Una volta ci si registravano mixtape e film, oggi con le pellicole dei nastri e delle vhs ci si fanno ritratti di personaggi famosi e scene di film.
Qui la galleria

Voi che amate i film horror fino al midollo. Voi che Fulci è Dio e Romero di più, che Argento s’è rincoglionito e che i remake hanno rotto il cazzo, ma se c’è tanto sangue vanno bene lo stesso. Voi che non fate altro che leggere I 400 calci e comunque non riuscite a stare dietro a tutte le uscite di questo magnifico genere, potete pure smetterla di preoccuparvi perchè questa rubrica salverà le vostre adorate chiappe. L’idea è del capo ed il punto è facile: fare una lista dei DVD horror in uscita in italia  e dei dvdrip torrent più recenti.  Spesso i DVD sono pochi ma i torrent un po’ di più e alcuni fanno veramente cagare. Il mio compito è consigliarvi quelli belli, quelli meritevoli e quelli che si, ok, si vedono un paio di tette. Non prometto di vederli tutti, ma la maggior parte sì, anche se hanno 2.2 su IMDb. Farò un post ogni primo del mese con i DVD del mese in corso e torrent del mese passato (oggi quindi DVD di Settembre e torrent d’Agosto). I siti di approvvigionamento principale saranno dvd.it per i DVD, Release Log (quando non lo chiudono, cioè una volta al mese) e One Click Moviez per i torrent. Ovviamente altri siti sono ben accetti nei commenti. Spero sia utile e sennò che Twilight vi prenda, ovviamente. (se, per caso, non sapete come diavolo far funzionare i torrent chiedete pure nei commenti)

DVD in uscita: Settembre

La città verrà distrutta all’alba, Breck Eisner (2010)

La città ecc. è il remake del famoso The Crazies (1973) di Romero ed è il più clamoroso caso di spoiler nel titolo di sempre. Come se Il sesto senso di chiamasse Vedo la gente morta. Non l’ho visto ma quelli che ne sanno lo hanno promosso a remake quasi fico (Nanni Cobretti e Matteo “Weltall” Soi, tipo) che ne prende l’idea e va da un’altra parte, quindi prima o poi lo guarderò. Comprarlo non lo so, però intanto esce.

Giorno: 22 Edizione: MEDUSA VIDEO Prezzo: 12,99 dvd, 19,99 blu-ray

Purtroppo questo è l’unico DVD di Settembre. Per i torrent non metto le locandine o diventa il post più ingombrante di tutti, ma se vi lamentate a dovere le metterò.

Torrent usciti: Agosto

Bikini Girls on Ice, Geoff Klein (2009)

Un film con un titolo del genere va visto e basta. Una banda di tipe in bikini decidono di metter su un autolavaggio nei pressi di un abbandonato distributore dove un killer con il fetish per l’intimo uccide tutti e li mette sotto ghiaccio. E’ abbastanza divertente, intrattiene quanto basta in una serata tra amici (è proprio na roba da maschietti brufolosi), il sangue c’è e i bikini recitano persino bene! Poi è un progetto indipendete e qua l’indie si sostiene più che si può. Un po’ di amarezza per la svolta lesbo mancata, ma ce ne faremo una ragione.
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A Serbian Film, Srdjan Spasojevic (2010)

La vera definizione di Torture Porn. C’è la violenza, c’è il porno, c’è un gran Hostel puppami la fava. Milos è un pornoattore in riposo che per soldi si immischia nell’assurdo sogno del regista Vukmir di creare il più grande snuff porno violento di sempre. Una roba che nel messaggio mi ha ricordato Videodrome in versione hardcore. Avvertimenti: si vede parecchie volte la gigante verga del protagonista anche se il sesso non è mai documentato nel dettaglio (ma c’è e a bizzeffe), ci sono tanta violenza e delle scene MOLTO forti, visivamente e concettualmente, che secondo me non sono proprio per tutti. Però è un capolavoro e tra 20 anni verrà studiato e proiettato ovunque, quindi è ora di consapevolizzare un’avanguardia. Be fuckin’ Serbian. Eli Roth quando lo vedrà piangerà come un bambino.
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Nightmares in Red, White and Blue, Andrew Monument (2009)

Questo non è un film ma un bellissimo documentario sulla storia del cinema horror. Ma proprio tutta. Da Lon Chaney a Saw, un bel viaggio tra le pellicole che hanno cambiato il cinema e il suo pubblico raccontato, tra gli altri, da John Carpenter, Brian Yuzna, George A. Romero e Joe Dante. Consigliatissimo.
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Hunger, Steven Hentges (2009)

Lo dico subito, mi ha massacrato i coglioni. Colpa di 100 minuti che potevano benissimo essere 80 e di una storia già vista: cinque sconosciuti si risvegliano rinchiusi sottoterra in una specie di caverna con solo acqua e niente cibo. Lo studio è: fino a dove si può spingere un uomo per sopravvivere? Ecco, praticamente l’esperimento di un pazzo furioso con notevoli mommy issues (se vedrete capirete) che sadisticamente osserva sti disgraziati mentre tentano di non diventare il pranzo del vicino. Allora, è una noia, ma ha dei grandiosi momenti che valgono la pena di essere visti. Il problema è che i primi 50 minuti almeno sono insostenibili e non succede un cazzo, poi degenera e diventa molto carino.  Se siete dei fan dei dove cazzo mi sono svegliato questo film è vostro, se invece credete di reggerlo perchè a voi Haneke va giù come l’acqua, auguri.
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Sutures, Tammi Sutton (2009)

Sutures è un film molto piccolo, molto indipendente e molto convincente. Inizia, come tanti altri film horror, con un gruppo di ragazzi che vanno in vacanza al lago e  si imbattono in qualche casino. In questo caso uno strano mercato nero di organi con particolari metodi d’estrazione. Le cose buone sono tante, non sa di già visto anche se la storia non è delle più nuove, il ritmo è alto, il gore notevole e la recitazione, a parte un paio di personaggi, ottima. In più è girato molto bene e con mano esperta. Una vera sorpresa.
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Road Kill, Dean Francis (2010)

Ero indeciso se metterlo o no ma poi ho pensato che se ho messo Hunger questo andava per forza. E’ che nel complesso m’è sembrato una cagata, ma è un film australiano e gli australiani sono PAZZI. L’idea che sta alla base di tutto, e che non vi dico o spoilero, è veramente assurda. Tutto parte con sti ragazzi in macchina che fanno i deficienti con un autotreno nelle strade deserte dell’Australia. Questo li fa andare fuori strada, si ferma e inizia l’assurdo. La sceneggiatura fa cacare (no, ma dico, la tipa disperata ad un certo punto vede un aereo DI LINEA e pretende di attirare la sua attenzione con un falò. Ma che ca.) e le performance sono ancora peggio. Ma c’è sta storia dell’autotreno che non può non essere vista, e quindi ve lo consiglio alla grande (male che vada vi vedete un po’ di gnocca e un po’ di fisicati).
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E bon, ci si vede (con la rubrica) il primo Ottobre.

