NYC Ballads #9
Pubblicato: maggio 23, 2013 Archiviato in: NYC ballads | Tags: disagio, J.D. Salinger, New York, perdio, Un giorno ideale per i pescibanana Lascia un commento »- Vedo che mi sta guardando i piedi, – disse il giovanotto quando la cabina si mise in moto.
- Come ha detto, scusi? – disse la donna.
- Ho detto che vedo che lei mi sta guardando i piedi.
- Scusi, ma stavo guardando in terra, – disse la donna, e si volse verso la porta della cabina.
- Se le fa piacere guardarmi i piedi, si accomodi, – disse il giovanotto. – Ma perdio, abbia almeno il coraggio di farlo senza sotterfugi.
- Scendo qui, prego, – disse in fretta la donna alla ragazza che manovrava l’ascensore.
Le porte si aprirono e la donna uscì senza voltarsi indietro.
- Ho dei piedi normalissimi e perdio non capisco perché la gente me li debba guardare con gli occhi fuori dalla testa, – disse il giovanotto.
(Nove Racconti) Un giorno ideale per i pescibanana, J.D. Salinger
And I call forks… food rakes. #nachos
Pubblicato: maggio 22, 2013 Archiviato in: sugar + salt | Tags: death proof, homersimpsonsdrool, nachos, stuntman mike, texas chili parlor Lascia un commento »You can’t kill someone on an empty stomach.
Ho visto Death Proof in un cinema praticamente vuoto, un pomeriggio d’estate di ormai sei anni fa. Ricordo di essermelo goduto come un hamburger di quelli succosi, con l’insalata croccante, il pomodoro tagliato spesso e la giusta quantità di salsa… Scorretto e invitante. Ho amato ogni secondo di quel film, dall’occhiolino di Stuntman Mike alla divisa da cheerleader di Mary Elizabeth Winstead.
Ma soprattutto (visto che questa è una rubrica gastronomica) ho avuto fame. In un preciso momento che, se avete visto il film, già vi state immaginando. E’ pur vero che non capita di rado trovarsi affamati davanti ad alcune scene mangerecce. A tal proposito credo sia doveroso rimandarvi ad uno dei link qui sulla destra (Movies & Food), ma soprattutto ad un blog geniale di una ragazza geniale che mette nero su bianco tutto ciò che avete sempre pensato su cibo e cinema: Boiler di lardo – L’unto del cinema.
Ritornando a Death Proof: la scena di cui parlavo prima (l’avrete capito) è quella di Stuntman Mike alle prese con un piatto di nachos untissimi al bancone del Texas Chili Parlor. In realtà s’intravede soltanto qualche tortilla chip dorata, dei rivoli di formaggio filante, qua e là qualcosa che sembra guacamole e pico de gallo, denti che frantumano e labbra unte e gonfie che divorano. Eppure ogni volta vorrei essere anch’io a quel bancone, affondare le dita in una montagna di meravigliose calorie sbagliate, lasciare che un rivolo di unto mi coli fino al mento e poi pulire tutto con un tovagliolo, a cancellare ogni traccia di peccato tranne un sorriso soddisfatto. Ma io sono fin troppo affascinata dall’estasi “cibica” che sta dietro ad un vassoio di nachos zozzi e Stuntman Mike, dall’alto della sua saggezza mi liquiderebbe con un sorrisino di biasimo. In fondo è una questione puramente pragmatica: non si può uccidere a stomaco vuoto.
p.s. il Texas Chili Parlor esiste veramente e si trova ad Austin, Texas. Nel menu, dovesse mai capitarvi, troverete i “Killer Nachos” con Monterey Jack, Cheddar, olive, pomodori, cipolla e jalapenos.
Un po’ meno fuori mano esistono tanti ristoranti tex-mex e messicani più o meno validi. Oppure potreste provare all’Hard Rock Cafè di Roma… zozzi sono zozzi pure questi, ma l’attesa in media è di 45 minuti (aggiungete un’ora nei weekend). E non hanno nemmeno il guacamole sopra.
Texas Chili Parlor – 1409 Lavaca Street, Austin, Texas.
Hard Rock Cafè Rome – via Veneto 62 a/b, Roma.
Quasi un urlo indiano
Pubblicato: maggio 21, 2013 Archiviato in: indie | Tags: cerulean salt, crumiri, gli anni 90 non finiranno mai, juliana hatfield, kurt cobain, liz phair, waxahatchee, zozzoni Lascia un commento »Waxahatchee è un nome difficile da scrivere per dove è la acca, per quante e ci sono e a pronunciarlo sembra che stai per alzare un’ascia e ammazzare (o a tentare di) Tex.
