

Robe di Vendicatori

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Cosa cerca il te ragazzino fumettaro di basso livello (così ci chiamano gli snob che leggono solo graphic novel e non cicli Marvel/Bonelli/DC) quando va al cinema, a vedere un film di supereroi, poi? Cerca un’idea simile ad un’utopia: di non farsi domande, di trovare spiegazioni semplici all’inspiegabile, di divertirsi come un deficiente, di dire quando la gente batte le mani “cazzo batti le mani” per poi riconoscere che “ne avessi 15 di meno di anni io ero salito in piedi sul sedile”. Immaginate quindi la paure nel momento in cui arriva al cinema la summa di un po’ tutto questo, di tutto quello per cui abbiamo combattuto indefessamente per anni, IL film o almeno quello che si può considerare tale degli ultimi 15 anni. The Avengers.

Strato uno. Perché un film del genere.
C’è stato l’11 settembre se non l’avete saputo, da lì la Marvel si è inventata un nuovo ciclo narrativo, un universo Ultimate, con facce nuove, con iter nuovi, qualcosa a cui tutto il mondo si potesse attaccare come una cozza per consolare le proprie paure, il proprio terrore del diverso ed esorcizzarlo con gente comune. Tranne per il dettaglio che molti sono mutanti, altri sono dei di Asgard, altri punti da un ragno radiattivo. Ma stiamo divagando.
Detto ciò partiti i fumetti il principale punto di riferimento sono state le fazze da cinema, Tony Stark fin dal primo giorno è stato disegnato come Samuel L. Jackson, per dirne uno e soprattutto da bianco e brizzolato è diventato negro (come a dire va bene l’aiuto di tutti, a modo loro di vedere le cose), insomma l’iter fumettaro ha avuto successo la Marvel inizia a fare MALE i film, tolti gli Uomo Ragno di Raimi e i primi due X-Men ma ancora non riesce a sferrare il coppo del ko tecnico.
Arriva poi Tony Stark, in un momento di crisi e recessione mondiale, l’uomo delle banche dell’energia pulita, insomma quello che te lo mette in culo con la vasellina e dice che è l’effetto del WC Net e che non hai tirato la catena prima di fare la cacca, e da lì riparte tutto. Iron Man, il primo film è una bomba, il secondo un po’ una merda (ma con Scarlett Johansson che fa la spia russa dal nome in codice Black Widow e dal nome Natasha Romanoff – che prova a dirlo scarlettjohanssonnatasharomanoff suona meglio di lasagna al pesto), arriva Capitan America, che è altrettanto una merda e poi Thor che è indubbiamente il migliore (sì ci sarebbe da spiegare come Heimdall un Dio Asgardiano sia negro anche qui ma aoh, una mano va bene ovunque anche dalle parti di Odino). Siamo due a due, The Avengers è la chiave su cui si gioca tutto (calcolando che su Hulk ci si è messa una bella croce sopra per manifesta inferiorità di tutti).

Strato due. Perché la meraviglia
Dovevate vederli in sala, i bambini che chiedevano al papà informazioni mentre era inquadrata Scarlett Johansson in kevlar e i papà che rispondevano “non rompe er cazzo e ascolta che poi non capisci”, “sì ma..”, “zitto e magna e’patatine”.
Insomma la prima meraviglia deriva dal fatto ormonale metti sullo schermo un biondo pompato, un affascinante riccone cinquantenne brizzolato e col pizzetto, un altro semi intellettuale col ricciolo sbarazzino che diventa verde grosso e presumibilmente con una mazza tanta e soprattutto un negro, da una parte.
Dall’altra bastano 3 battute di Gwyneth Paltrow e tuuuutte le evoluzioni di Scarlett Johansson, che prima ti fanno dire poverina e poi, madonna di Dio io russo e con un’amica spia così no eh?
Insomma avessero tolto l’audio il film funzionerebbe anche così, ormonalmente.
Il problema che rende il film ancora più bello, più potente, più più è che non si ferma lì.
Il problema al solito è il cattivo

Strato tre. Il bastardo
è Tom Hiddleston, qui l’abbiamo già scritto, è emergente, è un grande attore è uno che mette in fila e dà nel culo al 99% degli altri in circolazione (Fassbender compreso) ed è uno che ha dei tempi e delle mosse totalmente shakespeariane, che rendono il dramma, la comicità, la stronzaggine e la bastardaggine solo dei grandi.
Fate così, negli altri film i cattivi sono sempre due-tre. Qui basta lui, e deborda

Strato quattro. La caciara.
Da dove iniziare, da Iron Man che arriva con una trasmissione di Shoot to Thrill o da i cazzottoni di Hulk (brizzolato, comprese pizze ad un aereo militare), agli Avengers che vedono arrivarsi alieni da tutte le parti del cielo, si mettono in posizione d’attacco e la Johansson ricarica le pistole (che se ci ripensi è ridicola come cosa ma dopo no), dalle figuracce che fa Cap ogni volta che viene inquadrato (che goduria) a dimostrazione non che il personaggio non sia forte ma che Chris Evans sia un cane e pure della peggiore specie o da Samuel L Jackson che usa il lanciarazzi. Ecco, ho scritto 5 cose, e sono un ventesimo della caciara del film. C’è un fintissimo piano sequenza montanto per le evoluzioni incrociate degli eroi, c’è Mahnattan rasa totalmente al suolo, danni peggiori di tre 11 settembre messi insieme, ma mica ci fai caso.
Nei fumetti non ci fai caso alle conseguenze, solo una volta è stato così e Magneto s’era un po’ incazzato e aveva ammazzato quasi tutti gli X-Men e sommerso New York. Pollici alti eh per carità, si pianse per mesi, ma poi aoh, è cemento, uno tromba un po’ di più ed ecco ripianate le morti con nascite. E’ la Marvel, ragazzi