EDIT: A causa di malavitose storie la rubrica si sposterà su I 400 Calci dal primo ottobre, ma JunkiePop resta nei nostri cuori.

Il fatto è che (e molti magari storceranno la bocca) ma siamo arrivati al 2010 eppure non si era forse mai vista un’annata musicale con così tanti riferimenti a Springsteen. Bruce, Springsteen. Se, a come lo sento io, The Suburbs degli Arcade Fire è il sintomo di una rilettura in chiave attuale, con suoni attuali e situazionismo attuale, dell’intero sound Springsteeniano se parliamo dei Gaslight Anthem e dell’ultimo, splendido, American Slang possiamo parlare di vero e proprio tributo. Da queste parti se ne è parlato più volte, di quel gruppo che il figlio del Boss ama tanto, il papà li va a sentire, sale sul palco e suona con loro se li porta in tour etc etc etc. E’ il dopo, la parte più bella. Sì perchè The ’59 sound è un disco valido, molto ma che ancora non aveva deciso di che pasta dichiararsi, mettete un disco dei Get Up Kids cantato da Springsteen (e vi assicuro che è un bell’effetto).
Con American Slang il discorso si permea di tutte quelle sensazioni che un po’ ci aspettavamo di trovare, un po’ Born To Run, un po’ tanto Darkness on the edge of town, un po’ Greetings from Asboury Park.
Ad occhio può sembrare un foglio stampa accompagnatorio dell’ennesimo gruppo cover, ma qui sono le canzoni a fare la differenza, autentici pacchi di nitroglicerina che anche se fanno saggiarne la derivazione non fanno altro che confermare che il gruppo c’è, la sostanza anche, e che il figlio del Boss ha soprattutto bei gusti. E’ un discorso del tipo “sembra facile ma prova a farlo”, rifare Springsteen è come rifare Elvis, a suo modo, è un terreno minato e si rischia lo sconfinamento nello scimmiottamento, nell’azzeramento ella propria personalità musicale. Ecco, tirare fuori 10 canzoni, una più bella dell’altra e far passare tutto questo in secondo piano credo che sia la prima grandissima vittoria dei Gaslight Anthem

Gaslight Anthem - American Slang (Album Streaming) (via Rolling Stone)

Uno torna dalle ferie e trova un video fantastico, fantascientificamente autoreferenziale e col birignao del pop alla Britney Spears. Che se una si vuole scopare Silvio Berlusconi perchè non dovrebbe volersi scopare Ray Bradbury? Nella fattispecie Rachel Bloom

(grazie a Lali per la segnalazione)

Come potete immaginare anche questo blog va in ferie, un paio di settimane.
Io tra tavoli da servire, torte da preparare e piscine da pulire mi godrò parte delle mie vacanze e forse nel frattempo cambieró vita.
Che forse poi quella vecchia non è che ha sto gran guadagno.
Ci vediamo lunedí 30.

Ascoltare punk rock oggi senza essere emo, o meglio, essere emo oggi, dopo anni di compilation mp3 alle spalle (che oggi non mostreresti a nessuno per vergogna delle scelte effettuate), il selling out delle band pop punk che ascoltavi di nascosto (e che magari sognavi pure di formare, perchè dopo un po’ di avere il gruppo ala Penfold ci perdi anche le speranze), gli arpeggi, le magliette comprate chissà dove su internet ecc…non è per niente facile.
Vivere in un mondo in cui i Cursive licenziano Gretta Cohn e fanno uscire Happy Hollow è un po’ come stare in una terra della DC in cui Superman è gay e senza mantello.

Finisce così che ti aggrappi ad altro, riscopri bands che prima schifavi e sfoci come il sottoscritto nell’alt-folk – o new acoustic movement, dir si voglia – e in tante pietre miliari che mio babbo mi ha sempre consigliato di ascoltare ma che ho snobbato perchè ‘il nuovo degli I Wrote Haikus About Cannibalism In Your Yearbook è molto figo’. Roba che oggi non digerirei nemmeno con una dose per bisonte di Effervescente Brioschi. Poi però non ce la fai, arrivate l’estate o l’autunno ed ecco che su iTunes scorri, scorri e ti ritrovi un disco Revelation. Puf. La discografia di Neil Young che hai appena spostato nell’hard disk esterno viene lasciata su un mobiletto a fare la polvere, che magari quel giorno non sei proprio di quelle corde e una voce storta ed emotiva ti prende molto meglio quando sei in bici che vai al mare.

Cosa rimane di quegli anni? Una generazione E, per dirla alla Douglas Coupland, forse l’unica che non scarica abbestia tutti gli album possibili dalla rete ma che cerca capillarmente il gruppo dell’Illinois che ancora ci prova ad emulare i Promise Ring, che strabuzza gli occhi sotto i canonici occhiali spessi, ha ancora la borsa, le spille e un accenno di frangettina, anche quella venduta alla grande sellata d’asta che ha fatto Carabba agli studi di Mtv, ma tant’è. E sì, siamo ancora tristi, forse più di prima. Forse, però, sto parlando solo di quei pochi amici conosciuti in ambito di concerti, il vecchissimo forum di Munnezza e qualche amico di amico con cui sono anche finito a suonare.