Io con Tex ci ho provato da ragazzino ma dopo un po’ mi faceva due maroni, sono passato a Dylan Dog e Nathan Never, quest’ultimo abbandonato quasi subito. Mah.
scritta una premessa abbastanza idiota c’è da considerare il nuovo disco di Waxahatchee, all’anagrafe Katie Crutchfield, titolo Cerulean Salt.
E’ uno di quei lavori in cui non intravvedi un potenziale da spaccaclassifica o da popola stadi, o il classico concetto del “se le capita la canzone giusta”, no. Waxahatchee probabilmente rimarrà una questione privata, per pochi (oh io le auguro il contrario sia chiaro), di quel tipo che racconti con un cuore particolare quando parli di canzoni sgranate, provenienti da vent’anni fa come una capsula del tempo, un po’ come se Juliana Hatfield avesse continuato a scrivere dischi bellissimi e Liz Phair non fosse stata la più grossa stronza venduta e crumira nei confronti dell’indie rock.
Perché lo sei stata, Liz. Prima scrivi “voglio scoparti fino a farti diventare il cazzo blu” e poi hai scritto roba che Taylor Swift al confronto è i Dirty Projectors.
Waxahatchee è un disco per chi si sente a suo modo orfano di quel suonato non dico male ma non pulito delle Sleater Kinney (tornate vi prego, un giorno tornate eh che siamo tutti qui) e che ha il senso di pensare che certe cose possano dirsi solo in una maniera che non è pulita e non è da classifica. E’ LA maniera. Quella degli anni novanta. Quella con cui e per cui continueremo a scassarvi la minchia finchè avremo 90 anni.
Perché? Perché a noi hanno scassato la minchia coi Beatles e i Rolling Stones e gli Who e avevano ragione. Gli anni 90 sono stati l’ultimo avanposto di un futuro chiaro, pulito, sostenibile. E non si sono cancellati per un colpo di fucile in bocca, col cazzo.
Cerulean Salt è un film dei Coen a suo modo, di quelli che fanno anche ridere ma che hanno dei momenti intimi, anche se infinitesimali. Un po’ Come Fargo, dove non sono tutti belli, vestiti bene e parlano sporco. Però alla fine ti lasciano dentro quel senso di casa che pochi dischi (e film, e libri) ti lasciano dentro.
unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica intuile)
Pubblicato: maggio 17, 2013 Archiviato in: unacanzoneunlibrounfilm Lascia un commento »Stars – Your ex-lover is dead (2005)
Casa d’altri e altri racconti di Silvio D’Arzo
Ero incavolata nera e lo sono ancora con questo libro che è davvero bello e finisce veloce. Cavolo. (respiro)
Lo leggi una sera, magari anche tardi, con tanto buio e vedi tutto quello che c’è scritto. Limpido limpido: le capre, i prati, i fossi, le stalle, le pietre, le ombre, i silenzi.
Si sente anche l’alito di chi parla e gli odori sui vestiti.
C’è una morte lenta che attraversa ogni pagina ed è la morte nella vita.
C’è il potere delle cose che succedono, accadono, svelano e sono tanto inaspettate quanto attese.
C’è la forza di chi costruisce e resta. E se va via poi torna, subito.
C’è la possibilità della profondità, quella vera che non pesa, ma è leggera. (respiro)
E mi son chiesta: se le domande ci sono ed è quasi sempre un bene farle e farsele, alle domande, insomma, bisogna sempre rispondere? C’è sempre una risposta?
C’è sempre una parola? O le parole qualche volta non bastano?
Ecco appunto, non bastano. (respiro)
Le parole non bastano. Questo libro sì.
It’s kind of a funny story di Ryan Fleck e Anna Boden (2010)
(Zach
five against one: carboidrati
Pubblicato: maggio 16, 2013 Archiviato in: five against one, topfive | Tags: della rivincita dei carboidrati sulla razza umana, filler, free pizza for life, ghost mice, pizza, tigers jaw, tom waits, top 5, wow owls Lascia un commento »La motivazione alla base di questo inutile post è ‘conosco un tizio che mangia esclusivamente pizza’. Non so perché mi sia venuto di scrivere sta cosa, mi sta pure poco simpatico alle volte. Purtroppo non c’è nessuna memorabile storia da raccontare al riguardo. Però oh, c’è sempre un buon topic (una buona scusa, che suona molto meglio) per mettere una canzone dei Tigers Jaw.
1) Tigers Jaw – Buona Pizza
Everybody thinks we’re really growing up, it’s in our heads.
We spend our weeknights laying on our side,
Worrying about the things we try to hide.
I can only tell them that I’m doing fine.
Appunto.
Una delle cose che mi manca di più del vivere in un posti civilizzato e non al limite con il terzo mondo è la scelta dei vari pony express da provare il mercoledì sera. E’ seriamente preoccupante.