Strato cinque. La vittoria
non parlo del film, parlo che se siete ancora davanti al monitor e non siete andati a vedere The Avengers voi siete PAZZI, ma MATTI veri e senza le briglie. Avete l’opportunità di vedere come pur non essendo uno di quelli che poi sono invitati a Berlino, Cannes etc, Joss Whedon sa cosa farci con una storia, anche se esile, sa come tenerti seduto due ore e mezza e soprattutto sa a memoria momenti comici e momenti drammatici, con i primi in netto vantaggio sui secondi. Quindi le pesantate alla primo Hulk o alla secondo Spider Man le lasciamo un attimo da parte e pensiamo a far divertire quel bambino lì che sono due ore che tira la manica al papà e che sono due ore che si sente dire “non me rompe er cazzo, mo arriva Hulk, famme vedè bene”.

Strato sei. Tutti bravi.
A me dopo un po’ Robert Downey fa sfarfallare i maroni ma ci sta, detto di Cap e Thor (che ha una storia figa ma è un pochino banalotto) e su Hiddleston spenderei un cinque secondi su Mark Ruffalo e  Jeremy Renner, la vera cosa in più del film, tutti e due. L’elemento locura direbbero gli sceneggiatori di Boris, gli pseudo filler che in linguaggio tecnico alla fine valgono più di tutti i personaggi altri messi insieme.
Tolta natasharomanoff che vabbè, eoh, e scusa eh.
“papà ma quindi..”
“t’ho detto che non me devi rompe er cazzo”

A metà tra Thor e l’Enel

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Alexander Tucker deve essere una persona strana, un tranquillone, uno che ho idea si sviti le lampadine di casa chiami la fornitura di energia per dire che non ha elettricità gli mandano qualcuno per fare un controllo che lo guarda e non ha il coraggio di dirgli che le lampadine sono avvitate male e dice poi “tutto a posto”. E lui appena esce le risvita.
Ecco, da a ad un personaggio così capace di tirare fuori solo bellissimi dischi, che ha avvitato male le lampadine non glielo dici.
Third Mouth premessa la copertina bellissima è un disco di quello che si può considerare neo-folk, quasi folk apocalittico direbbero i più, quel ramo insomma che viene giù dagli Swans (madai?) che un po’ ti rimette in pace con la violenza e con il malessere che uno ha dentro, te lo chiude e te lo piega ordinatamente nei cassetti e te lo tira fuori all’occorrenza come il vestito della domenica.F
Fatto di nenie agresti che ti immagini Thor e Loki ballino a braccetto prima di prendersi a martellate in bocca e fare i casini di cui noi tutti siamo a conoscenza.
E’ un disco che è a strati, se ti fermi al primo possibile ti sfasci i coglioni, se vai giù capisci che di dischi così non ne senti tantissimissimi e allora capisci che ha ragione lui, e torto te.
E neanche tu hai il coraggio di dirgli che le lampadine erano avvitate male.

La cura migliore per il giramento di maroni

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Semmai mi chiedessero cosa c’è di bello in un disco degli Ufomammut, un motivo per cui possa essere ascoltato da un orecchio qualunque non saprei da dove cominciare per essere convincente.
Perché effettivamente, lo riconosco, un disco degli Ufomammut non è una cosa semplicissima, nè da spiegare nè su cui fare opera di convincimento all’ascolto.
Oro, degli Ufomammut, poi disco che concettualmente è stato diviso in due parti è uno di quelli che davvero ti devi impegnare per girarci intorno e cercare, tentare, azzardare di spiegare per comunicare a qualcuno cosa ci sia dentro.
La prima parola che mi viene in mente è doom, e il doom è una questione di lentezza, di pesantezza, di Melvins girati a 78 giri e rallentati col ditino sotto il piatto che gira. Un’altra parola che mi viene in mente, conseguente alla prima, è mantra, una voce registrata dietro, lontana a metà tra la litania, l’enunciato e la preghiera. L’altra parola che mi viene in mente è sludge, e vabbè, ma anche stoner, con qualche accelerazione qua e là, sporadiche certo, ma che danno una multidimensionalità alla cosa.
Come è Oro: è grosso, è un calcio in bocca al buon senso dell’ascolto comune, anche alternativo, ma è un’esperienza che ti fa fare il salto più in là anche nel peggior rodimento di culo che possiate immaginare. E’ un disco che è quasi d’altri tempi per concezione ma che va ascoltato. Anche solo una volta per farsi un’idea.
Ah poi altra cosa degli Ufomammut è che non bisogna parlarne o scriverne per tante righe, bisogna ascoltarli. Che le parole sbagliano quelli che dicono che non hanno un limite. Ce l’hanno, e grosso.
Soprattutto a spiegare dischi grossi così

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