Personalmente parlando, cerco di mantenere il più possibile un profilo basso, non come quando impezzavo ogni utente di Soulseek che aveva i 7” della Prima Ondata Emo perchè lui poteva farmi conoscere band del suo college entusiasmanti che magari qualche piccola booking di nicchia avrebbe chiamato ai pochi festival del genere del nord Italia anni dopo. Quelle poche volte che vedi qualche ragazzino in jeans attillato e frangia da cecità permanente speri che ti chiedano chi siano i Get Up Kids ma dopo un po’ ti ricordi che sarebbe più sci-fi di un episodio di Twilight Zone e la prendi in ridere.

Da questo sentimento comune nasce una nuova ondata – l’ho azzardata – che prende dal cesto dei gruppi che furono per aprirsi diverse strade: gruppi che più si avvicinano al math rock e al downtempo, una sorta di evoluzione del suono Promise Ring sommato a qualche tempo dispari qua e là – Everyone, Everywhere e i Joie De Vivre – e una strada che imbocca la direzione Jawbreaker, Jawbox e timide distorsioni – What Price, Wonderland – roba insomma più adatta ai personaggi di Nothing Nice To Say che al ragazzino cresciuto con il Giovane Holden (senza contare tutte le band che (s)fortunatamente stanno facendo reunion e dischi nuovi). Non è proprio così marziale questa dicotomia, ma il sottobosco sta crescendo e le direzioni sembrano sempre di più incanalarsi a questo bivio.

Come dite? No, non ce la faccio proprio, non riesco a chiamarlo Emo, è il discorso appena fatto. Anzi, è un termine che proprio non riesco ad usare, di cui mi vergogno e che ipocritamente cerco di liberarmi ogni volta che mi viene appioppato. Io comunque me ne vado ‘felicemente’ in ufficio con il mio iPod, il libro tenuto di nascosto sotto il cappello di paglia in modo da scappare a leggerne una pagina appena posso e il quaderno dei testi delle canzoni che non suonerò fino a quando non troverò una band nuova (qualche interessato? Facciamo roba alla Braid, dai!).

Quindi, essere emo nel 2010, è la precisa cosa che esserlo stato nel 2003, quando mi scaricavo le prime cose del genere o quando nel 2005 ho visto Moneen e From Autumn To Ashes al vecchio Estragon assieme al mio amico Samuele. Sono cambiati i vestiti e forse un po’ anche io, ma fondamentalmente il succo è quello.

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L’autore: ghiboebd, ravennate di nascita ma ferrarese della costa adriatica da sempre, dopo diverse serie di Dawson’s Creek ha scoperto i Get Up Kids, gli scatoloni dei fumetti parcheggiati in garage e l’amore tramandatogli dal padre per la batteria. Pensa un sacco, combina poco, si dispera spesso e volentieri. Fuma Chesterfield per colpa dei Jawbreaker e ha una passione per Burt Bacharach.

Kick-Ass kicks ass, dicono molti e in parte, quei molti hanno ragione. Kick-ass è un film in cui “riesce tutto” e quasi col minore sforzo possibile e soprattutto riesce bene a tratti molto, a tratti poco, ma comunque “bene”. Premessa volante è che chi scrive non sia fan della graphic novel (stile troppo tondo per i miei gusti) il film però si affranca dalla maggior parte dei film di genere (eroi underage e non, padri da centro di igiene mentale, scopate tra ragazzini e soprattutto conniventi con la mala) nel suo essere profondamente “scorretto” al limite della sostenibilità.
Per questo basta la scena finale di Hit-girl (tra quelle che dici “oh questa è tra le migliori viste mai” finchè non realizzi l’età della ragazzina) del sesso tra adolescenti e di Nicolas Cage che urla. Ecco, Nicolas Cage che urla e dà le dritte alla figlia è un qualcosa che non vorrei ricordare ed è una di quelle che se ti viene in mente al momento sbagliato ti spegne e poi devi dire “sai non mi è mai successo etc etc.” le robe così insomma. Kick-ass ha un paio di difetti, ma marginali (forse eccessiva la durata, forse troppo ridondanti un paio di personaggi) ma sono tutti difetti comuni anche alla stesura stessa degli ottimi personaggi da fumetto, quindi, a suo modo, è un film “ideale” per quello che vuole dire e come lo dice.  Magari cerca con troppa insistenza di imporre Chloe Moretz come un alter ego della Leonina Portman e magari a tratti indugia troppo su sequenze alla Bakmambetov, però il suo porco dovere di intrattenimento lo fa.
Fermiamoci qui però perchè dal secondo in poi diventa Shrek.

E la domanda è rivolta a Rivers Cuomo, leader dei Weezer.
Ora, tolto il declino giunto ormai a livelli di guardia (vedere canzone dei mondiali di qualche post fa, ve lo cercate se volete) i Weezer torneranno per la metà di settembre con un album nuovo che brandisce la nuova partnership con la Epitaph (un po’ una di quelle mosse che si chiamano rifarsi una verginità quando non ce l’hai più e da un po’) preannunciato da un singolo Memories, che non lascia presagire nulla di buono (iper prodotto, iper coatto l’anti Weezer per definizione, ma tanto dopo Pinkerton ci siamo abituati) l’album avrà titolo Hurley.

E questa a quanto pare è la copertina (non scherzo).

(il guaio è che i Weezer hanno perso anche il gusto di far ridere)

E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.

Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.

Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.

Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.

Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.

Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.

A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.