2) Ghost Mice – Free Pizza For Life
I never had a dime to my name
you liked playin games
a local pizza place had a deal
10 coupons got a free 12inch
well heres what we did
Magari. La morale della storia è che trovano 140 coupon in un cassonetto, si gasano, iniziano a fotocopiarli ma poi il proprietario li sgama. Lui poi se la canta e chiede scusa.
3) Wow, Owls! – Destination Pizza
Well leave as ashes.
We will dance like everyone is watching.
Clap your hands like everyone is watching.
Titolo che richiama grosso modo gli Orchid, testo che preso solo nelle tre righe qui sopra sembra un po’ troppo ispirato a New Noise e quelle belle chitarre che già erano mal viste nell’old school. La pizza in tutto ciò non c’entra un cazzo.
4) Tom Waits – The Ghost Of A Saturday Night (After Hours at Napoleone’s Pizza House)
And the early dawn cracks out a carpet of diamond
Across a cash crop car lot filled with twilight Coupe Devilles,
Leaving the town in a-keeping
Of the one who is sweeping
Up the ghost of Saturday night…
In realtà, ma forse sarebbe meglio dirlo piano, non è che vada matto per Tom Waits. Però la pizza il giorno dopo a volte è pure più buona.
5) Horse The Band – Crippled By Pizza (Pizzarrhea In The Pizzeria)
I CAN’T RESIST SO I PERSIST IN THIS.
So delicious, pizza’s powerful taste.
I seek, strike and consume it every day.
It’s shattered my colon and made me too fat to breathe.
Si spiega da sé.
And I call forks… food rakes. #cheesecake
Pubblicato: maggio 15, 2013 Archiviato in: sugar + salt | Tags: bakery, Cheesecake, dilemma Lascia un commento »Cheesecake is not torta alla ricotta.
Partiamo dal principio: a me la cheesecake piace nella variante cotta, che in fondo è quella che va per la maggiore. Non datemi torte dall’aspetto anemico, la velatura dorata (anche un po’ bruciacchiata) è un must su cui non accetto compromessi. E poi dev’essere preparata con il cream cheese, ossia il philadelphia.
C’è uno snobismo di fondo che sommerge il philadelphia a ondate. Ogni tanto mi capita di sentire che fa schifo, che è prodotto con gli scarti del latte usato per fare altri prodotti, che è molto più indicata la ricotta per un dolce al formaggio. Vogliamo veramente mettere in competizione la cheesecake con una delle torte alla ricotta per antonomasia, la cassata siciliana? Non mi pare il caso. Anche perché si tratta di due dolci senza nulla in comune, eccezion fatta per un piccolo e fondamentale particolare: non devono essere eccessivamente zuccherosi.
Sì, perché una cassata siciliana la cui ricotta potrebbe essere un qualsiasi altro prodotto caseario annegato nello zucchero non ha senso. Se la ricotta c’è si deve sentire. E se è di pecora, pure.
Per la cheesecake il discorso è molto meno poetico, nel senso che il cream cheese il casaro non ve lo porta ancora caldo nel canestro o comunque non è facile trovare del philadelphia Kraft-free (ma se mi dite che fate la cassata con la Santa Lucia allora è un altro paio di maniche). Però: esagerate con lo zucchero e avrete una torta tristissima e anonima, senza un minimo di personalità. E non basterà un’eccellente base di biscotti, burro e zucchero a salvarla. Non c’è altro modo di dirlo: nella vita l’acido, a volte, serve. Che ve ne fate di una torta “rotonda”, priva di qualsiasi pungolo gustativo che vi spinga a prenderne un altro boccone?
In Italia è facile imbattersi in diverse cheesecake wannabe. C’è la variante “panna cotta su base di biscotti con topping colorato”, blanda e insipida, proprio come una panna cotta fotocopia di mille altre alla fine di una cena memorabile. C’è poi la “cheesecake italiana”, ossia la torta di ricotta (e a quel punto perché ordinare una cheesecake e non la torta ricotta e visciole?) e infine la peggiore di tutte, la “torta allo yogurt Cameo che però costa tipo 5 euro a fetta perché la ordini in questo locale così carino”.
A volte la cheesecake giusta si può riconoscere al primo sguardo.
Yes, please: dorata, dall’aspetto cremoso, pare acidula quel tanto che basta a sostenere la base burrosa e zuccherosa (comunque spessa il giusto).
No, thanks: bianca come la neve, annegata da uno strato di topping che pare spremuto da una bottiglia di plastica. Quasi già lo sentite quant’è dolciona.
E se non potete vederla prima, qui di seguito trovate alcuni indirizzi abbastanza validi per andare sul sicuro.
- California Bakery - Milano, varie sedi.