E io non c’ero

Si sono riformati (anche se magari solo per data unica) i Desaparecidos

12 anni fa per pagarmi gli studi ho lavorato come standista al bioparco di Roma. Ad oggi rimane una delle cose più sensate fatte, anche dopo una laurea anche dopo un lavoro a tempo indeterminato.
Pizzette, caffè panini e gelati per due settimane e dieci ore al giorno erano e sono ad oggi la cosa più umana e sensate che credevo di avere fatto.
Domenica ho servito ai tavoli.
No, non ho cambiato lavoro, no, non mi sono licenziato, semplicemente ho fatto una di quelle cose che si fanno quando ti porta il cuore. E tra quelle c’è il servire ai tavoli.
Può essere criptica come cosa ma spiegarla (ed è facilmente intuibile) non ha senso, importanza o quello che è.
Mettersi il grembiule nero e riuscirsi a fare il fiocco alla cieca, dietro, già era sembrata una piccola conquista, iniziare a servire ai tavoli, prima gli affettati in piattoni grandi e tondi portati due per volta (facendo attenzione a non toccare le cose nel piatto – provateci col pollice e con un piatto colmo) poi le frittele di fiori di zucca e poi di farina di castagne è oltre la conquista, diventa un tetris per dove mettere i piatti su un tavolo quando è praticamente pieno, cercando e trovando (a volte) la compiacenza di qualcuno che mangia e ti fa spazio. In cucina preparano qualche frittella anche per te, le prendi in mano e ci spruzzi al volo il sale, pulisci le mani fronte e retro sul grembiule, con un fazzoletto che hai nella tasca davanti la bocca e rientri in sala dove guardi se piatti da portata sono vuoti e da liberare. C’è chi ti chiede una bottiglia di naturale, chi se gli apri una bottiglia di bianco o di rosso. Ti sorridono tutti e ti rendi conto che quando sei tu al posto loro al cameriere non fai caso. Ora capisci cosa vuol dire.
Metti i piatti fondi dopo avere tolto quelli da antipasto e porti per ogni tavola due enormi piattoni tondi pieni i ravioli ricotta e spinaci con sugo al ragù. Ne preparano un piatto per te e insistono quasi che tu lo finisca prima di andare in sala. Ne metti in bocca due per assaggiarli e torni di là. Preso da quel qualcosa di nuovo che ti tira avanti. Giri per i tavoli, controlli le acque, ringrazi che ci siano tavoli che appena finito di mangiare impilano i piatti sporchi così non devi girare intorno.
Fai caso quando li levi se c’è qualche indumento intorno che può sporcarsi e se vedi una forchetta che penzola dici “non cadere perdio non cadere” e ti senti come Houdini se riesci a tenerla dritta e tutti incolumi, vestiti e tovaglie.
I piatti li porti al lavabo, prima li svuoti poi li lasci dentro.
In cucina hanno messo su i Belle and Sebastian e capisci che tutto questo, che é il parlare di musica, lo spararsi le pose, i concerti e l’onniscenza ventilata, reiterata che rende sto mondo qua, un mondo di sciovinisti, sono cose di cui non ti fotte veramente un cazzo.
Prenderesti a calci quel registratore e diresti “ho altro da fare ora, recensisci questo” eppure lo lasci suonare per assaggiare la lontananza dei due mondi.
Porti i secondi, cosciotto d’agnello, arrosti e una tagliata su un letto di rucola. Ti sembra di “sapere vivere” perchè porti dei piatti e non fai casini, ti senti un giusto, per come fai le cose e ad oggi passaggio tra le porte con i piatti in mano ti senti pronto, pronto non sai cosa ma pronto. Anche a farlo per tutta la vita. Alzi l’assicella e pensi che tutto questo sia più reale, più concreto e infinitamente più vero di un mondo fatto di bilanci, blog ed mp3.
Porti anche le patate, nel piatto che lasciano in cucina volano le mani, con leggerezza e una sana avidità, come dei bambini che infilano le mani nelle boule delle caramelle. Osservi la cosa, ci pensi un secondo e ri-voli di là. Il dolce è una sfoglia con crema chantilly e frutta, tutto fatto a mano, tutto sotto i miei occhi, con la cura certosina di uno scultore che incava riempie e modella con mirtilli e zucchero a velo. Mentre succede questo con le mani spolpi due cosciotti d’abbacchio e li dividi con chi è all’opera. è tutto naturale, cosí naturale. Ed é tutto così lontano, il resto, dico.
La gente sorride, un tavolo brinda con spumante e in fondo al cuore essere arrivato in fondo é un palloncino pieno d’acqua che sta per esplodere perchè il tuo ritorno alla futilità, all’inconcludenza è dietro l’angolo.
Sono passate quasi 3 ore e mezza e la doccia è l’unica cosa che separa te dall’essere una persona completamente felice.

Succede che Kevin Smith venga chiamato dalla DC Comics a scrivere Batman, qualche numero.
Sì quel Kevin Smith regista di Clerks, Dogma, Mallrats, insomma uno di quelli che ci fossero i templari del nerdismo rientrerebbe tra i primi cinque.
Che poi non è neanche la prima volta e quando mise le mani su Devil diventò una delle dieci graphic novel più belle degli ultimi vent’anni.
Detto ciò cambia casacca e stavolta viene chiamato dalla DC Comics (che è come un po’ passare dalla Roma alla Lazio e viceversa) per scrivere come dicevo su, qualche storia sul pipistrello.

Lo fa pisciare addosso. Ma non dalle risate, in senso letterale.

Qui tutti gli altri scempi tirati fuori dagli stessi numeri (che io a questo punto comprerei)

E poi arriva il momento in cui prendi nelle mani un disco e ti ritrovi proiettato nei tuoi venti, in pieni anni 90.
Everyone Everywhere scritto sulla copertina che non lascia capire se parliamo di un nome di gruppo o di un titolo. La foto è quella di una banda, ma di quelle con i tamburi, i fiati, ripresa da lontano. Una foto da album anno accademico inserisci un numero a tua scelta.
Quel numero va dal 1993 al 1999, probabilmente. L’epoca d’oro dell’emo, l’epoca dei Mineral e dei Get Up Kids (che con i Sunny day real estate sono i pilastri della musica degli EE) l’epoca in cui se non scrivevi una canzone con accordi storti e minori, e non cantavi con malinconia e un senso interiore di rassegnazione non eri un cazzo.
L’esordio degli Everyone Everywhere, band di Philadelphia, vale Four minute mile dei Get Up Kids e senza neanche pensarci più di tanto, e potrebbe essere considerato tra i dieci dischi più belli di quegli anni lì, fosse uscito in quegli anni lì.
10 canzoni per un debutto di quelli che squarciano il famoso velo di Maya delle illusioni di qualcosa che, col contributo essenziale della merda propinata a mani basse alla/dalla/per la gioventù Pastorizzata di MTV, si è fatto di tutto per svilire, ridurre a mainstream bieco. Sostanzialmente hanno preso Grace Kelly, fatto girare le sue foto e messo sotto il nome di Valeria Marini. Questo hanno fatto con l’emo (tutti, anche i presentatori che poi si tirano fuori).
Voi direte “sì ok, su sta cosa la metti giù pesa”. Sì ok, la metto pesa, ma perdio sono 5 anni che va avanti una mistificazione culturale ai limiti del revisionismo.
L’emo (e spero lo sappiate già) è sintetizzato da un disco come questo, che fareste meglio ad avere tra le mani anche voi e nel più breve tempo possibile.
Immaginate un qualcosa prodotto in maniera scarna e con l’impatto di un Four Minute Mile, aggiungeteci la maturità di gruppi come Mineral e Promise Ring, accendete lo stereo, magari mettetevi su qualche maglia vecchia che non ricordate neanche di avere e vi renderete conto che il tempo anche se è passato è sempre lì, e gli EE sono venuti a dimostrarci che quindi anni alla fine non sono niente. L’emo non è morto.
Anche se hanno fatto di tutto per ammazzarlo, finchè ci saranno gruppi come gli Everyone Everywhere, gli American Football e i Get up kids (che speriamo tornino con qualcosa di nuovo migliore dell’ep di un anno fa) i livelli saranno sempre di eccellenza, le canzoni rimarranno sempre indimenticabili e la prossima volta che qualche hipster coi pantaloni strizzapalle che vi spaccia sotto la patina del diy un tour di wannabes con frangettina e canzoncine che fanno più danni che Berlusconi al governo, beh, sapete cosa fare col telecomando.
Grazie a Dio, esistono ancora gruppi così, è un refrain. Ma è così.
Gli altri, beh, hanno un futuro da Pierluigi Diaco. O da ciellini. O da tutti e due, che tanto la differenza dove sta.
Noi qui siamo e qui saremo e qui siamo stati
Da più di 16 anni. E non ci sposta un cazzo di nessuno.

Gli amori, quelli belli, sono quelli a prima vista che ti fanno prendere e buttare tutto senza senno.
Gli amori a prima vista sono quelli che neanche ti ricordi del perchè sei arrivato a quel punto nè in che modo, ovviamente.
Gli amori, tolti quelli della vita, che la vita possono anche rovinartela (e cosa c’è di più bello di farsi rovinare la vita per un amore andato a male? pensateci) sono a volte film, dischi, gruppi.
Il mio amore, spassionato, attuale e spero futuro sono i Lucertulas.
Vedo i ghigni per un nome che sembra strappato a una congrega di mariachi che manco Rodriguez, vedo il sopracciglio che si inarca e magari fa paralleli con un altro gruppo magari con un nome di provenienza linguistica vicina e che ne so, magari i Mosquitos (altro grande gruppo), no non c’entrano niente nè coi Mariachi, nè con l’indie.
I Lucertulas sono uno di quei gruppi che ha un solo presupposto, spianare il culo uditivo di chi ascolta, e un gruppo così, con un approccio così (che più hardcore permettetemi, davvero non si può nel senso di compromessi), se non è raro poco ci manca.
Mettete un frullatore grande dove dentro possono girare sferragliate alla Shellac, ruvidezze hardcore a casaccio (dicono Unsane ma soprattutto US Maple), noise che Dio lo manda, tutto quello che può passarvi in mente dal post punk al post hardcore resettatelo e mandatelo avanti registrato su una cassetta di vent’anni fa. Con quello sporco e quell’aria grezza che vi siete scordati.
Un disco così (e un gruppo così non poteva che uscire dagli studi di Favero – Dio sempre lo benedica) ve lo dico ve lo sareste immaginato tranquillamente sulle pareti dei noleggiatori cd nel 93 magari vicino agli Helmet, magari vicino a Henry Rollins.
Hardcore perdio, anche se non è proprio hardcore, ma di una roba così e senza compromessi, cazzo se ce ne aveva bisogno una scena asfittica (in questo paese) come il culo di un settantenne sulla tazza di un cesso.
Viva Dio che c’è chi ogni tanto ci prova.

Lucertulas - The Brawl (Disco in download) (a 10 € vi portate via Cd e 12“)

Recensione spettacolare di Kekko su Bastonate (è amico mio)

I Caravels sono una di quelle cose per cui uno come me (fesso anche, ma nel senso di ascolti) non può non innamorarsi. Parliamo di un quintetto di Las Vegas con due punti di riferimento: lato sinistro At the Drive-In, lato destro Botch. Parliamo di hardcore insomma di quello fatto bene, con aperture melodice e tagli chitarristici che spaziano dalla violenza al melanconico, con spunti al limite del post-rock (a me sono venuti in mente i June of 44).
Un ep che porta via il cuore, di quelli che lasciano intuire che qualcosa di buono, molto buono, è all’orizzonte anche perchè si parla di un ep di 6 tracce dal titolo Floorboards, produzione impeccabile, canzoni che mi sento di dire una più bella dell’altra che rende complicato sceglierne una per una valutazione
Secondo me se ne riparlerà da qui in poi, ci scommetto su. Non fosse così sarebbe comunque un abbaglio troppo bello per essere vero.

Caravels - Sixty Acres (Mp3)