Piena di fashion bloggers e un po’ costosa, ma serve cheesecake perfette. Anche la variante Choco-coffee N.Y. cheesecake merita uno strappo alla dieta. O un attacco di ghiottoneria random.
- Sweety Rome - via Eurialo 5, Roma.
Rimanete sul classico (cheesecake con topping di frutti rossi), perché quella caramello & cocco, per quanto deliziosa, vira pericolosamente sul dolce-dolcissimo.
- That’s Bakery - via Vigevano 41, Milano.
Più bassa delle sue colleghe, ma davvero buona. Già che siete lì fate scorta di red velvet (sia la torta che le cupcakes).
- Fonderia Dolci & Design - via Fontanellato 50, Roma.
La crema al cioccolato sopra potrebbe distrarvi, ma è anche un buon accompagnamento alla leggera acidità della torta. Siete arrivati fin qui? Bene, portatevi a casa anche qualche macaron al caramello al burro salato.
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batfrangetta scrive di cucina qua e là, ma il suo sogno è aprire una birreria cat-friendly. Nel tempo libero cucina dolci per gli amici o cerca la felicità (e spesso la trova) nelle cose che filano.
Trouble Will Find Me
Pubblicato: maggio 14, 2013 Archiviato in: indie | Tags: the national, trouble will find me Lascia un commento »
Trouble Will Find Me arriva in un momento un po’ così, un momento che sembra essere costruito a piccole parti che appaiono come lo specchio dell’ovvietà e di una quotidianità un po’ barbara, invece di essere le fondamenta di qualcosa. Lo dice poi Matt stesso in Demons, ‘I’m going through an awkward phase’, in una schietta semplicità che – ancora una volta – si morde la coda per tutto il disco. Matt che salta giù dal palco e corre alla fine di un concerto, Matt che si muove avanti e indietro mentre canta totalmente ubriaco e noi in mezzo al casino a fargli da coro guardandoci attorno. Il nuovo National arriva e, oltre ad aprire nella superficialità di un paio di pensieri qualche domanda di troppo, è una bella lezione di calma e pazienza ingoiata dentro ed attorno alle piccole cose – è poi solo il mio inutile punto di vista -, una lunga riflessione dinamica in cui affogo e risalgo cercando di capire che i problemi che fanno la somma e il mal di testa devono essere presi a piccoli sorsi, che prenderli tutti in un sorso è sbagliato – e io di solito, di qualunque tipo siano, li prendo di botto così. ‘If I stay here trouble will find me, if I stay here I’ll never leave’ come il manifesto della cosa.
In tutta onestà, raccogliere le idee a sufficienza per tirare fuori da qualche parte un parere totalmente obiettivo sul disco mi sembra un po’ improbabile. Perché poi se non ci trovi nulla di personale cosa ascolti i National a fare? A me fa tutto un effetto strano, quella voglia di stare al buio sdraiato a cercare i riflessi delle luci delle altre camere palesarsi sul soffitto la sera tardi, non di certo cercare parole più o meno complicate per affermare o negare la loro immensità in mezzo ad un oceano lo-fi, no-fi e sticazzi. Chiudere tutto e stringere le cose affinché queste possano essere esorcizzate dalla forza con cui le si afferra, in qualche modo e maniera, senza dar troppo peso a nulla, o almeno cercando di. Trouble Will Find Me alle mie orecchie è proprio così. È l’immagine di Matt e compagnia bella rinchiusi nella loro singolarità scontrarsi l’un l’altro e fare la somma di tutti i perché, creando piccole cose come Graceless, forse l’unica canzone ad essere sotto la media, o tutte le restanti, senza una piega che sia una nell’entusiasmo degli ascolti entro la prima settimana dalla data d’uscita (digitale, ma qui una parte di danaro finirà quasi sicuramente in vinile), perché se Sea Of Love, Slipped e Don’t Swallow The Cap sono attuali, I Need My Girl e Pink Rabbits sono belle foto con didascalie lasciate in giro per casa davanti alle quali non ci si copre sempre gli occhi. In generale, sono tutte (le canzoni, non le foto) ancore a cui aggrapparsi nel mentire sulle cose.
Potrei davvero iniziare a copiaincollare pezzi di testo da songsmeaning senza pormi limiti o ripetere all’infinito il mio punto di vista, ma non ne uscirebbe nulla di più dell’esigente consiglio di correre a sbattere la testa contro, che sia dal divano o dal letto, da davanti allo specchio del bagno o sdraiato per terra. Non andrò a vederli quest’anno, purtroppo, ma terrò nel cuore i ricordi del concerto di Ferrara, che, a detta di chi li ha visti almeno due-tre volte prima di quella sera, è stato il più bello di tutti.