Per due giorni (anzi tre) mi son detto, va, non scrivere del Wu-Tang Clan, la roba hip hop è una roba seria, piena di gente pronta a riprenderti e a fare la punta al cazzo e soprattutto a mettere i famosi puntini sulle i che poi non te li levi dallo stomaco neanche con la levapunti. Poi ho detto bon, pazienza. Bisognerebbe partire dal considerare la cosa “concertoWu-tangClan” un evento. Di quelli che se ci sei, hai trecento cose da vedere e raccontare, se non ci sei te le raccontano, e molto spesso si dimenticano qualcosa.
Il posto è il PalaAtlantico, l’ex Palacisalfa di Roma e il solo pensare a un posto del genere nella settimana più calda dell’anno, con un quasi tutto esaurito che vibra dagli strilli dei forum è una cosa che dimostra coraggio.
Andarci, poi, ti fa sentire Bruce Willis che decide di tirare una macchina della polizia ad un elicottero. Una roba che ci pensi un nanosecondo di più dici “sto a casa a guardarmi Rai News, si fotta il Wu-tang”. E’ la gente la cosa più bella del rap, fuori tante magliette da pallacanestro (nè conterò alla fine 3 di – ehm – Ginobili, e i più quotati in giro erano Iverson e Bryant, meravigliose le vintage di Willis Reed, Gugliotta e Mourning tempo Hornets) pantaloni larghi e cappellini storti d’ordinanza.
Tutti o quasi Yankees.
Asciugamani messi nel tascone di dietro che sembra ti sia pulito il culo di corsa e sia rimasta attaccata la carta igienica, fide strappone al seguito che manco Rihanna o versioni strappne a là Pina per chi non ci arriva, tante scarpe sneakers alte (tutte differenti, difficile trovarne due paia uguali), gente col due piastre nello zaino che vorresti capire se e dove si metterà ad andare di break; insomma una passerella che manco alla serata dei Globes. Dentro fa all’inizio fresco, c’è l’aria condizionata (spenta praticamente subito Dio vi fulmini) e alle prime luci spente sulle basi di un dj che non so chi sia (nè voglio saperlo) maciulla l’arte del mixing con degli strappi che neanche le due peggiori mani sinistre di Roma potrebbero.
Iniziano a salire i primi vapori di erba e nero. Inutile dire di cosa odori al mio ritorno a casa, a parte sudore, i vestiti torneranno all’odore di Coccolino dopo 4 lavaggi probabilmente ma questa è un’altra storia. Non sembra più un club o un palazzetto. Sembra un quartiere. Un quartiere dove suonano hip hop e se dici “Matt Barnes ha firmato per i Lakers” quello che ti sta davanti ti chiede se è vero e ci parli anche un po’. Sul palco prima i Colle der Fomento. Emozionanti e riverenti (giustamente) per ciò che avverrà da lì a poco, scandagliano tutto il repertorio, chiamo addirittura Farabegoli su Prova Microfoni, mi risponde via sms “a 35 anni mi chiami per farmi sentire i Colle der Fomento, stiamo perdendo tutti”.
Forse è vero, forse no, perchè il live è qualcosa di veramente grosso grosso. Che solo il campanilismo vissuto al contrario può rivoltare in un “sì vabbè c’è il Wu Tang”. Dopo di loro i Noyz Narcos, a me fa ridere e da subito il piccoletto che sembra il classico piccoletto delle ghenghe tipo Ritorno al Futuro messo lì perchè così riproducono bene la scalata darwiniana in una congrega.
Mi dicono che è quello di cui avere paura, ma per me il rap, l’hip hop è sempre stata una questione di dischi lontana dagli ambienti rappusi e conviviali. Il rap è anche e soprattutto quello, mi manca un pezzo ma continuo a trovarlo ridicolo, come l’esibizione intera dei Noyz, una roba west coast pacchiana e misogina, e gangsta de noantri più pose che rime, più forma che sostanza chiusa con una toppa clamorosa e fischi che salutano gli eroi dell’arena e li rimandanano a casa. Il contrario del Colle. Roba che ti fa tenere stretto l’hardcore. E infatti se fai così, in tutti i sensi, non sbagli mai. Alla fine il Wu-Tang Clan, ci sono tutti, Method Man a tirare la carretta, gli altri a mangiarsi il palco con lui, GZA, Cappadonna tutti perfettamente nella loro parte. Una roba potente caciarona e sguaiata ma compatta nel suo essere “storia”. Hai davanti la storia, cazzo e i tre gruppi hip hop che hai visto suonare sono loro i Public Enemy e i De La Soul. Ci puoi stare dai.
Il caldo diventa opprimente e insostenibile, vedo più di metà concerto fuori dal locale e dalle porte aperte. Va bene così, anche se le gambe non mi reggono più e fatico a non sbadigliare ma dalla stanchezza. Il concerto è roba grossa e potrei dirvi dello spelling O.D.B. G.O.D. che è un po’ una bestemmia o degli intro mandati giù a memoria da più di duemila persone neanche fossero Baglioni.
Sostanza, tanta, quella che ti rendi conto che la storia ti sta passando davanti e non sai se e quando ricapiterà. L’hip hop è anche questo, l’hip hop è anche la scena. L’hip hop sono i beat che sembrano vecchi e non invecchiano veramente mai anche se fa caldo e ti sudano anche gli occhi e devi chiuderli.
Li senti e li sentirai sempre.

Insomma, martedì scorso ho visto Inception al cinema IMAX guadagnandomi l’odio del mio adorato figlio-vampiro Tob Waylan, ma spero che non mi lancerete le pietre se per caso quello che vado a raccontarvi non vi piace. Lo so che sono fortunata a vivere in una città con lo schermo IMAX più grande d’Europa in cui ho visto The Dark Knight e Watchmen, e a quel cinema sono affezionata anche se puzza di popcorn, di teenagers mal deodorati e di lezione di Computer Science. Ve lo dico perché il realismo è importante. E comunque ricordatevi che in questo paese non c’è il bidet e a volte mettono la moquette nei bagni, e vedrete come passa in fretta l’invidia. Ma veniamo al sodo. Ecco dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler).

1) Inception è un gran bel film ma non è il film migliore/più bello/più geniale che abbia mai visto. Io non sono una che c’è solo il cinema classico, per carità, quando ho visto There Will Be Blood l’ho capito e l’ho detto subito che quello era il film più importante e sconvolgente degli ultimi vent’anni; ai posteri l’ardua sentenza.

2) Sempre per la rubrica “Cassandra al Cinema,” scrivo qui che secondo me Inception non cambierà il modo di fare cinema nel ventunesimo secolo. Ci ha già pensato The Matrix. Ma Matrix l’aveva già pensato Jean Baudrillard, quello di Simulacres et Simulation. E anche Kant e Hegel se proprio vogliamo, eh. In effetti anche Platone, l’inventore della proiezione. (Avete presente il mito della caverna, no? Non sta forse parlando del cinema?) Il contributo di Christopher Nolan (tanto ammòre) alla rivoluzione del cinema è iniziato altrove, e Inception non fa altro che seguirne il film logico. Ma d’altronde io penso che neanche Vaffatar in realtà porterà a una rivoluzione in senso lato, particolarmente se si parla di una rivoluzione stilistica o tecnica; una rivoluzione economica probabilmente sì, nel senso che mettere la sbarra per il limbo dei produttori così in alto significa che d’ora in poi si dovranno spendere sempre più soldi per realizzare un film affinché si possa guadagnare sempre di più – molto spesso inutilmente e solo per sopperire a una sempre più paurosa mancanza non di originalità ma di autenticità dei contenuti. Stamattina su twitter Roger Ebert citava Stephanie Zacharek: “We’ve entered an era in which movies can no longer be great, only awesome.” Inception è molto awesome, ma per me non è necessariamente un bene.

3) La domanda che fa Inception è profondamente interessante: “è possibile manipolare ciò che non è conscio”? Quello che Inception non si chiede, e che è per me un po’ il fallimento dell’operazione è: “a che pro manipolare l’inconscio”? I pubblicitari lo fanno in continuazione, i registi pure. Lo fanno per farci desiderare cose, luoghi e persone che non dovremmo, perché il genere umano è profondamente limitato dalla presenza ostruttiva del corpo e della realtà concreta e dai costrutti sociali che si mettono tra noi e le nostre fantasie, e le idee e i sogni sono tutto quello che abbiamo per trascendere questi limiti. Sono anche l’unica cosa che ci mantiene savi, la valvola di sfogo che ci permette di amare chi non possiamo, di odiare apertamente e totalmente chi ci fa del male, di difenderci dagli attacchi e di soddisfare noi stessi senza arrivare all’autodistruzione effettiva. Questo Nolan lo sa e qui si ferma, non va oltre, non ci prova neanche ad affrontare il vero paradosso morale della possibilità di infiltrare i sogni e le idee altrui.

4) Ci sarebbe una serie di cose che ho imparato studiando teoria del cinema e psicoanalisi: Freud, Jung, Lacan, Deleuze, Žižek, e Baudrillard è sempre lui (dai, su, concedetemi la citazione adesso che persino Ligabue è stato ampiamente sdoganato su queste pagine), ma non voglio stare qui a farvi l’Interpretazione dei Sogni for Dummies. Per questo vi avevo già parlato di The Pervert’s Guide to Cinema, che la spiega la fa molto meglio di me. Nel film questa roba appare così chiaramente che sembra che sia stato sceneggiato con a fianco il Bignami di teoria psicanalitica. Con un’infarinatura generale di questi concetti e una conoscenza base di Lynch e Hitchcock, Inception non è un film difficile da seguire né un rompicapo come The Prestige. Peccato, a me i rompicapi piacciono da impazzire, e sono felicissima di accettare la possibilità che non si risolvano. In Inception c’è una spiega ogni tre minuti, per essere sicuri che stiano tutti seguendo. Almeno non c’è lo spiegone finale tipo Shutter Island, e meno male.

5) Sono profondamente convinta che ogni volta che sogniamo giriamo nella nostra mente dei film anche più spettacolari di Inception. Purtroppo non abbiamo i mezzi tecnici per ricreare questi sogni in modo da condividerli con altri. E sarebbe bellissimo se si potesse, non credete? Per esempio io ci sono un paio di persone che porterei nei miei sogni di un giorno in cui mi sono innamorata e ho fatto una passeggiata in una foresta di bluebells come quella in cui si addormenta e sogna Leonard Bast in Howards End. Il profumo era talmente intenso che si sentiva persino nel sogno. Non ho mai sognato città che si ripiegano su se stesse, né inseguimenti alla James Bond in paesaggi innevati, ma ho sognato Ottavia la città invisibile di Calvino, quella sospesa su una ragnatela. Dopo anni di studio del cinema post-9/11 ho sognato di cadere da grattacieli in fiamme; ho sognato che Christopher Eccleston mi portava a fare un giro in moto dopo aver scambiato due parole con lui; ho sognato uno solo dei miei ex, ma ripetutamente, in film che passavano dal porno alla tragedia, dallo slasher alla commedia romantica; ho sognato assassini che mi inseguono in corridoi di vetro con coltelli affilatissimi; colori e numeri; bestie e mostri inesistenti assemblati con pezzi di altri animali – anche il coyote dei Simpson con la voce di Johnny Cash; ho sognato di essere Gregor Samsa e ritrovarmi tramutata in un orribile serpente, io che sono così ofidiofobica che figuratevi; ho sognato di cadere dal ponte della ferrovia tra Porto e Vila Nova de Gaia, di mangiare quintali di gelati variopinti e gustosi, e di tenere la mano a Bruce Springsteen. Un film meglio dell’altro.

6) Nel romanzo I Mari del Sud di Manuel Vázquez Montalbán, il detective Pepe Carvalho si chiedeva : “Come ameremmo se non avessimo imparato dai libri come si ama? Come soffriremmo? Senza dubbio soffriremmo meno.” Quando i personaggi di Inception sognano, i loro sogni non sono altro che film di diversi generi, cosa che mi fa pensare che il virtuosismo cinematografico di Nolan si traduca in una domanda simile a quella di Montalban: come sogneremmo se non avessimo imparato dai film come si sogna? Un compendio di grandi film sui sogni:  Un Cane Andaluso di Luis Buñuel, Sogni di Kurosawa Akira, Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life dei fratelli Quay, Blue Velvet di David Lynch,  Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Max Reinhardt, Otto e Mezzo di Federico Fellini. Ce ne sono pure altri, eh, ma a me piacciono soprattutto questi. Hanno in commune l’avere un budget molto più ridotto di quello di Inception e molte meno sparatorie e inseguimenti, ma di essere molto più simili ai sogni che faccio io. Per questo mi sembrano molto più riusciti come esperimenti che traducono un mondo interiore inconscio e misterioso davvero. (Quello dei fratelli Quay ci scommetto che non l’avete visto – fatelo al più presto adesso che è anche uscito in dvd e blu-ray non avete scuse.)

7) Ma non è sbagliata una domanda del genere? Perché sogniamo tutti da sempre, da prima della pittura rupestre, dell’invenzione della prospettiva, della rivoluzione industriale, della lanterna magica e del dagherrotipo, della camera oscura e del cinema, dell’odorama e del 3-D. La love story tra il cinema e i sogni è piena di esempi e di vie infinite – il cinema come metafora del processo onirico, i sogni come proiezioni rivedute e corrette delle visioni e delle esperienze quotidiane, allargate o rimpicciolite a seconda del caso come un primo piano o un campo lunghissimo. C’è chi sogna a colori e chi in bianco e nero, chi sogna immagini e chi scene, chi ha la colonna sonora e chi gli effetti speciali, chi usa il jump cut e chi i movimenti di macchina più fluidi. E allora, è l’arte che viene dai sogni o i sogni che vengono dall’arte? Se sognare è come andare al cinema sogniamo perchè andiamo al cinema o andiamo al cinema perchè sogniamo?

8) Senza scomodare Marzullo la cosa della vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio l’aveva già detta Pedro Calderón de la Barca, uno che sognava nel Siglo de Oro Spagnolo. Più o meno in quel periodo sognava in Inghilterra William Shakespeare. Siccome mi risulta impossibile parlare di Inception senza fare spoiler – e credo veramente che il film abbia un suo imaptto solo se lo si vede senza saperne nulla – adesso vi parlerò di varie idee di sogni e del sonno in Shakespeare. Quando poi avete visto il film ne riparliamo. Shakespeare viveva in un mondo in cui la psicanalisi non esisteva ma i sogni erano reputati potenti, pericolosi, profetici. Non è un caso che tutti i personaggi di Shakespeare più introspettivi abbiano dei grossi problemi col sonno: Amleto dice che potrebbe ritrovarsi imprigionato dentro un guscio di noce e considerarsi il re di uno spazio infito se solo non facesse brutti sogni, e che il problema non è essere o non essere ma dormire e forse sognare; Riccardo III è perseguitato nei sogni da quelli che ha ucciso, e le maledizioni che gli lanciano poi si avverano nella battaglia finale; Enrico V non dorme la notte prima della battaglia perché la corona che ha ereditato con l’usurpazione di suo padre gli dà il cerchio alla testa (sic). E poi Macbeth. La storia la sapete, no: tre streghe dicono a Macbeth che diventerà Barone di Cawdor e poi Re di Scozia. Lui dice sticazzi, e invece il Barone di Cawdor viene giustiziato per tradimento e il suo titolo passa a Macbeth. E qui ti voglio, scatta l’idea, “l’idea che lo possederà e lo distruggerà”: voglio diventare Re.  Dice aspetto, ma no, ma che aspetto, voglio diventare Re adesso perché fare il Re è er mejo, ma non si può, il Re sta benissimo non c’è neanche da sperare in un coccolone improvviso, che palle. La moglie gli dice dai su, ammazziamo il Re così io divento First Lady di Scozia e sai che figata. Lui dice no, lei dice non c’hai le palle, lui dice così non vale, ok, si fa. E mentre accoltella nel sonno il Re di Scozia in una notte buia e tempestosa, Macbeth sente un grido:

MACBETH
Methought I heard a voice cry ‘Sleep no more!
Macbeth does murder sleep’, the innocent sleep,
Sleep that knits up the ravell’d sleeve of care,
The death of each day’s life, sore labour’s bath,
Balm of hurt minds, great nature’s second course,
Chief nourisher in life’s feast-

LADY MACBETH
What do you mean?

MACBETH
Still it cried ‘Sleep no more!’ to all the house:
‘Glamis hath murder’d sleep, and therefore Cawdor
Shall sleep no more; Macbeth shall sleep no more.’

E’ un’allucinazione uditiva, è la maledizione di Caino, dell’assassino che trapassa la sottile linea rossa che divide l’umanità: da una parte l’uomo, il corso naturale della vita, il giorno e la notte e il sonno a dividerli; dall’altra il criminale, la perversione della natura, la distruzione delle differenze tra il sonno e la veglia, l’eclissi totale del bene. Uccidendo il Re Macbeth condanna sé stesso e sua moglie ad un incubo continuo di insonnia e di colpa. La moglie si suicida in preda alle allucinazioni, e quel poco che resta di umano in Macbeth viene fatto a pezzi dagli altri, quelli che dormono il sonno dei giusti, quelli che dagli incubi si svegliano.

(Il Macbeth di Orson Welles è il mio preferito, ma vi consiglio sopratutto quello di Polanski che l’incubo lo gestisce molto bene – è il primo film che ha diretto dopo che la Manson Family massacrò sua moglie Sharon Tate, e il trauma si vede tutto – oppure Il Trono di Sangue di Kurosawa se siete ben disposti verso il cinema Orientale. Se invece avete finalmente scoperto chi è James Frain da True Blood, qui c’è per intero Macbeth on the Estate, che è un progetto della BBC interessantissimo di cui vi posso raccontare cose in altre sedi. Nel frattempo mi ripulisco la bavetta, sai com’è quando dici James Frain…)

9) Ma tornando a noi, un’altra domanda che sta al centro di Macbeth è la missione stessa di Inception: si può piantare il seme di un’idea nella mente di una persona senza che ci sia a priori un terreno fertile? Sono le streghe (o sua moglie) a convincere Macbeth che deve uccidere il Re? O è lui stesso a nascondere questo desiderio da qualche parte nel suo inconscio, e poi a realizzarlo una volta che viene violentemente esposto? E’ la stessa cosa in Othello: è Iago a convincere Othello che Desdemona si tromba Cassio a sua insaputa, o è Othello fin dall’inizio a non fidarsi e a lasciarsi convincere? (Anche Iago lancia una maledizione a Othello dicendogli che né l’oppio né la mandragora potranno aiutarlo a dormire, ora che il mostro dagli occhi verdi della gelosia ha preso possesso dei suoi occhi, facendogli vedere quello che non c’è, sognare quello che teme.) Ciò che è nascosto nel profondo della mente è sempre e comunque più forte di qualsiasi input esterno. Oppure no, è vero il contrario. Shakespeare mise in bocca a uno dei suoi personaggi più potenti e manipolatori le splendide parole

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.

Prospero, come Oberon, è un mago potente che lavora attraverso la manipolazione della visione e del sonno. Non ci vuole un set rotante montato su un marchingegno idraulico per far credere a Bottom (o al pubblico) che gli è cresciuta una testa d’asino, o a Ferdinand che suo padre sia annegato. Allora indipendentemente dal suolo fertile o meno, basta che la storia sia abbastanza convincente e il seme è piantato, l’immaginazione la disseta, la pianta cresce. Voi vedetelo Inception, poi mi dite quale delle due opzioni preferite.

10) Quando l’avrete visto converrete anche con me che Marion Cotillard è una gran gnocca, ma non venitemi a dire che sa recitare. Tutto qui.

In prima battuta credevo in un montaggio audio con in video Marylin Manson. C’era pure Twiggy Ramirez in effetti

Heavy Rotation

Mogwai - Special Moves
Azure Ray - Drawing down the moon
Brad - Best friends
Black Mountain - Wilderness heart